Niccolò Machiavelli e i suoi tempi, vol. III
volume XXI, pag. 485, 598 e seg.
[395] Varî sono gli errori in cui cade. Dice, per esempio (_Opere_, vol. II, pag. 98) che il duca di Savoia combatteva pel duca d'Orléans, mentre combatteva per proprio conto; che lo Sforza voleva passare l'Adda per assalire il Bresciano, e pone Brescia e Caravaggio sulle opposte rive del fiume (pag. 99), mentre sono ambedue sulla sinistra. E così non Pandolfo, come dice il Machiavelli, ma Gismondo Malatesta era capitano dei Veneziani.
[396] _Opere_, vol. II, pag. 103-6.
[397] _Opere_, vol. II, pag. 147.
[398] _Opere_, vol. II, pag 148-55.
[399] _Opere_, vol. II, pag. 158.
[400] GUICCIARDINI, Storia fiorentina, pag. 17 e seg.
[401] _Opere_, vol. II, pag. 177.
[402] Le due lettere originali si ritrovano nel FABRONI, _Vita Laurentii Medicis Magnifici_, vol. II, pag. 36. Se si paragonano con quelle che ci dà il MACHIAVELLI (_Opere_, vol. II, pag. 173 e seg.), si vedrà chiaro che qualche espressione è riprodotta con fedeltà, ma che il resto è sostanzialmente alterato.
[403] L'Ammirato aveva certo qualche ragione di parlare così; ma egli esagerava assai, perchè non comprendeva e non riconosceva il valore storico del Machiavelli: lodandone lo stile, ne biasimava il resto, perfino la lingua. Vedi ciò che dice nei _Ritratti_, pubblicati nel secondo volume dei suoi _Opuscoli_. Ecco intanto quello che scrive di lui nelle sue _Storie_, libro XXIII, vol. V, pag. 169 (Firenze, Batelli, 1846-49): «Egli fa morto il duca Francesco dopo il gonfalonierato di Niccolò Soderini, e vuol che Piero de' Medici sia vivo dopo la morte di papa Pagolo. Attribuisce a Luca Pitti quello che è di Roberto Sostegni, nomina Bardo Altoviti per gonfaloniere di giustizia dopo Ruberto Lioni, che non vi fu mai. Insomma scambia gli anni, muta i nomi, altera i fatti, confonde le cause, accresce, aggiunge, toglie, diminuisce e fa tutto quello che gli torna in fantasia, senza freno o ritegno di legge alcuna, e quel che più pare noioso è che, in molti luoghi, pare che egli voglia ciò fare più tosto artatamente, che perchè ei prenda errore o non sappia quelle cose essere andate altrimenti, forse perchè così facendo lo scrivere più bello o men secco ne divenisse.» GINO CAPPONI nella sua _Storia della Repubblica di Firenze_ (vol. II, pagina 88, nota 2, ed altrove) riconosce ancor egli che l'Ammirato ha ragione, ed aggiunge che il Bruto, vissuto cento anni dopo del Machiavelli, dice che lo seguiva solamente quando non poteva farne a meno, perchè troppo spesso lo trovò inesatto.
[404] _Opere_, vol. II, pag. 178.
[405] Ecco quel che dice l'AMMIRATO, vol. V, lib. XXII, pag. 178: «Combattessi con incredibil valore da amendue le parti infino a notte scura, con morte dall'una parte e dall'altra di trecento uomini d'arme e di quattrocento corpi di cavalli, se a chi scrisse la Vita del Coglione (_Bartolommeo Colleoni_) si deve prestar fede. Lo scrittore delle cose ferraresi dice di mille persone. Alcune memorie che sono presso di me fanno menzione di ottocento, la miglior parte de' Veneziani. Il Machiavelli, schernendo, come egli suol far, quella milizia, dice che non vi morì niuno. Dal Sabellico, senza esprimere il numero, è chiamata quella battaglia molto sanguinosa.»
[406] _Storia fiorentina_, pag. 22.
[407] _Opere_, vol. II, pag 187-8.
[408] _Opere_, vol. II, pag. 198-203.
[409] Così afferma l'Ammirato, e così si deduce anche dalla narrazione del Machiavelli. Vedi CAPPONI, _Storia_, ecc., vol. II, pag. 113, nota 1.
[410] _Storia fiorentina_, pag. 42.
[411] _Opere_, vol. II, pag. 214. A questo proposito aveva già nei _Discorsi_ fatta la stessa osservazione: «Perchè dell'animo nelle cose grandi, senza aver fatto esperienza, non sia alcuno che se ne prometta cosa certa.» _Discorsi_, lib, III, cap. 6, nelle _Opere_, vol. III, pag. 331.
[412] _Opere_, vol. II, pag. 214-15.
[413] Il giorno 2 ottobre 1895, nella Sagrestia nuova di S. Lorenzo, venne aperta la tomba di Lorenzo e di Giuliano di Piero de' Medici, i cui scheletri furono trovati in due casse separate. Quello di Giuliano, assai meglio conservato, mostrava sul cranio e sopra una delle tibie, le tracce visibilissime delle pugnalate. Quello di Lorenzo era in frantumi, ma il cranio era ben conservato, e si vedeva la bocca molto sporgente, quale apparisce negli antichi ritratti. Io mi trovai presente con parecchi altri, che fecero tutti le medesime osservazioni.
[414] Opere, vol. cit., pag. 216. Il POLIZIANO, _De pactiana coniuratione_, dice: «Fuerunt et qui crederent templum corruere.»
[415] _Opere_, vol. II, pag. 216 e 219.
[416] _Ibidem_, pag. 220.
[417] _Ibidem_, pag. 273-4.
[418] Vedi il capitolo IX della sua _Storia fiorentina_.
[419] Opere, vol. I, pag. 277 e seg. A pag. 340 comincia l'_Estratto di lettere ai Dieci di Balìa_.
Gli editori delle _Opere_ (P. M.) hanno pubblicato dal Codice Ricci e dai Manoscritti Palatini una serie di nuovi _Estratti di lettere ai Dieci_, com'essi li chiamano. Ma, senza tema di errare, può dirsi, almeno per quanto risguarda il Machiavelli, che questa è una pubblicazione assai poco utile. I primi due _Estratti_ (_Opere_ (P. M.), vol. II, pag. 156-160 e 160-166), dopo quelli già pubblicati nell'edizione fiorentina del 1843 ed in altre, sono veramente autografi, e vanno dal 1494 al 1495. Ma a che giova il pubblicare informi e scarsissimi brani di lettere, o appunti non meno informi, quando per questi medesimi anni abbiamo i _Frammenti_, i quali con nuove notizie corressero ed ampliarono molto i primi estratti? Seguono altri due _Estratti_ (_Ibidem_, pag. 166-7 e 167-82), che risguardano gli anni 1495 e 96. Questi non sono di mano del Machiavelli, ma di Agostino di Terranuova, nè sono ricavati da lettere ai Dieci, ed apparecchiati per le _Storie_, ma sono appunti fatti nella Cancelleria, per lettere già scritte o da scriversi. Il Machiavelli non c'entra per nulla, o c'entra solo perchè questi appunti furono trovati fra le sue carte. Ne facevano allora come ne fanno oggi tutti gli ufficiali delle Cancellerie, ed a lui potevano servire forse per ricercare in archivio le lettere scritte dai o ai Dieci. Lo stesso può dirsi degli _Estratti_ che seguono (_Ibidem_, pag. 172-189), i quali risguardano gli anni 1496-97, e sono alternativamente di mano di Biagio Buonaccorsi, di Andrea della Valle e di altri. Il Machiavelli scrisse di sua mano, sull'esterno dei quadernetti, gli anni e i mesi cui si riferiscono tali appunti, il che prova solo che gli aveva raccolti per servirsene al medesimo scopo. Seguono (_Ibidem_, pag. 190-95) ancora altri appunti, che si trovano nel Codice Ricci, dove sono intitolati: _Memorie appartenenti a Istorie del 1495, scritte di mano di N. Machiavelli_. Essi furono ricavati da Consulte o Pratiche della Repubblica; sono sommarî, quasi indici dei processi verbali delle discussioni, e servirono a scrivere i _Frammenti_ per l'anno 1495, che abbiamo già a stampa. Più oltre (pag. 195-213) gli stessi editori ci dànno nuovi appunti di Cancelleria, scritti di mano del Buonaccorsi e di Agostino della Valle, per gli anni 1497-98, di cui si occupano i _Frammenti_ e gli _Estratti_ a stampa.
Finalmente (Ibidem, pag. 213-17) troviamo alcuni appunti di mano del Machiavelli, che si riferiscono al 1503, al quale anno non arrivano nè le _Storie_, nè i _Frammenti_, nè gli _Estratti_ già pubblicati. Sono assai scarni ed aridi, raccolti per una parte della storia che non fu mai cominciata a scrivere, e quindi possono valere come continuazione di ciò che si aveva già a stampa. Segue di nuovo (_Ibidem_, pag. 217-281) una lunga serie d'appunti presi dal Codice Ricci, i quali vanno dalla morte di Cosimo nel 1464 all'anno 1501. Le Storie arrivano all'anno 1492, i _Frammenti_ al 1498, gli _Estratti_ già pubblicati al 1499. Bastava quindi aggiungere a questi anche le poche pagine che accennano a fatti seguìti negli anni 1500 e 1501 o ad altri non ricordati altrove.
Dei primi _Estratti_ pubblicati, si è occupato il signor Plinio Carli (_Giornale Stor. della Lett. Italiana_, anno 1907, vol. I, pagg. 354 e segg.) paragonandoli col Cod. Riccardiano 3627, che egli ritiene autografo, e dandone le varianti. Se ne è occupato anche il commendator Fiorini, il quale, forse non a torto, suppone che siano cavati, in parte almeno, da qualche cronista. (Nella prefazione alla edizione delle _Istorie_, pag. X).
Il Carli ha pubblicato ancora un assai diligente lavoro (_Contributo agli studi sul testo delle Storie fiorentine di N. Machiavelli_), nel quale esamina i manoscritti e la prima edizione. In esso ha raccolto un materiale assai utile per una futura edizione delle _Storie_ (_Memorie della R. Accademia dei Lincei_, Cl. di Scienze Morali, Serie V, vol. 14, fasc. 1, anno 1909).
[420] _Opere_, vol. II, pag. 312.
[421] _Ibidem_, pag. 350. Qui allude al Savonarola. Il dì 7 aprile seguì il fatto del fallito esperimento del fuoco; il dì 8 venne assalito il Convento di S. Marco, ed il Savonarola fu messo in carcere coi suoi due compagni, Fra Domenico e Fra Salvestro; poi cominciò il processo, che finì colla condanna a morte.
[422] _Opere_, vol. II, pag. 353 e 361.
[423] Ecco com'essi incominciano: «Così morì Piero Capponi. — Costui (Antonio Giacomini) in sua puerizia. — Furono eletti oratori mess. Francesco de' Pazzi vescovo d'Arezzo e mess. Francesco Pepi iureconsulto. — Ebbe Francesco Pepi questo fine indegno.» — Il ritratto del Capponi è già introdotto in uno dei _Frammenti_, sebbene in forma alquanto meno corretta. Forse lo ricopiò a parte per ripulirlo e limarlo di nuovo.
[424] Questi frammenti di bozze (dei libri II, IV, VI e VII), sono pubblicati nel vol. II delle _Opere_ (P. M.), col titolo: _Frammenti autografi delle Istorie fiorentine_. Il signor Passerini credette in sul principio d'avere scoperto una parte dell'autografo definitivo dell'opera; ma avvertito dell'errore in cui era caduto, pubblicò prima le storie, poi le bozze, senza istituire confronti di sorta; e così queste riescono assai poco utili, quando potevano giovare a porre in nota alcune varianti, ed a fare, col confronto, vedere in che modo il Machiavelli correggeva e migliorava il suo stile. Citiamo qualche esempio, ponendo in corsivo le parole mutate o trasposte, senza tener conto delle diversità di ortografia, che nelle _Storie_ varia secondo gli editori.
BOZZE (_Opere_ (P. M.), vol. II, pag. 1): «Mediante il quale _si edificavano_ di nuovo e d'ogni tempo assai terre e città.»
STORIE (_Opere_, vol. I, pag. 62): «Mediante il quale di nuovo e d'ogni tempo assai terre e città _si edificavano_.»
BOZZE (_Opere_ (P. M.), vol. II, pag. 1): «Perchè, oltre allo essere cagione questo ordine, che nuove terre si edificassero, _rendevano_ il paese vinto al vincitore più sicuro, e _riempitosi_ di abitatori i luoghi vôti, _si mantenevano_ nelle province li uomini ben distribuiti.»
STORIE (_Opere_, vol. I, pag. 62): «_Rendeva_ il paese vinto al vincitore più sicuro, _riempiva_ di abitatori i luoghi vuoti, e nelle province gli uomini bene distribuiti _manteneva_.»
BOZZE (_Opere_ (P. M.), vol. II, pag. 1): «Perchè questo ordine solo è quello che fa gl'imperii più securi, _e che le province_, come è detto, mantiene copiosamente abitate, _per essere gli abitatori di quelle meglio distribuiti_.»
STORIE (_Opere_, vol. I, pag. 62): «Perchè quest'ordine solo è quello che fa gl'imperii più sicuri, e i _paesi_, come è detto, mantiene copiosamente abitati.»
BOZZE (_Opere_ (P. M.), vol. II, pag. 5): «Era nella famiglia dei Donati una donna vedova, ricca _e nobilissima_, la quale aveva una figliuola di bellissimo aspetto, _e disegnava in fra sè di darla per moglie_ a messer Buondelmonte, cavaliere giovane e della famiglia de' Buondelmonti capo.»
STORIE (_Opere_, vol. I, pag. 66): «..... una donna vedova e ricca, la quale aveva una figliuola di bellissimo aspetto. _Aveva costei_ in tra sè _disegnato_ a messer Buondelmonte cavaliere giovane e della famiglia de' Buondelmonti capo _maritarla_.» Poco più basso parlando della stessa giovane, muta la parola _formosità_ in _bellezza_, che è assai più semplice.
BOZZE (_Opere_ (P. M.), vol. II, pag. 30): «Noi siamo certi, Magnifici Signori, che le nostre parole _saranno stimate assai da_ le Signorie vostre.... Questo vostro commissario non ha d'uomo altro che la presenzia, nè di Fiorentino altro che _la lingua e lo abito_.... Stuprò le donne, viziò le vergini et trassele dalle braccia delle madri.»
STORIE (_Opere_, pag. 234 e 235): «Noi siamo certi, Magnifici Signori, che le nostre parole _troveranno fede e compassione appresso_ le Signorie vostre.... Questo vostro commissario non ha d'uomo altro che la presenza, nè di Fiorentino altro che _il nome_.... Stuprò le donne, viziò le vergini, et _trattele_ dalle braccia delle madri, _le fece preda de' suoi soldati_.»
[425] L'illustre storico L. Ranke ha espresso una diversa opinione. Vedi le nostre _Osservazioni_ sul Guicciardini, in fine dell'_Appendice_.
[426] Vedi ancora, in fine dell'_Appendice_, le nostre _Osservazioni_ sul Guicciardini, già citate.
[427] GUICCIARDINI, _Storia d'Italia_, vol. VIII, lib. XVI, pag. 79.
[428] GUICCIARDINI, _Storia d'Italia_, loc. cit., pag. 79-85; RANKE, _History of the Popes_ (trad. dal tedesco): London, Bohn, vol. I, pag. 80-81. Qui il Ranke va d'accordo col Guicciardini, che descrive mirabilmente il carattere di Clemente VII; GREGOROVIUS, _Geschichte_, etc., vol. VIII, pag. 413 e seg.; CREIGHTON, _History of the Papacy_, vol. V, cap. VIII; CAPPONI, _Storia_, vol. II, pag. 344; VETTORI, _Sommario della Storia d'Italia_, pag. 381.
[429] VETTORI, _Sommario_, pag. 349-50.
[430] Il De Leva parla di 8,000, il Mignet di 10,000, il Gregorovius di 12,000 morti. Il Guicciardini dice essere stata opinione generale, che morirono, tra di ferro e affogati nel Ticino, più di 8,000 Francesi.
[431] «Madame, pour vous faire savoir comment se porte le reste de mon infortune, de toutes choses ne m'est demeuré qui l'honneur et la vie, qui est saulve.» Queste furono le precise parole scritte dal Re. _Papiers d'État du cardinal Granvelle_, vol. I, pag. 250; AIMÉ CHAMPOLLION-FIGEAC, _Captivité du roi François I_, pag. 129. Vedi anche MIGNET, _Rivalité_, etc., vol. II, pag. 68; DE LEVA, _Storia di Carlo V_, vol. II, pag. 242. La tradizione alterò alquanto le parole dette dal Re, facendo dire invece: «tutto è perduto fuorchè l'onore.»
[432] «Sie ist das grossartigste Schlachtenbild des XVI Jahrhunderts. Eine weltgeschichtliche Katastrophe hat sich darin vereinigt,» GREGOROVIUS, _Geschichte der Stadt Rom_, vol. VIII, pag. 434; DE LEVA, _Storia di Carlo V_, vol. II, cap. IV; MIGNET, _Rivalité_, etc., vol. II, cap. VII. Questo lavoro francese tien troppo poco conto delle pubblicazioni italiane, e specialmente dell'opera del De Leva, assai coscienziosa e fatta con ricerche veramente originali.
[433] GUICCIARDINI, _Storia d'Italia_, lib. XIV, vol. VII, pag. 4-5.
[434] Lettera del dì 1º luglio 1525 a Ennio Filonardi, nunzio nella Svizzera, nelle _Lettere ai Principi_, vol. II, a c. 80^t: Venezia, Ziletti, 1575.
[435] Lettera del 10 luglio 1525 a Guido Guiducci, nelle _Lettere ai Principi_, vol. II, a c. 86.
[436] Vedi l'_Esame_ del Morone nei _Ricordi inediti di Girolamo Morone_, pubblicati dal conte Tullio Dandolo: Milano, 1855, pag. 152-4.
[437] Lettera del Giberti al Canossa, inviato di Francia a Venezia, in data del dì 8 luglio. Il Giberti dice che queste proposte sarebbero partite per la Francia il giorno seguente. _Lettere ai Principi_, vol. II, a c. 85. Sono in fatti le stesse proposte che si leggono nelle _Recheste mandate ad fare in Franza per N. S._, nei _Documenti concernenti la vita di Girolamo Morone_, pubblicati da GIUSEPPE MÜLLER nella _Miscellanea di Storia Italiana_ della R. Deputazione di Storia patria in Torino, vol. III, pag. 436-37: Torino, 1865.
[438] Il GUICCIARDINI, _Storia d'Italia_, vol. VIII, lib. XVI, pag. 56, dice che il Papa, sempre pieno di sospetti e di ansietà, «non per scoprire la pratica, ma per prepararsi qualche rifugio, se la cosa non succedesse, avvertì sotto specie di attenzione Cesare, che tenesse ben contenti i suoi capitani.» Questi avvisi furono dati in un _Memoriale mandato d'ordine del papa Clemente VII a monsignor Farnese_. Vedi _Papiers d'État du cardinal Granvelle_, vol. I, pag. 295; DE LEVA, _Storia di Carlo V_, vol. II, pag. 287.
[439] Così afferma anche il Morone nel suo _Esame_. DANDOLO, _Ricordi_, ecc., pag. 152.
[440] GUICCIARDINI, _Storia d'Italia_, vol. VIII, lib. XVI, pag. 52.
[441] _Esame_ del Morone. DANDOLO, _Ricordi_, ecc., pag. 152-9.
[442] Ecco come il Pescara stesso scriveva in una delle sue lettere all'Imperatore: «Y dende algunos dias vyno Hieronimo Moron a hablarme por grandes arodeos y ultimamente dezirme que sy yo le prometia la fe de le tener secreto, que el me dyria y descubriria grandes cosas. Yo le dixe qua le ternia secreto, y le dj la fe. Descubriome el mal contentamyento de toda Italia, y come toda ella disponya y determynava salyr de sugecyon, y de Francia abya grande correspondencia y requyrymyentos, y que sy yo querya sentirme de como me avyan tratado, y de la forma con que procuravan y abyan syempre procurado abaxarme, y acordarme que abia nacydo Italiano, y que glorya podia ganar en ser el libertador de la propria patria, que en my mano era ser la cabeça y el capytan de toda esta empresa, y que el creya, que todos concorreryan en darme el reyno de Napoles, y que abia tan grandes cosas y tan grandes cymyentos, que yo veria que era razon de venyr cuello y que podria byen salyr lo que se desiñava.» — Lettera del 30 luglio 1526, duplicata di una del 25, nei già citati _Documenti che concernono la vita pubblica di Girolamo Morone_, raccolti ed editi da GIUSEPPE MÜLLER, pag. 358 e seg. Questo, come dicemmo, è il III volume della _Miscellanea_ pubblicata dalla R. Deputazione di Storia patria di Torino. Il vol. II contiene le _Lettere ed Orazioni latine di Girolamo Morone_, edite da DOMENICO PROMIS e GIUSEPPE MÜLLER. V. anche C. GIODA, _Girolamo Morone e i suoi tempi_: Torino, Paravia, 1887.
[443] A questo proposito si può utilmente consultare un lavoro pubblicato dal signor Ch. _Paillard_ nella _Revue Historique_, III^e année, tome VIII (sept.-déc. 1878), pag. 297-367: _Documents relatifs aux projets d'évasion de François I^er, prisonnier à Madrid, ainsi qu'à la situation intérieure de la France en 1525, en 1542 et en 1544_. L'autore osserva a pag. 316, che quantunque grandissimi fossero i torti fatti da Francesco I e dalla Reggente al conestabile di Borbone, essi non giustificavano un tradimento che minacciò non solo l'autorità regia, ma anche il paese. «Toutefois on se tromperait singulièrement, si l'on pensait que Bourbon ait été jugé par les contemporains comme il l'a été par la postérité, si l'on supposait que lui-même ait senti sur sa tête ce poids inéluctable de honte, de mépris, de réprobation et de haine, dont aujourd'hui tout traître a pleinement conscience.... À cette époque, l'idée de patrie, aujourd'hui si puissante et pour ainsi dire souvraine, existait à peine, ou du moins était fort obscurcie par l'idée féodale encore dominante.... Sismondi a sur ce point un mot tout-à-fait topique: Les lettres des plus grands seigneurs de cette époque, où il est question du connêtable, ne laissent pas, dit-il, entrevoir de blâme.» In Italia dove le tradizioni feudali avevano assai minor forza, e specialmente a Firenze, dove l'idea della patria s'era colla repubblica svolta assai più, gli storici giudicavano il Borbone con maggiore severità; pure anch'essi parlano generalmente del tradimento fatto al suo signore, non alla Francia. Il VETTORI, narrata la morte del Borbone sotto le mura di Roma, aggiunge: «Uomo a cui, per il tradimento aveva fatto al suo signore, non conveniva sì onorevole morte.» _Sommario della Storia d'Italia_, pag. 379. Il GUICCIARDINI (vol. VIII, lib. XVI, pag. 72) dice che, nella Spagna, sebbene il Borbone fosse da Carlo V ricevuto con grande onore e come cognato, pure i nobili della Corte «l'abborrivano come persona infame, nominandolo traditore del proprio re.»
[444] Il 5 ottobre G. Battista Sanga scriveva all'ambasciatore francese in Venezia: «_Parturient montes, nascetur ridiculus mus_. Che ben mi pare poter cominciare così, già che quella resolutione, che tanti dì fa Franzesi hanno annunziato, come l'advento del Messia, di voler mandare in Italia, si è alla fine trovata esser manco assai di quello che mandarono ad offrire per mezzo di Lorenzo Toscano. Et crederò che non tengano tutti Italiani per bestie, che, sotto semplice speranza della fede loro, habbiano a darseli in mano ligati, perchè facciano migliori le condizioni loro con Cesare, al qual segno con molta ragione si può sospettare che vadano, essendo così pubblica alla Corte questa offerta, come se non fusse proprio ad altro effetto, che ad impaurir Cesare.» _Lettere ai Principi_, vol. II, pag. 94^t.
[445] Vedi le lettere del Pescara a Carlo V nel vol. III della citata _Miscellanea di storia italiana_.
[446] Il datario Gilberti, in una lettera del 19 settembre 1525, scriveva al Sauli: essere il Papa stato avvisato da più parti, che il Morone ed il Pescara tradivano, ed accennarsi da molti alle pratiche fatte dagli alleati, esponendone i più minuti particolari, dal che si vedeva che tutto ormai era noto. Ciò dava naturalmente grandissimo sospetto. Nondimeno il Gilberti fidava o almeno mostrava di fidar sempre nel Pescara e più ancora nel Morone, non volendo credere che essi conoscessero così poco l'immenso vantaggio che poteva venir loro dalla buona riuscita della congiura. _Lettere ai Principi_, vol. II, a c. 91 e 92.
[447] Lo dice egli stesso nel suo Esame, pag. 175-77, e chiarissimamente lo dice anche il Pescara nelle sue lettere a Carlo V. Vedi la lettera 8 settembre 1525, citata più sotto.
[448] GUICCIARDINI, _Storia d'Italia_, vol. VIII, lib. XVI, pag. 67.
[449] _Miscellanea_ citata, vol. III, pag. 407, lettera del 5 settembre 1525; DE LEVA, _Storia di Carlo V_, vol. II, pag. 295.
[450] Nella lettera del dì 8 settembre 1525, il Pescara scriveva all'Imperatore: «Tengo por fe, que si el Duque muere, que Geronimo Moron harà ultimo de potencia en servicio de V. M., pero en esto trova ruyn todo lo posible: es verdad que muestra enteramente fiar de mj, y siempre lo traygo a lo que quiero.» _Miscellanea_, ecc., vol. III, pag. 422-23.
[451] GUICCIARDINI, _Storia d'Italia_, vol. VIII, lib. XVI, pag. 66-67; DE LEVA, _Storia di Carlo V_, vol. II, pag. 295-96.
[452] Il GUICCIARDINI (op. cit., pag. 67) e moltissimi altri storici affermarono che, durante il colloquio tra il Pescara ed il Morone, Antonio de Leyva stava ad ascoltare dietro un arazzo, dove il Marchese lo aveva fatto nascondere. Il DE LEVA (_Storia_, vol. II, pag. 297). secondo noi a ragione, non presta fede a questo racconto, perchè non ne trova fatta menzione nè nel _Rapporto_ di Rosso dall'Olmo, 17 ottobre 1525, in MARIN SANUTO; nè nella _Cronica_ del Grumello. Non c'erano in fatti allora più segreti da scoprire, tutto era noto così al de Leyva come al Pescara.
[453] _Esame_ del Morone.
[454] Vedi il decreto nel DANDOLO, _Ricordi_, ecc., pag. 201-2.
[455] «Item vi lascio Hieronimo Morone quale è in preggione, et voglio che si supplichi la Cesarea Maestà istantemente per la vita sua et ogni altro benefitio che gli potrà fare, et che non voglia che quello che ho discoperto in benefitio di S. M. habbia ad essere per condannatione del suddetto, dato il caso che lui non avesse fatta quella opera che doveva fare. In questo S. M. me voglia compiacere, perchè altrimenti me reputerei essere caricato.» DANDOLO, _Ricordi_, pag. 202. Che cosa sia _quella opera che doveva fare_ non ci è possibile indovinare con certezza: si allude forse a qualcuna delle promesse fatte dal Morone al Pescara, nei giorni in cui cospirava, o quando era in carcere. Egli aveva, fra le altre cose, promesso gran somma di danari per riscattarsi, e non potè poi subito darli tutti.
[456] Vedi la lettera in DANDOLO, _Ricordi_. ecc., pag. 204.
[457] _Privilegium, gratia et restitutio clarissimi com. H. Moroni_, in DANDOLO, _Ricordi_, ecc., pag. 209 e seg.: «Ut negari non possit eum ipsum non mediocrem partem habuisse in victoriis quibus S. C. M. Italiam potitus est.... Animadvertentes praeterea eiusdem comits H. Moroni praecipuas animi dotes, ingenii acumen, longum rerum arduarum et grandium usum, animi fortitudinem et inviolabilem erga eos principes fidem, quibus aliquando servitutem suam obtulit et dicavit.... Accessit praeterea ut in praesentibus rei pecuniariae necessitatibus, et in tanto sustinendorum exercituum oneri, cum nihil sit magis necessarium pecuniae, eaeque consumptus sint ingentes et fere intollerabiles, is ipse comes Hieronimus de notabili pecuniarum quantitate nobis subvenit et subventurus est, etc.»
[458] Oltre le varie opere da noi citate può consultarsi anche una diligente monografia sul Morone, pubblicata dal signor G. E. SALTINI dell'Archivio di Firenze nell'_Archivio storico italiano_, serie III, vol. VIII, parte I, pag. 59-126, anno 1868.
[459] GUICCIARDINI, _Opere inedite_, vol. VIII, pag. 331, lettera del 23 ottobre 1525, da Faenza.
[460] _Opere inedite_, vol. VIII, pag. 28, lettera 1º giugno 1524.
[461] _Ibidem_, pag. 66 e seg., lettera 12 luglio.
[462] _Ibidem_, pag. 66 e 100, lettere del 12 luglio e 7 settembre.
[463] _Ibidem_, pag. 121 e 123, lettere da Forlì, 7 ed 8 ottobre.
[464] _Ibidem_, pag. 126 e 153, lettere 12 ottobre e 28 novembre.
[465] _Opere inedite_, vol. VIII, pag. 171, lettera 19 gennaio 1525.
[466] _Ibidem_, pag. 201, lettera da Forlì, 25 marzo 1525.
[467] _Ibidem_, pag. 246, lettera da Ravenna, 28 maggio 1525.
[468] _Ibidem_, pag. 257, lettera da Faenza, 15 giugno 1525.
[469] _Opere inedite_, vol. VIII, pag. 321, lettera 23 ottobre 1525.
[470] _Ibidem_, pag. 360, lettera 11 dicembre 1525.
[471] _Ibidem_, pag. 366, lettera 24 dicembre.
[472] _Ibidem_, pag. 393 e seg.
[473] _Inferno_, canto X, versi 97-99.
[474] _Carte del Machiavelli_, cassetta V, n. 34. Lettera del dì 8 marzo 1524/5. _Appendice_, doc. XIV.
[475] Lettere del 3 e del 17 maggio 1525, scritte dal Salviati al figlio cardinale. La prima gli annunzia la proposta di farlo accompagnare nella Spagna dal Machiavelli, la seconda dice: «Di Niccolò Machiavelli bisogna farne fuora, perchè veggo che il Papa ci va adagio.» DESJARDINS, _Négociations diplomatiques_, vol. II, pag. 840-41.
[476] Lettera di Francesco del Nero in data 27 luglio 1525. Trovasi nelle _Carte del Machiavelli_, cassetta V, n. 45. Vedi _Appendice_, doc. XVI. Incomincia: «Io ebbi una vostra da Roma, ad la quale feci risposta.» Ciò conferma questa gita, finora poco avvertita, del Machiavelli colà, come del resto apparisce anche da altre lettere che abbiamo citate. Quella però senza data, di cui parlammo a pag. 40 di questo volume, non potrebbe, come alcuni supposero, ritenersi scritta ora dalla Marietta, perchè, come già osservammo, si parla in essa d'un figlio nato da pochi giorni, e d'una figlia ancora bambina. La Marietta inoltre sembra alludere ad una lunga assenza del Machiavelli, che invece si trattenne ora poco tempo in Roma.
[477] _Opere_, vol. VIII, pag. 177-81, lettera del Machiavelli al Guicciardini, senza data.
[478] V. _Appendice_, doc. XV.
[479] _Opere inedite_, vol. VIII, pag. 263.
[480] _Opere inedite_, vol. VIII, pag. 266, lettera CXXX della _Presidenza della Romagna_, seconda con la data di Faenza, 19 giugno 1525.
[481] _Ibidem_, pag. 270, lettera CXXXI, del 23 giugno.
[482] _Ibidem_, pag. 287, lettera CXXXIX, del 26 luglio.
[483] _Opere_, vol. VIII, pag. 167, lettera LVII. È bene conoscere questa medicina, che al Machiavelli, com'esso scrive, sgravava lo stomaco e la testa, perchè s'è da alcuni preteso che l'averne abusato fosse poi stato causa della sua morte. Egli inviava al Guicciardini venticinque pillole con la ricetta. Eccola:
Aloe patico dram. 1 1/2 Carman. deos » 1 Mirra eletta » 0 1/2 Bettonica » 0 1/2 Pimpinella » 0 1/2 Bolo armenico » 0 1/2
L'Artaud, che si prese la cura di farla esaminare e far comporre le pillole, trovò che sono innocentissime e valgono solo ad aiutare la digestione. Il Machiavelli soleva appena prenderne due per volta. Le parole _Carman. deos._, che troviamo nelle stampe, non avrebbero però alcun significato. Son forse un errore invece di _Cardam. Dios._, _Cardamomum Dioscoridis_. L'aloe è la sola medicina di qualche efficacia, e potrebbe recar danno in alcuni casi, quando però fosse presa in gran quantità. Supporre che il Machiavelli morisse per abuso di queste pillole non è quindi possibile. Vedasi ARTAUD, _Machiavel, son génie et ses erreurs_, vol. II, nota alla pag. 200.
[484] _Opere_, vol. VII, pag. 454.
[485] _Opere_, vol. VII, pag. 450-55; _Opere_ (P. M.), vol. VI, pagine 220-224.
[486] _Ibidem_, vol. VIII, pag. 171, lettera LVIII, da Firenze, 6 settembre 1525.
[487] Era la voce, alla quale abbiamo altrove già accennato, la quale pretendeva, che suo padre fosse bastardo e che ciò dovesse impedire a lui d'essere eletto agli uffici. E forse questa fu anche la ragione che fece credere al Ranke, che il Machiavelli non era cittadino.
[488] Lettera del 15 settembre 1525. _Carte del Machiavelli_, cassetta V, n. 12. _Appendice_, doc. XVII.
[489] _Opere_, vol. VIII, pag. 174, lettera LIX, senza data.
[490] Ne parlano il Varchi (vol. II, pag. 332) e l'Ammirato (vol. VI, pag. 150).
[491] È la lettera già altrove citata, del 14 agosto 1525. Vedila in _Appendice_, doc. I.
[492] _Opere_, vol. VIII, pag. 174, lettera LIX. Le canzonette di cui qui si parla, non si trovano in fatti nelle antiche edizioni, ma furono pubblicate assai più tardi. Due di esse, quelle cioè alla fine del I e del III atto, sono le stesse che si leggono alla fine del I e del IV atto della _Clizia_.
[493] Cioè, tutti gli altri nostri principi, aspettando inerti, finiranno allo stesso modo.
[494]
Veggio in Alagna entrar lo fiordaliso E nel Vicario suo Cristo esser catto. (DANTE, _Purg._, XX, 86, 87).
Qui si allude, com'è noto, alla prigionia di Bonifazio VIII. Ciò che a questo Papa fecero allora i Colonna in Anagni (_Alagna_), ricorda davvero la condotta che più tardi essi tennero, come vedremo fra poco, verso Clemente VII in Roma.
[495] _Opere_, vol. VIII, pag. 177, lettera LX, senza data, ma scritta alla fine del novembre o ai primi del dicembre 1525.
[496] _Ibidem_, pag. 181, lettera LXI.
[497] _Ibidem_, pag. 183, lettera LXII.
[498] VASARI, _Vita dei Pittori_, edizione Le Monnier, vol. XI, pag. 204; nella _Vita di Aristotele da San Gallo_, e vol. XII, pag. 16; _Vita di Giovan Francesco Rustici_.
[499] In una sua lettera al Machiavelli, scritta in data di Modena, 22 febbraio 1525 (1526) e pubblicata nelle _Opere_ (P. M.), vol. I, pag. XCI, si rallegrava con lui, gli faceva mostra di grande affetto, e lo chiamava _Carissimo et come fratello honorando_. In un'altra, scritta a Francesco del Nero, il 1º di marzo dello stesso anno, si dimostrava invece assai scandalezzato delle feste cui s'era abbandonato il Machiavelli, e lo biasimava. Vedi _Appendice_, documento XVIII. Il Nerli era Governatore a Modena, e dal suo copia-lettere, che trovasi in quell'Archivio, si vede che, scrivendo ufficialmente, datava le sue lettere, secondo lo stile comune, che era allora seguìto in tutta l'Emilia, cominciando cioè l'anno dal 1º gennaio. Noi credemmo perciò che così avesse fatto anche nella lettera qui sopra citata. Ma questa è privata, scritta da un Fiorentino ad un altro Fiorentino, e segue quindi lo stile della loro città, _ab incarnatione_ (25 marzo), come aveva giustamente notato il Passerini.
[500] Vedi la lettera di Giovanni Mannelli al Machiavelli in data di Venezia, 28 febbraio 1525 (1526) nelle _Opere_ (P. M.), vol. I, pag. XC. Anche in questa lettera si segue lo stile fiorentino, e ne abbiamo la conferma nei _Diarî_ di MARIN SANUTO, il quale dice che il 5 febbraio 1525 (cioè 1526, giacchè a Venezia l'anno cominciava il 1º marzo): «Fo etiam fato una comedia a S. Aponal, in chà Moresini.... et fo una de Plauto di _do Fratelli_, non molto bella, la quel compète a hore 4 de note.» V. i _Diarî_ a stampa, vol. XL, col. 785. E qui dobbiamo aggiungere che la recita della _Mandragola_, la quale, a pag. 149 di questo volume, ponemmo il 13 febbraio 1523, ebbe, secondo il Sanuto, realmente luogo in quel giorno, «a li Crosechieri,» ma nell'anno 1521, stile veneto, che risponde al 1522 stile comune (vol. XXXII, col. 458). «Fo ricitata,» egli dice, «un'altra comedia in prosa.... di uno certo vechio dotor fiorentino, che havea una moglie et non potea far fioli etc. Vi fu assaissima gente con intermedi di Zuan Polo et altri bufoni.» Ma non si potè recitare il quinto atto, «tanto era il gran numero de le persone.» Lo stesso Sanuto nota poco dopo (col. 466) che il giorno 16 di quel mese «Fo di novo ai Croseschieri recitata la comedia dil Fiorentino, non compita l'altro giorno. Io non vi fui per....»
[501] Il 3 gennaio 1525/6 egli scriveva: «Io verrò in ogni modo, nè mi può impedire altro che una malattia, che Iddio mi guardi, e verrò, passato questo mese, ed a quel tempo che voi mi scriverete.» Aggiungeva che la Barbera era trattenuta da certi innamorati, ma che egli sperava, non ostante, poterla mandare. _Opere_, vol. VIII, pag. 185, lettera LXIII. Dopo questa lettera vien quella del 15 marzo, in cui si legge, senza più parlar della commedia: «la Barbera si trova costì: dove voi gli possiate far piacere, io ve la raccomando, perchè la mi dà molto più da pensare che l'Imperatore.» Il Guicciardini era allora già in Roma, come apparisce dalle sue _Opere inedite_. La Barbera probabilmente era andata colà a fare altre recite ed a cercare avventure.
[502] Fu pubblicato dal Tommasini, prima in un volume per nozze, poi nella sua opera sul Machiavelli (II, 824).
[503] _Opere_, vol. VIII, pag. 188 e seg., lettera LXIV, del 15 marzo 1525/26.
[504] _Ibidem_, pag. 193, lettera LXV, di Filippo Strozzi, da Roma, ultimo di marzo 1526.
[505] _Opere_, vol. VIII, pag. 199, lettera LXVII, a Francesco Guicciardini, da Firenze, 4 aprile 1526.
[506] _Ibidem_, vol. IV, pag. 459-68. Questa relazione è lodata anche dal Maggiore Jähns, nell'articolo sul Machiavelli già da noi più volte citato.
[507] _Opere_, vol. VIII, pag. 201, lettera LXVIII, del 17 maggio 1526.
[508] Nell'Archivio Fiorentino trovansi la minuta autografa, che fu pubblicata nelle _Opere_, (P. M.), vol. VI, pag. 360, ed un'altra, poco diversa, d'altra mano. Vi si trova anche la nomina dei Cinque Procuratori; mancano però i loro Atti, e quindi non si conosce la data della elezione del Machiavelli. V'è solo un quadernetto con alcune lettere della cancelleria, le quali vanno sino al 26 febbraio 1527. Le prime undici sono di mano del Machiavelli, le altre (circa trenta) no. Vedi _Appendice_, doc. XIX.
[509] _Opere_, vol. VIII, pag. 202, lettera LXVIII.
[510] _Appendice_, doc. XIX. _Opere_, vol. VIII, pag. 197, lettera LXVI. È una lettera d'ufficio scritta all'ambasciatore fiorentino in Roma, e trovasi stampata anche nel vol. IV delle stesse _Opere_, pag. 467.
[511] _Opere_, vol. VIII, pag. 203-7, lettere LXX, LXXI, LXXII, del 2 giugno 1526.
[512] Nel più volte citato codice Bargagli trovasi una lettera del 15 gennaio 1526/7, scritta dal podestà di Montespertoli al Machiavelli, _provisor murorum_, che aveva allora chiesto 25 o 30 uomini per cavare fossi.
[513] V. nell'_Archivio storico lombardo_, S. III, Anno 23 (1896),