Niccolò Machiavelli e i suoi tempi, vol. III

Volume III

Chapter 1110,831 wordsPublic domain

ULRICO HOEPLI EDITORE-LIBRAIO DELLA REAL CASA MILANO 1914

PROPRIETÀ LETTERARIA

46-913. — Firenze, Tipografia «L'Arte della Stampa», Succ. Landi Via Santa Caterina, 14

AVVERTENZA

La ristampa di questo volume dovette, per diverse ragioni, procedere con molta lentezza. E intanto gli studi sul Machiavelli sembravano rifiorire. Vennero infatti alla luce parecchi nuovi lavori, e prima di tutti il secondo volume del Tommasini, con un'appendice di documenti. Di questi lavori era mio debito tener conto, come cercai di fare nel miglior modo che seppi. Alcuni di essi però mi pervennero troppo tardi perchè io potessi valermene. Di uno, come il lettore potrà vedere, detti qualche ragguaglio in una nota speciale, messa dopo i documenti. Altri due ricorderò adesso.

La stampa del volume era già compiuta, quando potei vedere la terza ed ultima parte dell'opera, di cui il signor Adolfo Gerber da più tempo aveva iniziata la pubblicazione. Con essa egli ci ha dato un ampio, assai utile studio critico-bibliografico sui manoscritti, le edizioni e traduzioni delle opere del Machiavelli nei secoli XV e XVI, illustrato con molti facsimili.[1]

Un'altra opera notevole pel biografo del Machiavelli, è quella del signor Jean Dubreton, _La disgrâce de Nicolas Machiavel_.[2] L'autore si è proposto di trattare quella parte della biografia, che è stata, secondo lui, a torto trascurata dagli altri. Mediante lo studio specialmente della corrispondenza epistolare con Francesco Vettori e cogli altri amici o parenti del Machiavelli, egli ha cercato di descriverne minutamente il carattere personale e privato. Nemico, come egli dice, della storia _endimanchée_, il Dubreton vuol far discendere il Segretario fiorentino dal solenne piedistallo, su cui lo han voluto porre gli altri biografi, studiandolo invece nella sua nudità e semplicità. L'esame imparziale dell'uomo privato varrà forse a far meglio conoscere anche l'uomo pubblico, lo scrittore.

Seguendo questo concetto l'autore ha cercato di darci un minuto ragguaglio della vita del Machiavelli nella famiglia, nella cancelleria, nei ritrovi, fermandosi sopra tutto a descrivere i più o meno illeciti amori di lui, e quelli anche dei suoi amici o compagni. Insiste moltissimo su tutte quante le sue debolezze. Delle sue legazioni, della sua vita pubblica, delle _Opere_, di tutto ciò che ha dato l'immortalità al Machiavelli, egli si occupa certamente, ma assai meno, rimanendo fedele allo scopo che si era proposto, al metodo che aveva dichiarato di voler seguire.

Quando noi leggemmo il libro del signor Dubreton, avevamo assai prima riveduto e stampato quei capitoli del nostro lavoro, in cui, valendoci appunto della corrispondenza privata, avevamo già trattato quella parte della biografia, su cui lo scrittore francese si era più particolarmente soffermato. Non ci era quindi possibile tornare indietro e discutere, e neppure rispondere a qualche osservazione che egli ci aveva fatta con una cortesia di cui sentiamo l'obbligo di ringraziarlo. Il Dubreton ritiene che noi ci siamo troppo poco fermati sulla vita privata del Machiavelli, che siamo stati troppo riservati, abbiamo voluto attenuare le sue debolezze, coprire le sue nudità.

Non v'ha dubbio alcuno, lo scopo che noi ci eravamo prefisso era diverso dal suo. Noi volevamo sopra tutto far conoscere il Machiavelli uomo di Stato, scrittore, patriotta. Quanto alle sue debolezze, sopra tutto ai suoi amori, spesso non molto edificanti, li abbiamo sempre ricordati; ma certo non erano ciò che più c'importava di mettere in luce. Ammettiamo che di un grande uomo è necessario conoscere tutto, anche le debolezze, anche gli errori; ma qui appunto ci permettiamo di esporre una osservazione, che risponde a quella fattaci dallo stesso autore.

Ponendo in maggior luce una parte sola, non sempre la migliore, del carattere di un grande uomo, si corre il rischio, a noi sembra, di lasciare nell'animo del lettore una impressione troppo unilaterale. È avvenuto infatti allo stesso signor Dubreton che, dopo aver descritto quella che egli chiama la mediocrità, quasi la bassezza, del Machiavelli, resta più tardi assai maravigliato di vederlo a un tratto, verso la fine della sua vita, quando la patria era in pericolo, divenir poco meno che eroico. Lo vede adoperarsi con grande entusiasmo, con ardente patriottismo, ad armare il popolo, ad apparecchiarlo alla difesa; e, allora, quasi dominato egli stesso da eguale entusiasmo, ci descrive con viva eloquenza «cette vie de médiocrité, qui sur la fin éclate en noblesse.»

Ma se, quando descriveva, con tanta cura e precisione, le debolezze del Machiavelli, non avesse un po' troppo allontanato lo sguardo dall'altro lato più nobile del carattere di lui, sarebbe forse venuto a diversa conclusione. Avrebbe nelle sue _Opere_, nella fedeltà con cui servì la Repubblica sotto il gonfalonierato del Soderini, nell'irrefrenabile ardore patriottico, di cui diè prova costante sin da quando propose ed iniziò l'ordinamento della milizia nazionale, ritrovato anche quel medesimo entusiasmo, quel medesimo patriottismo, quella medesima nobiltà d'animo, che tanto ammirò più tardi. La sua maraviglia sarebbe allora cessata, e si sarebbe forse persuaso che, se di un grande uomo è necessario conoscere tutto, anche le debolezze, non è poi necessario fermarsi troppo a contemplarle, correndo il rischio di lasciare in ombra quelle più nobili qualità che costituiscono la vera grandezza di lui, quelle per cui egli appartiene alla storia.

Luglio 1913.

LIBRO SECONDO

CAPITOLO VI.

Leone X, la sua politica e la sua Corte.

Prima di ripigliar l'esame delle opere del Machiavelli, dobbiamo di nuovo fermarci alla storia dei tempi, coi quali esse sono in una continua relazione, e dei quali continuamente discorrono.

Leone X era salito sulla cattedra di San Pietro, destando per tutto, specialmente in Italia, grandissime speranze di sè. Il mondo era stanco degli eccessi scandalosi d'Alessandro VI, e delle audacie irrequiete di Giulio II. Si desiderava un poco di tregua e di pace; il cardinal Giovanni de' Medici sembrava perciò il papa da tutti desiderato. Il Vettori dice di lui, che «aveva saputo in modo simulare, che era tenuto di ottimi costumi.»[3] Certo aveva una generale reputazione di buono, ma anche di assai accorto, che sapeva condurre ed aggirare i cervelli degli uomini. In politica era della scuola di suo padre Lorenzo il Magnifico; ambiziosissimo del potere per sè e pe' suoi, con una grande apparenza di bonomia e di semplicità, serbando sempre quelli che a Firenze chiamavano i modi civili. Ma ciò non impediva punto che, all'occorrenza, sapesse non solo mentire ed ingannare, di che quasi menava vanto; ma porre crudelmente le mani nel sangue. Aveva anche una grande reputazione, e meritata, d'uomo liberalissimo del suo. Dava in fatti quello che aveva e quello ancora che non aveva. «Era tanto possibile,» dice lo stesso Vettori, «che Sua Santità tenesse mille ducati, quanto è possibile che una pietra vada in alto da sè.»[4] «È certo che se le porte del Panteon fossero d'oro, il Papa non le lascerebbe al loro posto,» diceva uno degli ambasciatori veneti.[5] Ed un altro aggiungeva, che non solamente non sapeva tener conto alcuno del danaro, ma che i Fiorentini i quali gli si affollavano d'intorno, e dicevano d'esser suoi parenti, non gli lasciavano mai un soldo in tasca, per il che erano venuti in grande odio alla Corte.[6] Nè minore era la sua fama di mecenate, protettore e cultore delle lettere e di tutte le arti belle. Il palazzo a Sant'Eustachio,[7] quando egli lo abitò da cardinale, era divenuto ben presto un ameno ricetto d'artisti e di letterati, un museo, nel quale collocò la biblioteca Medicea, che nel 1508 aveva comperata dai frati di S. Marco, i quali l'avevano acquistata ai tempi del Savonarola.[8] Di mezzana statura, di testa grossa, d'un colore che tendeva al rosso, con occhi sporgenti, di vista corta in modo che portava sempre una lente, Leone X aveva allora trentotto anni, era vanissimo della sua bella mano, che faceva sempre vedere, ornandola di molti anelli, e più ancora della sua voce armoniosa così nel parlare, come nel cantare. Lo tormentava però molto una fistola che rendeva disgustoso l'avvicinarlo; era assai corpulento ed intollerante d'ogni fatica prolungata. Tutti i poeti cortigiani lodavano, esaltavano i suoi versi latini, che erano assai mediocri, ma che egli improvvisava con molta facilità; tutti lo ammiravano ed applaudivano quando cantava e quando disputava di pittura, di scultura, di musica, d'ogni cosa. In sostanza però egli non riuscì mai a produrre nulla di originale. Era un gran dilettante, un grande amatore delle arti e delle lettere, non altro. Ed in ciò si vedeva assai chiara la sua inferiorità di fronte a Lorenzo il Magnifico, che non solo fu mecenate, ma lasciò anche una impronta personale nella letteratura del suo tempo.

Non era anche sciolto il Conclave, che lo aveva eletto (11 marzo 1513) quando il Papa nominò suoi segretari Pietro Bembo veneziano, erudito latinista, elegante scrittore italiano, amante del bel sesso, del lieto vivere, e Giovanni Sadoleto, altro latinista erudito, vago del conversare ameno e dei piaceri. Simili a costoro erano, più o meno, tutti i prelati di cui si circondò. Un luogo eminente fra loro tenne per qualche tempo Bernardo Dovizi da Bibbiena, il noto autore della scandalosa commedia _La Calandra_. Questi era un capo ameno, molto pratico però degli affari; aveva assai contribuito all'elezione del Papa, e ne fu compensato col cappello cardinalizio, di cui godè poco, perchè la sua salute era già rovinata, e perchè ben presto il sospetto d'avere intrigato colla Francia, gli fece perdere ogni favore, tanto che la sua morte, seguita poco dopo, venne attribuita a veleno. Quando si trovava in mezzo a questi prelati, ai suoi poeti, ai suoi artisti, Leone X pareva veramente felice. Egli manifestò la propria indole, espresse tutto l'animo suo, quando, poco dopo l'elezione, incontrando il fratello Giuliano, gli disse: «Godiamoci il papato, poichè Dio ce l'ha dato.»[9] Godersi la vita, non tanto sensualmente, quanto esteticamente, era ciò che più di tutto desiderava. «Non vorria nè guerra, nè fatica,» scriveva l'ambasciatore veneto Marin Giorgi.[10] «Pensava a ogni altra cosa che a guerra,» scriveva l'ambasciatore fiorentino Francesco Vettori.[11] E pure, sebbene tutto egli sacrificasse ai desiderati piaceri, e tanto volesse la pace, fu sempre in guerra, e tenne in agitazione continua l'Italia intera.

Per la sua Corte, per i suoi piaceri e conviti, per i suoi letterati ed artisti, anche per i suoi buffoni, aveva bisogno di molti danari, il che gli faceva tentare ogni via onesta e disonesta per averli, e qualche volta da ciò nascevano dissensi, che erano poi cagioni di guerra. In fatti volse subito l'occhio alle terre di Cervia e di Ravenna, da cui si cavavano cinquantamila ducati l'anno di sale, senza riflettere che così insospettiva ed irritava i Veneziani, che le possedevano.[12] A questo s'aggiungeva una brama ardente di far parlare di sè, d'essere tenuto potente in Italia; ma soprattutto un desiderio vivissimo, che non gli dava mai pace, di rendere potenti anche tutti i suoi. «Il Papa e i suoi Medici,» scriveva l'ambasciatore veneto, «non hanno altra fantasia che di far grande la prosperità della casa, e i suoi nipoti non si contentavano d'esser duchi, ma pretendevano che uno di loro fosse re.»[13] Abbiamo già visto come questi desideri, di cui parlano tutti i contemporanei amici e nemici di Leone X, spingessero di continuo al disegno di formare nell'alta Italia uno Stato di Modena e di Parma, da estendersi poi sino a Ferrara e ad Urbino, il che naturalmente doveva esser causa di guerra cogli Este e coi Della Rovere. Un tale disegno era stato quello che aveva suggerito al Machiavelli l'idea del _Principe_, nel quale consigliava ai Medici, che s'allargassero addirittura a tutta Italia, riunendola ed armandola. La prima speranza del Papa fu per qualche tempo di dare il nuovo Stato al nipote Lorenzo, supponendo di poter profittare degl'inevitabili garbugli d'Italia, in modo da ottenere pel fratello Giuliano il regno di Napoli. Trovata ben presto impossibile l'effettuazione del secondo e più ambizioso disegno, voleva dar Modena e Parma a Giuliano. Ma questi, che era fantastico e buono, morì nel 1516, e così restò solo Lorenzo, che aveva ventun anno, ed era, secondo l'ambasciatore veneto, «di un animo gagliardo, astuto e atto a far cose grandi, non come il Valentino, ma poco meno.»[14] Costui stimolava continuamente il Papa, tanto più che non gli piaceva punto lo starsene a Firenze, dove poteva comandar più di nome che di fatto.

V'era anche un altro Medici, di maggiore età e più autorevole, Giulio (1478-1534), figlio naturale di quel Giuliano che fu ucciso nella congiura dei Pazzi. Nato poco dopo la morte del padre, e notissimo più tardi col nome di Clemente VII, s'era dato ben presto alla vita ecclesiastica; fu poi cavaliere di Rodi, frequentò molto la Corte del cardinal Giovanni, e continuò più che mai, quando questi fu papa Leone X. S'era molto adoperato nella congiura che cacciò il Soderini da Firenze, e venne poco dopo nominato arcivescovo di questa città. Non andò guari che fu promosso cardinale, dopo essere stato prima falsamente dichiarato figlio legittimo, al modo stesso che s'era da Alessandro VI praticato pel Valentino. Insieme con lui ebbero il cappello Bernardo da Bibbiena, il datario Lorenzo Pucci ed Innocenzo Cibo, nipote del Papa per parte di sorella. Questo fu il primo passo, dice il Vettori, dato da Leone X a violare i giuramenti, cosa che incominciò subito a far mutare la buona opinione che s'era prima concepita di lui. Il cardinale Giulio veniva adoperato in tutte le più gravi faccende, e passava per un uomo accortissimo, consigliere non solo, ma quasi guida del Papa.[15] Assai meno dedito ai piaceri, meno curante di fare il mecenate, reggeva meglio al lavoro, e si dava agli affari senza distrazioni. Ma il vero è, che il Papa se ne valeva come di un utile e docile strumento della propria volontà. Per cansar fatica egli adoperava sempre e molto gli altri; ma voleva far le cose a suo modo, ed ottenere il proprio intento, senza punto badare ai mezzi.

Fu sventura per lui salire al pontificato quando l'Europa era travagliata da lotte sanguinose per le gare dei grandi potentati; quando già cominciava l'agitazione della Riforma religiosa; quando l'Italia era lacerata da Francesi e da Spagnuoli, che se ne contendevano il dominio, e vi chiamavano, per farsi a vicenda aiutare, altri stranieri. Egli presumeva farsi grande moderatore della politica generale in tutta Europa. L'autorità della Chiesa, il nome della famiglia, la grande fortuna che lo aveva mirabilmente secondato, lo ponevano certo assai in alto, e facevano a molti sperare, che come suo padre era stato chiamato l'ago della bilancia d'Italia, così il figlio potesse essere arbitro delle grandi contese politiche, non solo in Italia, ma in tutta Europa. Ad ottenere un tal fine però, Leone X avrebbe dovuto avere un grande scopo ed il carattere proprio d'un uomo di Stato, lasciando da ciò costantemente regolare la sua condotta; ma questo appunto era invece ciò che gli mancava del tutto. Di certo sarebbe un grave errore il credere che, in mezzo a così gravi conflitti, egli non pensasse che ai suoi interessi personali e di famiglia. Doveva anch'esso, al pari di tutti i papi, sentire il bisogno d'assicurare lo Stato della Chiesa, e quindi, se non poteva, come aveva sperato Giulio II, cacciar dall'Italia gli stranieri, impedire almeno ad ogni costo, che uno solo di loro divenisse padrone della Lombardia e del Napoletano. Non poteva un uomo del suo ingegno non vedere, che chi avesse così avuto in mano «il capo e la coda d'Italia», avrebbe circondato e stretto dai due lati lo Stato della Chiesa, privandolo d'ogni possibile indipendenza. Ma il bisogno costante, irresistibile di profittar sempre di tutto a vantaggio non solamente suo e della Chiesa, ma dei parenti, creando a ciascuno di essi uno Stato, era quel che toglieva alla sua politica ogni valore impersonale.[16] A ciò s'aggiungeva quella sua indole amante dei piaceri e del quieto vivere, senza troppi pensieri; il non prendere mai nessuna cosa sul serio; il continuo, l'eterno tergiversare senza mai decidersi; il trattare contemporaneamente con tutti nello stesso tempo, ingannando tutti con una doppiezza, di cui menava vanto, che aveva anzi elevata a principio. Quando si stringe alleanza con uno, egli diceva, non bisogna mai tralasciare d'aprir trattative anche cogli altri, per tenersi sempre aperta una via d'uscita, ed esser sempre pronto agli eventi.[17] Così la sua politica fu una serie continua d'interminabili mutazioni, un caos, un laberinto in cui non è possibile trovare nessun filo conduttore, perchè nessun alto principio la guidava mai. Neppure della tremenda rivoluzione religiosa, iniziata allora da Martino Lutero, egli, indolente e scettico com'era sempre, seppe formarsi un concetto chiaro.

Che la condotta d'un tale uomo dovesse riuscire funesta all'Italia, è facile immaginarlo. Non era appena morto Giulio II, che il generale Cardona s'impadronì di Parma e di Piacenza, a vantaggio del ducato di Milano, dove governava, di nome più che di fatto, Massimiliano Sforza, giovine inesperto e debole, il quale perciò si trovava in balìa degli Svizzeri, degli Spagnuoli e dell'Imperatore, a grande dispetto del suo segretario Girolamo Morone, uomo di molto ingegno, di animo audace, irrequieto e pieno sempre di ardimentosi disegni. Il Papa si sentì allora mortalmente ferito per la perdita di quelle due città, su cui aveva fatto pe' suoi parenti grande assegnamento, e cominciò subito ad intrigare. Invitato dalla Francia, che nel marzo del 1513 aveva fatto lega con Venezia, per assaltare Milano, ricusò d'aderire, perchè non gli volevano assicurare la restituzione di Parma e di Piacenza.[18] Faceva quindi mostra d'avvicinarsi invece alla lega, che nell'aprile avevano conchiusa a Mecheln Enrico VIII e l'Imperatore, per difendere Milano e le terre della Chiesa, per assalire la Francia. Girolamo Morone era intanto corso a Roma, sperando d'avere aiuti a difesa del suo signore, ed il Papa, sebbene ancora non si sbilanciasse, gli dava danari per assoldare Svizzeri. La guerra cominciò subito. Da un lato scesero i Francesi, da un altro s'avanzarono i Veneziani; e Milano si ribellò al Duca, cui non restava altro che Como e Novara, nella quale ultima città si rinchiuse. Ma allora scesero dalle Alpi gli Svizzeri, i quali nel giugno diedero alla Riotta una grande disfatta ai Francesi, mutando così lo stato delle cose. Il Cardona in fatti aderì prima in nome degli Spagnuoli, alla lega di Mecheln, e dette Parma e Piacenza al Papa, che, com'era naturale, senza più esitare, aderiva anch'egli. Assalì poi subito i Veneziani, ed arrivò sin quasi alla laguna. Nell'ottobre venne alla Motta a giornata coll'Alviano, che i Francesi avevano liberato dalla prigionia, e lo ruppe. La Francia nello stesso tempo perdette Genova, e fu in casa assalita da Inglesi ed Imperiali, che le diedero una grave rotta a Guinegatte (16 agosto 1513). Gli Svizzeri l'assalirono dalla parte di Dijon; ma al La Trémoille riuscì, con danari e larghe promesse, a farli ritirare da Milano.

Luigi XII capì finalmente che il suo interesse lo portava ad unirsi col Papa, il quale poteva suscitargli contro troppi nemici. Rinunziò quindi al Conciliabolo iniziato a Pisa, e sottomise la Chiesa gallicana al Concilio lateranense, il che era un gran trionfo per il Papa. Così fu subito conclusa una nuova lega tra lui, la Francia e l'Inghilterra. Leone X adunque si trovava adesso legato con la nazione francese, stata sempre avversa alla sua casa; anzi allora appunto s'imparentava col re Luigi XII, mediante il matrimonio di Filiberta di Savoia con Giuliano, promettendo di mandarlo ad aiutare la ripresa di Milano, con la speranza, ben inteso, d'ottenere altri vantaggi. E intanto già cercava in segreto di stringere accordi fra la Spagna, l'Impero, Venezia, Firenze e Milano, tanto per tenersi, come faceva sempre, aperta la via a gettarsi di qua o di là, secondo l'occorrenza. «Pieno di artifizî,» così scrive il Guicciardini, «voleva da un canto che il re di Francia non ricuperasse lo Stato di Milano; da un altro intratteneva lui e gli altri principi, quanto più poteva, con varie arti.»[19] È quindi impossibile tener dietro alle sue mille tergiversazioni. Egli trattava con tutti e non si teneva fermo a nessuno, perchè da nessuno poteva avere le promesse ed assicurazioni che voleva pel reame di Napoli e per l'alta Italia. Tutti conoscevano però quali erano i suoi ambiziosi disegni.[20] Quando si vedeva che Giuliano se ne stava a Roma, quasi disprezzando la dimora in Firenze, si diceva dai più accorti: «Bisogna che abbi fantasia a cose maggiori, che non può essere altro che il regno di Napoli.»[21] Quando si vedeva che il Papa permetteva ai Fiorentini d'assalire i Lucchesi; quando si vedeva che invece di restituire Reggio, secondo la data promessa, acquistava Modena dall'Imperatore per 44,000 ducati, tutti capivano quali erano anche da questo lato le sue mire. Siena, Ferrara, Urbino temevano d'essere da un momento all'altro avvolte nelle reti artificiose del Santo Padre, che era perciò circondato da una generale diffidenza. Ma ora un nuovo avvenimento mutava affatto le condizioni politiche dell'Europa. Luigi XII, dopo la morte della moglie Anna, aveva sposato Maria, sorella del re Enrico VIII, bella e giovane tanto, che fu dai malevoli detto aver egli tratto d'Inghilterra «una chinea, che camminò sì forte, che in pochi mesi lo portò fuori del mondo.»[22] Egli era infatti malaticcio, aveva 53 anni, e con una moglie di soli 16, non reggendo al mutato tenore di vita, morì il primo del 1515. Francesco I, che gli successe, non aveva più di 20 anni; era pieno delle memorie di Gastone di Foix, del desiderio di vendicar le disfatte di Novara e di Guinegatte; s'era l'anno innanzi sposato con la figlia primogenita del re Luigi, la quale ereditava dalla madre il ducato di Brettagna, e dal padre le pretese su quello di Milano. Alto della persona, bello, forte, d'animo cavalleresco, amante delle lettere e dei piaceri, capace di concepire e di condurre ad effetto arditi disegni, assunse, con la corona di Francia, il titolo ancora di duca di Milano, e s'apparecchiò all'impresa d'Italia. A questo fine concludeva alleanza con l'arciduca Carlo, rinnovava il trattato con l'Inghilterra, confermava quello già fatto da Luigi XII con Venezia.[23] Ma non gli fu possibile accordarsi col Papa, perchè il nunzio Canossa, vescovo di Tricarico, uomo operoso ed accorto, insisteva, secondo il solito, non solamente per Modena e Parma, ma anche per avere la promessa del regno di Napoli. A tanta insistenza Francesco I fu per perdere la pazienza. «Questa che Nostro Signore ci domanda,» egli rispose, «è troppo gran cosa, e male potremmo concederla senza gravissimo carico nostro e della Corona. Nè egli poi, nè suo fratello Giuliano avrebbero la forza di comandare e governare un regno così vasto, così irrequieto, che non stette mai a lungo sotto uno stesso padrone.»[24]

Senza perdere tempo, il Re raccolse un poderoso esercito tra la Saona, il Rodano e le Alpi, movendo finalmente per l'Italia con 60,000 uomini a piedi, 30,000 a cavallo, e 72 pezzi d'artiglieria. V'erano i celebri uomini d'arme francesi, formati dalla prima nobiltà del regno, comandati dal Re in persona. V'erano molti lanzichenecchi e molti Guasconi, questi ultimi comandati dal Navarro, che aveva disertato la Spagna.[25] Il 17 luglio intanto s'era conclusa una confederazione armata fra l'Imperatore, il Cattolico, lo Sforza ed il Papa, «per la difesa e la libertà d'Italia.» Ad aver l'adesione del Papa era stato necessario cedergli addirittura Parma e Piacenza, promettendo un qualche compenso allo Sforza, che le possedeva. Raimondo di Cardona era già alla testa di otto o dieci mila Spagnuoli, e gli Svizzeri discendevano dalle Alpi in grandissimo numero. Massimiliano Sforza ed il Papa che li avevano arrolati, dovevano non solo pagarli, ma provvederli anche di buona cavalleria, la quale si trovava già pronta sotto il comando di Prospero Colonna. E oltre di tutto ciò, il Papa aveva inviato un esercito di genti fiorentine e pontificie, comandate prima da Giuliano, poi, essendosi questi ammalato, da Lorenzo de' Medici, col titolo di capitano della Chiesa e dei Fiorentini. Ma già si diceva, e si vide poi esser vero, che avevano avuto ordine di non combatter davvero la Francia, conducendosi in modo da cavare pel Papa buoni patti da chiunque vincesse, il che, com'era naturale, riuscì di grave danno al fine della guerra.[26]

Il 13 settembre 1515 i due eserciti vennero presso Marignano a giornata. Gli Svizzeri, in tre corpi di 8 a 10 mila uomini ciascuno, assalirono con vigore e fortuna le genti d'arme francesi, e s'apparecchiavano, secondo il solito, a correre sulle artiglierie, quando Francesco I venne co' suoi all'assalto, e, combattendo sino a notte inoltrata, lasciò incerto l'esito della giornata. Mandò allora ad avvertire l'Alviano, perchè s'avanzasse coi Veneziani; avvertì altri de' suoi generali, e riposò qualche ora appoggiato ad un cannone, ricominciando in sull'alba a combattere. La battaglia fu fierissima, e pareva risolversi a favore degli Svizzeri, quando arrivò l'Alviano che li assalì al grido di _Viva San Marco_, ed allora dovettero cedere. Fecero ancora un ultimo sforzo disperato, e poi si posero in ritirata, lasciando da 7 ad 8 mila morti sul campo. Questa che il Trivulzio, il quale pur ne aveva visto tante, chiamò battaglia di giganti, recò grave danno alla reputazione per così lungo tempo goduta dagli Svizzeri, i quali d'allora in poi non furono più tenuti invincibili come pel passato. Essi, ciò non ostante, eseguirono la ritirata con ordine ammirabile; lasciarono qualche migliaio dei loro nel castello di Milano, e, ritornando alle Alpi, promisero di scender di nuovo a fare vendetta.

Francesco I, che s'era fatto sul campo di battaglia ordinar cavaliere dal Baiardo, entrò in Milano, imponendole una taglia di 300,000 ducati. Poco dopo s'arrese la cittadella, non ostante i consigli contrari del Morone, che riuscì a fuggire dalle mani dei Francesi.[27] Massimiliano Sforza, stanco ormai degli Svizzeri e dell'avversa fortuna, si pose nelle mani del Re, e, ritiratosi in Francia, si godette una pensione di 36,000 ducati senza più pensare ad altro. Il Cardona, disgustato del Papa e dei Fiorentini, le cui genti avevano sempre tergiversato, mancando poi al bisogno, se ne andò verso Napoli. Francesco I si fermò a Pavia, donde voleva muovere a prendere Parma e Piacenza, andando poi anche più oltre. Queste notizie, come è da immaginarsi, posero uno spavento grandissimo nell'animo del Papa, il quale si vedeva abbandonato dagli amici, lasciato in preda ai nemici. Nel primo giorno della battaglia di Marignano, la fama dei vantaggi ottenuti dagli Svizzeri, s'era per via ingrossata in modo che era giunta a Roma, annunziando piena disfatta dei Francesi e dei Veneziani. Il cardinal Bibbiena fece subito illuminare la città, Leone X da sè stesso volle dar la grande notizia all'ambasciatore veneto Marin Giorgi. Questi però, avuto il giorno seguente lettera della Signoria, che annunziava la vittoria, vestitosi in gala, corse al Vaticano, fece svegliare il Papa, che uscì di camera sbalordito e ancor mezzo spogliato. «Padre Santo,» gli disse l'oratore, «ieri Vostra Santità mi diede una cattiva nuova e falsa, io gliene darò oggi una buona e vera: gli Svizzeri sono rotti.» E così dicendo gli mostrò la lettera della Signoria, letta la quale, Leone X esclamò tutto spaventato: — «_Quid ergo erit de nobis, et quid de vobis?_ — «Di noi sarà bene,» rispose l'oratore, «che siamo col Cristianissimo re, e Vostra Santità non avrà male alcuno. — Ci metteremo nelle mani del Cristianissimo, domandando misericordia,»[28] — concluse il Papa, che neppure in quel momento volle dire di rimettersi nella Signoria di Venezia.

Prima d'avventurarsi a nuove imprese, Francesco I, da vero uomo di Stato, cercò di consolidare quello che aveva acquistato. Dopo quindi aver preso Brescia ed alcune altre terre, dopo aver tentato di prender Verona, che però fu difesa dall'Imperatore Massimiliano, fece un trattato con l'arciduca Carlo a Noyon (13 agosto 1516), promettendogli in moglie la propria figlia, che avrebbe portato in dote i diritti sul reame di Napoli, il che poteva metter fine a dispute e guerre altrimenti interminabili. Intanto il re Cattolico, cioè lo stesso arciduca Carlo, per la morte di Ferdinando d'Aragona (23 gennaio 1516) successo al trono della Spagna, che governava ora per mezzo del cardinal Ximenes, doveva pagare 100,000 scudi d'oro ogni anno, sino al compiuto matrimonio, necessariamente ritardato per l'età troppo tenera della sposa. Carlo, autore principale di questi accordi, fece consentir Massimiliano a cedere con nuovo trattato (Bruxelles, 3 dicembre 1516), mediante pagamento di 200,000 ducati, Verona ai Veneziani, i quali si trovavano così insieme con la Francia padroni dell'alta Italia. Un'alleanza perpetua venne inoltre conclusa da Francesco I coi tredici Cantoni svizzeri (Friburgo, 29 novembre 1516), ai quali il Re dovè pagare grosse somme di danaro. E finalmente il dì 11 marzo 1517 fu concluso il trattato di Cambrai, mediante il quale Carlo, Massimiliano e Francesco I si garentivano a vicenda i propri Stati. In questo modo l'Arciduca, divenuto già sovrano dei Paesi Bassi e della Spagna, s'assicurava il dominio del Napoletano, e cominciava a spianarsi la via alla sua straordinaria potenza in avvenire. Ma per ora gli occhi del mondo restavano rivolti sempre verso Francesco I, il quale, dopo avere umiliato gli Svizzeri, se ne era assicurata l'amicizia; e dopo essersi fatto padrone del Milanese, levava dalle mani del fantastico ed irrequieto Imperatore Verona, chiave del Tirolo; si faceva assicurare i propri Stati dalla Spagna e dalla Germania, rimanendo amico dei Veneziani.[29]

Quest'opera sarebbe però rimasta incerta e precaria, se Francesco I non fosse riuscito ad assicurarsi del Papa che, restando nemico, poteva di nuovo suscitargli avversari per tutto. Furono quindi iniziate pratiche, a concluder le quali venne deliberato, che il Re ed il Papa s'incontrerebbero a Bologna. Leone X giunse in Toscana verso la fine di novembre del 1515, e a dar tempo di compiere i grandi apparecchi che si facevano in Firenze, per riceverlo solennemente, si fermò qualche giorno a Marignolle, nella villa dei Gianfigliazzi. Il 30 del mese entrò per la Porta di San Pier Gattolini,[30] di cui fu necessario demolir l'antiporto, perchè il Papa potesse passare col suo numeroso seguito, del quale facevano parte diciotto cardinali. Alloggiò a Santa Maria Novella, donde si recò il giorno seguente al palazzo dei Medici, ripartendo il 3 dicembre per Bologna. Affermano i cronisti che per più d'un mese s'erano a Firenze adoperate circa duemila persone, spendendo settantamila fiorini e più, per apparecchiare le feste.[31] Le vie e le piazze, per cui doveva passare il Papa, erano piene di archi trionfali, di statue, di obelischi, di tempii, opere tutte dei migliori artisti d'Italia, che allora fiorivano in grandissimo numero nella Città.[32] Alcuni di questi lavori riproducevano antichi monumenti romani,[33] altri erano invenzioni nuove. Antonio da San Gallo aveva fatto un tempio ottagono in piazza della Signoria; Baccio Bandinelli, un gigante nella Loggia; più di tutto richiamava l'attenzione del pubblico la facciata del Duomo, condotta in legno. L'architettura, con bassorilievi e statue, era opera di Iacopo Sansovino, dipinta da Andrea Del Sarto. L'idea prima ne era stata già altra volta suggerita da Lorenzo il Magnifico.[34] Leone X, partito da Firenze, fece il 7 dicembre solenne ingresso a Bologna, dove il Re giunse l'11, per ripartirne il 15. Ritornò il Papa a Firenze il 22 dicembre, restandovi tra feste continue tutto il Natale ed il Carnevale, fino al 19 febbraio, quando ripartì finalmente per Roma.[35].

A Bologna fu concluso un trattato, che era già stato formulato il 13 ottobre 1515. Con esso Leone X non solamente disdisse l'accordo già fatto con l'Imperatore; ma, quello che fu più duro al suo cuore, dovette restituire al Re Parma e Piacenza; promettere di restituire Modena e Reggio al duca di Ferrara, il quale avrebbe reso a lui la somma già pagata all'Imperatore. Francesco I prometteva dal canto suo di difendere Firenze e lo Stato della Chiesa, dare al fratello ed al nipote del Papa dignità e rendite in Francia. La Prammatica Sanzione fu abrogata con un accordo, che sempre più sottometteva la Chiesa gallicana al Re ed a Roma.[36] In questa occasione Francesco I fece due nuove domande. Chiese d'avere in dono il gruppo del Laocoonte, da poco trovato nelle Terme di Tito, e del quale era corsa per tutto il mondo la fama. Leone X che, secondo l'espressione d'un moderno, avrebbe più volentieri ceduto la testa d'un apostolo,[37] promise, con la intenzione però di dare invece una copia. La ordinò infatti a Baccio Bandinelli, ma neppur questa andò poi in Francia, trovandosi anche oggi in Firenze. Chiese inoltre che fosse perdonato al duca d'Urbino, Francesco Maria della Rovere, il quale, dopo aver preso soldo dal Papa, s'era nella guerra inteso colla Francia. Ma qui Leone X tenne duro. Aveva perduto ogni speranza su Napoli; aveva dovuto cedere Parma e Piacenza, promettere Modena e Reggio; voleva pei suoi poter fare assegnamento almeno sopra Urbino, il cui duca egli odiava. Rispose, quindi, che i proprî sudditi voleva punirli, secondo che meritavano le loro colpe. Ed il Re non insistette.[38]

Il Papa s'era liberato da un pericolo imminente; ma era tutt'altro che contento. Egli odiava la Francia, si sentiva umiliato perchè nulla aveva ottenuto pe' suoi, e quindi già sottomano cercava d'avvicinarsi a Massimiliano, a Venezia, per aprirsi la via a nuovi intrighi, a nuove diserzioni. Al duca di Ferrara, che fu subito pronto col danaro, invece di cedere Modena, secondo l'accordo, dette solamente parole. Intanto apparecchiava la guerra d'Urbino, che doveva essere condotta da Lorenzo. Questi esitava, perchè vedeva la difficoltà dell'impresa; ma fu spinto dall'ambizione propria e della madre Alfonsina, dall'insistenza del Papa, che diceva di voler mantener salvo l'onore della Chiesa di fronte al Duca. Se non lo puniva, egli aggiungeva, ogni più piccolo barone dello Stato si sarebbe ribellato.[39] E pubblicò subito l'accusa di fellonia contro il povero Duca. Lorenzo, avanzatosi allora alla testa d'un piccolo esercito, fu in poco tempo padrone del Ducato, e n'ebbe dal Papa l'investitura. Ma ben presto lo spossessato Duca, secondato da Odetto di Foix, signore di Lautrec, che governava Milano per la Francia, ed era scontentissimo della mala fede del Papa; aiutato efficacemente da Federigo di Bozzolo, ardito venturiero, si pose insieme con lui alla testa di numerose bande di ventura, rimaste disoccupate dopo l'ultima guerra, e s'impadronì da capo del proprio Stato, col favore delle popolazioni. Il Papa allora, tutto pieno di sdegno, ricorse agli alleati, che trovò indifferenti e diffidenti.

Si decise perciò di assoldare nuovi capitani di ventura, parte in nome proprio, parte dei Fiorentini, che così costringeva a spendere per una impresa alla quale essi erano affatto estranei ed indifferenti. La guerra intanto ingrossava con grave danno delle popolazioni, taglieggiate da tutti quei soldati di ventura, i quali, non avendo altro da fare, la portavano in lungo più che potevano. E quando le paghe non arrivavano, perchè il Papa spendendo sempre ne' suoi piaceri, pe' suoi cortigiani e protetti, si trovava a secco, essi si rifacevano saccheggiando e taglieggiando di nuovo. Lorenzo così continuava a guidare e comandare l'impresa, ma era poco o punto obbedito dai suoi. Vi furono, ciò nonostante, diversi scontri, in uno dei quali egli venne ferito, e dovette, prima di poter tornare al campo, curarsi alcune settimane a Firenze. Francesco Maria della Rovere era invece rinforzato dai soldati che disertavano il Papa; s'avanzava quindi e devastava spesso il territorio occupato dal nemico. Avrebbe allora potuto vincere, se non si fosse anch'egli trovato alla testa di bande di ventura, delle quali non poteva in nessun modo fidarsi, tanto più che dall'una e dall'altra parte erano a combattere Spagnuoli, i quali non volevano fra loro ammazzarsi. Pertanto, stanco, sfiduciato e senza denari, si decise a cedere il suo Stato, avendo con la mediazione di re Francesco e di re Carlo ottenuto di portar seco le sue robe, specialmente la libreria, con tanti sacrifizî raccolta dal duca Federigo. Così nel settembre del 1517 ebbe fine questa malaugurata guerra, che costò 800,000 ducati, buona parte dei quali il Santo Padre addossò ai Fiorentini, dando loro in assai magro compenso San Leo ed il piviere di Sestino.[40] Fu questo il tempo in cui, essendo morto Giuliano, il Machiavelli mutò la lettera dedicatoria del suo _Principe_, indirizzandola invece a Lorenzo, che aveva allora sperimentato che cosa erano i soldati di ventura, e trovavasi padrone d'uno Stato nuovo, acquistato per fortuna e per armi. Non sembra però, come già notammo, che il piccolo volume riuscisse mai ad essere presentato ed accettato.

Questa guerra ebbe parecchie gravi conseguenze. Scontentissimi restavano i Fiorentini, per le grandi spese, cui erano stati, senza ragione, costretti, nè meno scontenti erano allora in Roma i cardinali. Sino all'aprile del 1517 Leone X non ne aveva nominati che otto; e quindi molti nel Collegio erano ancora gli eletti o aderenti di Giulio II, venuto appunto dalla famiglia Della Rovere, e dovevano naturalmente essere assai irritati dalla guerra mossa al duca Francesco Maria. E v'era già nel Collegio un'altra causa di fiero malumore. Il Papa, durante la sua ultima dimora in Toscana, s'era mescolato nelle cose di Siena, favorendo una rivoluzione, per la quale fu spossessato Borghese Petrucci figlio di Pandolfo e fratello del cardinale Alfonso, ponendovi invece un altro Petrucci Raffaele, cugino di Borghese. Ora Pandolfo era stato fra coloro che molto s'adoperarono pel ritorno dei Medici in Firenze, ed il Cardinale aveva anche assai contribuito all'elezione di Leone X. La rivoluzione promossa ora dall'ingratitudine del Papa non solo obbligava il Cardinale ad abbandonar Siena, ma lo privava ancora de' suoi averi. Egli se ne stava quindi a Roma, pieno di tanto sdegno, che portava il pugnale quando usciva a caccia col Papa, e persino quando andava in Concistoro, sperando d'avere occasione ed animo alla vendetta. Cercava intanto e trovava aderenti ad una congiura, e questi crebbero di numero per la guerra d'Urbino. Guadagnò facilmente l'animo del cardinal Soderini, che non aveva mai perdonato al Papa la cacciata del fratello ex-gonfaloniere, sebbene questi sembrasse viversene tranquillo ed onorato in Roma, dove morì poi nel 1522, e fu sepolto in Santa Maria del Popolo. Nè aveva mai perdonato la promessa fatta e non mantenuta del matrimonio fra casa Medici e casa Soderini. Il cardinal Riario, che era parente dello spodestato duca d'Urbino, tenuto in disparte e non curato dal Papa, s'unì anch'egli ai malcontenti. Tutto era pronto, quando furono intercette alcune lettere del cardinal Petrucci al suo segretario, dalle quali appariva che la congiura era ordita e vicina ad avere effetto. Un chirurgo assai celebre, Battista da Vercelli, che veniva a Roma sotto colore di curare il Papa della sua fistola, doveva amministrargli il veleno. Senza indugio vennero allora messi in carcere i cardinali Petrucci, Sauli e Riario. Il primo fu strangolato; il suo segretario ed il chirurgo, che fu preso a Firenze, finirono fra atroci tormenti. Il cardinal Sauli venne liberato pagando 50,000 ducati, ed il cardinal Riario fu condannato a pagarne 150,000. I cardinali Soderini ed Adriano, che furono in Concistoro costretti a confessare la loro partecipazione alla congiura, vennero condannati in 12,500 ducati ciascuno. Quando però avevano già convenuto di dover essere liberati mediante una tal somma, questa venne dal Papa raddoppiata, ed essi si dettero allora alla fuga. Il primo fu lasciato vivere tranquillo a Palestrina, il secondo fu degradato e privato dei suoi averi.[41]

In tutto questo processo Leone X dette prova d'una gran mala fede, perchè egli volle non solo punire i colpevoli, ma far le sue vendette, e profittar della congiura, per cavar dai cardinali più danaro che poteva, avendone in quel momento grandissimo bisogno. E di ciò s'ebbe nuova conferma quando, il 26 giugno 1517, nominò in una sola volta 31 cardinali, dai quali ebbe una somma grossissima, che si disse ascendere sino a 500,000 ducati, che tuttavia non bastavano alle larghe e continue spese. Con una così scandalosa infornata di cardinali, il Papa mirava anche a riempire il Collegio di sue creature, ed avere in esso una sicura maggioranza, che lo secondasse nelle faccende politiche, e non ponesse ostacolo alla elezione, che voleva allora fare al cardinalato, del cugino Giulio, il quale in gran parte aveva anche consigliata e condotta la lucrosa operazione.[42]

Leone X cercava intanto di trar profitto dalla Francia, valendosi dell'opera di Francesco Vettori, che trovavasi colà ambasciatore dei Fiorentini, e per mezzo di lui concluse il matrimonio fra Lorenzo de' Medici e Maddalena de la Tour d'Auvergne, congiunta alla famiglia reale. Nel marzo del 1518 Lorenzo andò ad Amboise con un lusso non minore di quello del Valentino, con doni ricchissimi per la sposa e la regina, doni ai quali si attribuiva il valore di 300,000 ducati. Egli tenne a battesimo il Delfino, e fu tra continue feste, che si ripeterono poi al suo ritorno in Firenze, dove ricominciò a governare, sempre però con poca voglia di restarvi;[43] giacchè non poteva fare a suo modo, ma doveva destreggiarsi fra i repubblicani della Città, e gli ordini imperiosi del Papa, che lo voleva docile strumento ai suoi disegni. Stando al giudizio del Vettori, ed a quello ancora più esplicito del Machiavelli, Lorenzo s'era finalmente persuaso che solamente con quelli che chiamavano i modi civili, si poteva governare Firenze, ed era così riuscito ad essere accetto ai Fiorentini.[44] Ma pare che appunto per la necessità di governare in tal modo, e per la sua mal ferma salute, sempre più affranta da vecchi morbi e da continui vizî, si fosse di tutto ciò annoiato; onde se ne andò a Roma, dove ben presto fu chiaro che s'avvicinava rapidamente alla morte. Non volle allora altra compagnia che quella del cognato Filippo Strozzi e di un buffone, il quale pareva gli fosse unico conforto nelle ultime ore della sua vita, che finì il 4 maggio 1519. Sei giorni prima era morta la moglie, dopo aver partorito una figlia, che fu la celebre Caterina dei Medici, divenuta poi così infausta regina alla Francia. Giuliano era già morto il 17 marzo 1516, e quindi con Lorenzo finiva la stirpe legittima di Cosimo il Vecchio. Non restava che il Papa e qualche figlio illegittimo, fra i quali principalissimo il cardinal Giulio, che venne ora a governare Firenze. Uomo pratico degli affari, prudente, semplice nel vivere, ecclesiastico e però anch'egli senza eredi, faceva sperare che gli dovesse riuscire più agevole il governare con quella civile temperanza e quella apparenza di libertà, tanto amate dai Fiorentini. Fu questo infatti il momento nel quale molti autorevoli cittadini vennero consultati sulla forma di governo più adatta a Firenze; e si ebbero, come vedremo, molti pareri, fra i quali uno dal Guicciardini ed uno dal Machiavelli. Il primo consigliava al solito un governo ristretto in mano di pochi amici fidati; il secondo, invece, un governo fondato sul favore del popolo,[45] com'era stata sempre sua costante opinione. Ma tutti questi discorsi rimasero discorsi.

Le cose d'Europa intanto s'ingarbugliavano di nuovo, ed il Papa, sebbene non avesse più il fratello Giuliano, nè il nipote Lorenzo cui pensare, pur teneva sempre con la stessa avidità rivolti gli occhi a Parma, Piacenza, Ferrara e Perugia, che voleva adesso avere per tutelare, così almeno diceva, l'indipendenza della Chièsa. Un tentativo fatto contro Ferrara verso la fine del 1519, gli andò a male. Nel seguente anno gli riuscì invece un assalto improvviso contro Perugia, donde s'era allontanato il signore Giovan Paolo Baglioni. Questi, sebbene si fosse sempre condotto da volpe e da lupo, ora si lasciò invece, come un agnello, cadere nelle mani del Papa, che, invitatolo prima colle lusinghe, lo prese e decapitò poi in Castel Sant'Angelo, nel giugno del 1520.

Intanto, ai primi del 1519, era morto Massimiliano I, e cominciò subito la gara tra re Carlo e Francesco I per la corona imperiale. Il Papa, che non voleva la elezione nè dell'uno nè dell'altro, trattava in segreto con ambedue, e sperava di veder riuscire invece qualcuno dei principi elettori della Germania. Alleato della Francia, egli aveva nello stesso tempo discusso un accordo segreto con Carlo, da durare tutta la loro vita. Sembra però che, saputo appena della morte di Massimiliano, non volesse più firmarlo, e concludesse invece una capitolazione con Francesco I, mostrando di volerlo favorire nella elezione. Parlavasi anche d'un altro segreto accordo con Francesco Maria Sforza, figlio del Moro, erede presuntivo della Lombardia, tenuta sempre dai Francesi. Lo Sforza, dicevasi, avrebbe fatto cessione di tutto al cardinal Giulio, ricevendone in cambio il cappello cardinalizio, la cancelleria ed i benefizî che questi godeva allora, con l'entrata di cinquantamila ducati.[46] Ma il 28 giugno 1519 veniva eletto come re dei Romani Carlo, che fu quinto di questo nome. Giovane, ambizioso, di grande ingegno politico e militare, egli univa adesso la potenza dell'Impero alla sovranità della Spagna, dei Paesi Bassi, del reame di Napoli; era quindi prevedibile, che fra poco sarebbe stato l'arbitro dei destini dell'Europa. Il Papa perciò insisteva sempre di più per stringere alleanza con la Francia; aveva anzi già firmato il trattato, e lo inviava a Francesco I, che esitava, temendo sempre i soliti inganni. E allora, senza perder più tempo, strinse invece accordo con Carlo V, il quale gli promise non solamente di difendere gli Stati de' Fiorentini e della Chiesa; ma di cedergli anco le tanto agognate provincie di Parma e Piacenza, di aiutarlo contro il duca di Ferrara. Milano sarebbe stata ripresa per darla a Francesco Maria Sforza; e pel cardinal Giulio, che aveva promosso e condotto questo trattato, fu stipulata una pensione sul vescovado di Toledo; un'altra fu stipulata pel fanciullo Alessandro, bastardo del duca Lorenzo.[47]

Si disputò assai lungamente sulle ragioni che potevano aver indotto il Papa a gettarsi così repentinamente nelle braccia di un principe tanto potente, rendendolo ancora più potente, abbandonando il re di Francia, col quale s'era poco prima imparentato. Si pretese da alcuni che lo avesse fatto per dar forza a Carlo V contro la Riforma, che vedeva sorgere minacciosa. Ma coloro che più lo conoscevano, negarono fede a tali supposizioni, inclinando a non vedere in lui altro che ragioni d'interesse personale, sopra tutto l'eterno desiderio di aver Parma e Piacenza, che Francesco I non volle dare, e Carlo V promise. Così dice il Vettori, che era stato allora ambasciatore fiorentino in Roma ed in Francia.[48] Il Guicciardini nega anch'egli risolutamente, che il Papa fosse in tutto ciò mosso da alcun vero interesse per la religione, ed anzi attribuisce a colpa di lui il progresso che fece la Riforma, pel modo scandaloso con cui lasciava vendere le indulgenze pei vivi e pei morti, a solo fine di far danaro. La indignazione salì al colmo, egli dice, quando si videro molti ministri vendere per poco prezzo, o giocarsi nelle taverne la facoltà di liberare le anime dei morti dal Purgatorio, e quando si sentì che il Papa, con incredibile leggerezza, aveva concesso a sua sorella Maddalena l'emolumento e la esazione delle indulgenze in molte parti della Germania.[49] «Forse,» egli conchiude altrove, «il Papa fu mosso dal desiderio di aver Parma, Piacenza e Ferrara; forse dalla paura di vedere i due sovrani unirsi a suo danno, e forse anche dalla speranza di fare qualche gran cosa prima di morire. Il cardinale dei Medici, conscio di tutti i segreti del Papa, mi disse che questi sperava cacciar prima con l'aiuto di Carlo V i Francesi da Genova e da Milano; poi, con l'aiuto dei Francesi, Carlo V dal Napoletano, vendicandosi quella gloria della libertà d'Italia, alla quale aveva prima manifestamente aspirato l'antecessore. Sapeva bene, che questo non gli poteva riuscire colle proprie forze, e che non era facile avere poi per alleato colui che aveva prima combattuto; ma pure sperava che a suo tempo avrebbe potuto, con elezione di cardinali francesi e con altre lusinghe, indurre il Re ad aiutarlo, e quasi pigliare in luogo di sollazzo, che a Cesare accadesse il medesimo che era accaduto a lui.»[50] E questo è il più probabile. Sebbene dominato sempre da personali interessi e poco curante della religione, Leone X era pure un uomo d'ingegno ed assai ambizioso. Non avendo omai eredi a cui dover pensare, lasciavasi più facilmente indurre a meditare qualche disegno grandioso e d'interesse generale, che potesse farlo passare appresso i posteri come principe liberatore. Ma anche in ciò era come sempre mutabile ed incerto; e quindi ora lasciava credere, e forse anche credeva per un momento egli stesso, di voler ricostituire la repubblica in Firenze; ora mostrava e pareva davvero che volesse, come il suo predecessore, liberare l'Italia dagli stranieri, ed assicurare lo Stato della Chiesa. Questa grande, sebbene incerta e mutabile ambizione, fu quella che più volte illuse il Machiavelli, il quale, dominato come era sempre dai suoi ideali politici, troppo facilmente sperava. Così era stato ispirato a scrivere il _Principe_, e tante lettere aveva mandate al Vettori e ad altri, per alimentare una fiamma, la quale, quando più sembrava riaccesa, spegnevasi da capo a un tratto, senza lasciare alcuna traccia di sè.

Il Papa aveva sino all'ultima ora vacillato anche con Carlo, ma questi lo fece decidere con la minaccia d'un Concilio, e così finalmente il giorno 29 maggio 1521 fu firmato il trattato, e subito si cominciò la guerra. Insieme coi Fiorentini mise in pronto 600 uomini d'arme; altrettanti ne conduceva da Napoli il Marchese di Pescara Ferdinando d'Avalos, con 2,000 fanti. Al campo imperiale si trovavano già 2,000 Spagnuoli, 4,000 Italiani ed altrettanti fra Tedeschi e Grigioni. Francesco Guicciardini, che era pel Papa governatore di Reggio, mandò 10,000 ducati al Morone, che se ne stava a Trento presso Francesco Maria Sforza, coi fuorusciti milanesi, per scendere ad assalire i Francesi dalla parte di Parma. V'era però sempre una generale e grandissima diffidenza del Papa, temendosi che, avuto una volta quel che voleva, abbandonasse gli amici. Sapevasi bene che anche i Fiorentini assai di mal animo combattevano contro la Francia, avendo grandissimi interessi commerciali in quel paese. Da un altro lato però i Francesi erano malissimo comandati, essendo per intrighi di Corte caduti in disgrazia e stati allontanati dal campo i migliori generali, come il Conestabile di Borbone ed il vecchio Trivulzio, dando invece il comando dell'esercito a Odetto di Foix, signore di Lautrec, il cui merito principale era quello d'esser fratello della contessa di Châteaubriand, amante del Re. Così ne avvenne che i capitani imperiali poterono condurre l'esercito nel Mantovano, e, dopo aver passato prima il Po e l'Adda, s'unirono agli Svizzeri, già arrivati colà, e tutti insieme andarono verso Milano, che il Lautrec non seppe difendere, e fu subito presa.[51]

Leone X se ne stava alla sua villa di Magliana, quando il 28 novembre gli giunse la fausta nuova, e ne fece gran festa, esclamando: questo mi piace più del Papato. Era d'inverno, egli teneva nella stanza acceso il fuoco ed aperta la finestra, alla quale accorreva di continuo per vedere coloro che facevano sollazzo celebrando la vittoria. Questo bastò a far peggiorare di molto un raffreddore che aveva preso alla caccia, e che, essendosene egli tornato subito a Roma, lo condusse colà a morte il dì 1º dicembre, quando già Parma e Piacenza erano state occupate, ed il duca di Ferrara trovavasi circondato e stretto dai soldati della Chiesa. Al solito si parlò anche di veleno, e si fecero molte ipotesi senza fondamento. Il continuo e rapido passaggio dal caldo al freddo, era più che sufficiente a provocare la febbre che lo uccise. Il Vettori osserva, a questo proposito, essere piuttosto da meravigliarsi che non fosse morto prima. Sebbene avesse solo 46 anni, non era punto d'una forte costituzione. «Il suo capo era di una grossezza assai poco proporzionata al corpo, sempre pieno di catarro, e neppure poteva egli dirsi regolato nel vivere, perchè a volte digiunava troppo, a volte invece eccedeva nel mangiare. Ebbe nella sua vita molte vicende; ma gli ultimi otto anni furono davvero fortunatissimi, così pel suo ritorno a Firenze, come per la elezione, e continuò durante tutto il papato, nel quale quanti più errori commise, a tanti più rimediò la fortuna, la quale anche nella congiura dei cardinali gli dette modo di rinnovare il Collegio, empiendolo di suoi amici. Non voleva noie, eppure se ne procurò molte, pel continuo desiderio d'ingrandire i suoi; ma la fortuna, per favorirlo sempre, lo liberò anche da questo pensiero, levandogli, oltre al fratello, il nipote.»[52] E dopo di ciò il Vettori rimane incerto, se in Leone X vi fosse più da lodare o da biasimare. Anche il Guicciardini dice, che in lui si trovava molto dell'uno e molto dell'altro, essendo riuscito più prudente ed assai meno buono che non era stato prima giudicato.[53] La sua morte fu pianta assai dai ricchi banchieri, che gli avevano prestato grandi somme che perdettero, e dai moltissimi cortigiani coi quali egli era stato sempre largo di favori. Contro di essi e contro del Papa uscirono allora sonetti e satire pungenti. Nè mancò chi scrisse da Roma, che questi era morto con pessima fama, e che solo fra Mariano buffone gli aveva raccomandato l'anima.[54]

Certo non poche furono le contradizioni e singolarità del suo carattere. In mezzo ai più grandi avvenimenti politici, quando si combattevano continue e sanguinose battaglie; quando la Riforma divideva, lacerava la Chiesa, Leone X passava il suo tempo fra artisti e letterati, sopra tutto fra improvvisatori, cantori e buffoni. Vago della musica, vanissimo sempre della bella mano e della voce armoniosa, pigliava parte ai concerti de' suoi cortigiani, facendo lauti doni a chi accompagnava il suo canto. Giuocava di continuo agli scacchi ed alle carte coi cardinali; ma più di tutto si dilettava a sentire improvvisare in latino, anche in ciò facendo egli stesso a gara cogli altri, beffandosi di coloro che si credevan poeti solo perchè avevano facilità di far pessimi versi. Molti erano i suoi poeti istrioni. Celebre fra gli altri un Andrea Morone da Brescia, pel suo porgere e per l'arte con cui s'accompagnava colla musica. Credesi che Raffaello lo ritraesse nel suo celebre sonatore di violino. Un altro, per nome Camillo Querno, aveva scritto un poema di ventimila versi, pei quali l'Accademia Romana gli dette una corona di cavoli e d'alloro, e per maggior dileggio anche il titolo d'_archipoeta_. Il Papa soleva dargli di buoni bocconi, e porgendogli da bere nel proprio bicchiere, annacquava il vino se i versi non riuscivano; se invece gli piacevano, rispondeva subito improvvisandone altri.

_Archipoeta facit versus pro mille poetis,_

diceva il Querno, ed il Papa rispondeva, riempiendo il bicchiere:

_Et pro mille aliis archipoeta bibit._

Il Querno chiedeva da bere:

_Porrige, quod faciat mihi carmina docta, Falernum;_

ed il Papa ricordavagli, che il vino promuove la podagra:

_Hoc etiam enervat debilitatque pedes._

Una simile gara aveva luogo anche tra Leone X e le donne gentili, quando v'erano in Corte di quelle che avevano il dono dell'improvvisare latino. Un giorno, trovandosi fra di esse, egli ripeteva un mezzo verso di Virgilio, dicendo: ora posso davvero chiamarmi _formosi gregis pastor_; ed una, più pronta delle altre, compiendo il verso, aggiungeva: _formosior ipse_.[55] Il Baraballo, altro infelicissimo verseggiatore, che aveva sessanta anni, e credevasi un secondo Petrarca, era sempre lo zimbello della Corte e del Papa, senza mai avvedersene. Un giorno gli fecero credere di volerlo coronare in Campidoglio, e lo menarono in processione, vestito all'antica, sopra un elefante, tra le acclamazioni della plebe. Arrivati sul Ponte Sant'Angelo, finirono improvvisamente la commedia, con un pretesto qualunque, abbandonando il pover uomo, che rimase sbalordito, senza mai di nulla avvedersi.[56]

La più grande spesa di questo Papa, che aveva una rendita di 420,000 ducati, e faceva sempre nuovi debiti, era la mensa, alla quale accorrevano poeti, cortigiani, cantori, buffoni, parenti veri o supposti, sopra tutto Fiorentini. «A papa Giulio II,» dice un oratore veneto, «bastavano circa quattromila ducati il mese; ma a Leone X non bastavano, per la grande spesa del suo tinello, neppure otto o novemila, e la causa principale di ciò era che molti Fiorentini andavano in tinello a mangiare.»[57] Dicemmo che di rado eccedeva, perchè troppo epicureo; ma la sua mensa era occasione a mille ritrovi, a mille facezie. Ora imbandiva ai suoi parassiti carne di scimmia o di corvo, ora invece cibi delicati. Spesso lasciava la Città, andando a caccia vestito da laico, sempre con la sua lente in mano; altre volte pescava nel lago di Bolsena, o se ne stava alla Magliana, dove aveva bellissimi giardini. E da per tutto lo seguiva uno sciame di poeti, letterati, artisti e cantori, nelle strade, in villa, al Vaticano, e perfino nella sua camera; nè gliene doleva, che anzi amava esser sempre circondato e corteggiato. Un altro de' suoi divertimenti prediletti era la commedia, che egli promosse ed incoraggiò molto, contribuendo così al progresso che essa fece allora. Più volte ne furono rappresentate innanzi a lui del Trissino, del Rucellai, dell'Ariosto, oltre la famosa ed oscena _Calandra_ del Bibbiena, che era fra le preferite, e per essa le scene furono nel 1518 dipinte da Baldassarre Peruzzi. Nel 1519 vennero rappresentati i _Suppositi_ dell'Ariosto in Castel Sant'Angelo, presso il nipote cardinal Cibo. Il Papa fece però le spese della festa, e quindi anche gli onori di casa, ricevendo e benedicendo gli ospiti. Entrato nel teatro, seduto in luogo eminente, ammirò a lungo con la sua lente la scena, che era stata dipinta da Raffaello. Sul sipario era ritratto fra Mariano buffone, in mezzo a diavoli che lo tormentavano. Poi vi fu una splendida cena offerta a cardinali, cavalieri e signore, fra le quali molto si rallegrava il Santo Padre.[58]

È notevole però che con tanto ingegno e tanto gusto, quanto ne aveva di certo Leone X; con sì vivo desiderio d'essere, come fu di fatto, un gran mecenate, egli fosse quasi sempre circondato da letterati assai mediocri, in un secolo che pur ne ebbe di grandissimi. Il Bembo, il Sadoleto, il Molza ed il Rucellai, non certo uomini di genio, ma pur di molto ingegno, erano fra i migliori; gli altri, quasi tutti al di sotto del mediocre, troppo spesso semplici pedanti o anche veri buffoni. Leone X non ebbe la gloria nè la fortuna d'incoraggiare nessuna delle più grandi opere letterarie del suo tempo. Nulla debbono direttamente a lui le storie e gli scritti politici del Guicciardini e del Machiavelli, sebbene questi fosse mosso più volte dalla speranza di riuscirgli accetto, e quegli fosse da lui molto adoperato negli affari di Stato. Il più grande poeta del secolo, Lodovico Ariosto, che il Papa aveva da cardinale assai ben conosciuto, facendogli mille profferte, venuto a Roma, non ebbe da lui che parole. Lo accolse con grandi dimostrazioni d'affetto, gli baciò le gote; ma lì finì tutto. «Sono,» scriveva egli allora, «come quella gazza che in tempo di siccità e di gran sete, trovata che fu l'acqua, dovette aspettare che bevessero prima il padrone, i parenti, i servi, gli armenti, gli animali utili, fino a che non le restò che il morire di sete. Così per me in Roma non v'è nulla da sperare.»

Li nipoti e i parenti, che son tanti, Prima hanno a ber; poi quei che lo aiutavo A vestirsi. . . . . . . . . . . . . Se fin che tutti beano aspetto a trarme La volontà di bere, o me di sete O secco il pozzo veder d'acqua parme. Meglio è star nella solita quïete, Che provar s'egli è ver che qualunque erge Fortuna in alto, il tuffa prima in Lete.[59]

Quanto alle arti belle, le cose andarono assai diversamente. Per la scultura e per l'architettura, è vero, egli non fece molto. Michelangiolo venne da lui trascurato, costretto a perder tempo nel far cavare blocchi di marmo a Carrara, nel far lavorare colonne, o ebbe ordine di eseguire opere alle quali il suo genio non si sentiva punto inclinato, che spesso non finiva, e qualche volta neppure incominciava. I celebri monumenti a Lorenzo ed a Giuliano de' Medici, fatti in quel tempo, nella sagrestia nuova di San Lorenzo in Firenze, sono dovuti alla iniziativa del cardinale Giulio, non del Papa. Questi s'occupò certo assai della fabbrica di San Pietro, con grande ardore cominciata già dal suo predecessore; e per continuarla, vendette con scandalo di tutto il mondo cristiano, le indulgenze per le anime dei defunti. Ma il danaro raccolto in questo modo così biasimevole, valse più ad affrettare lo scoppio della Riforma, che a far progredire la costruzione del tempio, la quale allora avanzò meno che sotto tutti gli altri papi. Nessuno potrà tuttavia mettere in dubbio il moltissimo che Leone X fece a pro' della pittura, specialmente per opera di Raffaello, che egli amò e protesse tanto, che pensava di farlo addirittura cardinale. È bensì vero che anche per la pittura Leone X non fece altro che spingere innanzi le grandi imprese già prima iniziate da Giulio II; ma è pur certo che, in questi anni, da lui spronato, incoraggiato, lusingato, Raffaello dette prova d'una febbrile attività, producendo un numero veramente sterminato di opere immortali, che n'eternarono la fama, ma gli abbreviarono la vita, e ne resero più deplorata la morte immatura.

Quando fu eletto Leone X, Raffaello lavorava alla sala dell'Eliodoro, ed appena che l'ebbe finita, pose mano a quella dell'Incendio di Borgo. I soggetti che all'artista vennero ora dati, a differenza di quelli suggeriti sotto Giulio II, avevano qualche cosa di più circoscritto, e diremo anche di più personale, per la maggiore vanità del nuovo Papa, che voleva far troppo chiaramente trasparire le allusioni alla propria persona. La sua figura s'avanza assai spesso in primo piano, con danno qualche volta delle creazioni dell'artista. Nei medesimi anni questi pose mano ai lavori delle Logge vaticane, costruite dall'architetto Bramante, e le coprì d'ornati, di rabeschi, di composizioni diverse, dipinte da' suoi scolari, ma disegnate e dirette da lui. Fu così l'inventore d'un genere nuovo, ispirato dagli antichi monumenti, ma proprio della sua fantasia e del Rinascimento italiano, di cui si direbbe quasi un'artistica cornice. Dipinse la Santa Cecilia e lo Spasimo; disegnò le mirabili storie della Psiche, dipinte poi dai suoi migliori allievi nella Farnesina; fece un numero grandissimo di ritratti. Sotto il pontificato di Leone X furono concepite e condotte ancora la Madonna di San Sisto e la Trasfigurazione, che son certo fra le opere maggiori del grande artista. Egli fu dal medesimo Papa costituito sopraintendente per le arti belle e per gli scavi in Roma. Lavorò quindi moltissimo a misurare, a disegnare i monumenti antichi, a dirigere i lavori per scoprirne altri.[60] E con l'aiuto del suo amico Andrea Fulvio, del suo segretario Marco Fabio Calvo da Ravenna, si pose alla difficile opera d'una pianta archeologica di Roma, fondata sullo studio dei monumenti. Questo lavoro, da Raffaello iniziato, fu dopo la sua morte continuato e compiuto da' suoi compagni. Di lui ci resta solamente qualche disegno ed un proemio sotto forma di lettera a Leone X, piena di calda ammirazione per gli antichi. Attribuita dapprima a Baldassarre Castiglione, che forse ne corresse la forma, e col suo nome pubblicata, essa fu poi, nei giorni nostri, rivendicata a Raffaello suo vero autore.[61] Non si capisce come le forze d'un uomo solo potessero bastare a tanto; ben si capisce com'egli morisse nella giovane età di 37 anni. L'ardore costante, sincero con cui Leone X lo ammirò e protesse, rimarrà sempre l'aureola che splende più viva intorno alla immagine di questo Papa che dette nome al suo secolo.

Che a promuovere tali e tante opere egli profondesse tesori, ognuno lo capisce facilmente. Se poi si aggiunge che, largo sempre d'aiuti e remunerazioni agli artisti, non era meno largo ai suoi cantori, sonatori e parassiti, non ci sarà da maravigliarsi, che si trovasse sempre in bisogno di danari. Giulio II aveva avuto l'uso di prendere l'eredità dei prelati che morivano in Roma, come già aveva fatto Alessandro VI, il quale a tal fine, ricorreva spesso anche alla iniquità di farli morir di veleno o di ferro. Leone X, in ciò assai più umano ed accorto, abbandonò la scandolosa usanza, e tutti si sentirono più sicuri. Così a Roma accorse gente d'ogni parte, per godere la vita allegra, la tranquillità nuova e la generosa protezione del Papa, che morendo lasciò un gran cumulo di debiti. Doveva al banco Bini 200,000 ducati, ai Gaddi 32,000, ai Ricasoli 10,000, al cardinal Salviati 80,000, al cardinal Santi Quattro 150,000, ed altrettanti al cardinale Armellini. Gli Strozzi furono addirittura per fallire; molti de' suoi intimi restarono rovinati. La Camera apostolica si trovò vuota in modo, che pel funerale di colui che era stato il più splendido dei papi, s'adoperarono le candele di cera poco prima servite per le esequie del cardinale Riario.[62]

CAPITOLO VII.

Il Machiavelli e la sua famiglia in villa. — I suoi figli. — Corrispondenza col nipote Giovanni Vernacci. — Viaggio a Genova. — Gli Orti Oricellari. — _Discorsi_ del Guicciardini. — Il _Discorso sopra il riformare lo Stato di Firenze_. — Commissione a Lucca. — _Sommario delle cose di Lucca_. — _Vita di Castruccio Castracani_.

Il gusto letterario e la moda prevalente nella Corte di Leone X avrebbero dovuto consigliare al Machiavelli di porsi a scrivere poesie, satire, commedie. Da questi lavori poteva certo sperare maggior fortuna, ed egli vi era anche inclinato, come aveva con qualche primo saggio dimostrato, e come dimostrò anche meglio più tardi. Noi lo abbiam visto scrivere i suoi _Decennali_ in mezzo a una moltitudine d'affari, che appena gli lasciavano qualche riposo; lo abbiamo visto, dopo le sue disgrazie, passar buona parte del giorno sotto gli alberi del proprio bosco, accanto ad una fonte, leggendo poeti italiani e latini. Da una lettera che scrisse a Lodovico Alamanni in Roma, il 17 dicembre 1517, si vede che, avendo letto con grande ammirazione l'_Orlando Furioso_ dell'Ariosto, si doleva di non esser da lui stato annoverato fra i molti poeti che nominava. Ed aggiunse, che stava allora scrivendo il suo poema l'_Asino_, nel quale avrebbe invece reso giustizia al merito eminente dell'Ariosto, che lo aveva dimenticato.[63] Ma questo poema del Machiavelli, che contiene molte allusioni satiriche a' suoi contemporanei, rimase presto interrotto, e se egli compose allora, come fece di certo, altre poesie e lavori puramente letterarî, non furono cose di lunga lena. L'animo suo era troppo addolorato dagli ultimi fatti seguiti in Firenze, dalle sventure che lo avevano colpito; la sua mente era ancor tutta piena delle immagini e memorie del passato; la sua attenzione era troppo vivamente rivolta a meditare sugli avvenimenti che ogni giorno turbavano l'Europa, minacciavano l'Italia. E però solo gli scritti politici potevano allora dargli qualche conforto, perchè solo essi riuscivano ad impadronirsi veramente dell'animo suo, ad occupare tutte le sue facoltà, facendogli per poco dimenticare il triste stato in cui era condannato a vivere.

Egli continuava a starsene in villa, dove aveva scritto e ritoccava il _Principe_, continuava i _Discorsi_, finiva l'_Arte della guerra_. Posta fra le colline che circondano Firenze, lontana alcune ore da essa, pareva che questa villa, chiudendolo fra boschi e poderi, lo separasse dal natìo luogo, che era stato la sede della sua attività, delle sue gioie, delle fallite speranze e delle sventure. Si sentiva colà come isolato dal mondo, cercava pace nella solitudine e nello studio; pure, guardando a tramontana, di mezzo all'ondeggiar delle vaghe colline, ricomparivano la cupola, il campanile, la torre di Palazzo, a ricordargli continuamente il passato, a non fargli mai dimenticare il presente. Aveva allora cinque figli, quattro maschi ed una femmina. Bernardo, il primo, era nato il dì 8 novembre 1503;[64] Pietro, l'ultimo, il 4 settembre 1514.[65] Degli altri tre, Lodovico, Guido e Bartolommeo, l'età non è certa. Ma in ogni modo la famiglia era numerosa, il patrimonio assai povero, e questi figli davano non poco pensiero. Qualcuno, come Pietro, che ebbe poi vita assai avventurosa nelle armi,[66] era ancora in età tenerissima. Guido era anch'egli fanciullo, giacchè da una sua lettera del 1527, come vedremo, apparisce che allora studiava tuttavia grammatica. D'indole assai mite, si dette poi alla vita ecclesiastica ed alla letteratura, nella quale non uscì mai dalla mediocrità.[67] Di Bernardo, che era assai più innanzi cogli anni, sappiamo poco. Ma una condanna da lui subita nel 1528, per avere bestemmiato al gioco, e tentato di stuprare una donna del contado, non fa certo pensar bene del suo carattere.[68] Lodovico, poco più giovane di Bernardo, era di un'indole violentissima. Una sua lettera del 14 agosto 1525[69] ce lo fa vedere in Adrianopoli, occupato nel commercio, in mezzo a brighe continue, pieno d'ira e desiderio di vendetta. Nello stesso anno aveva già avute varie condanne dagli Otto per diverse risse, nelle quali v'erano state da una parte e dall'altra ferite e sangue. Nè le cagioni di queste risse erano sempre onorevoli; una di esse nacque anzi da gelosia per donna di mal affare.[70] Più tardi, egli si potè, almeno in parte, redimere, combattendo e morendo in difesa della libertà, nell'assedio di Firenze.[71] Intanto era di certo fra quelli che più davano da pensare al padre. Della figlia Bartolommea o Baccia, che andò poi sposa nei Ricci, sappiamo assai poco. Dal secondo testamento, che il Machiavelli fece nel 1532, vediamo che pensava a costituirle una dote sul Monte delle Fanciulle, senza esservi ancora riuscito.

Anche la Marietta rimane assai nell'ombra. Di lei abbiamo una sola lettera, che è scritta al Machiavelli in Roma, poco dopo la nascita d'uno dei figli. Sfortunatamente è senza data; ma la crediamo anteriore agli anni di cui ora ragioniamo.[72] Da essa trasparisce una vera affezione, diremo anzi amore verso il marito. Si duole di non ricevere più spesso lettere di lui, e gli ricorda che sa bene, come ella non possa mai esser lieta, quando è separata da lui, tanto più sentendo che «è in luogo dove c'è gran morbo. Pensate come io sto contenta, che non trovo riposo nè dì nè notte. Il bambino sta bene e somiglia voi. È bianco come la neve, ma gli ha il capo che pare un velluto nero, ed è peloso come voi. E dacchè somiglia voi, parmi bello, ed è vispo che pare che sia stato un anno al mondo, e aperse gli occhi che non era nato, e messe a romore tutta la casa. La bambina si sente male. Ricordovi el tornare.» Da tutte le lettere di famiglia che ci restano, apparisce assai evidente, che questo affetto di moglie e di madre durò nella Marietta inalterato sino alla fine della sua vita. E sebbene non ne abbiamo del Machiavelli a lei, pure da quelle che scrisse ai figli, si vede chiaro che, non ostante i suoi trascorsi, qualche volta veri, ma qualche altra, come già vedemmo, solamente immaginari, anch'egli amò sino all'ultimo la moglie, e fu in famiglia migliore assai che non ci si è voluto far credere.

Di questi medesimi anni abbiamo una sua corrispondenza con Giovanni Vernacci, figlio di sua sorella Primerana, il quale trova vasi per affari commerciali in Pera. Da essa di tanto in tanto traspariscono tutta la tristezza da cui il Machiavelli era allora oppresso, ed anche un affetto sincero, vivace tra il nipote e lo zio. Questi che, come abbiam visto altrove, aveva sin dal principio annunziato al Vernacci la propria sventura, gli dava amorevoli consigli nell'agosto del 1513, e gli faceva sapere come alle altre sue calamità s'era in quell'anno per lui infausto, aggiunta la perdita d'una bimba, morta tre soli giorni dopo la nascita.[73] Nel 1514 gli parlava di affari, e gli faceva la proposta d'un matrimonio; il 17 agosto 1515 si scusava se non gli scriveva più spesso, «perchè i tempi sono stati di sorta, che mi hanno fatto sdimenticare di me medesimo. Pure non mi dimentico mai di te, e sempre ti avrò in luogo di figliuolo, e me e le cose mie saranno sempre ai tuoi piaceri.»[74] Queste lettere, andando in Oriente, spesso si perdevano; laonde il nipote scriveva e lamentavasi continuamente del silenzio, ed il Machiavelli era costretto a ripetere le sue attestazioni d'affetto. «La perdita delle mie lettere ti farà credere che io mi sia dimenticato di te, il che non è punto vero, perchè la fortuna non mi ha lasciato altro che i parenti e gli amici, e ne fo capitale. Ma se non scrivo più spesso ancora, egli è che io sono diventato inutile a me, ai parenti ed agli amici, perchè ha voluto così la mia dolorosa sorte. Non mi è restato altro di buono che la sanità a me ed a tutti i miei.»[75] Più tardi, nel 1517, gli scrisse di nuovo e fece scrivere anche dai figli; ma le lettere al solito andarono perdute, e però il 5 gennaio 1518 gli scriveva da capo. Di quest'ultima lettera fece due copie, che dette a due persone diverse, ragguagliandone con un'altra il nipote, il 25 dello stesso mese.[76] L'8 di giugno gli diceva d'amarlo sempre più, per aver esso «fatto prova d'uomo buono e valente. Io sono anzi orgoglioso di te, perchè ti ho allevato. La casa mia è sempre al tuo piacere come pel passato, ancora che povera e sgraziata.»[77] Nè meno affettuose erano le lettere del nipote. Il 31 ottobre 1517 gli chiedeva al solito notizie di lui e della famiglia, dolendosi di non averne da un anno. «Di me più non avete ricordo come di caro nipote. Pure amandovi io sempre come figlio, spero che se avete perso la penna e 'l foglio allo scrivermi, non abbiate perso l'amore che tanto tempo mi avete portato.»[78] Da altre lettere apparisce, come questo affetto dello zio pel nipote non fosse di sole parole, perchè il Machiavelli, in mezzo ai suoi mille fastidî, s'occupava spesso anche degli affari del lontano e affettuoso parente, che in lui riponeva piena fiducia.[79]

Tale era in realtà l'uomo che ci è stato per sì lungo tempo descritto come un mostro, incapace d'ogni sentimento gentile, d'ogni sincero affetto, d'ogni onestà. Egli continuava ora a lavorare, a lottare contro l'avversità e la povertà, dimostrandosi pronto a tutto, pur di guadagnare onestamente qualche cosa per aiutare la famiglia. Nell'aprile del 1518 andò a Genova a trattare gli affari d'alcuni mercanti fiorentini, i quali dovevano colà riscuotere parecchie migliaia di scudi,[80] e poi tornò alla sua villa. Da essa veniva però di tanto in tanto a Firenze, dove aveva sempre una casa, dove aveva qualche faccenda, e dove, non ostante l'avversità dei tempi, serbava pure alcuni amici fidati, coi quali gli era conforto intrattenersi.

Quando a poco a poco i tempi divennero più tranquilli, s'andaron nella Città ricostituendo alcuni di quei convegni letterari, che molto diffusi in tutta l'Italia del secolo XVI, formavano una parte essenziale nella società di quel tempo, uno dei piaceri più geniali e desiderati da tutti gli uomini culti in Firenze. Il più rinomato allora fra questi convegni si teneva negli Orti Oricellari, e v'intervenivano molti dei primi letterati non solo di Firenze, ma d'Italia. Bernardo Rucellai, vissuto nella seconda metà del secolo XV, scrittore di satire latine, fautore de' Medici, ricco e potente cittadino, aveva, in sul finire del secolo, comperato un orto in via della Scala. Con molta spesa vi costruì uno splendido palazzo, con più splendido giardino, il quale ben presto fu celebrato pe' suoi bellissimi alberi, ed è nella storia letteraria del tempo conosciuto col nome d'Orti Oricellari. Anch'oggi possiamo avere un'idea abbastanza esatta di quel che dovevano essere allora palazzo e giardino, se da questo leviamo la singolare e colossale statua di Polifemo, messavi più tardi dai Medici, ed alcune piccole costruzioni di pietra che vi furono aggiunte ai nostri giorni, e fanno singolare contrasto col carattere antico. Gli alberi sono tuttavia bellissimi, e paiono invitar sempre sotto le loro ombre al meditare ed al conversare. Attraverso i loro folti rami si vedono ancora le linee eleganti, armoniche dell'antico palazzo, che ha tutto il severo carattere architettonico della scuola di Filippo Brunelleschi e di Leon Battista Alberti.[81] Le ampie sale terrene sono sempre aperte, come a sicuro ricovero dalla pioggia o dal sole nelle ore canicolari. Per poco che la mente si distragga, le ombre del passato sorgono intorno a noi, e ci pare di sentir nuovamente la voce degli uomini che così spesso s'adunavano colà, e dei quali tanto parlano le storie.[82]

Bernardo Rucellai moriva nel 1514. Gli anni che precedettero, e quelli che seguirono di poco il 1512, erano stati così turbolenti da non lasciare agio al pacifico conversare letterario, e però gli Orti furono allora poco frequentati. Dei figli Cosimo e Piero che lo precedettero nella tomba, poco dicono le storie, che parlano invece assai del secondogenito Palla, il quale tenne alti ufficî politici, e s'adoprò tenacemente, fin quasi agli ultimi anni di sua vita, a favore de' Medici, essendosi da essi alienato solo nel 1537. Un altro fratello, Giovanni, come tutti i Rucellai, amico de' Medici, di cui erano anche parenti, si dette con grande fortuna alle lettere, e fu il noto autore della tragedia la _Rosmunda_, e del poema _Le Api_. Discepolo o amico dei primi letterati di Firenze, cominciò a raccoglierli intorno a sè; ma aspirando al cappello cardinalizio, se ne andò poi a Roma, presso Leone X, suo cugino. Vestito l'abito ecclesiastico, entrato in prelatura, passò colà la maggior parte del tempo, anche sotto Clemente VII, che lo nominò castellano di Castel Sant'Angelo, ufficio che tenne sino alla morte, seguita nel 1525, quando aspettava maggior grado. Per tutte queste ragioni, sebbene la casa de' Rucellai fosse da un pezzo già molto frequentata, il primo ad iniziar davvero, in modo regolare, le adunanze negli Orti, fu il figlio di Cosimo, che, nato nel 1495, l'anno stesso in cui moriva il padre, ne ebbe il nome, e fu da tutti chiamato Cosimino. Si dedicò alle lettere, scriveva versi e dava grandi speranze di sè, dimostrava indole generosa e benevola assai verso gli amici. Ma per trascorsi di gioventù aveva preso una malattia venerea, che, non ben curata, lo ridusse storpio in modo, che dovè per sempre giacere in una specie di culla o in una lettiga, su cui veniva trasportato. Questa sua sventura, i facili modi, l'indole benevola e lo svegliato ingegno raccolsero intorno a lui tutti i migliori amici di casa Rucellai, i quali lo visitavano assai spesso, sicuri di trovarlo sempre in casa o nel giardino, dove solamente poteva respirare all'aperto.[83]

Fra i più assidui frequentatori di queste adunanze, erano Zanobi Buondelmonti e Luigi di Piero Alamanni, poeta assai noto per le sue liriche, pe' suoi poemi cavallereschi, ma più di tutto per il poema _La Coltivazione_, in cui volle imitare le _Georgiche_ di Virgilio, dimostrando molta eleganza e facilità in un verseggiare, che non è però senza monotonia. Questi due giovani, i quali più tardi divennero ardenti fautori di libertà, erano allora anch'essi amici de' Medici, come quasi tutti coloro che frequentavano gli Orti Oricellari.[84] Assai spesso venivano colà anche due cugini, che si chiamavano, così l'uno come l'altro, Francesco da Diacceto, e però a distinguerli, erano dal colore degli abiti chiamati uno il Nero, l'altro il Pagonazzo, ed appartenevano ambedue alla scuola degli eruditi. Il secondo, nato da Zanobi da Diacceto nel 1466, era stato fra i principali discepoli del Ficino, aveva scritto molte opere filosofiche ed insegnava nello Studio.[85] Un Diacceto d'altra famiglia, ma discepolo del Pagonazzo, e chiamato il Diaccetino, si trovava anch'egli fra i principali frequentatori degli Orti; aveva studiato il greco ed ottenuto dal cardinale dei Medici una lezione nello Studio.[86] Costui era, come l'Alamanni ed il Buondelmonti, ambizioso, audace, passionatissimo. Loro comune amico fu sempre un Giovan Battista della Palla, il quale, essendo stato molto affezionato a Giuliano dei Medici, sperava per tal mezzo d'ottenere il cappello di cardinale, e se ne andò quindi ben presto a Roma ad intrigare. Ma, come vedremo, egli non tralasciò mai di corrispondere per lettere continue co' suoi amici di Firenze, coi quali più tardi cospirò. Frequentavano gli Orti moltissimi altri, fra cui i due ben noti scrittori di storie, Iacopo Nardi e Filippo dei Nerli, questi mediceo, quegli repubblicano, ma per ora anch'egli in buoni termini col Cardinale. V'erano spesso tutti i Rucellai, tutti i più celebri letterati d'Italia, che capitavano a Firenze, fra i quali ricorderemo solo Giangiorgio Trissino, il celebre gentiluomo di Vicenza, erudito, grammatico, poeta tragico ed epico, l'autore della _Sofonisba_ e dell'_Italia liberata dai Goti_, che tanto faceva allora parlare di sè.[87]

A torto s'è in tali riunioni voluto vedere una continuazione o rinnovamento dell'Accademia Platonica. Questa era morta col Ficino, ed il tentativo di rinnovarla fu fatto assai più tardi da altri uomini. Quelli che adesso frequentavano gli Orti Oricellari, appartenevano, se facciamo eccezione di Francesco da Diacceto e di qualche altro, ad una generazione non solo posteriore, ma anche assai diversa. Tutti ammiratori dell'antichità, tutti più o meno conoscitori delle lingue antiche, non erano di coloro che a tempo di Lorenzo il Magnifico passavano i giorni ed i mesi a disputare sulle idee di Platone, sulle forme di Aristotile, sulle allegorie di Plotino e di Porfirio, sopra questioni di grammatica. Alcuni di essi erano solamente uomini politici, pratici degli affari; altri erano poeti, scrittori di storie, di prose italiane, veri letterati del Cinquecento, contemporanei di Raffaello, di Michelangelo, del Guicciardini, dell'Ariosto, sebbene, essendo ingegni minori assai di questi sommi, e però meno indipendenti, rimanevano più servilmente legati all'antichità. E neppure si deve credere che queste adunanze fossero allora ostili al Cardinale ed al Papa, come si è detto e ripetuto tante volte, a causa della congiura più tardi tramata da alcuni di coloro che spesso v'intervenivano. Quasi tutti erano anzi amici dei Medici; quegli stessi che più tardi cospirarono contro di loro, erano stati per molto tempo in buonissimi termini con essi, e se ne alienarono la prima volta per ragioni affatto personali, alle quali s'aggiunse poi la passione politica. Una riprova di tutto ciò deve vedersi anco nel fatto, che venuto Leone X a Firenze nel 1515, fu invitato negli Orti, dove per rendergli onore, si fece, alla sua presenza, rappresentare la _Rosmunda_ del Rucellai.

Quando queste adunanze erano già fiorenti, vi fu introdotto anche il Machiavelli, ed il suo andare colà non era certamente segno ch'egli s'allontanasse dai Medici; indicava anzi il contrario. Infatti noi troviamo che alcuni anni dopo egli fu introdotto in casa Medici. Il 17 marzo 1519 Filippo Strozzi scriveva da Roma al fratello Lorenzo: «Piacemi assai abbiate condotto el Machiavello in casa e' Medici, che ogni poco di fede acquisti co' padroni è persona per surgere.»[88] Questa lettera da un lato conferma quello che abbiam detto sulla compagnia degli Orti Oricellari, e dall'altro spiega come il cardinal de' Medici cominciasse allora appunto a dimostrare qualche benevolenza al Machiavelli. Se adesso solamente egli fu introdotto in casa Medici, ciò prova del pari quanto esagerate, anzi addirittura immaginarie, fossero le pretese relazioni intime che, secondo molti scrittori, l'autore del _Principe_ avrebbe avute con Lorenzo e Giuliano.

Il Machiavelli, com'era naturale, venne assai bene accolto negli Orti, e Cosimino specialmente lo ammirò molto, legandosi a lui d'un affetto sincero, che fu ricambiato con vera amicizia. A lui ed a Zanobi Buondelmonti il Machiavelli dedicò i _Discorsi_; di lui con vivo dolore parlò nell'_Arte della Guerra_, poco dopo la morte immatura. A questi amici cominciò a leggere i _Discorsi_, che molto piacquero, e dettero luogo a discussioni assai animate, che finivano sempre incoraggiandolo a continuare con zelo indefesso l'opera intrapresa, la quale il Nardi dice «di nuovo argomento, non più tentata (che io sappi) ad alcuno.» Ed aggiunge, che il nuovo ospite fu tanto amato da quei giovani, che essi trovarono modo anche di sovvenirlo cortesemente, perchè si dilettavano oltre ogni dire della sua conversazione, e ne ammiravano gli scritti per modo, che egli non fu poi giudicato senza colpa, quando il loro animo si trovò infiammato ad imprese audaci e pericolose a favore della libertà.[89] Questa benevola accoglienza si spiega facilmente. Ammiratore sincerissimo degli antichi, il Machiavelli aveva pure, studiando le loro opere, ritrovato tutta l'indipendenza del proprio spirito, meditando con originalità vera sugli avvenimenti del suo tempo. E quindi le sue opere riuscirono a quegli uditori, ancora troppo servilmente imitatori dell'antichità, come la rivelazione della loro più intima coscienza. Anche in mezzo a questi fautori dei Medici, egli che non sapeva mai parlare o scrivere diversamente da quel che sentiva, manifestò tutto il suo amore di libertà, tutto il suo entusiasmo per la repubblica romana. Nè ciò produceva scandalo veruno. Ogni dotto Italiano ammirava allora l'antica Roma; ogni vero Fiorentino si sentiva repubblicano; i Medici stessi facevano mostra di voler governare Firenze a repubblica, e promettevano di sempre più ridurla tale. Il Machiavelli perciò si espandeva, si manifestava liberamente fra quei giovani, esaltandosi e tornando di continuo all'idea prediletta della sua Ordinanza, cioè del popolo armato. Cavando esempi dalla storia antica, esponeva in che modo poteva armarsi l'Italia di buone armi, tali da resistere agli stranieri, tutelare la dignità e la indipendenza nazionale. Questi erano i ragionamenti stessi ripetuti poi nella sua Arte della Guerra, che andò via via leggendo ai giovani amici. La nuova opera, che fra poco esamineremo, è in fatti composta a forma di dialoghi tenuti negli Orti Oricellari fra i principali frequentatori di quelle adunanze. L'entusiasmo, non solamente letterario, ma politico, che con tali discorsi e con tali letture il Machiavelli destava in essi, s'accendeva sempre di più; ma egli, tutto compreso del suo soggetto, trascinato dalle proprie idee, non s'accorgeva che le sue parole producevano qualche volta sull'animo loro, l'effetto stesso di una scintilla sulla polvere da sparo, e potevano perciò avere pericolose conseguenze. Se ne tornava quindi tranquillo nella solitudine della sua villa, e continuava a porre sulla carta i ragionamenti avuti, per tornare poi a leggerli ed a discuterli coi suoi amici ed ammiratori.

Tutto questo però, allora almeno, non gli noceva punto appresso ai Medici, anzi faceva sì che, secondo la frase adoperata dallo Strozzi, egli fosse tenuto veramente «persona per sorgere.» Molto in fatti parlavano di lui coloro che circondavano il Cardinale, il quale, come altra volta lo aveva da Roma, per mezzo del Vettori, interrogato sulla politica generale d'Italia, così ora lo incitava a scrivere sul modo di riformare il governo di Firenze, indirizzando il suo discorso a Leone X, che in sostanza era il vero padrone della Città. Usavano allora i Medici, massime il cardinal Giulio, interrogare così le persone più autorevoli; ed era anche assai gradito ai Fiorentini esporre le proprie opinioni sugli eventi che seguivano alla giornata, sulle riforme da portare nel governo, per rendere contenta la loro sempre irrequieta città. Abbiamo quindi un numero non piccolo di tali discorsi, più o meno eloquenti, più o meno audaci o accorti, scritti in questi anni appunto.

Vedemmo altrove[90] come il Guicciardini nel 1512, essendo nella Spagna, dove prevedeva già le caduta del Soderini, ma non sapeva ancora del ritorno de' Medici, scrivesse un discorso, in cui con grandissimo acume suggeriva i modi secondo lui migliori per rendere più forte e sicura la Repubblica. E vedemmo pure, come avuta appena notizia del mutamento seguito nella Città, ne scrivesse un altro, nel quale, senza ancora troppo dichiararsi pronto a mutar parte, esponeva invece i modi con cui il governo dei Medici avrebbe potuto rafforzarsi.[91] Più esplicitamente e più largamente ancora trattò questo medesimo soggetto in un terzo discorso, scritto nel 1516, quando, già da tre anni tornato a Firenze, era divenuto uno dei loro più caldi fautori. «I Medici,» egli scriveva allora, «s'erano impadroniti della Città contro il desiderio e la volontà del massimo numero dei suoi abitanti. La elezione di Leone X aveva, è vero, mutato le cose in loro favore; ma era tuttavia necessario pensare all'avvenire con accorti provvedimenti, se non si voleva da un momento all'altro vedersi esposti a gravissimi pericoli. Il principale ostacolo a questi provvedimenti trovavasi però nella indifferenza di Giuliano e di Lorenzo, i quali avevano messo così alto la loro mira, che poco o punto si curavano di Firenze, pensando invece a formarsi altrove uno Stato. E questo era un sogno pericoloso, perchè nella sua effettuazione urtava contro difficoltà insormontabile. A Firenze i Medici, sotto le apparenze di repubblica, avevano un dominio assai più solido e sicuro di quello che potevano sperare a Parma, a Modena o altrove. Era bene ricordarsi, che i nipoti di Calisto III e di Pio II, contentandosi di poco, restarono nel loro grado anche dopo la morte di quei papi; il duca Valentino, invece, che voleva grande e nuovo Stato, rovinò.» «E la ragione ci è manifesta, perchè privati acquistare Stati grandi è cosa ardua, ma molto più ardua conservarli, per infinite difficoltà che si tira dietro un principato nuovo.»[92] Qui è chiaro che il Guicciardini si dimostra contrario affatto non solamente alle illusioni del Machiavelli sul Valentino; ma allo stesso concetto fondamentale del Principe, non che ai consigli che l'autore di esso aveva già dati ai Medici per mezzo del Vettori, quando si parlava della formazione d'uno Stato nuovo a Parma ed a Modena. I Medici, secondo il Guicciardini, avrebbero fatto assai meglio e operato da savi smettendo queste illusioni pericolose, pensando solo a conservare quello che avevano in Firenze. A tal fine occorreva formarsi un nucleo d'amici fidati e sicuri, i quali conoscessero bene la Città, e fossero perciò in grado di dare aiuto e consigli opportuni. «Senza affidarsi ad essi troppo ciecamente, ma tenendo sempre nelle proprie mani la briglia, è pur necessario dar loro favori e potere. Con i favori si è ben sicuri di potersi guadagnare l'animo di ciascuno, giacchè ora non sono più i tempi dei Greci e dei Romani, che si contentavano della sola gloria. Non v'è oggi in Firenze alcuno, il quale ami tanto la libertà, che non si volti facilmente ad un altro reggimento qualunque, se può in esso avere maggior parte e miglior essere che nella repubblica. Quanto poi alla universalità dei cittadini basta fare economia per non aggravarli di tasse, curare che la giustizia civile sia bene amministrata, difendere i deboli contro i potenti, usare con tutti modi cortesi. A coloro che consigliano di prendere addirittura in Firenze il dominio assoluto, senza alcuna ombra di civiltà e di libertà, bisogna ricordare, che non si potrebbe prendere un partito peggiore, più pieno di sospetti, di difficoltà, ed, a lungo andare, anche assai crudele e quindi pericoloso a tutti.»[93]

Questi erano i consigli che dava ai Medici il Guicciardini; ben diversi invece furono quelli dati dal Machiavelli, quando venne interrogato.[94] In sostanza egli consigliava nè più nè meno che il ristabilimento della repubblica, sforzandosi però di trovare un modo col quale il Papa ed il Cardinale potessero, durante la loro vita, restar padroni della Città, senza di che sapeva che ogni sua proposta sarebbe stata vana e puerile. Molti lo hanno perciò accusato di contradirsi, rimproverandogli che, dopo d'avere nel _Principe_ suggerito il governo assoluto a Giuliano ed a Lorenzo de' Medici, consigliava ora a papa Leone X la repubblica. Ma ogni contradizione scomparisce del tutto, se per poco si rifletta che il _Principe_ fu scritto per dimostrare come si poteva colla forza formare uno Stato assoluto e nuovo, e come, formandolo in Italia, si poteva ingrandirlo per riunire tutta la Penisola. Adesso invece erano già morti Giuliano e Lorenzo, ai quali questi consigli erano stati indirizzati, ed il Machiavelli veniva interrogato dal Cardinale sopra un altro e assai diverso argomento. Non si trattava più d'uno Stato nuovo a Parma e Modena, o altrove; si trattava di Firenze solamente. Egli aveva già molte e molte volte ripetuto nei _Discorsi_, nelle lettere familiari, in quasi tutte le sue opere politiche, che se nell'Italia settentrionale e nella meridionale non era possibile altro che una monarchia; se con questa solamente poteva iniziarsi colà uno Stato nuovo, ed ingrossarlo sempre più, nella Toscana invece, massime poi a Firenze, per la grande uguaglianza che v'era e per le antiche consuetudini, solo una repubblica poteva contentare e durare. Di ciò appunto si trattava adesso. Il Papa stesso ed il Cardinale sembravano persuasi, che i Fiorentini, più o meno, volevano tutti la repubblica. Non avendo eredi legittimi, essendo perciò certi che in loro spegnevasi il ramo mediceo di Cosimo il Vecchio e di Lorenzo il Magnifico, mostravano di esitare a far qualche passo decisivo verso la repubblica, solamente per non perdere il loro protettorato assoluto finchè vivevano. Veri o finti che fossero questi loro sentimenti, essi li manifestavano e li facevano credere a molti. Ed il Machiavelli era persuaso d'aver trovato il modo di risolvere l'arduo problema, di fondare cioè sicuramente la libertà per l'avvenire, mantenendo ferma nel presente l'autorità assoluta del Papa e del Cardinale, finchè vivevano. Con tale intendimento egli scrisse il suo nuovo _Discorso_.

Incomincia adunque con l'esaminare le cagioni della instabilità di tutti i governi che si successero in Firenze, e le ritrova nell'essere stati sempre ordinati a vantaggio d'una sola parte e non del pubblico, nell'essere riusciti tutti una mescolanza ibrida e poco durevole di monarchia e di repubblica. «Questi governi di mezzo,» egli dice, «riescono sempre debolissimi, perchè hanno più vie aperte alla loro rovina. Il principato rovina andando verso la repubblica, e questa andando verso il principato. Ma i governi di mezzo rovinano da ogni lato, sia che vadano verso la repubblica, sia che vadano verso il principato. Vi sono molti che esaltano il governo di Cosimo e di Lorenzo il Magnifico, e vorrebbero perciò ristabilirne oggi uno simile. Ma esso non fu esente dai difetti e dai pericoli già notati negli altri, e questi difetti sarebbero oggi di gran lunga maggiori. I Medici erano allora educati e vissuti nella Città, e la conoscevano assai bene; governavano con una familiarità alla quale non si saprebbero più piegare adesso che sono divenuti potentissimi, dopo essere stati lungamente in esilio. Allora avevano assai favorevole la universalità dei cittadini, ora l'hanno contraria. Nè v'erano come oggi in Italia tanti potenti armati, contro i quali un governo debole non potrebbe più in alcun modo resistere. Dicono molti che Firenze non può stare senza un capo; ma non riflettono costoro che si può avere un capo pubblico ed un capo privato. Nessuno dubita che se si dovesse scegliere un capo privato, tutti preferirebbero uno della casa dei Medici. Quando però si dovesse scegliere tra capo pubblico e privato, sempre piacerà più ai Fiorentini avere il primo, o sia un magistrato eletto dai cittadini, e frenato dalle leggi. È certo in ogni modo, che a volere ordinare il principato in Firenze, dove è sì grande uguaglianza, non si riuscirebbe senza mutare tutto con violenza. E perchè questa sarebbe una cosa non solo difficile, ma ancora inumana e crudele, deve giudicarsi indegna di chiunque desideri essere tenuto pietoso e buono. Io, adunque, lascerò indietro il ragionare del principato, e parlerò della repubblica, anche perchè s'intende la Santità Vostra esservi dispostissima, ed esitare solamente, perchè desidera trovare un ordine con cui l'autorità sua rimanga grande in Firenze, e gli amici vivano sicuri. Parendomi pertanto d'averlo pensato, ho voluto che intenda questo mio pensiero; acciocchè, se ci è cosa veruna di buono, se ne valga, e possa ancora, mediante questo, conoscere quale sia la mia servitù verso di lei.»[95]

Il concetto del Machiavelli era, in termini generali, semplicissimo: fondare una vera e propria repubblica, lasciando per ora le elezioni dei magistrati in mano dei Medici. Così essi sarebbero stati i veri padroni d'ogni cosa, durante la vita; ma alla loro morte Firenze sarebbe tornata libera davvero. Non era un concetto nuovo del tutto, giacchè per mezzo delle elezioni appunto, Cosimo e Lorenzo il Magnifico erano riusciti a rendersi padroni della repubblica. È vero che così avevano anche ucciso la libertà; ma adesso il Papa era lontano, e nè egli nè il Cardinale avevano successori cui dover pensare; non potevano o almeno non era, secondo il Machiavelli, ragionevole che si dolessero se, dopo la morte loro, la libertà potesse davvero prosperare. In sostanza adunque tutto si riduceva a cercar di persuadere i Medici, che essi acquisterebbero una gloria immortale, se, pur mantenendosi in vita padroni di Firenze, assicurassero fin d'allora il trionfo della repubblica per l'avvenire. A risolvere praticamente l'arduo problema, il Machiavelli ricorre nel _Discorso_ anche a molti ripieghi, che finiscono col rendere assai artificiosa la sua proposta. Egli torna un momento alla vecchia teoria fiorentina delle tre ambizioni, dei tre ordini di cittadini da soddisfare: coloro che vogliono primeggiare e comandare; coloro che sono contenti di partecipare in qualche modo al governo; e coloro che formano la moltitudine, la quale chiede solo libertà e giustizia. Vuole sopprimere tutte le complicazioni dei vecchi Consigli e dei vecchi magistrati, che i Medici, per mera apparenza, avevano risuscitati dagli Statuti anteriori al 1494, ed istituire un Gonfaloniere con la Signoria, il Senato ed il Consiglio Grande. Questa era la forma di governo fondata nel 1494, al tempo del Savonarola, e, con poche modificazioni, durata sino al 1512. Essa era anche quella che in sostanza veniva proposta dal Guicciardini, quando favoriva la repubblica, e più tardi dal Giannotti, sebbene ciascuno, a suo modo, la modificasse.

Venendo poi ai mezzi pratici d'attuare una tale riforma, il Machiavelli incominciava col proporre, che si eleggessero a vita sessantacinque cittadini di quarantacinque anni finiti, nominando uno di essi Gonfaloniere per due o tre anni, od anche a vita. La metà dei sessantaquattro che restavano, doveva formare una specie di Consiglio del Gonfaloniere, per un anno, venendo, nel seguente, sostituita dall'altra metà, e continuando così ad alternarsi. Questi trentadue si dividevano poi in quattro parti di otto cittadini ciascuna, i quali per un trimestre formavano la Signoria propriamente detta, alla cui testa era il Gonfaloniere. E così venivano, egli credeva, soddisfatte le ambizioni più irrequiete. V'era inoltre un Senato o Consiglio dei Dugento, i quali dovevano avere ciascuno quaranta anni finiti. Il Machiavelli che aboliva, come dicemmo, molti dei vecchi magistrati, lasciava invece sussistere gli Otto di Guardia e Balìa, che formavano una specie di tribunale ordinario, e gli Otto di Pratica, che provvedevano alle cose della guerra, e quindi all'Ordinanza, che fu sempre l'istituzione a lui più cara. I Medici l'avevano nel 1512 disciolta, per poi in modo efimero ricostituirla, con una provvisione del 19 maggio 1514, chiamandola Ordinanza del Contado.[96] Su questo soggetto che doveva riuscire assai scabroso, perchè si trattava di far dare dai Medici le armi al popolo, il Machiavelli non si fermò allora, deliberato com'era a tornarvi più tardi, dopo essere cioè prima riuscito a persuader loro la opportunità di ricostituire la repubblica. Per adesso lasciava l'Ordinanza quale essi l'avevano ridotta, proponendo solo che fosse divisa in due parti, ciascuna delle quali venisse comandata da un commissario, eletto ogni due anni dal Papa. Questi ed il Cardinale dovevano inoltre, con l'autorità e balìa di tutto il popolo fiorentino, eleggere il Gonfaloniere, la Signoria, i Dugento, gli altri magistrati. Tale era il mezzo dal Machiavelli escogitato per assicurare ai Medici un potere che, dopo la loro morte, sarebbe andato tutto nelle mani del popolo.

Rimaneva ancora l'ultima parte, la più importante della riforma, quella cioè con cui bisognava soddisfar subito alla universalità dei cittadini. A tal fine, proseguiva il Machiavelli, cominciando subito ad esaltarsi, è necessario riaprire la sala del Consiglio Grande. «Senza satisfare all'universale, non si fece mai alcuna repubblica stabile; non si satisfarà mai all'universale dei cittadini fiorentini, se non si riapre la Sala; però conviene, a volere fare una repubblica in Firenze, riaprire questa Sala e rendere questa distribuzione all'universale. E sappia Vostra Santità, che chiunque penserà di torle lo Stato, penserà innanzi ad ogni altra cosa di riaprirla, e però è partito migliore, che quella l'apra con termini e modi sicuri.»[97] Bisognava adunque ricostituire il Consiglio Grande, componendolo di mille o almeno di seicento cittadini. E non occorreva determinare il modo della elezione, perchè si dovevano in esso alternare tutti coloro che, secondo gli antichi statuti erano cittadini _beneficiati_ o sia abili al governo. Suo ufficio principalissimo doveva essere, oltre l'approvazione delle leggi, la elezione dei magistrati. Queste attribuzioni però gli venivano per ora solo in minima parte concesse, dovendo restare ai Medici, finchè vivevano il Papa ed il Cardinale. E quindi il Machiavelli suggeriva ai Medici, che di tanto in tanto chiamassero il Consiglio ad un più largo esercizio de' suoi diritti. Così si sarebbe cominciato fin d'ora ad educare il popolo alla libertà, nel che stava lo scopo principalissimo che egli si era proposto nel _Discorso_.

«Con questi ordini,» così egli conchiudeva, rivolgendosi al Papa ed al Cardinale, esaltandosi sempre di più, «voi siete i padroni assoluti di tutto. Nominate i principali magistrati, il Gonfaloniere, la Signoria, i Dugento; fate le leggi con l'autorità di tutto il popolo; ogni cosa dipende dal vostro arbitrio; nè, durante la vostra vita, v'è alcuna differenza da questo governo ad una monarchia. Alla vostra morte, lasciate alla patria una vera e libera repubblica, che dovrà a voi la sua esistenza.» «Io credo che il maggiore onore che possono avere gli uomini, sia quello che volontariamente è loro dato dalla loro patria; credo che il maggior bene che si faccia ed il più grato a Dio, sia quello che si fa alla sua patria. Oltre di questo, non è esaltato alcun uomo tanto in alcuna sua azione, quanto sono quelli che hanno con leggi e con istituti riformato le repubbliche e i regni: questi sono, dopo quelli che sono stati Iddii, i primi laudati.... Non dà adunque il Cielo maggiore dono ad un uomo, nè gli può mostrare più gloriosa via di questa; ed in fra tante felicità, che ha date Dio alla casa vostra ed alla persona di Vostra Santità, è questa la maggiore, di darle potenza e subietto da farsi immortale, e superare di gran lunga per questa via la potenza e la avita gloria.»[98]

Sebbene una tal conclusione ci riconduca al pensiero dominante del Machiavelli, e ricordi la celebre esortazione finale del _Principe_, pure noi non possiamo attribuire a tutto il _Discorso_ un grande valore scientifico, e neppure un grande valore pratico. Egli o ripete idee che già aveva esposte altrove più ampiamente, o accetta senz'altro dottrine universalmente divulgate in Firenze. La forma di repubblica da lui proposta è, ne' suoi lineamenti generali, quella stessa che allora tutti più o meno consigliavano. E quanto alle modificazioni con cui voleva migliorarla, i suoi suggerimenti restavano di gran lunga inferiori a quelli assai più accorti e pratici, che aveva dati dalla Spagna il Guicciardini nel primo de' suoi discorsi.[99] I ripieghi poi coi quali voleva apparecchiare il passaggio dal dispotismo presente alla futura libertà, erano davvero troppo sottili ed artifiziosi, com'ebbe a notare più tardi Alessandro de' Pazzi, quando fu del pari interrogato dal cardinale dei Medici.[100] E quando essi fossero stati davvero accettati, difficilmente avrebbero ottenuto l'intento cui miravano. Una repubblica lasciata in pieno arbitrio d'un papa come Leone X, o avrebbe portato ad immediato conflitto col popolo, o avrebbe reso sempre più difficile fondare in avvenire la libertà. In tal modo non poteva quindi il _Discorso_ riuscire nè scientifico nè pratico abbastanza, ma solo fantastico. Ciò non ostante, esso dimostrava ancora una volta quanto sincero, costante, profondo fosse nel Machiavelli l'amore della libertà. Dopo aver tanto desiderato il favore dei Medici, per poter essere in qualche modo adoperato da loro negli affari, appena essi rivolgono a lui lo sguardo e lo interrogano, non sa far altro che ripetere con entusiasmo irrefrenabile un solo e medesimo pensiero: la maggior gloria, la più grande fortuna che si possa dai mortali desiderare su questa terra, sta nel sapere e nel volere fondare uno Stato libero, civile e forte. E di ciò era tanto convinto, che non capiva come non dovesse subito convincersene ognuno. Questo gli fece credere di poter persuadere prima Giuliano e poi Lorenzo a farsi redentori d'Italia; questo gli faceva sperare adesso d'indurre Leone X a fondare per l'avvenire la libertà di Firenze. Ma s'illuse la prima e la seconda volta, senza però mai perdere la sua fede o smettere il pensiero di tornare alla prova. Per ora il Papa non dava nessuna importanza a tutte le proposte che da più parte gli venivano, principalmente per istigazione del Cardinale.[101] L'uno e l'altro del resto avevano promosso questi scritti solo col fine di alimentare speranze ed illusioni nei più caldi amatori di libertà, e così tenerli sospesi e tranquilli, scoprendone in pari tempo le più riposte intenzioni.

Il cardinale però sembrava che volesse veramente avvicinare a sè il Machiavelli. Lo aveva da poco conosciuto di persona, gli aveva cominciato a scrivere qualche lettera, a rendere qualche favore. Pareva quindi che dovessero per lui cominciare tempi migliori; ma erano ancora segni così tenui e favori così meschini, che qualche volta riuscivano più ad umiliarlo che ad esaltarlo. Nell'anno 1520 ebbe in fatti dalla Signoria e dal Cardinale una prima commissione a Lucca, per trattar gli affari d'alcuni mercanti fiorentini, i quali avevano colà un credito di 1600 fiorini con un tal Michele Guinigi, che non voleva pagare. Questa privata faccenda avrebbe dovuto esser decisa dai tribunali ordinarî, ma s'era andata complicando ed arruffando in maniera, che veniva ora trattata dai due governi. Il Guinigi aveva ereditato dal padre una grossa fortuna, la più parte della quale era stata vincolata ai suoi figli, sapendosi che egli l'avrebbe subito mandata a male. Oltre i debiti da lui contratti con Fiorentini e con altri non pochi per faccende commerciali, ne aveva già fatto altri moltissimi al gioco, ed era nella impossibilità di pagarli. Si cercava dunque d'ottenere dalla repubblica lucchese, che l'affare venisse eccezionalmente rimesso nelle mani di arbitri, con facoltà d'annullare questi secondi debiti, o almeno dare precedenza assoluta ai primi. In tal caso solamente i parenti e tutori dei figli del Guinigi promettevano di pagare quelli che risultavano da affari commerciali, cosa che in nessun modo avrebbero consentito pei debiti fatti al giuoco. Se non che questi erano stati contratti con carte così legali e regolari, che occorreva a metterli da parte l'intervento del potere politico. Ove ciò non si fosse ottenuto, la fortuna di Michele Guinigi, cui spettava solo l'usufrutto, sarebbe rimasta vincolata tutta ai suoi figli minori, ed i parenti che ne avevano la tutela, avrebbero con loro pieno diritto negato di nulla concedere ai creditori fiorentini. Il Machiavelli, dopo lungo negoziare, ottenne che il Consiglio Generale di Lucca deliberasse di rimettere la cosa al pretore ed a tre arbitri, che rivedessero i libri; esaminassero quali obblighi erano contratti veramente per debiti giustificati, quali erano fittizi, e nei casi dubbi ne riferissero agli Anziani della repubblica, i quali avrebbero portata di nuovo la cosa al Consiglio Generale.[102]

Egli si trattenne per questa faccenda parecchi mesi a Lucca, dove passò il tempo, studiando al solito la forma di quel governo, e pigliando su di esso alcuni appunti. Noi abbiamo in fatti un suo _Sommario delle cose della città di Lucca_,[103] che il Machiavelli dovè scrivere in questo tempo. È un abbozzo compilato in fretta, nè senza qualche inesattezza; non vi mancano però opportune osservazioni. Nove cittadini ed un Gonfaloniere, egli dice, componevano la Signoria, che mutava ogni due mesi, dopo i quali ciascuno aveva divieto per due anni, cioè non poteva in quel tempo essere rieletto. Seguiva un Consiglio di trentasei, che si rinnovava da sè ogni sei mesi, non potendo, chi aveva seduto un primo semestre, continuare nel secondo, ma bensì nel terzo. Il Consiglio Generale durava un anno, ed era composto di settantadue[104] membri, i quali venivano eletti dalla Signoria e da dodici altri cittadini nominati dai trentasei; avevano divieto un anno. La Signoria esercitava grandissima autorità nel contado, il quale, secondo l'uso repubblicano di quei tempi, non godeva delle libertà politiche; ma ben poca ne aveva nella città, dove poteva solo radunare i Consigli, e proporre le deliberazioni apparecchiate nelle Pratiche, che a Lucca si chiamavano Colloqui, ai quali erano invitati i più savî cittadini. Il Consiglio Generale era il vero padrone della città; faceva leggi e tregue; pronunziava condanne a morte senza appello, e i partiti si vincevano in esso con tre quarti dei voti. V'era nonostante un Potestà,[105] che aveva autorità nelle cause civili e nelle criminali.

Il Machiavelli osserva che questo governo a Lucca operava bene, quantunque non fosse senza difetti. Loda il non dare alla Signoria molta autorità sui cittadini, «perchè così hanno sempre fatto le buone repubbliche giacchè il primo magistrato facilmente può abusare, se non è frenato. Non avevano i Consoli romani, non avevano e non hanno autorità sulla vita dei cittadini il Doge e la Signoria di Venezia.» A Lucca però la Signoria mancava, secondo il Machiavelli, della dovuta maestà, «perchè la breve durata dell'ufficio, e i molti divieti obbligavano a nominare persone di poco conto. Si era quindi necessitati di continuo a richiedere nei Colloqui il consiglio di privati cittadini, il che non si usa nelle repubbliche bene ordinate, nelle quali il numero maggiore distribuisce gli ufficî, il mezzano consiglia, il minore esegue.» Questa infatti, era allora tenuta la norma fondamentale e la base necessaria d'ogni regolare governo, non essendovi alcuna idea della moderna divisione dei poteri. E perciò il Machiavelli continuava: «Così facevano a Roma il popolo, il Senato, i Consoli; così fanno a Venezia il Gran Consiglio, i Pregadi, la Signoria. Ma a Lucca invece questi ordini sono confusi perchè il numero mezzano, cioè i Trentasei distribuiscono gli uffici; i Settantadue e la Signoria parte consigliano, parte eseguono. Pure anche da ciò non viene nel fatto gran danno, per la ragione già notata, che i magistrati non sono, per la loro poca maestà, punto ricercati, e i ricchi si occupano più che altro delle loro private faccende. Questo è tuttavia un ordine da non raccomandarsi.» Loda poi l'autorità data al Consiglio Generale sulla vita dei cittadini, perchè questo è, secondo lui, un gran freno all'ambizione dei potenti, i quali non sarebbero mai condannati da pochi giudici. Vorrebbe però che vi fosse, come a Firenze, un tribunale di quattro o sei magistrati per giudicare le minori cause civili e criminali fra i cittadini, lasciando al Potestà quelle del dominio, e tutte le altre a lui devolute dagli Statuti. «Se una tale magistratura non si istituisce,» egli diceva, «le minori cause che occorrono alla giornata, saranno sempre trascurate con danno e pericolo della libertà. Infatti anche a Lucca s'è dovuto venire ad una legge speciale, che fu chiamata dei discoli, per la quale, nel settembre e nel marzo, i Consigli riuniti deliberano di mandare, per tre anni, fuori dello Stato un certo numero di giovani creduti più pericolosi. Essa mise di certo un freno, ma è pure riuscita impotente contro l'insolenza della famiglia, che è chiamata di quelli di Poggio.» Questo breve _Sommario_, come si vede facilmente, non ha gran valore; ma dimostra, che allora come sempre il Machiavelli non lasciava mai fuggire alcuna occasione per studiare le istituzioni, gli ordinamenti politici dei popoli vicini o lontani, cercando d'indagare e suggerire i modi per migliorarli.

Fu tuttavia un lavoro che potè occuparlo poco tempo, nè molto l'occuparono altre piccole faccende. Ricevette allora varie lettere, una fra le altre del cardinal dei Medici, in data dell'ultimo di luglio, la quale incominciando con le parole: _Spectabilis vir, amice mi carissime_, gli raccomandava di far cacciare da Lucca tre studenti dell'università di Pisa, già mandati via di là per cattiva condotta.[106] Gli amici degli Orti Oricellari gli scrivevano lettere ora serie, ora facete, pregandolo di tornare presto, e più vive premure gli facevano i figli, in nome loro e della madre Marietta.[107] Ma il Machiavelli non si poteva muovere, se prima non veniva a qualche conclusione l'affare di cui era incaricato, e quindi profittò del tempo che gli restava libero, per comporre un altro suo breve lavoro, che è assai noto, e che da lui fu intitolato _Vita di Castruccio Castracani_. Il 29 agosto lo mandava di là all'amico Zanobi Buondelmonti, al quale ed a Luigi Alamanni, _suoi amicissimi_, lo aveva dedicato. E già il 6 settembre il Buondelmonti gli rispondeva d'averlo ricevuto e letto con l'Alamanni ed altri, ai quali tutti era molto piaciuto.[108]

È notissimo che questo lavoro dette anch'esso occasione a dubbi e dispute non poche. Chi lo chiamò un romanzo, chi una imitazione della _Ciropedia_ di Senofonte, chi altro. Certamente esso non è una storia, come può accorgersene chiunque lo paragoni per poco con la narrazione autentica dei fatti più conosciuti ed accertati. L'autore compose la biografia d'un personaggio ideale, cui diede il nome di Castruccio Castracani, e la ricavò in parte dalla vita di questo capitano, quale ci è data nelle storie e biografie; ma in parte non piccola ancora dalla vita d'Agatocle, narrata nei libri XIX e XX di Diodoro Siculo, aggiungendovi anche fatti che sono addirittura di sua propria invenzione. Castruccio, in vero, fu un figlio legittimo della nobile famiglia Antelminelli, nacque nel 1281, ed andò ben presto col padre Geri in esilio ad Ancona. Restato senza genitori, fu a combattere in Fiandra insieme con Alberto Scotti e Musciatto Franzesi, al soldo di Filippo il Bello. Nel 1310 combatteva in Lombardia, a favore dei Visconti. Il Machiavelli, invece, comincia coll'affermare, che gli uomini straordinari sogliono aver quasi tutti bassa ed oscura origine, perchè la fortuna vuol mostrare la sua potenza, e poi aggiunge, che un canonico Castracani ed una sua sorella Dianora, i quali vivevano insieme, trovarono nel proprio giardino un bimbo abbandonato, che allevarono in casa loro, e fu questi il celebre Castruccio. Mostrando egli attitudine alle armi, venne da messer Francesco Guinigi educato e condotto poi a combattere in Lombardia, dove sin dall'età di 18 anni cominciò a mostrare il suo valore. Il canonico e la sorella sono personaggi immaginari del tutto, come immaginario è il fatto del bimbo trovato nel giardino. Nell'età di 18 anni Castruccio era inoltre fuori d'Italia, nè si trova un Francesco Guinigi, cui si possano attribuire i fatti narrati dal Machiavelli. Invece Agatocle, secondo Diodoro Siculo, fu dal padre abbandonato, e dopo alcuni giorni la madre lo prese e menò dal proprio fratello, che lo allevò. Venne più tardi protetto da un nobile che gli diè grado nell'esercito, nel quale Agatocle subito fece prova del suo valore.

Prosegue il Machiavelli raccontando come, tornato che Castruccio fu dalla Lombardia a Lucca, messer Francesco Guinigi morì e lasciò un figlio di tredici anni, di nome Paolo, nominando Castruccio tutore di esso, ed amministratore de' suoi beni. Paolo è personaggio immaginario come il padre e come tutto l'episodio, imitato anche questo da Diodoro, il quale narra in fatti che Agatocle sposò la vedova del suo protettore, e così di povero divenne ricco. Il modo con cui Castruccio, a poco a poco, prima coll'aiuto d'Uguccione della Faggiola signore di Pisa, poi contro la volontà di lui, riuscì a farsi padrone di Lucca, è narrato dal Machiavelli con maggiore verità. Ma la battaglia di Montecatini, nella quale i Fiorentini furono disfatti, e Castruccio combattè tanto valorosamente sotto gli ordini d'Uguccione, che per ciò appunto ne ingelosì e gli fu nemico, è descritta in un modo affatto arbitrario. Il Machiavelli fa ammalare Uguccione, che invece si trovò a comandare l'esercito, e ciò per dare il comando a Castruccio, cui attribuisce, a suo modo, tutto un disegno immaginario di battaglia. Divenuto Castruccio signore di Lucca, e capo dei Ghibellini di Toscana, per la morte d'Uguccione, segue la narrazione del modo con cui egli soppresse una ribellione in quella città.

E qui il Machiavelli imita di nuovo Diodoro, attribuendo al suo eroe una condotta simile a quella tenuta da Agatocle nello spegnere i propri nemici, condotta già ricordata e lodata tante volte nel _Principe_ e nei _Discorsi_. Secondo Diodoro Siculo, Agatocle, formato prima, come capitano dei Siracusani, un grosso esercito, chiamò i capi del Consiglio dei seicento, sotto pretesto di ragionar con loro, e gli spense tutti. Indi sollevò contro i Grandi il popolo che li odiava, e furono così uccise da quattromila persone. Secondo il Machiavelli, Stefano di Poggio s'unì prima ai ribelli in Lucca; poi li sedò, e quando Castruccio fu tornato dal campo, si presentò a lui, mostrandogli come tutto era tranquillo per opera sua, e gli raccomandò i propri amici e parenti. Castruccio lo accolse con benevolenza e lo invitò a condur seco gli amici. Venuti sotto la data fede alla sua presenza, furono tutti presi e morti, dopo di che egli spense ancora molti altri, i quali potevano per ambizione aspirare ai primi onori, e così fu finalmente sicuro padrone di Lucca.[109]

Anche la narrazione del modo in cui Castruccio s'impadronì di Pistoia, è affatto immaginaria. Secondo il Machiavelli, egli si sarebbe messo d'accordo coi capi delle due parti che dividevano la città, facendo credere così agli uni come agli altri, che entrerebbe una tal notte per combattere gli avversarî. Invece, al momento stabilito, dato il segnale, s'impadronì subito degli uni e degli altri, facendoli tutti ammazzare. La città venne allora corsa in nome di Castruccio, e si sottomise insieme col contado, «tale,» così conchiude il Machiavelli, «che ognuno, pieno di speranza, mosso in buona parte dalla _virtù_ sua, si quietò.»[110] Invece Pistoia fu ceduta da Filippo Tedici, che n'era capo. Sentendosi troppo debole per lottare ad un tempo contro Castruccio, contro i Fiorentini e contro i nemici interni, ingannò i secondi e s'arrese al primo, che lo fece suo capitano e gli dette in moglie la propria figliuola. Così almeno raccontano le _Storie Pistoiesi_, ben più credibili. Il Machiavelli, fra le altre cose, non dà a Castruccio nè moglie nè figli, quando ebbe moglie e molti figli, nove secondo il suo biografo Tegrimi.

Dopo la presa di Pistoia seguono storicamente due battaglie, che sono i fatti più importanti nella vita militare di Castruccio. La prima e principale fu quella di Altopascio (1325), nella quale i Fiorentini vennero pienamente rotti. E di questa il Machiavelli, che la descrive minutamente nelle sue _Storie_, non dice qui neppure una parola. Dopo varî altri fatti d'arme, Castruccio, divenuto duca di Lucca, Volterra, Pistoia, ecc., e vicario imperiale in Pisa, trovavasi in Roma, dove aveva accompagnato Lodovico il Bavaro. Ivi seppe che i Fiorentini avevano ripreso Pistoia. Corse allora a Lucca, formò un esercito, assediò Pistoia, e battè nello stesso tempo i Fiorentini, che volevano liberarla. Ma qui prese una febbre, di cui morì a Lucca. Ed anche di questo fatto militare, che è per la sua importanza il secondo nella vita di Castruccio, il Machiavelli tace affatto, per narrare invece battaglie immaginarie. Secondo lui, Castruccio, uscito di Lucca coll'esercito, incontrò i Fiorentini a Serravalle, dove è minutissimamente descritto uno scontro, che non avvenne mai, nel quale Castruccio avrebbe dato prova del suo grandissimo genio militare, rompendo il nemico. Divenuto così nuovamente padrone di Pistoia, corse verso Pisa, dove era scoppiata una congiura. Incontrò per via i Fiorentini, che lo assalirono con numerosissimo esercito, ed abbiamo a Fucecchio la descrizione minutissima di un'altra battaglia immaginaria, nella quale risplende di nuovo il genio militare di Castruccio, e i Fiorentini sono rotti un'altra volta. In queste due narrazioni, che sono smentite dalle _Storie_ stesse del Machiavelli, si vede anche più chiaro che altrove, come nella sua _Vita di Castruccio_ egli si fosse proposto di scrivere una specie di piccolo romanzo politico-militare, per dimostrare alcuni suoi concetti politici, e fra le altre cose, anche la grande superiorità che nella guerra i fanti hanno contro i cavalli. Ci dice infatti che Castruccio riuscì facilmente vittorioso contro i Fiorentini, perchè essi s'erano fondati sui cavalli, ed egli invece sui fanti. E questa fu sempre la teoria non senza valide ragioni sostenuta dal Machiavelli. L'aveva già prima accennata nei _Discorsi_; più tardi, come vedremo fra poco, l'espose a lungo e dimostrò teoreticamente nell'_Arte della Guerra_. Nella _Vita di Castruccio_ cercò invece descriverla, e renderla visibile, con esempî da lui immaginati, ai quali dette un'apparenza storica, per renderli più efficaci.

La fortuna intanto, eterna dominatrice delle cose umane, continua il Machiavelli, come aveva sinora favorito Castruccio, volle, per dimostrare sempre meglio la propria potenza, troncarne a un tratto la vita, con una febbre che lo colpì dopo l'ultima sua gloriosa battaglia. Presso a morire, egli chiamò l'ipotetico suo successore, Paolo Guinigi, e gli tenne questo discorso: «Se avessi saputo, che la fortuna voleva troncare a mezzo il mio cammino, ti avrei lasciato più piccolo Stato e meno nemici. Ma essa vuole essere arbitra di tutto, e non mi ha dato tanto giudizio da conoscerla prima, nè tanto tempo da poterla poi superare. Io non presi moglie per dimostrarmi grato al sangue di tuo padre, che mi aveva protetto. Ora tocca a te cercar di mantenere il regno che ti lascio, e che acquistai con la guerra.» Paolo non ebbe però nè la virtù nè la fortuna di Castruccio, e subito perdette il regno. Così ci narra il Machiavelli; ma anche questo è un romanzo, perchè, come abbiamo già detto, Castruccio lasciò invece molti figli, e furono essi che ebbero lo Stato, e che per la loro incapacità lo perdettero.[111] Questa singolare biografia, che incomincia e finisce con l'esaltare l'onnipotenza della fortuna, ha come in appendice una serie di detti memorabili attribuiti a Castruccio. Si credette da molti che fossero quasi tutti cavati dagli _Apoftegmi_ di Plutarco; ma fu invece dimostrato recentemente che sono in parte non piccola cavati dalla _Vita_ d'Aristippo, scritta da Diogene Laerzio.[112]

Da tutto quello che abbiam detto, ci par che risulti chiaro quale scopo ebbe il Machiavelli nel comporre il suo scritto. Trovandosi a Lucca, meditò, com'era suo costume, sulla storia di quel paese, e naturalmente si fermò sopra il carattere e le avventure di Castruccio, ardito soldato, accorto politico, che fondò uno Stato nuovo, e fu un personaggio del genere del Valentino. E come questi, trasformato dalla fantasia del Machiavelli, era divenuto un suo ideale politico, così anche Castruccio, che più facilmente poteva essere trasformato, perchè più antico, divenne un altro suo ideale politico-militare. Facendone l'eroe d'un singolare romanzo storico, volle in lui personificare alcune delle idee espresse nel _Principe_ e nei _Discorsi_, ma più ancora le teorie più tardi da lui esposte nell'_Arte della Guerra_. Dove la storia di Castruccio non bastava, gli attribuì fatti ricavati dalla vita d'Agatocle, e dove neppur questa era sufficiente, supplì colla sua immaginazione, che del resto fu quella che riunì e compose tutto a suo arbitrio. Può ben essere, come da molti si è ripetuto, che la Ciropedia di Senofonte o altri scritti dell'antichità dessero il primo suggerimento alla composizione di questo scritto. La vita di Castruccio fu sin dal principio, a cominciare dallo stesso Tegrimi, circondata da leggende. Il Machiavelli, ricordandola nei suoi Discorsi,[113] la dice scritta da lui per dimostrare quali sono le qualità che hanno, e che, per riuscire nelle loro imprese, è necessario abbiano i principi conquistatori. È certo in ogni caso, che la _Ciropedia_ o altri lavori poterono dargli solo un qualche suggerimento intorno al genere del lavoro ed al modo di condurlo. Quanto alla sostanza, agl'intendimenti di esso, ai precetti che suggerisce, la _Vita di Castruccio_ è tutta propria del Machiavelli e del suo tempo.

Non vi è quindi da maravigliarsi, se uno scritto composto con tali intendimenti ed in tal modo, desse occasione a molte dispute. I dubbî sullo scopo e sull'indole di esso cominciarono in fatti sin dalla sua prima apparizione, e persisterono sempre. Anche nella lettera più sopra menzionata di Zanobi Buondelmonti, questi diceva d'aver subito letto con piacere il nuovo lavoro del Machiavelli, insieme con molti amici degli Orti Oricellari, e tutti lo incoraggiavano a scrivere storie, «perchè voi qui vi alzate con lo stile più che non fate altrove.» Mentre però tutti erano in ciò d'accordo, «ciascuno si fermava e dubitava circa all'istoria ed alla esplicazione dei sensi e concetti vostri.» Osservava inoltre, e non senza ragione, che i detti da lui attribuiti a Castruccio parevan troppi, tanto più che alcuni di essi erano stati ad «altri antichi e moderni savi attribuiti.»[114] La narrazione della sua _Vita di Castruccio_ procede veramente con una rapidità, con una evidenza e freschezza di stile che trascina, come gli seguiva ogni volta che, sotto una o un'altra forma, presentava e descriveva l'immagine de' suoi ideali prediletti.

CAPITOLO VIII.

L'_Arte della Guerra_.

Noi abbiamo già ricordato che il Machiavelli scrisse in questi anni a Firenze i sette libri dell'_Arte della Guerra_. Dedicati a Lorenzo di Filippo Strozzi, che lo aveva presentato in casa Medici, essi sono dialoghi, che si suppongono tenuti negli Orti Oricellari fra Cosimo Rucellai, Fabrizio Colonna, Zanobi Buondelmonti, Battista della Palla e Luigi Alamanni, nel 1516, quando il Colonna, finita la guerra di Lombardia, era tornato a Firenze. È chiaro però che quest'opera fu scritta alcuni anni dopo, giacchè sin dalle prime pagine l'autore parla della morte di Cosimo Rucellai, che non avvenne prima del 1519.[115] Il libro si può credere già finito nel 1520. In fatti il 17 novembre di questo anno Filippo dei Nerli, scrivendo al Machiavelli, gli diceva di non aver ricevuto ancora nè la _Vita di Castruccio_ nè l'opera _De re militari_, e del non aver quest'ultima specialmente si doleva, perchè anche il cardinal de' Medici la voleva leggere.[116] L'_Arte della Guerra_, in ogni modo, era già stampata in Firenze, il 16 agosto 1521.[117]

Come il _Principe_ svolge più ampiamente alcune idee già accennate nei _Discorsi_, così l'_Arte della Guerra_ espone a lungo ciò che in essi è brevemente detto sul modo di formare gli eserciti, e condurli dinanzi al nemico. Le tre opere in vero, dominate da uno stesso concetto, si potrebbero facilmente riunire in una sola. I _Discorsi_, che contengono in germe le altre due, e però tutto il sistema politico dell'autore, ragionano principalmente del come render libero lo Stato; il _Principe_, del come si fonda una monarchia nuova ed assoluta, per potere poi con essa rendere unita e indipendente la patria; l'_Arte della Guerra_ espone come si debba armare il popolo, per difendere non solo la libertà, ma anche l'indipendenza di uno Stato, sia esso repubblica o monarchia. Ed in tutto ciò il Machiavelli, pur discorrendo assai spesso teoricamente ed in termini generali, mira sempre in particolare all'Italia. Laonde questi suoi scritti hanno nello stesso tempo un valore non solo scientifico, ma anche storico e pratico, il che, se ne aumenta il valore, rende sempre più difficile il giudicarli. A fare poi un esame accurato ed una vera critica dell'_Arte della Guerra_, s'incontrano altre e maggiori difficoltà. Agli uomini pratici delle armi facilmente sfugge il carattere storico d'un libro, che, messo fuori de' suoi tempi, riesce affatto incomprensibile, ed ai profani non è possibile determinar con precisione il valore intrinseco e tecnico, che esso ha certamente. Nè giova a diminuire tali difficoltà il non essere neppure il Machiavelli stato mai, a parlar propriamente, un uomo del mestiere. Ciò in fatti non agevola punto il giudicare che reale importanza abbiano davvero le sue teorie militari, in quali errori sia egli caduto, e quali di questi errori derivino dalla sua inesperienza, quali invece da' suoi tempi. Quando egli scriveva, le armi da fuoco non avevano ancora prodotto quella rivoluzione negli eserciti, che li modificò poi sostanzialmente, creando la tattica moderna. Anzi una scienza della tattica non era allora neppur cominciata. Il Machiavelli fu di certo colui che osò primo iniziarla, e lo fece con un'audacia intellettuale non punto minore di quella con cui s'era deciso a fondare la scienza dello Stato. Fino a che punto vi riuscì? È questa la domanda a cui si deve, ed a cui è assai difficile rispondere, specialmente quando si è affatto estranei a tali studî. Cercheremo quindi valerci degli autori più competenti, dei consigli e suggerimenti di persone del mestiere, alle quali molto spesso dovemmo ricorrere per avere aiuto in questo capitolo.[118] Fortunatamente però vi sono nel libro del Machiavelli alcune idee fondamentali e generali d'un grandissimo valore politico-militare, che si possono esporre e giudicare da ognuno. E di queste ci occuperemo prima di procedere ad un esame più speciale e minuto dell'opera.

L'arte della guerra, come del resto tutta la società in Europa, era allora in una grande e rapida trasformazione. Gli uomini d'arme, coperti di ferro da capo a piedi, cavaliere e cavallo, avevano con le loro lunghissime lance cominciato nel Medio Evo ad abbattere i fanti, che perciò finirono col cadere in discredito, e così il nerbo degli eserciti fu la cavalleria pesante. Di questa vennero principalmente composte le Compagnie di ventura, che in Italia prevalsero, riducendo quasi a nulla le milizie degli antichi Comuni, formate da artigiani, i quali militavano a piedi, e assai difficilmente potevano trovare il tempo e i denari per educarsi ai più lunghi e difficili esercizî della cavalleria. Nel secolo XV però le fanterie degli Svizzeri scesero dai loro monti a difesa della propria libertà. Coperti d'una semplice corazza, riuniti in grossi e serrati battaglioni, con lunghissime picche, che poggiavano a terra, e puntavano contro gli uomini d'arme, essi combatterono con grandissimo valore contro l'Austria e contro i duchi di Borgogna, dimostrando come i fanti potevano resistere non solo, ma vincere anco la più forte cavalleria. Con ciò conquistarono nello stesso tempo la loro indipendenza e la reputazione d'essere i primi soldati del mondo. Cominciarono quindi a servir come soldati di ventura presso gli stranieri, e furono subito da tutti ricercati in modo, che pareva non si potesse più vincere una battaglia, senza avere in aiuto un buon numero di Svizzeri. Vennero imitati prima dai lanzichenecchi tedeschi, poi dagli Spagnuoli, e sempre con fortuna. Così a poco a poco la forza principale degli eserciti si fondò sulla fanteria, e non più sulla cavalleria; s'andò abbassando la temuta potenza delle antiche Compagnie di ventura, che per molte altre ragioni dovevano col tempo scomparire; e neppure i tanto celebrati uomini d'arme francesi furono più giudicati invincibili dai fanti.

Di tutto questo il Machiavelli cominciò ad avvedersi sin dalla prima esperienza che ebbe di cose militari al campo di Pisa, e sempre più se ne convinse nei viaggi da lui fatti più tardi nella Svizzera e nel Tirolo. E su di ciò si pose lungamente a meditare. L'idea fondamentale della sua _Arte della Guerra_ è in fatti, che la vera milizia è il popolo armato; che in ogni tempo il nerbo degli eserciti sta nella fanteria, e quindi che all'ordinamento ed alla disciplina di questa bisogna sopra tutto provvedere. Nei paesi, egli dice, dove, come in alcune regioni dell'Asia, sono immense pianure e popolazioni nomadi, può darsi che la cavalleria debba nella guerra avere una parte predominante; ma in Europa essa vale solo a fare scorrerie, a riconoscere il paese, a venire alcuna volta in aiuto dei fanti, ad inseguire il nemico vinto, non però mai a decidere la battaglia. E lo dice e ripete con tanta precisione, con tanta sicurezza, che autorevoli scrittori militari affermano trovarsi in queste sue parole addirittura il linguaggio di un tattico moderno.[119]

Partendo da tale concetto, il Machiavelli veniva dalla sua ammirazione pei Romani naturalmente condotto a studiare in Tito Livio, in Polibio, sopra tutto in Vegezio l'ordine, la formazione, la disciplina della loro fanteria, e si persuase subito che la legione romana era un modello, non solo da imitarsi, ma assai difficilmente superabile. Nè in ciò s'ingannava. Anche dopo di lui essa fu, per più secoli, oggetto di studio e di ammirazione da parte dei grandi riformatori di eserciti. Se in fatti lasciamo per poco da un lato le profonde modificazioni portate nella tattica moderna dalle armi da fuoco, la legione romana resta anch'oggi un modello non mai superato, e dal quale si può tuttavia apprendere molto. A tali studî unendo l'esperienza avuta dei fanti svizzeri, le osservazioni ripetute ne' suoi viaggi sui fanti tedeschi, e quello che aveva negli ultimi anni sentito degli Spagnuoli, il Machiavelli si pose a meditare sulla riforma della fanteria, e arrivò così alla sua Ordinanza, che andò nella propria mente sempre più perfezionando. E questo concetto della nuova fanteria si univa all'altro di maggiore importanza, dal quale derivava, e che gli era suggerito anch'esso dall'esempio dei Romani, degli Svizzeri, dei Tirolesi, il concetto che è fine principale del suo libro, e fu uno degli scopi più costanti di tutta la sua vita: la vera forza militare dello Stato moderno, l'esercito veramente nazionale, invincibile è il popolo armato. Tale idea, non senza ragione fu da alcuni chiamata profetica, perchè, sebbene a lui suggerita dai Romani, trionfò nuovamente solo ai nostri giorni col sistema prussiano del servizio militare obbligatorio, più o meno imitato ora in quasi tutta Europa.[120] Il pensiero politico ed il pensiero militare del Machiavelli si riuniscono così in uno solo nell'_Arte della Guerra_, e se la originalità del primo apparisce luminosa a tutti, anche le riforme tecniche da lui proposte per migliorare la fanteria de' suoi tempi, riscossero più volte l'approvazione e l'ammirazione dei tattici moderni.

Noi abbiamo già detto, che il Machiavelli non era uomo del mestiere, e questo apertamente riconosce egli stesso sin dal principio della sua opera. Ciò rende di certo maggiore il merito delle verità da lui divinate, e dimostra sempre più l'altezza del suo ingegno; ma lo fa anche cadere qualche volta in errori. E sopra uno di questi errori dobbiamo ora fermare la nostra attenzione, perchè esso ha conseguenze che determinano in parte il carattere generale dell'opera. Il Machiavelli aveva assai poca fede nelle armi da fuoco. Già nei _Discorsi_ aveva detto, che se le artiglierie possono molto contro le mura di una fortezza, e contro un esercito che si difenda in luogo chiuso, assai poco valgono in campo aperto, contro chi muova all'offesa, nella quale, ben più che nella difesa, sta la vera importanza della guerra, come dimostrarono col loro esempio i Romani.[121] Nè egli mutò punto questa sua opinione nell'_Arte della Guerra_, dove, sebbene faccia osservazioni di gran valore anche sul modo di assediare e difendere le fortezze con le artiglierie, arriva qualche volta sino a dire che, in campo aperto, i cannoni fanno poco altro che fumo. E quanto alle armi portatili da fuoco, ne faceva così poco conto, che più d'una volta si vede chiaro come egli sarebbe stato disposto ad abolirle del tutto, se non avesse temuto di andar troppo contro a quelli che gli sembravano pregiudizî del suo tempo. Bisogna però determinare bene la natura e le cagioni di questo che chiamiamo errore del Machiavelli, se non vogliamo noi stessi cadere in esagerazioni ingiuste a suo danno. Le armi portatili da fuoco erano allora davvero così imperfette, così difficili ad adoperarsi con qualche celerità e profitto, che in nessun modo potevano ancora sostituire vantaggiosamente l'arco e la balestra. In fatti non solamente in tutte le battaglie del secolo si continua a parlar sempre di arcieri e balestrieri; ma a più d'un secolo di distanza, il Montecuccoli proponeva ancora una fanteria armata per due terzi di moschetti, ed il resto di picche, le quali scomparvero davvero solo nel secolo XVIII con l'invenzione della baionetta.[122] Del resto quanto si sia nella guerra lenti ad accettare grandi mutamenti, anche se dimostrati utilissimi, lo abbiamo visto a' nostri giorni col fucile ad ago. L'esercito prussiano, che lo aveva adottato già sin dal 1840, potè farne la più sicura esperienza nella guerra di Danimarca, l'anno 1864, e, ciò nonostante, l'Austria continuava a fare studî, nè lo aveva ancora nella guerra del 1866. Solo il grande disastro di Sadowa lo fece finalmente adottare da essa e da tutti gli eserciti d'Europa. Quali difficoltà non doveva dunque incontrare la diffusione delle prime armi portatili da fuoco, le quali erano così imperfette, che sembravano venir solo a sconvolgere tutte le migliori tradizioni della guerra, tutta quanta la tattica militare degli eserciti allora più reputati? Ma per le artiglierie la cosa era assai diversa, e però queste osservazioni non valgono a difendere del tutto il Machiavelli. A Ravenna (1512) i cannoni assai celebrati di Alfonso d'Este avevano fatto molto danno al nemico; a Novara (1513) gli Svizzeri avevano perduto gran numero dei loro, _stracciati dalle artiglierie_, secondo l'espressione del Giovio; a Marignano (1515) l'artiglieria francese ebbe una parte decisiva nella battaglia, e fece soffrire perdite enormi alle fitte ordinanze degli Svizzeri. Anzi da questo momento appunto le loro fanterie cominciarono a perdere la reputazione d'invincibili.[123] Ora il Machiavelli scrisse la sua _Arte della Guerra_ dopo la battaglia di Marignano, dove per giunta anche gli scoppiettieri poterono la prima volta dimostrare l'utilità della loro arme, la qual cosa più tardi riuscì assai meglio a Pavia (1525).

La causa vera del troppo poco conto che il Machiavelli faceva delle armi da fuoco, bisogna ricercarla nell'assai ristretta esperienza militare da lui avuta solo nel campo di Pisa, e nel formare poi l'Ordinanza fiorentina. Aveva potuto, è vero, esaminare le fanterie svizzere e tedesche; ma anche ciò assai fugacemente, e sempre alcuni anni prima del 1512. Nei giorni della battaglia di Ravenna, egli era tutto intento ad apparecchiare la difesa di Prato e di Firenze; quelle di Novara e di Marignano seguirono quando egli era già fuori degli affari, ritirato nella sua villa, dove solo da lontano e per relazioni d'uomini politici o d'uomini di lettere potè esserne informato. La conseguenza fu, che egli conobbe da vicino e personalmente le fanterie e le armi quali erano prima del 1512; cercò il modo di perfezionarle, tenendo presenti le condizioni in cui le aveva viste allora, e meditando sull'arte della guerra presso i Romani. Se fosse stato davvero un uomo di guerra, avrebbe di certo avuto maggiori occasioni di meglio conoscere le grandi battaglie seguite al suo tempo, e quindi anche un più chiaro e sicuro presentimento dell'avvenire serbato alle armi da fuoco. La lancia, la picca, la spada e l'arco non sono nella loro semplicità capaci di grandi perfezionamenti, tanto che restano presso i moderni poco diversi da quel che erano presso gli antichi; ma le armi da fuoco, infinitamente più complicate, furono appunto perciò capaci di grandissimi miglioramenti, dei quali si poteva prevedere l'importanza, ma non certo determinare l'estensione. Meno che mai era al Machiavelli possibile determinarla, e però il valore delle sue teorie militari bisogna giudicarlo, tenendo conto delle condizioni in cui esse furono meditate ed esposte.

Egli fu, in ogni modo, il primo che cercò di dare una teoria ragionata e scientifica di ciò che la tattica era nelle guerre del suo tempo, e dei miglioramenti che in essa si potevano portare. Le sue proposte risguardano quella che si può chiamare la parte fondamentale e costante dell'arte militare; hanno perciò un valore incontrastabile e permanente, meraviglioso davvero in un uomo che non fu mai soldato.[124] Se le armi da fuoco non avessero fatto grandissimi progressi, tutto mutando o modificando, anche quelle parti del libro che oggi hanno solo un valore storico, ne avrebbero uno pratico, non meno notevole, perchè egli indicò con sicurezza l'unica via per cui era possibile progredire, fino a che non intervenne un elemento così disturbatore della tattica antica. Pur tale quale è, il suo libro basta a provare, secondo la opinione dei più esperti, che il fondatore della scienza politica è anche «il primo classico moderno di cose militari.»[125]

Nella lettera dedicatoria a Lorenzo Strozzi, uno de' suoi amici e protettori, il Machiavelli espone subito assai chiaro il concetto politico dominante, lo scopo principalissimo del suo libro. «È stato un errore funestissimo,» egli dice, «l'avere in Italia separato la vita civile dalla militare, facendo di questa un mestiere, come è seguìto colle Compagnie di ventura. Il soldato diviene così violento, minaccioso, corrotto, nemico d'ogni vivere civile. Bisogna perciò tornare agli ordini antichi dei Romani, i quali non conoscevano differenza alcuna tra cittadino e soldato; questo anzi doveva più degli altri essere fedele, pacifico, pieno del timore di Dio. In quale uomo, in fatti, dobbiamo ricercare più fede, più onestà e virtù, che in colui il quale deve esser sempre pronto a morire per la patria? Esso è più degli altri offeso dalla guerra, e trovandosi in continui pericoli, ha quindi maggior bisogno dell'aiuto di Dio. Volendo adunque provarmi a restaurare fra noi l'antica virtù, il che io non giudico impossibile, e per non passare questi miei oziosi tempi senza operare alcuna cosa, ho deliberato di scrivere dell'arte della guerra quello che io ne intendo. So bene che è assai animoso trattare di quella materia di cui non si è fatto professione; pure gli scrittori non possono con le parole recar danni gravi come son quelli che spesso recano coi fatti i capitani inesperti.»[126]

L'opera incomincia con un elogio di Cosimo Rucellai, morto di recente in assai giovane età, pel quale il Machiavelli dimostra una riconoscenza sincera, un affetto caldissimo, profondo. Con una commozione in lui rara, dice di non poterne ricordare il nome senza lacrime, perchè egli ebbe tutte le qualità che in un buon amico dagli amici, in un cittadino dalla patria si possono desiderare. «Io non so qual cosa si fosse tanto sua (non eccettuando, non ch'altro, l'anima) che per gli amici volentieri da lui non fosse stata spesa; non so quale impresa lo avesse sbigottito, dove quello avesse conosciuto il bene della sua patria.» E dopo di ciò ha subito principio il dialogo. Fabrizio Colonna, ben noto capitano, arrivato allora dalla guerra di Lombardia, è invitato da Cosimo fra gli amici degli Orti Oricellari, ed appena giunto, entra a ragionar della guerra. Nel primo dei sette libri, nei quali l'opera è divisa, si discorre principalmente di che sorta d'uomini debba essere composto un esercito. Pieno d'una grandissima ammirazione per la milizia romana, il Colonna, che in sostanza qui rappresenta il Machiavelli, di cui espone le dottrine, osserva che tutti volevano allora imitar degli antichi le cose esteriori, quando invece bisognava cercar d'imitarne la sostanza, cioè i costumi e l'anima. Noi dovremmo, egli dice, come essi facevano, «onorare e premiare le virtù, non dispregiare la povertà; stimare i modi e gli ordini della disciplina militare; costringere i cittadini ad amare l'uno l'altro, a vivere senza sètte, a stimare meno il privato che il pubblico.... I quali modi non sono difficili a persuadere, quando vi si pensa assai, ed entrasi per i debiti mezzi, perchè in essi appare tanto la verità, che ogni comunale ingegno ne puote essere capace.»[127]

Ma tutto questo non si potrà mai ritrovare in coloro che fanno della guerra un mestiere, come i soldati di ventura. Essi debbono di necessità essere violenti, rapaci, fraudolenti, e desiderare sempre guerra, o commettere nella pace violenze e ruberie per vivere. «Non avete voi tutti alla memoria le taglie, i saccheggi, le ruberie commesse dalle Compagnie di ventura, senza che vi si potesse porre alcun rimedio? Al tempo dei padri nostri Francesco Sforza non solo ingannò i Milanesi, di cui era soldato, ma tolse ad essi la libertà e divenne loro principe; Attendolo suo padre costrinse la regina Giovanna, che lo aveva stipendiato, a gettarsi nelle braccia del re d'Aragona, avendola a un tratto abbandonata; Braccio di Montone, con le medesime arti, si sarebbe addirittura impadronito del Reame, se non trovava la morte in Aquila. E tutto questo perchè della guerra avevano fatto un mestiere, e solo con essa potevano vivere. Fino a che la repubblica romana visse immacolata, i suoi capitani furono contenti di trionfare per la patria, e tornarsene poi alla vita privata. Dopo la guerra cartaginese mutarono i tempi; sorsero uomini che facevano il soldato per mestiere, e si cadde subito nei medesimi pericoli in cui siamo caduti noi, come ne sono esempio Cesare e Pompeo. Per questa ragione nessuno Stato bene ordinato ammise mai che i suoi cittadini esercitassero la guerra per mestiere. Nè si alleghi in contrario alcuno dei presenti regni, perchè non sono mai condotti secondo le buone regole. Ma gli Stati bene ordinati danno ai loro re imperio assoluto sugli eserciti solo in campo e durante la guerra, perchè solo allora è necessaria una subita deliberazione, e quindi una potestà unica. Nelle altre cose il re nulla deve operare senza consiglio, e si deve con ogni cura evitare che in tempo di pace egli abbia appresso di sè alcuno di coloro che vogliono sempre la guerra, e non sanno nè possono vivere senza di essa.[128] Ma lasciando anche da parte gli Stati bene ordinati, neppure ai presenti re può convenire l'aver soldati di mestiere, massime ora che il nervo degli eserciti sta tutto nelle fanterie. Se non si ordinano in modo le cose, che in tempo di pace i fanti sieno contenti di tornarsene a casa a vivere delle loro arti, conviene che di necessità per una via o per l'altra lo Stato rovini. Tu sei forzato o a far sempre guerra, o a pagar sempre i tuoi soldati, o a portare pericolo che non ti tolgano il regno. Far sempre guerra non è possibile, pagarli sempre non si può; ecco come di necessità si corre alla rovina.»[129] Al tempo del Machiavelli, veniva, per questo rispetto, dalla fanteria un pericolo maggiore assai che dalla cavalleria. Gli uomini d'arme in fatti erano generalmente dell'aristocrazia, e potevano quindi, massime in Francia ed in Germania, vivere delle loro entrate. La fanteria invece veniva formata di popolani e di contadini, i quali, se non tornavano alle arti della pace, avevano bisogno di guerra o di paga continua.

Dopo di ciò si viene a discorrere del come fare la scelta dei soldati, quella cioè che noi chiamiamo leva militare, e che il Machiavelli chiama _deletto_. «Vogliono coloro che alla guerra hanno dato regola,» così dice il Colonna, alludendo al libro di Vegezio, in parte imitandolo, in parte traducendolo, «che bisogna scegliere gli uomini dai paesi temperati, perchè essi li generano animosi e prudenti, quando invece i paesi caldi li generano prudenti e timidi, e i paesi freddi li generano animosi ed imprudenti.[130] Ma questa sarebbe una regola buona solamente per chi fosse padrone del mondo, e avesse libera la scelta. Volendo invece dare una regola utile a tutti, bisogna trovar modo di scegliere i soldati in ogni provincia, formandoli poi, come facevano gli antichi, con la disciplina, che val più della natura.[131] Dallo stesso Vegezio è copiata anche la descrizione delle qualità fisiche e morali che sono desiderabili nel soldato: «gli occhi vivi e lieti, il collo nervoso, il petto largo, le braccia muscolose, le dita lunghe, poco ventre, i fianchi rotondi, le gambe ed il piede asciutto, le quali parti sogliono sempre rendere l'uomo agile e forte, che sono due cose che in un soldato si cercano sopra tutte le altre. Debbesi sopra tutto riguardare ai costumi, e che in lui sia onestà e vergogna, altrimenti si elegge un istrumento di scandalo ed un principio di corruzione, «perchè non sia alcuno che creda, che nella educazione disonesta e nell'animo brutto possa cadere alcuna virtù che sia in alcuna parte lodevole.»[132]

«Voi adunque,» osserva qui Cosimo Rucellai al Colonna, «volete ricostituire l'Ordinanza fiorentina, la quale da molti savî è stata biasimata come inutile, ed ha fatto all'occorrenza cattiva prova. Questi allegano i Romani, che, avendo le armi da voi raccomandate, perderono la libertà; allegano i Veneziani, che mai non vollero questa Ordinanza, ed il re di Francia, che ha disarmato i suoi sudditi per poterli meglio comandare. In conclusione essi condannano l'Ordinanza più come inutile che come pericolosa.» A tali osservazioni Fabrizio Colonna risponde, che queste opinioni si possono sostenere solo da chi non ha sicura cognizione nè vera esperienza delle cose di guerra. «È infatti,» egli dice, «dimostrato dalla storia e dalla esperienza, che tutti gli Stati si debbono fondare sulle armi proprie, e che con esse sole si possono difendere davvero; nè si può avere milizia propria se non con l'Ordinanza. Se questa una volta non fece a Firenze buona prova, bisogna correggerla, non condannarla, e ricordarsi ancora che non vi sono al mondo eserciti i quali vincano sempre. Nessun savio ordinatore di Stati dubitò mai che la patria debba essere difesa dai suoi cittadini. Se i Veneziani avessero compreso tutto ciò, avrebbero fondato un nuovo imperio nel mondo. Essi in fatti combatterono in mare colle proprie armi, e furono sempre vittoriosi; ricorsero in terra ai capitani di ventura, ai soldati di mestiere, e questo tagliò loro le gambe. I Romani, invece, assai più savî, essendosi prima esercitati a combattere solo in terra, quando ebbero sul mare nemici i Cartaginesi, educarono subito le loro genti alle battaglie navali, e vinsero del pari. Circa poi all'esempio della Francia, che non tiene i suoi abitatori esercitati alla guerra, e deve perciò ricorrere molto anche a soldati di mestiere, non v'è uomo alcuno, che non sia accecato dalla passione, il quale non veda che questa è la vera cagione che ha indebolito quel regno.»[133] In conclusione Fabrizio Colonna vuole che tutti gli uomini sani, dai diciassette ai quaranta anni, vengano esercitati alle armi in certi giorni determinati, per essere sempre pronti a difendere la patria.

Da questo primo libro dell'_Arte della Guerra_ chiaro apparisce, che la monarchia del Machiavelli, la quale egli accetta e sostiene dove la repubblica non è possibile, circonda il re d'uomini savî, che lo consigliano, non lasciandogli mai nella pace assoluto dominio. Solo in guerra, il principe deve essere alla testa del proprio esercito, con assoluto imperio. Repubblica poi o monarchia, lo Stato deve riporre la sua forza nella nazione armata, riunita dalla disciplina, dalle leggi e dal dovere, a difesa comune. Questo è l'esercito in cui il Machiavelli ha piena fiducia, e lo vuole composto d'uomini non solamente forti, educati alle armi; ma sopra tutto virtuosi, modesti, pronti ad ogni sacrifizio pel bene pubblico.[134] Mille volte nell'_Arte della Guerra_ egli ripete che la virtù dei cittadini è la vera forza degli eserciti, e quindi l'unica solida base degli Stati. E ciò non contradice punto a quanto egli disse nei _Discorsi_ e nel Principe. Anche il capitano deve seguire norme di condotta che sono ben diverse da quelle imposte nella vita privata. Ma nella vita pubblica, cittadini, principi e capitani debbono sacrificare tutto allo Stato, alla salute della patria; ed in ciò anch'essi ritrovano il valore morale delle loro azioni. Crediamo noi forse che sia meno leale degli altri, meno generoso, meno devoto al proprio dovere il soldato d'onore che, senza odî o rancori personali, va con calma e fermezza alla guerra; ma che all'occorrenza inganna il nemico, per sconfiggerlo, e ne premia i disertori, che son traditori della loro patria, e paga le spie, che qualche volta compiono anch'esse un necessario e pericoloso dovere? Noi non possiamo perciò, secondo il Machiavelli, negar vera grandezza morale nè al politico, nè al capitano che, seguendo le leggi inesorabili, naturali, fatali dell'arte di Governo e dell'arte della guerra, operano solo nell'interesse della patria, da esso solo lasciandosi guidare, ad esso solo sacrificando tutto. Questo sacrifizio del privato al pubblico bene deve essere la norma costante della condotta politica e militare in uno Stato bene ordinato. E riuscirà a seguirla davvero solo chi è realmente onesto e buono, quantunque possa apparire tristo agli occhi del volgo. Non si speri però d'aver mai una patria ed un esercito forte, senza virtù vera.

Nel secondo libro si comincia a ragionare del come debbano essere armati ed esercitati gli uomini. E qui, anche più che altrove, il Machiavelli ricorre agli antichi scrittori, dei quali in tutta l'opera, più o meno, continuamente si vale, senza quasi mai citarne i nomi. Vegezio riman sempre la sua fonte principale, ed a lui allude ogni volta che accenna in genere a «coloro che scrivono delle cose di guerra.» Spessissimo si vale di Polibio e di Livio, massime quando discorre della falange greca e della legione romana, la quale è, come dicemmo, il modello che propone alla imitazione degl'italiani. Da questi due autori il Machiavelli attinge molte notizie intorno alle armi ed agli esercizi militari degli antichi, di tanto in tanto ricorrendo anche ad altri, una o due volte a Giuseppe Flavio. Se non che, assai poco curandosi che queste sue varie fonti appartengono a tempi diversissimi, li segue senza distinzione di sorta. E quindi, non ostante le osservazioni spesso acutissime che fa nel paragonare gli eserciti greci ai romani, la legione che da lui ci vien descritta, e che è il termine costante d'ogni suo paragone, non riesce storicamente esatta, avendo egli in essa riunito cose, che furono in realtà divise da non breve distanza di tempo. S'aggiunge poi che, volendo egli trovar sempre alle proprie idee sostegno nell'autorità degli antichi scrittori, si lascia qualche volta andare ad interpetrazioni, che si possono dire addirittura arbitrarie. Oltre poi ai sopra accennati autori greci e romani, dobbiamo notare che, nell'_Arte della Guerra_, a cominciar dalla fine del libro terzo, il Machiavelli fa un uso frequentissimo di Frontino, il quale diviene anzi la sua fonte costante ogni volta che si parla di astuzie, stratagemmi o accorgimenti militari da usarsi nel condurre le guerre.[135]

«I Romani,» così comincia il secondo libro, «coprivano di ferro il loro fante; gli davano lo scudo, la spada e un dardo, che chiamavano pilo; i Greci, e specialmente i Macedoni, lo armavano meno gravemente, più ad offesa che a difesa, con una lancia lunga dieci braccia, che chiamavano sarissa.»[136] E qui è da notare che il Machiavelli, non ostante le prove in contrario, non vuole in nessun modo ammettere che i Greci adoperassero lo scudo, perchè non sa vedere come potessero utilmente farlo insieme con la sarissa.[137] È una difficoltà notata anche da altri; ma non è perciò giustificata la sua affermazione contro l'autorità degli antichi. Determina poi mirabilmente quali sono i difetti della falange greca, e quindi la sua grande inferiorità di fronte alla legione romana. Si sforza di trovar somiglianza fra le armi, l'ordinamento degli Svizzeri e quello dei Greci, per meglio provare la superiorità della sua Ordinanza, armata quasi in tutto alla romana. «Gli Svizzeri,» egli dice, «hanno imitato, col loro battaglione, la falange greca, ponendo tutto lo sforzo nelle picche, coprendo assai poco i loro uomini. E dietro questo loro esempio i fanti hanno oggi un petto di ferro, una picca lunga nove braccia, ed una spada che è pure assai lunga. Pochi portano coperta di ferro la schiena e le braccia, nessuno il capo, e questi pochi hanno l'alabarda lunga tre braccia, il cui ferro è come una scure. Si aggiungono alcuni scoppiettieri, che fanno l'ufficio di balestrieri. Questo modo fu trovato dagli Svizzeri, quando con le picche dimostrarono che i fanti possono vincere i cavalli, salendo così in grandissima reputazione, venendo poi imitati dai Tedeschi. Ma fermati e vinti che sono i cavalli, quando si viene alla mischia stretta, la picca non giova più, e questi soldati così poco coperti sono esposti ai colpi del nemico. Si è perciò visto che gli Svizzeri, fortissimi sempre contro la cavalleria, riescono deboli contro quei fanti che sono armati in modo da poter combattere anche da presso. I Romani in fatti coprivano di ferro il soldato, gli davano lo scudo per difesa, e la spada per offesa, venendo subito alla pugna stretta. Gli Spagnuoli son ben armati, tanto da poter vincere i Tedeschi, quando si combatte corpo a corpo; ma non reggono poi contro la cavalleria moderna, che è più forte dell'antica, perchè meglio coperta di ferro, ed ha gli arcioni alle selle, e le staffe che allora non usavano. Quando il Carmagnola si trovò con seimila cavalli e pochi fanti contro diciottomila Svizzeri, fu dalle loro picche respinto. Ma egli, che era un capitano valente, fece scendere a terra i suoi uomini d'arme coperti di ferro, e così vinse il nemico. Quando gli Spagnuoli vennero a liberare il loro capitano Consalvo, che era chiuso in Barletta, si fecero loro incontro i Francesi con le genti d'armi e quattromila Tedeschi. Questi con le lunghe picche aprirono subito le file dei fanti spagnuoli, i quali allora, aiutandosi coi brocchieri e con la propria agilità, si cacciarono tra i nemici, tanto da raggiungerli con la spada, e così li finirono. Lo stesso sarebbe avvenuto a Ravenna, dove gli Spagnuoli si cacciarono in mezzo ai Tedeschi, e li avrebbero finiti, se non sopravveniva la cavalleria nemica, contro la quale essi non potevano resistere con uguale fortuna. Occorreva dunque trovare una fanteria armata alla romana, capace di resistere ai fanti come la spagnuola, ma capace anche di resistere alla cavalleria come gli Svizzeri. Ed in questa fanteria bisogna, come facevano i Romani, riporre tutta la forza dell'esercito, perchè la cavalleria è buona a fare scoperte, a correre e guastare il paese nemico, a tenere l'esercito di quello tribolato e sempre in sulle armi, ad impedirgli le vettovaglie; ma nelle zuffe campali decide la fanteria. Il non avere di ciò tenuto conto, fu, ai tempi nostri, la rovina d'Italia, la quale è stata predata, rovinata e corsa dai forestieri, non per altro peccato che per aver tenuto poca cura delle milizie a piedi, ed essersi ridotti i soldati suoi tutti a cavallo.»[138]

Si viene poi a parlare degli esercizî coi quali deve essere formato il soldato; nè qui il Machiavelli fa altro che imitare Vegezio, descrivendo e raccomandando tutto ciò che facevano i Romani,[139] concludendo che come tali esercizî si potevano fare dagli antichi, «così possono farsi presso di noi, avendosene anche un esempio in molte città tedesche, nelle quali si tengono vivi questi modi, ed ogni abitante decide quali armi preferisce, in quelle viene descritto, e nei giorni oziosi esercitato. Ma non basta educare e formare ciascun soldato per sè; occorre anche ordinarli ed esercitarli insieme. Ogni esercito deve perciò avere come un membro principale, in cui riunire e formare i suoi uomini. I Romani avevano la legione, i Greci la falange, gli Svizzeri hanno i battaglioni, e così dobbiamo fare anche noi.»[140] E quindi, per le ragioni già esposte, egli arma il suo battaglione parte alla greca, parte alla romana; formandolo di seimila uomini, che divide in dieci battaglie, come in dieci coorti era divisa la legione romana, composta, egli dice, di cinque in sei mila uomini.[141] Ogni battaglia è di 450 fanti, 400 dei quali armati gravemente, o sia 100 con le picche, e 300 con lo scudo e la spada. Restano 50 fanti, che sono i veliti, armati alla leggera, con scoppietti, con balestre o simili. Le picche sono nelle cinque prime file, di venti uomini ciascuna; nelle altre quindici sono gli scudi. Ma perchè il battaglione sia da ogni parte difeso contro la cavalleria nemica, s'aggiungono 1500 fanti straordinari, di cui mille armati di picche, e questi si distendono ai lati del battaglione, con 500 veliti, che si uniscono con essi, e formano le ali. Una volta o due l'anno bisogna riunire tutto il battaglione, ed esercitarlo come in tempo di guerra. «L'esercito animoso lo fa non tanto l'essere in quello uomini animosi, quanto l'esservi buoni ordini, perchè se io sono dei primi combattenti, e sappia, sendo superato, dove io m'abbia a ritirare, e chi abbia a succedere nel luogo mio, sempre combatterò con animo, veggendomi il soccorso propinquo.»[142] Come nei _Discorsi_ il Machiavelli attribuiva una straordinaria efficacia ai buoni ordini politici, e li credeva per sè stessi capaci di dare la libertà e generare la virtù, così nell'_Arte della Guerra_ attribuisce una straordinaria efficacia ai buoni ordini militari, e li crede sufficienti a formare il soldato, ad infondergli valore.

Egli ordina ora la sua battaglia, esponendo le varie forme che può prendere, i vari movimenti che deve fare, descrivendone tutte le evoluzioni assai per minuto. «Importa più che cosa alcuna avere i soldati che si sappiano mettere negli ordini tosto, ed è necessario tenerli in queste battaglie, esercitarveli dentro e farli andare forte, o innanzi o indietro, passare per luoghi difficili senza turbare l'ordine; perchè i soldati che sanno fare questo bene, sono soldati pratichi, ed ancora che non avessero mai veduti nemici in viso, si possono chiamare soldati vecchi.... Questo è quanto al metterli insieme, quando sono nelle file piccole, camminando. Ma messi che sono, e poi essendo rotti per qualche accidente che nasca o dal sito o dal nemico, a fare che in un subito si riordinino, questa è l'importanza e la difficoltà, e dove bisogna assai esercizio ed assai pratica, e dove gli antichi mettevano assai studio.»[143] Il Machiavelli aveva ragione d'insistere moltissimo sopra di ciò. Gli eserciti erano allora ordinati in maniera, che quando, durante la battaglia, il nemico riusciva ad assalire di fianco, tutto era perduto, per la grande difficoltà di mutar posizione; e così, quando le prime linee retrocedevano, la confusione diveniva subito generale, e non v'era più rimedio.[144] Insistendo sempre sulla necessità di rendere l'esercito mobile e capace di mutare forma istantaneamente, in presenza del nemico, e d'ogni nuovo accidente o pericolo che sorgesse, l'autore dell'_Arte della Guerra_ dimostrava di conoscere quale era il modo più sicuro di migliorare la tattica de' suoi tempi.

Se attentamente si esamina il modo, con cui è formato il battaglione del Machiavelli, apparisce in un punto qualche contradizione. Egli si fonda tutto sulla fanteria, e la vuole armata ed ordinata al modo romano, mobilissima, pronta all'offesa più che alla difesa, nè sembra voler mai far gran conto della cavalleria. Pure non solo copre di ferro i soldati della sua Ordinanza, ma la circonda da ogni lato di picche, perchè possa esser difesa contro gli assalti della cavalleria, ai quali pensa di continuo. Rimprovera anzi alle fanterie spagnuole d'aver troppo poco pensato a questo, onde spesso venivano sbaragliate dai cavalli, sebbene poi nella mischia stretta si rifacessero. Tutto ciò segue, perchè, sebbene egli vedesse chiaro quale era l'avvenire della fanteria, non poteva poi nella pratica negare alla cavalleria una parte almeno di quella importanza grandissima, che nelle guerre d'allora essa continuava ad avere, e quindi il pensiero di difendersi dagli uomini d'arme ricompariva e spesso prevaleva.[145] Questo si vedeva pure nell'ordinamento dei battaglioni svizzeri, che egli tanto ammirava, ed a questo lo induceva ancora il poco conto in cui teneva le armi da fuoco. Messa però da un lato una tal contradizione teorica, è certo che il battaglione del Machiavelli è un vero miglioramento di quello degli Svizzeri, per la sua maggiore articolazione, la sua mobilità e mutabilità.[146] Era tale in fatti che, se non fosse intervenuto il progresso delle armi da fuoco, l'incremento logico e naturale dell'arte militare avrebbe necessariamente portato a seguire la via da lui indicata, e fatte adottare le riforme da lui proposte.[147] Il fucile ed il cannone perfezionati scomposero di poi i battaglioni compatti, obbligando a presentare al nemico masse meno profonde e più estese. Ma ciò avvenne assai più tardi, nè si poteva allora prevedere.

A questo punto gl'interlocutori fanno una domanda simile ad un'altra, che il Machiavelli s'era già fatta nei _Discorsi_. Aveva in essi domandato: perchè mai gli antichi ebbero maggiori libertà, maggiori virtù politiche dei moderni? E la risposta era stata: perchè ebbero governi repubblicani, e perchè le religioni pagane esaltavano la forza, l'amor di patria, anche la ferocia dell'animo, quando invece il Cristianesimo pensa al cielo più che alla terra, ed esalta la mansuetudine al di sopra della forza. Solo fra gli Svizzeri ed i Tedeschi si trovano ancora esempî dell'antica virtù. E nell'_Arte della Guerra_ Cosimo Rucellai domanda del pari: quale è la cagione per la quale l'Europa ebbe in antico tanti gran capitani, e così pochi ne ebbero l'Asia e l'Africa, così pochi se ne hanno oggi per tutto? «Gli antichi,» risponde Fabrizio Colonna, «ebbero in Europa molti principati o repubbliche, che, combattendo fra loro, educavano le virtù militari; i popoli dell'Oriente ebbero invece solo uno o due grandi imperi. L'Africa, per questo rispetto, si trovò in condizioni più fortunate, a cagione della repubblica cartaginese. Dalle repubbliche escono più uomini eccellenti che dai regni, perchè in quelle il più delle volte si onora la virtù, ne' regni invece si teme; onde ne nasce che nelle une gli uomini virtuosi si nutriscono, negli altri si spengono.[148] Quando poi in Europa, cresciuto l'impero romano, e divenuto signore del mondo, non vi furono più nemici da temere, allora la virtù militare scomparve per le ragioni stesse che l'avevano spenta fra i popoli dell'Oriente. I barbari, è vero, la divisero di nuovo; ma la virtù che una volta è venuta meno non rinasce così facilmente. Oltre di che, come fu già osservato, il Cristianesimo è più mite delle religioni pagane, e sotto di esso le cose non procedono perciò con l'antica ferocia.[149] Inoltre abbiamo ora grandi regni, che non temono i vicini, e piccole città, che si accostano ai potenti per farsi difendere da essi; così manca occasione a quelle lotte, che promuovono la virtù militare. Considerate la Magna, nella quale per essere assai principati e repubbliche, vi è assai virtù, e vedrete come tutto ciò che nella presente milizia è di buono, dipende dall'esempio di quei popoli, i quali, essendo gelosi dei loro Stati, temendo la servitù, che altrove non si teme, tutti si mantengono sicuri ed onorati.»[150]

In fine del secondo libro, Cosimo ricorda a Fabrizio, che della cavalleria non ha ancora parlato. E questi risponde, che ha taciuto, perchè essa ha minore importanza della fanteria, e perchè era allora in assai migliori condizioni. «Se non è più forte dell'antica, le è certo pari.» La vorrebbe perciò poco o punto mutare. Porrebbe fra i cavalleggeri qualche scoppiettiere, più per far paura ai paesani, che per produrre effetto reale. Vorrebbe per ogni battaglione 150 uomini d'arme e 150 cavalli leggieri; vorrebbe diminuito molto il numero eccessivo in Italia dei cavalli e dei carri, che portavano le armi e gli arnesi della cavalleria. Nè altro aggiunge. Gli studî, la principale esperienza del Machiavelli, e quindi le proposte che faceva, si riferivano quasi sempre alla fanteria.

Nel terzo libro si ordina l'esercito, per poter venire a giornata col nemico. Il più grande errore che si possa commettere, secondo il Machiavelli, è quello di dare all'esercito, come facevano al suo tempo, una sola fronte, una sola linea di battaglia, obbligandolo così ad un impeto e ad una fortuna sola. Questo avveniva perchè non si sapevano imitare i Romani, «i quali dividevano la legione in Astati, Principi e Triarî. I primi erano nella fronte, con ordini spessi; i secondi seguivano più radi, in modo da potere all'occorrenza ricevere i primi, quando questi dovevano retrocedere; i terzi, più radi ancora, per ricevere i primi ed i secondi. I Greci, armati di lunghe lance, non avevano questo modo di rifarsi; ma il soldato che cadeva, veniva sostituito da chi gli era dietro, e così le file restavano sempre piene, salvo l'ultima che andava diradando. Siffatto ordine imitarono in principio anche i Romani; poi non piacque loro, e divisero le legioni in coorti o in manipoli, perchè giudicarono, che quel corpo avesse più vita, che aveva più anime, ed era composto di più parti, ciascuna delle quali per sè stessa si reggesse.[151] Gli Svizzeri sono tornati alla falange greca, e dividono il loro esercito in tre grossi battaglioni, che scalano così: il secondo a destra e dietro al primo; il terzo più indietro ancora, a sinistra. I primi, ritirandosi, non possono essere ricevuti nei secondi e terzi; ma questi s'avanzano, invece, a soccorrere i primi, quando è necessario. E però, come la solidità delle falangi dovette cedere di fronte alla mobilità ed articolazione della legione romana, così i grossi battaglioni svizzeri debbono cedere di fronte alla nostra Ordinanza, pronta a combattere da ogni lato; a rifarsi tre volte, quando deve retrocedere; a prendere ogni forma; a resistere contro i cavalli con la picca, contro i fanti con la spada.»[152]

Il Machiavelli compone il suo esercito normale di quattro battaglioni, diviso ciascuno in dieci battaglie, come dieci erano le coorti della legione descritta da Vegezio. In tutto sarebbero 24,000 fanti e 1200 cavalli; ma egli dice che, per maggiore semplicità, fa i suoi ragionamenti solo su due di essi, o sia 12,000 fanti e 600 cavalli, potendo con facilità le stesse osservazioni applicarsi ad un doppio numero di uomini. Pone adunque in prima linea dieci battaglie, sei in seconda, e quattro in terza, perchè la prima linea, ritirandosi, possa essere ricevuta nella seconda, e ambedue nella terza. Ogni battaglia ha le picche nelle prime linee e gli scudi nelle altre. Ai fianchi dell'esercito sono disposte le picche chiamate straordinarie, perchè da ogni lato si possa far fronte ai cavalli nemici. Pone la sua cavalleria alle ali, l'artiglieria dinanzi. Se queste battaglie, durante la mischia, si ristorano nel modo che egli ha chiamato romano, le prime ritirandosi cioè nelle seconde, ed ambedue nelle terze, dentro ciascuna di esse invece gli uomini si aiutano seguendo il modo proprio della falange greca, colui che è indietro avanzandosi cioè a prendere il posto del compagno che gli è caduto dinanzi.

I due eserciti sono ora di fronte, e Fabrizio Colonna espone come procede il suo. Le artiglierie tirano e fanno poco altro che fumo. Subito dopo i militi e la cavalleria leggiera escono sparsi per la campagna, ed assaltano il nemico, la cui artiglieria ha già tirato, ma i colpi sono passati sul capo dei fanti di Fabrizio. Le picche resistono fieramente all'assalto; quando però la mischia si stringe non possono più nulla, e si ritirano per dar luogo ai fanti armati di scudo e di spada, i quali disfanno il nemico.

Dopo che Fabrizio Colonna ha con calore e minutamente descritto questa battaglia, Luigi Alamanni domanda: «Perchè avete voi fatto tirare una sola volta le vostre artiglierie, e poi subito smettere; perchè mai avete posto quelle del nemico in modo che i colpi sono passati sul capo dei vostri? Io invece ho sentito da molti spregiare le armi e gli ordini degli antichi, dicendo che sarebbero ora inutili contro le artiglierie, le quali rompono gli ordini e passan le corazze.» «È vero,» risponde Fabrizio, «che feci tirare una volta sola, ed anche di ciò stetti in dubbio, perchè, più del percuotere il nemico coi miei cannoni, m'importa non essere io percosso dai suoi.[153] È quindi necessario andar contro alla sua artiglieria subito e con ordine rado, per non lasciargli tempo ad offendere, e perchè in ogni caso esso tiri solo contro uomini sparsi. Esitai, come ho detto, perfino a tirare la prima volta, perchè so che il fumo delle artiglierie ti leva la vista del nemico. E feci passare i suoi colpi sulla testa dei miei uomini, questo essendo ciò che di fatto segue quasi sempre. Sono in vero le artiglierie così difficili a trattare, che quando appena tu le alzi, passano sul capo al nemico, ed ogni poco che le abbassi, danno in terra. Appiccata poi che è la zuffa, riescono addirittura inutili. So bene che molti presumono essere contro le artiglierie affatto inefficaci gli ordini antichi, quasi se ne fosse ora trovato uno nuovo, che riesca utile contro di esse. Se voi lo conoscete, avrò caro che me l'insegnate, perchè infino a qui io non ce ne so vedere alcuno, nè credo se ne possa trovare. Vorrei sapere da voi, perchè i soldati a piedi dei nostri tempi portano ancora il petto ed il corsaletto di ferro, e perchè quelli a cavallo sono sempre tutti coperti di ferro? Gli Svizzeri, a similitudine degli antichi, formano battaglioni stretti di sei o ottomila uomini, e tutti gli hanno imitati. Non v'è contro le artiglierie un ordine più pericoloso che l'ordine stretto, eppure è quello che oggi prevale. Se questi modi non difendono dalle artiglierie, contro le quali non v'è rimedio che valga, essi difendono sempre dai fanti, dai cavalli, dalle picche, dalle spade, dalle balestre, ecc. Del resto, se oggi è ancora possibile mettere il campo sotto una città, di dove le artiglierie ti offendono senza essere offese, molto più possiam farlo in una pianura aperta, senza sbigottirci e senza presumere che sia possibile mai abbandonare gli ordini antichi. Questo esercito adunque manterrà sempre il vantaggio sugli altri dei nostri tempi, perchè, meglio ordinato ed armato, può fermare al primo scontro il nemico, e disfarlo poi quando si accosta; può riprendere la battaglia tre volte, senza mai confondersi; può facilmente combattere da ogni lato.»[154]

Nel quarto e quinto libro si parla dei movimenti di tutto l'esercito, tenendo sempre dietro all'esempio romano, senza che il Machiavelli possa molto aggiungere di nuovo per esperienza propria, non essendosi trovato mai nè a grandi guerre, nè fra grandi moltitudini di armati. Ed è qui che incomincia a fare uso frequentissimo di Frontino, da lui pigliando continuamente gli esempî di astuzie e stratagemmi di guerra, che suggerisce.[155] Ciò a cui ora più costantemente mira, si è il poter dare all'esercito, con grande rapidità, anche in presenza del nemico, tutte quante le possibili forme. Egli biasima però sempre il distenderne molto la fronte, giudicando che sia cosa pericolosissima.[156] Il troppo poco conto che faceva delle armi da fuoco, non gli rendeva possibile prevedere, che esse avrebbero reso necessaria una formazione sempre più larga e meno profonda.

Quando l'esercito si trovi molto scarso di cavalli, il Machiavelli consiglia di ordinarlo, potendo, fra vigne ed alberi, come fecero gli Spagnuoli alla Cerignola. Consiglia di porre la parte più forte de' suoi contro la più debole del nemico, per poter meglio, ritirandosi da un lato, circondarlo dall'altro.[157] E questa fu in ogni tempo l'arte dei grandi capitani. Alcune altre sue osservazioni possono dirsi più di senso comune che veramente di arte della guerra, sebbene anche in questa l'ingegno naturale di colui che comanda, e la sua conoscenza degli uomini ebbero ed avranno sempre una importanza superiore alle cognizioni tecniche. Il Machiavelli raccomanda il segreto in tutte le imprese militari, lo studio e la conoscenza dei luoghi, e dice che giova sopra ogni cosa saper mettere il soldato nella condizione di potersi salvar solo colla vittoria. «Le necessità possono essere molte, ma quella è più forte, che ti costringe a vincere o morire.»[158] Gli esempî che adduce in questi due libri, sono quasi tutti cavati dalla storia antica.

E così ancora nel sesto libro, dove discorre del modo d'alloggiare l'esercito, cerca attenersi ai Romani, quantunque sia pur necessario che se ne allontani più d'una volta, a cagione delle mutate condizioni dei tempi. Il Colonna comincia col riconoscere che sarebbe stato forse più opportuno «alloggiare prima l'esercito, per farlo poi muovere e finalmente combattere.» Ma volendo egli dimostrare come poteva, camminando, ridurlo a un tratto dalla forma tenuta nell'avanzarsi a quella della zuffa, fu indotto a cominciare dall'ordinario a battaglia più presto che poteva.[159] E viene ora a parlar degli alloggiamenti, senza molto aggiungere di nuovo, che meriti particolar menzione. Qui egli ordina non più due, ma quattro battaglioni, cioè tutto quanto l'esercito normale di 24,000 fanti e circa 2000 cavalli. Come i Romani componevano il loro esercito di 24,000 fanti, e nei casi estremi non superarono, secondo il Machiavelli, quasi mai il numero di 50,000, «coi quali poterono vincere 200,000 Francesi, così debbono fare i moderni.[160] I popoli dell'Oriente e quelli dell'Occidente fecero, è vero, la guerra con le moltitudini armate; ma questi si fondarono tutti sulla loro naturale e selvaggia ferocia, quelli sulla grande reverenza e passiva obbedienza ai loro re. Per i popoli meridionali in Italia ed in Grecia, dove mancano così la naturale ferocia, come la passiva obbedienza, fu necessario ricorrere alla disciplina, la quale ha tanta forza, che con essa i pochi e bene ordinati poterono vincere il furore e la ostinazione dei molti. Gli antichi fecero ogni cosa meglio di noi, massime nella guerra, e chi vorrà imitarli non deve formare eserciti troppo numerosi, perchè si disordina la disciplina e si genera confusione.»[161] A mantenere con sicurezza questa disciplina, propone che la pena ed in parte anche il giudizio sieno dati popolarmente, come avevano fatto i Romani e come facevano gli Svizzeri, presso i quali chi violava la disciplina veniva ammazzato dai propri compagni d'arme. «E ciò,» egli dice, «è assai bene considerato, perchè il reo non troverà mai difensori in coloro che lo avranno punito.»[162] Fra i consigli o suggerimenti dati in questo libro, ve n'è qualcuno che torna a ricordarci quanto, così nella guerra, come nella pace, la moralità di quei tempi fosse diversa dalla nostra. Il Machiavelli dice, per esempio, che alcuni abbandonavano il campo con tutti i viveri al nemico, per poi sorprenderlo quando s'era ripieno di vino e di cibo, ed aggiunge, senza altro osservare, che qualche volta, per meglio riuscire, si avvelenavano prima i vini.[163]

Il valore di quest'opera si rialza di nuovo nel settimo ed ultimo libro, nel quale l'autore espone alcune idee assai notevoli intorno alle fortificazioni, e poi conclude. Le fortificazioni erano da un pezzo materia di studî, fatti in Italia e fuori da valenti ingegneri civili e militari. Ma l'uso delle artiglierie rendeva adesso necessaria anche in ciò una trasformazione radicale. Le antiche mura assai alte venivano facilmente abbattute dai cannoni, e le altissime torri non facevano più danno al nemico, perchè su di esse non potevano portarsi le artiglierie, nè il gettar sassi o altro noceva a chi poteva ora tenersi lontano. Si cercavano quindi costruzioni più basse e più solide, sulle quali fosse possibile portare i cannoni. Di tutto ciò il Machiavelli aveva avuto qualche esperienza, così al campo di Pisa, come nell'apparecchiare la difesa di Firenze e di Prato contro gli Spagnuoli nel 1512. Più tardi, quando però il suo libro era stato già scritto, dovè occuparsene di nuovo col celebre Pietro Navarro, per apparecchiare la difesa della sua città nativa contro l'esercito di Carlo V.

Le idee a questo proposito esposte nell'_Arte della Guerra_, non mancano certo di valore e di originalità,[164] sebbene qualche volta sembrino accennare ad uno stato di cose anteriore a quello in cui la scienza delle fortificazioni era allora arrivata. Il Machiavelli voleva sempre tenere assai alte le mura per impedire che venissero scalate.[165] Riconosce però in questo caso tutto il valore che avevano le artiglierie, delle quali dice, «è tanto il furore, che un muro solo non può in alcun modo resistere.»[166] Ma ciò che è più, riconosce quale era allora il problema fondamentale, proponendo anche una soluzione sua propria. «Se le mura sono troppo alte,» egli osserva, «non vi si possono far salire le grosse artiglierie, e non si può resistere a quelle del nemico, che facilmente apre la breccia; se sono troppo basse, vengono scalate.» A questo pericolo si era da più tempo cercato un rimedio con ciò che i Francesi dicono _rempart_. Il muro, sempre alto, veniva rivestito di terra nell'interno, e così ingrossato e reso più forte contro i colpi del nemico. Ma tale sistema aveva un gran difetto, già notato da altri, e di cui il Machiavelli stesso s'era coi propri occhi avveduto a Pisa. Appena aperta la breccia, le pietre del muro rovinato cadevano sempre dalla parte donde venivano i colpi, e dietro seguiva la terra con cui era stato ingrossato. In questo modo, il fosso esterno si trovava ricolmo, ed al nemico era reso facile dare l'assalto decisivo. Il Machiavelli perciò proponeva un sistema nuovo, del quale un piccolo saggio, aveva potuto vedere ben due volte a Pisa, nel 1500 e nel 1505,[167] quando i Fiorentini, avendo aperta una larga breccia nelle mura di quella città, sperano dovuti ritirare, perchè dietro il muro era stato dai Pisani cavato un fosso, e dietro il fosso alzato un riparo. Lo stesso esperimento, in assai più larga misura e con maggior fortuna, era stato fatto l'anno 1509 a Padova, ordinando la difesa di tutta la città secondo il nuovo sistema, e costringendo così il poderosissimo esercito di Massimiliano a levare vergognosamente l'assedio. Tutto quello che avvenne nella guerra di Pisa era, com'è noto, familiarissimo al Machiavelli, e nel 1509, trovandosi a Mantova ed a Verona, aveva potuto ricevere esatte notizie della tanto celebrata difesa di Padova. Di essa allora si parlò molto; il Guicciardini ce ne lasciò una minutissima descrizione,[168] e dalle lettere dirette al Machiavelli apparisce chiaro, che sin dai primi giorni, egli volle esserne minutamente ragguagliato.[169]

Il sistema che suggeriva era dunque il seguente. Le mura debbono essere «ritorte e piene di volture, per poter ferire il nemico da più lati.» Proponeva poi due cerchi di mura, con un largo fossato tra l'uno e l'altro. L'esterno doveva essere grosso tre braccia almeno, con torri ad ogni dugento braccia, alto più che era possibile, acciò il nemico non potesse scalarlo. Invece d'avere il fossato dinanzi, doveva averlo di dietro, largo trenta braccia, profondo dodici, con casematte nel fondo ad ogni dugento braccia. Il terreno cavato per formare il fosso, doveva gettarsi dalla parte che guardava la città, e servire a formare il muro interno, alto tanto da coprire un uomo, grosso in modo da sostenere le artiglierie pesanti, e poter quindi rispondere a quelle del nemico. In tal modo, egli diceva, quando sarà aperta la breccia nel muro esterno, avverrà come a Pisa, che le pietre, cadendo dal lato di dove vengono i colpi, invece di colmare il fosso che è nell'interno, formeranno un riparo esterno che renderà il fosso più profondo ancora; e così il nemico si troverà di fronte un primo argine o riparo ingrossato dalle pietre cadute, poi il fosso, poi il secondo muro con le artiglierie più pesanti.[170] Il Machiavelli non vuole bastioni esterni o altre opere staccate, a distanza dalle mura, perchè una volta prese tali opere, è presa, egli dice, la fortezza. Fino ad un miglio di distanza sarà quindi spianato e libero il terreno.[171] Ed anche quest'ultimo concetto è, secondo gli scrittori moderni, originale e nuovo per quel tempo. Qualche cosa di simile pare che suggerisse in Germania il grande ingegno del pittore Alberto Dürer, che potè ricevere la sua ispirazione dallo stesso assedio e difesa di Padova. In ogni modo è certo che queste idee scientificamente esposte nell'_Arte della Guerra_, dànno un'altra prova dell'acume singolare e del genio pratico del Machiavelli. Le artiglierie però mutarono allora con sì grande rapidità tutti i vecchi sistemi di fortificazione, che non lasciarono tempo a fermarsi in questi tentativi intermedi, per quanto fossero ingegnosi ed anche fortunati nella prima esperienza che se ne fece.[172]

Noi potremmo qui ripetere una serie di osservazioni sui modi di migliorare la costruzione delle feritoie, delle saracinesche, delle ruote e dei carri per trasportare le artiglierie, dei ponti levatoi e simili. Da esse si vedrebbe come il Machiavelli non tralasciasse mai occasione alcuna di tutto osservare e ricordare, e come le sue osservazioni fossero sempre ingegnose, acute e non prive di valore pratico. Ma preferiamo di affrettarci alla conclusione dell'opera, alla quale s'arriva dopo alcuni pensieri, quasi direi aforismi militari, come i seguenti: «Colui che seguita con disordine il nemico poi ch'egli è rotto, non vuole fare altro che diventare di vittorioso perdente. — Muta partito, quando ti accorgi che il nemico lo abbia previsto. — Agli accidenti subiti con difficoltà si rimedia, ai pensati con facilità. — Gli uomini, il ferro, i danari ed il pane sono il nervo della guerra; ma di questi quattro sono più necessari i primi due, perchè gli uomini ed il ferro trovano i danari ed il pane; ma il pane ed i danari non trovano del pari gli uomini ed il ferro.»[173]

E qui il Colonna s'affretta a concludere, dicendo che avrebbe potuto esporre molte altre cose intorno alla milizia degli antichi; ma il suo scopo era stato di dir solamente ciò che gli pareva necessario al buono ordinamento di quella de' suoi tempi. Della milizia navale non aveva parlato, perchè non se ne intendeva.[174] «Se voi volete sapere, quali sono le qualità che deve avere un buon capitano, io sarò assai breve, bastando il dirvi che deve conoscere tutte le cose soprascritte; ma che esse non bastano, se non saprà nulla trovare di suo, perchè niuno mai fu grande nel suo mestiere senza invenzione, e questa è sopra tutto necessaria nella guerra.[175] Ridurre la milizia ai modi antichi non è difficile, come io vi ho mostrato; ma a poterlo fare, sarebbe necessario essere un principe grande abbastanza da mettere insieme quindici o ventimila giovani, per farli buoni soldati. E nulla si può immaginare di più glorioso, perchè se è lodevole con un buon esercito vincere una battaglia, più lodevole assai è formare un esercito vittorioso. Di questo numero furono Pelopida, Epaminonda, Filippo di Macedonia padre di Alessandro, Ciro re dei Persi. Costoro riuscirono per la loro prudenza, e per avere avuto soggetti adatti ad un tale scopo; ma nessuno di loro, ancorchè eccellente, avrebbe potuto compiere opere lodevoli in una provincia piena di uomini corrotti, non usi ad alcuna onesta obbedienza, come è l'Italia. Qui non basta saper comandare un esercito; bisogna saperlo e poterlo prima formare, e però è necessario cominciare coll'essere principe di uno Stato grosso. Di questi tali non posso essere io, che comandai sempre eserciti forestieri, soldati di ventura, uomini obbligati ad altri e non a me. E lascio giudicare a voi, se è possibile introdurre in essi qualche utile riforma. Come potrei io indurli a portare più armi del solito, ad esercitarsi più ore del giorno? Quando si asterrebbero essi dalle lascivie, dalle insolenze e dalle violenze che ogni giorno commettono? Quando si ridurrebbero mai in tanta disciplina, che un albero carico di pomi, in mezzo ai loro alloggiamenti, rimanesse intatto, come si legge che presso gli antichi molte volte intervenne? Che cosa posso loro promettere, quando, finita la guerra, non hanno più nulla da fare con me?» «Di che gli ho io a fare vergognare, che sono nati ed allevati senza vergogna?... Per quale Iddio o per quale Santo gli ho io a fare giurare? Per quei che eglino adorano, o per quelli che bestemmiano? Che ne adorino non so io alcuno; ma so bene che li bestemmiano tutti.... Come possono coloro che bestemmiano Iddio riverire gli uomini? Quale adunque buona forma sarebbe quella che si potesse imprimere in questa materia?»[176]

«Gli Svizzeri e gli Spagnuoli, sebbene lontani dalla perfezione, sono assai migliori degl'italiani, che non avendo preso alcun ordine buono, rimangono il vituperio del mondo. Non ne hanno già colpa i popoli, ma i principi, i quali ne sono stati puniti col perdere ignominiosamente lo Stato, senza dare alcuno esempio virtuoso. E che gli ordini vigenti siano pessimi, lo prova chiaro il fatto che, dopo tante guerre seguìte in Italia dalla venuta di Carlo VIII in qua, i nostri eserciti, invece di agguerrirsi col combattere, sono andati sempre peggiorando. Nè c'è altro rimedio fuori di quello indicato, cioè di un principe che possa e sappia formare il suo esercito con uomini rozzi, non ancora guasti dai cattivi ordini presenti. Una nuova forma s'imprime assai meglio in animi rozzi ed inculti, che nei corrotti, come un buono scultore riuscirà meglio a fare una statua da un blocco di marmo greggio, che da uno male abbozzato.» «Credevano i nostri principi italiani, prima che egli assaggiassero i colpi delle ultramontane guerre, che a un principe bastasse sapere negli scrittoi pensare una acuta risposta, scrivere una bella lettera, mostrare ne' detti e nelle parole arguzia e prontezza, sapere tessere una fraude, ornarsi di gemme e d'oro, dormire e mangiare con maggiore splendore che gli altri, tenere assai lascivie intorno, governarsi co' sudditi avaramente e superbamente, marcirsi nell'ozio, dare i gradi della milizia per grazia;... nè si accorgevano i meschini che si preparavano ad essere preda di qualunque gli assaltava. Di qui nacquero poi nel mille quattrocento novantaquattro i grandi spaventi, le subite fughe, e le miracolose perdite, e così tre potentissimi Stati che erano in Italia, sono stati più volte saccheggiati e guasti.» «Ma peggio ancora si è, che coloro i quali restano, vivono nel medesimo errore e nel medesimo disordine, nè considerano che quelli che in antico volevano tenere lo Stato, erano i primi tra i combattenti, e se perdevano, volevano con lo Stato perdere la vita, talmente che o vivevano o morivano virtuosamente. E se in alcuno di essi si poteva dannare troppa ambizione o ferocia, non si troverà mai alcuna mollizie o cosa che faccia gli uomini delicati ed imbelli. Le quali cose se fossero state lette e credute dai nostri principi, sarebbe impossibile che essi non mutassero forma di vivere, e che le loro province non mutassero fortuna.»

«Ma perchè voi vi doleste della nostra Ordinanza, vi dico, che se davvero l'avete formata come di sopra ho detto, e non ha fatto buona esperienza di sè, ve ne potete dolere; ma se non l'avete esercitata e formata come io ho detto, essa può dolersi di voi, che avete fatto un abortivo, non una figura perfetta. Anche i Veneziani e il duca di Ferrara cominciarono e poi non seguirono, il che fu colpa loro e non dei loro uomini.» «Ed io vi affermo che qualunque di quelli che tengono oggi Stati in Italia, prima entrerà per questa via, fia prima che alcun altro signore di questa provincia; ed interverrà allo Stato suo come al regno de' Macedoni, il quale, venendo sotto a Filippo, che aveva imparato il modo di ordinare gli eserciti da Epaminonda tebano, diventò con questo ordine e con questi esercizî, mentre che l'altra Grecia stava in ozio ed attendeva a recitar commedie, tanto potente, che potette in pochi anni tutta occuparla, ed al figliuolo lasciare tale fondamento, che potè farsi principe di tutto il mondo. Colui adunque che dispregia questi pensieri, se egli è principe, dispregia il principato suo; s'egli è cittadino, la sua città. Ed io mi dolgo della natura, la quale o ella non mi doveva fare conoscitore di questo, o ella mi doveva dare facoltà a poterlo eseguire. Nè penso oggimai, essendo vecchio, potere averne alcuna occasione, e per questo io ne sono stato con voi liberale, che essendo giovani e qualificati, potrete, quando le cose dette da me vi piaceranno, ai debiti tempi in favore dei vostri principi aiutarle o consigliarle. Di che non voglio vi sbigottiate o diffidiate, perchè questa provincia pare nata per risuscitare le cose morte, come si è visto della poesia, della pittura e della scultura. Ma quanto a me si aspetta, per essere in là cogli anni, me ne diffido. E veramente se la fortuna mi avesse conceduto per lo addietro tanto Stato, quanto basta a una simile impresa, io crederei in brevissimo tempo avere dimostro al mondo, quanto gli antichi ordini vagliano; e senza dubbio, o io l'avrei accresciuto con gloria, o perduto senza vergogna.»[177]

Ed ecco ricomparir sulla scena il re liberatore, che a similitudine di Filippo il Macedone deve con le armi salvare la patria. Così anche l'_Arte della Guerra_ si riconnette col _Principe_. — Colui che primo in Italia seguirà i miei consigli, riuscirà con suo onore immortale nella magnanima impresa di liberare la patria. — Questo aveva il Machiavelli detto a Giuliano ed a Lorenzo de' Medici; questo ripetè agli amici degli Orti Oricellari, e scrisse nel suo _Discorso sulla riforma di Firenze_, al cardinal dei Medici ed a Leone X; questo ripete di nuovo nell'_Arte della Guerra_. Se in essa il suo pensiero dominante riesce anche più chiaro che altrove, e più esplicita apparisce la sua ammirazione per la virtù, più ardente e puro il suo patriottismo, ciò dipende solo dalla natura del soggetto che trattava. E se egli parlava così chiaro quando s'era potuto finalmente avvicinare ai Medici, e ne aveva la prima volta avuto sicura speranza di qualche favore, nessuno potrà credere che avesse voluto esprimere diversi pensieri, o cercato di mascherare il suo patriottismo, scrivendo i _Discorsi_ ed il _Principe_, quando si trovava da tutti abbandonato, e vivevano ancora Giuliano e Lorenzo, il primo dei quali almeno era certo d'animo più mite del Cardinale e del Papa.

CAPITOLO IX.

Il Machiavelli ha la commissione di scrivere le _Storie_. — Il Soderini cerca dissuaderlo dall'accettare. — Gita a Carpi e corrispondenza col Guicciardini. — Papa Adriano VI. — Nuove proposte di riforme in Firenze. — Congiura contro i Medici e condanna dei congiurati.

Quando molti, fra i quali lo stesso cardinal dei Medici, cominciavano a leggere e meditare l'_Arte della Guerra_, la _Vita di Castruccio Castracani_ era, come abbiamo veduto, già corsa per le mani di tutti gli amici degli Orti Oricellari, i quali, pur disputando sullo scopo, sperano trovati d'accordo nel vedere in essa una prova sicura, che il Machiavelli aveva una singolare attitudine allo stile storico, e lo avevano perciò incoraggiato a provarsi anche in tal genere. Molti di questi amici erano allora potenti in Firenze, ed il loro favorevole giudizio non restò senza effetto utile per lui. Nel novembre del 1520 infatti egli ebbe dagli ufficiali dello Studio fiorentino e pisano la commissione di scrivere la storia di Firenze. Il cardinale dei Medici, come arcivescovo _pro tempore_ della Città, era capo dello Studio e conferiva i grandi accademici, secondo una bolla di Leone X (31 gennaio 1515), la quale confermava i privilegi già concessi dall'imperatore Carlo IV.[178] Si deve perciò attribuire in gran parte all'opera sua la commissione data al Machiavelli, il quale poi a lui appunto, divenuto papa Clemente VII, dedicò le _Storie_, e da lui ricevette più tardi nuovo aiuto a continuarle. La _condotta_, come la chiamavano, egli l'ebbe nello Studio di Pisa, per mezzo del suo parente Francesco del Nero, il quale allora appunto era stato mandato presso quella Università, per riparare ai disordini che v'erano seguiti. Il Machiavelli formulò di sua mano la proposta, la quale fu che, per un numero d'anni e con un salario che egli non determinava, dovesse scrivere la storia di Firenze «da quello tempo che gli parrà più conveniente, et in quella lingua latina o toscana che più gli parrà.»[179] Gli ufficiali dettarono la deliberazione il dì otto novembre 1520, _conducendolo_ per due anni, l'uno fermo e l'altro a loro beneplacito, con salario di cento fiorini l'anno, e con l'obbligo d'essere a servizio loro, se altro gli volessero comandare.[180]

Il Machiavelli si pose subito all'opera, ma, com'era naturale, per qualche tempo non potè far altro che studî preparatorî, tanto più che ebbe varie interruzioni. Anzi, donde meno se lo aspettava, gli venne ora il consiglio di ricusare addirittura l'incarico, per accettare invece un'assai diversa offerta. Piero Soderini, l'ex-gonfaloniere, dopo che da Ragusa gli aveva scritto, dando consigli[181] che, a quanto pare, non furono accettati, tornato a Roma, non gli aveva più indirizzato lettere, o almeno noi non abbiamo notizia alcuna di corrispondenza seguita fra loro. Vedemmo invece come, per evitare sospetti pericolosi, usavano mille riguardi vicendevoli. A un tratto però il Soderini ruppe il lungo silenzio, scrivendogli da Roma il 13 aprile 1521: «Giacchè non vi piacque la proposta che vi feci da Ragusa, ho preso occasione di suggerire il vostro nome a Prospero Colonna, che cerca un segretario, ed egli, conoscendo la fede vostra, ha accettato. La provvisione sarà di dugento ducati d'oro e le spese. Se vi soddisfa, partite subito e senza conferire con alcuno, in modo che si sappia prima il vostro arrivo che la partenza. Non saprei trovare per voi partito migliore di questo, il quale giudico assai preferibile allo stare costà, a scrivere storie a fiorini di suggello.»[182] Come e perchè a un tratto così viva e non chiesta premura; così insolito disprezzo per lo scrivere storie, con un sussidio concesso dallo Studio fiorentino, per iniziativa dei Medici, in un tempo nel quale tutti ne accettavano in Italia dai Mecenati, e l'essere storico ufficiale d'uno Stato grande o piccolo era reputato un onore invidiabile? La spiegazione si può facilmente indovinare. I Soderini con l'aiuto dei Francesi tramavano allora, come vedremo fra poco, una congiura contro i Medici, ed anche l'ex-gonfaloniere, uscendo dalla sua lunga neutralità, vi pigliava parte. Era quindi naturale che vedesse assai poco volentieri, che ora appunto il suo antico segretario entrasse nella loro grazia, e perciò la grande premura per allontanarlo da Firenze. Prospero Colonna si trovava a servizio degli Spagnuoli, nemici dei Francesi; laonde, quando pure si fosse scoperto da chi veniva l'offerta al Machiavelli, l'autore di essa non ne avrebbe avuto danno, sebbene il segreto fosse preferibile e quindi assai raccomandato.

Ma il Machiavelli non poteva in verun modo accettare un'offerta così inaspettata, che arrivava nel momento in cui le sue condizioni erano davvero per migliorare in Firenze. Uscito appena dalle persecuzioni e dai sospetti, correva rischio di vedersi confiscati i beni, se improvvisamente abbandonava la Città contro il volere dei Medici, e per suggerimento dei loro nemici, quali ormai già s'erano dichiarati i Soderini, quantunque ancora non si sapesse che cospiravano. Egli adunque non solo continuò i lavori per le Storie, ma accettò anche un altro incarico temporaneo, che ricevette dal Cardinale, con lettera firmata il dì 11 maggio 1521 da Niccolò Michelozzi segretario degli Otto di Pratica. Con essa era inviato a Carpi, dove si riuniva allora il Capitolo Generale dei Frati Minori, ai quali doveva chiedere, in nome della Signoria e del Cardinale, che i Minori residenti nel territorio fiorentino fossero separati dagli altri in Toscana, per poterli meglio sorvegliare e correggere, con vantaggio della religione e del costume, che andava fra loro decadendo.[183] E perchè riuscisse anche più singolare questa commissione che, data al Machiavelli, era già singolarissima, egli non era appena arrivato a Carpi, che ricevette un'altra lettera de' 14 maggio, con cui i Consoli dell'Arte della Lana, ai quali era affidata la cura di Santa Maria del Fiore, lo pregavano d'ottenere dal superiore dell'Ordine licenza di lasciar venire in Firenze un frate detto il Rovaio, che essi avevano eletto predicatore per la futura quaresima.[184] Il Machiavelli, com'è da credere, prese questo secondo incarico assai leggermente, e se ne occupò poco o nulla, tanto più che lo stesso frate Rovaio non sembrava aver voglia di predicare in Firenze. Quanto poi al decreto di separazione, sebbene insistesse molto, anche in nome del Cardinale, presso il Ministro generale e gli assessori del Capitolo; sebbene presentasse due Brevi favorevoli del Papa, i frati sofisticarono sulle parole, e dichiararono di dover portare la cosa all'assemblea generale. Onde stanco finalmente d'una faccenda, che s'andava prolungando, e che, affidata a lui, sembrava divenire ridicola, partì a un tratto, fermandosi per via qualche giorno a Modena, come ne fu richiesto dal Cardinale stesso, per vedere il Guicciardini, che era colà governatore in nome del Papa, ed ancora perchè il cavalcare in fretta gli nuoceva, essendo minacciato dal male della pietra[185].

Questa commissione ha qualche importanza solamente per la corrispondenza, che il Machiavelli allora appunto tenne da Carpi col Guicciardini. Motteggiavano fra di loro sull'affare del predicatore e dei frati, ed egli, annoiato del tempo che perdeva colà, s'abbandonava al suo spirito mordace e satirico, con tutta la vivacità del suo stile. Il Guicciardini scriveva il 17 maggio augurandogli che per l'affare del predicatore potesse rispondere ai Consoli dell'Arte della Lana, secondo l'aspettazione che avevano di lui, «e secondo che ricerca l'onore vostro, quale si oscurerebbe se in questa età vi dessi _all'anima_,[186] perchè avendo sempre vivuto con contraria professione, sarebbe attribuito piuttosto al rimbambito che al buono.» Sperava che si affretterebbe, perchè nello stare colà portava due pericoli: «l'uno _che quelli frati santi non vi attacchino dello ipocrito_, l'altro che quell'aria da Carpi non vi faccia diventare bugiardo, perchè così è l'influsso suo, non solo in questa età, ma da molti secoli in qua.»[187] Ed il Machiavelli rispondeva lo stesso giorno, con uguale ironia. Egli perdeva il tempo, aspettando che i frati eleggessero il generale e gli assessori. Pregava perciò il Guicciardini che, andando a spasso, arrivasse insino a Carpi per visitarlo, o che almeno gli mandasse un secondo fante con lettera, perchè sarebbe molto più stimato dai frati, quando vedessero spesseggiare gli avvisi.[188] «E vi so dire che alla venuta di questo balestriere, con la lettera e con un inchino infino in terra, e col dire che era stato mandato apposta e in fretta, ognuno si rizzò con tante riverenze e tanti romori, che gli andò sossopra ogni cosa, e fui domandato da parecchi delle nuove. Ed io, perchè la riputazione crescesse, dissi: che l'Imperatore si aspettava a Trento, e che gli Svizzeri avevano indetto nuove Diete, e che il re di Francia voleva andare ad abboccarsi con quel re; ma che questi suoi consiglieri ve lo sconsigliavano. In modo che tutti stavano con la bocca aperta e con la berretta in mano; e mentre che io scrivo ne ha un cerchio d'intorno, e veggendomi scrivere a lungo, si maravigliano e guardonmi per spiritato; e io per fargli maravigliare più, sto alle volte fermo sulla penna e gonfio, ed allora essi sbavigliano, che se sapessino quel che io vi scrivo, se ne maraviglierebbero più.» Quanto alle bugie dei Carpigiani, e quanto alla ipocrisia dei frati, il Machiavelli, spingendo l'ironia sino al cinismo, rispondeva che non ne aveva paura, perchè da un pezzo era in esse divenuto maestro, ed anche dicendo il vero, lo nascondeva fra le bugie.[189] E così continuarono con qualche altra lettera. Il Guicciardini, divenuto un momento più grave, scriveva che la condizione presente del Machiavelli ricordavagli quella di Lisandro, costretto a distribuire la carne a quei medesimi soldati che aveva condotti alla vittoria.[190] Deplorava che un uomo, adoperato presso tanti re ed imperatori, fosse ora costretto a «succiare la repubblica degli zoccoli.» Si rallegrava con lui della commissione avuta di scrivere le Storie, lo diceva «_ut plurimum_ estravagante di opinione dalla comune, e inventore di cose nuove e insolite.» Poi tornava allo scherzo.[191] Il Machiavelli rispondeva anch'egli ridendo, e conchiudeva che in ogni modo aveva fatto pasti eccellenti e si era rinfantocciato. Così ebbe fine questa commissione, che il Guicciardini giustamente chiamava una baia. Nè essa poteva durare più a lungo, perchè ormai i frati cominciavano ad avvedersi che il Machiavelli si prendeva gioco di loro.

Giunto a Firenze, egli attese alle Storie e ad altri lavori letterari; ma poco dopo seguiva la morte di Leone X, con tutti i mutamenti che n'erano necessaria conseguenza. La guerra fu sospesa, perchè mancavano i danari, coi quali era stata principalmente alimentata dal Papa; e però gli Spagnuoli dovettero licenziare i fanti tedeschi, quasi tutti gli Svizzeri. Ed allora subito coloro che erano stati lungamente oppressi, si sollevarono. Francesco Maria della Rovere ricuperò Urbino, Pesaro, il Montefeltro, anche San Leo già dato ai Fiorentini, ai quali restò solo il piviere di Sestino. Sigismondo Varano, antico signore di Camerino, tornò nel suo Stato, cacciandone lo zio Giammaria, messovi da Leone X. Alfonso d'Este ricuperò quasi tutti i suoi dominî, ma non potè riavere Modena e Reggio. Il governatore Francesco Guicciardini seppe, nell'interesse della Sede pontificia, difendere Parma da un assalto che le fu dato. Più tardi Malatesta ed Orazio Baglioni tornarono a Perugia. Il Conclave intanto, dopo quattordici giorni, non aveva nulla concluso. Aspiravano al papato il cardinal Wolsey, il cardinal de' Medici, il Cardinal Soderini ed altri. Le cose andarono in lungo tanto che lo stesso Medici, il quale capì che l'ora non era per lui anche sonata, e vedeva per la sua prolungata assenza messo in forse anche il dominio di Firenze, propose uno straniero, lontano e quasi ignoto in Italia. La proposta fu accettata, e venne eletto il cardinale di Tortosa, Adriano Dedel di Utrecht, il quale era stato maestro di Carlo V, e prese il nome di Adriano VI.

L'indignazione del popolo contro l'elezione di questo papa straniero fu tale e tanta, che molti scrissero sulle loro case: _Roma est locanda_. E lo scontento divenne generale, quando Adriano fu conosciuto da vicino. Nato il 2 marzo 1459, eletto il 9 gennaio 1522, egli non parlava l'italiano, e pronunziava il latino in modo che ai Romani riusciva poco o punto intelligibile. Uomo culto e di costumi intemerati, diminuì subito le spese della Corte, restringendo tutto al puro necessario. Nè con ciò faceva altro che accrescere il malcontento. Voleva seriamente occuparsi di religione e riformare la Chiesa; lasciar da parte le feste, i poeti e gli artisti; ma nessuno gli dava retta. E così si trovò subito in un mondo a lui affatto sconosciuto, dal quale non era inteso, nè molto meno amato. Pasquino lo canzonava continuamente, ed egli, invece di riderne come facevano i Romani, se ne sdegnava tanto, che un giorno voleva farne gettare la statua nel Tevere. Ma il duca di Sessa gli disse, che Pasquino avrebbe continuato le sue satire, perchè sapeva parlare anche sott'acqua come le rane. Tutti in Roma, massime gli artisti ed i letterati, non più protetti dal Papa, erano adiratissimi contro lui e contro i suoi più intimi, dei quali neppur sapevano pronunziare i nomi.

Ecco che personaggi, ecco che Corte, Che brigate, galanti cortigiane, Copis, Vincl, Corizio e Trincheforte! Nomi da fare sbigottire un cane.[192]

Così scriveva il Berni in un capitolo contro l'elezione d'Adriano, e contro i quaranta cardinali _poltroni_, che gli avevano dato il loro voto, e che venivano dal poeta ricoperti d'ingiurie. Egli ebbe quindi una vita assai infelice nel suo papato, che fortunatamente per lui durò poco, giacchè il 14 settembre 1523 cessò di vivere. La gioia allora fu così grande nella Città Eterna, che alla porta del medico il quale lo aveva assistito, furono appese corone con la iscrizione: _Ob Urbem servatam_.[193]

A Firenze seguivano intanto altre novità. Il cardinale de' Medici governava con prudenza e, secondo il giudizio anche di repubblicani come il Nardi, riusciva superiore all'aspettativa, meglio certamente di Giuliano e di Lorenzo, che alla Città avevano sempre poco o nulla pensato. Civile nei modi, accorto e paziente, cauto nel costume tanto da non dar luogo a maldicenze, amava Firenze e cercava abbellirla. Vi costruì un canale per impedire in essa le inondazioni dell'Arno, ne fortificò le mura; e senza essere un gran Mecenate proteggeva letterati ed artisti.[194] Ma non per ciò gli mancavano nemici e nemici pericolosi. In Firenze v'erano i fautori di libertà, e fuori v'erano i Soderini, che nutrivano contro di lui un odio irrefrenabile. Essi non potevano mai perdonare ai Medici, che li avevano cacciati di Firenze, il parentado promesso, come segno di conciliazione, e poi non mai concluso. Il cardinal Soderini s'era inoltre trovato nella congiura del Petrucci contro Leone X, ed unito ai Francesi, aveva fatto vivissima opposizione al cardinal dei Medici nell'ultimo Conclave. Lo stesso sarebbe inevitabilmente seguito alla morte d'Adriano. Per tutte queste ragioni non era sperabile, che vi fosse più pace fra di loro. I Soderini in fatti si adoperavano a tutt'uomo per avversare il governo dei Medici a Firenze, dove cercavano e trovavano aderenti, dandosi per ciò molto da fare anche l'ex-gonfaloniere.

Il maggiore scontento era adesso tra i giovani che frequentavano la compagnia degli Orti Oricellari, sebbene in origine fossero stati quasi tutti partigiani de' Medici. Qualcuno s'era, come allora seguiva facilmente, da essi alienato per ragioni tutte personali; altri come Zanobi Buondelmonti, Luigi Alamanni, Iacopo da Diacceto, educati alle lettere classiche, animati da una voglia grandissima di far qualcosa di straordinario, che illustrasse il loro nome, s'erano andati ogni giorno più esaltando nel sentire i ragionamenti del Machiavelli. Questi, che ormai aveva passato i cinquant'anni, e non pensava certo a congiure, non s'avvedeva neppure che i suoi scritti e più ancora i suoi discorsi facevano sull'animo di quei giovani un effetto che non era solo letterario o scientifico. Continuava quindi con entusiasmo a parlar loro di repubblica romana e d'Italia; di popolo armato; di grandi uomini messi in cielo accanto agli Dei, per avere sacrificato alla patria le sostanze, la vita. Ed intanto alcuni de' suoi uditori cominciavano a intendersi coi Soderini ed a cospirare con essi, senza nulla dire a lui nè agli altri compagni, molti dei quali rimanevano sempre amici del Cardinale e ne frequentavano la casa. Questi poi, di buona o di mala fede che fosse, aveva anch'egli contribuito ad infiammar l'animo di quei giovani. Sia che qualche volta pensasse sul serio, secondo il concetto già espostogli dal Machiavelli, a riordinar la Repubblica per modo, che dopo la sua morte rimanesse libera davvero; sia (e ciò era forse la verità) che volesse, coll'alimentare le illusioni degli scontenti, scoprirne i nomi, certo è che egli, come aveva già fatto altre volte, continuava anche ora ad interrogar molti sul modo di ricostituire e riordinar la Repubblica. E per ispirare a tutti maggior fede nelle sue intenzioni, si faceva di continuo veder passeggiare nel proprio giardino col poeta Girolamo Benivieni, l'ardente seguace del Savonarola.[195]

Così fu che gli presentarono nuove proposte di riforma Zanobi Buondelmonti, Alessandro de' Pazzi, e Niccolò Machiavelli. La prima non abbiamo, ma fu vista dal Nerli che la ricorda. Quella del Pazzi, che venne poi pubblicata, proponeva un Gonfaloniere perpetuo, un Consiglio Grande ed un Senato, il quale doveva essere anch'esso a vita, rinnovandosi da sè stesso, ed avere in mano la somma delle cose.[196] Com'era naturale poi in chi sosteneva questo governo aristocratico, al Pazzi non piaceva la proposta assai più democratica fatta già a Leone X dal Machiavelli. Ma questi la ripeteva ora al Cardinale, modificandola alquanto, solo per renderla ancora più esplicita, e dandole addirittura la forma di deliberazione. «Considerando i nostri Magnifici ed Eccelsi Signori, come nulla sia più laudabile cosa, che l'ordinare una repubblica concorde e libera, nella quale ogni privato interesse ceda al pubblico bene, e gli appetiti d'una falsa gloria si spengano; confortati e spinti dal reverendissimo nostro Signore, signor Giulio cardinal dei Medici; invocato il nome di Dio, provvidono ed ordinarono, ecc.» Così cominciava la proposta di provvisione, la quale ricostituiva il Consiglio Maggiore, rappresentante di tutto il popolo, coi poteri già avuti prima del 1512; ordinava la elezione di un Gonfaloniere ogni tre anni; annullava i Consigli del Popolo, del Comune e dei Cento, trasformando quello dei Sessanta in una specie di piccolo Senato o nuovo Consiglio dei Cento, con l'autorità stessa che avevano avuta gli Ottanta prima del 1512. Si proponeva inoltre di far eleggere dai Signori in ufficio dodici cittadini di 45 anni finiti, ai quali, insieme col Cardinale, veniva per un anno solo concessa, senza poterla prorogare nè rinnovare, piena autorità di fare altre leggi.[197] E ciò sempre per assicurare ai Medici il potere durante la loro vita. Il Machiavelli compose allora anche un altro breve scritto sulla milizia cittadina, cercando senza mai smettere, di persuadere a tutti, che unico modo ad avere un buono esercito era il ricostituire l'Ordinanza, come a tempo del Soderini, non restringendola però a pochi armati, come s'era fatto recentemente, perchè ciò la rendeva inutile.[198]

La fede nelle buone intenzioni del Cardinale divenne allora così generale, che Filippo de' Nerli, frequentatore degli Orti Oricellari, e sempre fidato pallesco, narra come la Città si trovasse divisa, e gli animi sollevati per queste nuove speranze. Ricordando poi che appunto per ciò si proposero in quei giorni parecchi modelli di riforma, aggiunge: «Se ne scopersero molto Zanobi Buondelmonti ed anche Niccolò Machiavelli, gli scritti dei quali io vidi, e tutti andavano nelle mani del Cardinale, che mostrava farne grandissimo capitale. Alessandro de' Pazzi scrisse una molto elegante e bella orazione latina, con la quale lo ringraziava, in nome del popolo, per la restituita repubblica, e fu letta con applausi fra molti cittadini, ad una cena.» Le cose, egli continua, andarono tanto oltre, che il Cardinale cominciò a pensare di farle tornare indietro, ma non sapeva più come.[199] E Iacopo Nardi, che nelle sue _Storie_ fa pur molti elogi al governo di lui, dice chiaro che in questa occasione egli «simulava, abusando della buona fede di alcuni forse troppo creduli cittadini, che tanto più facilmente cadevano nell'inganno, quanto più vedevano che non dava punto ascolto ai lamenti ed ai rimproveri de' suoi intimi, i quali avvertivano che questo era un gioco pericoloso.» Ma il suo animo cominciò a scoprirsi finalmente, quando il Pazzi gli presentò la propria orazione. Rispose che era in quel momento assai occupato e non poteva leggerla; la portasse a Niccolò della Magna, il tedesco Niccolò Schömberg, suo fidatissimo. E questi, dopo averla letta, disse con molta freddezza: «Piace veramente la vostra orazione, ma non punto il suggetto di quella.»[200]

Fu chiaro allora a tutti che Sua Eminenza aveva giocato finamente d'astuzia, ingannando gl'ingenui. Egli aveva nell'ultimo Conclave dovuto capire, che l'odio de' Soderini era inestinguibile, che essi tramavano qualche cosa contro di lui, e ciò lo aveva, come vedemmo, indotto ad affrettare il suo ritorno a Firenze. Nè poteva ignorare che Battista della Palla, per favori chiesti e non ottenuti, era da amico divenuto nemico, e se ne stava in Roma a trattare anch'egli co' Soderini, ricevendo da Firenze lettere continue. Ma con chi corrispondesse, che cosa tramasse, non riusciva facile indovinarlo. Malatesta ed Orazio Baglioni erano col duca d'Urbino andati nel Senese, dopo la morte di Leone X, col proposito di mutarvi il governo, indotti a ciò dal cardinal Soderini, nemico del Petrucci, messo colà dai Medici. Dopo questo primo passo, si sperava di poterli più facilmente cacciar da Firenze. Ma il cardinale Giulio mandò a vuoto l'impresa, per mezzo di Svizzeri e Tedeschi da lui assoldati, riuscendo poi a prendere i Baglioni stessi e il duca d'Urbino ai suoi stipendi. Poco dopo s'avanzava con le sue genti Lorenzo Orsini, detto Renzo da Ceri, mandato anch'egli dal cardinal Soderini, a tentar di nuovo la fallita impresa. E da Genova partivano, al medesimo scopo, parecchi soldati francesi. Ma anche questo secondo tentativo andò a vuoto, perchè il cardinal de' Medici aveva riassoldato un discreto numero di fanti e di cavalli; ed i Francesi furono richiamati, per la cattiva piega che pigliavano le loro cose in Lombardia. Il Conclave che, aspettando l'arrivo di papa Adriano, governava in Roma, si dimostrò subito avverso all'impresa; e Renzo da Ceri allora, non avendo più animo di avanzarsi, tornò indietro.[201]

Questi fatti però dimostravano ad esuberanza, che i nemici dei Medici, in Firenze e fuori, non erano pochi, non mancavano nè di animo, nè di danari. E per iscoprire appunto chi essi erano, il Cardinale continuava con sempre maggiore insistenza i ragionamenti sulla ricostituzione della Repubblica. Un tal suo procedere non restò finalmente senza qualche resultato. Il poeta Luigi Alamanni, Zanobi Buondelmonti, Iacopo da Diacceto ed altri giovani degli Orti Oricellari avevano d'accordo coi Soderini cospirato d'ammazzarlo. Battista della Palla era il loro intermediario in Roma, ed essi aspettavano che riuscisse l'impresa di Renzo da Ceri, per metter mano ai pugnali. Fallita invece tale speranza, per meglio nascondersi, si rivolsero con più calore degli altri ad esaltare la finta liberalità del Cardinale. Speravano così di salvare la vita, e senza i pericoli della congiura, che ormai non poteva più riuscire, costringerlo a dare le riforme promesse o fatte sperare.[202] Tutto ciò doveva certo insospettire, ma non bastava a scoprirli con sicurezza, perchè insieme con essi molti altri ancora esprimevano le medesime opinioni, ed al Cardinale perciò non era possibile distinguere chiaramente gli amici dai nemici.

Il caso venne allora in suo aiuto. Fu in quei giorni appunto preso il corriere, che aveva portato le lettere e le notizie fra Battista della Palla e i congiurati di Firenze. Costui confessò d'aver parlato con Iacopo da Diacceto, il quale subito venne chiuso in carcere. Il poeta Luigi Alamanni, che era entrato nella congiura e si trovava in villa, fu avvertito in tempo. Egli fuggì allora in così gran fretta, che non pensò neppure a mettere in sull'avviso suo cugino Luigi di Tommaso Alamanni, il quale aveva del pari congiurato, e trovavasi in Arezzo, dove fu preso. Zanobi Buondelmonti passeggiava per la Città con Filippo dei Nerli, quando seppe che tutto era stato scoperto. Corse subito a casa per nascondersi; ma la moglie, raccolto il denaro che v'era, lo indusse a fuggire. E così potè andarsene prima in Garfagnana, dove era governatore Lodovico Ariosto suo amico; poi ricoverò, insieme con l'Alamanni, in Francia.

A Firenze si procedette intanto ad un giudizio sommario. Iacopo da Diacceto, messo alla tortura, senza punto esitare, disse: «Io mi voglio cavare questo cocomero di corpo: noi abbiamo voluto ammazzare il Cardinale.» Ed aggiunse, che ciò avevano deliberato, non per odio a lui, ma per amore della libertà, e perchè sapevano che egli fingeva nel parlar di riforme.[203] Finito il processo, il Diacceto e Luigi di Tommaso Alamanni furono decapitati il 7 di giugno 1522, avanti giorno. Prima di morire, il Diacceto scrisse alcuni versi latini pieni di reminiscenze classiche, cosa assai comune a quel tempo.[204] Continuarono poi le indagini e le condanne. I Soderini furono quasi tutti dichiarati ribelli; all'ex-gonfaloniere, che era stato citato, ma che morì il 13 giugno, vennero confiscati i beni, e fu dannata la sua memoria.[205] Altri ancora furono presi e processati, senza però che se ne cavasse nulla, perchè i veri e soli colpevoli erano già morti o lontani. Il cardinal Soderini non cessava per questo di tramare coi Francesi contro gli Spagnuoli e loro amici o protetti, quali erano i Medici. Se non che Adriano VI, il quale, sebbene molto temperato ed equanime, già manifestamente aderiva a Spagna, finì presto col farlo chiudere in Castel Sant'Angelo. Così tutto tornò tranquillo in Firenze, nè della nuova libertà si fece più parola.

Questa congiura, con la sua repressione sanguinosa, sciolse necessariamente la compagnia degli Orti Oricellari. Il Machiavelli, per sua fortuna, non cadde allora in sospetto, sebbene non restasse senza qualche carico d'avere co' suoi discorsi, sia pure involontariamente, acceso gli animi dei più giovani e più impetuosi. Il cardinal dei Medici gli restò tuttavia benevolo. Se non che la sua elezione al pontificato, che seguì poco dopo, lo indusse, come vedremo, a lasciare il governo di Firenze nelle mani del cardinal di Cortona, che, in nome del nuovo Papa, resse la Città con assai minore esperienza e maggiore durezza. Il Machiavelli dovette quindi decidersi a vivere sempre più ritirato in villa, dove attese alle _Storie,_ e condusse a termine diversi lavori letterarî, fra i quali primeggiano le commedie. Di queste dobbiamo ora parlare.

CAPITOLO X.

Condizioni generali del teatro in Italia. — Le Sacre Rappresentazioni, la Commedia dell'arte e la Commedia erudita. — Le Commedie dell'Ariosto. — _La Calandra_ del cardinal Bibbiena. — Le Commedie del Machiavelli: _La Mandragola, La Clizia_, la _Commedia in prosa_, la _Commedia in versi_, la traduzione dell'_Andria_.

L'Italia, com'è noto, ebbe più di uno scrittore comico, e qualche poeta tragico di grandissimo merito; ma non quello che si chiama veramente un teatro nazionale. Quando dai Mimi e dalle Atellane, che erano farse e rappresentazioni popolari, comiche, satiriche, i Romani potevano cavare una commedia originale e nazionale, sopravvenne l'imitazione greca, da cui non si potè liberare neppure il genio di Terenzio e di Plauto. S'ebbe quindi una commedia letteraria, che non era sorta dalle viscere del popolo, il quale continuò a preferire i Mimi e le Atellane. Queste antiche farse, lentamente alterandosi, sopravvissero anche nel Medio Evo, quando si avvicinarono, s'innestarono alle Sacre Rappresentazioni, che finalmente resero laiche e cavarono fuori delle chiese. Più tardi dettero origine a quella che si chiamò la commedia dell'arte, la quale divenne assai popolare, e nel Rinascimento s'era già molto diffusa fra di noi. Essa, com'è noto, veniva quasi improvvisata dagli attori, ai quali si dava solo lo scenario, cioè il soggetto, l'intreccio generale, lo scheletro delle varie scene, determinando il carattere che ciascun personaggio doveva rappresentare, i punti più salienti dei principali dialoghi. Le maschere di questa commedia, Pantalone, Arlecchino, Pulcinella, Brighella sono, secondo ogni probabilità, lente trasformazioni dei personaggi delle Atellane e dei Mimi.

Nel Rinascimento avvenne poi qualche cosa di simile a ciò che era assai prima seguìto a Roma. Poteva dalle Sacre Rappresentazioni, che già erano arrivate ad uno svolgimento letterario notabile, come poteva dalla commedia dell'arte, che già fioriva, cavarsi un dramma, una commedia nazionale, quando sopravvenne invece l'imitazione dei tragici e dei comici antichi. La tragedia rimase addirittura soffocata da questa imitazione. In un tempo nel quale lo scetticismo invadeva gli animi, le istituzioni politiche si decomponevano, la nazione non riusciva a formarsi, e le invasioni straniere cominciavano, non erano più possibili nè la vera ispirazione epica, nè il dolore veramente tragico. _La Sofonisba_ del Trissino e la _Rosmunda_ del Rucellai, che sono le migliori tragedie di quel tempo, non mancano di pregi; vi si ritrova qualche slancio lirico ed anche qualche lampo di drammatica potenza: ma esse non abbandonano mai il modello antico, non hanno mai una vera e propria vitalità, nè furono seguìte da altre opere migliori. Allora però, in mezzo a tante sventure, pur troppo si rideva molto in Italia, e più fortunata fu quindi la commedia, quantunque anch'essa s'andasse formando con la imitazione, specialmente di Terenzio e di Plauto. Questa che fu chiamata commedia erudita, si diffuse largamente fra i letterati, nelle Corti, avvicinandosi sempre più alla commedia dell'arte. E senza mai confondersi con essa, riuscì pure a migliorarla, correggerla non poco, ricevendone in cambio maggiore vivacità e spontaneità. Nondimeno la commedia erudita era pur sempre un'opera di letterati, un lavoro d'imitazione, e quindi il popolo continuò a preferire quella dell'arte, che sebbene cominciasse a divenire anch'essa alquanto artificiosa, non perdè mai affatto il suo carattere popolare e primitivo.

Si è molto disputato intorno alle ragioni, per le quali l'Italia non potè nel Rinascimento arrivare alla creazione d'un vero teatro, neppure d'una vera commedia nazionale, quando già per questa v'erano ad esuberanza tutti gli elementi necessarî a costituirla. Non mancavano certo vivacità e fecondità d'invenzione nella commedia dell'arte, e nella erudita si ritrovava pure una grande ricchezza di quello spirito comico, che abbondava anche in quasi tutte le novelle, in molte poesie italiane di quel tempo. Da un altro lato moltissimi dei nostri lavori letterarî cominciarono dalla imitazione, e da essa poi, per forza intrinseca, per vitalità propria, si resero indipendenti, arrivando ad una vera originalità nazionale. Perchè dunque a questo non potè mai giungere il nostro teatro? In verità l'essere una nazione riuscita felicemente in molte cose, non è una ragione, perchè debba riuscire del pari fortunata in tutte. La creazione del teatro richiede che la vita sociale e nazionale siano già formate e progredite, e l'Italia non era anche costituita a nazione, quando le invasioni straniere sconvolsero tutto, soffocando la libertà ed affrettando la decadenza. Richiede inoltre una larga partecipazione del pubblico, quasi la cooperazione del popolo, che, in questo come in molti altri generi, apparecchia la materia poetica, in cui i sommi scrittori infondono poi la nuova vita dell'arte. Ed è pur da riconoscere, che allo svolgimento originale, vigoroso, compiuto d'una poesia popolare propriamente detta, fu in Italia assai spesso contraria l'azione continua, incessante, che l'arte dei letterati esercitò sempre su quella del popolo, più culto che altrove. Prima che un genere qualunque di componimento popolare arrivi fra noi a quella maturità, che è necessaria a far germogliare una nuova forma di arte nazionale, più di una volta s'è visto, che esso comincia ad inaridire, cedendo il terreno all'arte dei letterati, che s'avanza e penetra nel popolo. Essi certo si giovano molto d'ogni elemento popolare, anzi è con tale aiuto, che l'imitazione classica riuscì a divenire in Italia un vero e proprio rinascimento. Ma quando l'elemento popolare dovrebbe prevalere, per arrivare alla creazione originale d'una forma poetica nuova e nazionale, è allora che la nostra letteratura incontra le maggiori difficoltà. Non c'è quindi da maravigliarsi se essa non le supera in quei casi nei quali anche le condizioni politiche le riescono avverse, come furono certo al nostro teatro nel secolo XVI.

Per queste ragioni avvenne, che la Sacra Rappresentazione era nel Rinascimento italiano già piena di classiche reminiscenze, di forme letterarie e convenzionali, prima che fosse giunta alla sua piena vitalità popolare, prima cioè di offrire ai grandi scrittori materia adatta a nuove creazioni. La commedia dell'arte si era anch'essa ripulita, modificata, alterata, avvicinandosi alla erudita. E questa, senza poter mai lasciare del tutto l'imitazione di Plauto e di Terenzio, si sforzava continuamente d'accostarsi al popolo. Più di una volta pareva che fosse già per toccare la mèta; che sorgesse finalmente per questa via la commedia originale, nazionale, quando invece prevaleva da capo la imitazione classica. Così si oscillava sempre fra l'artifizioso ed il plebeo, senza poter mai arrivare permanentemente al vero comico di Aristofane e di Molière.

Terenzio è assai facile, e però fu subito molto imitato in Italia; ma l'azione di Plauto sul nostro teatro non è piccola. Come scrittore comico, sebbene più rozzo, egli è assai superiore. Il suo sguardo psicologico è quello di un accorto conoscitore degli uomini; la rappresentazione dei caratteri, la forza e varietà con cui riproduce le innumerevoli forme della vita cittadina, e sopra tutto il genio che dimostra nel porre in rilievo il lato comico delle azioni e dei caratteri, con una certa ardita superiorità che ride di tutto, sono le qualità che lo distinguono e che lo resero popolare in Italia. Egli, come osserva il Mommsen, stringe e scioglie i nodi del suo intreccio comico con grande accortezza e malizia; preferisce di stare nella bettola, che nella sua commedia è in opposizione con la casa. Terenzio, invece, sta nella casa, fra gente di buona e civile condizione; va dietro alla verosimiglianza, anche a costo di lungaggini; ha un'indole quieta e tranquilla, e le sue commedie ci presentano un concetto più morale della donna e della vita matrimoniale. Plauto colorisce i suoi caratteri con largo pennello; l'analisi psicologica di Terenzio è una miniatura. Nella commedia del primo i figli canzonano continuamente i padri, ed il suo linguaggio è pieno di frizzi; il secondo sembra spesso avere un fine pedagogico, il suo stile ornato, sereno ha finezza e movimenti eleganti: il suo lato debole è la invenzione, alla quale supplisce con l'arte.

I nostri eruditi cominciarono subito con le imitazioni, traduzioni, rappresentazioni in italiano ed in latino di questi due comici. Pomponio Leto fu a Roma dei primi, con la sua Accademia Romana, a far rappresentare antiche commedie. Seguì ben presto l'Accademia dei Rozzi in Siena, e per tutto poi un gran numero di altre: Infiammati, Infocati, Intronati, Immobili, Costanti, ecc. Questo movimento ebbe però il suo vero impulso e la sede principale in Ferrara, per opera di quei duchi. Colà i _Menecmi_ di Plauto furono tradotti e rappresentati sin dal 1486. E come, per l'innesto degli antichi romanzi francesi con la erudizione, a Ferrara trovò una vera forma il nostro poema cavalleresco; così dall'innesto di Plauto e di Terenzio con elementi nazionali e popolari colà nacque pure la nuova commedia, di cui fu iniziatore Lodovico Ariosto, prima che si rendesse immortale col suo _Orlando Furioso_.

Il modo con cui egli successivamente compose le sue cinque commedie, ci presenta in breve la storia del teatro comico italiano. Incominciò con traduzioni che andarono perdute, e si dette poi alle commedie originali. Nella _Cassaria_, che fu scritta nel 1498, s'incontrano ad ogni passo imitazioni da Terenzio; i _Suppositi_ che vennero dipoi, presero il soggetto dai _Captivi_ e dall'_Eunuco_, fusi insieme. E l'autore dichiara nel suo prologo, che «non solo nelli costumi, ma anche nelli argomenti delle favole, vuole essere degli antichi e celebrati poeti a tutta possanza imitatore.» Pure con i _Suppositi_ già siamo a Ferrara, nel tempo della presa d'Otranto pei Turchi; le allusioni ai fatti contemporanei e i costumi del tempo appariscono frequenti, il dialogo acquista una vita propria e indipendente. Le due commedie, scritte dapprima in prosa, furono più tardi voltate dall'autore in versi, come in versi scrisse le altre, perchè solo in essi l'Ariosto trovava quel suo stile tanto semplice, naturale, originale, e si sentiva assai più nel proprio elemento. Così si allontanava però dalla via che era propria della commedia italiana, scritta quasi sempre in prosa, per la necessità di riprodurre il dialogo familiare. Nella _Lena_ il soggetto e i caratteri sono del secolo XVI. Più originali di tutte le altre riescono le due ultime, il _Negromante_ e la _Scolastica_. Siamo con esse fra gli studenti di Padova e di Ferrara, in mezzo agl'intrighi amorosi. La corruzione della società italiana ci è rappresentata senza velo, e la satira sferza i costumi del tempo: gli uomini che s'imbellettano come donne, i poveri che voglion fare da ricchi, i rettori delle terre che sono rapaci come lupi, i preti che danno scandali d'ogni sorta, i papi che vendono le indulgenze.

In questo modo la commedia erudita uscì dalle mani degli accademici, acquistò indipendenza e naturalezza, sempre più avvicinandosi alla società de' suoi tempi. Le dava vita uno spirito mordace e satirico, una grande semplicità e sensualità, che sono caratteri proprî della letteratura del Cinquecento in Italia, e trovavano alimento nello studio e nella imitazione di Plauto. Le commedie del Rinascimento sono quasi tutte d'intreccio, e spesso si compongono riunendo insieme più commedie antiche, che solevano esser di carattere. Ciò che principalmente si ammira in quelle dell'Ariosto, è la vivace dipintura dei tempi, la satira di essi, la quale è piuttosto una fine ironia, con cui l'autore, parte egli stesso del secolo che descrive, ride di tutto. Vi si ritrova l'ingegno del gran poeta, l'iniziatore d'un genere nuovo; ma si sente pure che egli già s'apparecchia ad un'opera maggiore e diversa. Per quanto maravigliosamente spontaneo e naturale sia il suo verso, l'indole privata e domestica della commedia italiana trova solo nella libertà del dialogo in prosa la propria forma. Inoltre ciò che più richiama l'attenzione dell'Ariosto e colpisce la sua immaginazione, ciò che egli sopra tutto ci rappresenta è l'intreccio, la mutabilità continua degli avvenimenti, la forma esteriore de' suoi personaggi. Non vuole, non può lungamente fermarsi all'esame psicologico di nessun carattere, di nessuna passione. Una grande varietà di episodî, che non sempre trovano la loro unità, o la trovano solo nel continuo mutare; una moltitudine d'individui, che compariscono pieni di vita, e scompariscono prima di aver compiuto nulla d'importante, ci avvertono che in queste commedie si va educando e formando il genio immortale di colui che creerà l'_Orlando Furioso_. Il grande poema sembra già vivere nella sua fantasia, pieno di vigore e di giovinezza, impaziente di venire alla luce. Si direbbe che esso già agita la mente del poeta, ed altera il carattere dell'opera che, in questo momento, egli ha ora fra le mani.

La _Calandra_ del cardinal Bernardo Dovizi da Bibbiena, composta nel primo decennio del secolo XVI, levò gran rumore. Fu da molti affermato che essa iniziò il nuovo genere in Italia, il che non è vero, essendo stata già preceduta da alcune commedie dell'Ariosto, alle quali è molto inferiore. Il Bibbiena era però cardinale, toscano ed assai faceto; non era un poeta, ma voleva scrivere alla buona per divertire il pubblico, e vi riuscì. Il popolo, il papa, i cardinali, i personaggi più autorevoli del tempo lo ascoltarono, ridendo, e lo applaudirono. Il favore da lui ottenuto fu davvero grandissimo. La commedia fu subito molte volte recitata in varie città d'Italia, e poi anche, nel settembre del 1548, a Lione in Francia, ad iniziativa della _nazione fiorentina_, da attori toscani, fatti espressamente venire d'Italia, per festeggiare l'entrata di Errico II e Caterina dei Medici.[206] Nel suo prologo il Bibbiena dichiara, che non vuole usare il verso, «perchè la commedia rappresenta cose familiarmente fatte e dette, e perchè e' si parla in prosa con parole sciolte e non ligate.» Si scusa inoltre co' suoi uditori, se la commedia non è antica, perchè le cose moderne piacciono più; si scusa anche se non è latina, perchè vuole essere inteso da tutti, e la lingua che Dio e la natura ci han data, non bisogna stimarla meno che la latina, la greca e l'ebraica.[207] Tutto questo prova quanto il gusto del pubblico s'era allora mutato. Pure la _Calandra_ è presa dai _Menecmi_ di Plauto, sostituendo ai due gemelli maschi, affatto simili tra loro, un uomo e una donna anch'essi gemelli e simili in modo che, mutando abiti, vengono facilmente scambiati l'uno per l'altro. Da questa somiglianza e dalla sciocchezza di Calandro, che s'innamora dell'uomo credendolo donna, nascono mille equivoci buffi, comici, oscenissimi, il che secondava mirabilmente il gusto del tempo, e richiamava l'attenzione tanto più, perchè l'autore era cardinale, e papa e cardinali applaudivano e ridevano. Di moderno e di veramente nuovo non v'è che la forma esteriore, la vivacità e la naturalezza del dialogo toscano, che pur qualche volta è troppo lungo e monotono. La commedia si regge quasi del tutto sopra espedienti più osceni e buffoneschi che veramente comici. I personaggi sono vacui, e gl'incidenti non hanno mai un vero valore drammatico o comico, perchè tutto dipende dalla eccessiva imbecillità di Calandro, cui si può dare ad intendere quello che si vuole. Insomma è più che altro una farsa ripiena di facezie buffe ed oscene. La grande fortuna che ebbe allora, venne in parte anche dal modo in cui fu rappresentata; e si può facilmente capire come valenti attori potessero con essa riuscire a fare smascellar dalle risa un pubblico del secolo XVI. La _Calandra_ rappresenta il momento in cui la commedia erudita e d'imitazione, avvicinandosi a quella dell'arte, trova finalmente nel dialogo in prosa la sua propria forma. Questo è ciò che le dà una importanza storica nella nostra letteratura.[208]

Ma colui al quale, dopo l'Ariosto, spetta il primo luogo, per aver dato il suo vero carattere alla commedia italiana, è di certo il Machiavelli, che superò tutti con la _Mandragola_. Che egli avesse un grande spirito comico e satirico, lo abbiamo già visto ne' suoi scritti, massime nelle lettere familiari; che perciò si sentisse inclinato a scrivere commedie, lo vedemmo del pari fin dal 1504, quando si provò ad imitar le _Nuvole_ di Aristofane, scrivendo le _Maschere_, che andarono perdute, e nelle quali mordeva i suoi contemporanei. Ma tutto questo non poteva far supporre, che egli fosse capace di darci nella _Mandragola_ la migliore commedia del teatro italiano, superiore, secondo il Macaulay, alle migliori del Goldoni, inferiore solo alle più belle del Molière.

L'azione, che par suggerita da un fatto avvenuto in Firenze, ha luogo nel 1504.[209] Ma il prologo ci fa chiaramente capire che la commedia fu scritta assai più tardi, certo dopo del 1512, nei giorni meno lieti della vita del Machiavelli.[210] Il Giovio, ne' suoi _Elogia doctorum virorum_, dice che Leone X, sentito del gran successo della _Mandragola_ in Firenze, la fece dai medesimi attori rappresentare anche in Roma.[211] E da una lettera che scrisse Battista della Palla il 26 aprile 1520, vediamo che allora tutto era già pronto per farla recitare.[212] In quell'anno adunque la commedia era stata assai probabilmente già rappresentata in Firenze. La più antica edizione, di cui, secondo i bibliografi, si crede conosciuta la data, sarebbe quella che si suppone pubblicata a Roma nell'agosto del 1524;[213] ma par certo che, fra le edizioni senza data, ve ne sia qualcuna ancora più antica. Il Sanudo racconta, ne' suoi Diari, che il 13 febbraio 1523, la _Mandragola_ fu recitata a Venezia, dove il teatro era così affollato, che non si potè dare il quinto atto. Ma la recita che si pretese data negli Orti Oricellari, dinanzi a Leone X, non viene in alcun modo confermata, anzi non par credibile. Si fece probabilmente confusione con la _Rosmunda_ del Rucellai.

La _Mandragola_ ha per noi una doppia importanza, perchè da un lato ci fa conoscere il genio comico del Machiavelli, nella sua maggiore originalità; da un altro ci presenta sotto nuova luce, il concetto che egli s'era formato degli uomini e della società del suo tempo. Di essa egli fa come una fotografia, che spiega sotto i nostri occhi, quasi cinicamente ridendo. Ma la sua spensierata gaiezza è pur qualche volta interrotta da uno scoppio improvviso di pianto, che egli comprime subito, e, quasi se ne vergognasse, cerca far credere che sia invece uno scroscio di riso. Se voi chiedete, così dice nel prologo, come mai l'autore si perda in una materia troppo leggiera per chi voglia parere uomo savio e grave,

Scusatelo con questo, che s'ingegna Con questi van pensieri Fare il suo tristo tempo più soave, Perchè altrove non ave Dove voltare il viso, Che gli è stato interciso, Mostrar con altre imprese altra virtue.[214]

«Ora non c'è più rimedio possibile ai nostri mali. Bisogna contentarsi di vedere ognuno starsene da canto a ghignare e sparlare. Così il secolo traligna dall'antica virtù, perchè vedendo come tutti biasimano e ridono, nessuno s'affatica alle opere generose, che il vento dissipa e la nebbia ricopre. Ma se qualcuno credesse di spaventar l'autore col dirne male, io vi ammonisco che sa dir male anch'esso, che questa anzi è la sua prima arte; e non istima in Italia alcuno, sebbene faccia reverenza a chi sembra portare miglior mantello di lui.»[215]

Callimaco è un fiorentino che ha trenta anni d'età, venti dei quali ha passati a Parigi tranquillamente. Ivi ha sentito tanto lodare la bellezza e le virtù della moglie di Nicia Calfucci, che è venuto a Firenze per vederla, e subito è stato preso di grande amore per lei. Questa donna per nome Lucrezia è così buona ed onesta, che l'unica speranza di Callimaco sta nella scempiaggine del marito, nel desiderio vivissimo in lui e nella moglie d'avere figliuoli. Mezzano di questo amore è un tale Ligurio, scroccone, al quale Callimaco ha promesso danari, e che frequenta casa Calfucci. La semplicità e la scempiaggine ingenua di messer Nicia, che ha titolo di dottore e si crede gran cosa, mirabilmente rappresentate, divengono una delle principali sorgenti del comico nella _Mandragola_. Ligurio intanto vuol persuadere messere Nicia di condurre, come consigliano i medici, la moglie ai bagni. Così egli pensa, che Callimaco avrà più facile modo a conoscerla ed avvicinarla. Ma messer Nicia resiste, perchè, sebbene desideri molto aver figliuoli, pure gli sembra gran cosa il muoversi, e i dottori dicono chi una cosa, chi l'altra; «non sanno quello che si pescano. — A te dà briga,» — gli dice Ligurio, — «il non essere uso a perder di vista la cupola del Duomo. — Tu, erri,» — risponde subito messer Nicia, — «io sono stato da giovane molto randagio, e non mancavo mai alla fiera di Prato, nè c'è castello intorno Firenze, dove io non sia andato. E ti vo' dire più là: io sono stato a Pisa ed a Livorno. Oh! va. — Avete visto il mare? quanto è maggiore d'Arno? — Che Arno! Quattro, sei, sette volte. Non si vede se non acqua, acqua, acqua!» — Si conchiude finalmente, che Ligurio sentirà i medici, e messer Nicia cercherà intanto disporre la moglie a partire.

Nella terza, che è l'ultima scena del primo atto, Callimaco chiede ansioso a Ligurio, che cosa hanno conchiuso, e Ligurio risponde che i Calfucci facilmente andranno ai bagni; ma teme che con questo non si sia fatto nulla. — «Io conosco che tu di' il vero,» — risponde Callimaco. — «Ma come ho a fare? che partito ho a pigliare? dove mi ho a volgere? A me bisogna tentare qualche cosa, sia grande, sia pericolosa, sia dannosa, sia infame: meglio è morire che viver così. S'io potessi dormire la notte, s'io potessi mangiare, se io potessi conversare, se io potessi pigliar piacere di cosa veruna, io sarei più paziente ad aspettare il tempo. Ma qui non ci è rimedio, e se io non son tenuto in isperanza da qualche partito, io mi morrò in ogni modo; e veggendo d'avere a morire, non sono per temere cosa alcuna, ma per pigliare qualche partito bestiale, crudo e nefando.» Questo linguaggio manifesta, con molta eloquenza, una passione assai singolare, perchè divenuta già violenta, prima ancora che Callimaco abbia parlato alla donna amata. Ligurio dice a un tratto d'avere una felice idea, e gli propone di fare esso le parti di medico col Nicia. Gli dirà poi il resto. E così vien fissato.

Nel secondo atto, Ligurio presenta Callimaco a Nicia, dandogli a intendere che è medico, e che ha una pozione, bevuta la quale, la moglie avrà un figliuolo. Se non che colui che le si avvicina la prima volta, dopo che essa ha bevuto, deve ben presto morire. Bisogna quindi consentire che la moglie sia la prima volta avvicinata da un altro. Lo spavento di Nicia a queste parole, la sua presunzione di parlar latino col finto dottore, la sua ammirazione nel sentirlo rispondere con citazioni latine che non capisce, la facilità con cui si persuade, appena gli viene affermato che il re di Francia ed altri principi consentirono all'esperimento, e tutto ciò credendo sempre essere più furbo degli altri, rendono questo secondo atto comico davvero. Ma non basta aver persuaso messer Nicia, bisogna ora persuadere la moglie, ed a ciò Ligurio suggerisce, unico mezzo, il confessore, che è un frate. — «Chi disporrà il confessore?» — gli domanda Callimaco. — «Tu, io, i danari, la cattività nostra, la loro,» — risponde l'altro, proponendo che si parli alla madre, perchè poi induca il confessore ad aiutarla, con l'autorità della religione, a persuadere la figlia.

Nel terzo atto la madre è già persuasa, a condizione però che non si gravi la coscienza. I prudenti, ella dice, debbono pigliare dei cattivi partiti il migliore. Nicia intanto ha già dato 25 ducati a Ligurio, che gli ha chiesti per corrompere il frate, ed a tal fine s'avviano ora alla chiesa. «Questi frati,» osserva Ligurio, «sono trincati ed astuti, perchè sanno i loro peccati ed i nostri. Chi non ne è pratico s'inganna e non sa condurli a suo proposito.»

Ed ora comparisce la prima volta sulla scena fra Timoteo, che sotto un certo aspetto può dirsi davvero il personaggio più notevole della commedia. Egli se ne sta in chiesa, tranquillamente discorrendo con una fantesca, e il dialogo, nella sua impareggiabile vivacità e naturalezza, nella sua spensierata tranquillità, fa un contrasto così singolare con tutto quello che deve seguire tra poco, che richiama alla memoria l'arte inarrivabile dello Shakspeare. — «Se voi vi volete confessare,» — dice il frate, — «io farò ciò che voi volete. — Non per oggi,» — risponde la donna; — «io sono aspettata, e' mi basta essermi sfogata un poco così ritta ritta. Avete voi detto quelle messe della Nostra Donna? — Madonna sì. — Togliete ora questo fiorino, e direte due mesi, ogni lunedì, la messa dei morti per l'anima di mio marito. Ed ancora che fosse un omaccio, pure le carni tirano; io non posso far ch'io non mi risenta, quando io me ne ricordo. Ma credete voi ch'e' sia in Purgatorio? — Senza dubbio. — Io non so già cotesto. Voi sapete pure quello che mi faceva qualche volta. Oh! quanto me ne dolsi io con esso voi. Io me ne discostava quanto io poteva; ma egli era sì importuno. Uh! nostro Signore. — Non dubitate, la clemenza di Dio è grande. Se non manca all'uomo la voglia, non gli manca mai la potenza a pentirsi. — Credete voi che 'l Turco passi questo anno in Italia? — Se voi non fate orazione, sì. — Naffe! Dio ci aiuti con queste diavolerie; io ho una gran paura di quello impalare. Ma io veggo qua in chiesa una donna, che ha cert'accia di «mio; io vo' ire a trovarla. State col buon dì. — Andate sana.»[216]

Intanto arrivano Nicia e Ligurio, il quale subito annunzia al frate, che vi sono alcune centinaia di ducati da distribuire in limosine, purchè egli dia mano ad aiutarlo in una faccenda, che è però tutta un'invenzione, che egli racconta solo per vedere se, colla promessa delle limosine, può sperare aiuto dal frate, e fidarsene tanto da domandargli ciò che veramente vuole. Vistolo infatti pronto a cedere, gli espone con arte ogni cosa, e ne riceve la promessa desiderata. Arrivano in questo mezzo le donne, e la madre va dicendo alla figlia, che non vorrebbe mai consigliarle nulla di male. «Se però fra Timoteo dirà che non c'è carico di coscienza, tu puoi stare tranquilla.» La figlia non sa persuadersi di dovere «esser cagione che un uomo muoia per vituperarla.» E qui di nuovo entra in campo il frate, e fa prova di tutta la sua destrezza. «Io sono stato in su i libri a studiare più di due ore questo caso, e dopo molte esamine, io trovo di molte cose che in particolare e in generale fanno per noi.... Voi avete, quanto alla coscienza, a pigliare questa generalità, che dove è un ben certo e un male incerto, non si debbe mai lasciare quel bene per paura di quel male. Qui è un bene certo, che voi avrete un figliuolo, acquisterete un'anima a messer Domenedio.... La volontà è quella che pecca, non il corpo, e la cagione del peccato è dispiacere al marito, e voi gli compiacete; pigliarne piacere, e voi ne avete dispiacere. Oltre di questo, il fine si ha a riguardare in tutte le cose. Il fine vostro si è riempiere una sedia in Paradiso, contentare il marito vostro.»[217] E così continua, ricordando ancora come la Bibbia dice che le figliuole di Lot non peccarono, perchè la loro intenzione fu buona, concludendo, che si tratta d'un peccato veniale, il quale va via con l'acqua benedetta. «A che mi conducete, Padre?» esclama qui la povera Lucrezia, e promette, confusa, di fare il voler loro; ma aggiunge che teme di non poter sopravvivere alla vergogna ed al dolore.

Il quarto atto s'apre con Callimaco, che è nelle angosce dell'incertezza. Un momento spera, un momento dispera. «Sei impazzato?» egli dice a sè stesso. «Non sai che verranno poi il disinganno ed il pentimento, anche se otterrai l'intento? Ma che cosa è il peggio che ti possa mai seguire? Morire ed andare all'Inferno. Vi son però tanti uomini da bene morti ed andati all'Inferno, perchè devi vergognarti d'andarvi tu? Volgi il viso alla sorte. Fuggi il male o, non potendolo fuggire, sopportalo come uomo. Non ti prosternare, non t'invilire come una donna. Ma io non posso restar fermo su questo pensiero,» «per- chè da ogni parte mi assalta tanto desio di essere una volta con costei, che io mi sento dalle piante dei piè al capo tutto alterare: le gambe tremano, le viscere si commuovono, il cuore mi si sbarba dal petto, le braccia si abbandonano, la lingua diventa muta, gli occhi abbarbagliano, il cervello mi gira.»[218]

Ora arriva da capo Ligurio, e la trama già ordita si avanza rapidamente al suo fine. Fra Timoteo s'è travestito, ed è divenuto un ausiliario potente e deciso al male, sebbene faccia tutto con la più grande bonomia. «E' dicono il vero quelli che dicono, che le cattive compagnie conducono gli uomini alle forche. E molte volte uno capita male, così per essere troppo facile e troppo buono, come per essere troppo tristo. Dio sa ch'io non pensavo ad ingiuriare persona. Stavami nella mia cella, diceva il mio ufficio, intratteneva i miei devoti; capitommi innanzi questo diavolo di Ligurio, che mi fece intingere il dito in un errore, donde io ci ho messo il braccio e tutta la persona, e non so ancora dove io m'abbia a capitare. Pure mi conforta, che quando una cosa importa a molti, molti ne hanno aver cura.»[219] Tutto ormai procede secondo i desiderî di Callimaco.

Il quinto ed ultimo atto incomincia con un altro soliloquio di fra Timoteo, il quale ha passato la notte senza dormire, per la smania di sapere come siano andate le cose. «Io dissi mattutino, lessi una vita de' Santi Padri, andai in chiesa, ed accesi una lampada che era spenta, mutai un velo a una Madonna che fa miracoli. Quante volte ho io detto a questi frati, che la tengano pulita! E si maravigliano poi se la divozione manca. Io mi ricordo esservi cinquecento immagini, e non ve ne sono oggi venti. Questo nasce da noi che non le abbiamo saputo mantenere la reputazione.» «Noi vi dicevamo orazioni e facevamo processioni, perchè si vedessero sempre immagini fresche. Ora non si fa nulla di queste cose, e poi ci maravigliamo che la cose vadano fredde. Oh quanto poco cervello è in questi miei frati! Ma sento un gran rumore di casa messer Nicia.» Tutti vengono allegri e contenti, per menare la Lucrezia in Santo, ed il frate, ricordandosi delle limosine promesse, fa l'orazione e li benedice. «Chi non sarebbe allegra?» sono le ultime parole della madre in questa commedia, che finisce con una benedizione data in chiesa all'adulterio.

Quello che più stranamente qui ci colpisce, non è il vedere una società in ogni sua parte corrotta, il non incontrare un solo personaggio veramente onesto e virtuoso; ma il vuoto orrendo, spaventoso che è nella coscienza di tutti; il vederli passare dal bene al male, senza quasi accorgersi di mutare. Callimaco s'è innamorato di Lucrezia prima d'averla veduta, solo per averne sentito lodare la bellezza e l'onestà; la sua passione diviene subito irresistibile, nè ha altro che un solo scopo e sensuale. Non può viver così, è disposto a pigliare piuttosto «qualche partito bestiale, crudo e nefando.» Gli balenano un momento l'idea dello scrupolo e la paura dell'Inferno; ma vi sono andati tanti uomini dabbene, può dunque farsi animo e andarvi anch'egli. La sola persona che apparisce onesta è la giovane sposa, la povera Lucrezia, un essere negativo, senza volontà, pienamente in balìa degl'inganni e dei capricci altrui. Quando la madre, il marito, tutti la spingono all'adulterio, perchè abbia un figlio, ella inorridisce e resiste; ma la menano in chiesa, dinanzi al confessore, il quale subito la persuade, che non c'è poi nessun peccato a «riempire una sedia in Paradiso.» Ed ella finisce non solo col rassegnarsi, ma col volersi allegramente godere la vita nell'abisso morale in cui l'hanno precipitata. La più chiara espressione, la più compiuta personificazione di questo stato di cose, si trova in fra Timoteo. Egli dice le sue orazioni e la messa, attende devoto alle immagini ed alla confessione; ma quando, per indurlo ad un'azione infame, gli sono promesse alcune limosine, non si turba punto. Considera che si diranno più messe, s'accenderanno più ceri; esamina i libri sacri e, trovato un sofisma adatto al caso, consente ad aiutare l'adulterio, a persuadere alla povera Lucrezia, che il male è bene, e che, disonorando se stessa, farà cosa grata a Dio. Ben riflette un momento che le cattive compagnie inducono al male anche i migliori; ma ormai ci si trova, e lo conforta il pensare che tutti sono interessati a nasconder la colpa. Spolvera le immagini, rilegge le vite dei Santi Padri, deplora la poca devozione de' suoi tempi; lo domina intanto, sopra ogni cosa, il desiderio di sapere se l'adulterio preparato, e col suo aiuto reso possibile, è riuscito _ad votum_. Saputo il resultato, li benedice tutti in chiesa.

Non vi pare, dinanzi a questa commedia, di veder sorgere, come evocata dalla vostra coscienza, la tragica figura del _Principe_, che con la sua spada insanguinata percorre le vie, e con la forza, la violenza, anche l'inganno, costringe i suoi sudditi ad unirsi per formare uno Stato, avere una patria, e, dopo averli disciplinati con l'_Arte della Guerra_, li conduce dinanzi al nemico, sospingendoli, con l'esempio di Roma, non cristiana, ma pagana, a difendere questo Stato e questa patria col proprio sangue, ed a ricordarsi finalmente, tra i pericoli e le sventure, d'essere uomini? Non vi pare di sentir tuonare la voce potente di Martino Lutero, il quale grida che c'è pure una coscienza, che c'è qualche cosa in essa di sacro e d'inviolabile, ed obbliga così i cattolici stessi a vergognarsi ed a correggersi? La _Mandragola_, fu già osservato, è la commedia d'una società, di cui il _Principe_ è la tragedia. Questo vuole col ferro rimediare ai mali che quella descrive ridendo, ma dei quali accenna pure la causa riposta. Perciò essa incomincia e finisce nella chiesa. Ivi già i _Discorsi_ ci dissero trovarsi il germe della corruzione italiana, ed ora noi vediamo rappresentato sotto i nostri occhi, come la religione, divenuta puramente formale e meccanica, possa col sofisma giustificare così il male come il bene, e produrre quindi il vuoto nella coscienza. Si direbbe che qui gli uomini commettano il male senza rendersene conto, senza neppure esser cattivi. Le azioni da essi compiute non sono più loro proprî atti. Par che li guidi, che li conduca una forza esteriore, la quale si chiama ora passione, ora istinto, ora consuetudine, pregiudizio, non si chiama mai coscienza. E però solo una forza esteriore può portarvi rimedio. Unica medicina il ferro. Tale fu sempre il pensiero dominante del Machiavelli, ed ogni volta che lo espone, il suo animo si esalta, il suo linguaggio acquista una precisione, una eleganza, una forza che trascina: egli pare allora un uomo ispirato, e diviene superiore a sè stesso. Questo pensiero, che fu il soggetto dominante del _Principe_, nella _Mandragola_ si vede continuamente balenare da lontano. Lo stile e la lingua dell'autore salirono nei due scritti a tanta altezza da farli riuscire due grandi capolavori della prosa italiana. Il Machiavelli è di certo il primo nostro prosatore; ogni sua parola esprime un'idea, senza inutili ornamenti, senza artifizî, senza sforzo alcuno. Gli uomini, gli avvenimenti, le cose stesse sembrano aver trovato il loro proprio linguaggio, e parlare direttamente al lettore. Egli ha tutto il mirabile atticismo che è sulla bocca del popolo fiorentino, qualche volta riproducendone con singolare vigore anche gl'idiotismi, non sempre grammaticalmente corretti. Dal latino piglia ciò che è più necessario a dar forza, dignità al suo stile. E se questa imitazione prevale qualche volta un po' troppo in altre opere, di rado assai ciò gli succede nel _Principe_, e meno ancora nella _Mandragola_, dove i tesori della lingua parlata si manifestano liberamente, largamente in tutta la loro freschezza, in tutta la loro vivacità, la loro inesauribile varietà d'armonìa e di colori. Senza mai cader nel volgare, egli è sempre naturale, spontaneo; senza mai cader nell'artificioso, è sempre elegante.

Il Macaulay, che come critico letterario è certo autorevolissimo, ha per la _Mandragola_ un'ammirazione quasi sconfinata. Crede che il Machiavelli abbia in essa provato, come, se si fosse dato al dramma, sarebbe salito alle maggiori altezze, ed avrebbe prodotto un effetto salutare nel gusto e nella letteratura nazionale. Ciò, egli afferma, si deduce non tanto dal grado, quanto dalla natura stessa dell'eccellenza conseguita: «con una corretta e vigorosa descrizione dell'umana natura, tien desta l'attenzione del lettore, senza bisogno d'un intreccio complicato o piacevole, senza la più lontana ambizione a far prova d'arguzia.»[220] Il carattere più originale in tutta la commedia è, secondo lui, quello di Nicia, e lo dichiara perciò superiore ad ogni elogio.[221] E veramente questo sciocco presuntuoso, che, senza mai avvedersene, diviene zimbello di tutti, è il personaggio più ingenuo e più vero, in un mondo nel quale non sembrano avere coscienza di sè, quelli che più dovrebbero averla. Il riso che muove, il comico di cui è sorgente continua, non vengono in noi amareggiati mai da nessuna considerazione estranea. Nicia è quindi nel suo genere perfetto, ed il conoscerlo rallegra artisticamente, senza moralmente affliggere.

Nella _Mandragola_ v'è però un lato più serio, che è sfuggito al Macaulay, come gli è sfuggito quello che n'è il lato più debole. Se noi guardiamo alla unità fondamentale, al concetto dominante della commedia, Fra Timoteo è il personaggio che richiama la nostra attenzione principale. Il comico si unisce in esso ad una satira sanguinosa e profonda della società italiana, e possiamo quindi assai meglio riconoscere l'altezza del genio di colui che creava il singolare carattere. È però certo ancora, che il nostro riso è in questa commedia, assai spesso fermato, soffocato a mezzo. La immaginazione è come di tratto in tratto, quasi violentemente, dominata da troppo gravi riflessioni, per osare d'abbandonarsi a sè stessa, alla pura contemplazione estetica. L'autore, è ben vero, sembra occuparsi di rappresentarci solo il lato comico della società che gli sta dinanzi; ma dalla stessa sua rappresentazione sorge inesorabile, nel suo e nel nostro spirito, una satira sanguinosa. È come un nuovo, più alto, profondo e segreto concetto, che apparisce a distanza, senza poter mai entrar davvero nella commedia, perchè rimane sempre in una forma astratta, teoretica di riflessione filosofica. Il Machiavelli non riesce a concretarlo, ad individuarlo poeticamente, comicamente, facendo ricadere il ridicolo e il disprezzo sui veri autori d'una colpa, che ci mette orrore, e che egli invece si ostina a far trionfare ridendo. Ma questa non è l'atmosfera di cui la commedia ha bisogno per vivere, per respirare liberamente; e però i personaggi della _Mandragola_ si trovano qualche volta come a un tratto circondati da una nebbia, che offusca i lineamenti della loro fisonomia reale, determinata e vivente, che pur costituisce il merito principale di questa commedia.

Si è detto da qualche critico, che Fra Timoteo è un buon frate, volendoci l'autore rappresentare in esso solo le conseguenze d'una falsa religione. Resta però a dimostrare come si possa esser buoni, ed aiutare a commettere azioni turpi, benedicendole anche in nome della religione. Che questa, una volta corrotta e mutata in puro formalismo, sia cagione di molti danni, è vero. Non è però vero che l'uomo possa mai trascorrere dal bene al male con animo così sereno e tranquillo, come fa Timoteo. E che dire d'una madre la quale cerca, ridendo, l'aiuto del confessore, per disonorare la propria figlia, la sola onesta, ma che finisce anch'essa col ridere del suo morale naufragio? I sospiri che sembrano qualche volta uscire involontari dal petto dell'autore, quando deplora i tempi in cui è nato e di cui fa parte, valgono solo a provar nuovamente, che neppure nella commedia è possibile sopprimere del tutto quel lato appunto dell'umana natura, che nella _Mandragola_ è troppo spesso dimenticato. La descrizione che essa ci dà dell'uomo e delle sue passioni, se è sempre vigorosa ed originale, non è sempre corretta, come crede il Macaulay. L'arte ha bisogno della realtà vivente, deve rappresentarci la natura umana nella sua integrità, ed è uccisa dalle vivisezioni,[222] che possono giovar solo alla scienza. Al di sotto di ogni delitto, d'ogni corruzione, vuol sentire da vicino o da lontano la voce della coscienza, che anche nella colpa non può mai essere spenta del tutto, se prima non si spegne l'umana natura.

Con tutto ciò, riman sempre certo che la _Mandragola_ fu scritta in un momento di vera ispirazione, nel quale il Machiavelli finì col superare sè stesso. La potenza della rappresentazione quasi sempre felicissima, la freschezza della forma e la profondità del concetto ne fanno un'opera che, non ostante i suoi difetti, è maravigliosa davvero. Ma che egli non fosse nato per esser un grande autore drammatico, lo prova il fatto, che non riuscì mai a compor nulla di simile alla _Mandragola_. Tutti gli altri suoi tentativi, riconfermarono sempre che, sebbene avesse scritto una commedia eccellente, egli non avrebbe mai saputo dare all'Italia un teatro nazionale. Il suo pensiero dominante, nella forma in cui costantemente lo vedeva, solamente nelle scienze politiche e storiche poteva riuscire davvero originale e fecondo, dando inesauribile materia a nuove riflessioni. La commedia italiana continuò, durante tutto il secolo XVI, a seguire la via in cui era già prima del Machiavelli entrata. E così avvenne che, con una fantasia ed uno spirito comico inesauribili; con una ricchezza, naturalezza, eleganza veramente prodigiose di lingua e di stile; con una vivacità inarrivabile di dialogo, gl'Italiani produssero un numero infinito di commedie, senza mai riuscire ad avere nè un Aristofane nè un Molière.[223] L'arte non è di certo una predica di morale; ma neppure può, senza rinnegare l'umana natura ed uccidere sè stessa, supporre che morale non vi sia, o presumere di ridere là dove ci sarebbe invece materia di pianto.

La _Clizia_, che venne rappresentata a Firenze nel 1525,[224] fu scritta certo dopo la _Mandragola_, e la ricorda infatti nella terza scena del secondo atto. L'azione, che in questa è messa nel 1504, è posta nell'altra due anni dopo, cioè nel 1506.[225] Il merito n'è assai inferiore, trattandosi d'una pura e semplice imitazione della _Casina_ di Plauto, essa stessa, com'è ben noto, imitata dal greco. Il Machiavelli, sebbene qui muti in Fiorentini del suo tempo tutti quanti i personaggi della commedia antica, pure s'avvicina qualche volta tanto al suo originale, che addirittura lo traduce; qualche altra invece se ne allontana, abbandonandosi ad inopportune lungaggini e riflessioni astratte: di tanto in tanto però raggiunge qui appunto un'assai grande vivacità. Ma il suo genio comico si dimostra quasi sempre molto inferiore a quello di Plauto, che vuole emulare; e le sentenze e considerazioni generali raffreddano lo stile della commedia. Quasi tutte le aggiunte che vi fa di suo, ne indeboliscono lo svolgimento drammatico, scemandone il vigore comico.

Il prologo comincia col ripetere, in grave e solenne prosa, ciò che il Machiavelli ha già tante volte esposto altrove, che gli uomini cioè sono sempre gli stessi, e però quello che una volta seguì in Atene, è seguìto anche a Firenze. Egli preferisce il caso di Firenze, perchè ora non si parla più greco. — Cleandro ed il suo vecchio genitore Nicomaco si sono innamorati della giovane Clizia, allevata in casa loro, e tenuta come figlia. Nicomaco vuol darla in moglie al servo Pirro, e Cleandro, con lo stesso fine, cerca sventare la trama del padre, proponendo di darla al fattore Eustachio, nel che è secondato dalla madre, la quale s'è avvista d'ogni cosa. — La rappresentazione, che spesso è qui solo una narrazione di tutto ciò, forma l'intero primo atto e parte del secondo. A Plauto bastò invece un semplice dialogo, vivacissimo e comico, tra il servo ed il fattore, per entrar subito nel cuore del soggetto, senza prima narrare quello che doveva poi rappresentare. Ma il Machiavelli non si contenta ancora, ed aggiunge un lungo monologo di Cleandro, che è un paragone tra la vita dell'innamorato e quella del soldato, dialogo che starebbe assai meglio in una dissertazione politica o storica. Più vivace assai, nel secondo atto, riesce la commedia là dove la moglie disputa col marito, dicendo che vuol dare la giovane non al servo, ma al fattore, «che sa attendere alle faccende, ha un capitale, e viverebbe in su l'acqua, quando l'altro vive nelle taverne, nei giuochi, e morrebbe di fame nell'Altopascio.» Rimasta sola, essa ci dà una vivacissima pittura del mutamento che ha fatto il marito, la quale è anche una fedele descrizione della vita dei borghesi fiorentini a quel tempo. «Udiva la messa, trattava gli affari, andava ai magistrati, era ordinato in tutto. Ma da poi che gli entrò questa fantasia di costei, le faccende sue si trascurano, i poderi si guastano, i traffichi rovinano. Grida sempre e non sa di che; entra ed esce ogni dì mille volte, senza sapere quello si vada facendo.» La lingua è vivacissima, piena di motti fiorentini. Si finisce con un dialogo tra il servo ed il fattore, nel quale è molto bene imitato quello con cui incomincia la commedia di Plauto, e ne forma tutto il primo atto.

Nel terzo atto della _Clizia_, Cleandro si duole di trovarsi in lotta d'amore col padre. E questa sua condizione non apparisce in verità nè molto comica nè punto tragica. Come nella _Casina_, così nella _Clizia_, la moglie finalmente s'accorda col marito, per rimettere tutto alla decisione della sorte. S'imborsano i due nomi, si estrae quello di colui che sarà lo sposo, e riesce Pirro, secondo il desiderio di Nicomaco. Questi crede ora di trionfare, ma ha fatto i conti senza l'oste. Tutto lieto, egli fissa col pieghevole servo come avrà luogo il matrimonio, e la casa in cui egli, primo e solo, vedrà la novella sposa. Ma la moglie lo tien d'occhio, non lo perde mai di vista, e sa disporre le cose in maniera, che il povero Nicomaco si ritrova la notte non con la Clizia, ma con un famiglio. Il modo in cui il vecchio marito, tirato nella trappola, diviene ridicolo a tutti, è assai comico, forse anche più originale che in Plauto stesso,[226] sebbene nella maggior parte di questo atto il Machiavelli imiti o anche traduca la _Casina_.[227] La quale riesce però nel suo insieme molto più naturale, perchè la giovane è promessa sposa ad uno schiavo, non ad un uomo libero come nella _Clizia_, e la cieca, assoluta sottomissione al padrone è quindi più verosimile, più tollerabile. Nel quinto atto la moglie, mediante la trama che ha ordita, raggiunge il proprio fine, ed il marito umiliato si pacifica finalmente con lei. E qui la commedia veramente finisce, ma il Machiavelli v'aggiunge di suo quattro scene, nelle quali si scopre il padre della Clizia, un gentiluomo che arriva da Napoli; ed allora si celebra il matrimonio di lei con Cleandro. Quest'ultimo incidente è solo annunziato nella commedia di Plauto, il quale, come non fa comparire la fanciulla, nel che è seguìto dal Machiavelli, così non fa comparire neppure Cleandro. Egli capì, che un figlio in lotta d'amore col proprio padre, non può mai riuscir veramente comico; e che era addirittura superfluo il portar sulla scena il padre della fanciulla, il quale in fatti riesce nella _Clizia_ niente altro che una vuota comparsa. Il Machiavelli abbandonò qui il suo modello, e fu a tutto suo danno.

La _Commedia in prosa_, brevissima, in tre soli atti, è piuttosto una farsa. Il soggetto è preso da un fatto, di cui sembra che si parlasse allora molto in Firenze. — Una serva si trova fra il vecchio padrone Amerigo, che s'è innamorato della comare, moglie di Alfonso, e frate Alberigo, che s'era innamorato della giovane padrona Caterina. Questa, confidandosi colla serva, le dice che ormai è stanca, e vuol cercarsi anch'essa un amante. L'altra allora le parla subito di Alberigo, vincendo facilmente le resistenze di lei. E il frate, divenuto così sicuro del fatto suo, cerca di mandare a vuoto la tresca fra Amerigo e la comare, di cui conosce il marito. Nella casa di costui viene la moglie d'Amerigo, e dopo aver colà visto prima l'amante, aspetta il proprio marito, che crede invece trovarvi la comare, e ne segue una scena clamorosa. In questo mezzo sopravviene, come a caso, il frate, che cerca metter pace fra marito e moglie, i quali, dopo essersi di nuovo ingiuriati, s'accordano finalmente, e pigliano a proprio confessore il frate stesso, che trionfa così ne' suoi intenti. — L'oscenità è qui anche maggiore del solito, l'azione è più narrata che rappresentata, e manca un vero svolgimento di caratteri. Il dialogo ha tutta la vivacità fiorentina del tempo, sebbene non sempre quella che è più propria del Machiavelli. Se questa commedia fosse veramente di lui, come per lungo tempo fu creduto, non aumenterebbe di certo la fama del suo genio comico. Ma dopo che il professor Bartoli pubblicò il _prologo_ e l'_argomento_ d'una farsa del Lasca, intitolata _Il Frate_, fu dimostrato che essa è una cosa stessa con la _Commedia in prosa_ la quale non può quindi essere più attribuita al Machiavelli.[228]

Resta a dir qualche cosa di due altre commedie, quella chiamata la _Commedia in versi_, e l'_Andria_, che è solo una traduzione di Terenzio. L'autenticità della prima fu pure messa in dubbio da parecchi; altri la ritennero invece lavoro giovanile del Machiavelli. Ciò che potrebbe farla creder sua è il fatto, certo notevolissimo, che nel ben noto codice strozziano della Nazionale di Firenze, se ne trova una copia autografa di lui. Ma questa prova esterna perde il suo valore, quando si pensa che nello stesso codice v'è, di mano pure del Machiavelli, la _Descrizione della peste_, della quale nessuno oggi lo crede autore. In fine della commedia trovansi anche di sua mano scritte le parole: _Ego Barlachia recensui_,[229] E ciò ribadisce il dubbio, che egli avesse qui copiato alcuni scritti non suoi, del che troveremo più innanzi nuova conferma. Se poi dalle prove esterne passiamo alle interne, sarà assai difficile attribuire al Machiavelli questa _Commedia in versi_. Fondata tutta sull'equivoco di due nomi, Camillo e Catillo, essa porta sulla scena personaggi e fatti di tempi romani; non ha intreccio, non bellezza di stile, non realtà o verità di caratteri, ed è noiosa tanto che non si può reggere alla lettura. Piena d'eterni monologhi, non ha neppure quei motti e sali fiorentini, che non mancano mai nelle commedie e nelle poesie del Machiavelli. Scorrendola anche a caso, difficilmente si crederà che sieno di lui versi come quelli del monologo che incomincia:

Oh! che disgrazia, oh! che infelicità È quella di chi vive in gelosia! Oh! quanti savi tener pazzi fa, Ma de' pazzi giammai savi non fe'. Non si mangia un boccon mai che buon sia; Usasi sempre solo. Adunque egli è Piacer da mille forche. E spesse volte Stassi desto la notte a udir quel dice Sua donna, perchè già n'è sute colte; Che c'è chi in sogno i fatti suoi ridice.[230]

E così continua per sessanta versi. Un altro monologo incomincia:

Oh! che miseria è quella degli amanti, Ma molto più di quelli Ch'hanno i lor modi strani a sofferire! Io, per me, innanzi vuo' prima morire, Che seguir tai cervelli.[231]

E continua allo stesso modo per cinquantasei versi. Di simili e di peggiori tutta questa commedia è piena. Il Polidori, che l'ha pubblicata fra quelle del Machiavelli, dubita assai della sua autenticità; l'Hillebrand, che l'accetta come autentica e vi trova qua e là qualche bellezza, conviene anch'egli che è indegna dell'autore della _Mandragola_. Il Macaulay però non l'accetta per genuina, dicendo che nè i meriti, nè i difetti di essa ricordano mai il Machiavelli.[232] Questa opinione, che fu anche la nostra, è stata recentemente messa fuori d'ogni dubbio dal fatto che in un codice Ashburnham. (572 a c. 52^b) Filippo Strozzi scrisse di sua mano che la commedia era sua.[233]

L'_Andria_ è una traduzione della commedia di Terenzio, che porta lo stesso titolo. Paragonandola con l'originale, vi si trovano alcuni luoghi in cui la frase latina non è resa fedelmente, ed altri nei quali la frase italiana è ancora incerta ed oscura, il che farebbe supporre che manchi l'ultima lima. In generale però essa non solo interpetra con fedeltà l'originale latino, ma ha una freschezza ed una spontaneità assai maggiori che nelle più moderne e reputate traduzioni.[234]

Queste sono le commedie del Segretario fiorentino. Ma non dobbiamo tralasciar di ricordare, come fu più volte da altri già osservato, che anche la _Sporta_, la migliore cioè delle due commedie di Giovan Battista Gelli, sia stata da questo composta sugli abbozzi che ne lasciò il Machiavelli.[235] E ciò, sebbene da alcuni sia stato negato, è pur messo fuori d'ogni dubbio dal Ricci, il quale nel suo _Priorista_, enumerando le opere dello zio, dice chiaro che questi compose ancora, «pigliando il concepto dall'_Aulularia_ di Plauto, un'altra commedia detta la _Sporta_; ma perchè gli fragmenti di essa restarono in mano di Bernardino di Giordano, essendo capitati alle mani di Giovan Battista Gelli, aggiuntovi poche cose, la diede fuori per sua.»[236] Questi, nella sua dedicatoria, dice d'avere ritratto il caso dal vero, e nel prologo riconosce di aver voluto imitare Plauto e Terenzio; nella scena IV dell'atto III, ricorda la _Mandragola_ e la _Clizia_ del Machiavelli, senza altro aggiungere. Che egli però, non solo ne leggesse molto gli scritti, ma spesso anche li imitasse, è cosa certa. Il concetto stesso della _Circe_, che è il miglior suo lavoro, trovasi già nell'_Asino d'Oro_ del Machiavelli, che lo aveva preso dagli antichi; e la sua seconda commedia, intitolata l'_Errore_, fu in parte almeno, come egli medesimo implicitamente riconosce, imitata dalla _Clizia_.[237] Quanto alla _Sporta_, leggendola con attenzione, si può qualche volta credere di ritrovarvi la mano del Segretario fiorentino, nella più grande naturalezza e vivacità del dialogo, ed in alcuni monologhi, che hanno le ben note riflessioni di lui. Il Gelli, secondo noi, con la introduzione di episodî e di personaggi secondarî, arruffò non poco l'intreccio della commedia, della quale il Machiavelli assai probabilmente aveva disteso solamente l'ordito, cominciando qua e là a colorirne le scene e i dialoghi colla sua consueta vivacità. Sono però ipotesi, giacchè una volta perduto questo suo abbozzo, non potrà mai con certezza essere determinata la parte che gli spetta nella composizione della _Sporta_. In ogni modo tutto ciò potrebbe assai poco aggiungere o levare alla sua fama di autore comico, la quale riposerà sempre sulla _Mandragola_, sola commedia in cui il Machiavelli dette prova d'un vero genio drammatico. Fu un momento di felice ispirazione, di vera creazione poetica, che non si ripetè una seconda volta in tutta la sua vita.

CAPITOLO XI.

L'_Asino d'Oro_. — I _Capitoli_ ed altre poesie minori. — Il _Dialogo sulla lingua_. — La _Descrizione della Peste_. — Il _Dialogo dell'ira e dei modi di curarla_. — La _Novella di Belfagor arcidiavolo_. — Altri scritti minori.

A tempo avanzato il Machiavelli scrisse, specialmente in questi anni, alcune opere minori, in versi ed in prosa, delle quali dobbiamo ora occuparci. Quanto alle poche poesie, i suoi versi sono facili, ed hanno spesso una satirica e pungente vivacità; ma somigliano troppo alla prosa. Vi si trovano di tanto in tanto energiche espressioni, pensieri profondi e lungamente meditati; ma sono massime filosofiche e considerazioni che ricordano i _Discorsi_ ed il _Principe_; quello che invece manca è la forza delle immagini, la originalità della rappresentazione, in una parola, tutte le qualità essenziali a costituire un vero poeta. Questi versi nondimeno sono spesso utili a farci indovinare lo stato d'animo dell'autore, e ci aiutano quindi a meglio conoscere la storia del suo spirito.

L'_Asino d'Oro_ è il principio d'un poema in terza rima, a cui il Machiavelli lavorava nel 1517, come apparisce dalla lettera che in quell'anno stesso indirizzò a Lodovico Alamanni,[238] nella quale si vede che dava molta importanza a questo suo lavoro. Pure, dopo averne scritto otto brevissimi capitoli, lo abbandonò, mancandogli la vena e la voglia di continuare una narrazione senza intreccio, senza passione e senza attrattiva. Il titolo è preso da Apuleio e da Luciano, il soggetto dal dialogo di Plutarco, _Il Grillo_. Di tanto in tanto vi si scorge una certa pretensione d'imitare la _Divina Commedia_; ma in sostanza è, o almeno voleva essere, una satira de' Fiorentini del suo tempo. Il poeta ci dice che, dopo essersi un pezzo quetato dal mordere ne' suoi scritti or questo or quello, è stato a un tratto ripreso dalla vecchia smania, stimolato specialmente dai tempi, che offrono alla satira larga materia. Egli entra in un'aspra selva, nella quale, invece delle tre fiere di Dante, incontra una delle donzelle di Circe, circondata da animali che conduce, e che sono uomini trasformati in bestie. È da lei menato in un palazzo, dove viene avvertito che sarà mutato in bestia anch'egli. Intanto cena e sta in compagnia di lei, ne descrive le bellezze minutamente, ma senza eleganza o finezza d'arte:

Avea la testa una grazia attrattiva Tal ch'io non so a chi me la somigli, Perchè l'occhio al guardarla si smarriva. Sottili, arcati e neri erano i cigli, Perchè a plasmargli fur tutti gli Dei, Tutti e' celesti e superni consigli.[239]

Lasciato solo, si pone subito da filosofo a meditare sulle cagioni

Del varïar delle mondane cose,

ed entra nelle ben note sue considerazioni. Ciò che fa rovinare dalle loro maggiori altezze i potenti è il non esser mai satolli del potere. Venezia cominciò a decadere, quando volle allargarsi sulla terraferma. Sparta e Atene cominciarono a decadere, quando ebbero domati i vicini. Le città della Germania, invece, che hanno solo sei miglia di territorio, sono libere e tranquille. Firenze, cui non fece paura l'imperatore Arrigo IV, quando essa aveva i suoi confini presso alle mura, oggi ha invece paura d'ognuno. Certo un governo dura assai più quando ha buone leggi e buoni costumi; ma anche allora non siam certi di poter esser sempre tranquilli, perchè le cose umane mutano inevitabilmente.

La virtù fa le regïon tranquille; E da tranquillità poi ne risolta L'ozio, e l'ozio arde i paesi e le ville. Poi, quando una provincia è stata involta Ne' disordini un tempo, tornar suole Virtute ad abitarvi un'altra volta. Quest'ordine così permette e vuole Chi ci governa, acciò che nulla stia O possa star mai fermo sotto 'l sole.

Così è stato e sarà sempre. Il bene succede al male e viceversa; l'uno è cagione dell'altro. S'ingannano assai coloro i quali pensano di salvarsi coi digiuni e colle orazioni da queste vicende.

Creder che senza te, per te contrasti Dio, standoti ozïoso e ginocchioni, Ha molti regni e molti Stati guasti.

Son ben necessarie al popolo le orazioni, e matto sarebbe chi gliele vietasse;

Ma non sia alcun di sì poco cervello, Che creda, se la sua casa ruina, Che Dio la salvi senz'altro puntello; Perchè e' morrà sotto quella ruina.[240]

Questa, come ognun vede, non è poesia, sono pagine dei _Discorsi_ tradotte in versi. Negli ultimi tre capitoli c'è meno filosofia. La bella donna conduce il poeta a vedere gli animali, ed egli ce ne dà prima un elenco, poi si ferma a parlare con un grosso porcello, cui domanda se vuol tornare uomo, ed in risposta ha il ben noto elogio delle condizioni in cui sono gli animali, privi di cure e di pensieri tormentosi, condizioni che il porcello si sforza di provare essere, sotto ogni aspetto, preferibili a quelle dell'uomo.[241]

Secondo il Busini, nell'_Asino d'Oro_ s'alludeva a Luigi Guicciardini ed agli amici de' Medici, ma egli non sa poi dirci altro di più preciso.[242] Certo il Machiavelli stesso dichiara, che nelle bestie da lui vedute ritrovò persone che aveva già conosciute, che gli eran prima parse Fabî e Catoni, ma che più tardi colle opere riuscirono pecore e montoni; e per questa ragione egli voleva morderle. Il poema resta però interrotto prima che avvenga la trasformazione in asino, cioè appunto là dove le allusioni dovevano cominciare a divenire più trasparenti; onde se non riuscì al Busini ed ai suoi contemporanei l'indovinarle, molto meno può riuscire oggi a noi.

Seguono nelle _Opere_, poesie minori, e prima il breve _Capitolo dell'Occasione_, che venne indirizzato a Filippo dei Nerli,[243] e fu creduto imitazione d'un epigramma greco dell'_Antologia Planudea_; ma invece, come venne dimostrato dal prof. Piccolomini, è quasi tradotto dalla imitazione che ne fece Ausonio nel suo epigramma XII.[244] Più lungo è il _Capitolo di Fortuna_, indirizzato a Giovan Battista Soderini. Con molta evidenza e naturalezza, con qualche felice immagine, il Machiavelli torna qui ad esporre le sue idee sulla Fortuna. Colui è veramente felice, che sa adattarsi alle ruote su cui essa gira; ma non basta, perchè mutano continuamente il loro moto. Bisognerebbe quindi essere pronti a saltar di ruota in ruota, cosa che non consente l'occulta virtù che ci governa: noi non possiamo mutar persona e quindi natura. Assai spesso avviene perciò, che quanto più siamo saliti in alto, tanto più precipitiamo in basso, e la Fortuna mostra allora tutta la sua potenza.

Avresti tu mai visto in loco alcuno, Come un'aquila in alto si trasporta, Cacciata dalla fame e dal digiuno? E come una testuggine alto porta Acciocchè il colpo nel cader la 'nfranga, E pasca sè di quella carne morta?[245]

Così fa la Fortuna.

Dopo questo Capitolo, che è certo dei migliori, segue l'altro _Della Ingratitudine_, indirizzato a Giovanni Folchi.[246] È assai più tirato via; ma v'è pure qualche notevole allusione alle sventure dell'autore. Il dente dell'altrui invidia che mi morde, così comincia il Machiavelli, renderebbe maggiore la infelicità che mi ha colpito, se le Muse non rispondessero alle corde della mia cetra. So di non essere veramente un poeta, ma spero di coglier pure qualche ramo d'alloro nella via che n'è piena.

Cantando, dunque, cerco dal cuor torre, E frenar quel dolor de' casi adversi, Cui dietro il pensier mio furioso corre; E come del servir gli anni sien persi, Come in fra rena si semini ed acque, Sarà or la materia de' miei versi.

Quando alle stelle dispiacque la gloria dei mortali, nacque l'Ingratitudine figlia dell'Avarizia, e dei sospetti, che ha la sua sede principale nelle Corti e nel cuore dei principi. Essa colpisce con tre saette avvelenate: non compensando i benefizî ricevuti, dimenticandoli affatto, e finalmente ingiuriando addirittura il benefattore.

Questo colpo trapassa dentro all'ossa, Questa terza ferita è più mortale, Questa saetta vien con maggior possa.

Poi aggiunge, che quando il popolo comanda, la sua ingratitudine è tanto maggiore, quanto è maggiore la sua ignoranza; e però ne segue che i buoni cittadini sono da esso sempre male rimunerati, qualche volta spinti sino anche a meditar la tirannide. Ricorda la storia greca e la romana, Aristide, Scipione e Cesare, per venire poi ai suoi tempi, nei quali trova che i principi sono divenuti anche più ingrati dei popoli, esempio il gran capitano Consalvo, che

al suo re sospetto vive In premio delle galliche sconfitte.

Questa allusione prova che il Capitolo non fu scritto più tardi del 1515. E finalmente il Machiavelli conchiude, quasi ammonendo sè stesso:

Dunque non sendo Ingratitudin morta, Ciascun fuggir le Corti e Stati debbe; Che non c'è via che guidi l'uom più corta A pianger quel ch'e' volle, poi che l'ebbe.[247]

Nel _Capitolo dell'Ambizione_, indirizzato a Luigi Guicciardini,[248] si torna di nuovo alle considerazioni filosofico-politiche. Esso non potè essere scritto molto dopo del precedente, perchè allude più volte, come di recente seguìta, alla fraterna lite dei Petrucci in Siena, la quale scoppiò l'anno 1516. L'Ambizione è cominciata da Caino, e non ha mai abbandonato i mortali. Perciò il mondo non ha pace, i regni, gli Stati furono disfatti, i principi rovinati. E se tu chiedi, perchè essa in un caso riesce nel suo intento, nell'altro no, io ti dico che questo dipende dall'essere o non essere all'ambizione unita la ferocia dell'animo. Ma se qualcuno volesse incolpare la natura, perchè non fa ora nascere fra noi uomini che abbiano questa energia, io gli ricorderei, che l'educazione può sempre supplire, dove manchi la natura. L'educazione fece un giorno fiorente e forte l'Italia, che

Or vive (se vita è vivere in pianto) Sotto quella rovina e quella sorte, Ch'ha meritato l'ozio suo cotanto.

Se tu in fatti rivolgi a questa lo sguardo, non vedrai altro che desolazione e stragi. I padri sono uccisi coi figli; molti vanno fuggendo in straniere regioni; le madri piangono il destino delle figlie; le fosse e le acque sono sozze di sangue, piene di membra umane;

Dovunque tu gli occhi rivolti e giri, Di lagrime la terra e sangue è pregna, E l'aria d'urli, singulti e sospiri.

«Tutto questo è nato dall'Ambizione. Ma a che vado io discorrendo lontano, ora che essa sopra i monti di Toscana vola, ed ha già messo tante faville tra quelle genti piene d'invidia, che arderà le terre e le ville, se grazia e ordine migliore non la spegne?»[249] Qui il Machiavelli allude alla guerra contro Urbino, cominciata appunto in quegli anni, e condotta da Lorenzo de' Medici, che partì da Firenze nel maggio 1516.

Poco di notevole hanno le terzine del _Capitolo Pastorale_ e la _Serenata_ in ottava rima. Il soggetto non si presta nè alla satira, nè alle considerazioni filosofiche; il merito dovrebbe essere puramente poetico, e la penna del Machiavelli procede quindi più fiacca. Le ottave sono abbastanza disinvolte, ma dopo quelle del Poliziano e dell'Ariosto, c'è poco in esse da ammirare. Scrisse ancora sei _Canti Carnascialeschi_ di vario metro. Alcuni hanno brio e naturalezza, ma non v'è altro. Mancano la freschezza e la vivace descrizione che s'incontrano così spesso in quelli di Lorenzo de' Medici, il quale fu anche l'inventore del genere. Le oscenità che vi abbondano, restano perciò semplici allusioni indecenti. Nel primo, il _Canto dei Diavoli,_ questi discendono saltellando sulla terra, e si dichiarano autori di tutti i mali e di tutti i beni che vi sono, incitando gli uomini a seguirli. Nel secondo, _Canto d'amanti disperati e di donne_, gli amanti piangono le pene invano patite per amore, e dichiarano che perciò preferiscono ora l'Inferno; le donne vorrebbero averne pietà, ma ormai è tardi, non è più tempo d'amore, e però esse concludono avvertendo le giovani a non aver troppi rispetti, per non pentirsi poi invano del tempo perduto. Nel terzo, che è intitolato _Canto degli Spiriti beati_, si deplorano i mali che tribolano il genere umano, specialmente l'Italia.

Tant'è grande la sete Di gustar quel paese, Ch'a tutto il mondo diè la legge pria, Che voi non v'accorgete Che le vostre contese Agl'inimici vostri apron la via. . . . . . . . . . . . . . . Dipartasi il timore, Nimicizie e rancori, Avarizia, superbia e crudeltade. Risorga in voi l'amore De' giusti e veri onori, E torni il mondo a quella prima etade. Così vi fien le strade Del cielo aperte alla beata gente, Nè saran di virtù le fiamme spente.[250]

Da questi versi si vede chiaro, come anche in mezzo al brio ed all'oscenità dei _Canti Carnascialeschi_, si facciano strada le solite riflessioni del Machiavelli, l'eterno pensiero della patria italiana e delle antiche virtù. Il _Canto d'uomini che vendono le pine_, e il _Canto de' ciurmadori_ s'avvicinano più degli altri ai veri componimenti carnascialeschi. Seguono un'assai breve canzone, due ottave ed un sonetto. La canzone che incomincia: _Se avessi l'arco e l'ale_, è parsa a qualche critico moderno imitata da un epigramma greco dell'_Antologia Palatina_;[251] ma fu dal Piccolomini giustamente osservato che non solo è assai difficile provare che vi sia davvero imitazione visibile, ma che il codice unico contenente l'Antologia di Cefala, cioè il Palatino, fu fatto conoscere dal Salmasio assai dopo la morte del Machiavelli. Le due ottave ed il sonetto non hanno molto valore, sono versi amorosi, come pure amoroso è l'altro sonetto che trovasi a stampa nella sua lettera del 31 gennaio 1515. Dei tre sonetti a Giuliano de' Medici e dell'epigramma sul Soderini abbiamo parlato più sopra. Non è difficile che qualche altra breve poesia del Machiavelli sia rimasta inedita, giacchè soleva comporne spesso per suo passatempo.[252] Nella Vaticana trovasi un suo sonetto giovanile, indirizzato al padre, e poco intelligibile, perchè scritto, con allusioni oscure, in una lingua piena di riboboli fiorentini, che ricordano il Burchiello.[253]

Venendo ora alle prose letterarie, cominceremo innanzi tutto dal _Dialogo sulla Lingua_, nel quale si disputa, se la lingua in cui scrissero Dante, il Petrarca ed il Boccaccio, debba chiamarsi italiana o fiorentina. Le ragioni che furono addotte dal Polidori per negare che questo dialogo sia veramente del Machiavelli, non hanno secondo noi, valore di sorta. A lui pare impossibile che il Machiavelli, il quale disse che la venuta dei barbari, fra tanti mali, aveva all'Italia portato l'inestimabile vantaggio della nuova lingua, potesse poi, come si legge nel _Dialogo_, biasimare aspramente coloro che la chiamano italiana e non fiorentina o toscana. Ma la disputa intorno al nome, sollevata nel 1513 in Firenze, negli Orti Oricellari, dal Trissino,[254] che fece conoscere la prima volta il _De Vulgari Eloquentia_ di Dante, non implica nulla quanto al merito della lingua. Al Polidori sembra impossibile del pari, che colui il quale deplorò sempre i mali d'Italia, accusi poi Dante d'aver profetato una grande rovina a Firenze, aggiungendo che la fortuna, per farlo bugiardo, l'ha condotta invece «al presente in tanta tranquillità e sì felice stato.» Tali parole gli sembrano un'allusione favorevole al governo del principato, cosa di cui non poteva, dice, il Machiavelli esser capace.[255] Ma questi lodò più volte le condizioni in cui Firenze si trovava al suo tempo, anche sotto i Medici, come lodò i Medici stessi. Al principato, che cominciò solo dopo la sua morte, non poteva certo alludere nel _Dialogo_. Ma tutti i dubbi del Polidori o di altri debbono cadere innanzi all'autorevole testimonianza del Ricci, il quale afferma chiaro che quel lavoro è del Machiavelli, «quantunque in alcune parti lo stile sia diverso dal solito.» Ed aggiunge, che «Bernardo Machiavelli figlio di detto Niccolò, oggi di età d'anni 74, afferma ricordarsi averne sentito ragionare a suo padre, e vedutogliene spesso fra le mani.»[256] V'è qualche volta, è vero, un certo sussiego e classicismo insolito in lui, non però mai tale da giustificare i dubbi, che si vorrebbero muovere sull'essere egli l'autore del _Dialogo_. Queste diversità di forma non solamente si spiegano con la natura del soggetto, erudito e letterario, ma son poche, e trovan pure qualche riscontro nei _Discorsi_, nel _Principe_ e nelle _Storie_. In tutto il resto non mancano punto la solita vivacità, evidenza e spontaneità del Machiavelli. Se poi si esamina la sostanza, vi si trovano paragoni, osservazioni, pensieri così acuti ed originali, così propri di lui, che ogni dubbio deve di necessità sparire del tutto.[257]

Questo scritto fu assai probabilmente composto nell'autunno del 1514.[258] L'anno innanzi era stato a Firenze, ed aveva frequentato gli Orti Oricellari il Trissino. Egli che, secondo il Gelli, come abbiamo già accennato, fu primo a far conoscere ai Fiorentini il _De Vulgari Eloquentia_ di Dante, sollevò anche la disputa sul nome da darsi alla nostra lingua. Appoggiandosi alle dottrine sostenute dal sommo poeta, affermava doversi essa chiamare italiana, non toscana, nè fiorentina. Ed il Machiavelli, col suo _Dialogo_, pigliava parte alla disputa, che s'accese allora in Firenze assai vivamente.[259] Incomincia, con una forma, come dicemmo, un po' più pomposa del solito, ad esporre quel concetto, che non manca quasi mai del tutto nelle sue opere, piccole o grandi che sieno, cioè che il maggiore obbligo e più sacro noi l'abbiamo verso la patria. Aggiunge poi, che fu mosso a scrivere questo suo _Dialogo_ dalla «disputa accesa più volte, nei passati giorni, se la lingua, cioè, in cui scrissero i poeti e prosatori fiorentini, sia da chiamarsi italiana, toscana o fiorentina. Vogliono alcuni, egli continua, che ad ogni lingua dia il proprio carattere la particella affermativa, e così si avrebbero la lingua del sì, la lingua d'_och_ e di _huy_,[260] come di yes, d'hyo (ja), ecc. Ma, se ciò fosse vero, parlerebbero la stessa lingua Siciliani e Spagnuoli. Ond'è che altri sostengono invece, che solo quella parte del discorso che si chiama verbo, è la catena e il nervo della lingua. Le lingue che variano nei verbi, sono, secondo questi tali, veramente diverse; quelle, invece, che variano nei nomi o altro, ma non nei verbi, hanno solamente una qualche dissomiglianza fra di loro. Le provincie d'Italia variano molto nei nomi, meno nei pronomi, assai poco nei verbi, e però s'intendono tutte facilmente l'una coll'altra. Anche gli accenti variano il parlare degl'Italiani, non però tanto che essi non s'intendano fra loro, come si vede fra i Toscani, che fermano le parole sulle ultime vocali, e i Romagnuoli, i Lombardi, che le sospendono. Considerate adunque quali sono le differenze in questa lingua italica, bisogna vedere quali, fra i parlari che la formano, tiene la penna in mano. I nostri primi scrittori, fatta qualche rara eccezione, sono fiorentini. Il Boccaccio dice, che egli scrive in lingua fiorentina; il Petrarca non ne parla; Dante, è vero, afferma di scrivere in lingua curiale, e danna ogni lingua particolare d'Italia, compresa la fiorentina; ma egli era nemico di Firenze, e la biasimava in ogni cosa. Inoltre parlare comune è quello che ha più del comune che del proprio, e viceversa proprio è quello in cui è più del proprio che del comune; giacchè non si trova nessuna lingua, la quale non abbia accattato qualche cosa dalle altre nel conversare. E con le nuove dottrine e le nuove arti, è pur necessario che vengano vocaboli nuovi di là appunto donde vengono quelle arti e dottrine. Questi vocaboli però sono sempre modificati con i modi, i casi e gli accenti della lingua in cui entrano, e formano una sola cosa con essa; altrimenti le lingue parrebbero rappezzate, e non tornerebbero bene. Così fra noi anche i vocaboli forestieri diventano fiorentini. In questo modo le lingue dapprima arricchiscono, più tardi si corrompono per la soverchia moltitudine di vocaboli nuovi la imbastardiscono e fanno divenire un'altra cosa. Ma tutto questo segue in uno spazio lunghissimo di tempo, tranne il caso d'una invasione, perchè allora la lingua si perde affatto in breve tempo. In questi casi, bisogna, volendo, riassumerla per mezzo degli scrittori di essa, come si fa oggi col latino e col greco.[261] Ora io vorrei chiedere a Dante, che cosa è in lui, che non sia scritta in fiorentino?» E qui, il Machiavelli comincia a disputare in forma di dialogo, per dimostrare che, salvo poche, tutte le parole adoperate dall'immortale poeta sono prettamente fiorentine.

Ogni lingua, egli osserva, è di necessità più o meno mista; ma quella «si chiama d'una patria, la qual converte i vocaboli che ella ha accattati da altri, nell'uso suo, ed è sì potente, che i vocaboli accattati non la disordinano, ma la disordina loro, perchè quello che ella reca da altri, lo tira a sè in modo che par suo». E si spiega poi anche meglio, ricorrendo ad uno de' suoi soliti paragoni. «I Romani avevano negli eserciti due legioni di loro cittadini, che erano in tutto 12,000 uomini, e 20,000 di altre nazioni;[262] nondimeno, siccome quelli erano veramente il nervo dell'esercito, così esso si chiamava sempre romano. E tu che hai messo nei tuoi scritti,» così dice il Machiavelli a Dante, «venti legioni di vocaboli fiorentini, ed usi i casi, i tempi, i modi, le desinenze fiorentine, vuoi che i vocaboli avventizî facciano mutar nome e natura alla lingua? Se la chiami comune, perchè s'usano in tutta Italia i medesimi verbi, questi sono pure variati in modo che sono da provincia a provincia un'altra cosa. Quello che t'inganna è che tu e gli altri Fiorentini che scrissero, foste celebrati tanto, che i nostri vocaboli furono perciò adottati e seguìti in tutta Italia. Paragona in fatti i libri scritti nelle altre provincie prima e dopo di noi. Negli uni non troverai le parole fiorentine, che abbondano negli altri, il che è una riprova che imitarono i nostri. Anche oggi gli scrittori delle altre parti d'Italia imitano con mille sudori la nostra lingua, nè vi riescono sempre, perchè la natura può più dell'arte. E quando adoperano termini loro, li spianano alla toscana. Nelle commedie poi, dove è necessario usare le parole e i motti familiari, che per riuscire noti debbono esser propri, i non Toscani hanno poca fortuna. Se uno di essi vorrà usare i motti della patria sua, farà una veste rattoppata; se poi non vorrà usarli, non conoscendo quelli di Toscana, farà una cosa monca, che non avrà la perfezione sua. Io voglio portare in esempio una commedia (_I Suppositi_) scritta da uno degli Ariosti da Ferrara.[263] Vedrai in essa una gentil composizione, uno stile ornato ed ordinato; vedrai un nodo bene accomodato e meglio sciolto; ma la vedrai priva di quei sali che ricerca una commedia, non per altra cagione che per la detta, perchè i motti ferraresi non gli piacevano e i fiorentini non sapeva.»[264] Cita poi alcuni esempi di espressioni ferraresi, che stanno assai male fra le toscane, e conchiude che per iscrivere bene bisogna intendere tutte le proprietà della lingua, e per intenderle, andare alla fonte, altrimenti si fa una composizione dove una parte non corrisponde coll'altra. «La poesia passò di Provenza in Sicilia, di quivi in Toscana, più di tutto in Firenze, e ciò per esservi la lingua più adatta. Ora poi ch'essa s'è così formata, si vedono Ferraresi, Napoletani, Veneziani scrivere bene, avere ingegni attissimi allo scrivere, il che non sarebbe seguìto, se i grandi scrittori fiorentini non avessero prima dimostrato loro, come dovevano dimenticare quella naturale barbarie, nella quale il loro patrio linguaggio li sommergeva. Si deve conchiudere, adunque, che non v'è una lingua curiale o comune d'Italia, perchè quella cui si dà questo nome, ha il fondamento suo nella fiorentina, alla quale, come a vero fonte, è necessario ricorrere, e però anche gli avversari, non volendo esser veri pertinaci, hanno a confessarla fiorentina.»[265]

Se qui si considera in quali condizioni si trovava allora, fra gli eruditi italiani, la scienza filologica; se si ricorda quanti elogi furono, ai giorni nostri, fatti a Leonardo Aretino, solo per avere egli ragionato della grande differenza che passava fra il latino parlato e lo scritto;[266] se si pensa che il Machiavelli non era nè erudito nè filologo, le sue osservazioni debbono dare sempre maggior prova dell'ingegno originale che aveva. Dire che l'indole propria delle lingue non sta nel maggiore o minor numero di parole che esse hanno in comune; ma nel verbo, sola parte del discorso che veramente si modifichi nella lingua italiana, la quale ha coniugazioni, non declinazioni, val quanto dire che la grammatica costituisce il carattere distintivo delle lingue. Ora questo è il concetto appunto col quale Federigo Schlegel iniziò la filologia comparata nel 1808. Il _Dialogo sulla lingua_ prova chiaro, sebbene nessuno lo abbia finora osservato, che la stessa idea era stata tre secoli prima intravveduta dal Machiavelli. È ben vero, che nell'esporre le sue osservazioni, egli dice spesso: _vogliono alcuni_; e ciò potrebbe far supporre che avesse preso da altri il suo concetto fondamentale. Ma è prima di tutto da ricordare, che il Machiavelli, come abbiam visto altrove, dichiarò che credeva opportuno fare uso di queste o di altre simili parole, a conciliarsi meglio l'animo del lettore, quando esponeva idee e considerazioni sue proprie, che potevano sembrare troppo nuove o ardite.[267] Oltre di che, non solamente non si trova, per quanto noi sappiamo, negli eruditi del tempo una qualche traccia anche lontana del concetto suo; ma questo fu sino quasi ai nostri giorni combattuto in Italia, dove, più lungamente che altrove, la tendenza generale della filologia fu di sostenere invece, che la somiglianza delle parole costituisce la parentela delle lingue. Il Machiavelli, non solo partì dal principio opposto, ma provò che il concetto era suo, sapendone cavare conseguenze assai giuste, allora nuove ed arditissime. Certo i tempi non erano maturi, nè egli poteva avere le cognizioni necessarie a promuovere la grande rivoluzione scientifica, che fu possibile solo nel principio del secolo XIX. Pure anche dalle osservazioni secondarie, dalle applicazioni che fece del suo concetto, si vede assai chiaro che egli ne comprendeva tutto il valore. L'importanza che dà non solo alle forme grammaticali, ma anche all'accento; la confutazione che fa dell'ipotesi, sostenuta da Dante, d'una lingua curiale composta di più dialetti, che il Machiavelli dice giustamente sarebbe una lingua rappezzata e non viva; la esposizione del come il parlare dei Fiorentini, pure accettando molte parole dagli altri dialetti, le assimilò e fece sue, dando ad esse le desinenze e le forme grammaticali sue proprie; tutto ciò, dato come conseguenza logica del primo concetto fondamentale, è ragionato in modo che par di sentire il linguaggio d'un filologo moderno. E così sempre più si conferma che, quando si tratta di scoprire i caratteri sostanziali dei fenomeni sociali, morali o intellettuali, e determinarne le leggi, il genio del Machiavelli apparisce in tutta quanta la sua potenza, ed il suo occhio vede assai lontano, penetra assai al disotto della superficie.

Di un altro scritto, che è intitolato la _Descrizione della Peste di Firenze dell'anno 1527_,[268] ed ha forma di epistola, è messa, con assai maggior ragione, in dubbio l'autenticità, sebbene in favore di esso militi il fatto, che ne abbiamo una copia senza dubbio di mano del Machiavelli. In questo autografo sono però giunte e correzioni fatte da Lorenzo di Filippo Strozzi, al quale, in più parti del manoscritto stesso, è da altra mano antica attribuita tutta la _Descrizione_.[269] Ciò fa credere che il Machiavelli, come nello stesso codice aveva copiato la Commedia in versi, che non si può creder sua, così copiasse ancora uno scritto dell'amico Lorenzo Strozzi, che poi lo rivide e corresse di sua mano, il che non avrebbe osato fare con una composizione del suo amico, tanto a lui superiore. Ogni dubbio scomparisce poi, quando appena si comincia a leggere questa _Descrizione_, che non sarà mai attribuita al Machiavelli da nessuno che ne abbia con attenzione letto le opere.

Lasciamo pure da parte, che l'anno 1527 fu quello in cui il Machiavelli morì, e non è certo credibile che, fra i tanti gravissimi pensieri che lo assediavano allora, egli avesse trovato il tempo per mettersi a fare una descrizione della peste. Questa era cominciata alcuni anni prima, e la data potrebbe perciò essere inesatta. Ma si può egli supporre che, nel 1527 o qualche anno prima, il Machiavelli parlasse d'un suo nuovo matrimonio, come fa nella _Descrizione_, quando si sa che a lui sopravvisse la Marietta, la sola moglie che egli ebbe? E chi vorrà mai crederlo autore d'uno scritto che incomincia con un periodo contorto e pedantesco come questo: «Non ardisco in sul foglio porre la timida mano, per ordire sì noioso principio, anzi quanto più le tante miserie per la mente mi rivolgo, più l'orrenda descrizione mi spaventa; e sebbene il tutto ho visto, mi rinnuova il raccontarlo doloroso pianto; nè so anche da che parte tale cominciamento fare mi deggia, e se lecito mi fosse, da tale proponimento mi ritrarrei.»[270] E continua sempre allo stesso modo. Ecco in fatti come descrive la bellezza d'una donna: «Candido avorio sembravano le fresche sue e delicate carni, e sì gentili e morbide da riserbare d'ogni quantunque leggiero toccamento forma, non meno che di un verde prato la tenera rugiadosa erbetta i sospesi vestigi dei leggieri animaletti faccia.... Ma che dirò io della melliflua e delicata bocca tra due piagge di rose vestite e di ligustri posta, la quale in tanta mestizia parea, che di un celeste riso non so come splendesse?... Le rosate labbra sopra gli eburnei e candidi denti accesi rubini parieno, e perle orientali insieme miste. Aveva da Giunone del soavemente esteso naso la forma tolta, così come da Venere delle candide e distese guance, ecc.»[271] Se vuol dire d'uno che sedeva sul pancone degli Spini, incomincia: «E sopra il solitario in questi tempi pancone degli Spini, ecc., ecc.»[272] Il verbo non viene, se non dopo tre o quattro versi ancora. Ha quindi pienissima ragione il Macaulay, quando afferma che nessuna prova esterna potrebbe indurlo mai a credere il Machiavelli colpevole d'uno scritto così detestabile, che si potrebbe appena tollerare in uno sciocco scolare di retorica.[273]

Il _Dialogo dell'ira e dei modi di curarla_, dettato anch'esso in uno stile assai contorto, fu da tutti, salvo il Poggiali e qualche altro, giudicato tale da non potersi in nessun modo attribuire al Machiavelli. È una traduzione dell'opuscolo di Plutarco, _Del non adirarsi_, come già dicemmo più sopra.[274] Ed anche qui noi crediamo che basti citarne qualche periodo, a convalidare senz'altro l'opinione che si può dire universalmente accettata, che esso cioè non sia un lavoro del Machiavelli. Ecco il principio: «Rettamente a me pare, Cosimo carissimo, che faccian quei prudenti pittori, li quali avanti che del tutto finischin l'opere loro, se le tolgono dalla vista per qualche tempo; acciocchè l'occhio, per quello intervallo, perdendo l'assidua consuetudine del vedere quella pittura, e dipoi, tornando nuovamente a rivederla, meglio e più dirittamente ne giudichi, ed in essa conosca i difetti, i quali forse gli avrebbe celati la continua familiarità.»[275] Chi vorrà supporre che un periodo come questo, che è pure uno dei più semplici e dei meno contorti in tutto il _Dialogo_, possa mai attribuirsi al Machiavelli?

La ben nota _Novella di Belfagor arcidiavolo_ fu senza dubbio scritta da lui. Essa non ha grande intreccio, nè vera analisi di caratteri; può dirsi uno scherzo, un capriccio grazioso, di cui molti esempi troviamo nei nostri novellieri. Plutone, osservando come tutti coloro i quali venivano nell'Inferno, si lamentavano sempre delle mogli, a cui attribuivano la cagione della loro condanna, riunì i suoi a consiglio, e deliberarono d'indagare la verità del fatto. A questo fine venne mandato sulla terra l'arcidiavolo Belfagor, sotto forma d'uomo, con 100,000 ducati, a prender moglie. Egli sposò in Firenze una tale Onesta, figlia d'Amerigo Donati; e subito la superbia, lo spendere, i modi, i parenti di lei lo ridussero alla disperazione ed alla miseria. Perfino alcuni diavoli, che in forma di serventi aveva seco menati, preferirono tornarsene a stare nel fuoco all'Inferno. I creditori lo assediarono in modo, che finalmente si dovè dare alla fuga, per evitare la prigionia. Inseguito da essi, dai magistrati, dal popolo, fu nascosto e salvato da un contadino, al quale promise, per gratitudine, d'arricchirlo. Gli disse in fatti, che quando avesse sentito parlare di qualche donna spiritata, indemoniata, fosse pur venuto a trarlo fuori, che esso, per dargli occasione di grosso guadagno, se ne sarebbe andato via. E così per ben due volte s'avverò il caso, con grande fortuna del contadino. La seconda volta però il diavolo, che era entrato nella figlia del re di Napoli, gli disse: Bada che questa sia l'ultima volta, che tu vieni a cavarmi di dove sono, perchè, se tu ritorni ancora, avrai a pentirtene amaramente. Ed il contadino, che allora ricevette da quel re la somma di 50,000 ducati, contento ormai dei guadagni fatti, voleva tornarsene a casa, a vivere tranquillo. Ma invece la fama del suo misterioso potere s'era diffusa per tutto, in guisa che trovandosi indemoniata la figlia del re di Francia, Luigi VII, questi ricorse a lui, e non accettò scuse. Il contadino dovè adunque provare la terza volta. Ma non s'era appena accostato alla figlia del Re, che il diavolo ricordandogli di quanto aveva già detto, minacciava di farlo pentire, se non andava subito via. E da un altro lato il Re, non volendo sentire ragione, lo minacciava nel capo. Messo così fra l'incudine ed il martello, il contadino ricorse all'astuzia. Ordinò che fosse nella piazza di Nostra Donna costruito un gran palco di legno, su cui dovevano sedere tutti i grandi baroni e prelati del Regno, e in mezzo della piazza un altare, su cui doveva prima celebrarsi la messa, poi esservi condotta la figlia del Re. In un canto dovevano trovarsi venti persone almeno, con trombe, corni, tamburi, cornamuse ed ogni altra sorta dei più romorosi strumenti, con ordine di sonare e correre verso l'altare, non appena il contadino avesse fatto un cenno, levando in aria il cappello. Tutto finalmente era pronto: i dignitari al loro posto, la piazza piena di popolo, la messa celebrata, la figlia del Re all'altare. Ma il diavolo minacciava sempre il contadino, e da capo lo avvertiva che, se non s'allontanava subito, qualche cosa di ben triste gli sarebbe seguìta. Questi allora fece il segno convenuto, levando il cappello, e senza indugio i sonatori s'avanzarono, facendo strepito grandissimo cogli strumenti. All'inaspettato romore, il diavolo, stupito, domandò al contadino: Che cosa è mai seguìto? Ohimè! gli rispose l'altro, è la moglie tua che viene a ritrovarti. A questo annunzio, senz'altro chiedere, il diavolo si dette a precipitosa fuga, tornandosene per sempre all'Inferno, a far fede dei pericoli e dei guai del matrimonio.[276]

Si pretese da alcuni, che con la sua piacevole novella il Machiavelli avesse voluto alludere ai tormenti che egli ebbe dalla sua Marietta; ma i fatti più noti e i documenti più accertati dimostrano chiara la insussistenza della pretesa allusione. La Marietta, come abbiam visto, fu sempre una buona moglie, e, se mai, poteva piuttosto fare rimproveri al marito, che meritarne da lui.[277] Vi fu ancora chi pretese, che della novella non fosse autore il Machiavelli, perchè un'altra compilazione, non molto diversa, ne venne alla luce col nome di monsignor Giovanni Brevio, nel 1545. I Giunti però la pubblicarono nel 1549, nella sua forma primitiva, col nome del Machiavelli, dichiarando di volerla così restituire «come cosa propria al fattor suo, essendo stata usurpata da persona che ama farsi onore degli altrui sudori.»[278] L'autografo di essa fu poi trovato nella Biblioteca Nazionale di Firenze,[279] il che pose termine alle dispute, giacchè le prove intriseche, cavate dallo stile e dalla lingua, erano già tutte in favore del Machiavelli. Egli non fu certo l'inventore del soggetto, che si trova già nei _Quaranta Visiri_, libro turco, derivato da fonte araba, e questa da indiana.[280] Il racconto venne dunque, per tradizione orale, se non scritta, dall'Oriente in Italia, e fu dal Machiavelli narrato nella sua novella, imitata poi dal Brevio, da Doni, dal Sansovino, da G. B. Fagiuoli e da altri. Fra di essi è da citarsi anche il La Fontaine, che riuscì in questa imitazione meglio assai che nel racconto imitato dalla _Mandragola_. Una novella molto simile è oggi popolare anche fra gli Slavi del Sud.[281]

Ricorderemo ora solamente il titolo d'alcuni altri brevissimi scritti del Machiavelli, che hanno poca o nessuna importanza. I _Capitoli per una bizzarra compagnia_[282] non sono che uno scherzo da ridere. L'Allocuzione fatta da _un magistrato nell'ingresso dell'ufficio_[283] non contiene altro che alcune considerazioni generali sulla giustizia, pel benessere degli Stati, con una lunga citazione dalla _Divina Commedia_ sullo stesso argomento. Sembra il principio d'un qualche esercizio letterario, appena abbozzato. Nè molto diverso è il _Discorso morale_,[284] che pare scritto per essere letto in una delle tante confraternite religiose che v'erano allora a Firenze, ed espone, con una devota unzione, non scevra di certa velata ironia, l'obbligo ed i benefizî della carità verso il prossimo, della obbedienza verso Dio. Nè occorre fermarsi oltre su di ciò.

CAPITOLO XII.

Le _Istorie fiorentine_. — Il primo libro o la introduzione generale.

Quando il Machiavelli si pose a scrivere le _Storie_, vi erano in Firenze due scuole di storici, quella, cioè, di coloro che continuavano sempre nella via tenuta dal Villani, e gli eruditi, che avevano preso una direzione affatto diversa. Cronache, Annali, Prioristi, Diarî, che registravano giorno per giorno i fatti seguìti, se ne scrivevano allora molti, e l'uso n'è rimasto in Toscana fino anche ai nostri giorni, presso alcune famiglie. Nessuno di questi lavori però riusciva più, nel tempo di cui discorriamo, ad avere una reputazione letteraria. Il _Tumulto dei Ciompi_ di Gino Capponi, le _Istorie_ di Giovanni Cambi, quelle dello Stefani, il _Diario_ di Biagio Buonaccorsi e molti altri simili scritti sono dicerto sorgente preziosa di notizie, ma come opere d'arte valgono assai poco. Da un pezzo quindi primeggiavano già gli eruditi, che avevano messo nell'ombra i cronisti, e, seguendo una via nuova, trovarono imitatori in tutta Italia. Ormai solo gl'ingegni minori, e quelli che non facevano professione di lettere, osavano seguire la vecchia strada. I principali rappresentanti fra gli storici eruditi erano stati a Firenze Leonardo Aretino e Poggio Bracciolini, che godevano ancora una grandissima fama. Essi, come abbiam visto altrove,[285] scrivevano in latino ciceroniano; non si contentavano più di registrare giorno per giorno i fatti seguìti; volevano aggrupparli con arte, alla maniera di Tito Livio, che pigliavano a modello. Sprezzavano la cronica, perchè miravano alla dignità classica della storia; ma la facevano consistere nel dare ai fatti che narravano, grandi proporzioni; nel trasformare le più piccole scaramucce dei Fiorentini in battaglie strepitose. I loro personaggi vestivano la toga romana e, per sempre più imitar gli antichi, pronunziavano solenni discorsi che riuscivano retorici. Tale era il carattere generale di questi scrittori. Leonardo Aretino però faceva, pel suo raro ingegno critico, in non piccola parte, eccezione. È ben vero che egli dice d'essersi messo a scrivere, «perchè le gloriose opere del popolo fiorentino meritano d'essere tramandate ai posteri, e la guerra da essi sostenuta contro Pisa può essere paragonata a quella dei Romani contro Cartagine. Sgomenta però la difficoltà dell'impresa, e soprattutto la rozzezza dei nomi moderni, che sono restii ad ogni eleganza.»[286] E con tali parole sembrerebbe voler seguire la via di quasi tutti gli altri storici eruditi. Ma così non era, a causa appunto della originalità del suo ingegno.

Agli storici eruditi in generale mancava ogni spontaneità e vivacità, ogni colorito. E sotto questo aspetto riuscivano inferiori ai cronisti del Trecento ed anche a coloro che, nello stesso Quattrocento, per mancanza di cultura classica li imitavano. Chi, per esempio, legge le storie del Bracciolini, non si avvedrebbe che egli era stato segretario della Repubblica fiorentina. Giammai un aneddoto, un ritratto copiato dal vero, una descrizione di uomini o di luoghi personalmente veduti. E questo può dirsi un carattere generale degli eruditi. Essi però abbandonarono la via tenuta dai cronisti, i quali narravano cronologicamente i fatti, senza punto coordinarli fra loro. Gli eruditi invece, anche in ciò imitando gli antichi, li aggruppavano, li collegavano. Era però un collegamento più letterario e formale che logico. Ma questa unità letteraria e formale aprì la via alla unità intrinseca e logica.

Quelli che primi entrarono per questa via, iniziando così la critica storica, furono il Biondo e più specialmente l'Aretino. Essi vennero spinti a ciò dalla natura del loro ingegno, ed anche del soggetto che avevano impreso a trattare, perchè non si limitarono solo alla storia contemporanea; ma si occuparono molto di storia generale del Medio Evo. E questo doveva di necessità spingerli alla critica delle fonti.

Noi avemmo già occasione di notare che Flavio Biondo fu uno di coloro che iniziarono la critica storica nel tempo stesso che altri iniziavano la filologica e la filosofica. Egli in fatti non solo esamina la diversa credibilità degli autori; ma anche quando narra avvenimenti contemporanei dei quali ha avuto notizia da testimoni oculari, discute se questi erano in condizione da conoscere il vero e da volerlo fedelmente esporre. Qualche volta, perfino dall'esame di una frase popolare, sa cavare la prova della credibilità di alcuni avvenimenti storici.[287] Leggendo i suoi scritti si vede, come fu già osservato da altri, che la critica era allora nell'aria stessa che si respirava. Essa pareva qualche volta che nascesse spontaneamente prima quasi, che gli scrittori che la promovevano ne fossero del tutto consapevoli.

L'Aretino però che precedette il Biondo aveva maggiore ingegno ed originalità, più vasta dottrina e non minore spirito critico. Egli scrive che vuole non solamente narrare, ma anche esporre «le cagioni dei partiti presi e rendere giudizio delle cose accadute.»[288] Certo non sempre riesce nel suo intento; ma più di una volta apparisce come un precursore del Machiavelli, quasi un anello di congiunzione fra gli storici del secolo XV e quello del XVI. Dopo avere accennato agli Etruschi ed ai Romani, incomincia col dare uno sguardo alla storia generale del Medio Evo. Suo scopo è qui, egli lo dice chiaramente, di ricercare le origini storiche della città di Firenze, abbandonando le volgari e favolose opinioni (_vulgaribus fabulosisque opinionibus rejectis_).[289] Senza dubbio fu il primo (e gli fa grande onore) che abbandonò tutte quante le favolose e spesso puerili leggende, sulle origini della Città, leggende di cui le cronache, a cominciare dal Villani, sono piene. Si ferma invece a parlar di Firenze colonia romana. Così pure lascia da parte il racconto favoloso di Firenze distrutta da Totila e ricostruita da Carlo Magno, più di una volta correggendo il Villani, che è pure, nei primi libri la sua fonte principale. A differenza dal Bracciolini, egli non è contento di narrar solamente le guerre esterne, fermandosi spesso a parlare anche dei fatti interni di Firenze. E, quello che è anche più notevole, in questi casi non si contenta dei soli cronisti, ma ricorre anche ai documenti d'archivio, di che la sua opera dà spesso prove sicure. La storia speciale di Firenze incomincia col secondo libro e nei nove successivi è condotta fino al principio del secolo XV. Non ostante i suoi molti pregi, questa storia non riesce però, come abbiam già notato, a liberarsi da molti difetti degli umanisti, specialmente nei discorsi qualche volta interminabili che pone in bocca dei personaggi.[290]

Questi difetti sono assai più visibili nel Bracciolini, il quale, dopo avere accennato, in sei o sette pagine, gli avvenimenti seguìti fino al 1350, comincia a procedere più lento, fermandosi però sempre alla sola narrazione magniloquente delle guerre, che nella sua storia paion tutte guerre degli antichi Romani.[291] Egli scrive con assai minore critica dell'Aretino e con più fretta, ma con maggiore vivacità e spontaneità di forma latina. Questo bastò, perchè il suo libro avesse allora gran fama.

Ma la storia erudita decadeva al tempo del Machiavelli; l'Aretino ed il Bracciolini, che le avevano dato rinomanza, appartenevano ad un'altra generazione. La lingua italiana che era tornata in onore, il grande e continuo studio che degli avvenimenti politici avevano cominciato a fare gli ambasciatori e gli uomini di Stato italiani, rendevano necessario un altro modo di trattarla. Si voleva una storia scritta in italiano, che fosse ad un tempo eloquente, vivace e fondata sullo studio della realtà, sulla conoscenza dell'uomo e delle vere cagioni dei fatti, che dovevano essere fra loro logicamente connessi. La forma moderna, quella stessa a cui anche oggi tutti miriamo, doveva finalmente nascere. Per questa ragione, quando gli amici del Machiavelli trovarono nella sua _Vita di Castruccio Castracani_ il nuovo stile storico, gli furono prodighi di lodi, e lo incoraggiarono a trattare anche questo genere.

Non dobbiamo però dimenticare, che allora il Guicciardini aveva già scritto la sua _Storia fiorentina_, della quale abbiamo altrove parlato.[292] E sebbene essa non sia che un lavoro giovanile, fino ai nostri giorni restato inedito in casa de' suoi eredi, e quindi ignoto a tutti, pure vi si ritrovano già i caratteri sostanziali di quel genere storico, che è una delle creazioni più originali degli Italiani del Rinascimento. Il circoscriversi, com'egli fece, alla narrazione d'avvenimenti che si possono dire contemporanei, ed il non avere del tutto abbandonato la divisione per anni, dimostrano, è vero, che nel suo scritto resta ancora qualche debole legame con la forma della cronica e degli annali. L'evidenza però e la precisione della narrazione sono maravigliose; grande è l'accuratezza delle indagini fatte anche su documenti originali. La connessione intrinseca degli avvenimenti, l'analisi del carattere degli uomini politici, l'esatta descrizione dei partiti e delle ambizioni personali, sopra tutto dell'azione esercitata dai principi, dai capi di parte e dalle passioni popolari sugli avvenimenti, danno a quest'opera giovanile un altissimo valore.

Il Machiavelli spezzò finalmente ogni legame colla cronica. Egli non conosceva l'opera del Guicciardini, a cui l'autore stesso, già troppo occupato negli affari, dava poca importanza: si direbbe quasi che la tenesse celata. Ricevuta, per favore del cardinale de' Medici, la commissione di scrivere le storie di Firenze, voleva incominciarla dal 1431. In quest'anno Cosimo il Vecchio era tornato potentissimo dall'esilio, e l'autorità dei Medici s'era potuta finalmente consolidare. Gli avvenimenti dei tempi anteriori erano stati già trattati dall'Aretino e dal Bracciolini, «duoi eccellentissimi istorici.»[293] Si dovette però ben presto accorgere, che essi «avevano parlato solo delle guerre esterne; ma delle civili discordie, delle intrinseche inimicizie e degli effetti che da quelle erano nati, avevano o taciuto o ragionato appena fugacemente. Ed in ciò essi errarono, perchè nessuna lezione è utile a coloro che governano, quanto quella che dimostra le _cagioni_ degli odî e delle divisioni, massime in una città come Firenze, in cui le divisioni furono per numero infinite; portarono esili, morti, devastazioni, e pure non poterono impedire la prosperità della Repubblica, anzi pareva che l'aumentassero.» Come apparisce da ciò che abbiam detto più sopra non è esatto il dire che delle cose interne l'Aretino non si sia occupato. Di esse in ogni modo il Machiavelli si propose d'occuparsi; e questo costituisce il pensiero che informa e dirige i primi libri delle sue _Istorie Fiorentine_ (a cominciare dal secondo), ne determina il carattere e la grande originalità, facendo di lui il vero fondatore della storia civile e politica. Non bisogna però credere che egli proceda sistematicamente, tutto sottoponendo ad un solo e medesimo concetto. La sua storia, scritta in più anni, ha carattere, nei suoi varî libri, diverso e mutabile. Spesso anche l'autore si lascia trascinare da simpatie o antipatie personali, che egli ha per alcuni uomini o fatti sui quali si ferma più lungamente.[294]

La sua opera è divisa in otto libri, che formano tre parti assai ben distinte fra di loro. Il primo è una introduzione generale sulla storia del Medio Evo, per cercare in esso le origini del Comune, e farsi un'idea chiara della nuova società formatasi dopo la caduta dell'Impero Romano. Questo libro, incominciando dalle invasioni barbariche, si distende fino ai primi del secolo XV, e si può esaminare come un lavoro a parte. I tre successivi narrano la storia civile, interna di Firenze, dalle origini fino al ritorno di Cosimo nel 1434. Gli ultimi quattro trattano gli avvenimenti seguiti dopo, fino al 1492, anno in cui morì Lorenzo il Magnifico. Ed in questi l'autore cambia nuovamente il suo metodo, giacchè sembra non avere più voglia di fermarsi ai fatti interni della Repubblica, i quali lo avrebbero obbligato ad esporre minutamente come fu dai Medici distrutta la libertà. Scrivendo per commissione del cardinal Giulio, al quale, quando fu papa, dedicò poi la sua opera, il Machiavelli doveva naturalmente rifuggire da un argomento, che non avrebbe potuto nè voluto trattare con la fredda impassibilità, di cui diè prova il Guicciardini nella sua _Storia fiorentina_. Si fermò quindi lungamente a parlare, invece, delle guerre esterne, che in quegli anni furono condotte da capitani di ventura, dei quali potè far conoscere tutta la malvagità, insieme con la inutilità delle loro armi, con i pericoli che da esse venivano agli Stati italiani. Seguono i _Frammenti storici_, che dovevano formare il libro nono, non mai compiuto.

Il primo libro è stato dai critici assai lodato, anzi esaltato. Si è voluto in esso vedere un concetto nuovo, originale, il primo tentativo di narrare, per sommi capi, la storia generale del Medio Evo; si è voluto anche trovarvi una grande erudizione, un ordine ammirabile, una esatta e nuova distribuzione, che pone in luce i fatti principali, trascurando sempre tutto ciò che è secondario, tale in sostanza che fu necessario, a chi trattò lo stesso soggetto, d'imitarla sempre.[295] Ma per mettere le cose a posto, bisogna innanzi tutto ricordarsi, che l'idea d'una storia generale del Medio Evo non era nuova. Una tale storia l'aveva già scritta in grandi proporzioni Flavio Biondo, ed anche Leonardo Aretino se ne era occupato nel suo primo libro, come dopo di lui fece ampiamente e di proposito il Machiavelli. E quanto alla erudizione, è pur forza riconoscere che dal Biondo egli la prese tutta, assai spesso compendiandolo, qualche volta anche traducendolo.[296] Molti errori di fatto sono dal primo senz'altro passati nel secondo, che dallo stesso originale imitò ancora quella che è la parte migliore nella distribuzione generale della materia, la quale più volte, invece, per sola sua colpa, disordinò a capriccio. Trattandosi però di raccogliere in sessanta pagine in ottavo tutto ciò che era contenuto in un grosso volume in foglio, l'imitazione non poteva mai oltrepassare certi confini. Nel Machiavelli v'è inoltre un nuovo concetto politico, generale, a cui il Biondo non avrebbe saputo mai sollevarsi, e che informa tutto questo primo libro, dandogli, come vedremo, un nuovo e grande valore. Ma discorriamo prima delle imitazioni.

Dette alcune brevi parole sulle invasioni dei barbari in generale, il Machiavelli narra che, dopo i Cimbri respinti da Mario, i primi invasori furono i Visigoti, i quali vennero da Teodosio disfatti per modo che si ridussero alla sua obbedienza, e sotto di lui militarono. Ma quando egli morì, lasciando eredi dell'Impero i figli Arcadio ed Onorio, Stilicone consigliò loro che negassero lo stipendio ai Visigoti; laonde questi, per vendicarsi, elessero a loro re Alarico, e saccheggiarono Roma. Tutto il racconto è qui imitato dal Biondo, da cui l'ultima parte è quasi tradotta.[297] E così si continua. Imitata dal Biondo è la narrazione del passaggio dei Vandali in Africa, chiamati colà da Bonifazio, che vi governava in nome dell'Impero. Dalla stessa fonte sono prese le strane ed erronee notizie che il Machiavelli ci dà sull'Inghilterra. Non è imitato il ritratto che fa di Teodorico; ma più di una frase dimostra chiaro che, nel disegnarlo, egli non aveva abbandonato del tutto il suo originale. E vi torna subito assai più da vicino quando arriva ai Longobardi, compendiandolo addirittura nel discorrere dei Greci, specialmente di Narsete e di Longino. Là dove poi il Biondo, uomo religiosissimo, si ferma a parlar lungamente dei papi e della loro storia, il Machiavelli lo abbandona, per accennar solo pochi fatti, e fermarsi invece a far molte osservazioni sue proprie. Anche quando arriva ai Comuni, ritroviamo nuovamente le tracce del suo originale. E così può dirsi ogni volta che si narrano fatti, e non si espongono considerazioni, le quali il Machiavelli non copiava, nè imitava mai da nessuno. Perfino la narrazione delle origini di Venezia, di cui fu tanto lodata, esaltata l'eloquenza, e che ha veramente lo stile proprio di lui, apparisce in più parti imitata dallo stesso modello. Basta paragonare i due autori, per convincersi di quanto abbiam detto.[298]

E neppure può dirsi meritata l'altra lode, che il Machiavelli cioè abbia saputo ordinare logicamente i fatti, e distinguere i principali dai secondari, fermandosi su quelli, per sorvolare appena su questi. Egli invece li ordina non già obbiettivamente, ma secondo alcuni suoi concetti generali, ai quali qualche volta artificiosamente costringe i fatti a servire. È assai evidente, che egli si ferma più a lungo, non su quelli che hanno una maggiore importanza propria, ma su quelli che valgono meglio a mettere in luce il suo pensiero dominante, trascurando spesso, in modo singolarissimo, ogni cosa che a tal fine non può servire. Da questi concetti adunque derivano così i pregi come i difetti dello scritto che ora esaminiamo. Quali siano poi questi concetti non occorrono molte parole a dimostrarlo. Essi si presentano da sè stessi, appena incominciamo la rapida e sommaria esposizione del libro.

Dopo avere accennato alle prime invasioni germaniche, alle cause ed origini di esse, il Machiavelli prosegue ricordando sommariamente la presa ed il sacco di Roma pei Visigoti di Alarico, le irruzioni degli Unni di Attila, dei Vandali di Genserico, per venire poi a quella di Odoacre re degli Eruli, che, «partitosi dalle sedi che teneva sul Danubio, prese il titolo di re di Roma, e fu il primo dei capi dei popoli, che scorrevano allora il mondo, e che si posasse ad abitare in Italia.»[299] Su tutto ciò cammina rapidissimamente. La prima figura che egli si fermi davvero a contemplare e descrivere con particolare amore, alla quale dà un grande rilievo, facendola giganteggiare nel principio della sua narrazione, è quella di Teodorico re degli Ostrogoti, che, dopo avere combattuto e vinto Odoacre, gli successe col titolo, egli dice, di re d'Italia, e cercò riordinarla, rispettando e ripristinando le istituzioni romane. Qui il Machiavelli si esalta, e non può passar oltre con la solita fretta, incontrandosi, come a dire, sulla soglia della sua storia, con una immagine vera e reale di quel _Principe_ riformatore, da lui, in tutta la sua vita, vagheggiato. Ne resta perciò come affascinato. Ha sempre dinanzi a sè l'opera del Biondo; ma per meglio far corrispondere al suo ideale il personaggio reale che descrive, omette o attenua alcuni particolari, i quali ricordano troppo chiaramente che si tratta sempre d'un barbaro conquistatore, non di un liberatore. Dove il Biondo dice, che Teodorico non solo impedì ai Romani ed agl'italiani tutti di formar parte dell'esercito, ma anche di avere armi proprie, il Machiavelli dice: «accrebbe Ravenna, instaurò Roma, ed eccettochè la disciplina militare, rendè ai Romani ogni altro onore.»[300] E conchiude che, se le tante virtù, le quali esso ebbe nella pace e nella guerra, non fossero state, in sul fine della vita, macchiate da alcune crudeltà, come la morte di Boezio e di Simmaco, sarebbe la sua memoria in ogni parte degna di onore grandissimo. «Mediante la virtù e la bontà sua, non solamente Roma e Italia, ma tutte le altre parti dell'occidentale Imperio, libere dalle continue battiture che, per tanti anni, da tante inondazioni di barbari, avevano sopportate, si sollevarono, ed in buon ordine ed assai felice stato si ridussero.»[301]

Per far poi anche meglio grandeggiare e risplendere la figura del suo eroe, si ferma a descrivere con eloquenza i dolori e le calamità che prima di lui, cioè sotto Arcadio ed Onorio, l'Italia aveva sopportate. «Erano mutate,» egli dice, «le leggi, le lingue, i costumi; v'erano state la rovina ed il nascimento di molte città,» «le quali cose, ciascuna per sè, non che tutte insieme, fariano, pensandole, non che vedendole e sopportandole, ogni fermo e costante animo spaventare.... In tra tante variazioni non fu di minor momento il variare della religione, perchè, combattendo la consuetudine dell'antica fede coi miracoli della nuova, si generarono tumulti e discordie gravissime in tra gli uomini.» «Nè solo combatteva l'antica colla nuova religione, ma la cristiana, divisa e suddivisa in varie sètte e Chiese, era internamente lacerata.» «Vivendo adunque gli uomini intra tante persecuzioni, portavano descritto negli occhi lo spavento dell'animo loro, perchè oltre agl'infiniti mali ch'e' sopportavano, mancava a buona parte di loro di poter rifuggire all'aiuto di Dio, nel quale tutti i miseri sogliono sperare, perchè, sendo la maggior parte di loro incerti a quale Dio dovessero ricorrere, mancando di ogni aiuto e di ogni speranza, miseramente morivano. Meritò pertanto Teodorico non mediocre lode, sendo stato il primo che facesse quietare tanti mali, talchè per trentotto anni che regnò in Italia, la ridusse in tanta grandezza, che le antiche battiture più in lei non si riconoscevano.»[302] La cresciuta eloquenza dello stile rivela qui il grande entusiasmo dello scrittore.

Dopo la morte di Teodorico segue il dominio dei Greci, per opera di Belisario e di Narsete. Questi, sdegnato contro l'Imperatore greco, chiamò i Longobardi, che furono padroni d'Italia. Essi non la unirono, ma la divisero fra trenta duchi; e così non solo non riuscirono mai a dominarla tutta, ma dettero modo ai papi di farsi ogni giorno più vivi, mantenendola sempre divisa, per comandarvi a lor modo. In fatti, appena videro che, non ostante le loro arti, si trovavano alla mercè dei Longobardi, e non potevano sperare più aiuto dall'Imperatore greco, che era divenuto debolissimo, chiamarono i Franchi. «Dimodochè tutte le guerre che a questi tempi furono dai barbari fatte in Italia, furono in maggior parte dai pontefici causate, e tutti i barbari che quella inondarono, furono il più delle volte da quelli chiamati. Il qual modo di procedere dura ancora in questi nostri tempi, il che ha tenuto e tiene l'Italia disunita ed inferma. Pertanto, nel descrivere le cose seguite da questi tempi ai nostri, non si dimostrerà più la rovina dell'Impero, che è tutto in terra; ma l'augumento dei pontefici e di quelli altri principati, che dipoi l'Italia infino alla venuta di Carlo VIII governarono. E vedrassi come i papi prima colle censure, dipoi con quelle e con le armi insieme, mescolate con le indulgenze, erano terribili e venerandi; e come, per avere usato male l'uno e l'altro, l'uno hanno al tutto perduto, e dell'altro stanno a discrezione d'altri.»[303] E questo è il secondo concetto che domina costantemente nel primo libro delle _Storie_. Da un lato il Principe riformatore, che tenta riunire l'Italia, sollevarla dai dolori e dalla miseria, renderla felice; da un altro i papi che, per mantenersi potenti, la tengono divisa, la risospingono nella sventura, e però sono dal Machiavelli abominati. Tutto ciò egli dice e ripete con eloquenza, con enfasi, in un libro scritto per commissione d'un papa, al quale lo dedica. Tale era veramente colui, che ci fu dipinto come astuto, finto, falso. Invece egli non seppe, non volle mai nascondere nè velare le sue convinzioni scientifiche o politiche, in nessun tempo, a chiunque rivolgesse la sua parola, per quanto potessero riuscire ingrate a chi lo ascoltava, ed anche pericolose a sè stesso, che del Papa aveva bisogno a poter continuare la sua opera, la quale per commissione di lui aveva cominciata. Fortunatamente anche la consuetudine dei tempi lo secondava, lasciando essa in tali materie ampia libertà di pensare e di parlare. Clemente VII infatti non si offese punto d'un così libero e severo linguaggio.

In ogni modo, il Machiavelli continuava inesorabile la sua narrazione, esponendo come i Franchi, chiamati che furono in Italia, vennero e fecero le ben note donazioni, che dettero origine al dominio temporale dei successori di S. Pietro. Carlo Magno fu coronato imperatore dal Papa, al quale egli aveva dato nuovo potere sulla terra. Alla sua morte, l'Impero, diviso prima tra i figli, passò in Germania, e l'Italia cadde in un periodo di grandissimo disordine, durante il quale si fecero varî tentativi per la creazione d'un re nazionale, tentativi che, non solo riuscirono vani, ma finirono col farla cadere sotto l'impero degli Ottoni, durante i quali cominciarono più tardi a sorgere i Comuni. Ed in questo mezzo i papi, fedeli sempre alle loro tradizioni, avidi sempre d'autorità, e di potere, tolsero al popolo romano prima il diritto di acclamare l'imperatore, poi quello di eleggere il capo della Chiesa, per dare finalmente essi l'esempio di deporre un imperatore. Ed allora alcuni presero le parti dell'Impero, altri del Papato, «il che fu seme degli umori guelfi e ghibellini, acciocchè l'Italia, mancate le inondazioni barbare, fosse dalle guerre intestine lacerata.»[304]

Nel parlare della grande contesa tra il Papato e l'Impero, cominciata con Arrigo II imperatore ed Alessandro II papa, continuata sotto Gregorio VII, il Machiavelli si ferma poco o punto ai particolari, non ricorda neppure il nome di questo grande pontefice; ma accenna in generale alla superbia, alla pertinacia e fortuna dei papi, alla umiliazione da essi inflitta in Canossa all'Imperatore, dopo di che trovarono nuovi aiuti nei Normanni, che avevano fondato il reame di Napoli, ed erano molto ossequenti alla Chiesa. Tutto questo però, egli dice, non bastò loro, perchè i papi meditavano sempre cose nuove. Urbano II, che era in Roma odiato, non gli parendo essere abbastanza sicuro fra le divisioni d'Italia, si volse ad una generosa impresa. Andò in Francia a predicare la Crociata contro gl'infedeli, e tanto accese gli animi, che fu deliberata la guerra contro i Saraceni in Asia, «dove molti re e molti popoli concorsero con danari, e molti privati senza alcuna mercede militarono. Tanto poteva allora negli animi degli uomini la religione, mossi dall'esempio di quelli che ne erano capi.»[305] E se questa volontà del Papa è la sola causa delle Crociate, le conseguenze generali e molteplici del grande avvenimento riduconsi, secondo il Machiavelli, alla istituzione dell'ordine dei Templari, di quello dei Cavalieri Gerosolimitani, e ad alcune conquiste in Oriente. «Seguirono in vari tempi vari accidenti, dove molte nazioni e particolari uomini furono celebrati.»[306] Ecco tutto.

E qui si presenta a noi un'altra considerazione. Non solamente le Crociate, ma tutti quanti i più grandi avvenimenti storici hanno pel Machiavelli una causa individuale, personale. I Visigoti vengono in Italia sotto Alarico, per tradimento di Stilicone; i Vandali vanno di Spagna in Africa, perchè chiamati da Bonifazio, di cui Ezio aveva provocato la destituzione; e vengono in Italia chiamati da Eudossia, che voleva vendicarsi; i Longobardi vengono, perchè Narsete persuade Alboino loro re a fare la nuova impresa; e così le Crociate sono provocate, cominciate quasi per capriccio d'Urbano II. Le cagioni e le conseguenze generali, impersonali di tutti questi fatti scompaiono sempre nelle _Storie_ del Machiavelli. Perchè egli si occupi della religione, bisogna che essa diventi una istituzione, una Chiesa, o si personifichi in un papa; perchè si occupi della civiltà, bisogna che assuma la forma di legge, di Stato, di governo o di un grande personaggio politico. E come nel _Principe_ e nei _Discorsi_ egli dà al suo legislatore una potenza illimitata, rendendolo capace di fondare a suo arbitrio o distruggere una repubblica, una monarchia, un governo qualunque, per dar luogo ad un altro, così nelle _Storie_ la volontà, l'energia e l'intelligenza individuale sono per lui la causa unica di tutti i più notevoli avvenimenti. E i grandi uomini che ne son gli autori, non vengono educati, formati, ispirati dal popolo; non ricevono da questo la propria forza; ma sono essi, invece, che gl'impongono la loro volontà, gl'infondono il loro pensiero, gli dànno quasi la propria forma. Qui è la chiave che ci schiude ad un tempo il segreto del suo sistema storico e del suo sistema politico. Di certo la leggenda medioevale aveva già prima immaginato queste spiegazioni personali dei fatti storici anche più generali. Ma pel Medio Evo l'uomo era sempre un cieco strumento nella mano della Provvidenza, che guidava popoli, capitani, imperatori e papi, e con essa tutto si spiegava. Per gli eruditi del secolo XV la Provvidenza, invece, era scomparsa del tutto dalla storia, e la leggenda si trasformò in spiegazioni affatto personali. Di esse abbonda già l'opera del Biondo, che il Machiavelli aveva dinanzi; ma egli le riunì facendone addirittura il suo sistema storico, su cui fondò il suo sistema politico. L'uno e l'altro derivano dalla medesima sorgente, da uno stesso modo di concepire l'uomo e la società; sono quasi le due facce sotto cui ci apparisce il suo concetto fondamentale. La sua storia inoltre, anche in ciò simile alla sua politica, poco o punto si occupa di lettere, di arti, di commercio, d'industria, di religione, di questioni sociali. Si occupa solo di chi vince e di chi perde, sia nella guerra, che nella lotta dei partiti; si occupa dei mezzi con cui la vittoria si ottiene, delle cause che producono la disfatta; ma soprattutto dello Stato e di coloro che lo fondano, lo modificano o lo distruggono. Gli altri problemi, le altre attività dell'uomo e della società, le altre considerazioni gli sono quasi del tutto indifferenti.

Continuando la sua narrazione, il Machiavelli accenna assai brevemente alla lotta dei Comuni contro Federigo Barbarossa, ed all'aiuto che essi ricevettero allora dal Papa. Si ferma invece più a lungo a parlare del giudizio, al quale papa Alessandro III sottopose il re Arrigo d'Inghilterra, «giudizio cui un uomo privato si vergognerebbe oggi sottomettersi.»[307] E poi torna al solito a parlare delle arti e della politica dei papi, narrando come, estinta la famiglia dei Normanni di Napoli, non potendo essi prendere per sè il Reame, lo fecero occupare dagli Hohenstaufen. E dopo avere accennato a Federigo II, senza dir nulla della parte grandissima che egli ebbe nel promuovere la cultura, si ferma invece a narrare come i papi, sempre inquieti e gelosi, chiamarono contro i discendenti di lui Carlo d'Angiò, cui dettero l'investitura del Reame. E quando l'Angioino, che fu colle sue armi vittorioso, divenne anche Senatore di Roma, e parve perciò ad essi troppo potente, subito gli chiamarono contro Rodolfo imperatore. «Così i pontefici ora per causa della religione, ora per loro propria ambizione, non restavano di chiamare in Italia umori nuovi, e suscitare nuove guerre; e poichè eglino avevano fatto potente un principe, se ne pentivano e cercavano la sua rovina, nè permettevano che quella provincia, la quale per loro debolezza non potevano possedere, altri la possedesse. E i principi tremavano, perchè sempre, o combattendo o fuggendo, quelli vincevano.»[308] E così i papi, per la loro smodata ambizione, fecero sempre più peggiorare le cose d'Italia. Niccolò III (1277-81) fu poi il primo che iniziò il nepotismo, e subito dopo i suoi successori passarono anche in ciò ogni confine. «Laonde, come da questi tempi indietro non s'è mai fatta menzione di nipoti o di parenti di alcuno pontefice, così per l'avvenire ne fia piena l'istoria, tanto che noi ci condurremo ai figliuoli, nè manca altro a tentare ai pontefici, se non che, come eglino hanno disegnato insino ai tempi nostri di lasciarli principi, così per l'avvenire pensino di lasciare loro il papato ereditario.»[309] E procederono tanto oltre nella loro ambizione, che Bonifazio VIII volse contro i Colonnesi, suoi nemici, le armi spirituali insieme con le temporali. «Il che, sebbene offese alquanto loro, offese assai più la Chiesa, perchè quelle armi, le quali per carità della fede avevano virtuosamente adoperate, come si volsero per propria ambizione ai Cristiani, cominciarono a non tagliare. E così il troppo desiderio di sfogare il loro appetito, faceva che i pontefici a poco a poco si disarmavano.»[310]

Gli altri avvenimenti politici, anche se di grandissima importanza, come ad esempio i Vespri Siciliani, le discordie dei Guelfi e dei Ghibellini, le vicende nel Napoletano, sono appena accennati, per parlar sempre di quei fatti che in qualche modo potevano valere a giustificare le simpatie o antipatie politiche dell'autore, a confermare le sue teorie. Così sempre più chiaro apparisce, che egli non mirava punto ad un ordinamento obbiettivo dei fatti, secondo il loro intrinseco valore, nè quindi poteva riuscirvi. Il suo scopo, invece, è costantemente quello di ritrovare nella storia la conferma del suo concetto politico, il che non gli era difficile, avendolo da essa la prima volta cavato, nè essendo egli molto scrupoloso nella esattezza dei minuti particolari. Assai rapidamente parla ancora del viaggio d'Arrigo VII in Italia, e delle molte conseguenze che ne derivarono; e si ferma invece lungamente a descriverci le arti, le astuzie, le perfidie con cui i Visconti, specialmente Matteo, s'impadronirono di Milano, cacciandone i della Torre. E colorisce a suo modo questi fatti, nei quali ritrova da capo le arti del Principe nuovo, argomento di cui, direttamente o indirettamente, non si stanca mai di parlare. Più innanzi, dopo aver narrato altri avvenimenti, il Machiavelli dà, non si sa come nè perchè, un gran passo indietro, per raccontarci le origini di Venezia. E poi da capo incontra un personaggio che lo induce a fermarsi, e questi è il tribuno Cola di Rienzo, che se avesse finito come aveva cominciato, sarebbe stato un altro degli uomini da lui più ammirati. Ed infatti comincia subito a parlarne con entusiasmo, per poi abbandonarlo con disprezzo, appena lo vede, senza ragione, disertare la bene iniziata impresa di ricostituire la repubblica romana.[311] Continua descrivendo i disordini d'Italia; lo scisma della Chiesa; il trasferimento della sede in Avignone ed il suo ritorno a Roma; i Concilî di Pisa e di Costanza; le ambiziose mire dei Visconti, massime di Giovanni Galeazzo; le strane vicende di Giovanna II di Napoli; le imprese militari dello Sforza, di Braccio di Montone e degli altri condottieri italiani, i quali egli, fin da questo momento, ci dice che furono la rovina della patria e delle sue armi.

E finalmente, dopo avere enumerato i principi e gli Stati, che nel secolo XV tenevano divisa l'Italia, il Machiavelli conchiude: «Tutti questi principali potentati erano di proprie armi disarmati. Il duca Filippo,[312] stando rinchiuso per le camere, e non si lasciando vedere, per i suoi commissarî le sue guerre governava. I Veneziani, come e' si volsero alla terra, si trassero di dosso quelle armi, che in mare gli avevano fatti gloriosi, e seguitando il costume degli altri Italiani, sotto l'altrui governo amministravano gli eserciti loro. Il Papa, per non gli star bene le armi in dosso, sendo religioso, e la regina Giovanna di Napoli, per essere femmina, facevano per necessità quello che gli altri, per mala elezione, fatto avevano. I Fiorentini ancora alle medesime necessità ubbidivano, perchè, avendo per le spesse divisioni spenta la nobiltà, e restando quella repubblica nelle mani della mercanzia, seguitavano gli ordini e la fortuna degli altri.» «Erano adunque le armi d'Italia divenute mercenarie, in mano di condottieri che ne facevano mestiere, e che, alleatisi per comune interesse, avevano ridotto la guerra a un'arte in cui nessuno vinceva. Finalmente» «la ridussero in tanta viltà, che ogni mediocre capitano, nel quale fosse alcuna ombra dell'antica virtù rinata, gli avrebbe con ammirazione di tutta Italia, la quale, per sua poca prudenza gli onorava, vituperati. Di questi adunque oziosi principi e di queste vilissime armi sarà piena la mia istoria, alla quale prima che io discenda, mi è necessario, secondo che nel principio promisi, tornare a raccontare dell'origine di Firenze.»[313] E di qui infatti comincia il secondo libro, che è veramente il primo della storia fiorentina.

Riepilogando, adunque, l'Italia, invasa dai barbari, dei quali fu preda per la decadenza dell'Impero, e per colpa di alcuni generali romani, che, mossi da gelosie e da odî privati, li chiamarono, godette un momento di pace e di felicità quando Teodorico, principe accorto, seppe unirla, formandone uno Stato solo. Ma dopo la sua morte riuscirono vani tutti gli sforzi fatti per mantenerla unita, e ciò principalmente a cagione dei papi, i quali, per aumentare sempre più il proprio potere, la vollero divisa, invitando sempre nuovi barbari e nuovi stranieri, che in fatti vennero di continuo a lacerarla ed a conculcarla. Vani del pari riuscirono gli sforzi dei Comuni a renderla sicuramente libera, perchè nè essi nè altri seppero tenerla unita. Tutti caddero finalmente in balìa degli eserciti mercenarî, che furono l'ultima rovina d'Italia, la quale si trovò così esposta ai colpi di chiunque volle assaltarla; e con la venuta di Carlo VIII ricominciò la serie delle invasioni e delle calamità. Ecco quale è dunque il concetto fondamentale del primo libro delle Storie. Da esso ne resulta naturalmente un altro, che è veramente il pensiero dominante del Machiavelli: unico rimedio a tanti mali che travagliarono l'Italia, era la istituzione delle armi nazionali, comandate da un principe che sapesse con esse difenderla, costituendo fortemente lo Stato, emancipandolo dalla Chiesa e dall'aristocrazia feudale, assicurandone con buone leggi la libertà per l'avvenire. Chi vorrà e saprà fare tutto ciò, sarà veramente degno di salire in cielo, per sedere accanto agli Dei.

Ed ora dobbiamo esaminare che cosa dice il Machiavelli della storia interna di Firenze, nei tre libri che seguono.

NOTA AL CAPITOLO XII.

(Pag. 208 e seg.)

_Alcuni brani del libro I delle_ Storie _del Machiavelli, messi a confronto con altri delle_ Decadi _di Flavio Biondo._[314]

Erano da Teodosio preposti alle tre parti dell'Imperio tre governatori, Ruffino alla orientale, alla occidentale Stilicone, e Gildone all'affricana; i quali tutti, dopo la morte del principe, pensarono non di governarle, ma come principi possederle; de' quali Gildone e Ruffino ne' primi loro principii furono oppressi. Ma Stilicone, sapendo meglio celare l'animo suo, cercò d'acquistarsi fede coi nuovi imperatori, e dall'altra parte turbare loro in modo lo Stato, che gli fosse più facile dipoi l'occuparlo. E per fare loro nemici i Visigoti, gli consigliò non dessero più loro la consueta provvisione. Oltre a questo, non gli parendo che a turbare l'Imperio questi nemici bastassero, ordinò che i Burgundi, Franchi, Vandali ed Alani, popoli medesimamente settentrionali, e già mossi per cercare nuove terre, assalissero le provincie romane. Privati adunque i Visigoti delle provvisioni loro, per essere meglio ordinati a vendicarsi della ingiuria, crearono Alarico loro re, ed assalito l'Imperio, dopo molti accidenti guastarono l'Italia, e presero e saccheggiarono Roma (Machiavelli, _Istorie fiorentine_, Lib. I, p. 2-3).

Commiserat Theodosius in Imperio florens, tres potissimas Imperii partes tribus ducibus gubernandas, Buffino orientalem, occidentalem Stiliconi, et africanam Gildoni. Hic primus de morte Imperatoris compertum habens, parvique faciens in puerorum manibus Imperii vires, Africam sibi retinere conatus est.... Eodem vero in tempore Ruffinus Orienti praefectus, dum barbaris ad rebellionem concitatis, Imperium sibi parare contenderet, Archadio curante, interfectus est. Tertius ducum Stillico, genere Vandalicus, summam erat post Theodosii mortem apud novos principes gratiam consecutus.... Fuit vero et ipse impiissimus, sed suam perfidiam maximis tegens simulationibus, nihil apertum contra rempublicam est molitus, quin potius affectatum Eucherio filio Imperium, non prius invadere constituit, quam imperatores maximis calamitatibus involvisset. Itaque primum omnium immanes Svevorum, Burgundionum, Alanorum et Vandalorum suorum gentes, propriis excitas sedibus concitavit ad romani Imperii Galliarum provincias invadendas. Exinde Visigothos, gentem ut noverat ferocissimam, curavit stipendiis privari ab imperatoribus.... cuius machinationis haec ratio fuit, quod ipsos Visigothos, rerum necessariarum indigentia compulsos, optabat in Italiam se conferre (Blondi, _Historiarum, ab Inclinatione Romanorum libri XXXI_, ed. cit., Dec. I, lib. I, pag. 7-8).

Nè fu l'isola di Brettagna, la quale oggi si chiama Inghilterra, sicura da tanta rovina, perchè temendo i Brettoni di quei popoli che avevano occupata la Francia, e non vedendo come l'imperatore potesse difenderli, chiamarono in loro aiuto gli Angli, popoli di Germania. Presero gli Angli sotto Votigerio loro re l'impresa, e prima gli difesero, dipoi gli cacciarono dall'isola, e vi rimasero loro ad abitare, e dal nome loro la chiamarono Anglia. Ma gli abitatori di quella, sendo spogliati della patria loro, diventarono per la necessità feroci, e pensarono, ancora che non avessero potuto difendere il paese loro, di poter occupare quello d'altri. Passarono pertanto colle famiglie loro il mare, ed occuparono quei luoghi che più propinqui alla marina trovavano, e dal nome loro chiamarono quel paese Brettagna (pag. 4-5).

Itaque romani cives, qui Britanniam frequentes diversis respectibus inhabitabant, et ipsi simul Britanni, salutis desperatione animos faciente, arma ceperunt, et tunc quidem Scotos Albienses, Pictosque, a quibus agitabantur, praelio superarunt, ac in ulteriorem insulae partem recedere compulerunt. Sed paulo post, cum Britanni sese a Scotis Pictisque diutius tueri diffiderent, Anglicos Saxones, datis in stipendium pecuniis, ex proximis Germaniae littoribus conduxerunt praesidio affuturos. Qui quidem Saxones cognomine Anglici, duce Vortigerio eorum rege, insulam ingressi, Scotos atque Pictos represserunt praelio superatos. Sed et ipsi postea mercenarii Saxones, ambitione ducti, magis Britonibus quam Picti et Scoti hostes nocuerunt, romanos enim cives et Britannorum primores, maiori ex parte vario mortis genere interfecerunt, ex eoque tempore cooperunt Saxones Anglici Britanniae dominari (Dec. I, lib. II, pagine 20-21).

Campeggiando Attila re degli Unni Aquileia, gli abitatori di quella, poichè si furono difesi molto tempo, disperati della salute loro, come meglio poterono, con le loro cose mobili sopra molti scogli, i quali erano nella punta del mare Adriatico disabitati, si rifuggirono. I Padovani ancora, veggendosi il fuoco propinquo, e temendo che, vinta Aquileia, Attila non venisse a trovarli, tutte le loro cose mobili di più valore portarono dentro al medesimo mare, in un luogo detto Rivo Alto, dove mandarono ancora le donne, i fanciulli ed i vecchi loro, e la gioventù riserbarono in Padova, per difenderla. Oltre a questi, quelli di Monselice con gli abitatori dei colli intorno, spinti dal medesimo terrore, sopra gli scogli del medesimo mare ne andarono. Ma presa Aquileia, ed avendo Attila guasta Padova, Monselice, Vicenza e Verona, quelli di Padova, ed i più potenti, si rimasero ad abitare le paludi che erano intorno a Rivo Alto; medesimamente tutti i popoli all'intorno di quella provincia, che anticamente si chiamava Venezia, cacciati dai medesimi accidenti, in quelle paludi si ritrassero. Così, costretti da necessità, lasciarono luoghi amenissimi e fertili, ed in sterili, deformi e privi di ogni comodità abitarono. E per essere assai popoli in un tratto ridotti insieme, in brevissimo tempo furono quelli luoghi non solo abitabili, ma dilettevoli, e costituite fra loro leggi ed ordini, fra tante ruine d'Italia, sicuri si godevano, ed in breve tempo crebbero in riputazione e forze (p. 45-46).

Et prima inter omnes mirabili non magis modo quam loco condi coepit veneta urbs, origo cujus in hunc modum fuisse videtur. Athila Hunnorum rege Aquileiam obsidente, Aquileienses, sicut ostendimus, Gradum Concordienses, Caprulas et Altinates Torcellum, Maiorbum, Burianum, Amorianum, Costantianum et Aimanum populariter commigrarunt. Patavini autem, ea Aquileiae obsidione durante, sacra et supellectilem preciosam cum imbelli multitudine, in Rivumaltum comportarunt, iuventute tutandis a potenti hoste moenibus retenta. Montesilicenses vero Adeustinique et Euganeorum collium incolae, Metamaucum et Albiolam, Pelestrinam Clodiamque confugientes, Athilae terrorem declinavere.... Patavini quidem plures potentioresque ditionis suae paludes, in quas sua miserant, frequentavere, et aquis elevatiora apud Rivumaltum Dorsumque, cui duro a soliditate fuit cognomen, tenuere. Sic et caeteri Venetiae provinciae populi, premente metu, ubicumque potuerunt eisdem in paludibus consederunt. Eam vero provinciam Abdua, Pado, lacu Benaco, Alpibus et Adriatico mari constat terminari. Per hunc modum populi amoenissimis et uberrimis omnium Italiae soli in regionibus nutriti, patriam avitosque lares commutavere, informem in uliginem, stagnaque omni vel puri littoris sterilitati, si libera sit per securitatem electio, postponendam, ut nequaquam dubitandum sit, illos Dei munere coactos, cepisse loca brevi futura optima, quae tranquillis securisque rebus nulla prudentia elegisset (Dec. I, lib. III, p. 31).

Giustiniano morì, e rimase suo successore Giustino suo figliuolo, il quale per il consiglio di Sofia sua moglie revocò Narsete d'Italia, e gli mandò Longino suo successore. Seguitò Longino l'ordine degli altri di abitare in Ravenna, ed oltre a questo dette all'Italia nuova forma, perchè non costituì i governatori di provincie come avevano fatto i Goti, ma fece in tutte le città e terre di qualche momento capi, i quali chiamò duchi. Nè in tale distribuzione onorò più Roma che le altre terre, perchè tolto via i consoli e il Senato, i quali nomi infino a quel tempo vi si erano mantenuti, la ridusse sotto un duca, il quale ciascun anno da Ravenna vi si mandava, e chiamavasi il Ducato Romano, ed a quello che per l'Imperatore stava a Ravenna e governava tutta Italia, pose nome esarco. Questa divisione fece più facile la rovina d'Italia, e con più celerità dette occasione ai Longobardi di occuparla (p. 13).

Coeperunt autem tunc urbs Roma et Italia novam habere gubernationis, formam, ex qua dignitatem, gloriam et apud orbem terrarum timorem magis amiserunt quam omnibus, ex illis calamitatibus, quae eas centum et sexaginta annos attriverant, atque aliquando Romam fecerant relinqui feris et obscenis avibus habitandam. Longinus namque novum in Italiam adduxit magistratus nomen Exarchatus Italiae, qui interpetrabatur summus Italiae magistratus. Et Ravennae se continens, nunquam ivit ad urbem Romam vel qualis esset inspiciendam. In administratione vero Italiae et urbium, quae in Iustini imperatoris partibus cum Roma et Ravenna duraverant, hunc primus servavit morem, ut non provinciae aut regioni praeesset praeses sive quispiam magistratus, sed singulae urbes, singula oppida a singulis custodirentur, regerenturque magistratibus, quos appellavit duces. Parem itaque faciens urbem Romam aliis Italiae vel urbibus vel oppidis, hac una in re illam honoravit, quod impositum tunc magistratum praesidem appellavit, sed qui successerunt sunt appellati duces, ut postea per multos annos sic romanus appellaretur Ducatus, sicut Narniensis Spoletanusque est dictus. Neque post Basilium, qui cum Narsete consul fuit, vel consules Roma habuit, vel Senatum legitime coactum, sed a duce graeculo homine, quem exarchus ex Ravenna mittebat, res romana per multa tempora administrata est (Dec. I, lib. VIII, p. 101-102).

Era Narsete sdegnato forte contro l'Imperatore per essergli stato tolto il governo di quella provincia (_l'Italia_), che con la sua virtù e con il suo sangue aveva acquistato, perchè a Sofia non bastò ingiuriarlo rivocandolo, che ella vi aggiunse ancora parole piene di vituperio, dicendo che lo voleva far tornare a filare con gli altri eunuchi; tantochè Narsete ripieno di sdegno persuase Alboino re dei Longobardi, che allora regnava in Pannonia, di venire a occupare l'Italia (p. 13).

Nec satis fuit praestantissimum ducem, et optime de republica meritum privare, quod ille pro sua modestia videtur optasse, nisi et convicia procax infaustaque romanis rebus mulier addidisset: illi enim comminata est futurum, ut posthac non solum degeret privatus, sed quod eunuchum deceat dispartiendis inter ancillas pensis a se deputetur. Qua indignitate non commoveri non potuit vir ingentis spiritus Narses, cui rerum a se gestarum magnitudinem et pietatis integritatisque conscientiam, cum tanta ingratitudine atque nequitia, mente et animo metienti ita incensi sunt animi, ut continere nequiverit quin adversus virum et uxorem eo indignos imperio suam ulcisceretur iniuriam. Quamprimum itaque Longinum in Italiam venturum intellexit, secessit Neapolim, urbem optime de se meritam. Ea in urbe cum aliquot fuisset menses, ad Alboinum regem Longobardorum sibi amicissimum misit, qui suaderent, ut Pannoniam, quod usu antea compertum erat, semper novis barbarorum incursibus expositam, linquens, gentem longobardam traduceret in Italiam, terram omnium orbis terrarum primariam, et cuius possessio illos, etiam nolentes, ab orbis imperium sublimaret (Dec. I, lib. VII, p. 98-99).

Erano stati i Longobardi 232 anni in Italia, e di già non ritenevano di forestieri altro che il nome (p. 20).

Quantum vero attinet ad Longobardos, ea gens, ducentis iam triginta et pene duobos annis maiori Italiae portione potita, nihil iam externi praeter nomen retinebat (Dec. II, lib. I, p. 163, che per errore è nella stampa 167).

E così veniva l'Italia in questi tempi ad essere maravigliosamente afflitta, sendo combattuta di verso le Alpi dagli Unni, di verso Napoli da Saracini. Stette l'Italia in questi travagli molti anni, e sotto tre Berengari che successero l'uno all'altro (p. 22).

Ut confidenter affirmemus sex sive imperatores sive reges Italia oriundos, tres scilicet Berengarios, Guidonem, Lotharium et Albertum, inter quos Rodulphus Burgundus et Ugo Arelatensis regnarunt, per eos quinquagintaquinque annos Italiam motibus agitasse. Sed ad rem. Dum Sararceni quos Ioannes decimus pontifex et Albericus marchio superaverant, ex Gargano monte unam, et Hungari aliam Italiae partem saepe infestant, etc. (Dec. II, lib. II, p. 180).

CAPITOLO XIII.

Le _Istorie Fiorentine_. I libri II, III e IV, o la Storia interna di Firenze sino al trionfo dei Medici.

Il secondo libro comincia dalle origini di Firenze, delle quali dice appena alcune parole, per saltar subito all'anno 1215, narrando il fatto del Buondelmonti, cui si attribuisce la prima divisione della Città in Guelfi e Ghibellini. Dal 1215 si salta di nuovo a piè pari fino al 1250, da cui il Machiavelli, come fa anche l'Aretino, incomincia veramente la narrazione non interrotta della storia di Firenze, che in questo secondo libro conduce sino al 1348. Così in ottanta pagine abbraccia tutto il vastissimo periodo, che forma il soggetto della lunga cronica di Giovanni Villani. E di questo autore si vale ora continuamente, una sola volta ricordandone il nome insieme con quello di Dante Alighieri.[315] Se ne vale però assai diversamente che non fece della storia di Flavio Biondo. Lascia da un lato tutte le tradizioni favolose, che il Villani ricorda sulle origini di Firenze; tutti i moltissimi capitoli che narrano la storia generale d'Europa, ed ancora quelli che trattano di guerre esterne della Repubblica. Raccoglie invece le notizie sulle divisioni, le rivoluzioni interne, le riforme politiche, e le ordina a suo modo. Si paragonino le narrazioni che i due scrittori ci danno del fatto del Buondelmonti,[316] delle rivoluzioni e riforme del 1250,[317] del 1267,[318] del 1280,[319] di Giano della Bella e degli Ordinamenti di Giustizia,[320] e si vedrà subito che il Machiavelli non abbandona mai il suo originale. Ciò è più d'una volta confermato dagli errori stessi in cui cade, ora per colpa del Villani, ora per non averlo saputo fedelmente interpretare. Dominato com'era da un suo nuovo concetto, e quindi dal bisogno di dare con esso un proprio ordinamento a tutta la storia di Firenze, egli procede con qualche fretta, senza essere troppo scrupoloso intorno alla esattezza dei minuti particolari, fermandosi sugli avvenimenti che giovano al suo scopo, trascurando invece gli altri, anche se più importanti. Raccogliendo poi in poche pagine molti capitoli della Cronica, gli accade spesso di riunire in un solo anno fatti seguiti in tempi assai diversi, ed anche di determinar male il carattere delle varie istituzioni, il numero dei Consigli della Repubblica, massime quando il Villani adopera un linguaggio politico, di cui nel secolo XVI s'era cominciato a perdere il significato preciso.

Dopo alcune considerazioni generali sulle colonie, il Machiavelli ci dice che Firenze discese da Fiesole città etrusca, i cui mercanti lasciarono il monte e si stabilirono presso il fiume Arno, dove le colonie romane ingrossarono la nascente città, che poi sottomise quella da cui era nata. Ciò detto, arriva subito al 1215, narrando il fatto del Buondelmonti, al quale, come dicemmo, attribuisce l'origine dei Guelfi e dei Ghibellini in Firenze. E non s'avvede che lo stesso Villani aveva, nei precedenti capitoli, narrato una serie di guerre del Comune fiorentino contro i baroni del contado, che furono sottomessi ed obbligati a vivere in città, il che, per opera principalmente degli Uberti, dette origine alla guerra civile prima assai del 1215. Ma quando, dopo un nuovo salto fino al 1250, incomincia la narrazione di avvenimenti meno remoti e meno oscuri, il Machiavelli fa subito due osservazioni, che gettano una luce inaspettata sulla storia delle interne rivoluzioni di Firenze. Egli qui si avvede, che i Ghibellini non sono solamente il partito dell'Impero, ma anche dei nobili feudali; ed i Guelfi, sebbene abbiano anch'essi fra di loro dei nobili, sono il partito della Chiesa e dei popolani. Le divisioni e rivoluzioni di Firenze vengono perciò determinate e regolate da due ordini di cause e di fatti diversi, alcuni cioè interni, altri esterni: le vicende dell'Impero, della Chiesa, degli Svevi e degli Angioini di Napoli[321] da una parte, e dall'altra gli odî naturali nelle città fra grandi e popolani. Il crescere dell'industria e del commercio dava sempre nuova forza ai popolani; l'allontanarsi o indebolirsi dell'autorità dell'Impero in Italia, ne toglieva invece ai grandi destinati perciò a sparire. Queste sono le cause che cagionano le divisioni ed i partiti in Firenze, e ne determinano la storia. In fatti cresce la potenza Federigo II, e subito esso favorisce gli Uberti, capi dei Ghibellini, ed i Guelfi sono cacciati. Muore Federigo II (1250), e gli uomini di mezzo, che erano guelfi, sono padroni della Città, che prende forma nuova e più democratica, con quella che si chiamò la Costituzione del Primo Popolo.

Il Machiavelli si ferma qui a descrivere minutamente questa costituzione popolare, ma cade, nel descriverla, in molti e gravi errori. La crede fatta in conseguenza dell'accordo tra i Guelfi ed i Ghibellini, quando invece fu fatta dai primi a danno dei secondi, massime dei nobili. Crede che sia la prima costituzione libera di Firenze, dicendo che ai Fiorentini allora «parve tempo di pigliar forma di vivere libero,» e non ricorda la costituzione precedente dei Consoli, nè la istituzione del Podestà, seguìta nel 1207, secondo i cronisti, ed anche prima, secondo i documenti del tempo. Ma v'è di più, egli pone nel 1250 la creazione così del Capitano del popolo come del Podestà, chiamandoli senz'altro due giudici forestieri per le cause civili e le criminali. Invece solo il Capitano del popolo fu creato in quest'anno, a difesa degl'interessi popolari, in opposizione del Podestà, di più antica origine e cavaliere, che pigliava la parte dei nobili. Tanto l'uno che l'altro non erano semplici giudici, ma avevano anche attribuzioni politiche e militari; erano circondati da due Consigli; comandavano in campo gli eserciti del Popolo e del Comune. E per raccoglier tutto in uno, il Machiavelli pone nel medesimo anno anche la istituzione del Carroccio fiorentino, che è assai più antica.[322] Con questa costituzione, egli continua, fu ordinata la libertà, armato il popolo, e la Repubblica estese il suo territorio.[323] Ma il sorgere di Manfredi, dopo la morte di Federigo II, restituì animo e forza ai Ghibellini, che si sollevarono, e dopo una prima disfatta in Città, vinsero i Guelfi a Montaperti (1260), donde tornati vittoriosi, s'impadronirono del governo, che fu così di nuovo tolto ai popolani e dato ai nobili.

Fin qui gli avvenimenti generali d'Italia sono quelli che principalmente hanno determinato la storia dei partiti in Firenze; ma ora incominciano a prevalere le cagioni interne, ed il Machiavelli è, fra tutti gli storici, il primo che se ne avveda, e che si fermi a notare come sia già cominciata, sebbene ancora poco visibile, una grande trasformazione della società fiorentina. Il partito ghibellino andava divenendo sempre più il partito dell'aristocrazia feudale; ma perdeva di numero e di forza innanzi al rapido crescere del popolo, che ingrossava i Guelfi. La gravità di questo fatto non poteva sfuggire ai nobili, che cercarono perciò di transigere, il che affrettò la loro rovina, e più tardi mutò del tutto le parti in Firenze. Essi, adunque, sebbene fossero sempre padroni del Governo, pure, a fine di guadagnare il favore del popolo, e così assicurarsi l'avvenire, secondarono la costituzione delle Arti Maggiori e delle Minori. Ma tutto ciò non valse a nulla. La lontananza dell'Imperatore, la decadenza del suo potere in Italia, il trionfo degli Angioini nel Reame finirono col far cadere di nuovo la Città interamente nelle mani dei popolani, che posero alla testa del Governo i Priori delle Arti (1282). Il Villani, cui sembra sfuggire qui il vero significato ed il valore della nuova magistratura, ricorda solo che il nome di essa fu preso dal Vangelo, là dove Cristo dice agli Apostoli: _Vos estis priores_. Ma il Machiavelli, che guardava più alla sostanza, senza disputare sull'origine del nome, osserva invece assai giustamente: «Questo magistrato fu cagione, come con il tempo si vide, della rovina dei nobili, perchè ne furono dal popolo per vari accidenti esclusi, e dipoi senza alcuno rispetto battuti.»[324]

Dopo essersi con due parole sbrigato della battaglia di Campaldino (1289), come aveva fatto con quella di Montaperti, ritorna alle rivoluzioni interne, che spianarono la via a quella del 1293, che ne fu l'ultima e necessaria conseguenza. Sebbene i Ghibellini fossero stati a poco a poco superati dal popolo in modo, che quasi scomparvero del tutto, pure «restarono sempre accesi quegli umori, che sono in tutte le città fra i potenti, che vogliono comandare, ed i popolani, che vogliono vivere secondo le leggi. Queste nuove divisioni non si scopersero fino a che i Ghibellini facevano ancora paura; ma come prima essi furono domi, incominciarono quelle a mostrare subito la loro forza. Ogni giorno qualche popolano era offeso dai Grandi, e le leggi non bastavano a vendicarlo, perchè essi con i parenti e gli amici dalla forza dei Priori e del Capitano si difendevano.»[325] Così crebbero i mali umori fino a che non si venne per opera di Giano Della Bella agli Ordinamenti di Giustizia (1293), coi quali i Grandi, come già i Ghibellini, furono del tutto esclusi dalla Signoria, e disfatti. «Il popolo allora trionfò pienamente, e la Città fu molto felice, sendo di uomini, di ricchezze e di riputazione ripiena.»[326] Così i nobili Ghibellini, divenuti potenti coll'aiuto dell'Impero, furono disfatti dai Guelfi, che si divisero in Grandi e Popolani, e questi poi vinsero e distrussero quelli. Tutta la storia di Firenze adunque, non è fin qui altro che un lento e continuo cammino verso la democrazia, la quale finalmente trionfa.

Ma le divisioni non cessano per questo, che anzi adesso appunto incomincia un periodo transitorio di capi di parte, di ambizioni personali e di nuove discordie intestine, le quali conducono alla tirannide del Duca d'Atene. E questo episodio, che è di certo assai notevole nella storia di Firenze, diviene addirittura principalissimo nel secondo libro del Machiavelli, per la grande estensione che esso gli dà nel raccontarlo. Ci descrive prima il carattere ambizioso di Corso Donati, che turbò la Repubblica; poi le guerre contro Uguccione della Faggiuola e Castruccio Castracani, le quali narra assai più fedelmente che non aveva fatto nella sua fantastica _Vita di Castruccio_; arriva finalmente alla venuta del Duca (1342), chiamato dai Fiorentini a governarli ed a guidarli nella guerra contro i Ghibellini di Toscana. I cittadini, egli dice, erano, per le loro continue discordie, giunti a tale, che «non sapevano mantenere la libertà, e non potevano tollerare la servitù.» Il Duca perciò fu subito un tiranno armato, un Principe nuovo, ed il Machiavelli, esaltandosi, si ferma lungamente a descrivere per minuto, drammatizzandola con eloquenza, la ben nota istoria. Egli prende i fatti dal Villani; ma v'aggiunge di suo considerazioni, descrizioni, episodî e discorsi. Dalla cresciuta forza e potenza dello stile ci accorgiamo subito, che l'argomento è di quelli che più vivamente lo attraggono. Dimentica perfino i limiti che le proporzioni generali del suo lavoro dovevano imporgli, e si lascia prender la mano dal desiderio di ribadire le sue ben note teorie, che ora pone in bocca dei personaggi del suo dramma.

Quando il Duca è finalmente divenuto sicuro padrone della Città, e si vede chiaro che è deciso a rendersi addirittura tiranno, appoggiandosi alla plebe, il Machiavelli fa venire i Signori a fargli un discorso eloquente e singolarissimo. «Voi cercate,» essi gli dicono, «far serva una città la quale è sempre vivuta libera.... Avete voi considerato quanto in una città simile a questa importi, e quanto sia gagliardo il nome della libertà, il quale forza alcuna non doma, tempo alcuno non consuma, e merito alcuno non contrappesa?... Negli universali odî non si trova mai sicurtà alcuna, perchè tu non sai donde ha a nascere il male, e chi teme di ogni uomo, non si può mai assicurare di persona. E se pure tenti di farlo, ti gravi nei pericoli, perchè quelli che rimangono si accendono più nell'odio, e sono più parati alla vendetta. Che il tempo a consumare i desiderî della libertà non basti è certissimo, perchè s'intende spesso quella essere in una città da coloro riassunta, che mai la gustarono; ma solo per la memoria che ne avevano lasciata i padri loro l'amano.... E quando mai i padri non l'avessero ricordata, i palazzi pubblici, i luoghi de' magistrati, le insegne dei liberi ordini la ricordano, le quali cose conviene che siano con massimo desiderio da' cittadini conosciute. Quali opere volete voi che siano le vostre, che contrappesino alla dolcezza del vivere libero, o che faccino mancare gli uomini del desiderio delle presenti condizioni? Non se voi aggiungessi a questo imperio tutta la Toscana, e se ogni giorno tornassi in questa città trionfante de' nimici nostri, perchè tutta quella gloria non sarebbe sua, ma vostra, e i cittadini non acquisterebbero sudditi, ma conservi, per i quali si vedrebbero nella servitù raggravare. E quando i costumi vostri fossero santi, i modi benigni, i giudizi retti, a farvi amare non basterebbero. E se voi credessi che bastassero, v'ingannereste, perchè a uno consueto a vivere sciolto ogni catena pesa, ed ogni legame lo stringe.»[327] In questo modo lo avvertono, che il suo desiderio della tirannide lo spinge a sicura rovina.

Il Machiavelli, com'è ben noto, non era il primo a porre questi lunghi discorsi nella sua storia. Gli eruditi, per imitare gli antichi, avevano già da un pezzo introdotto un tale uso, di cui assai spesso fecero anche abuso. Mentre però gli antichi storici, dandoci anch'essi discorsi solamente immaginarî, riuscivano eloquenti e veri, perchè facevano parlare i Greci ed i Romani nel modo in cui veramente sentivano; gli eruditi, volendo far parlare da Romani gl'Italiani del Medio Evo e del secolo XV, finivano col fare solo poveri esercizî di retorica. E lo stesso difetto si riscontra anche in molti storici del Cinquecento. Un valore ben diverso hanno però i discorsi del Guicciardini e del Machiavelli. Il primo qualche rara volta pone in bocca de' suoi personaggi quello che veramente dissero; quasi sempre fa da loro esporre le cause, le relazioni e le conseguenze reali dei fatti stessi. E così i suoi discorsi riescono ad avere un gran valore, sebbene di tanto in tanto non manchi in essi un po' di retorica. Quelli del Machiavelli, immaginarî anch'essi, espongono invece i sentimenti, le considerazioni proprie dell'autore intorno agli avvenimenti storici, e sono perciò sempre profondi, eloquentissimi, sebbene, se si guarda ai personaggi che parlano, l'anacronismo e la inverosimiglianza siano spesso assai visibili. Chi infatti può credere che i Signori di Firenze avrebbero mai osato parlare al Duca d'Atene, armato e già padrone della Città, con tanto ardire, manifestando un così profondo amore della libertà? Pure il loro discorso riesce eloquentissimo, perchè esprime quello che i fatti stessi dicevano ed ispiravano al Machiavelli, il quale, esaltato dalla sua propria narrazione, è quello veramente che parla, e parla con profonda convinzione.

Dopo di ciò, sempre colla scorta del Villani, egli prosegue la storia della tirannide del Duca, dell'odio che ne nacque nel popolo, delle tre congiure contemporaneamente ordite da tre ordini diversi di cittadini, e finalmente ci descrive con vivissimi colori lo scoppio feroce dell'ira popolare, che prima cacciò il tiranno, e poi si rivolse contro i più fidi seguaci e sostegni di lui, specialmente contro il conservatore Guglielmo d'Assisi ed il suo figlio di 18 anni.[328] «Appariscono gli sdegni maggiori e sono le ferite più gravi, quando si ricupera una libertà che quando si difende.... Furono messer Guglielmo e il figliuolo posti intra le migliaia de' nemici loro, e il figliuolo non aveva ancora diciotto anni. Nondimeno l'età, l'innocenza, la forma sua nol poterono dalla furia della moltitudine salvare; e quelli che non poterono ferirgli vivi, gli ferirono morti, nè saziati di straziarli col ferro, con le mani e con i denti gli laceravano. E perchè tutti i sensi si soddisfacessero nella vendetta, avendo prima udito le loro querele, veduto le loro ferite, tocco le lor carni lacere, volevano che ancora il gusto le assaporasse, acciocchè, come tutte le parti di fuori ne erano sazie, quelle di dentro ancora se ne saziassero.»[329] Anche questi ultimi particolari sono, con poche alterazioni, cavati dal Villani; ma lo stile è tale che solo il Machiavelli sapeva trovarlo, specialmente quando doveva manifestare odio alla tirannide, amore alla libertà.

Cacciato il Duca, spenti i suoi più fidi, dopo altre discordie e tumulti, furono richiamati in vigore gli Ordinamenti della Giustizia, e i Grandi vennero da capo esclusi affatto dal governo, che tornò nelle mani del popolo. Questa loro ultima disfatta fu tale, che cercarono, mutando nomi, di confondersi col popolo, contro il quale non osarono più di prendere le armi, «anzi continuamente più umani ed abietti divennero. Il che fu cagione che Firenze non solamente di armi, ma di ogni generosità si spogliasse.»[330] Qui è notevole che il Machiavelli, il quale tanto desiderava il trionfo della democrazia, e tanto odiava l'aristocrazia, pur vide e francamente dichiarò, che col cadere di questa, decaddero le armi dei Comuni italiani, i quali si gettarono poi in braccio ai capitani di ventura, che furono la rovina della libertà, della indipendenza e della forza nazionale, come egli dimostra nei libri seguenti.

Il secondo libro delle _Istorie_ adunque ha grandi lacune, ha molte inesattezze, non parla dei fatti esterni della Repubblica, sopra alcuni fatti interni si ferma a lungo, sopra altri passa leggermente; compilato sulla _Cronica_ del Villani, non ha ricerche originali d'alcuna sorta. Eppure, se anche mettiamo da parte l'episodio principale, cioè quello del Duca d'Atene, con così vigorosa e splendida eloquenza narrato, questo secondo libro rimane sempre un vero capolavoro nella nostra letteratura storica. In esso il Machiavelli, con uno sguardo di aquila, abbraccia nella sua unità la storia di più d'un secolo. I fatti che nel Villani sono narrati con evidenza, ma restano disgregati e come gettati a caso sulla carta; quella serie di rivoluzioni, di sempre nuovi disordini e sempre nuove costituzioni politiche, che, secondo tutti i cronisti ed anche secondo gli storici, sembrano in piena balìa del caso, conseguenza solo di odî brutali e di feroci passioni, si connettono a un tratto mirabilmente, logicamente fra loro, e per la prima volta divengono finalmente una vera storia. Il Machiavelli s'è avvisto che tutte queste rivoluzioni hanno una stessa cagione, un solo scopo, verso cui continuamente sospingono la Repubblica, fino a che essa non tocca la mèta predestinata. Si tratta di una lotta sanguinosa fra il popolo, in cui scorre il sangue latino, e l'aristocrazia feudale, che è di origine germanica, straniera all'Italia. La fine di questa lotta è la distruzione totale prima dei nobili feudali, poi dei Grandi, il che avviene nel 1293, e si compie anche meglio dopo la cacciata del Duca d'Atene. In questo modo tutte le rivoluzioni e costituzioni fiorentine non solo si connettono fra loro, ma si seguono come evoluzione d'una sola e medesima idea. E così, per opera dell'analisi critica del Machiavelli, la storia più intricata e confusa acquista ad un tratto l'evidenza d'una proposizione geometrica. Egli ha illuminato le tenebre con la luce vivissima della sua potente intelligenza, ed ha portato il più mirabile ordine nel caos che ci avevano lasciato i cronisti. Tutto il segreto della storia fiorentina è in questo secondo libro. E qui si può veramente affermare che nessuno è mai riuscito a far meglio, e che i molti i quali non seppero, anche dopo, seguire la via da lui aperta, deviarono sempre dalla mèta, ricaddero nel disordine e nella confusione.

Il terzo libro va dall'anno 1353 fino a poco dopo il 1414,[331] ed è compilato con tre diversi autori. Fino al 1378 il Machiavelli si vale dell'_Istoria Fiorentina_ di Marchionne di Coppo Stefani, nel modo stesso che ha fatto del Villani, fermandosi cioè alle sole rubriche che parlano delle lotte interne della Repubblica, e delle sue riforme politiche. L'argomento proprio di questo libro è la esposizione del modo in cui i partiti, moltiplicandosi, decompongono lo Stato, corrompono la Città, e col distruggere la libertà, spianano la via alla tirannide. L'episodio principalissimo è quindi il tumulto dei Ciompi (1378), che cogli eccessi della plebe pone i germi della potenza futura dei Medici, i quali perciò appunto erano stati i segreti fautori e promotori del tumulto stesso. Nel raccontarlo il Machiavelli si vale della storia che ne scrisse il contemporaneo Gino Capponi. Siccome però questa non è compiuta, così egli deve, verso la fine, tornare di nuovo a Marchionne di Coppo Stefani. Più oltre, nello stesso libro, ricorre anche ad altri autori, ma è difficile determinarli tutti, perchè la narrazione procede qui assai rapida. Il Machiavelli è cautissimo nella scelta delle sue fonti; gli scrittori che preferisce sono sempre i più autorevoli e sicuri nella narrazione dei fatti pei quali se ne giova. Questo però non gl'impedisce di farne un uso affatto arbitrario, quando specialmente vuol dar forza a qualche suo concetto o teoria politica.

Ogni libro di questa storia incomincia con alcune considerazioni generali. Il primo, col ragionare brevemente delle emigrazioni ed invasioni dei popoli germanici, il secondo, col discorrer delle colonie. Dal terzo libro in poi abbiamo vere e proprie introduzioni, ciascuna delle quali pone in termini chiari e precisi un problema storico-politico, che dalla narrazione seguente viene dimostrato. Esse sono preziose, non solo per il loro intrinseco valore, ma perchè ci fanno vedere come col Machiavelli la storia s'andò trasformando in scienza politica. Questa trasformazione noi la vediamo seguire quasi sotto i nostri occhi. «Le nimicizie naturali,» così incomincia il terzo libro, «fra il popolo e i nobili sono quelle che dividono e perturbano le città. Esse tennero divise Roma e Firenze, ma in modo diverso; perchè a Roma si manifestavano disputando, e si sopivano con una legge fatta pel pubblico bene; a Firenze invece si cominciavano combattendo, si inasprivano con gli esilî e la morte de' cittadini, si finivano con una legge fatta a solo vantaggio dei vincitori. Quelle di Roma, avvicinando il popolo ai nobili, alimentarono la virtù militare; quelle di Firenze, distruggendo i Grandi, la spensero. Tutto ciò avvenne, perchè il popolo romano voleva dividere coi Patrizî il governo dello Stato; quello di Firenze voleva invece escluderne i Grandi, per esser solo a comandare. Il primo desiderio era giusto, e la nobiltà romana cedette; il secondo ingiusto, e la nobiltà fiorentina dovè resistere. Così si venne alle armi, agli esilî, al sangue, e le leggi furono ingiuste, parziali, crudeli. I nobili dovettero mutare nomi, insegne, costumi, e confondersi col popolo, tanto che quella virtù d'armi e generosità d'animo, che era nella nobiltà, si spense, e nel popolo dove la non era, non si potè riaccendere. Così Firenze sempre più umile e più abietta ne divenne.»[332]

Questo paragone, che si trova più volte ripetuto anche nei _Discorsi_, non è esatto. Il Machiavelli qui non osserva che l'aristocrazia fiorentina era feudale, di origine straniera, e quella di Roma, di origine nazionale; esagera assai quando dice che le lotte fra il popolo ed i Patrizî furono a Roma sempre pacifiche, e dimentica che anch'esse portarono ad una uguaglianza su cui si fondò poi il Cesarismo. In realtà egli paragona la storia di Firenze con una storia alquanto immaginaria di Roma, cui attribuisce le qualità tutte che egli vuol vedere nel suo concetto ideale delle lotte politiche. Quello che dice di Firenze è però verissimo, profondamente osservato; e le sue considerazioni, a questo proposito, hanno un gran valore intrinseco. Esse somigliano singolarmente a ciò che disse più tardi un grande scrittore moderno, paragonando la storia politica della Francia con quella dell'Inghilterra. L'aristocrazia inglese s'unì alla borghesia nel governare il paese, e ne ricevette sempre nuovo vigore e nuova vita; la francese si separò affatto dalla borghesia, dal popolo, e finì coll'essere distrutta dalla democrazia restata padrona. L'Inghilterra ebbe perciò un regolare progresso, un governo forte, ordinato e libero; la Francia ebbe invece continue rivoluzioni, ed arrivò ad una grande uguaglianza, in mezzo alla quale divennero possibili e si poterono sperimentare tutte le forme di governo. Nè molto diversamente il Machiavelli finisce la sua introduzione al terzo libro, quando dice che «Firenze a quel grado è pervenuta che facilmente da un savio dator di leggi potrebbe essere in qualunque forma di governo riordinata.»[333]

Il duca d'Atene aveva, per fondare la sua tirannide, sollevato la plebe, appoggiandosi sopra di essa. E così, dopo la sua cacciata, si vide apparire nella lotta dei partiti un nuovo ordine di cittadini, che divenne un nuovo germe di discordia. In fatti si videro ora lottare a Firenze il popolo grasso delle Arti Maggiori, il popolo minuto delle Arti Minori e la plebe. Le armi, per la distruzione della nobiltà, erano decadute; le guerre si facevano perciò colle Compagnie di ventura, e quindi col danaro. In tale stato di cose cominciarono a primeggiare la famiglia degli Albizzi ed altri popolani grassi, che prevalevano nella Città, non come facevano una volta i Grandi, con la forza e la violenza, ma per mezzo di quelli che si chiamavano allora i _modi civili_, o sia impadronendosi degli uffici politici, perseguitando, esiliando gli avversarî come Ghibellini, sebbene questo partito più non esistesse. Il disordine fu grande davvero, ed il Machiavelli, per meglio dipingerlo, per esporre di nuovo le sue considerazioni sulla storia dei partiti, esprimendo tutto il suo dolore dinanzi allo spettacolo della patria e della libertà pericolanti, fa venire dinanzi ai Signori alcuni cittadini, uno dei quali parla ad essi in questo modo: «Nelle città d'Italia tutto quello che può essere corrotto e che può corrompere altri, si raccozza. I giovani sono oziosi, i vecchi lascivi, e ogni sesso, ogni età è piena di brutti costumi, a che le leggi buone, per essere dalle cattive usanze guaste, non rimediano.... Di qui gli ordini e le leggi non per pubblica, ma per propria utilità si fanno. Di qui le guerre, le paci, le amicizie non per gloria comune, ma per soddisfazione di pochi si deliberano.» «E se alcuna città fu mai da queste divisioni lacerata, la nostra è certo più d'ogni altra.» «Onde ne nasce che sempre, cacciata una parte e spenta una divisione, ne sorge un'altra; perchè quella città che con le sètte più che con le leggi si vuol mantenere, come una sètta è rimasa in essa senza opposizione, di necessità conviene che intra sè medesima si divida.» «Si credeva in fatti che, distrutti i Ghibellini, resterebbero lungamente felici i Guelfi; ma essi si divisero invece in Bianchi ed in Neri. Vinti i Bianchi, si combattè per le divisioni fra popolo e Grandi. E per dare poi ad altri quello che per noi medesimi possedere non sapevamo, ora al re Roberto, ora al fratello, ora al figlio, ed in ultimo al Duca d'Atene la nostra libertà sottoponemmo. Ma perchè non fummo mai d'accordo a vivere liberi, nè d'essere servi ci contentammo, cacciammo il Duca d'Atene, il cui acerbo e tirannico animo non riuscì tuttavia a farci savî, ad insegnarci a vivere. Combattemmo infatti fra di noi più di prima, tanto che l'antica nobiltà fu vinta, e dovè rimettersi in balìa del popolo. Si credette così finita ogni cagione di scandalo, essendosi messo un freno a coloro che per superbia dividevano la Città. S'è visto, invece, quanto l'opinione degli uomini sia fallace, perchè la superbia e l'ambizione de' Grandi non si spensero, ma furono ereditate dai popolani, alcuni dei quali, secondo l'uso degli ambiziosi, cercano ottenere essi il primo grado nella Repubblica, e risuscitano il nome di Guelfi e di Ghibellini, che era già spento. Per carità della patria, spegnete ora quel male che ci ammorba, quella rabbia che ci consuma, quel veleno che ci uccide, ponendo freno all'ambizione di costoro, annullando gli ordini che sono delle sètte nutritori, e prendendo quelli che al vero vivere libero e civile sono conformi.»[334]

I Signori elessero allora cinquantasei cittadini per riformare la Repubblica; ma questi riuscirono solo a portare maggior confusione, perchè, come già molte volte il Machiavelli aveva osservato e qui ripete, «gli assai uomini sono più atti a conservare un ordine buono, che a saperlo per loro medesimi trovare.»[335] Così gli Albizzi ne uscirono più potenti di prima, e quando papa Gregorio XI mosse da Avignone guerra a Firenze, essi, alla testa del popolo grasso, presero tutti i provvedimenti necessarî alla difesa, e condussero la guerra con tanta energia, che non solamente furono respinte le forze del Papa, ma le città da lui dipendenti nel suo proprio Stato vennero sollevate in nome della libertà. E gli Otto della Guerra, sebbene avessero fatto poco conto delle censure, avessero spogliato le chiese dei loro beni, e forzato il clero a celebrare gli uffici divini, ebbero tutto il favore del popolo, e vennero chiamati _Otto Santi_, «tanto quei cittadini stimavano allora più la patria che l'anima.»[336]

La cagione del potere acquistato dagli Albizzi e dal popolo grasso stava nel fatto che solo i ricchi mercanti, i quali si trovavano alla direzione della grande industria e del grande commercio fiorentino, erano interessati a sostenere le guerre esterne della Repubblica, per aumentarne la potenza, e nello stesso tempo tutelare la libertà dei traffici, coi quali venivano accumulate le ricchezze loro e della Città. Essi erano perciò pronti sempre a tutti i sacrifizî necessarî. Aggravavano di tasse sè stessi e gli altri, nè avevano troppi scrupoli a restringere, occorrendo, le pubbliche libertà. Le Arti Minori, invece, che vivevano della piccola industria e del piccolo commercio interno, volevano la pace, il lusso necessario alla loro florida esistenza, minori gravezze e maggiori libertà; volevano avere anch'esse qualche parte nel governo. Così avveniva costantemente che il popolo grasso trionfava con la guerra, ed il popolo minuto con la pace. E così, non appena fu finita la guerra contro il Papa, cominciarono subito i lamenti per le spese fatte, per le gravezze sopportate. Gli Albizzi allora perderono favore; il popolo minuto invece guadagnò terreno, e si volse a cercare capi che lo guidassero. Ne trovò uno accortissimo in Salvestro de' Medici, il quale, sebbene fosse del popolo grasso, si fece sin d'allora sostenitore degl'interessi del popolo minuto, cominciando così con infinita avvedutezza a spianare la via del principato alla propria famiglia. Il Machiavelli è il primo che veda fin da questo momento, le origini remote della potenza medicea, e determini chiaramente il carattere della loro astutissima e fortunata politica.

Eletto Gonfaloniere nel 1378, Salvestro avversò gli Albizzi, favorì i loro nemici ed il popolo minuto, richiamò in vigore gli Ordini della Giustizia andati in disuso. Ma tutto ciò non si potè fare, senza che ne nascesse tumulto, e ne seguissero conseguenze inaspettate. «Non sia mai,» osserva qui il Machiavelli, «alcuno che muova un'alterazione in una città, per credere poi o fermarla a sua posta, o regolarla a suo modo.»[337] Questo fu in fatti il principio del tumulto dei Ciompi, che occupa una gran parte del terzo libro, e che il Machiavelli racconta minutamente con la scorta del Capponi, aggiungendovi di suo molti discorsi e considerazioni.[338] Il popolo e la plebe, avute le prime concessioni, cominciarono a sollevarsi, tumultuando, e facendo alla Signoria sempre nuove domande. Quando appena esse erano soddisfatte, ne aggiungevano subito altre più esagerate, e finalmente cominciarono anche a saccheggiare ed a bruciare le case dei cittadini. Laonde il gonfaloniere Luigi Guicciardini, radunati i capi delle Arti, diceva loro: «Noi abbiamo ceduto a tutte le vostre domande. Si è tolta autorità ai magistrati; si sono raffrenati di nuovo i Grandi; abbiamo mandato in esilio molti potenti cittadini, perdonato a coloro che bruciarono le case e spogliarono le chiese. Che fine avranno omai queste vostre domande? Non vedete che noi sopportiamo con più pazienza l'esser vinti, che voi la vittoria? A che condurranno queste vostre divisioni questa vostra città?»[339]

E dopo che il Machiavelli ha fatto in tal modo parlare il Gonfaloniere, pone in bocca d'un popolano un altro discorso, che ricorda qualche volta il linguaggio di Catilina in Sallustio, e ritrae con singolare eloquenza le passioni selvagge della plebe sfrenata di Firenze. V'è anche una strana mistura di paganesimo e di cristianesimo tutta propria del Rinascimento. «Quando noi dovessimo ora deliberare, se si avessero a pigliare le armi, ardere e rubare le case dei cittadini, forse anch'io consiglierei piuttosto una quieta povertà che un pericoloso guadagno. Ma perchè le armi sono prese e molti mali già fatti, bisogna ora non lasciar quelle, e de' mali commessi assicurarci. Quando altro non c'insegnasse, la necessità c'insegna. La Città è piena di odio contro di noi, e nuove forze contro le nostre teste si apparecchiano. Nè a farci perdonare gli errori vecchi c'è altro modo che farne dei nuovi, raddoppiando le arsioni e le ruberie, cercando di avere in esse molti compagni», «perchè dove molti errano, niuno si gastiga, ed i falli piccoli si puniscono, i grandi ed i gravi si premiano. E quando molti patiscono, pochi cercano di vendicarsi, perchè le ingiurie universali con più pazienza che le particolari si sopportano. Il moltiplicare adunque nei mali ci farà più facilmente trovar perdono.... Duolmi bene ch'io sento che molti di voi delle cose fatte per coscienza si pentono, e dalle nuove si vogliono astenere. E certamente s'egli è vero, voi non siete quelli uomini che io credeva che foste, perchè nè coscienza, nè infamia vi debbe sbigottire;[340] perchè coloro che vincono in qualunque modo vincono, mai non ne riportano vergogna. E della coscienza noi non dobbiamo tener conto, perchè dove è, come è in noi, la paura della fame e delle carceri, non può nè debbe quella dello Inferno capere.»[341]

Ed ora, in mezzo al tumulto, si presenta al Machiavelli la singolare figura di Michele di Landò, che scalzo e con poche vesti indosso, con tutta la turba dietro, salì sopra la scala del Palazzo, e fu dal popolo proclamato Gonfaloniere. Per mostrarci poi come questo popolano, che ormai ha già esaltato la sua immaginazione, era «sagace e prudente, e più alla natura che alla fortuna obbligato,» egli ci narra un aneddoto che in buona parte è sua invenzione. Dice adunque che Michele di Lando, vedendosi esaltato da un popolo, nell'ebbrezza della vittoria avido di sangue, voleva trovar modo di dominarlo, per impedirgli di trascendere a maggiori eccessi. Comandò quindi che si cercasse un tale ser Nuto, uomo odiatissimo, che era stato dagli avversari del popolo designato per bargello; e tutti allora s'avviarono, pieni d'ira, a cercarlo. Michele di Lando profittò subito del momento, per cominciare con giustizia quel governo che aveva acquistato con fortuna, e non solo ordinò che niuno osasse più di ardere le case, ma fece piantare le forche in Piazza, dimostrando così che era deciso a punir severamente chi non obbediva. In questo mezzo tornò la moltitudine, menando ser Nuto, che fu «a quelle forche per un piede impiccato, del quale avendone qualunque era intorno spiccato un pezzo, non rimase in un tratto di lui altro che il piede.» Secondo il Machiavelli, Michele di Lando non dette l'ordine esplicito d'ammazzare ser Nuto, perchè non ve n'era bisogno. Designando però la vittima odiata, che nessuno avrebbe potuto o voluto salvare, pensò con essa di saziare l'ira popolare. E così avrebbe trovato il modo di risparmiare la vita e le case di molti cittadini, di ristabilire subito l'ordine e la giustizia.[342]

Se non che, tutto ciò non è storicamente vero. Il Capponi, nel suo _Tumulto dei Ciompi_, non parla del fatto, perchè la sua narrazione si ferma prima d'arrivare a questo punto; ne parlano invece gli altri storici, a cui ora ricorre il Machiavelli, ma essi[343] l'attribuiscono ad uno scoppio feroce e spontaneo d'ira popolare, senza punto accennare che Michele di Lando vi avesse avuto parte alcuna. L'eccidio seguì di certo, e sembra ancora che, dopo averlo compiuto, il furor popolare si calmasse davvero. Ma l'ordine dato da Michele al popolo, e la intenzione con cui l'avrebbe dato, sono menzionati solo dal Machiavelli, e furono da lui inventati. Egli era talmente persuaso, che un uomo il quale, nelle rivoluzioni, nella politica, salga d'un tratto a grande altezza, deve di necessità avere nelle vene una qualche goccia del sangue di Cesare Borgia, che la vedeva anche là dove non ve n'era traccia.[344] Del semplice scardassiere, che godè di una brevissima popolarità, che fece in vero più bene che male, ed ebbe molti lodatori, ma non fu nulla di singolarmente grande, volle formare un accorto politico, un gran personaggio. Lo ammirò oltre misura, perchè lo vide difensore della libertà popolare, senza pensare a valersi mai della prospera fortuna, per tentare di farsi tiranno. Ed una volta cominciato a dipingere il suo quadro in proporzioni assai maggiori del vero, egli lo volle, perchè riuscisse anche più attraente, colorire colla propria immaginazione, la quale troppo spesso vedeva il Valentino per tutto. E continuò, con la stessa ammirazione, con la stessa fantasia, sino alla fine. Quando poi la plebe tornò ai disordini, passando ogni confine, e non valsero ragioni nè minacce a frenarla, Michele, secondo il Machiavelli, corse la Città con la spada in mano, seguito da molti armati, e domò colla forza i ribelli. Così finalmente si sarebbero posati i tumulti «solo per virtù del Gonfaloniere, il quale d'animo, di prudenza e di bontà superò in quel tempo qualunque cittadino, e merita d'essere annoverato in tra i pochi che abbino beneficato la patria loro, perchè la bontà sua non gli fece venir pensiero nell'animo che fosse al bene universale contrario.»[345] Ma tutto ciò è lavoro d'immaginazione. Michele di Lando fu invece un personaggio assai modesto, che spesso divenne involontario, inconscio strumento nelle mani di Salvestro de' Medici, ed in nessun caso avrebbe mai potuto, seriamente aspirare alla tirannide.[346]

Il Machiavelli torna qui a Marchionne Stefani,[347] e poco giovandosi dell'Aretino[348] o di altri, continua la sua narrazione fino al 1414. Esamina, innanzi tutto, le prime conseguenze del Tumulto dei Ciompi, le quali furono una reazione contro l'eccessivo potere della plebe, cacciata ora dal governo, ed un nuovo trionfo delle Arti. Le Minori prevalsero però sulle Maggiori, e salirono quindi in auge i nemici degli Albizzi, come Giorgio Scali e più specialmente ancora Salvestro de' Medici. Questi, che era stato sin da principio il segreto promotore e manipolatore del tumulto, seppe profittare a suo proprio vantaggio della reazione che ne seguì a danno della plebe e delle Arti Maggiori. Egli e non Michele di Lando fu veramente l'accorto politico, e ciò, secondo il Machiavelli stesso, il quale poi, non volendo lodare una condotta senza audacia e di soli sotterfugi, che mirava a distruggere la libertà, esaltò e idealizzò invece il modesto e ardito scardassiere, che non pensò mai ad abusare della fortuna, a danno del popolo ed a suo proprio vantaggio.

Quando incominciò più tardi la lunga guerra dei Fiorentini contro Giovan Galeazzo Visconti, chiamato il Conte di Virtù, signore di Milano, che voleva farsi padrone di tutta Italia, il governo di Firenze tornò di nuovo nelle mani delle Arti Maggiori e degli Albizzi, i quali condussero la guerra con energia e con mirabile patriottismo.[349] Ma essi dovettero aumentare le gravezze, e tener basso il popolo minuto, che ne restò naturalmente assai scontento. Laonde, quando appena cessarono i pericoli e si tornò alla pace, la moltitudine si sollevò subito, rivolgendosi a messer Vieri de' Medici, che divenne come il capo della Città, seguendo sempre la stessa accorta politica di aspettazione.

Il quarto libro descrive in qual modo i Medici arrivarono finalmente a toccare la mèta desiderata. S'incomincia dal 1420, facendo così un salto di parecchi anni, e si arriva fino al trionfo di Cosimo de' Medici, dopo il suo ritorno dall'esilio nel 1434. La ragione del salto non sta solamente nel non essere in quel mezzo seguiti fatti molto notevoli. Il Machiavelli si vale qui esclusivamente d'una nuova fonte, le _Istorie Fiorentine_ di Giovanni Cavalcanti, e queste incominciano appunto dal 1420.[350] Il poco o nessun valore letterario dell'opera, la fece restar lungamente dimenticata; pure come narrazione di avvenimenti contemporanei, essa fu giudicata ed è veramente una guida sicura. Il Machiavelli ebbe quindi ragione di giovarsene moltissimo, più assai che non fece di tutte le altre sue fonti. Qualche volta, mutandone solamente lo stile, la copia addirittura.

I Medici incominciano ora ad essere potenti davvero, ed egli sembra perciò rivolgere più che può lo sguardo dai fatti interni di Firenze, per fermarsi invece a parlare lungamente delle guerre esterne, che aveva finora sempre trascurate. Ne parla però solo per avere occasione a dir male dei capitani di ventura, a notare la funesta azione che esse ebbero sui partiti in Firenze, ponendo in luce l'arte infinita con cui i Medici seppero cavarne profitto. Prende dal Cavalcanti il racconto d'alcune di esse, e lo colorisce a suo modo; ne lascia però da parte altre non poche, seguendo il suo autore nella narrazione che egli ci lasciò dei fatti interni. Il Cavalcanti fa su di essi anche le sue considerazioni, esponendole in lunghissimi, eterni discorsi, che pone in bocca de' suoi personaggi. Questi discorsi sono retorici, gonfi, penosissimi a leggersi; ma hanno il pregio di contenere i ragionamenti che si facevano allora in Firenze. Ed il Machiavelli li imita, qualche volta li copia addirittura. Se non che, quelle retoriche cicalate, per la magica forza della sua penna, diventano eloquentissime, come anche le lunghe, monotone narrazioni del Cavalcanti diventano, spesso con pochi accorti mutamenti, rapide, efficaci, vivacissime. E se a ciò s'aggiunge la connessione logica de' fatti, che egli vi pone sempre di suo, capiremo come questo quarto libro delle _Storie_ possa avere un proprio e non piccolo valore, nonostante la continua imitazione, la quale è tale davvero, che niuno può farsene un'idea chiara, senza paragonare fra loro i due autori. E dal paragone apparisce ancora con quanto poco un uomo di genio possa mutare un pessimo scritto in uno eccellente.

Dopo una breve introduzione sui pericoli che corre la libertà, se le buone leggi non frenano gli eccessi dei nobili, che spingono alla oppressione, e quelli del popolo, che spingono alla licenza, il Machiavelli osserva come queste buone leggi le ebbero gli antichi, non le repubbliche italiane del Medio Evo, che perciò finiron tutte coll'aver bisogno d'essere da qualcuno comandate. «Un esempio manifesto ne dette Firenze, dove le parti nate per la discordia degli Albizzi e dei Ricci, e da messer Salvestro de' Medici con tanto scandalo risuscitate, mai non si spensero. Grandi furono certo i meriti degli Albizzi verso la patria; ma essi divennero subito insolenti, e si lacerarono per invidia fra di loro, il che dette modo ai Medici di riprendere sempre maggiore autorità sul popolo. Così Giovanni arrivò finalmente al primo magistrato, con grande allegrezza dell'universale. Ed invano i più savî, massime Niccolò da Uzzano, avvertirono che già si era al principio della tirannide.»[351]

Di qui si vien subito alla guerra contro Filippo Maria Visconti, che aspirava al dominio d'Italia. E gli Albizzi furono di nuovo a capo del governo, di nuovo conducendo con molta energia la guerra, che finì nel 1424 con la rotta di Zagonara.[352] Il Cavalcanti dice che la battaglia «incominciò grandissima e mortale;» ma che i Fiorentini furono per imperizia dei capitani circondati e messi in fuga. Il generale supremo fu fatto prigioniero; Lodovico degli Obizzi, uno dei capitani, fu morto; un terzo affogò nell'acqua.[353] Secondo l'Ammirato furono inoltre disarmati dal nemico 3200 cavalieri.[354] Tutto questo fa credere che, oltre i capitani, morissero anche parecchi soldati. Ma al Machiavelli, che pure ha dinanzi a sè la narrazione del Cavalcanti, non par vero di trovare una prima occasione ad esprimere il disprezzo che aveva per le armi mercenarie, e senza parlare d'alcuna resistenza, conclude dicendo, che «in tanta rotta per tutta Italia celebrata, non morì altri che Ludovico degli Obizzi, insieme con due altri dei suoi, i quali cascati da cavallo, affogarono nel fango.»[355] Vedremo che lo stesso presso a poco egli ripete anche di altre guerre fatte allora, nelle quali la resistenza fu assai maggiore ed il numero dei morti meglio conosciuto.

La rotta di Zagonara ebbe per sua immediata conseguenza, la disfatta in Firenze delle Arti Maggiori e degli Albizzi. In tutte le piazze si gridava contro la loro ambizione. «Ora hanno creato costoro i Dieci per dar terrore al nimico? Ora hanno eglino soccorso Forlì e trattolo dalle mani del Duca? Ecco che si sono scoperti i consigli loro, ed a qual fine camminavano: non per difendere la libertà, la quale è loro inimica, ma per accrescere la potenza propria, la quale Iddio ha giustamente diminuita. Nè hanno solo con questa impresa aggravata la Città, ma con molte, perchè simile a questa fu quella contro al re Ladislao. A chi ricorreranno eglino ora per aiuto? A papa Martino, stato a contemplazione di Braccio straziato da loro? Alla reina Giovanna, che per abbandonarla l'hanno fatta gettare in grembo al re di Aragona?»[356] Chi mai crederebbe che questo discorso è addirittura calcato sopra quello già scritto dal Cavalcanti? E pure è così certamente.[357] Vennero allora creati venti cittadini, per mettere nuove imposte, e pagar le spese della guerra. Essi però aggravarono principalmente i popolani grassi; e questi si radunarono in Santo Stefano, dove Rinaldo degli Albizzi tenne loro un discorso, che il Cavalcanti ci dà in quindici pagine, diluendo in un mare di frasi le proposte che furono fatte, e che il Machiavelli raccoglie, con grande evidenza, in poche parole. Bisognava rendere, disse l'Albizzi, lo Stato ai potenti, e torre autorità alle Arti Minori, riducendole da quattordici a sette.[358] Seguono ancora altri discorsi, che son sempre imitati dal Cavalcanti. E finalmente l'Albizzi riceve dai suoi incarico di guadagnare alla parte Giovanni dei Medici. Ma questi gli rispose dichiarandosi avverso alle novità, amico del popolo,[359] il che gli accrebbe subito favore grandissimo nella Città. E qui il Cavalcanti continua, in venticinque capitoli, a parlare delle guerre esterne, che il Machiavelli tralascia quasi del tutto, ricordandone appena qualche aneddoto.

Seguìta la pace, rinacquero al solito le discordie, e Giovanni dei Medici favorì la legge del Catasto, la quale, dando modo di mettere le imposte secondo i redditi accertati, e non più ad arbitrio, era dal popolo grasso avversata, dal minuto desiderata, e fu vinta coll'aiuto di Giovanni,[360] che poco dopo morì (1429). La descrizione della sua morte, il discorso ai figli, e perfino il suo elogio son presi sempre dalla stessa sorgente, migliorandola con la solita arte.[361] Corre poi il Machiavelli rapidissimamente sopra altri fatti, ed arriva alla guerra contro Lucca, che riuscì in fine tutta a favore dei Medici. Deliberata, per opera d'Astorre Gianni e di Rinaldo degli Albizzi, i quali andarono commissari al campo, essa fu ben presto causa della loro rovina. Astorre Gianni si condusse con grande crudeltà contro Seravezza che pur si era già spontaneamente arresa. E però alcuni di quei cittadini vennero in Firenze, dicendo: «Questo vostro commissario non ha d'uomo altro che la presenza, nè di Fiorentino altro che il nome: una peste mortifera, una fiera crudele, un mostro orrendo, quanto mai da «alcuno scrittore fosse figurato.»[362] Astorre allora fu richiamato, e l'Albizzi, pieno di sdegno perchè lo accusavano di aver mercanteggiato sugli approvvigionamenti dell'esercito e sulle prede di guerra, abbandonò il campo e rinunziò l'ufficio.[363] Dopo di che la guerra andò di male in peggio, ed i Fiorentini vennero disfatti presso il Serchio.

Il Machiavelli, ricordate in breve queste fazioni, che il Cavalcanti narra a lungo, introduce finalmente sulla scena Cosimo de' Medici, che da gran tempo aspettava l'occasione ormai vicina. Ne fa il ritratto, lodandone i modi, la prudenza singolare, la liberalità grandissima verso gli amici, della quale si valeva a divenir sempre più potente. Egli aveva prima favorito la guerra contro Lucca, ed ora che, condotta dall'Albizzi, era riuscita così male, taceva o ne faceva cadere su questo tutta la colpa. Il Barbadori che s'era avvisto dell'arte finissima, invano andò da Niccolò da Uzzano,[364] per indurlo ad unirsi coll'Albizzi, e cacciare dalla Città Cosimo. Nel farci questo racconto, seguendo le tracce del Cavalcanti, il Machiavelli tralascia il discorso che questi pone in bocca del Barbadori; ma copia, modificandolo nella forma, quello dell'Uzzano, aggiungendovi di suo appena qualche riflessione. «E' si farebbe per te, per la tua casa e per la nostra Repubblica, che tu e gli altri che ti seguono in questa opinione, avessero la barba piuttosto d'ariento che d'oro, perchè i loro consigli, procedendo da capo canuto e pieno di esperienza, sarebbero più savî e più utili a ciascheduno.»[365] «Questa nostra parte voi la chiamate dei nobili; ma se così è, io ti ricordo che i nobili furono sempre in Firenze vinti dalla plebe. Ed ora si aggiunge, che noi siamo divisi e gli avversari sono uniti.[366] Cosimo ha poi in mille modi beneficato il popolo.» «Adunque converrebbe addurre le cagioni del cacciarlo, perchè egli è pietoso, officioso, liberale e amato da ciascuno. Dimmi un poco qual legge è quella che proibisca o che biasimi e danni negli uomini la pietà, la liberalità, lo amore?[367] E benchè siano modi tutti che tirino gli uomini volando al principato, nondimeno e' non sono creduti così, e noi non siamo sufficienti a dargli ad intendere, perchè i modi nostri ci hanno tolta la fede.» «Certo, sebbene e' sia molto difficile il cacciare Cosimo, pure, avendo una Signoria amica, si potrebbe riuscirvi. Ben presto però egli tornerebbe,» «e ne avreste guadagnato questo, che voi l'avreste cacciato buono, e tornerebbeci cattivo, perchè la natura sua sarebbe corrotta da quelli che lo revocassero, a' quali sendo obbligato, non si potrebbe opporre.»[368] Fu quello che in fatti seguì; e di quest'ultima osservazione venne data gran lode al Machiavelli; ma essa, come quasi tutto il discorso, si trovava già nel Cavalcanti.

Niccolò da Uzzano morì, e restarono a contendersi Rinaldo degli Albizzi e Cosimo de' Medici, che coi loro seguaci tenevano da capo divisa la Città. «Qualunque volta,» così scrive il Machiavelli, seguendo sempre il suo modello, «si creava un magistrato, si diceva pubblicamente quanti dell'una e quanti dell'altra parte vi sedevano, e nella tratta de' Signori stava tutta la Città sollevata. Ogni caso che veniva davanti ai magistrati, ancora che minimo, si riduceva fra loro in gara; i segreti si pubblicavano; così il bene come il male si favoriva e disfavoriva; i buoni come i cattivi ugualmente erano lacerati; niuno magistrato faceva l'ufficio suo.»[369] E quando stava per essere eletto gonfaloniere Bernardo Guadagni, amico dell'Albizzi, questi, ad evitare che la elezione fosse annullata, gli dette il danaro necessario per soddisfare alle imposte da lui non ancora potute pagare,[370] chiedendogli che si adoperasse nel nuovo ufficio a cacciar dalla città Cosimo de' Medici, divenuto sempre più potente. Anche nel riferire questo discorso, il Machiavelli ci dà un sunto fedele di quello che si legge nel Cavalcanti. «Gli ricordò che se messer Salvestro dei Medici aveva potuto ingiustamente frenare la grandezza de' Guelfi, ai quali spettava il governo della Città, a cagione del sangue dai loro antenati per essa versato, ben poteva egli giustamente fare contro un solo, quello che ingiustamente era stato fatto dagli altri contro tanti.[371] Confortollo a non temere, perchè gli amici lo avrebbero aiutato colle armi, e Cosimo dalla plebe, che ora sembrava adorarlo, non trarrebbe altri favori che si facesse già messer Giorgio Scali; nè v'era da dubitare delle ricchezze di lui, perchè, quando fosse preso dai Signori, anderebbero anch'esse nelle loro mani. Questo renderebbe finalmente la Repubblica sicura ed unita, e lui glorioso.»[372]

Dal Cavalcanti è preso tutto il racconto della prigionia, dell'esilio e del ritorno trionfale di Cosimo, non solo nelle linee generali, ma anche nei minuti particolari e nei discorsi.[373] Molti incidenti si trovano nel suo libro che non sono in quello del Machiavelli, ma nessuno quasi è nel secondo, che non sia nel primo. Ed anche le parole di rimprovero, che nella fine di questo libro, l'Albizzi, costretto ad esulare, dice a papa Eugenio IV, sono prese dalla stessa fonte.[374] Il Machiavelli però, come sempre, aggiunge col nuovo stile anche la connessione e la profonda intelligenza dei fatti. Egli in vero fu il primo che fece vedere, come la guerra portò al potere gli Albizzi con le Arti Maggiori, e la pace vi portò invece le Minori, dietro le quali stavano come in continuo agguato i Medici, che ottennero il favore della plebe, facendo mostra di favorirla, per poi opprimere tutti. Così potè trasformare in una storia originale e nuova, che poneva in luce l'arte più segreta dei Medici, la narrazione lunga e noiosa del Cavalcanti, scritta pessimamente, nella quale i fatti più gravi e gl'incidenti più insignificanti sono messi gli uni accanto agli altri, senza legame, senza ordine o distinzione di sorta, perdendo il loro significato, il loro proprio valore. Il paragone fra le due opere riesce quindi assai utile, ed è perciò che noi abbiamo creduto opportuno di fermarci a discorrerne così a lungo.

CAPITOLO XIV.

Le _Istorie fiorentine_. — I libri V e VI, il trionfo dei Medici e le guerre d'Italia. — I libri VII e VIII, Lorenzo dei Medici e le congiure. — I _Frammenti storici_. — Gli _Estratti di lettere ai Dieci di Balìa_. — La prima bozza delle _Istorie_.

I quattro libri che seguono, costituiscono la terza ed ultima parte delle _Storie_, e procedono assai meno ordinati. Il Machiavelli avrebbe qui dovuto parlare del dispotismo dei Medici, e dei modi con cui distrussero la libertà. Ma era un argomento assai difficile per lui. Anche lodando le loro buone qualità, avrebbe dovuto biasimare aspramente la loro condotta politica, e non poteva farlo con la necessaria libertà, in un'opera dedicata a Clemente VII, che gliene aveva fatto avere la commissione. Il 30 agosto 1524 egli scriveva al Guicciardini: «Attendo in villa all'istoria, e pagherei dieci soldi, non voglio dire di più, per consultarvi; giacchè sono venuto a un punto, che avrei bisogno d'intendere da voi, se offendo troppo con l'esaltare o abbassare. Pure m'ingegnerò di fare in modo che, dicendo il vero, nessuno si possa dolere.»[375] Nel quinto e sesto libro perciò egli si ferma lungamente a parlare delle guerre fiorentine, anzi delle italiane in generale, per sempre più condannare i capitani di ventura, dimostrando di nuovo che essi furon causa della rovina d'Italia. Solo di tanto in tanto ritorna ai fatti interni di Firenze, pei quali continua a valersi del Cavalcanti; ma poi subito ne rifugge, per discorrer nuovamente delle guerre, nel raccontar le quali si vale di Flavio Biondo, di Gino Capponi e del Simonetta, che ne furono spesso testimoni oculari.

Dopo avere adunque accennato alle sue ben note idee sul crescere e decadere degli Stati, osserva che nelle umane società prima sorgono i capitani e le armi, poi la filosofia e le lettere. «Le armi portano vittoria, la vittoria quiete, nè si può la fortezza degli animi con il più onesto modo, che con quello delle lettere corrompere. L'Italia percorse anch'essa queste vicende, riuscendo con gli Etruschi ed i Romani ad essere ora felice, ora misera. E sebbene, dopo la rovina dell'Impero, non si fece nulla che riuscisse a redimerla, riunendola sotto un virtuoso principe che sapesse farla gloriosamente operare, pure essa potè per qualche tempo avere la virtù necessaria a difendersi dai barbari. Ma si venne poi a tempi i quali non furono per la pace quieti, nè per la guerra pericolosi. I principi e gli Stati, è vero, si assaltavano l'un l'altro; ma non si possono chiamare guerre quelle in cui gli uomini non si ammazzano, le città non si saccheggiano, i principati non si distruggono. Esse si cominciavano senza paura, trattavansi senza pericolo, finivansi senza danno. E così quella virtù militare, che altrove fu spenta dalla lunga pace, venne fra di noi spenta da tali guerre, come si vedrà per ciò che diremo dal 1434 al 1494, quando fu di nuovo aperta la via ai barbari, e rimessa l'Italia nella loro servitù.» «E se nel descrivere le cose seguite in questo basso mondo, non si narrerà o fortezza di soldati o virtù di capitani o amore verso la patria di cittadino, si vedrà con quali inganni, con quali astuzie ed arti i principi, i soldati e capi delle repubbliche, per mantenersi quella reputazione che non avevano meritata, si governavano.»[376] Questa è la introduzione al quinto libro.

Comincia poi il Machiavelli a parlar delle due scuole della milizia italiana, capitanate l'una da Francesco Sforza, l'altra da Niccolò Fortebracci e da Niccolò Piccinini. Narra rapidamente, incompiutamente, con assai poca esattezza le loro imprese nello Stato della Chiesa dopo l'anno 1433,[377] sempre col solo scopo di far conoscere la triste natura di quelle guerre, le grandi rovine che portarono alla libertà ed all'Italia. E tutto ciò, ora venendo bruscamente ai fatti interni di Firenze, ora allontanandosene di nuovo non meno bruscamente. Il ritorno trionfale di Cosimo, e le persecuzioni che subito ne seguirono, conducono l'autore a fare alcune osservazioni, le quali rivelano che cosa egli veramente pensasse di quei fatti, e perchè rifuggisse dal narrarli. «Ai cittadini allora non solo l'umore delle parti nuoceva; ma le ricchezze, i parenti, le inimicizie private. E se questa proscrizione fosse stata dal sangue accompagnata, avrebbe a quella d'Ottaviano e di Silla renduto similitudine, ancora che in qualche parte nel sangue s'intingesse; essendo stati decapitati Bernardo Guadagni ed altri cittadini.»[378] Non furono mutati i magistrati, ma alterate le loro attribuzioni, diminuita la loro importanza politica. Si trovò con le Balìe il modo d'assicurare in favore dei Medici le nuove elezioni, anzi questa fu poi sempre la loro arte di governo.[379] Poco altro ci dice della storia interna di Firenze il quinto libro, che torna ora a parlar delle principali guerre italiane, sulle quali assai più lungamente si ferma.[380]

Da Firenze si salta in fatti alla morte di Giovanna II di Napoli, alla venuta di Alfonso d'Aragona ed alla guerra da lui sostenuta contro i Genovesi, che lo fecero prigioniero insieme con due suoi fratelli, e li condussero al duca Filippo M. Visconti, per ordine del quale avevano combattuto. Qui il Cavalcanti immagina uno strano e assurdo discorso del Duca, dopo del quale esso avrebbe senz'altro liberato i prigionieri, colmandoli di cortesie, con parole sempre retoriche, ampollose e vuote.[381] Il Machiavelli compone invece un discorso, mediante il quale Alfonso d'Aragona avrebbe, con assai accorte ragioni, persuaso il Duca a lasciarlo libero. Questo discorso non ha certo nulla di storico; ma espone quali furono le vere ragioni che, secondo il Machiavelli, dovettero decidere il Duca a liberare i prigionieri. «A lui più che ad altri era pericoloso,» così gli avrebbe detto il Re, «col tener prigionieri gli Aragonesi, far trionfare in Napoli gli Angioini. Milano avrebbe allora avuto i Francesi a settentrione ed a mezzogiorno, rimanendo così in loro balìa. A nessuno quindi più che a lui importava il trionfo degli Aragonesi in Napoli, se già ei non volesse soddisfare ad un suo appetito, piuttosto che assicurarsi lo Stato.»[382]

Segue, in conseguenza di ciò, la rivoluzione dei Genovesi, sdegnati d'aver combattuto invano, vedendosi costretti a ricondurre liberi sulle proprie navi i prigionieri che avevano presi. Di qui la loro alleanza con Firenze e Venezia contro Milano, che fu difesa dalle armi di Niccolò Piccinini.[383] Ed ora il Machiavelli incomincia a valersi dei _Commentarî_ di Neri Capponi, giovandosene anche nel narrare le guerre tra lo Sforza ed il Piccinini.[384] Va d'un tratto alle vicende del celebre e fiero cardinal Vitelleschi, che raccoglie da Flavio Biondo.[385] E si ferma poi a narrare la battaglia d'Anghiari, vinta dai Fiorentini con le loro armi mercenarie, contro l'esercito del Piccinini, il quale combatteva pel Visconti. Qui si lascia trascinar nuovamente dalla voglia di parlar male dei soldati di ventura. Avendo dinanzi a sè scrittori autorevoli, che davano narrazioni minute e fedeli della battaglia, se ne allontana per esagerar contro il vero, in modo appena credibile. Dopo aver detto che il Piccinini fu disfatto pienamente, aggiunge che «in tanta rotta, in sì lunga zuffa, che durò dalle venti alle ventiquattro ore, non vi morì altri che un uomo, il quale non di ferite o altro virtuoso colpo, ma, caduto da cavallo e calpesto, espirò.» «I capitani non vollero inseguire il nemico, ma contro il volere dei commissari fiorentini, contro ogni buono ordine di guerra, andarono in Arezzo a deporre la preda fatta, liberando gli uomini d'arme che avevano presi al nemico. Onde è da meravigliarsi solamente, che si fosse trovata in questo tanta viltà da lasciarsi vincere da un esercito siffatto.»[386] Eppure nulla di tutto ciò dicono gli scrittori del tempo. Il Capponi, che era commissario al campo, si duole molto dell'esercito; ma afferma che il nemico venne inseguito sino ai fossi degli alloggiamenti, e che furono fatti 1540 prigionieri. Parlando poi della cura che i Fiorentini dovettero prendere dei loro feriti, ci fa chiaramente capire che la battaglia non era stata senza sangue, come affermò poi il Machiavelli.[387] Flavio Biondo, che per questi tempi è anch'esso molto autorevole, parla di sessanta morti e quattrocento feriti tra i ducheschi, di dugento feriti e dieci morti tra i Fiorentini, oltre seicento cavalli d'ambo le parti, distesi sul suolo dalle artiglierie. E aggiunge che il capitano Astorre Manfredi fu fatto prigioniero dopo essere stato ferito.[388] Il Bracciolini dice che vi furono quaranta morti e molti feriti da parte del nemico.[389]

Dopo avere narrata la presa del Casentino, per opera del commissario Capponi,[390] e la morte di Rinaldo degli Albizzi, il Machiavelli finisce il quinto ed incomincia il sesto libro, tornando nella introduzione di esso a deplorare il modo con cui allora si facevano le guerre. Narra le fazioni di Lombardia tra il Piccinini, che era ai servigi del Duca, e lo Sforza, che combattè prima pei Veneziani e pei Fiorentini; poi, mutato padrone, pel Duca contro il Piccinini, che ora aveva mutato anch'egli. E qui l'autore torna bruscamente ai fatti di Firenze, dicendo come Cosimo era vissuto in gelosia grandissima verso Neri Capponi e Baldaccio d'Anghiari, il quale venne poi ucciso a tradimento e gettato dalle finestre di palazzo.[391] Di questo ultimo fatto il Cavalcanti ed il Machiavelli[392] danno tutta la colpa agli amici di Cosimo; ma il Guicciardini, forse con maggior verità, afferma invece che primo ordinatore dell'assassinio fu Cosimo stesso, il quale seppe operare in maniera da disfarsi d'uno dei due nemici, indebolendo anche l'altro, senza potere essere accusato da alcuno.[393]

E da capo, giacchè questo libro, al pari del precedente, manca d'ogni unità, si ripiglia la narrazione delle guerre di Lombardia fino a che muore il Duca senza eredi, come da tanto tempo aspettava lo Sforza, suo capitano e suo rivale. Il Machiavelli si ferma qui a narrare la storia della repubblica ambrosiana, che commise l'errore di scegliere a suo capitano lo Sforza, il quale iniquamente la tradì, rivolgendo contro di essa quelle armi che erano a lui pagate per difenderla. Ma sebbene avesse dinanzi a sè la narrazione dello storico Simonetta,[394] pure, essendo egli avversissimo allo Sforza, perchè capitano di ventura e distruttore di una repubblica, colorisce a suo capriccio la brutta storia,[395] senza voler rendere giustizia neppure all'ingegno politico e militare di lui. E rende anche più singolare il suo racconto, ponendo in bocca dei rappresentanti della tradita città, un discorso, che certo essi non avrebbero mai osato di fare allo Sforza; ma che esprime invece, in modo assai chiaro ed eloquente, il giudizio che il Machiavelli faceva della condotta di lui. Venuti adunque al campo del vittorioso traditore, essi così avrebbero parlato: «Noi non possiamo adoperare nè prieghi, nè premi, nè minacce, perchè negli uomini potenti e crudeli non hanno forza. Conoscendo ora la crudeltà ed ambizione tua, vogliamo solo ricordarti i benefizî che hai ricevuti dai Milanesi, per dimostrarti così la tua ingratitudine, e gustare qualche piacere nel rimproverarteli. Noi ti pigliammo al nostro soldo, quando eri da tutti abbandonato, e tu subito incominciasti a tradirci. Chè non differisti insino ad ora a dimostrarci l'iniquo animo tuo; ma ne desti segno, quando fosti appena padrone delle nostre armi, ricevendo in tuo proprio nome Pavia. Oh! infelici quelle città che sono, colle armi mercenarie ed infedeli come le tue, necessitate a difendersi. Noi certo non dovevamo porre speranza in colui che aveva tante volte tradito; ma se la nostra poca prudenza accusa noi, non scusa perciò la perfidia tua, e tu stesso dovrai giudicarti degno della pena dei parricidi.»[396]

Queste guerre dello Sforza sono, può dirsi, l'argomento principale del quinto e del sesto libro. In mezzo al disordine apparente con cui esse procedono, il Machiavelli vede ed espone assai chiaro il loro scopo costante, che ne determina l'unità. La vita di quel capitano, i mezzi con cui arrivò all'ambita signoria di Milano, scalzando prima la potenza del Duca, e tradendo poi perfidamente la repubblica ambrosiana, riescono il più chiaro esempio d'una pertinace e sleale ambizione, dando un'altra prova manifesta della nessuna fede che si poteva avere negli eserciti di ventura, ed in coloro che li comandavano. Dopo di che il Machiavelli narra altre guerre, ed arriva alla fine del sesto libro, conchiudendolo con le vicende seguìte nel reame di Napoli sino alla morte d'Alfonso d'Aragona, ed all'avvenimento di Ferrante al trono.

Incomincia poi il settimo libro collo scusarsi d'avere troppo divagato nella storia generale d'Italia; ma ciò gli parve necessario a far meglio intendere quella di Firenze, alla quale ora ritorna per poco, premettendo alcune nuove riflessioni sui modi con cui i Medici, in mezzo alle divisioni, si fecero strada al potere assoluto. «Le divisioni sono in tutte le città inevitabili; ma i capi di parte possono divenire autorevoli e potenti per vie pubbliche o per vie private. Quando si compie lodevolmente una guerra o un'ambasceria, quando si danno utili consigli alla repubblica, allora si sale per vie pubbliche, giovando alla patria, e si trovano amici e aderenti. Quando si rendono benefizî o favori ai privati, e si gratificano con danari o con ufficî; quando si trattiene il popolo con giuochi e feste pubbliche, allora si sale per vie private, e si fanno partigiani che danno origine alle sètte, le quali sono sempre nocive. Queste deve un savio legislatore cercare di spegnere, non potendo mai evitare del tutto le divisioni. Neri Capponi era salito solamente per vie pubbliche; Cosimo de' Medici, per vie pubbliche e private, onde ebbe non solo amici, ma anche partigiani, che formarono una sètta. Essa si tenne più o meno unita dal 1434 al 1455, e potè quindi in ventun anno, per mezzo delle Balìe, riassumere sei volte il governo. Ma dopo la morte del Capponi (1455) i partigiani de' Medici si divisero, volendo alcuni da capo la Balìa, altri le elezioni a sorte. Vinsero i primi, e la sètta divenne allora più potente e audace che mai. Fu questo governo che durò otto anni, insopportabile e violento, perchè Cosimo, vecchio e stanco, lasciò fare ai suoi, che restarono senza freno, e Luca Pitti, suo amico, pensò solo a costruire il proprio palazzo ricevendo donativi da ognuno.»[397]

Segue nel 1464 la morte di Cosimo, ed il Machiavelli deve fermarsi a farne l'elogio. Dice adunque che egli fu esempio unico di potere acquistato in città libera, senza le armi, solo con la prudenza e l'astuzia. Seppe per trentun anno tenere lo Stato, rivolgendo così le divisioni interne della Città come le guerre esterne a proprio vantaggio, perchè conosceva i mali discosto e preparava i rimedî a tempo. Accenna alla protezione data da Cosimo alle lettere ed alle arti; ma neppure in questo luogo trova modo di parlare alquanto largamente della nuova cultura che fu allora iniziata a Firenze, e nella quale i Medici ebbero così gran parte. Non volendo o non potendo dir tutto quello che pensava del carattere politico di Cosimo, conclude ricordandone alcuni detti, che abbastanza chiaramente lo dipingono anche nelle sue parti meno lodevoli. — Gli Stati non si governano coi paternostri. — Meglio città guasta che perduta. — Con due canne di panno rosate si fa un uomo dabbene.[398] — Con queste ultime parole Cosimo rispondeva a coloro che lo accusavano di fare entrare nel Palazzo e negli ufficî uomini di poco conto. Basta, egli voleva dire, che si dia loro il panno rosso per farsi il lucco, che saranno cittadini rispettabili come gli altri.

Qui la storia del Machiavelli entra in un nuovo argomento, che forma il soggetto principalissimo dei due ultimi libri. La società italiana s'andava sempre più corrompendo; il dispotismo trionfava per tutto; le guerre erano condotte in modo sempre più vergognoso: unica protesta, unico segno d'energia e d'amore alla libertà erano le congiure, che in questi anni furono molte. E però esse e le arti con cui i tiranni cercavano difendersi contro i proprî sudditi, sono ora il soggetto principale della narrazione. I fatti che il Machiavelli deve da qui innanzi esporre, si trovavano ricordati in molti scrittori contemporanei, ed erano allora freschi nella memoria di tutti. Una ricerca ed uno studio delle fonti è quindi inutile. Egli narrava quello che tutti sapevano e ripetevano; cercava qualche volta le altrui narrazioni ed anche i documenti autentici, qualche altra s'affidava alla memoria. Ciò che ora sopra tutto l'occupa è l'analisi delle passioni e dei sentimenti che animavano i congiurati, le cui imprese egli descrive, rappresenta con una eloquenza, con una potenza tale che alcune di queste pagine sono fra le più belle della sua storia. Ma anche qui, a meglio ottenere il suo intento, più d'una volta non ha scrupolo d'aggiustare i fatti, e comporre i discorsi a suo arbitrio.

Incomincia col narrare la fine di Iacopo Piccinini, il quale da Milano, incoraggiato dallo Sforza, andò a Napoli, dove fu proditoriamente ucciso da Ferrante d'Aragona. Il Machiavelli non esita punto a vedere in ciò l'accordo ed il tradimento dei due principi italiani, i quali, come tutti i tiranni, «quella virtù che non era in loro, temevano negli altri, e la spensero in modo da non poterla più ritrovare in alcuno, il che fu poi causa della rovina comune.»[399] Il Guicciardini invece è più cauto, ed osserva che se pure vi fu l'accordo, sempre sdegnosamente negato dallo Sforza, non era possibile averne certezza, perchè i due sovrani non lo avrebbero mai concluso in modo da farlo conoscere agli altri.[400]

Segue la congiura tramata a Firenze contro Piero dei Medici, uomo debole d'animo e di corpo, ma che pure, in questa occasione, riuscì superiore all'aspettativa. Il Machiavelli nondimeno colorisce il fatto in modo da far risaltare anche più del giusto la prudenza e prontezza dimostrate allora da Piero. Questi ricevette da Ercole Bentivoglio una lettera, con cui venne avvertito che i suoi nemici avevano raccolto genti, le quali già erano in via per Firenze. Allora, sebbene fosse ammalato in villa, scrisse subito, dando ordini per avere armati in sua difesa e, accompagnato da essi, si fece in lettiga portare nella Città, dove la sua inaspettata prontezza gli fece trovar modo di aggiustar le cose. Ma di tutto ciò il Machiavelli non si contenta, e per descrivere Piero anche più astuto che non fu realmente, afferma che egli, accortosi delle trame contro di lui ordite, finse d'aver ricevuto la lettera dal Bentivoglio, perchè gli servisse di pretesto ad armarsi improvvisamente. Questa infedeltà storica da esso ideata a favore del Medici, non gl'impedisce però di biasimare la condotta tenuta da lui e dagli amici nel perseguitare gli avversarî, in modo «che pareva che Iddio avesse loro dato quella Città in preda.»[401] Nè si può supporre che simili errori siano sempre involontarî, perchè vi sono spesso prove del contrario. Un esempio ne abbiamo poco dopo, quando gli esuli che volevano tornare a Firenze, si rivolsero a Piero. Gli scrisse fra gli altri Angelo Acciaiuoli, chiedendo grazia con un linguaggio alquanto ironico, e quasi offensivo, cui egli rispose negando la grazia, in modo però abbastanza cortese e dignitoso. Sono a stampa le due lettere, che il Machiavelli certo vide, perchè ne riporta fedelmente alcune frasi, alterandone però il resto in maniera da fare apparire l'Acciaiuoli più rimesso, e Piero più duro e cinico che non fu.[402] Dominato dalle sue teorie, e qualche volta anche eccentrico, egli obbediva spesso al solo capriccio della sua fantasia.

Non fu quindi senza ragione se l'Ammirato, giunto a questi medesimi tempi nelle sue Storie fiorentine, perdè la pazienza, e dopo avere notato in quelle del Machiavelli diversi errori, affermò che esso «scambia i nomi e gli anni, aggiunge, toglie, diminuisce, e, quello che è più, non sempre per solo errore, ma anche a disegno e per rendere la sua narrazione più eloquente.»[403] Ed in vero poco più oltre, nel descrivere la battaglia seguìta l'anno 1466 alla Molinella, tra i Veneziani e i Fiorentini, egli finisce al solito con queste parole: «Vennero a una ordinata zuffa, la quale durò mezzo un giorno, senza che niuna delle parti inclinasse. Nondimeno non vi morì alcuno; solo vi furono alcuni cavalli feriti, e certi prigionieri da ogni parte presi.»[404] Anche qui, l'Ammirato giustamente osserva, v'è grandissima esagerazione,[405] perchè gli scrittori del tempo parlano tutti più o meno di parecchie centinaia di morti, ed il Guicciardini dice addirittura, che quello fu «un bel fatto d'armi.»[406]

Ed ora si torna alle congiure. Bernardo Nardi, esule fiorentino, messosi d'accordo con Diotisalvi Neroni, andò a Prato per sollevare quella terra contro Firenze e contro Lorenzo e Giuliano dei Medici, che erano allora successi a Piero. Nel narrare questo fatto, il Machiavelli ci descrive una scena ignorata dagli altri scrittori, ma assai poco credibile. Il Nardi, secondo lui, s'impadronì del Podestà, ed era per impiccarlo alle finestre del Palazzo, quando questi, trovandosi col capestro al collo, gli fece un discorso così ben ragionato, con tali e tante promesse, che lo persuase a lasciarlo andar via libero.[407] Allora il Podestà fu di nuovo padrone della terra, la congiura andò a monte, ed il Nardi venne decapitato. Il vero è invece che l'impresa fallì, perchè il popolo non si mosse, ed al rappresentante del governo fiorentino non fu quindi difficile vincere subito i ribelli e punirli.

Dopo la rivoluzione, la sottomissione ed il sacco crudelissimo di Volterra, il Machiavelli arriva all'episodio principale del settimo libro, alla congiura, cioè, scoppiata contro Galeazzo Sforza duca di Milano nel 1476. Lo stile qui si rialza con un vigore che va crescendo sino alla tragica fine del sanguinoso dramma. L'autore descrive con la penna di Tacito i vizî del Duca, che tutti offendeva, tutti insultava, pubblicamente vantandosi delle donne che disonorava, e l'odio feroce che negli offesi animi sorgeva perciò contro queste iniquità. Nel comporre la sua narrazione egli di certo aveva letto la coraggiosa confessione dell'Olgiati, che fu poi pubblicata dal Corio, e però con molta verità, con singolare eloquenza ci pone sotto gli occhi l'animo esaltato di quel giovane e de' suoi due compagni, continuamente riaccesi a cospirare, con la lettura dei classici latini, dal loro maestro Niccola Montano. I discorsi e preparativi che essi facevano, i continui esercizî a ferirsi impetuosamente colle guaine dei pugnali, e sopra tutto la strana mescolanza d'odio pagano contro la tirannide, e di sentimento cristiano, col quale volevano santificare quell'odio, sono descritti, rappresentati con tale evidenza, che noi abbiamo una visione tanto chiara e precisa del modo di sentire e di pensare in quei tempi, quale non si trova nè forse si troverà mai più in nessun altro scrittore antico e moderno. Il Machiavelli supera veramente sè stesso, quando, narrata che ha l'uccisione del Duca nella Chiesa, ci descrive la fine eroica dell'Olgiati, il solo dei congiurati che scampò al primo impeto del furor popolare. Sottomesso alla tortura, egli, come apparisce anche dal suo processo, invocava la Vergine e componeva distici latini, esaltando la libertà, ed affrontando impavido la morte.[408] La prosa italiana difficilmente può presentarci esempî d'uno stile più vigoroso ed eloquente di quello del Machiavelli in questo luogo.

Pure seppe innalzarsi ancora più alto. L'ottavo libro continua il settimo, trattando lo stesso argomento. E perchè le considerazioni generali sulle congiure furono già esposte nei _Discorsi_, l'autore non fa su di esse nuovi preamboli, ma incomincia subito con quella dei Pazzi, scoppiata a Firenze l'anno 1478. Questa può dirsi il punto culminante della tenebrosa serie dei fatti sanguinosi, ricordati nei due ultimi libri delle _Storie_. Il Poliziano ed altri testimoni oculari l'avevano narrata, essa era quindi notissima a tutti in Firenze. Il Machiavelli aveva di certo parlato con più d'uno di coloro che vi si erano trovati presenti, ed aveva letto la confessione del Montesecco,[409] uno dei congiurati, la quale venne divulgata quattro mesi dopo l'accaduto, ed è ricordata anche dal Guicciardini.[410] La narrazione d'una tale congiura non poteva quindi permettere capricciose alterazioni; ed essa riuscì non solo esatta e fedele, ma anche un vero capolavoro di stile. La propria eloquenza trascina solo una o due volte l'autore, facendogli aggiungere di fantasia qualche particolare assai secondario, che senza mutar la natura dei fatti, serve a più vivamente colorirli. Di tanto in tanto il racconto, sempre vivace, sempre efficace, è interrotto da brevi considerazioni, esposte rapidamente come di passaggio, in modo da aggiungere, non da togliere forza.

Il Montesecco, sebbene fosse un soldato di ventura, ricusò di prender parte alla esecuzione della congiura, quando seppe che Lorenzo e Giuliano dovevano essere pugnalati in Duomo, nel momento della elevazione dell'ostia. Non volle unire il sacrilegio al tradimento. Vennero quindi scelti in fretta due altri, uno dei quali era prete, e si credeva perciò che, avendo con le cose sacre maggiore familiarità, dovesse avere minori scrupoli. Ma questo fu invece causa della rovina dell'impresa, «perchè se mai in alcuna faccenda si ricerca l'animo grande e fermo, e nella vita e nella morte per molte esperienze risoluto, è necessario averlo in questa, dove si è assai volte veduto agli uomini nell'arme esperti e nel sangue intrisi l'animo mancare.»[411] Il Machiavelli è insuperabile, quando descrive i congiurati che, per esser sicuri di colpire a un tratto le due vittime predestinate, cercarono Giuliano e lo condussero in chiesa. «È cosa veramente degna di memoria, che tanto odio, tanto pensiero di tanto eccesso si potesse, con tanto cuore e tanta ostinazione d'animo, da Francesco (dei Pazzi) e da Bernardo (Bandini) ricoprire. Perchè condottolo nel tempio, e per la via e nella chiesa con motteggi e giovanili ragionamenti l'intrattennero. Nè mancò Francesco, sotto colore di carezzarlo, con le mani e con le braccia strignerlo, per vedere se lo trovava di corazza o d'altra simile difesa munito.»[412] Di poi, nel momento fissato, gittatoglisi sopra, «lo empiè di ferite, e con tanto studio lo percosse, che, acciecato da quel furore che lo portava, sè medesimo in una gamba gravemente offese.» Lorenzo era scampato al pugnale degli assassini, ed il Bandini, vistolo ancora vivo dopo che Giuliano era morto, invano gli si scagliò contro con grandissimo impeto, ammazzando un altro che gli si parò allora dinanzi, perchè Lorenzo fu in tempo a salvarsi nella sagrestia.[413] Il tumulto divenne tale «che pareva il tempio rovinasse.»[414] La tremenda confusione di uomini, di grida, di ferite e di sangue è qui viva dinanzi a noi, nè meno vivamente sono descritte le stragi che nei giorni seguenti furono commesse dal popolo adirato, sempre più eccitato all'odio ed alla vendetta contro i congiurati dallo sdegno irrefrenabile di Lorenzo dei Medici. Francesco dei Pazzi venne con altri impiccato alle finestre del Palazzo; il suo vecchio parente, Iacopo, invano chiamò in aiuto il popolo, invano gridò il nome della libertà. «L'uno era dalla fortuna e liberalità dei Medici fatto sordo, l'altra in Firenze non era conosciuta.... Le membra dei morti o sopra la punta delle armi fitte o per la Città trascinate si vedevano.»[415] Iacopo fu preso, mentre fuggiva su pei monti vicini, nè i montanari gli dettero ascolto, quando pregò che per pietà l'ammazzassero. Condannato a morte e sepolto nella tomba de' suoi, ne venne tirato fuori perchè scomunicato, e fu sotterrato lungo le mura. Poi di nuovo lo disseppellirono, trascinandolo per le vie della Città, collo stesso capestro col quale lo avevano impiccato. Finalmente il cadavere venne gittato in Arno, dove galleggiò lungo tempo, spettacolo orrendo agli occhi di tutti.[416]

Dopo questo episodio principalissimo, l'ottavo ed ultimo libro continua con la narrazione di altre guerre e congiure italiane, arrivando sino alla morte di Lorenzo dei Medici nel 1492, con la quale finisce. Il Machiavelli si ferma qui a descriverne il carattere ed a tesserne l'elogio. Lo dice potente e fortunato in tutto, salvo nelle cose del commercio, che andarono a lui tanto male, quanto erano andate bene a Cosimo. Accenna, in termini assai generali, alle opere pubbliche da lui compiute, alla protezione data alle arti ed alle lettere, alla grande reputazione acquistata fra tutti i principi. «La quale riputazione ciascun giorno per la prudenza sua cresceva, perchè era nel discorrere le cose eloquente ed arguto, nel risolvere savio, nell'eseguirle presto ed animoso. Nè di quello si possono addurre vizî che maculassero tante sue virtù, ancora che fosse nelle cose veneree maravigliosamente involto, e che si dilettasse d'uomini faceti e mordaci, e di giuochi puerili più che a un tanto uomo non pareva si convenisse.»[417] Questi elogi, sebbene in gran parte meritati, e da tutti universalmente ripetuti, sono pure espressi in forma alquanto vaga e generica, perchè il Machiavelli non sapeva senza riserve, esplicite o sottintese, ammirare colui che aveva con tanta astuzia finito di distruggere la libertà di Firenze, e s'era dato a proteggere letterati ed artisti, quando invece vi sarebbe stato bisogno di formare soldati. Il Guicciardini, invece, che non ebbe mai troppo ardenti entusiasmi repubblicani, e scrisse la _Storia fiorentina_ nella sua gioventù, quando i Medici erano in esilio, e non si prevedeva ancora che potessero tornare, si trovò, nel parlare di Lorenzo, in una condizione d'animo più libera ed indipendente. Ce ne lasciò quindi un ritratto assai fedele, un giudizio più sicuro e determinato. Lo dichiara un tiranno, ma il più amabile che si potesse avere. Ne riconosce e ne esalta l'ingegno vario, elegante, originale. Come uomo politico lo crede inferiore a Cosimo, che in condizioni assai più difficili corse minori pericoli, e fondò uno Stato che Lorenzo fu spesso in procinto di perdere. Questi ebbe una superbia grande, governò col sospetto e collo spionaggio, esaltò gli uomini di poco conto, abbassò i più autorevoli e reputati, promosse la corruzione. E tutto ciò il Guicciardini dice colla massima calma, senza mai esaltarsi nè in favore, nè contro la libertà o i Medici.[418]

Seguono ora i _Frammenti storici_,[419] che son brani staccati, i quali dovevano formar parte dei libri seguenti, che non furono mai compiuti. Se diamo ad essi un'occhiata, vedremo facilmente come furono compilati dal Machiavelli, ed apprenderemo anche il modo da lui tenuto nel comporre il più recente periodo delle sue Storie. Questi Frammenti vanno dal 1494 al 1499, e sono divisi in due parti, la seconda delle quali, ancora più informe, è intitolata: _Estratto di lettere ai Dieci di Balìa_. I _Dieci_ ricevevano, com'è noto, le lettere dei commissarî di guerra e degli ambasciatori. Da esse il Machiavelli ricavò i suoi _Estratti_, che sono semplici appunti, con i quali compose poi i _Frammenti_, che sono già brani staccati da far parte delle Storie, generalmente narrazioni di guerre della Repubblica. La forma dei _Frammenti_ e degli _Estratti_ è molto varia, qualche volta quasi finita e limata, qualche altra invece allo stato di primissimo abbozzo. In alcuni punti vi si trovano perfino le frasi stesse delle lettere su cui furono composti. Spesso infatti vi leggiamo: le _vostre_ genti, i _vostri_ ambasciatori fecero, dissero questo o quest'altro. Qualche volta vi si trovano semplici richiami per memoria dello scrittore: «domanda di questa risposta mess. Francesco Pepi.»[420] Una tal forma informe apparisce anche più visibile verso la fine. Tutto vi è dall'autore accennato appena, per doverlo poi meglio studiare: «A dì otto di aprile 1498 morì il re Carlo di apoplessia, e quel medesimo dì seguì il caso del Frate, del quale si vuole dire appunto.»[421] Spesso rimanda ad altre ricerche da farsi nelle lettere e nei documenti d'archivio: «Tutta la pratica si vede per una lettera che è in filza. — Sono in filza molte lettere, dalle quali si caverà ordine, come e quando le genti inimiche venissero a Marradi.»[422]

Un tal modo di comporre le storie contemporanee era allora assai generale. Il _Diario_ del Buonaccorsi è compilato colle lettere ai Dieci ed ai Signori; i _Diarî_ di Marin Sanuto non son quasi altro che una gigantesca collezione di lettere e relazioni d'ambasciatori, cui ne furono aggiunte moltissime altre di privati. Il Machiavelli però che, come il Guicciardini, scriveva una storia, non un diario, raccolto che aveva i suoi materiali, doveva ordinare i fatti e dar grande importanza allo stile. Dopo quindi d'aver messo sulla carta i suoi estratti, componeva con gran cura alcuni brani della narrazione; poi collegava tutto, secondo un disegno generale, scrivendo e riscrivendo da capo. Anche le sue _Nature di uomini fiorentini_ non sono altro che quattro ritratti scritti e corretti, per esser poi messi nelle _Storie_, come chiaro apparisce dalla loro forma,[423] e dall'essere qualcuno di essi già entrato a far parte dei _Frammenti_.

Abbiamo poi mille altre prove della grandissima cura che il Machiavelli poneva nello stile. Trovasi fra i suoi manoscritti parte non piccola d'una bozza, a quanto pare, già qualche volta corretta, delle _Storie_. Essa fu recentemente pubblicata, e se la paragoniamo con le stampe che ci danno lo stesso lavoro di nuovo riveduto dall'autore, potremo osservare che le ultime correzioni furono quasi tutte di sola forma, e avremo un'idea del modo, del criterio con cui furono fatte. Certo anche il Machiavelli si lascia di tanto in tanto vincere dal desiderio, allora comune fra i letterati, d'usar frasi e parole ricercate, di dare maggiore dignità al periodo, rendendolo più latino che non veniva alla prima. Ma tutto ciò faceva meno assai de' suoi contemporanei. Correggendo, egli mirava sopra tutto a rendere lo stile sempre più semplice e chiaro, ad aumentarne con la maggiore naturalezza il vigore e l'efficacia.[424] Il linguaggio parlato, con tutta la sua nativa spontaneità, qualche volta anche coi suoi idiotismi, non iscomparisce mai affatto neppur dalle _Storie_, sebbene in esse più che altrove il Machiavelli cercasse, con uno studio continuo dei classici latini, di raggiungere una maggiore solennità. In ogni modo, qui come altrove, la maravigliosa potenza del suo stile nasce principalmente dalla sua semplicità: più egli si esalta, più semplice, più spontaneo diviene. Ma il suo vigore, il suo calore, non bisogna dimenticarlo, risultano solo in parte dalle doti proprio dell'ingegno, dalle qualità del pensatore, giacchè in parte non piccola risultano anche dall'entusiasmo che sempre anima il cittadino per la patria e per la libertà. Qui è sopra tutto, come vedemmo, la sorgente principale de' suoi pregi e difetti così nelle _Storie_, come nelle opere politiche del Machiavelli, il che sarà più evidente, se le paragoniamo con quelle del Guicciardini.

Questi non ha teorie da dimostrare, non entusiasmi che lo trasportino mai; è sempre sereno, tranquillo, impassibile. Qualche volta si lascia vincere dal desiderio di lodare un po' troppo sè stesso, e troppo deprimere i suoi avversarî politici; ma trionfa poi subito il bisogno irresistibile di ritrarre la realtà vera dei fatti, le loro cause e conseguenze prossime, perchè questa è la natura del suo ingegno. Nei _Ricordi_ autobiografici egli mette in luce le proprie debolezze, i difetti, i vizî de' suoi antenati, con una franchezza che pare cinismo, ed è invece bisogno di descrivere gli uomini quali sono. Nell'immensa moltitudine di fatti che espone nella sua _Storia d'Italia_, non riesce, è vero, a trovare un ordine razionale, anzi non lo cerca neppure; ma non li riunisce mai in un ordine artificiale e forzato. S'attiene ancora un po' troppo alla forma di annali, abbandonata affatto dal Machiavelli, ed è costretto perciò ad interrompere continuamente il filo della narrazione, per riprenderla da capo nell'anno successivo. Ciò la rende spesso intralciata e faticosa. Di certo la storia d'Italia è ben più varia, più multiforme di quella di Firenze, trattata dal Machiavelli, ed è così piena d'avvenimenti fra di loro oscuramente connessi, che neppur noi oggi riusciamo a darle ordine logico ed unità razionale. Ma lo spazio di tempo che il Guicciardini abbraccia è anche assai più ristretto. Egli si occupa solo di fatti contemporanei, in molti dei quali ebbe grandissima parte; e però di essi e degli uomini che li compierono, sempre vasta, profonda è la sua conoscenza. Non v'ha luogo ad ipotesi, a teorie, e neppure a cercare le grandi leggi della storia o le cause remote degli avvenimenti. Ciò che sopra tutto occorre è solo un esame severo, accurato della realtà. Ed in questo appunto il Guicciardini riesce inarrivabile davvero.

Molte furono le sue accurate ricerche anche nei documenti,[425] grande la sua esperienza; nessuno conobbe e ritrasse al pari di lui il carattere degli uomini di Stato, e i più oscuri intrighi diplomatici del suo tempo. Nato, educato in Firenze, che era allora il più gran centro di attività, di accortezza e di coltura politica, andò assai giovane alla corte di Ferdinando il Cattolico, dove imparò a conoscere gli affari d'Europa. Tornato in Italia, venne adoperato a servizio dei papi, in altissimi uffici. Tenne il governo di vaste provincie in tempi assai difficili; ebbe una parte notevolissima nei grandi avvenimenti che allora seguivano in Italia, e si mostrò sempre un vero uomo di Stato. Questa esperienza, queste qualità si ritrovano nella sua grande opera. Gl'Italiani avevano da un pezzo imparato a scrivere ammirabili storie municipali; il Guicciardini fu il primo che scrisse con egual pregio una storia generale. All'acuta penetrazione dei Fiorentini egli aggiunse la pratica della grande politica in Italia ed in Europa, una indipendenza e larghezza di giudizio, che non si lasciava mai vincere da pregiudizî locali, nè si spingeva mai a speculazioni troppo audaci. Tutto ciò si vede così nella narrazione, come anche nei discorsi di cui la sua storia è piena. Se quelli del Machiavelli partono spesso da un concetto generale e mirano a dimostrarlo, quelli del Guicciardini cercano invece di mettere in luce la natura dei fatti e il loro legame, dimostrandone le cause e le conseguenze più prossime; dicono ciò che nel momento determinato, nell'ora che fugge, è necessario ed è possibile fare. Altri ideali, intellettuali o morali, egli non ne ha mai; quasi ne rifugge come da vane illusioni.

L'adagio, così spesso ripetuto, che lo stile è l'uomo, trova anche qui una singolare conferma. La _Storia fiorentina_ del Guicciardini, tutte le altre sue _Opere inedite_, scritte nella prima gioventù, o più tardi in mezzo agli affari, senza ambizione letteraria di sorta, hanno una tale evidenza, una così spontanea eleganza, che il suo stile si confonderebbe con quello del Machiavelli, se non fosse il calore dell'entusiasmo che anima sempre il secondo, e non riesce mai ad alterare la impassibile serenità del primo. Quando invece questi si pose a scrivere la _Storia d'Italia_, e volle mirare a maggiore solennità, a maggiore dignità di forma, raggiunse certo una eloquenza più grandiosa; ma perdette subito la primitiva e spontanea semplicità. La sua frase troppo studiata, il suo periodo troppo ciceroniano stancano affannosamente il lettore. Nè è vero, come si disse, che ciò gli avvenne perchè non ebbe il tempo necessario a rivedere e correggere. Fu anzi la lima, fu l'artificio studiato e cercato quello che alterò e sciupò il suo stile. Se ne ha prova chiarissima nel manoscritto originale, corretto, ricopiato un gran numero di volte.[426] Le sue lettere, le sue legazioni, buttate giù alla prima, sono sempre semplicissime ed eleganti. Quando volle innalzare le sue idee, rivestirle di forme solenni, grandiose, sentiva come un bisogno di allontanarle da sè, e diveniva artificioso. Sublime invece pareva al Machiavelli ciò che più profondamente sentiva; ciò che era più vicino, più intimo al suo spirito. Ogni volta che dinanzi a lui balenavano i suoi ideali, egli si sollevava al di sopra di sè stesso, ed acquistava una forza, una evidenza, una spontanea naturalezza, nella quale superò tutti nel suo secolo. In lui ardeva più viva e pura la fiamma del patriottismo; fu più grande scrittore, perchè migliore assai era il suo animo, nonostante le calunnie de' suoi detrattori. Divenne perciò il nostro più grande prosatore, come Dante era stato il nostro più grande poeta.

CAPITOLO XV.

Morte di Adriano VI. — Elezione di Clemente VII. Battaglia di Pavia. — Congiura del Morone.

Mentre il Machiavelli lavorava ancora a compiere le _Storie_ avvennero fatti che interruppero per sempre i suoi lavori letterari. Improvvise e grandi complicazioni politiche lo ricondussero agli affari, negli ultimi anni della sua vita, che furono assai infelici, perchè dovette assistere alla rovina della patria, senza che i suoi sforzi valessero in modo alcuno a lenirne i dolori.

Il 14 settembre 1523 moriva Adriano VI. La prossima elezione aveva una grandissima importanza, combattendosi nel Conclave le tendenze rivali della Spagna e della Francia, che fuori si disputavano il dominio d'Italia. Il nuovo Papa poteva facilmente far pendere la bilancia da un lato o dall'altro. La gara s'accese perciò vivissima. I cardinali arrivavano da ogni parte; giunse fra gli altri anche il Soderini sempre potentissimo, sebbene allora liberato appena dalla prigionia, in cui Adriano VI lo aveva tenuto. Quando egli s'avvide che Giulio dei Medici, aiutato dalla Spagna, guadagnava rapidamente terreno, s'unì ai fautori di lui, che così fu sicuro del trionfo. Nella notte del 18 al 19 novembre questi venne eletto, e prese subito il nome di Clemente VII. Tutti sapevano che era un bastardo, quantunque si facesse ogni opera per nasconderlo. Si dice che la fortuna arride ai bastardi; ma essa fu invece a lui tanto nemica, quanto in ogni cosa era stata amica a Leone X. A questo in fatti riuscivano bene anche le cose peggio pensate, a Clemente VII riuscivano male anche i partiti più lungamente ponderati. Il suo pontificato fu non meno funesto a lui, che a Firenze, all'Italia ed alla Chiesa.

Assunse la tiara con la reputazione di buoni costumi, di uomo religioso, accortissimo, instancabile al lavoro, conoscitore degli affari e delle umane passioni. Tutti avevano creduto che egli fosse stato la guida di Leone X, e assai più di lui atto a governare. Ma Leone X, quantunque amasse i piaceri e non volesse durare fatica, aveva pure un certo istinto politico, che gli faceva prendere le più grandi risoluzioni senza molto esitare. Del cardinale Giulio s'era valso solamente per avere le notizie che gli occorrevano, a compiere gli studî necessarî alla piena conoscenza degli affari, per eseguire le proprie deliberazioni. Questi era in fatti un attivissimo strumento, e pareva quindi che guidasse colui che invece serviva. «Così,» osserva il Guicciardini, «le faccende messe in mano di due nature tanto diverse, mostravano quanto qualche volta convenga bene la mistura di due contrari.»[427]

Non appena però Clemente VII si trovò solo a reggere gli affari della Chiesa, si vide subito che a lui mancava assolutamente quella facoltà che costituisce il genio pratico dell'uomo di Stato, la quale, facendogli quasi istintivamente calcolare l'impreveduto, lo spinge a decidere ed operare, senza pericolosi indugi. Timido e irresoluto, il nuovo Papa rifuggiva invece da ogni grande responsabilità, e questa debolezza di carattere, che gli fu sempre funesta, veniva accresciuta dalla natura del suo ingegno, il quale, nei più di facili momenti, si perdeva a bilanciare lungamente il _pro_ ed il _contra_ d'ogni partito da prendere. E come se tutto ciò fosse poco, _egli_ prese a suoi consiglieri due uomini di carattere e d'intendimenti opposti: un Italiano, Giovan Battista Giberti, ed un Tedesco, Niccolò Schömberg. Questi, vestitosi frate al tempo del Savonarola, e fatto poi arcivescovo di Capua, era accorto, tenace, impetuoso, e favoriva con ardore la politica spagnuola, dominando il Papa, da cui si faceva quasi temere. Quegli, il Giberti, si faceva invece amare, ed era uomo più d'impeto e di passione che di ragione, tanto che dopo essere stato grande avversario della Francia, n'era divenuto poi non meno caldo fautore. È facile capire come dovesse essere assai pericoloso il veder salire al pontificato un uomo in balìa di tante incertezze, di così opposti consigli, quando s'avvicinava un gigantesco conflitto, il cui esito poteva da un momento all'altro dipendere dalla sua condotta politica.[428]

Primi a sperimentare le conseguenze dall'incerto carattere del Papa furono i Fiorentini. Sebbene egli da lungo tempo li conoscesse, pure cominciò subito a consultare ognuno sul modo in cui doveva farli governare, e da chi. I più gli rispondevano quello appunto che egli voleva, cioè: mandasse nella Città il cardinale di Cortona, Silvio Passerini, con i due giovani bastardi, Ippolito ed Alessandro de' Medici, perchè in loro nome la reggesse. Se non che, il Passerini, durissimo di modi, era affatto incapace. Ippolito de' Medici, che passava per figlio di una Pesarese e di Giuliano, aveva appena sedici anni. Ed anche più giovane era Alessandro, figlio di Lorenzo e d'una schiava mora o mulatta, da cui aveva ereditato la pelle scura, le labbra grosse, i capelli crespi. Questi due giovani erano l'ultimo avanzo del ramo principale dei Medici. Restava anche Giovanni, allora già noto, e ben presto notissimo come capitano delle Bande Nere; ma esso apparteneva ad un ramo collaterale della famiglia, nè fu mai nelle buone grazie del Papa. Alcuni Fiorentini assai autorevoli, quali Iacopo Salviati, Francesco Vettori e Roberto Acciaiuoli, apertamente disapprovarono l'idea di far governare Firenze dal cardinale di Cortona, e dicevano al Papa con pari franchezza, che Ippolito ed Alessandro era meglio mandarli ora a scuola, per vedere se sarebbero poi riusciti uomini di governo. Lasciasse che, sotto la sua protezione, i cittadini si reggessero da sè; aprisse la sala del Consiglio come tante volte aveva fatto sperare. Ma Clemente VII preferì l'avviso di coloro che lo adulavano, e dicendo di volersi attenere al parere dei più, mandò a Firenze i due bastardi col Cardinale. La conseguenza naturale fu che questi si fece ben presto odiare, e l'odio si rivolse poi contro i Medici, crescendo sempre fino a che scoppiò più tardi in aperta ribellione.[429]

Ma assai più gravi erano gli eventi che s'apparecchiavano altrove. La grande lotta tra Francesi e Spagnuoli doveva ora decidersi col ferro. I primi si ritiravano dalla Lombardia, i secondi s'avanzavano pieni di baldanza. Questi erano comandati da valorosi capitani, perchè Carlo V non li nominava, come troppo spesso seguiva in Francia, per lusinghe di donne o intrighi di cortigiani. V'erano Antonio de Leyva ed il marchese di Pescara napoletano di nascita, ma spagnuolo d'origine, ambedue valorosissimi; v'era il celebre Conestabile di Borbone, che aveva clamorosamente disertato la Francia ed il suo re; v'era il vicerè di Napoli, visconte di Lannoy, fiammingo. Francesco I, essendosi deciso a farla una volta finita, passò ben presto le Alpi con un esercito di 50,000 uomini; ed il 21 ottobre 1524 entrò in Milano. Andò poi subito a Pavia, dove Antonio de Leyva s'era chiuso con 4,000 fanti, e colà doveva quindi decidersi ora la gran lite. Gli Spagnuoli facevano di tutto per tirare dalla loro parte il Papa; ma questi al solito esitava. Non poteva desiderare la loro vittoria nè quella dei Francesi, perchè sarebbe in ambedue i casi rimasto a discrezione del vincitore, divenuto arbitro delle sorti d'Italia. L'interesse dello Stato della Chiesa era perciò immedesimato ora con la indipendenza nazionale, e ciò poteva dare alla politica del Papa una grande importanza. Ma nè Leone X, nè Clemente VII osarono mai di sollevarsi all'altezza cui pareva che gli eventi per forza li chiamassero. E sebbene i migliori statisti italiani, fra cui il Machiavelli, li avessero in mille modi eccitati, spronati per questa via, non seppero far altro mai che tergiversare.

Francesco I s'era intanto fortemente trincerato nel suo campo, quando nuovi Tedeschi scendevano ad ingrossare il nemico. Il suo esercito era sempre assai numeroso; ma egli aveva dovuto mandare nel mezzogiorno d'Italia il duca d'Albany con 3,000 fanti e 2,000 cavalli; i suoi Grigioni erano partiti per difendere il castello di Chiavenna, e le nuove genti mandate di Francia in suo aiuto, erano state sbaragliate per via. Gli stava di fronte il grosso del nemico, ed alle spalle, in Pavia, era Antonio de Leyva, che aveva già fatto fortunate sortite, in una delle quali il valoroso Giovanni dei Medici era stato gravemente ferito, e messo così per qualche tempo fuori di combattimento. Nella città cominciavano a mancare i viveri, nel campo imperiale mancavano i danari; e tutto consigliava perciò il Re ad aspettare, a non dare battaglia. Ma il Pescara, cui il tempo stringeva, lo provocava ogni giorno con abilissime scaramucce, ed a lui parve finalmente viltà non accettare. In sul mattino del 24 febbraio 1525 il capitano spagnuolo penetrò nel campo dei nemici, per una breccia aperta la notte, nel muro del parco, in cui essi alloggiavano, e nello stesso tempo il de Leyva uscì da Pavia. I Francesi, che erano già pronti, s'avanzarono schierati in battaglia. Dapprima pareva che la vittoria loro arridesse; ma poi il Pescara, alla testa de' suoi archibusieri, mise in rotta i loro uomini d'arme, ed il Frundsberg diede prova d'ugual valore coi suoi lanzichenecchi. Il de Leyva s'era unito agli altri nel dar l'assalto ai Francesi. Gli Svizzeri, che già a Marignano avevano cominciato a perdere la loro reputazione d'invincibili, si misero in rotta, e così ben presto la vittoria fu degl'imperiali. Caddero quel giorno i migliori capitani di Francia; il suo valoroso esercito fu disfatto, e diecimila cadaveri rimasero sparsi sulla strada che da Pavia conduce alla Certosa.[430] Ma il peggio di tutto fu che venne fatto prigioniero lo stesso Francesco I, il quale scrisse allora a Luisa di Savoia sua madre: «Tutto è perduto fuorchè l'onore e la vita, che è salva.»[431] Il Pescara, il de Leyva e il Frundsberg furono gli eroi di questa battaglia, la più decisiva di quante se n'erano da secoli combattute,[432] perchè essa rese Carlo V il più potente fra tutti i sovrani d'Europa, arbitro dell'Italia, che ormai aveva perduto la sua indipendenza.

Poco dopo la battaglia di Pavia avvenne un fatto stranissimo, che fu molto diversamente interpretato e narrato dagli storici. Esso è, fra le altre cose, una prova assai chiara che gl'Italiani non solo vedevano la disperata condizione in cui si trovavano, ma volevano uscirne, e che le aspirazioni, le speranze espresse dal Machiavelli nella esortazione del suo _Principe_, eran pure, sebbene assai vagamente e fiaccamente, sentite da moltissimi. Mancava però la virtù necessaria a metterle in atto. Diffidavano tutti gli uni degli altri, e anche per rendersi indipendenti cercavano, speravano aiuto solo dagli stranieri. Non v'era uomo capace d'assumere la direzione della grande impresa: meno d'ogni altro poteva poi quest'uomo essere Clemente VII, che il fato sembrava, quasi per ironia, ostinarsi a fare apparire come il rappresentante delle più nobili aspirazioni nazionali.

Il dì 1º aprile 1525 gl'imperiali che, sebbene vittoriosi, si trovavano senza danaro, vennero ad un accordo, mediante il quale si obbligavano a garantire Milano da ogni assalto nemico. Lo Stato della Chiesa, Firenze, i Medici restavano sotto la protezione dell'Imperatore, al cui esercito, ed era questo il punto essenziale dell'accordo, si dovevano pagare 100,000 ducati. L'insolenza del vincitore, i saccheggi e le continue taglie non cessarono per ciò, anzi crescevano ogni giorno. Gl'Italiani erano quindi sempre più scontenti ed irritati di dover passare, come un branco di pecore, da uno ad un altro padrone, tanto più ora che gl'imperiali, già signori del Napoletano, erano riusciti a farsi padroni della Lombardia. Ma questo scontento, sebbene assai generale, sembrava impotente. I soli che si trovavano in condizione da fare qualche resistenza, erano i Veneziani ed il Papa. Ma i primi pensavano ai loro commerci, alle loro colonie; il secondo non osava e non risolveva mai nulla.

In Francia invece il governo era subito venuto in mano della reggente Luisa di Savoia, ai cui cenni obbediva unanime la nazione, pronta a ripigliare la guerra per vendicare e liberare dalla prigionìa il suo Re. Questo generale ardore di vendetta, questo desiderio di rivincita dava speranza agl'Italiani. E la Reggente, che lo sapeva, fece dire al duca di Milano, e subito dopo anche ai Veneziani, che essa era pronta ad aiutare in Italia un movimento generale per liberarla dal dominio imperiale, rinunziando per parte della Francia ad ogni pretesa sul reame di Napoli, lasciando la Lombardia al Duca. La medesima proposta venne fatta al Papa, che l'accolse subito, e con più ardore degli altri. A lui pareva finalmente di vedere la possibilità di quella guerra nazionale d'indipendenza, che già tante volte gli era stata suggerita, e che i fatti stessi, nell'interesse della Chiesa, ora consigliavano. Essa, così gli avevano detto e con maggiore insistenza molti ripetevano adesso, avrebbe a lui salvato lo Stato, facendogli acquistare quella gloria immortale di liberare l'Italia, che Giulio II aveva un momento sperata, e che lo stesso Leone X aveva più volte invano desiderata.[433] Il datario Giovan Matteo Giberti era quello che più di tutti lo sospingeva e spronava per questa via. Egli s'era in verità cosiffattamente acceso nell'idea d'una guerra nazionale, che incominciò, per mezzo delle sue lettere ai nunzi e messi straordinari del Papa, a riscaldare l'animo di tutti i potentati italiani, perchè non perdessero «l'occasione, che non potria essere al mondo più bella, di liberarsi e acquistar gloria eterna.»[434] Così scriveva il dì 1º luglio 1525 ad Ennio Filonardi nunzio nella Svizzera, e il 10 dello stesso mese scriveva all'auditore Girolamo Ghinucci: «Mi par di vedere rinnovare il mondo, e da una estrema miseria Italia cominciare a tornare in grandissima felicità.»[435] E così a tutti. In nome del Giberti e del Papa, Domenico Sauli genovese, andò a Milano per fare addirittura la proposta d'una lega italiana colla Francia, a fine di liberare la patria comune.[436] Poco dopo partirono le proposte definitive del Papa alla Francia. E queste erano: Milano resterebbe al Duca, cui gli Svizzeri darebbero aiuto; Napoli e Sicilia verrebbero libere in mano del Papa, che potrebbe disporne. La Francia darebbe 50,000 ducati al mese sino a guerra finita, anticipando subito due mesi, e manderebbe a sue spese 600 lance, 6,000 fanti, con la necessaria artiglieria, e 10 galee o più, secondo gli eventi. Per maggior prova di sicurtà e leale amicizia, una principessa francese andrebbe sposa al duca di Milano. Così si sarebbe fermata un'alleanza perpetua tra la Francia e l'Italia, la quale, appena liberata dagl'imperiali, avrebbe dovuto mandare a sue spese 1,000 lance e 12,000 fanti, per liberare il Re, ed essere in ogni caso pronta a difesa della Francia, che prometteva da parte sua uguale aiuto. Tutto sarebbe stato pronto a cominciare la guerra di qua dalle Alpi, quando la Reggente avesse inviato i primi danari, e dato alle sue genti ordine di mettersi in cammino.[437] Il Giberti, che più di tutti s'era acceso, sollecitava con ogni opera queste trattative, ma faceva nello stesso tempo vive premure ai potentati italiani, perchè, senza neppure aspettare gli aiuti francesi, si desse cominciamento all'impresa.

Intanto la Francia, che a tutta possa spingeva l'Italia, non dava in conclusione altro che parole. Essa trattava con la Spagna per liberare il Re, e quindi la sua politica poteva da un momento all'altro mutarsi. Gl'Italiani poi, non solo diffidavano dei Francesi, ma diffidavano anche di loro stessi, nessuno eccettuato, e però ciascuno voleva tenersi aperta un'uscita pel caso, che gli altri si tirassero indietro. E quindi la maggior parte di loro cercaron subito dare un qualche cenno più o meno indiretto della trama a Carlo V o ai suoi rappresentanti, per potere all'occorrenza dichiarare d'essergli stati sempre amici fedeli. Continuavano tuttavia con ardore le pratiche iniziate per l'impresa, deliberati a profittarne, quando le cose riuscissero, come allora si diceva, ad votum. Tale era pur troppo la politica del tempo. Carlo V e i suoi si conducevano, come vedremo, con la stessa mala fede. I Veneziani approvavano l'impresa, ma dicevano di rimettersene a ciò che farebbe il Papa. Questi, che aveva primo cominciato a stringere i segreti accordi, faceva in pari tempo dire all'Imperatore, che stesse attento ai suoi capitani in Italia.[438] Il duca di Milano, che aveva accolto con favore i suggerimenti della Francia, ne rendeva, per mezzo del suo segretario Morone, consapevole il Vicerè, che consigliava di continuare la pratica, per vedere dove la fosse per condurre.[439] Intanto lo stesso Morone continuava a trattare per ottener dall'Imperatore l'investitura del Ducato allo Sforza.

E finalmente arrivò il genovese Domenico Sauli, portando da Roma la proposta concreta della lega italiana contro gl'imperiali. L'occasione pareva allora singolarmente propizia. Francesco I aveva chiesto d'essere mandato nella Spagna, per parlare con Carlo V, ed il Vicerè ve lo aveva condotto all'insaputa del Borbone e del Pescara, che s'erano vivamente opposti, perchè volevano invece tenerlo in Italia, e cavarne profitto. Il Pescara sopra tutti n'era rimasto irritato contro il Vicerè, e nell'ira lo accusava d'essersi mostrato vile a Pavia, avendo più volte gridato: Noi siamo perduti! Aggiungeva d'esser pronto a provarglielo con la spada in mano.[440] E pareva che fosse irritato anche contro l'Imperatore, che si diceva avesse consentito al Vicerè. Per queste ragioni il Sauli trovò grande ascolto, quando fece al Morone la proposta della lega, ed espose, in nome del Papa e del Datario, l'idea d'offrire al Pescara, che sapevano irritato e scontento, il regno di Napoli, se entrava deliberatamente nell'impresa, assumendone la direzione militare.[441] Il segretario dello Sforza parve subito come invasato dalla proposta, e da quel momento fu il maneggiatore principale della congiura, il grande agitatore della politica italiana, senza per questo smetter di sollecitare dall'Imperatore l'investitura del Ducato pel suo signore. Anch'egli, anzi egli più di ogni altro, cercò di tenersi sempre aperta una via alla ritirata, la quale poteva da un momento all'altro divenire necessaria. E lo fece in un modo affatto proprio del suo strano carattere, del suo singolare ingegno, della sua audacia, di quella mala fede, che era grande in lui ed in tutti i politici del secolo. Così ne nacque una specie di tenebroso dramma, che restò per lungo tempo inesplicabile, ed anche oggi, dopo tante nuove ricerche e documenti venuti alla luce, non riesce interamente chiaro.

Il Morone era nato solo un anno dopo del Machiavelli; aveva studiato le lettere latine, le lettere greche e la giurisprudenza. Entrato poi negli uffici politici ed amministrativi, servì come segretario, cancelliere o simili, molti e diversi padroni. E fece per questa via rapido cammino, perchè all'ingegno s'aggiungeva in lui, non solo una singolare audacia ed intraprendenza, ma anche una grandissima accortezza nei raggiri diplomatici, talchè fu subito tenuto una delle prime teste politiche d'Italia. Nel 1499, quando Lodovico Sforza fuggì nel Tirolo, il Morone, che era suo segretario, formulò i patti della resa, e sebbene non venissero accettati dai Francesi invasori della Lombardia, noi lo troviamo subito dopo al loro servigio. Più tardi fu promotore della scelta di Massimiliano, figlio di Lodovico, a duca di Milano, servendolo fedelmente e con coraggio, fino a che quel giovane principe, stanco delle molte traversie, accettò l'esilio perpetuo in Francia. E dopo aver corso altre non poche vicende, quando in Italia risorse la fortuna degl'imperiali, s'adoperò moltissimo a far proclamare duca di Milano, il secondo figlio di Lodovico, Francesco Sforza. Di questo era adesso segretario, e nel nome di lui aveva trattato per la investitura del Ducato, che fu dall'imperatore offerta prima a condizioni inaccettabili, modificate poi ed accettate. Nello stesso tempo pigliava il Morone parte attivissima alla congiura, adoperandosi col Papa per la lega italo-francese contro l'Impero. Assunse sopra di sè il carico di guadagnare il Pescara, iniziando tutte le pratiche con tanto ardore, mostrandosi talmente persuaso di poter riuscire, e continuando con una così febbrile attività, da essere lungamente tenuto come il vero autore d'un disegno, che era stato invece concepito a Roma.

Il Pescara, giudicato allora il primo capitano d'Europa, era uomo ambiziosissimo e senza scrupoli, al che si aggiungeva ora, come dicemmo, l'essere egli irritato per la partenza di Francesco I, e per credersi non apprezzato abbastanza dall'Imperatore. Sebbene di origine spagnuola, e nemico del nome italiano, era pur nato in Italia: non pareva quindi che potesse essere addirittura indifferente alle sorti della sua patria. E la promessa d'un gran regno sembrava certo tal cosa da poter guadagnare l'animo di un uomo siffatto. Il Morone che aveva una fede grandissima nella sua propria capacità, nella propria eloquenza, non dubitava perciò di dover riuscire a fargli assumere un'impresa che gli offriva il modo di vendicare sè stesso, liberando la terra ove era nato, facendo la sua fortuna, acquistando gloria immortale. Si presentò dunque a lui, e dopo aver chiesta ed ottenuta la parola di soldato d'onore, che in ogni caso avrebbe serbato il segreto, gli rivelò il disegno dei collegati, e gli fece la grande offerta. Gli ricordò lo scontento universale e l'oppressione dell'Italia, che invocava un liberatore; gli dipinse con vivaci colori la gloria dell'impresa, la felicità di un regno, la santità di una guerra desiderata dal popolo, aiutata dalla Francia, benedetta dal Papa. Ricorse agli esempî della storia antica e della moderna.[442] Con altra forma, dovettero essere le idee stesse che si trovavano già nella esortazione del _Principe_.

Ma chi lo ascoltava era un soldato, su cui non potevano nulla l'eloquenza e le ricordanze storiche o patriottiche, il quale guardava solo al presente, al reale, al suo interesse personale. Il Pescara sapeva che valore avevano le armi imperiali, e quanto deboli erano quelle degl'Italiani, sempre discordi, sempre diffidenti gli uni degli altri, e sapeva anco qual certezza c'era da avere negli aiuti promessi dalla Francia, che per liberare il suo Re, poteva da un momento all'altro mutare politica, piegandosi ad ogni patto. Oltre di ciò, egli era già ammalato d'una malattia, che doveva in breve condurlo alla tomba. Non poteva quindi accettar cambiali a lunga scadenza. Ma non era neppure uomo da respingere senz'altro le troppo lusinghiere proposte, che il Morone gli faceva, in nome del Papa e degli altri potentati. In sostanza, o l'impresa diveniva veramente tale da poter riuscire, ed egli allora avrebbe di certo accettato l'offerta, o in nessun modo sarebbe apparso sperabile il condurla a buon termine, ed anche in questo caso a lui sarebbe convenuto far mostra per ora di entrar nella trama, se non altro per conoscerla e trarne sicuro vantaggio, rivelandola all'Imperatore. Intanto poteva dagli alleati cavar danari, che era la cosa di cui più urgentemente aveva bisogno pel suo esercito privo di tutto. Giurato adunque il segreto, e saputo di che si trattava, non accettò nè ricusò d'assumere la direzione dell'impresa; ma ne dimostrò subito le gravi difficoltà, e dichiarò che voleva prima esser sicuro di non violare le leggi cui era tenuto, come soldato d'onore, come vassallo dell'Imperatore. Avrebbe fatto studiare il caso da persone competenti, lo stesso facessero lo Sforza ed il Papa, in termini generali ben inteso, senza nomi di persone, perchè non trasparisse ad anima viva il geloso segreto. Le risposte del Papa e dello Sforza non si fecero molto aspettare, quantunque la troppo ingenua domanda avesse tutta l'apparenza d'un pretesto. Legami verso la patria i generali d'allora non ne avevano, e meno di tutti poteva averli verso la Spagna o l'Impero il Pescara, che era nato a Napoli. Non restavano quindi che i doveri di vassallo, ai quali solamente egli aveva accennato. Ma gli fu subito osservato, che il Napoletano era feudo della Chiesa, e che ai possessi nella Spagna egli poteva, volendo, rinunziare fin d'ora per l'acquisto d'un regno. A lui non si proponeva in fatti nulla di straordinariamente insolito, secondo le idee di quel tempo. Non era il Borbone passato dalla Francia a servizio dell'Impero? Non aveva fatto lo stesso il principe d'Orange, e non era Pietro Navarro passato per dispetto dalla Spagna alla Francia? Se costoro furono dai posteri chiamati traditori della patria, essi continuavano allora ad esser tenuti fra i capitani più stimati e più rispettati, meritevoli di biasimo solamente per avere abbandonato il proprio signore.[443] Il Pescara non era certo uomo da pretendere d'esser più scrupoloso degli altri, e quando avesse voluto mutar bandiera, non gli sarebbero mancate ragioni o pretesti, massime poi essendo istigato dal Papa.

Le trattative andarono perciò innanzi attivissime; ma la Francia prometteva sempre, senza mai muoversi.[444] Il Pescara faceva con insistenza continue domande di danari, che bisognava dargli, e intanto, con generale maraviglia, si sentiva che scendevano dalle Alpi altri Lanzichenecchi. Da per tutto si andava inoltre ripetendo che l'Imperatore era già consapevole della congiura. In fatti d'ogni cosa lo aveva con lettere continue ragguagliato il Pescara, sollecitandolo a conchiudere subito accordi con la Francia, perchè in Italia tutti gli erano nemici, tutti desideravano cacciarne l'esercito imperiale: il nome tedesco e spagnuolo era universalmente odiato.[445] Dalle lettere del Giberti si vede in fatti assai chiaro, come a Roma già si sapesse che la congiura non era più un segreto per nessuno, e si sospettasse che non solo il Pescara, ma anche il Morone tradisse.[446] Questi, appena saputo che si era gravemente ammalato il suo Duca, dichiarò al Pescara, che avrebbe dato il Ducato in balìa dell'Imperatore, piuttosto che vedervi tornare Massimiliano Sforza, mostratosi inettissimo a governare. E non solo lo aveva detto; ma, sebbene i Veneziani ed il Papa, coi quali allora cospirava, si fossero dichiarati contrarissimi, aveva subito apparecchiato ogni cosa, per porre in atto il suo pensiero, quando fosse veramente seguìta la morte del Duca.[447] Ma nessuno aveva mai fatto assegnamento sulla buona fede del Pescara o del Morone; s'era calcolato solo sul loro egoismo, sulla loro ambizione. Si riteneva che, quando la congiura fosse stata per riuscire, vi avevano ambedue troppo da guadagnare, per volerla abbandonare; si era anche convintissimi che avrebbero tradito, e si sarebbero subito rivolti all'Imperatore, quando appena quella probabilità fosse cominciata a venir meno. E quindi ciò che metteva adesso pensiero e sconfortava grandemente era l'arrivo dei Lanzichenecchi, la mancanza di ogni aiuto dalla Francia, la nessuna vicina speranza di averne.

Non mancavano neppure diffidenze tra il Pescara ed il Morone. Questi sapeva d'essere odiatissimo dagli Spagnuoli, e sopra tutti dal de Leyva, che aveva minacciato d'ucciderlo, quando lo avesse avuto nelle mani. Conosceva poi assai bene il Pescara, e aveva detto al Guicciardini: «Non essere uomo in Italia nè di maggior malignità, nè di minor fede.»[448] E da ogni lato lo avvertivano ora, che stesse in guardia, altrimenti avrebbe fatto una misera fine nelle mani di quel tristo. Al quale egli stesso riferì le voci che correvano, aggiungendo però: «Io ho fede in V. S. come in Dio.»[449] In fatti il Pescara stesso, nelle lettere che scriveva a Carlo V, rivelando la congiura, le offerte, i discorsi fattigli dal Morone, aggiungeva di tenersi ben sicuro di poterlo «condurre dove voleva.»[450] Il vero è che giocavano ambedue un doppio giuoco, e n'erano consapevoli del pari. Il capitano imperiale aveva lasciato capire, che non avrebbe esitato a fare davvero, quando avesse potuto esser sicuro della corona promessagli; ma non s'era mai illuso fino a credere che questa sicurezza vi potesse esser davvero. Il Morone invece, come succede spesso ai più furbi, s'era molto illuso, non però quanto s'è voluto supporre da alcuni scrittori. Egli non era affatto cieco alle difficoltà cui s'andava incontro, e sapeva bene che avrebbe messo a rischio la propria testa, se troppo scopriva il Pescara. Pure gli dava qualche sicurtà il sapere quali ambiziosi desideri nel fondo del suo animo questi nascondesse. E da un altro lato gli aveva pure fatto ben capire che, quando l'impresa fosse stata per fallire, anch'egli sarebbe stato pronto a gettarsi con tutte le sue forze a servizio dell'Imperatore. Per tutte queste ragioni adunque, invitato dal Pescara ad andare a conferire con lui, che si trovava ammalato nel castello di Novara, v'andò col de Leyva, sebbene tutti lo avvertissero che correva alla sua estrema rovina.[451]

Il 13 ottobre ebbe un primo abboccamento, il 15 un secondo,[452] uscendo dal quale fu fatto prigioniero e menato nel castello di Pavia, dove il 24 venne il Pescara col de Leyva e l'abate di Nazaria ad esaminarlo. C'era poco da chiedere e poco da rispondere, perchè il Pescara già sapeva tutto, e lo sapeva dal Morone stesso. Questi, non ostante, scrisse di sua mano la propria confessione. Ed in essa, dopo aver protestato contro la ingiusta violenza che subiva, contro la fede tradita, diceva al generale di Carlo V, che non poteva rivelar nulla, che già non gli avesse detto e ripetuto più volte. Esponeva tuttavia la storia della congiura, ricordando l'offerta del regno di Napoli, le trattative per la investitura di Milano allo Sforza, che aveva dichiarato d'accettarla, continuando nel tempo stesso gli accordi per la guerra nazionale contro l'Imperatore.[453] Quest'ultima dichiarazione fu il pretesto, di cui il Pescara si valse per andar subito a Milano, ed impadronirsi della Lombardia.

Ognuno s'aspettava ora di sentire da un momento all'altro già messo a morte il Morone, quando, con maraviglia universale, il Pescara pubblicò un decreto del 27 ottobre, col quale dichiarava di volerlo tenere presso di sè prigioniero, ed ordinava che non si toccassero punto le proprietà di lui, lasciandole per adesso alla moglie ed ai figli, usando loro ogni riguardo.[454] Sentendosi poi vicino alla morte, che lo colpì in fatti il 3 dicembre 1525, nella età di soli trentasei anni, fece testamento, raccomandando all'Imperatore, non solo la vita, ma anche la libertà del Morone, ed ogni benefizio che gli si potesse fare, «perchè altrimenti mi riputerei essere caricato.»[455] L'abate di Nazaria ed il marchese del Vasto, dimostrando anch'essi una singolare premura, scrissero subito al prigioniero, per avvertirlo che il Pescara lo aveva raccomandato a Carlo V, ed aggiungevano assicurazioni della loro buona disposizione. Lo stesso de Leyva, che non gli era stato mai benevolo, scriveva da Milano il 25 marzo 1526: «Si farà maniera che V. S. resterà contenta. Sicchè de novo la torno a pregare, che stia de bon animo, che farò per lei tanto quanto vorrei si facesse per me stesso, e me li raccomando.»[456] Il Morone tuttavia restò per ora in carcere, a disposizione del conestabile di Borbone, che assunse il comando dell'esercito imperiale, e lo tenne come ostaggio, a fin di cavarne danari, dei quali era anch'egli in una estrema necessità. Ma dopo avere avuto da lui parecchie migliaia di ducati, con promessa di altri fino a 20,000, firmò il dì 1º gennaio 1527 un decreto col quale, pure rimproverandogli la congiura, ed accusandolo di pecunia indebitamente estorta in suo privato vantaggio, n'esaltava l'ingegno, il coraggio, l'esperienza, i servigi altra volta resi all'Imperatore. E concludeva poi che, per questi suoi meriti, pei danari recentemente dati in momenti di estremo bisogno, per la volontà dichiarata di volersi di nuovo rendere utile all'Impero, lo liberava e gli faceva grazia generale di tutte le sue colpe.[457] Ma, quello che è ancora più, lo nominava poco dopo commissario generale nell'esercito. Ed in questo ufficio noi lo troviamo sotto le mura di Roma, quando il Borbone morì. Seguìto che fu poi il sacco della Città eterna, e trovandosi Clemente VII chiuso in Castel Sant'Angelo, il Morone ebbe parte principalissima nelle trattative allora fatte per liberarlo. Aiutato dal suo ingegno, dalla sua attività, dalla sua grande esperienza, salì sempre a maggior grado; fu come la mente che dirigeva gl'imperiali nello strazio che fecero dell'Italia, ed era presso l'esercito che assediava Firenze, il giorno 15 dicembre 1529, che fu l'ultimo della sua vita.[458]

Tutto questo finì, com'era naturale, col lasciare mille dubbî, mille incertezze sul suo carattere e sul vero significato della congiura; incertezze e dubbî che crebbero assai più, quando si cominciò a voler vedere un gran patriotta in un uomo che aveva mirato solo e sempre a farsi strada nel mondo, che aveva mutato parte ogni volta che lo richiedeva il proprio interesse, cui solo obbediva. Facendone un patriotta, rimangono assolutamente inesplicabili la sua condotta e quella anche del Pescara, del de Leyva, del Borbone. In fatti, come mai il Morone, avvertito da tanti, sapendo con certezza che il Pescara era ormai in perfetto accordo coll'Imperatore, si sarebbe andato a mettere nelle mani di lui? Ed il Pescara, perchè lo avrebbe salvato e raccomandato? Ammettere in questo scrupoli di coscienza sarebbe assurdo. Non ne ebbe mai, e non c'era ragione d'averne allora, se non ne aveva avuti prima. Anche più impossibile sarebbe immaginare scrupoli o altro simile sentimento, per ispiegare la condotta del de Leyva, del Borbone, dello stesso Carlo V, i quali non avevano promesso nulla, e non dovevano usare riguardi ad un cospiratore. Al patriottismo del Morone non credettero mai i contemporanei che lo conobbero, neppure quelli stessi che lo avevano inviato alla congiura. Il Guicciardini, nella sua _Storia d'Italia_, dichiara di non aver capito la cecità con cui esso s'era andato a mettere nelle mani del Pescara, del quale conosceva bene la crudeltà e la mala fede. Nelle sue Legazioni, però, appena che lo seppe in prigione, scrisse a Roma: «Io temo che con le sue girandole riuscirà presto a consigliare ed a dirigere gl'imperiali a danno degli alleati.»[459] E così fu.

Ma se i contemporanei dovevano giudicar solo dalla conoscenza che avevano del Morone, i documenti pubblicati ai nostri giorni ci pongono in grado di vedere anche meglio come le cose veramente andarono. Il Morone, che aveva servito molti padroni ed era prontissimo a servirne altri, pensava a farsi sempre più potente, servendo il duca di Milano, quando venne da Roma l'idea della lega e l'offerta del regno di Napoli al Pescara. La lega e la guerra corrispondevano ad un vero interesse nazionale, ad un bisogno che, se non era fortemente sentito, era pure assai generalmente inteso dagl'Italiani. Se il Pescara si faceva davvero promotore dell'impresa, si poteva sperare di riuscire a buon fine, e, riuscendo, egli ed il Morone sarebbero divenuti potentissimi. La proposta fu dunque fatta ed accettata con la intesa tacita e vicendevole, che non potendosi riuscire al fine voluto, si sarebbero ambedue rivolti a favorire l'Imperatore. Di ciò, come abbiam visto, il Morone dette prova coi fatti, quando pareva che il suo Duca morisse. Il Pescara, che si era pure avventurato abbastanza, si pose anche subito al sicuro, rivelando ogni cosa all'Imperatore. Aveva continuato ad avere od a fingere d'aver parte nella trama, cavando intanto dai collegati i danari che gli occorrevano a sostenere l'esercito, e così andando innanzi, s'era sempre più persuaso che il Morone poteva, nelle mani sue e degl'imperiali, riuscire un ottimo strumento a conquistare l'Italia, appena che la vanità della congiura fosse apparsa evidente anche a lui. Questi, in ogni caso, era anche, come si vide poi col fatto, l'uomo più adatto ad indicare le persone da cui si potevano in Italia estorcere danari, dei quali gl'imperiali avevano un bisogno così grande ed urgente, che la mancanza di essi li pose più di una volta sul punto di vedere sbandati i loro eserciti. Era poi egli stesso così ricco da poter dare anche del suo, come fece più tardi col Borbone. Così fu che, quando il Pescara lo ebbe nelle mani, iniziò il processo più per forma e per cavarne danaro, per avere un qualunque pretesto ad impadronirsi della Lombardia, che per la speranza di poter nulla apprendere di nuovo. La benignità inaspettata e le raccomandazioni insolite furono certo promosse dal desiderio che si adoperasse a profitto degli imperiali un uomo il quale si era dichiarato pronto a servirli, e poteva veramente riuscir loro di grande utilità.

Questa congiura, che fu detta del Morone, prova che l'idea di rendere l'Italia indipendente colle proprie forze, era allora nel pensiero di molti, e poteva anche essere effettuata, quando vi fosse stata sincera unione fra gl'Italiani, ed un uomo valoroso e grande l'avesse deliberatamente sostenuta colle armi. Se l'Italia, in fatti, era debole, i suoi nemici erano spesso in guerra fra di loro, e disordinati per modo che più d'una volta si trovarono sul punto d'andare a rovina, senza quasi essere combattuti da altri. Ma l'uomo necessario non sorgeva, e quando si veniva alla prova dei fatti, ognuno voleva operare a suo vantaggio esclusivo: così tutto andava a rifascio. Questo concetto d'indipendenza nazionale, di cui pur tanto si parlò dai tempi di Giulio II in poi, era allora vagheggiato dagl'Italiani più per entusiasmo letterario, e per sostenere interessi locali o personali, che per bisogno generale e fortemente sentito d'una patria comune. Non si poteva quindi, in nessun caso, arrivare a grandi e durevoli resultati. Lo stesso Machiavelli, fino a che restò segretario della Repubblica fiorentina, non riuscì mai a vederlo chiaramente, dimostrandosi anch'esso pronto a sacrificar tutto agl'interessi del suo piccolo Comune. Uscito però d'ufficio, egli fu ben presto il solo che comprendesse e sentisse fortemente l'idea nazionale, esponendola senza incertezze o secondi fini, con sublime eloquenza cercando convincerne gli altri. Ma perciò appunto dovette d'allora in poi passar la sua vita d'illusione in illusione, di speranza in speranza, vedendo un dopo l'altro svanire i sogni dai quali era sempre dominato. Nulla però fa credere che egli si fosse un momento solo illuso sulla condotta del Morone, quantunque la congiura si direbbe qualche volta ispirata dal _Principe_ e dai _Discorsi_. A lui dovette apparir chiaro, che nessuno di coloro i quali vi presero parte, aveva pur l'ombra di quel forte e sincero patriottismo, che egli sapeva essere più di ogni altra cosa necessario a porre in atto la grande idea.

CAPITOLO XVI.

L'esercito imperiale s'avanza in Lombardia. — Il Guicciardini Presidente della Romagna, poi Luogotenente al campo. — Il Machiavelli rientra negli affari. — Sua gita a Roma. — È inviato presso il Guicciardini a Faenza. — Sua gita a Venezia. — Corrispondenza col Guicciardini. — È nominato Cancelliere dei Procuratori delle Mura. — Attende ai lavori per le fortificazioni della Città.

L'esercito imperiale, padrone ormai del ducato di Milano, comandato dal conestabile di Borbone, che aveva con sè il Morone, s'apparecchiava baldanzoso ad andare oltre, e nuovi avvenimenti sempre più funesti all'Italia erano inevitabili. A questi era rivolta adesso l'attenzione dei politici italiani, che tutti in un modo o nell'altro vi pigliavano parte. Anche il Machiavelli fu ricondotto ora in mezzo agli affari, e più volte mandato al campo degli alleati, dove trovò il Guicciardini luogotenente generale del Papa. Ambedue fecero prova di tutta la loro energia, di tutto il loro ingegno, dimostrando invano le migliori qualità del loro carattere. Il Machiavelli però era già innanzi cogli anni e vicino alla morte, in condizione sempre subordinata, a servizio d'uno Stato dipendente dall'autorità del Papa; poteva quindi far poco altro che mostrare la sua buona volontà, il suo ardente patriottismo, il suo dolore per le sorti infelici della patria. Il Guicciardini era invece nel vigore delle forze, investito sempre di altissimi uffici, e questo fu anzi il periodo più importante della sua vita politica. Egli aveva in Roma un suo rappresentante nella persona di messer Cesare Colombo, cui scriveva lettere continue, perchè ne riferisse al Papa ed ai cardinali. Esse ci danno un ritratto fedele degli avvenimenti del tempo, e sono una sicura testimonianza della sua grande intelligenza politica, delle sue qualità di vero uomo di Stato.

Mandato governatore nell'Emilia, s'era fatto molto lodare per la energia e prontezza dimostrate durante la guerra. Nel 1524 fu perciò nominato Presidente della Romagna, con incarico di pacificare quel paese lacerato dalle fazioni, insanguinato da continui delitti. E voleva subito usare severità contro i colpevoli, per venir poi alla clemenza. Ma quando ebbe a Forlì fatta eseguire la prima condanna capitale, pronunziata contro uno «imbrattato nelle ribalderie insino agli occhi,» dovette avvedersi d'andare incontro a difficoltà più gravi assai che non pensava.[460] I ribaldi ricorrevano al Papa per protezione, si facevano raccomandare, ed ottenevano salvocondotti. Ciò faceva subito crescere i delitti, e indeboliva l'autorità del Presidente, che ne restava irritato e sgomento.[461] Un Bastiano Orsello, che aveva ammazzato l'avo, ed era accusato d'aver commesso in un tumulto sedici o diciotto omicidi, oltre infinite rapine, trovava anch'esso protezione in Giovanni dei Medici e nel Papa.[462] E mentre il Guicciardini si lamentava d'uno, facevasi grazia ad un altro, tanto che egli esclamava sdegnato: «Meglio far grazia a tutti gli assassini, invitandoli a far peggio! È stato per Dio! un bel ghiribizzo. Si sono visti girare liberamente omicidi, che nelle piazze di Forlì avevano giocato alla palla colle teste degli uccisi!»[463] Pure egli, profittando delle più gravi cure che assediavano il Papa, andò innanzi per modo, che alla fine dell'anno potè annunziare di aver pacificato la Romagna.[464]

Ed allora la sua attenzione si rivolse agli avvenimenti che seguivano fuori di quella provincia, dando giudizi e consigli così giusti, così pratici, che paiono qualche volta addirittura profetici. Poco prima della battaglia di Pavia, egli scriveva che, a suo giudizio, vincevano gl'imperiali.[465]

E quando la previsione s'era avverata, aggiungeva: «Ormai tutto riuscirà a nostro svantaggio. Gl'Italiani non hanno forze per resistere, ed il capitolare sarà la nostra servitù.[466] Questo sarebbe il tempo di audaci disegni, e io loderei chi pigliasse un partito nel quale la speranza fosse uguale al pericolo.[467] È vano sperare nei Francesi, che non pensano mai al domani, e saranno pronti a tutto per liberare il loro Re. Capisco che ora ogni buon cervello si smarrisce; ma chi si avvede che stando fermo gli viene addosso la rovina, deve preferire i più gravi pericoli alla morte sicura.»[468] E quando venne notizia della cattura del Morone, nel quale egli non ebbe mai fiducia, scriveva: «Ormai gl'imperiali non aspettano più. Forse vorranno subito rendersi padroni del Milanese, il che può loro riuscire per la debolezza del Duca, e per qualche nuova girandola del Morone. Noi non abbiamo nulla da sperare, perchè essi si spingeranno ancora più innanzi ad occupare le terre della Chiesa, o a mutare lo Stato di Firenze, o a qualche cosa anche peggiore, quando ne vedessino l'occasione. Cesare vuol farsi signore d'Italia, e non potrà mai essere amico di chi deve opporglisi. È vano sperare in un accordo colla Francia, che ora è prostrata, perchè esso sarebbe sempre a nostro danno. Nessun accordo riuscirebbe stabile, senza la liberazione del Re, il quale poi non osserverebbe i patti che fossero a suo carico. Il vero è che Cesare farà i fatti suoi, mentre gli altri stanno addormentati, e così prevarrà contro tutti, non per maggior forza, ma _fatali omnium ignavia_.»[469] Queste parole sembrano preveder chiaramente l'avanzarsi degl'imperiali fino al sacco di Roma ed all'assedio di Firenze. Nè dalla sua opinione si rimosse il Guicciardini, quando seppe che un messo dell'Imperatore faceva proposte d'accordo, e che il Papa trattava. «L'Imperatore,» egli scriveva, «vuole abbattere la Francia e i Veneziani, deve quindi assicurarsi prima del Papa, e lo farà appena ultimata la faccenda di Milano. Egli sarà in ogni caso l'arbitro d'Italia. Il Papa avrà di principe solamente il nome, e verrà per ora tenuto a bada con proposte che finiranno in sogni.[470] Ma pur troppo io temo che si appiglierà al partito più da poco. A chi ha paura della guerra bisogna mostrare i pericoli della pace. La troppa prudenza è ora imprudenza, nè si possono più prendere imprese misurate. È necessario correre alle armi, per fuggire una pace che ci rende schiavi.»[471] Ed anche questo s'avverò. La guerra divenne inevitabile, ed il Guicciardini fu chiamato a Roma, per essere prima consultato e poi mandato al campo come Luogotenente generale. Egli allora affidò il governo della Romagna a suo fratello Iacopo, cui lasciò scritte lunge e minute istruzioni, le quali sono un'altra prova della sua attitudine a governare.[472]

È questo il tempo in cui finalmente ricomparisce sulla scena politica il Machiavelli. Noi lo troviamo col suo solito carattere, combattuto sempre dalla fortuna, in uffici modestissimi, esaltato da un vivo entusiasmo a favore della patria italiana, che invano cerca salvare, dominato, trascinato da' suoi eterni ideali. Questi ideali, che assai spesso lo fecero apparire visionario e fantastico ai suoi contemporanei, paiono a noi poco meno che sublimi e profetici, perchè sono più vicini al nostro che al suo tempo, e dimostrano più una profonda visione dell'avvenire, che una conoscenza pratica del presente. La quale conoscenza era invece la dote principale del Guicciardini, che perciò ebbe maggiore fortuna e potenza. Più freddo ed impassibile calcolatore, sembra qualche volta ripetere al suo grande contemporaneo le parole di Dante a Farinata degli Uberti:

E' par che voi veggiate, se ben odo, Dinanzi quel che il tempo seco adduce, E nel presente tenete altro modo,[473]

Il Machiavelli stesso più di una volta si accorse della contradizione in cui si trovava, quando voleva a forza supporre i suoi contemporanei, il suo paese, de' quali pur vedeva i difetti, troppo migliori che non erano, e capaci di grandi, eroiche risoluzioni. Allora scoraggiato s'abbandonava un tratto al suo spirito satirico, mordace, cinico, che scoppiava improvviso, irresistibile. Ma poi tornava da capo a' suoi ideali, nei quali ebbe fino alla morte una fede incrollabile.

Ai primi del 1525, quando non era anche ingrossata la marea delle nuove calamità, egli meditava dolorosamente sugli avvenimenti che seguivano alla giornata, e finiva l'ottavo libro delle sue _Storie_, che arriva alla morte di Lorenzo il Magnifico. Voleva egli stesso presentarle al Papa, cui le aveva dedicate, e cercare così di ricevere qualche nuovo sussidio a continuarle. Ne tenne per lettera parola al Vettori, che lo incoraggiò sempre assai poco. Pure il dì 8 marzo gli scrisse da Roma, che il Papa gli aveva chiesto notizia delle _Storie_, e che egli aveva risposto d'averne letto una parte, e giudicarle tali da soddisfare; sconsigliava però il Machiavelli dall'andare in persona a presentarle, non parendogli opportuno, rispetto ai tempi che correvano. Ma il Papa invece aveva soggiunto: doveva venire, e sono certo che i suoi libri debbono piacere ed essere letti volentieri. Pure il Vettori, sempre freddo, concludeva la sua lettera col dire: è necessario tuttavia non illudersi, perchè, venendo, c'è sempre il caso di restare colle mani vuote, tali sono ora i tempi.[474] Il Machiavelli, dopo aver molto esitato, decise d'andare, e trovò non solo il Papa ben disposto, ma anche Filippo Strozzi e Iacopo Salviati pronti ad aiutarlo assai più efficacemente del Vettori, sempre largo di sole parole. Il Salviati s'era già prima adoperato a fargli avere qualche incarico; ma non era riuscito, perchè al Papa non piacque la proposta.[475] Filippo Strozzi fu invece più fortunato. Per mezzo di Francesco del Vero potè far sapere al Machiavelli già ripartito da Roma, che Sua Santità era pronta a concedergli un nuovo sussidio, per fargli continuare le _Storie_.[476] Il sussidio in fatti venne poi concesso, e fu di altri cento ducati.[477]

La ragione per la quale il Machiavelli, non ostante le buone disposizioni del Papa, era ripartito da Roma senza nulla concludere a proprio vantaggio, prima anche d'esser sicuro del sussidio per le _Storie,_ è tale che fa molto onore al suo carattere. Arrivato colà dopo la battaglia di Pavia, quando gli animi di tutti gl'Italiani erano sospesi per l'evidente pericolo di vedere da un momento all'altro l'esercito imperiale avanzarsi minaccioso, egli quasi istantaneamente perdette il pensiero de' suoi personali interessi, e ne abbandonò la cura agli amici. Al Papa ragionò invece dei provvedimenti più necessarî a prendersi nelle presenti condizioni, dei modi di fortificare Firenze contro qualche improvviso assalto. A lui, ai cardinali, a quanti potè vedere di coloro che frequentavano la Corte, espose con ardore la sua vecchia idea della milizia nazionale, cercando persuadere ad ognuno, come unico rimedio efficace sarebbe ora dar le armi al popolo, chiamandolo alla difesa della patria minacciata dagli stranieri. E con tanto calore, con tanta eloquenza ne parlò, che gli parve finalmente d'esser riuscito a convincerne il Papa ed alcuni di coloro che gli erano vicini. Nel giugno di quell'anno fu in fatti mandato al Guicciardini in Romagna, con un Breve di Clemente VII che lo chiamava _dilectum filium Nicolaum Macchiavellum_,[478] per esporgli il suo disegno, e cercare d'effettuarlo colà, dove il popolo era assai armigero. Iacopo Salviati e lo Schonberg ne parlarono al Colombo, invitandolo a scriverne anch'egli subito al Guicciardini. E questi, che era forse la testa più fredda e pratica che avesse allora l'Italia, gli rispondeva da Faenza il 15 giugno 1525: «Ho visto quel che dicono circa la venuta del Machiavelli. Aspetterò il suo arrivo, per intender prima il disegno suo, e dar poi il mio avviso; perchè è cosa da considerarla bene, e così direte anche a loro. Intanto chiedete a che fine mira il Papa con questa proposta; chè se ne spera rimedio ai pericoli presenti, è provvisione che non può essere a tempo.»[479]

Il 19 scriveva, che il Machiavelli era arrivato ed aveva esposto il disegno dell'Ordinanza. «Certo, se questa cosa potesse condursi al fine desiderato, sarebbe una delle più utili e più laudate opere che Sua Beatitudine potesse fare. Ed a me non farebbe paura dar le armi al popolo, se però fosse d'altra sorte che è questo, perchè allora con pochi buoni ordini e con severità si provvederebbe a tutto. Ma la Romagna, lacerata da nimicizie crudeli, è divisa in due grandi fazioni, dette ancora dei Guelfi e dei Ghibellini, le quali s'appoggiano una alla Francia, l'altra all'Impero. La Chiesa non ci ha veri amici, e però quando si trovasse in guerra con Cesare, le sarebbe di grandissimo pericolo avere armato gli amici di lui, sperando valersene a proprio vantaggio. Questa impresa dovrebbe esser fondata sull'amore del popolo, che in Romagna manca del tutto alla Chiesa. Qui non son sicuri nè della roba, nè della vita, e guardano perciò sempre ai principi stranieri, dai quali in tutta la provincia dipendono. Lo sperare poi di comporre l'Ordinanza, come vorrebbe il Machiavelli, d'uomini non legati a nessuna delle due fazioni, sarebbe lo stesso che non voler trovare alcuno. Pure, se deve in ogni modo tentarsi l'impresa, io mi ci metterò con ogni mia forza, e così dovrebbe fare Sua Santità, perchè una volta che fosse iniziata, bisognerebbe tenerne più conto che di qualunque altra cosa.» Aggiungeva poi che l'idea d'addossare, come voleva il Papa, la spesa alle già troppo esauste Comunità, era pericolosissima, e sarebbe riuscita solo ad irritarle, sin dal principio, contro una istituzione cui bisognava invece affezionarle.[480] Il 23 giugno tornava ad esprimere i suoi dubbi, invitando il Colombo a far leggere la lettera prima allo Schonberg ed al Salviati, riferendo i giudizî e le opinioni loro; poi al Papa, notando attentamente «li moti e parole sue.»[481] Mentre però egli era così sospeso pel dubbio di vedere il Papa gettarsi, senza riflessione e senza energia, in una impresa assai incerta, già in questo ogni entusiasmo s'era spento come fuoco di paglia, specialmente quando sentì che bisognava spendere. Non pensò più neppure a rispondere. Laonde il Machiavelli, avendo invano aspettato lettere fino al 26 luglio, persuaso ormai che nè il Guicciardini, nè il Papa osavano dar le armi al popolo, e non volendo invano perdere il suo tempo, se ne tornò a Firenze, dichiarando tuttavia che sarebbe stato sempre pronto ad ogni loro cenno.[482] Fino alla morte egli non perdette mai la sua fede nell'Ordinanza.

Da Firenze scrisse più volte al Guicciardini, senza per qualche tempo tornare sull'argomento. Ragionavano fra loro d'affari privati e di facezie, colle quali cercavano una distrazione dalle miserie in cui l'Italia si trovava, e dai maggiori pericoli che la minacciavano. Non potevano però fare che di tanto in tanto non parlassero anche di questi pericoli, con animo assai addolorato. Il 17 agosto il Machiavelli accennava al matrimonio proposto tra una delle figlie del Guicciardini ed un ricco fiorentino; poi si rallegrava molto che all'amico fosse piaciuta la sua _Mandragola_, tanto da volerla far rappresentare a Faenza nel carnevale prossimo, e prometteva d'assistere alla rappresentazione. Gli mandava una medicina, dalla quale diceva d'avere molte volte ricevuto grande benefizio, massime quando aveva troppo lavorato.[483] Aggiungeva che forse andrebbe presto a Venezia, nel qual caso si sarebbe, ritornando, fermato a Faenza per rivedere gli amici.

Il 19 agosto, in fatti, dai Consoli dell'Arte della lana, e da quelli che i Fiorentini avevano in Romania, chiamati anche Provveditori di Levante, fu mandato a Venezia per un affare d'assai poco momento. Alcuni mercanti fiorentini, tornando dall'Oriente, con molto danaro, sopra un brigantino veneto, arrivati che furono in un porto di quella repubblica, trovarono il brigantino padroneggiato da un G. B. Donati, che accompagnava l'oratore turco. Questo Donati li chiamò, e dopo aver loro «fatto sopportare molte cose indegne, non che altro di essere riferite, gli sforzò finalmente a riscattarsi con 1500 ducati d'oro.»[484] Di ciò si chiedeva dai Consoli risarcimento alla Serenissima Repubblica, essendo il Donati cittadino veneto. E di questa commissione che finì subito, abbiamo solo la credenziale, la istruzione dei Consoli al Machiavelli, e la lettera, in cui è l'esposizione del fatto,[485] senza che altro se ne sappia. Invece sappiamo che allora appunto si sparse per Firenze la voce, ch'egli avesse a Venezia tentato la sorte, vincendo al lotto da due a tre mila ducati. Così gli scriveva Filippo de' Nerli, il quale aggiungeva la notizia, che il Machiavelli era stato imborsato fra i cittadini abili agli ufficî politici, avendo gli Accoppiatori chiuso un occhio sulle difficoltà che si presentavano; e ciò era riuscito, perchè era stato raccomandato da donne a lui benevole.[486] Su di che il Nerli andava celiando, con un linguaggio e con allusioni che per noi sono ora poco facili ad intendere. Si capisce che dagli amici e dagli Accoppiatori era stato veramente favorito, non avendo essi tenuto conto della voce diffusa dagli avversarî, che egli non avesse tutte le condizioni richieste dalle leggi per l'ammissione agli ufficî politici.[487] Quanto alla pretesa vincita al lotto, o fu cosa d'assai poco momento, o addirittura una favola, perchè non se ne trova nessun altro riscontro, e due o tre mila ducati erano a quel tempo tale somma da far mutare condizione al Machiavelli, che non ebbe mai questa fortuna. Neppure il Canossa, allora ambasciatore a Venezia, che lo vide in quei pochi giorni due volte, dando di lui notizia al Vettori, accennò punto alla pretesa vincita. Scriveva solamente, che avevano fra loro parlato delle cose pubbliche, delle quali, concludeva, non v'era da dir altro, se non che «ce ne andiamo in servitù, o per dir meglio la compriamo. Tutti lo conoscono e nessuno vi rimedia.»[488]

Tornato a Firenze senza, a quanto pare, aver per via potuto vedere il Guicciardini, che era andato ad Imola, il Machiavelli trovò ammalato il figlio Bernardo,[489] e ricevè lettera dall'altro figlio Lodovico, giovane impetuosissimo, che era assai spesso in dispute e risse sanguinose, che prese più tardi parte assai viva alla cacciata dei Medici, e morì, con la bandiera in mano, combattendo sotto le mura di Firenze assediata dagl'Imperiali.[490] Ora si trovava per affari commerciali in Adrianopoli, di dove moveva aspro lamento contro un prete, che non voleva lasciare una chiesa di patronato dei Machiavelli, non lungi da Sant'Andrea in Percussina. E minacciava di venire a farsi giustizia colle proprie mani, quando il padre non avesse trovato modo di rimediarvi subito. «Non vedo,» egli concludeva, «a che si aspetti tanto. Questo mi pare un modo di cavarci due occhi noi, per cavarne uno al compagno.»[491]

A tutte queste piccole noie s'aggiungevano i pensieri sempre più gravi per le pubbliche faccende. Il Morone era prigione, il Pescara s'avanzava verso Milano, il Papa si trovava al solito senza consiglio e senza risoluzione. Le lettere del Guicciardini e del Machiavelli sembravano ondeggiare fra la disperazione ed un cinico sorriso, che spesso era invece un sorriso disperato. In una, che è senza data, il Machiavelli mandava spiegazioni intorno al significato di qualche motto fiorentino nella _Mandragola_. Prometteva di comporre le canzonette da cantarsi fra un atto e l'altro; di far andare a Faenza la Barbera, la ben nota cantatrice, insieme co' suoi cantori.[492] In un'altra, senza data del pari, e firmata: _Niccolò Machiavelli, istorico, comico e tragico_, cominciava col parlare a lungo del matrimonio, che tanto stava a cuore al Guicciardini; poi a un tratto s'interrompeva, scrivendo: «Il Morone ne andò preso, e il ducato di Milano è spacciato; e come costui ha aspettato il cappello, tutti gli altri principi l'aspetteranno,[493] nè ci è più rimedio: _Sic datum desuper_. — Veggo d'Alagna tornar lo fiordaliso, e nel Vicario suo, ecc. — _Nosti versus, coetera per te ipsum lege_.»[494] E poi, mutando da capo bruscamente: «Facciamo una volta un lieto carnesciale, e ordinate alla Barbera un alloggiamento tra quelli frati, che se non impazzano, io non ne voglio danaio, e raccomandatemi alla Maliscotta, e avvisate a che porto è la commedia, e quando disegnate farla. Io ebbi quell'augumento infino in cento ducati per l'_Istoria._ Comincio ora a scrivere di nuovo, e mi sfogo accusando i principi, che hanno fatto ogni cosa per condurci qui.»[495]

E così continuavano. Il 19 dicembre il Machiavelli tornava sull'affare del matrimonio, e cercando la via a farlo concludere, dava consigli circa il modo di cavar danari dal Papa, per aumentar la dote della fanciulla. Ma il Guicciardini, più orgoglioso e pratico, esitava a parlare di queste cose a Clemente VII, quando erano così gravi le condizioni in cui versavano lo Stato della Chiesa e l'Italia. Allora era morto il Pescara, ed i potentati italiani parevano di nuovo disposti ad addormentarsi, il che rendeva assai maggiore il pericolo in cui tutti versavano. Il Machiavelli concludeva quella stessa lettera, dicendo: Ognuno si crede ora rassicurato, «e parendogli aver tempo, si dà tempo al nemico. E concludo in fine, che dalla banda di qua non si sia per far mai cosa onorevole e gagliarda da campare o morire giustificato, tanta paura veggo in questi cittadini, e tanto male volti a chi fia per inghiottire.»[496] A che il Guicciardini rispondeva il 26, cominciando col parlar nuovamente della commedia, «perchè non mi pare delle meno importanti cose abbiamo alle mani, e almanco è pratica che è in potestà nostra, in modo che non si getta via il tempo a pensarvi, e la ricreazione è più necessaria che mai in tante turbolenze.» Quanto alle cose pubbliche, non sapeva che si dire, vedendo come tutti biasimavano la opinione che solo a lui pareva buona. «Si conosceranno i mali della pace, quando sarà passata l'opportunità di fare la guerra. Noi soli vogliamo aspettare in mezzo alla via il cattivo tempo che viene, e non potremo dire che ci sia stata tolta la signoria, ma che _turpiter elapsa sit de manibus_.»[497]

Pare che allora non solamente il Guicciardini ed il Machiavelli, non sapendo dove posare il capo, cercassero distrarsi colle commedie; ma che molti in Italia, pensassero, in questi anni veramente terribili, a distrarsi colle feste. A Firenze, in fatti, durante il carnevale del 1526, la Compagnia della Cazzuola rappresentava la _Mandragola_ in casa di Bernardino Giordano, con uno scenario dipinto da Andrea del Sarto e da Bastiano da San Gallo, il quale, per la sua perizia in questi lavori, era chiamato Aristotele. Poco dopo, nell'orto di Iacopo Fornaciai, presso la porta San Frediano, a bella posta spianato, con lo scenario dipinto dallo stesso Aristotele, fu rappresentata la _Clizia_.[498] Si fecero in questa occasione grandissime feste e conviti a nobili, a borghesi e popolani, tanto che se ne parlò per tutta Italia. E dobbiam credere che il Machiavelli vi si abbandonasse non meno degli altri, perchè Filippo dei Nerli,[499] che solo in apparenza gli era amico, dopo essersene con lui rallegrato, scrivendone agli altri, se ne mostrava invece assai scandalezzato. A Venezia, nel medesimo tempo, due private Compagnie facevano recitare, una la _Mandragola_, l'altra i _Menecmi_ di Plauto, i quali ultimi riuscirono al paragone freddissimi, tanto che i promotori della rappresentazione invitarono gli attori della _Mandragola_ a ripeterla in casa loro.[500] Ed il Machiavelli ebbe dai mercanti fiorentini colà residenti, premuroso invito di mandar qualche altro suo lavoro, per farlo recitare nel prossimo maggio. Ma la rappresentazione apparecchiata in Romagna pel carnevale di quell'anno, non sembra che avesse altrimenti effetto,[501] perchè egli non potè andare a Faenza come aveva promesso, trovandosi occupatissimo in Firenze, o in gite per affari urgenti. Il Guicciardini era anch'esso in moto continuo, e nel gennaio dovè recarsi in fretta a Roma. La notizia improvvisa d'un accordo seguìto tra la Francia e la Spagna, per la liberazione del Re, sebbene non se ne conoscessero ancora i termini precisi, teneva gli animi più che mai sospesi, ed era quindi necessario apparecchiarsi agli eventi.

Di ciò le lettere dei due amici cominciavano ora a parlare con sempre maggiore insistenza. Il Guicciardini, come già vedemmo, aveva da un pezzo affermato che l'Imperatore avrebbe liberato il Re, e che questi poi non avrebbe mantenuto i patti. Il Machiavelli, invece, s'era su di ciò sempre illuso, credendo che il Re non sarebbe stato liberato, e che in ogni caso avrebbe mantenuto i patti. Anche quando s'era sparsa per tutto la notizia dell'accordo, egli durava una gran fatica a non perseverare nella stessa sua erronea opinione. Tanto era di ciò convinto che, quando giunse la nuova che il Re era stato effettivamente liberato, e che si attribuiva questa deliberazione all'accortezza del Papa, egli dette sfogo al suo malumore con l'epigramma che finiva:

E quinci avvien che 'l matto Carlo re de' Romani e 'l Vicerè Per non vedere hanno lasciato il Re.[502]

E poco prima, quando la nuova della liberazione non era ancor giunta in Firenze, ma si sapeva che si trattava già degli accordi, egli ne aveva scritto prima a Filippo Strozzi, e subito dopo, il 14 marzo, al Guicciardini, dicendogli che aveva il capo pieno di ghiribizzi per quest'accordo, e ripeteva ancora che o il Re non sarebbe libero, o manterrebbe i patti. «È vero che così lascerebbe rovinar l'Italia, e potrebbe anche perdere il regno; ma avendo esso, come voi dite, il cervello francese, questo spauracchio non è per muoverlo come muoverebbe un altro. Libero poi o non libero che egli sia, l'Italia avrà guerra. E per noi non vi sono che due vie: o abbandonarsi a discrezione del vincitore, dandogli danari, o armarsi. Il primo partito non basta, perchè il nemico ci leverebbe i danari e poi la vita; non resta dunque che l'armarsi.» E qui si abbandonava ad un'altra di quelle ardite idee, tutte sue proprie. «Io dico una cosa che vi parrà pazza, metterò un disegno innanzi, che vi parrà o temerario o ridicolo; nondimeno questi tempi richieggono deliberazioni audaci, inusitate e strane. E sallo ciascuno che sa ragionare di questo mondo, come i popoli sono varî e sciocchi; nondimeno, così fatti come sono, dicono molte volte che si fa quello che si dovrebbe fare. Pochi dì fa si diceva per Firenze, che il signor Giovanni de' Medici rizzava una bandiera di ventura, per far guerra dove gli venisse meglio. Questa voce mi destò l'animo a pensare, che il popolo dicesse quello che si dovrebbe fare. Ciascuno credo che pensi, che fra gl'italiani non ci sia capo a chi i soldati vadano più volentieri dietro, nè di chi gli Spagnuoli più dubitino e stimino più. Ciascuno tiene ancora il signor Giovanni audace, impetuoso, di gran concetti, pigliatore di gran partiti. Puossi adunque, ingrossandolo segretamente, fargli rizzare questa bandiera, mettendogli sotto quanti cavalli e quanti fanti si potesse più.» «Questo ben presto potrebbe aggirare il cervello agli Spagnuoli, e far mutare i disegni loro, coi quali hanno forse pensato a rovinar la Toscana e la Chiesa, senza trovare ostacolo. Potrebbe anche far mutare animo al Re, che vedrebbe d'aver da fare con genti vive. E legatevi al dito questo, che se il Re non è mosso con cose vive e con forze, osserverà l'accordo o vi lascerà nelle peste, perchè essendogli voi stati troppe volte contro, o rimasti a vedere, non vorrà che gli intervenga ora lo stesso.»[503]

Filippo Strozzi mostrò al Papa la lettera che aveva ricevuta dal Machiavelli, e gli parlò ancora della proposta fatta in quella diretta al Guicciardini. Ma erano pensieri troppo audaci, troppo patriottici per farli accettare da Clemente VII, che si smarriva al solo sentirne parlare. Disse che ben presto il Re sarebbe libero ed osserverebbe i patti, il che lascerebbe l'Italia in balìa dell'Imperatore. La proposta d'armare Giovanni de' Medici non gli pareva accettabile, perchè sarebbe lo stesso che dichiarar guerra aperta all'Imperatore. In fatti senza danari Giovanni de' Medici non poteva formare un esercito, e se glieli dava il Papa, sarebbe stato subito responsabile dell'impresa.[504] Così, come nulla s'era fatto dell'Ordinanza, nulla si fece ora del nuovo disegno del Machiavelli.

Questi si volse perciò tutto a fortificare le mura di Firenze, di che aveva in Roma tenuto lungo ragionamento col Papa, «il quale raccomandò che si facessero opere così gagliarde da mettere nel popolo animo di poter resistere contro ogni assalto. Voleva che si costruisse addirittura dalla parte di San Miniato, un nuovo cerchio di mura; ma ciò era impossibile, a cagione di quel colle. Per includerlo dentro le nuove mura, sarebbe stato necessario allargarsi troppo e quindi indebolirsi. Se invece si deliberava di lasciarlo fuori, bisognava restringersi tanto da lasciar fuori anche un intero quartiere della Città. E se questo quartiere si demoliva, era una grande rovina; se si abbandonava, era come darlo al nemico, che subito vi si sarebbe fortificato.[505] Il Machiavelli perciò, dopo una visita accuratissima fatta alle mura, insieme con l'ingegnere Pietro Navarro, scrisse una minuta e precisa relazione, nella quale, proponendo tutti i lavori necessarî, insisteva sempre più sul concetto di fortificare solo le mura esistenti con nuove torri, fortilizî, fossati ed altre opere.[506] Il 17 maggio scriveva al Guicciardini ancora in Roma, dicendogli che aveva il capo così «pieno di baluardi» che non vi entrava altro. Gli aggiungeva che a Firenze s'era fatta la legge con cui veniva istituito il nuovo magistrato, per provvedere alle fortificazioni; e che se la cosa andava innanzi, come pareva certo, egli, Machiavelli, sarebbe stato il nuovo cancelliere. Faceva premure che il Papa cominciasse da parte sua a dare gli ordini pel denaro necessario a cominciare i lavori. Accennando poi alle notizie venute di Francia sulla nuova attitudine presa dal Re, a quelle venute di Roma sui pericoli cui s'era trovato esposto il Papa, ed a quelle finalmente venute in Lombardia sui tumulti seguìti nell'esercito imperiale, concludeva che da esse si vedeva chiaro «quanto facile sarebbe stato cavar d'Italia questi ribaldi. Per amor di Dio non si perda questa occasione. Ricordatevi che cattivi consiglieri e peggiori ministri avevano tratto non il Re, ma il Papa come in prigione, di dove è appena fuori. L'Imperatore adesso, vedendosi mancare sotto il Re, farà profferte che dovrebbero trovar le orecchie vostre turate. Non si può più pensare di rimettersi al tempo ed alla fortuna, perchè ingannano. Bisogna operare. A voi non occorre dire altro. _Liberate diuturna cura Italiam. Extirpate has immanes belluas, quae hominis praeter faciem et vocem nihil habent_.[507]». Il Guicciardini gli rispondeva d'essere pienamente d'accordo con lui, e che le cose erano ormai tanto chiare, che sperava bene si provvederebbe una volta con animo deliberato. Pure non fu così. Il Papa, nelle piccole e grandi cose, era sempre in preda alla stessa incertezza, la quale fece sì che anche l'opera di fortificare le mura fiorentine non arrivasse ad alcuna conclusione, ostinandosi egli sino all'ultimo nel suo disegno poco pratico e da tutti condannato.

La nuova Provvisione che istituiva in Firenze i Cinque Procuratori delle Mura, fu scritta dallo stesso Machiavelli, e venne approvata nel Consiglio dei Cento, il 9 maggio 1526. Il 18 furono eletti i Procuratori, che lo scelsero loro Cancelliere e Provveditore;[508] ed egli facendosi aiutare da un suo figlio e da Daniello Bicci, che teneva i conti e le scritture,[509] incominciò subito a scrivere lettere, a dare ordini per mettere mano ai lavori. Fu ordinato ai Podestà di mandare uomini a cavare fossati; fu scritto al Papa, perchè desse danaro, non essendo ora possibile aggravare i cittadini con nuovi carichi. Lo pregavano ancora che sollecitasse la venuta d'Antonio da San Gallo, inviato già in Lombardia a studiare le fortificazioni colà, non essendo prudente consiglio il metter mano ai lavori prima che gl'ingegneri si fossero messi d'accordo sul disegno dei baluardi da costruire.[510] Ma questo appunto fu quello che riuscì impossibile, perchè il Papa tornava sempre alla sua strana idea d'allargare la cerchia delle mura, per modo che circondassero tutta la collina di San Miniato, e pretendeva che l'aumento del prezzo de' nuovi terreni, i quali verrebbero così inclusi nella cinta, dovesse far guadagnare 80,000 ducati. Il Machiavelli fu per perderne la pazienza, e tre lettere ne scrisse il giorno 2 giugno al Guicciardini, concludendo: «tutto questo è una favola, nè il Papa sa quello che si dice.»[511] Caldamente pregava che lo rimovesse da tanta ostinazione, altrimenti si sarebbe, egli affermava, indebolita la Città, e spesa invano gran somma di danaro. In conclusione s'andò per le lunghe, senza far lavori d'importanza. E quando si doveva finalmente venire a qualche cosa di più concreto, di più utile, i nemici erano già tanto innanzi, che il Machiavelli dovette ripetutamente correre al campo, dove era il Guicciardini, lasciando quindi e ripigliando più volte i lavori.[512] Ormai ogni speranza stava nel trovare il modo di deviar da Firenze la minacciosa bufera, la quale si avanzava rapidamente, senza che si fosse in condizioni da poter resistere con energia.

CAPITOLO XVII.

Assalto dei Colonna in Roma. — Tregua del Papa coll'Imperatore. — Il Guicciardini e il Machiavelli al campo. — Cremona s'arrende alla Lega. — Ordine al Guicciardini di ritirare il campo di qua dal Po. — Gl'imperiali s'avanzano verso Bologna. — Vani tentativi d'accordo tra il Papa e gl'imperiali. — Il Machiavelli torna a Firenze. — Tumulto di Firenze. — Sacco di Roma. — Cacciata dei Medici, e ricostituzione della repubblica fiorentina.

L'Imperatore riteneva adesso che, spingendo innanzi l'esercito, potesse facilmente divenire arbitro dell'Italia. Ma egli mancava assolutamente di danaro, ed il paese, quantunque debole e diviso, gli era tutto nimico. Francesco I, uscito dalla prigione, e deliberato a non mantenere i patti, aveva a Cognac (22 maggio 1526) stretto col Papa, con Firenze, Venezia e Milano una lega, che fu detta santa, e che era in sostanza diretta contro l'Impero. A Carlo V importava quindi moltissimo separarne il Papa, o renderlo almeno temporaneamente neutrale. E però, quando il cardinal Colonna, che era più soldato che prelato, e nimicissimo di Clemente VII, si offerse d'impadronirsi della persona di lui, fu mandato a Roma don Ugo di Moncada, con incarico di tentar prima una tregua, e non riuscendogli, dire al Colonna che facesse pure quello che voleva. In fatti don Ugo non concluse nulla, essendo giunta la notizia delle strettezze in cui era l'esercito imperiale, e partì quindi sdegnato, il 20 giugno, lasciando mano libera al Colonna, che non mise tempo in mezzo. Alla testa di 800 cavalieri, 3,000 fanti ed alcune poche artiglierie tirate da buoi, irruppe nella Città Eterna con tale impeto, che Clemente VII ebbe appena il tempo di fuggire con la sua guardia svizzera, e rinchiudersi in Castel Sant'Angelo. Il Vaticano, San Pietro, le case dei cardinali andarono a sacco, ed in poche ore fu fatta una preda di 300,000 ducati. Era già un pessimo esempio dato agl'imperiali, che s'avanzavano dalla Lombardia; ma il Cardinale voleva andar oltre ancora, e metter le mani sulla persona stessa del Papa. Laonde questi si rivolse spaventato al Moncada, che seguiva il piccolo esercito tumultuario, ed il Moncada si fece subito mediatore, dettando le condizioni della pace, che furono: tregua di quattro mesi coll'Imperatore, il naviglio del Papa ritirato da Genova e i soldati dalla Lombardia, amnistiati i Colonna. Il Cardinale si ritirò allora co' suoi a Grottaferrata, ed eran tutti pieni di sdegno, chiamandosi traditi. Il Papa accettò i patti impostigli dalla forza, con animo però, alla prima occasione, di non rispettarli. E don Ugo lo sapeva bene; ma per ora gli bastava guadagnar tempo, dopo averlo spaventato. Se ne andò quindi a Napoli, menando come ostaggio Filippo Strozzi parente dei Medici. In questo medesimo tempo Clemente VII ebbe a sopportare anche un'altra umiliazione. Sotto pretesto d'assicurare le spalle al suo esercito in Lombardia, egli aveva mandato alcune sue genti, con una moltitudine raccogliticcia di Fiorentini, a mutare il governo in Siena. Ma furono subito messi dai Senesi in una fuga precipitosa e vergognosa, senza avere neppur tentato di combattere.

E per colmo di sventura, tutte queste notizie, con l'ordine di ritirarsi di qua dal Po, arrivarono al campo pontificio nel momento appunto in cui, dopo molte traversie, s'aveva la prima volta qualche speranza di migliore fortuna. Le cose erano dapprima cominciate colà assai male. I Veneziani, comandati dal duca d'Urbino, non passarono l'Adda; gli Svizzeri aspettati non venivano; ed invece i Lanzichenecchi ingrossavano nel Tirolo, sotto il comando del Frundsberg, protestante, che diceva di volere andare in Roma ad impiccare il Papa, ed impegnava le proprie terre, per poter pagare i soldati imperiali. Un tumulto seguìto a Milano contro gli Spagnuoli fu subito represso, senza che gli alleati, i quali avrebbero facilmente potuto mandar 20,000 uomini per sostenerlo, osassero far nulla. Venivano finalmente in aiuto molti Svizzeri alla spicciolata, sebbene non vi fosse un regolare contratto coi Cantoni; ma neppur questo induceva il duca d'Urbino ad un'azione risoluta. Egli voleva il comando generale di tutto l'esercito; si lamentava sempre d'ogni cosa, e non decideva mai niente. Dopo aver fatto le viste d'andare a Milano, dove tutti lo spingevano, s'era invece fermato, mandando ad assediar Cremona, il che aveva messo l'esercito nella impossibilità d'inviare aiuti al Doria, che bloccava Genova, e dichiarava di poterla prendere, se gli alleati andavano subito a stringerla dalla parte di terra.

Il Guicciardini si trovava allora al campo, luogotenente del Papa, e non cessava mai di scrivere a Roma per dargli animo; s'adoperava a tenere in ordine l'esercito, a spronare il Duca, a spingerlo innanzi, a farlo operare; ma tutto era vano.[513] Quando credeva d'esser finalmente riuscito a decidere l'inerte capitano d'andare a Milano, lo vide invece fermarsi per l'inutile assedio di Cremona. Quando aveva sperato che il Papa non pensasse più che alla guerra, arrivava invece la notizia, che si trattavano accordi. «Che carico,» egli esclamava allora, «che vergogna sarebbe smarrirsi alle prime difficoltà, ora che l'esercito non è rotto, non sono seguiti disordini, e siamo sulle terre del nemico!»[514] In questo mezzo appunto giungeva al campo Niccolò Machiavelli, mandato dai Fiorentini, che vivevano assai perplessi per la loro città, ad esaminare e riferire come procedevano le cose. Per via aveva ricevuto lettere del Vettori, con le quali era stato ragguagliato del vergognoso fatto di Siena. «Credo,» così questi gli aveva scritto, «che altra volta sia accaduto che un esercito fugga alle grida; ma che fugga dieci miglia, non essendovi alcuno che lo insegua, questo non credo si sia mai letto nè veduto. Ormai tutto va a rovina. Quando vedo come vanno male le cose a Milano, a Cremona, a Genova; come è andata male questa impresa di Siena, io penso che con simile disdetta non riusciremo neppure a sforzare un forno.»[515]

Pare che in questi estremi momenti il Machiavelli fantasticasse ancora d'una possibile resistenza del popolo in armi, e raccomandasse di nuovo la sua Ordinanza. In fatti troviamo che Roberto Acciaioli, oratore del Papa e dei Fiorentini in Francia, scriveva, il 7 agosto 1526, al Guicciardini: «Ho caro che il Machiavelli habbi dato ordine a disciplinare le fanterie. Volesse Iddio che fusse messo in atto quello che egli ha in idea; ma dubito che non sia come la Repubblica di Platone. E però me pareria fussi meglio che se ne tornassi a Firenze, a fare l'offizio suo di fortificar le mura, perchè corrono tempi da averne bisogno.»[516] Il 10 settembre egli veniva dal Guicciardini spedito al campo di Cremona, perchè vedesse coi propri occhi lo stato delle cose, e facesse intendere al Pesaro, provveditore veneto, e al duca d'Urbino, che se non credevano di potere, in cinque o sei giorni, prendere quella città, era meglio abbandonare addirittura l'impresa, per correre in aiuto del Doria a Genova e, potendo, assalire anche il nemico a Milano.[517] Ma al Machiavelli non fu possibile concludere nulla. Il provveditore Pesaro, in fatti, scriveva che il dì 11 settembre il Duca s'era dimostrato assai contrario a correre in aiuto del Doria, e che il 13, presente il Machiavelli, avendo adunato i suoi capitani, per consultarli, «s'il doveva levarsi de l'impresa, et atender a quella di Zenova,» tutti s'eran dichiarati contrarî. Affermavano esser necessario pigliar prima Cremona, dopo di che sarebbe stato assai facile mandar gente a prendere Genova.[518] Ed il Machiavelli perciò, dopo avere di là scritto più lettere al Guicciardini,[519] ripartiva subito per ritornarsene a Firenze, dove riferì come nel campo nessuno volesse abbandonare l'impresa di Cremona, che pareva veramente vicina al suo termine. In fatti la città poco dopo s'arrese.

Allora l'esercito fu libero. Esso componevasi di 20,000 Italiani e 13,000 Svizzeri, senza tener conto di altri 3500 che s'aspettavano ancora dalle Alpi. Questi erano però gl'iscritti, quelli cioè che si pagavano, non i presenti, e molti ogni giorno disertavano o si sbandavano. Ma i nemici erano in numero minore, e privi di tutto. Qualche cosa dunque si poteva certamente operare. Invece arrivò, come fulmine a ciel sereno, la notizia della tregua, e l'ordine al Guicciardini di ritirare le genti del Papa di qua dal Po. «Piuttosto,» egli scriveva allora al Datario, «abbandonerei l'Italia, che vivere a Roma nel modo che dovrà Nostro Signore, se va per la via che mi dite, _Tu ne cede malis, sed contra audacior ito_.[520] Deve dunque il cardinal Colonna con mille comandati aver tanta forza da ridurci in sì misera condizione, e quasi dar legge al mondo?»[521] Ormai però non c'era rimedio, e bisognava obbedire. Per conto del Papa restava in armi solo Giovanni de' Medici, con una condotta di 4000 fanti, e l'ordine segreto di continuare la guerra, sotto colore d'essere a soldo della Francia. Per colmo di sventura, questo valoroso soldato era scontentissimo del modo in cui veniva trattato, e minacciava di passare al nemico, se non gli davano uno Stato, come tante volte avevano promesso. «Ed è uomo capacissimo di farlo,» scriveva il Guicciardini da Piacenza. Al duca d'Urbino non parve vero d'abbandonar subito il campo, per andarsene a trovar la moglie. Intanto i Lanzichenecchi, già riuniti in Bolzano, arrivavano a 10 o 12 mila, ed aumentavano ogni giorno, pronti a scendere in Italia.[522]

Il Machiavelli, tornato a Firenze, dopo che ebbe riferito a voce, espose anche in una sua relazione scritta lo stato vero delle cose. S'era, secondo lui, commessa una serie d'errori, cominciando dallo sperar troppo nella sollevazione di Milano, subito repressa dagl'imperiali. L'impresa di Cremona era stata condotta troppo debolmente, il che aveva fatto perdere tempo e reputazione. Il Papa non aveva voluto ricorrere alla nomina di nuovi cardinali per far danaro, nè aveva saputo trovarlo altrimenti. Se n'era rimasto a Roma in modo che ne andò preso come un bimbo, «il che ha siffattamente avviluppata la matassa, che nessuno può ravviarla, avendo egli anche ritirato dal campo le sue genti e messer Francesco Guicciardini, che solo correggeva gl'infiniti disordini. Ora sono più capitani discordi fra loro, per modo che, mancando chi li guidi, fia una zolfa di cani, dal che segue una stracurataggine di faccende grandissima.»[523] Egli avrebbe desiderato che si fosse venuto a qualche partito audace e disperato, ma non aveva mai trovato ascolto. Da una lettera di Filippo Strozzi (Roma, 26 agosto 1526) apprendiamo in fatti che il Machiavelli aveva, in una sua, proposto che s'andassero ad assalire gl'Imperiali nel regno di Napoli; ma che il Papa, dopo averla letta con attenzione, _concluse che la risoluzione del detto non gli piaceva_.[524]

L'armata di Spagna muoveva intanto dal porto di Cartagena, sotto il comando del Lannoy vicerè di Napoli, per andare a combattere il Doria; ed il Frundsberg a novembre era già nel Bresciano, con più di 12 mila Lanzichenecchi. Tuttavia il Doria, con l'aiuto delle navi francesi, comandate da Pietro Navarro, era sul mare in condizioni da poter respingere il nemico. Nè sarebbe stato difficile ricacciare nei monti i Lanzichenecchi, separati ancora dagli altri imperiali, senza artiglierie, senza danari e senza vettovaglie. Ma nessuno andò ad affrontarli, sebbene il duca d'Urbino con Giovanni de' Medici avesse 1600 cavalli e 19,000 fanti. I Tedeschi, dopo essersi lentamente avanzati, si trovarono nel Mantovano, in mezzo alle paludi, circondati dai nemici; e neppur questo potè indurre il Duca ad assalirli. Tutto dimostrava che la servitù d'Italia non si poteva ormai evitare. Pure le condizioni degli imperiali erano tali, che c'era da vederli sbandarsi senza assalirli, se in quel momento non veniva ad essi un aiuto inaspettato. Il duca di Ferrara, che possedeva le migliori artiglierie allora conosciute, era in una posizione geograficamente così vantaggiosa, da poter esso solo decidere l'esito della guerra. Ed il Papa appunto allora lo aveva scioccamente offeso, respinto, irritato. Egli mandò quindi ai Tedeschi danari con alcune delle sue artiglierie, le quali arrivarono nel momento del maggiore bisogno. Giovanni dei Medici, stanco dell'ozio forzato, cominciò il 25 novembre una scaramuccia contro gl'imperiali, e secondo il suo solito, s'avanzò arditamente, nulla sapendo delle artiglierie arrivate al nemico; sicchè la seconda palla che esse tirarono, lo ferì in una gamba per modo che dopo cinque giorni ne morì. E così mancava al Papa il solo capitano che allora potesse e volesse con animo deliberato fare la guerra.

La tregua intanto si poteva dire già finita, essendosi di fatto venuto di nuovo alle mani. Ed il Machiavelli tornava in fretta al campo, per esporre al Luogotenente le misere condizioni di Firenze, e dirgli che in niun modo essa avrebbe senza aiuti potuto resistere al nemico, quando fosse venuto ad assalirla.[525] Ma il Guicciardini dovette rispondergli, che i soldati della Lega si trovavano talmente sparsi, che in caso d'urgenza egli non avrebbe potuto condurre in aiuto della Città più di 6 o 7 mila fanti del Papa. S'apparecchiassero perciò come meglio potevano, e se credevano di dover tentare accordi, era meglio trattar direttamente col Vicerè, dal quale tutti gli altri dipendevano, perchè esso rappresentava l'Imperatore. Ed il Machiavelli, dopo aver mandato per lettera[526] queste notizie, tornava daccapo a Firenze.

Da Milano uscivano intanto continui drappelli di Tedeschi e di Spagnuoli, che andavano a raggiungere i Lanzichenecchi. V'andò anche il Borbone, dopo aver prima minacciato il Morone per cavarne nuovo danaro, nominandolo poi suo consigliere, vedendo che si prestava efficacemente a tutto; quando vi trovava il suo interesse. Gl'imperiali erano arrivati al numero di 30,000, ed avendo ricevuto una seconda volta danari e munizioni dal duca di Ferrara, lasciavano Piacenza, avviandosi verso Bologna. Ed il Papa non si decideva ancora nè alla pace nè alla guerra. I Fiorentini promettevano di dargli fino a 150,000 ducati, se riusciva a fare un accordo stabile, per salvar tutti dal pericolo imminente. Ma egli ora trattava cogl'imperiali, ed ora faceva assalire le loro genti nel Napoletano, per venire poi di nuovo ad accordi, che dovevano essere da capo violati. L'Imperatore, come sin da un anno aveva preveduto e scritto il Guicciardini, voleva addormentarlo, per averne occasione a farsi padrone d'Italia. E però il suo esercito s'avanzava sempre dal settentrione, sebbene assai lentamente e fra mille ostacoli, per mancanza di danaro, per disordini continui nel campo, per la cattiva stagione. E fra poco doveva, in tale stato, affrontare anche la difficoltà di traversare le nevi dell'Appennino. Il Guicciardini era a Parma, donde scriveva e riscriveva, che nulla poteva indurre il duca d'Urbino ad assalire il nemico: o tradiva o aveva una gran paura; forse era vera l'una cosa e l'altra.[527] Nel febbraio lo raggiunse di nuovo in gran fretta il Machiavelli,[528] mandato per la terza volta da Firenze a dirgli, che negli accordi non si poteva più sperare, che la Città non poteva in nessun modo resistere, e chiedeva di non essere abbandonata al nemico. Il Guicciardini lo condusse dal Duca a Casal Maggiore, per vedere se in due riuscivano a farlo muovere una volta. Ma ogni preghiera fu vana. Egli non voleva nè affrontare, nè precedere il nemico: solo a distanza lo seguiva.[529] Tutto induce a credere che non fosse allora trattenuto unicamente dalla paura, come molti dicevano e credevano; ma forse anche da segrete istruzioni dei Veneziani, ai quali pare che non dispiacesse vedere il Papa umiliato, piuttosto che divenuto per qualche vittoria potente e pericoloso. Certo è che il Guicciardini aveva pienissima ragione di scrivere: «Qui non si fa altro che prevedere e ritenere per certi tutti i possibili pericoli nostri e tutti i possibili disegni del nemico, il quale non arriverebbe a pensarne la metà, quando pure potesse leggere nella nostra mente.»[530] Assicurava tuttavia al Machiavelli che, quando gl'imperiali fossero venuti in Toscana, egli li avrebbe preceduti con le genti del Papa, per salvare Firenze, anche se il Duca si fosse ostinato a rimaner sempre alla coda.[531] Ed il Machiavelli mandava queste notizie agli Otto, scrivendo ripetutamente da Parma, che non si poteva in nessun modo prevedere quello che i nemici erano per fare, non sembrando che lo sapessero essi stessi. Facile sarebbe stato metterli in rotta, se però i disordini della Lega e la inerzia del duca d'Urbino non continuassero a mandar tutto a rovina. Nel marzo scriveva da Bologna, dove si trovava col Guicciardini, che gl'imperiali erano colà presso alle mura; avevano avuto la seconda volta aiuto dal duca di Ferrara, fatalmente divenuto arbitro della guerra, e parevano decisi a venire in Toscana.[532] Essi intanto domandavano vettovaglie, e volevano entrare in quella città; ma il Guicciardini fece chiudere le porte, senza altro rispondere, ed invano minacciarono e tentarono di ricorrere alla forza.

Il Luogotenente era adesso molto impensierito, non solo del pericolo in cui si trovava il Papa, ma di quello che pareva più vicino ancora alla città di Firenze. E per indurre il Duca a soccorrerla in tempo, aveva preso su di sè la grave responsabilità di cedergli la terra di San Leo, che i Fiorentini gli avevano sempre fatta sperare, senza mai dargliela.[533] Per fortuna l'imminente pericolo sembrava ora allontanarsi, giacchè gl'imperiali accennavano a pigliar direttamente la via di Roma, e il disordine andava sempre crescendo fra di loro. Verso la metà di marzo in fatti vi fu nel campo un vero e proprio tumulto, che durò alcuni giorni. Il Borbone si dovette nascondere, per salvarsi dall'ira de' soldati. Il Frundsberg volle invece affrontarla, e si provò il 16 ad arringare i suoi Lanzichenecchi; ma gli risposero con le punte delle alabarde sul viso, gridando ferocemente che volevano subito le paghe. Ed a questo atto d'indisciplina, lo sdegno del valoroso capitano fu tale che ne ebbe un colpo d'apoplessia. Sedutosi sopra un tamburo, venne soccorso dai suoi, che poterono condurlo a Ferrara; ma non andò molto che cessò di vivere. E neppure in tale momento il duca d'Urbino seppe decidersi ad assalire il nemico.

Intanto arrivava la notizia d'una nuova tregua conclusa a Roma fra il Vicerè ed il Papa. Questi doveva reintegrare i Colonna; ritirare le armi che aveva fatte avanzare nel Napoletano; lasciare il Reame a Carlo V, Milano allo Sforza, e dare 60,000 ducati al Borbone, che si sarebbe col suo esercito ritirato dallo Stato della Chiesa e dall'Italia, se Francia e Venezia accettavano i patti. Lo sdegno del popolo romano, allora già in armi, fu grandissimo; ma Clemente VII, che non poteva più sostenere le enormi spese, ed era avarissimo, non appena il 25 marzo fu firmato l'accordo dal Vicerè, licenziò buona parte de' soldati in Roma, facendo un'economia di 30,000 ducati il mese. Così la Città restava senza potersi difendere, ed il Borbone, che aveva l'ordine segreto d'andare innanzi, scrisse subito al Vicerè, che i 60,000 ducati erano pochi pel suo esercito; non poteva quindi accettare la tregua, ed era vano presumere che egli o altri potesse ora fermare i soldati. Il 31 marzo in fatti passò il Reno presso Bologna, ed andò oltre.

Il Guicciardini non sapeva più che dire o che fare, ed a confonderlo sempre più, il Morone mandava a dire, che se gli dava subito 3000 ducati, dei quali avea bisogno per liberare un suo figlio, che era in ostaggio, avrebbe tradito gl'imperiali, lasciandoli in grandissima confusione.[534] Ma il Luogotenente non rispose neppure, troppo bene conoscendo l'uomo. E sempre più rattristato, scriveva a Roma, che il pensare, come facevano colà, alla tregua e non alla difesa, era un funesto errore. «Non so se la necessità ci farà infine uscire dall'incertezza. Li inimici vogliono da Nostro Signore e da noi tutto quello che abbiamo, nè pensano solo al temporale; ma ruinano le chiese, profanano i sacramenti, mettono eresie nella fede di Cristo. Alle quali cose, se non pensa chi può e deve sforzarsi di portarvi rimedio, credo sia colpevole della medesima infamia ed offesa a Dio.»[535] Nè molto diversamente scriveva a Firenze il Machiavelli, il quale, annunziando che il Papa voleva far pagare dai Fiorentini i 60,000 ducati promessi agl'imperiali, aggiungeva: «Bisogna pure trovarli e far quest'ultimo sforzo per salvare la patria. O si fa davvero la tregua, e serviranno a pigliar tempo, a ritardare almeno la rovina, o non si fa la tregua, e serviranno a far guerra.»[536] Ormai però già si sapeva che il Borbone non accettava. Egli anzi, rispondendo che i danari promessi erano pochi, non aveva neppur detto qual somma maggiore volesse. Un suo uomo, è vero, mandato a Firenze, dove espressamente venne anche il Vicerè, s'accordò per 150,000 ducati, promettendo che l'esercito avrebbe cominciato a ritirarsi appena pagati i primi 80,000. Ma neppure a ciò il Borbone dichiarava di consentire; e però il Machiavelli, finalmente affatto disilluso, scriveva che adesso era meglio pensare alla guerra e non occuparsi d'altro.[537] «Quale accordo volete voi sperare da nemici che, quando ancora i monti li separano da voi, e le nostre genti sono in piedi, vi domandano 100,000 ducati fra tre giorni, ed altri 50,000 fra dieci? Arrivati che saranno costà, vi chiederanno tutto il mobile vostro. Non vi è altro rimedio che sgannarli, e quando ciò s'abbia a fare, è meglio sgannarli con queste alpi che con coteste mura.»[538]

Sebbene le nevi e i monti tenessero ancora fermo l'esercito, e si continuasse a parlare d'accordi e di somme sempre maggiori per poterli concludere, pure il Machiavelli che, non avendo ormai altro da sperare o da fare a Bologna, era partito per Firenze, scriveva il 16 aprile da Forlì al Vettori: «Se il Borbone va innanzi, bisogna pensare alla guerra affatto, senza avere più un pelo che pensi alla pace. Se non muove, bisogna concludere addirittura la pace, senza pensare alla guerra. Dovendola però fare, non si deve più claudicare, ma farla all'impazzata, perchè spesso la disperazione trova dei rimedî che la elezione non ha saputo trovare. Io amo messer Francesco Guicciardini, amo la patria mia, e vi dico, per quella esperienza che mi hanno dato sessanta anni di vita, che io non credo mai si travagliassero i più difficili articoli che questi, dove la pace è necessaria e la guerra non si può abbandonare, e si ha alle mani un principe, che a fatica può supplire alla pace sola o alla guerra sola.» Da Brisighella scrisse il 18 allo stesso un'altra lettera, più incerta che mai, e poi venne a Firenze, dove la sua opera poteva essere utile e la famiglia lo aspettava con grandissima ansietà. La moglie ed i figli, in gran paura dei Lanzichenecchi e degli Spagnuoli, già avevano in parte sgomberato la villa; ed egli aveva promesso di raggiungerli in tempo, quando vi fosse stato davvero vicino pericolo. «Saluta Mona Marietta,» così il 2 aprile aveva concluso da Forlì una sua affettuosa lettera al figlio Guido, «e dille che io sono stato quasi per partirmi di dì in dì, e così sto, e non ebbi mai tanta voglia di essere a Firenze, quanto ora; ma io non posso altrimenti. Solo dirai che per cosa che la senta, stia di buona voglia, che io sarò costì prima che venga travaglio alcuno.»[539] Ed il figlio, ancora giovanetto, rispondeva il 17, dicendo che erano tutti lietissimi della promessa. Li avvertisse però subito se venivano i Lanzichenecchi, perchè si fosse in tempo a portar via ogni cosa dalla villa.[540] Questa lettera in grossi caratteri, quasi infantili, fu gelosamente serbata dal padre, e così arrivò sino a noi. Egli, secondo la promessa fatta, fu subito tra i suoi.

A Firenze i cittadini s'erano dimostrati pronti ad ogni sacrifizio, per evitare il pericolo che loro sovrastava. Avevano in fretta raccolto e spedito i primi 80,000 ducati promessi dal Papa al Borbone; fondevano gli ori e gli argenti delle chiese, per mandare il resto. Ma i loro messi seppero per via che non erano neppur ora accettati i patti, e furono a mala pena in tempo a mettere in salvo il danaro, riportandolo a Firenze. Non v'era dunque, come il Machiavelli aveva già detto, da pensare ad altro che a difendersi. In città si trovavano solo alcuni pochi soldati, ed il lavoro delle fortificazioni, sebbene fosse stato a più riprese da lui sollecitato, si poteva dire a mala pena iniziato. Il popolo era scontentissimo del cardinal Passerini, che non voleva consigli e non faceva nulla. «Tutto il male,» scriveva il Guicciardini, venuto ora anch'egli a Firenze, «procede dalla ignoranza di questo castrone, il quale si consuma in favole, e stracura le cose importanti. Non vuole che gli altri le faccino, ed egli non sa far nulla. Pensa solo a guardare la casa dei Medici ed il Palazzo; abbandona lo Stato, e non vede la rovina che si tira dietro. Oh Dio! che crudeltà è vedere tanto disordine.»[541] Era riuscito a condurre l'esercito della Lega presso Firenze, il che aveva contribuito a far sì che gl'imperiali si decidessero a continuare il loro cammino verso Roma. Ma anche quell'esercito, che doveva essere amico, saccheggiava il contado, e quindi il malumore dei Fiorentini cresceva sempre più. Bastò in fatti una rissa seguita il 26 aprile fra un cittadino ed un soldato, per far nascere un tumulto generale, nel quale il popolo si levò a chiedere le armi. Il caso volle, che allora appunto il Passerini, salito a cavallo coi cardinali Ridolfi, Cibo e Ippolito de' Medici, si movesse per andare incontro al duca d'Urbino, il quale, insieme coi Provveditori veneti e col Luogotenente, aveva preso alloggiamento in una villa a poche miglia dalla Città. Il Cardinal Passerini volle far mostra di sprezzare il tumulto, e quindi, senza neppur chiedere che scopo e che gravità avesse, continuò il suo cammino. Tutto ciò fece credere alla moltitudine, che i Medici con i loro rappresentanti se ne andassero via; ed il Palazzo fu subito invaso al grido di _popolo e libertà_. Accorsero molti autorevoli cittadini, ma il disordine divenne subito assai grande: vi furono ingiurie ed anche qualche colpo di pugnale. Finalmente si concluse col dichiarare decaduto il governo dei Medici e ripristinata la repubblica.

Il Cardinale allora, avvertito dell'accaduto, tornò in fretta con alcuni archibusieri del Duca, i quali occuparono gli sbocchi della Piazza. Il Palazzo fu subito chiuso da quelli che vi si trovavano dentro; ma la guardia medicea, che s'era prima nascosta, uscì fuori adesso, e puntò le picche alla porta per sforzarla. Pareva che dovesse seguirne addirittura una rivoluzione sanguinosa; ma i cittadini rinchiusi colà, non facevano altro che tirar dalle finestre qualche tegolo, il quale cadeva lontano, senza recar danno a nessuno. Iacopo Nardi racconta, che allora mostrò come si potevano disfare i parapetti dei ballatoi, facendo cadere le pietre sui soldati. E così in fatti li costrinsero ad allontanarsi.[542] Da una parte e dall'altra si aveva però assai poca voglia di combatter davvero; si cercava quindi una via per farla subito finita. Non era possibile difendere il Palazzo senz'armi, e non era facile di fuori sforzarlo in breve tempo. Sarebbe poi stato inevitabile, nel prenderlo, fare strage dei cittadini ivi rinchiusi, il che avrebbe di certo indignato tutta la Città. Francesco Guicciardini, il cui fratello gonfaloniere trovavasi ivi rinchiuso, e Federigo da Bozzolo vennero allora a portare una promessa scritta d'amnistia generale; e così tutto finì con la elezione d'una nuova Signoria. Certamente, se le cose del Papa non fossero andate subito a rovina, egli avrebbe fatto aspra vendetta in Firenze; ma ora aveva ben altro da pensare.[543]

L'esercito imperiale continuò il suo cammino verso Roma, e quello della Lega lo seguiva, come sempre, a rispettosa distanza. Il duca d'Urbino dette l'ordine della partenza, facendo dai suoi attraversare la Città, e tutti restarono maravigliati di vedere tanti armati e così bene in ordine, incapaci d'affrontare il nemico, buoni solo a devastare le terre e le case degli amici. Il Guicciardini assai di mal animo dovette anch'egli continuare il doloroso e vergognoso cammino. A Castello della Pieve ebbe il dì 8 di maggio l'infausta nuova, che i nemici, dopo poche ore di combattimento, erano entrati nella Città Eterna, la quale già ne andava a sacco. Il Papa s'era chiuso in Castel S. Angelo, ed il Duca, invece di raggiungere il nemico, s'era diretto a Perugia per mutare colà il Governo. Invano il Luogotenente faceva ogni opera, per indurlo almeno ora ad un ultimo sforzo, invano scriveva al Passerini, perchè da Firenze mandassero genti a tentar di liberare il Papa con qualche colpo ardito. «Sta il meschino chiuso in Castello, senza altra speranza che il vostro aiuto, e lo sollecita con parole che muoverebbero le pietre. Ma da voi non s'ha neppure una risposta. Iddio non mi aiuti se non vorrei prima esser morto, che veder tale crudeltà. Voi pensate tanto al Palazzo ed alla Piazza costà, che dimenticate il resto. Nondimeno se si perde il Papa, tutto ciò vi tornerà, a nulla, perchè si perderà con esso l'anima di cotesto corpo.»[544] Poco dopo avvertiva però, che ormai non v'era più nulla da sperare: il Papa si sarebbe in qualche modo accordato coi nemici, e questi sarebbero inevitabilmente venuti addosso a Firenze.[545]

La nuova della presa e del sacco di Roma, e quindi il pericolo d'una guerra in Toscana furono noti a Firenze il giorno 11 maggio. Il pensiero di tutti fu allora di disfarsi al più presto del cardinal Passerini, dal cui governo nulla si poteva sperare di buono. Il tumulto divenne subito generale, pigliandovi parte i più reputati cittadini, e perfino Filippo Strozzi, parente dei Medici, tornato appena a Firenze. Il Passerini, convintosi che non v'era adesso nulla da fare, se ne andò via con Ippolito ed Alessandro dei Medici. Il 16 maggio venne ripristinata la repubblica, e si deliberò poi con grandissima fretta di convocare pel 20 dello stesso mese il Consiglio degli Ottanta ed il Consiglio Maggiore, con incarico di nominare un Gonfaloniere annuale e rieleggibile. Le stanze che erano state costruite nella sala del Consiglio Maggiore, per alloggiarvi la guardia dei Medici, furono demolite dai più nobili giovani fiorentini, i quali vollero, colle proprie mani, tirar le barelle in cui si portaron via le pietre e i calcinacci. Il primo di giugno, Niccolò Capponi, eletto Gonfaloniere, entrò in ufficio con la nuova Signoria. Furono eletti anche i nuovi Otto di Balìa, e vennero soppressi gli Otto di Pratica, ricostituendo invece, come al tempo del Soderini, i Dieci della Guerra. Ognuno pareva contento della conquistata libertà; ma non v'era tempo da perdere; bisognava apparecchiarsi alla difesa, perchè l'esercito di Carlo V, dopo avere devastato Roma, si sarebbe di certo, nel suo ritorno, mosso verso Firenze. Il Papa, in un modo o nell'altro, si sarebbe accordato coll'Imperatore, ed ambedue avrebbero voluto far le loro vendette contro la risorta repubblica. Il de Leyva già da un pezzo aveva promesso ai suoi soldati di condurli «a misurar colle loro picche i broccati di Firenze»; ed essi eran sempre più avidi di preda. Si cominciarono quindi a discutere i provvedimenti per armare tutti i cittadini validi a difendere la patria; per trovar buoni capitani; per fortificare le mura, non secondo le proposte fantastiche, già vagheggiate dal Papa, ma secondo quelle degli uomini competenti. E fu poco dopo approvato il disegno di Michelangelo Buonarroti, «lodato anche dal giudizio delle persone militari.»[546] L'ardore dei cittadini s'infiammava di giorno in giorno sempre più, e si vedeva che questa volta essi eran davvero pronti ad uno sforzo estremo. Ma tutto ciò incomincia un nuovo dramma, del quale noi non dobbiamo qui occuparci, perchè l'assedio e l'eroica difesa di Firenze escono dai confini della presente storia.

CAPITOLO XVIII.

Il Machiavelli inviato al campo presso Roma. — Suo ritorno a Firenze. — Nuove calamità e nuovi dolori. — Malattia e morte. — Testamento. — Preteso sogno del Machiavelli.

Che cosa era intanto avvenuto del Machiavelli, il _Provisor murorum_, che con grande ardore, sebbene con iscarso profitto, s'era adoperato a fortificar le mura della sua nativa città, e che, per salvarla dall'assalto e dal saccheggio dei soldati imperiali, aveva corso più volte l'Italia? Nei primi di maggio egli era stato, in compagnia di Francesco Bandini, rimandato presso il Guicciardini, che si trovava allora nello Stato della Chiesa, e sempre più s'avvicinava a Roma, sperando invano di far qualche cosa per salvare almeno la persona del Papa. Dovevano i messi fiorentini informarsi dello stato delle cose, e chiedere, in nome del Passerini e del Governo, se qualche cosa si poteva fare per venire in aiuto di Sua Santità. In sostanza però non c'era allora a Firenze nè voglia nè modo di far nulla. Il Guicciardini li mandò subito a Civitavecchia, dove trova vasi Andrea Doria ammiraglio delle navi pontificie, affinchè gli esponessero quali erano i disegni possibili per liberare il Papa, e gli chiedessero se poteva dare aiuto ad attuarli. Dovevano in ogni caso sollecitarlo a mandare le vettovaglie già promesse all'esercito, che, per la mancanza di esse, minacciava sbandarsi d'ora in ora. Il 22 maggio il Machiavelli ed il Bandini scrissero, che il Doria non voleva adoperar le sue navi nè a prender vettovaglie nè ad altro, dovendo tenerle a disposizione del Papa, cui potevano occorrere da un momento all'altro, quando gli riuscisse evadere dal castello. Offriva solo un brigantino o una galea, di cui potevano valersi per tornarsene a Livorno. Lodava in genere il disegno d'un improvviso assalto, meditato dal Guicciardini per liberare il Papa; ma sembrava prestar poca o nessuna fede alla riuscita.[547] E questa è l'ultima lettera che abbiamo di mano del Machiavelli. Con la rivoluzione ed il mutamento di governo seguiti a Firenze, cessò di fatto ogni suo ufficio, ed egli s'affrettò a tornarsene in patria, ove dovette ben presto seguirlo anche il Guicciardini.

L'uno e l'altro di questi due grandi Italiani sentivano d'essere ora ridotti in tristissime condizioni. Il Guicciardini, avversario del governo popolare, legato indissolubilmente al destino del Papa e dei Medici, dopo averli con grande intelligenza e fedeltà serviti, trovava la Città in balìa de' suoi nemici; gli fu quindi necessario andarsene ben presto in volontario esilio, tenendosi fortunato se non gli confiscavano i beni. Ma questa sua infelice condizione aveva almeno il vantaggio di essere chiara e decisa: non gli restava altro che sperare ed aspettare il ritorno dei Medici, coi quali solamente poteva risorgere la sua fortuna. Ben diversa, ben più triste era invece la condizione in cui si trovava il Machiavelli. Repubblicano di buona fede, egli era caduto in disgrazia con la rovina della libertà. Dopo molte sventure e grandi strettezze, era stato finalmente adoperato dai Medici in assai modesti ufficî, quando essi, d'accordo in ciò con tutta la cittadinanza, erano animati dal comune desiderio di salvare la patria dagli stranieri. A questo nobile fine egli, sentendosi come ringiovanito, aveva speso tutta l'attività, tutta l'energia de' suoi ultimi anni, sebbene fossero già presso ai sessanta, e la sua salute fosse divenuta assai mal ferma. Di giorno, di notte, col freddo, col caldo, fra le armi dei nemici, esposto a continui pericoli, non aveva avuto mai posa. Ad un tratto, tornando ora a Firenze, doveva involontariamente, ma fatalmente apparire come un nemico della libertà che tanto aveva amata, e della indipendenza della Città cui aveva dedicato tutte le sue forze. Egli in fatti tornava adesso come un servitore dei tiranni già caduti e cacciati. Che cosa poteva mai sperare? Non v'è dunque da maravigliarsi di ciò che più tardi raccontò nelle sue lettere il Busini, che cioè il Machiavelli, tornando a Firenze insieme con Piero Carnesecchi e con una sorella di costui, fu sentito più volte dolorosamente sospirare.[548] Di certo non sospirava per rammarico della ricuperata libertà che, come dice lo stesso Busini, egli «amava straordinarissimamente,» ma pel dolore invece di doverne essere tenuto nemico. Ora bisognava fortificare le mura, armare i cittadini, e per mezzo dei liberi ordini animarli agli eroici sacrifizî in difesa della patria. Questo il Machiavelli aveva sempre sperato, sempre insegnato, sempre voluto; e da questo doveva ora restare lontano, di questo doveva inevitabilmente apparire nemico!

In fatti, non appena fu arrivato a Firenze, trovò che, tutti s'occupavano a riordinar la Repubblica, ad apparecchiar la difesa della Città; ma nessuno pensava a lui, ognuno anzi lo guardava con diffidenza, e quasi lo fuggiva. Gli amici dei Medici andavano la più parte in esilio, o si nascondevano; quelli che avevano saputo voltar faccia in tempo, per farsi credere ardenti fautori del nuovo governo, più degli altri cercavano di evitarlo, perchè egli faceva ricordare il loro passato, non essendo uomo nato a fare il tribuno, mutando clamorosamente abito e modi. Nè i veri repubblicani potevano certo guardar di buon occhio colui che aveva accettato di servir fedelmente i Medici, sia pure a difesa della Città. Tutto ciò lo afflisse profondamente; ma il dolore divenne anche più acuto, quando ebbe una prova visibile e tangibile dello stato vero in cui egli si trovava ora in Firenze, di fronte ai suoi concittadini. Il 10 giugno, essendo stati aboliti gli Otto di Pratica, e ristabiliti invece i Dieci della Guerra, il segretario Niccolò Michelozzi, rimasto sempre fido strumento dei Medici, fu dimesso, e doveva essere sostituito da un altro. Il Machiavelli aveva assai onorevolmente tenuto quell'ufficio al tempo del Soderini, aveva recentemente provveduto alla fortificazione delle mura; era quindi naturale il supporre che si pensasse anche a lui. Ma con un'altra deliberazione dello stesso 10 giugno, venne nominato a quel posto un tal Francesco Tarugi, senza che dell'antico compagno di Marcello Adriani e del Soderini alcuno mostrasse pur di ricordarsi.[549] Ciò dovette riconfermargli, che ormai tutto era per lui finito, che nessuna speranza, nessuna illusione più era possibile. Non poter servire la patria in pericolo, non poter difendere la libertà, le quali tanto aveva amate, per le quali tanto aveva sofferto, fu questo il dolore a cui non potè sopravvivere Niccolò Machiavelli.

Se un tal dolore fu la sola causa immediata della sua morte, è impossibile dirlo. Certo è che dopo pochi giorni, il 20 giugno, egli, che già da lungo tempo soffriva nella digestione, si sentì assai male. Par che prendesse allora la sua solita medicina, la quale questa volta non gli avrebbe giovato punto; venne anzi assalito da fierissimi dolori colici, e ben presto si trovò in fin di vita. La moglie, i figli, gli amici furono subito intorno al suo letto. Il giorno preciso della morte non è conosciuto, ma dovette essere poco prima del 22 giugno 1527; giacchè, come fu osservato già dal Mordenti,[550] il _Libro dei Morti_ in Archivio dice che in quel giorno il Machiavelli fu sepolto in Santa Croce.[551] Una breve lettera, attribuita al figlio Piero e molte volte ristampata,[552] lo dice morto il 22, ed aggiunge che «si lasciò confessare le sue peccata da un frate Matteo, che gli ha tenuto compagnia fino a morte.» La lettera non è però autografa, e sulla sua autenticità il Tommasini (II, 902 e seg.) ha giustamente sollevato gravi dubbi.[553] Sembra tuttavia vero che, morendo, il Machiavelli volesse assistenza religiosa. E non deve recar nessuna maraviglia se, dopo aver detto tanto male dei papi, dei preti e dei frati, si lasciasse confessare. Era quello che facevano allora tutti in Italia. Egli del resto aveva parlato molto della corruzione del clero, dei mali che la Chiesa aveva recati all'Italia; non aveva però mai impugnato i dommi della religione, non gli aveva anzi neppure discussi.

Nel 1522 il Machiavelli aveva fatto il suo secondo testamento,[554] e con esso lasciava eredi i quattro figli maschi, Bernardo, Lodovico, Guido e Piero; alla figlia Bartolommea o Baccia, che sposò poi Giovanni padre di Giuliano dei Ricci, lasciava gli alimenti, ai quali ella aveva diritto per legge. Non sappiamo se riuscisse a costituirle, sul Monte delle Fanciulle, una piccola dote, come nel testamento stesso diceva di voler fare. Verso la moglie Marietta adoperava parole di stima e di affetto sinceri, inalterati, nominandola amministratrice e tutrice dei figli minorenni.

Non ostante però la morte cristiana e l'affezione da lui dimostrata sino all'ultimo alla moglie, ai figli, non mancarono, com'era da aspettarsi, aneddoti più o meno malevoli, inventati allora e dopo dai detrattori, i quali neppure nell'agonia vollero lasciarlo in pace. Il Giovio, ne' suoi _Elogia_, affermò che il Machiavelli era morto celiando, per abuso d'una medicina con la quale si credeva al sicuro dalle malattie. Il Busini, che gli fu anch'egli sempre avverso, scrivendo al Varchi nel 1549, diceva che morì in parte di naturale malattia, in parte pel dolore di vedere, che all'ufficio cui egli aspirava e credeva di avere diritto, veniva eletto Donato Giannotti. Ma ciò, come abbiam visto, non è vero, perchè fu nominato invece il Tarugi, il quale morì poco dopo, ed ebbe a successore il Giannotti nell'ottobre dello stesso anno, quando cioè da più mesi anche il Machiavelli aveva cessato di vivere. Il Busini aggiunse, che questi appena s'ammalò prese le sue solite pillole, e sentendosi molto aggravare, «raccontò quel tanto celebrato sogno a Filippo (Strozzi), a Francesco del Nero ed a Iacopo Nardi e ad altri; e così si morì malissimo contento, burlando.»[555] Non dice qual fosse questo celebrato sogno, che più tardi venne da molti ripetuto, ma che non ci è riuscito di trovar narrato da nessuno dei contemporanei. Il Ricci, biasimando aspramente le parole con cui il Giovio sembra alludere a celie ed a poco rispetto dal Machiavelli mostrato alla Divinità nell'ora estrema, afferma che in tutto ciò non v'è ombra di vero, essendo tutte invenzioni malevole e calunniose. La medicina presa era blandissima. Il Machiavelli suo avo era morto cristianamente, circondato dagli amici e dai parenti. La Marietta, i loro figli, tra i quali la Baccia, madre dello stesso Ricci, non avevano mai fatto cenno di queste false dicerie.[556] E in verità il Machiavelli era assai innanzi cogli anni; s'era recentemente esposto a tutte le intemperie, viaggiando di giorno e di notte, col caldo e col freddo; era tornato a Firenze, dopo aver traversato la campagna di Roma, il cui clima è sempre più o meno insidioso; l'animo suo era stato da un pezzo lacerato da continui dolori morali, divenuti negli ultimi giorni ancora più crudeli. Tutto questo è più che sufficiente a dar ragione della sua morte, senza che vi sia bisogno di strane spiegazioni, e rende impossibile credere che egli potesse avere alcuna voglia di celiare accanto al confessore, in mezzo alla moglie ed ai proprî figli, che abbandonava per sempre.

Pure il sogno, che gli amici ed i parenti vicini ignoravano, i lontani e sopra tutti i posteri lo raccontarono. Secondo questi, il Machiavelli vide, dormendo, una moltitudine di genti affamate e misere. Chiese chi erano, e gli fu risposto: i beati del Paradiso. Dopo che questi furono scomparsi, si presentò una moltitudine di uomini gravi, i quali ragionavan di politica, ed in mezzo a loro vide illustri filosofi greci e romani: erano i dannati alle pene eterne dell'Inferno. Interrogato allora con chi avrebbe egli preferito d'andare, rispose subito: — Piuttosto nell'Inferno a ragionare di Stato coi grandi spiriti, che in Paradiso, fra quella marmaglia che ho visto prima. — È difficile dire chi sia stato il primo a narrare, ad inventare questo sogno. Il Bayle che ne parla lungamente nel suo Dizionario, cita solo autori assai posteriori al Machiavelli, uno dei quali è il gesuita Binet (1569-1639).[557] Le lettere del Busini però dimostrano chiaro che già assai prima se n'era discorso. Ma più che un sogno, esso apparisce una parodia abbastanza fedele dello spirito pagano e mordace del Machiavelli. Nel principio del quarto Atto della _Mandragola_, Callimaco, disperato del suo amore poco onesto, dice a sè stesso: «Dall'altro canto il peggio che te ne va, è morire ed andare in Inferno. E' son morti tanti degli altri, e sono in Inferno tanti uomini da bene. Hatti tu a vergognare d'andarvi tu?» Queste espressioni e molte altre simili, che si trovano nelle _Storie_, nei _Discorsi_ ed altrove, specialmente quando l'autore mette a confronto le religioni pagane col Cristianesimo, poterono dare origine alla invenzione del sogno. Si può anche supporre che in tempi meno infelici, egli medesimo lo avesse, celiando, narrato, non però mai nel momento della morte. Francesco Otomano, che è il più antico autore citato dal Bayle, scriveva nel 1580, dicendo solamente di aver letto nell'opera d'un altro avversario del Machiavelli, come questi, in certo luogo delle sue opere, dichiarasse che dopo la morte avrebbe preferito andare nell'Inferno piuttosto che nel Paradiso, dove avrebbe trovato solo miseri monaci ed apostoli, quando invece nell'Inferno sarebbe stato in compagnia di cardinali, papi, principi e re.[558] Questo conferma, secondo noi, che il sogno fu immaginato cavandolo in parte dalle opere stesse del Machiavelli e dallo spirito che domina in esse, per condannare alcune sue opinioni, giudicate poco cristiane.

Come abbiamo già detto egli fu sepolto in Santa Croce, nella sua cappella gentilizia, che coll'andar del tempo venne abbandonata ad una compagnia religiosa, la quale v'innalzò un altare e vi seppellì alla rinfusa i proprî fratelli, senza che alcuno ne movesse lamento.[559] La famiglia si estinse ben presto; giacchè dei figli del Machiavelli solo Bernardo ebbe discendenti maschi, uno dei quali, Niccolò, fu canonico, e l'altro, Alessandro, morì nel 1597,[560] lasciando una femmina di nove anni, per nome Ippolita, che andò nei Ricci. La cappella gentilizia, come si può creder facilmente, cadde allora in sempre maggiore abbandono, tanto che si perdette perfino la memoria del luogo preciso dov'era. Il nome del Machiavelli, per le ragioni che già abbiamo altrove lungamente esposte, finì coll'essere poco curato, spesso anzi aborrito fra i suoi stessi concittadini. Nel secolo XVIII la sua fama cominciò invece a risorgere, come si vide per le molte edizioni delle _Opere_, che rapidamente si seguirono.[561] Nel 1760 furono a Lucca pubblicati alcuni suoi scritti inediti, e nel 1767 il proposto Ferdinando Fossi pubblicò in Firenze un volume di legazioni anch'esse inedite. Finalmente nel 1782 venne in luce la grande edizione fiorentina di tutte le _Opere_, in sei volumi in quarto, la quale per quei tempi era veramente degna del grande italiano.[562] Fu dedicata a lord Cowper,[563] che insieme col granduca Pietro Leopoldo l'aveva efficacemente promossa. Quel nobile Inglese ebbe quasi cittadinanza in Firenze, dove favorì sempre con ardore i buoni studî, e fu grande ammiratore del Machiavelli. Nel 1787 egli volle, insieme con lo stesso Granduca, essere operoso e largo fautore anche dell'idea proposta da Alberto Rimbotti, d'iniziare una pubblica sottoscrizione, per inalzare in Santa Croce un monumento a Niccolò Machiavelli. Innocenzo Spinazzi, scultore non privo di merito per quei tempi di decadenza dell'arte, lo condusse a termine, ed il dottor Ferroni vi pose la semplice e bella iscrizione:

TANTO NOMINI NULLUM PAR ELOGIUM NICOLAUS MACHIAVELLI OBIT ANNO A P. V.[564] MDXXVII

CONCLUSIONE

Il Machiavelli, come abbiam visto, è assai strettamente legato ai suoi tempi. Il concetto che di lui ci formiamo, risulta perciò, in parte non piccola, dal concetto che ci formiamo del secolo in cui egli visse. Nacque in un tempo nel quale la corruzione politica era generale in tutta Europa, ma in Italia più che altrove, perchè maggiore era in essa il numero di coloro che pigliavano parte alla vita pubblica. Questa corruzione faceva quindi più largamente sentire la sua malefica azione in tutta quanta la società italiana. La nostra maggiore cultura rendeva anche meno scusabili i vizî e le colpe d'una politica non più dominata dalle passioni istintive e cieche del Medio Evo, ma conseguenza di calcolo e di astuzia raffinata, crudele e senza scrupoli. Le istituzioni del Medio Evo andavano fra di noi tutte a rapida rovina, lasciando ogni individuo della civile comunanza come abbandonato a sè stesso. In Francia, in Inghilterra, nella Spagna, invece, il feudalismo formava ancora la base su cui s'innalzava il potere sovrano delle grandi monarchie, che avevano quindi più ferme tradizioni, e seguivano una politica la quale, se non era meno corrotta nei mezzi che adoperava, riusciva di certo più determinata e costante, sopra tutto più nazionale, nei fini che si proponeva. La corruzione italiana apparve però ai posteri assai più profonda, più generale che veramente non era, perchè diffusa sopra tutto negli ordini superiori della società, fra gli uomini politici e i letterati, dei quali quasi esclusivamente si occupano le storie. Negli ordini inferiori la virtù e la morale avevano ancora salde e profonde radici, sebbene di essi poco o punto si parli. Questo apparisce ben chiaro nella letteratura popolare, nelle corrispondenze familiari, nella vita di non pochi oscuri personaggi. In una gran parte d'Italia il popolo era in fatti assai più culto e gentile che al di là delle Alpi, e minore era il numero dei delitti. Dei nostri politici molti diffidavano, tutti anzi stavano in guardia contro di loro; non troviamo però che si diffidasse dei nostri mercanti o banchieri, ed in ogni parte d'Europa si chiedevano medici, segretarî, educatori italiani.

A questa diversa morale, che v'era far due parti della società, s'aggiungeva negli ordini superiori di essa, un conflitto nel concetto stesso che gl'Italiani s'erano formato della vita. La morale cristiana, teoricamente almeno, dominava sempre nelle private relazioni, era da tutti riconosciuta indiscutibile; ma veniva poi abbandonata nella vita pubblica, nella quale pareva che avesse perduto affatto ogni valore così teorico come pratico. La buona fede, la lealtà, la bontà cristiana avrebbero, si diceva, menato a certa rovina il principe, il governo che avessero voluto prenderle davvero a regola costante di condotta politica. Questo era ciò che istintivamente sentivano e pensavano allora tutti, ma gl'Italiani ne avevano fatto una teoria, che apertamente proclamavano. La contradizione che v'era nell'accettare questa doppia norma, appariva di certo anche ad essi visibile; ma nessuno pareva che si curasse molto di cercare un modo di sopprimerla, ricostituendo l'armonia interiore. La coscienza si sentiva quindi dolorosamente divisa e lacerata, come tirata in due opposte direzioni, in fondo all'una delle quali si trovava il Paradiso, in fondo all'altra l'Inferno. E si concludeva spesso col dire, che bisognava pure decidersi ad «amare più la salute della patria che la salvezza dell'anima»

Un tale stato di cose doveva avere le sue inevitabili e gravi conseguenze nella vita e nella letteratura. Lo scetticismo di fatti invase gli animi; s'indebolì il sentimento religioso; si cercò di esaminare il mondo e la realtà quali allora erano o sembravano essere, senza occuparsi d'altro. Crebbe sempre più l'ammirazione per gli antichi Greci e Romani, i quali riconducevano appunto allo studio della realtà e della natura, senza pensiero alcuno dell'oltre-tomba, e non solo riconoscevano le necessità della politica, ma ponevano accanto agli Dei coloro che ad esse obbedivano per salvare la patria, non lasciandosi mai fermare dagli scrupoli della morale cristiana. La pittura, la scultura si dettero anch'esse allo studio dell'antico, della natura, della forma, della bellezza esteriore e sensibile; cercaron di essere pagane in una società cristiana. Se non che in esse la forma greco-romana venne lentamente, inconsapevolmente ravvivata da uno spirito nuovo e ne nacque quell'arte del Rinascimento, che è una creazione tutta italiana, quasi una prima conciliazione intellettuale del Cristianesimo col Paganesimo, dello spirito colla natura, del cielo colla terra. Ma nella condotta pratica della vita non era facile il riuscire a trovare una simile conciliazione. Ed in vero una parte non piccola della nostra letteratura, la novella e la commedia soprattutto, che con grande fedeltà ritraggono i costumi ed i tempi, ci rendono immagine del disordine interiore, che travagliava l'animo e l'intelletto italiano. Lo spirito nazionale lottava duramente in mezzo ad una trasformazione politica, sociale ed intellettuale. Sarebbe stato necessario trovar la base d'una morale naturale e razionale, che, rispettando le condizioni reali, pratiche della vita, non si trovasse in contrasto con i precetti della religione rivelata; conquistare la indipendenza della ragione o della coscienza, senza distruggere la santità della fede. Ma quando l'Italia, dibattendosi ancora in questa lotta, vedeva già incominciare a sorgere sull'orizzonte una nuova luce intellettuale, che poteva far sperare un migliore avvenire di civiltà e di moralità, l'Europa le piombò addosso e la soffocò, accusandola poi d'aver lasciato compiere ad altri l'opera da essa gloriosamente iniziata.

Senza aver ricevuto una grande cultura classica, il Machiavelli cominciò subito ad ammirare anch'egli, sopra ogni altra cosa, l'antichità pagana, massime i Romani. Colla loro storia e letteratura si formò in fatti il suo spirito. La natura lo aveva dotato d'una straordinaria chiarezza ed acutezza di mente; d'un gusto squisito per la eleganza della forma; d'una fantasia vivacissima, che, senza renderlo veramente poeta, pur lo dominava di continuo; d'uno spirito mordace e satirico, che vedeva il lato comico delle vicende umane, e dava maggior forza all'atticismo pungente di quei sarcasmi, che gli procurarono tanti nemici e detrattori. La sua indole non era, come da molti fu creduto, cattiva, nè di lui si potè mai citare una sola azione malvagia. Ma i suoi costumi erano molto liberi, sebbene assai meno di quanto apparirebbe dal linguaggio che, secondo l'uso di quei tempi, egli usava nelle lettere e nelle commedie. Alla moglie, ai figli restò sempre affezionato in tutta la vita, fino alla morte. Viveva però tutto nell'intelletto, lì era la fonte vera della sua grandezza. Fra le doti della sua mente, quella che sopra ogni altra predominava e per la quale di gran lunga superava i contemporanei, era una singolare facoltà di ritrovar le vere cagioni dei fatti storici e sociali. Non fu mai un paziente indagatore di minuti particolari, e non ebbe neppure quel genio speculativo che si leva a considerazioni metafisiche, astratte sulla natura dell'uomo, dalle quali sembrava anzi rifuggire. Ma nessuno poteva al pari di lui ricercare, scoprire le origini e le conseguenze d'una rivoluzione politica o d'una trasformazione sociale; nessuno al pari di lui vedeva le qualità che determinano la natura d'un popolo o d'uno Stato: nessuno poteva come lui esporre quale era il carattere vero, non tanto di questo o di quel sovrano o capitano in particolare, quanto del sovrano, del capitano, dell'aristocrazia, del popolo in generale. Su di ciò si fondava la sua scienza politica, in ciò si manifestava la straordinaria originalità della sua mente.

E queste medesime qualità eran quelle che lo spingevano irresistibilmente a vivere in mezzo agli affari, fra i quali trovava materia continua alle proprie osservazioni e riflessioni. Ma negli affari il Machiavelli non potè mai avere grande fortuna, perchè, non ostante le molte e rare attitudini che aveva per essi, non possedeva abbastanza quello spirito pratico, che fa conoscere subito il carattere personale degli uomini, e trovare come per istinto il modo di condurli e dominarli. In ciò era anzi superato da molti de' suoi contemporanei, specialmente dal Guicciardini. Entrato nella cancelleria della Repubblica, egli non fu in sul principio altro che un segretario eccellente. La cura assidua da lui posta nei doveri d'ufficio, la sua attività febbrile, la tendenza a meditare e proporre sempre nuovi disegni, gli fecero guadagnare la fiducia del Soderini, che lo adoperò subito in affari di maggior momento; ma egli restò sempre un subordinato.

Il fatto che decise l'indirizzo de' suoi studî e della sua mente, che gli aprì la via già dalla natura a lui predestinata nella scienza, ed incominciò la sua vera educazione politica, fu la legazione al Valentino. Si persuase allora che un avventuriero di pessimo carattere morale, capace d'ogni più malvagia azione, poteva avere grandi qualità come uomo di Stato e come capitano. Percorrendo una via sanguinosa di tradimenti, il Duca riuscì in fatti ad estirpare i più tristi tiranni della Romagna, e vi fondò un governo che ricondusse l'ordine, la quiete, una pronta, sebbene spesso sanguinosa, amministrazione della giustizia in mezzo a quelle fiere popolazioni, che si sentirono subito sollevate, incominciarono a prosperare, e si affezionarono al nuovo signore. Se questi fosse stato più buono o men tristo, se avesse esitato, la sua pietà, pensò il Machiavelli, sarebbe stata crudele; e l'immagine del Valentino gli apparve come la vivente personificazione dell'enigma che travagliava il secolo, e cominciò a spiegargliene il significato. Cominciò a veder chiaro, che la politica ha fini e mezzi suoi proprî, i quali non son quelli della morale individuale; che le virtù e la bontà privata possono qualche volta fermare a mezzo l'uomo di Stato, rendendolo incerto, senza farlo riescire nè buono nè tristo, che era il peggio di tutto, secondo il Machiavelli. Non bisogna mai esitare, egli diceva, ma entrare risolutamente in quelle vie che la natura delle cose dimostra necessarie. Esse saranno sempre scusate, quando conducono al fine desiderato e necessario, alla formazione, cioè, alla grandezza e forza dello Stato. Colui che in ciò riesce, anche per vie malvagie, potrà certo, come privato cittadino, essere biasimato; ma meriterà pure, come principe, gloria immortale. Se invece manda a rovina lo Stato, sia pure per la bontà del suo animo che lo fa esitare, sarà sempre come principe inetto, condannato. Tale è il vero significato della massima del Machiavelli: il fine giustifica i mezzi.

Queste idee non lo abbandonarono più in tutta quanta la vita, e furono la base su cui cominciò a costruire le sue dottrine politiche. Ma tornato a Firenze, gli affari incalzanti non gli lasciavano tempo a meditare o scrivere libri. Le sue varie legazioni gli dettero occasione di esaminare l'ordinamento politico e militare della Francia e della Germania che egli ritrasse mirabilmente ne' suoi dispacci, nelle sue relazioni. Imparò così a conoscere gl'immensi vantaggi che vengono alla forza d'una nazione, al benessere universale dalla formazione d'un grande Stato, di un esercito forte. Questo esame che potè fare degli ordinamenti militari in varî paesi, massime la Svizzera e la Germania; l'esperienza avuta nelle guerre d'Italia, sopra tutto di Pisa; lo studio indefesso che fece nella storia degli eserciti greci e romani, gl'insegnarono a deplorare i soldati mercenarî, i capitani di ventura, e sorse così innanzi alla sua mente l'ideale d'un popolo armato e libero. Di qui ebbe origine il concetto della sua Ordinanza, intorno alla quale fece tanti studî, e spese invano tante fatiche. Ma queste idee, che s'andavano via via formando nella sua mente, vi restavano come frammenti staccati, non si potevano coordinare in un sistema scientifico, finchè egli era costretto a girar di continuo pel territorio fiorentino o anche fuori, a scrivere nel suo ufficio lettere infinite per affari, spesso di assai piccola importanza. Si provò per distrazione a comporre alcuni versi, ad abbozzare qualche commedia; ma erano lavori che restavano assai spesso interrotti, per mancanza di tempo e di quiete. Pure le sue osservazioni sociali e politiche sugli uomini e sugli affari, continuavano sempre, e crescevano d'importanza, massime quando la Repubblica si trovò in momenti difficili, tra pericoli che d'ora in ora ne minacciavano l'esistenza. Egli la servì fino all'ultimo con fedeltà, con disinteresse grandissimi, e fece di tutto per impedirne la caduta, che fu inevitabile. Così dopo quattordici anni d'indefesso lavoro, dopo aver compiuto molte legazioni, dopo aver maneggiato grandi somme di danaro per l'ordinamento delle milizie e le spese della guerra, si trovò finalmente senza ufficio, povero come prima.

La caduta della Repubblica fu di certo pel Machiavelli una grande sventura, perchè lo cacciò dagli affari e lo ridusse nelle più gravi strettezze economiche; ma fu da un altro lato una grande fortuna, perchè gli fece scrivere quelle opere che lo resero immortale. Se egli fosse rimasto sempre nella cancelleria, noi non avremmo di lui avuto altro che le legazioni. Tornato invece alla vita privata, cominciò a raccogliere le proprie idee, ad ordinarle, ed il suo orizzonte intellettuale s'andò subito grandemente allargando. I Medici, divenuti allora potentissimi in Roma ed in Firenze, gli rendevano impossibile sperare il pronto risorgimento del governo popolare nella sua Città, ed egli si rivolse quindi a meditare sulla costituzione di un forte Stato italiano. Così potè concepire il suo sistema scientifico, il quale ebbe un doppio carattere, teorico e pratico ad un tempo. Esso pone in fatti le basi di una nuova scienza politica, della quale il Machiavelli fa continua applicazione all'Italia del suo tempo, cercando i modi pratici, per ordinarla in nazione, riconducendola a vera grandezza. Questo doppio concetto fu da lui esposto nel _Principe_, nei _Discorsi_, nell'_Arte della Guerra_; si trova più o meno, sotto forma diversa, in tutte quante le sue opere. Duplice è anche la base scientifica del sistema, perchè si fonda sulla esperienza e sulla storia, la seconda venendo di continuo a riconfermare le conclusioni della prima. Anche nelle Storie, che furono l'ultima delle opere letterarie del Machiavelli, noi lo troviamo animato sempre dallo stesso concetto politico, da cui lo vedemmo dominato del pari in mezzo agli affari, che prima glielo ispirarono, e da cui fu accompagnato sino alla morte. In esse a lui parve di vedere i grandi avvenimenti cagionati sempre dalla volontà, dall'audacia e prudenza di qualche gran principe o uomo di Stato. E si persuase sempre più, che la rovina d'Italia fu conseguenza inevitabile delle sue divisioni, le quali aprirono di nuovo la via alle invasioni straniere, provocate, secondo lui, sopra tutto dall'ambizione dei Papi. L'Italia, egli concluse costantemente, non sarà mai felice, grande, libera davvero, se non sarà unita, il che può esser solo l'opera di un principe riformatore. E questo principe, che gli era apparso la prima volta sotto le forme del Valentino, come una volontà sicura e intelligente, che ordina e disordina, fa e disfà i popoli a suo arbitrio, divenne più tardi nella sua mente un uomo che operava quasi come una forza della natura, perdeva quindi il suo carattere personale, e con esso ogni valore morale. Pel Machiavelli l'uomo di Stato si fonde e confonde con quella che è l'opera sua propria, dalla quale e dal fine che con essa consegue, deve essere giudicato. È un individuo, la cui individualità si dilegua nella moltitudine che rappresenta, nell'opera che è chiamato a compiere.

Così fu concepito e scritto il _Principe_. Esso ci espone la difficile impresa del riordinamento politico di una nazione in genere, dell'Italia in ispecie, personificandola in un uomo, nel quale la coscienza individuale, morale è destinata, temporaneamente almeno, a scomparire. È forza rimuovere ogni ostacolo al compimento della grande impresa, senza lasciarsi fermare da nessuna considerazione di onesto o disonesto. Questa che fu la via per la quale s'andò formando nella mente del Machiavelli il concetto dell'organismo politico e nazionale dello Stato, fu anche la via per la quale lo Stato stesso s'andò storicamente formando nella realtà. Ciò dà un grandissimo valore al concetto fondamentale del suo libro, e ci spiega il fascino singolare che esso esercitò sulla mente dei pensatori e dei politici, non ostante le critiche e le calunnie con cui fu continuamente assalito. Il metodo dal Machiavelli seguìto lo costrinse ad esaminare con la medesima impassibilità il principe buono ed il principe scellerato, dando all'uno ed all'altro consigli adatti a raggiungere i loro intenti, consigli che esso ricavò da uno studio continuo di tutto ciò che nella storia antica e nella moderna aveva veduto avvenire. Il _caso di coscienza_ che a noi si presenta inevitabile, sembra che non si presenti mai a lui. Egli non domandò a sè stesso, se la immoralità dei mezzi adoperati poteva, anche ottenendo temporaneamente il desiderato fine, distruggere le basi stesse della società che si voleva fondare, e rendere a lungo andare impossibile ogni buono, forte e sicuro governo. Nè domandò se come v'è una morale privata, vi sia anche una morale sociale e politica, che imponga del pari limiti da non doversi in nessun caso oltrepassare, dando alla condotta dell'uomo di Stato una norma che, pur essendo diversa, secondo i tempi e le condizioni sociali, sia regolata anch'essa da principî sacrosanti. Questo è il lato debole, fallace della sua dottrina; quello che ci allontana da lui, ci fa qualche volta orrore, ed è stato la sorgente continua delle accuse e delle calunnie. Ma quando il Machiavelli, dopo la sua analisi, la sua crudele vivisezione, viene alla conclusione finale e pratica dell'opera, allora solamente se ne vede chiaro lo scopo, e se ne possono misurare i pregi e i difetti. Si trattava di costituire l'unità della patria, liberandola dallo straniero; questo avrebbe dovuto essere la mira costante, universale degl'Italiani. Ma nelle condizioni in cui l'Italia e l'Europa si trovavano, non era sperabile conseguire un tal fine, senza ricorrere ai mezzi poco morali di cui la politica di quei tempi si valeva, e che soli sembravano allora possibili. Incalzato da un tal pensiero, dominato dal suo soggetto, il Machiavelli non si fermò a distinguere lo scopo scientifico, generale e permanente dell'opera, dallo scopo pratico e immediato, dai mezzi transitori, che potevano in quel momento sembrare o anche essere necessarî a conseguirlo. Concludeva perciò, generalizzando, che la santità del fine giustifica i mezzi. E ripeteva nuovamente, che l'uomo politico deve tutto osare, pur di riuscire, anche con la violenza, col ferro e col sangue, a redimere la patria, a costituire lo Stato. Spetterà poi al popolo dare alla patria redenta la libertà, difenderla colle armi, consolidarla con la virtù.

Questo secondo concetto è l'argomento dei _Discorsi_. Essi infatti cominciano con quella che è l'idea fondamentale del _Principe_; ma si fermano poi a dimostrare come il popolo debba impadronirsi del governo, una volta fondato colla forza, per farlo prosperare con gli ordini liberi. Inesauribile è qui la infinita varietà delle osservazioni giuste, profonde, pratiche, con le quali viene iniziata e svolta la nuova scienza dello Stato. In tutte le letterature difficilmente si troverebbero pagine che, anche da lontano, possano paragonarsi a quelle con cui i _Discorsi_ esaltano l'amore della libertà, la devozione alla patria, il sacrifizio di ogni interesse privato al pubblico bene. In esse e nella esortazione del _Principe_ il patriottismo del Machiavelli si manifesta con un entusiasmo ed una eloquenza che sono insuperabili davvero. Il carattere dello scrittore s'innalza allora dinanzi ai nostri occhi, la sua figura sembra illuminarsi di luce improvvisa; ed egli assume addirittura eroiche proporzioni, quando ci ricordiamo, che questo patriottismo non solo ispirò la sua mente, ma guidò anche la condotta della sua vita.

Il popolo, egli osservò inoltre, a voler essere libero veramente, deve essere armato, e questo lo spinse a scrivere l'_Arte della Guerra_. Il lungo studio fatto sul diverso ordinamento degli eserciti nazionali e stranieri, antichi e moderni lo condusse al concetto della sua Ordinanza, e gli fece dichiarare altamente, che la forza vera degli eserciti sta nella virtù pubblica e privata, non meno che nella bontà degli ordinamenti militari. L'educare gl'Italiani alle armi, ad esser sempre pronti a dare la vita e tutto alla patria, sarà, egli conclude, il solo efficace principio del risorgimento nazionale. Ed anche in quest'opera esalta la virtù con un calore, con una convinzione, che gl'ispira una eloquenza, che non era di parole solamente. Ed in verità, come noi più volte abbiam visto, gli anni migliori del Machiavelli, tutte le sue forze, la sua costante, irrefrenabile attività, vennero, ogni volta che se ne presentò l'occasione, dedicati a porre in atto le idee che furono poi esposte nell'_Arte della Guerra_. Quando noi lo vediamo predicare la necessità di armare il popolo, di educarlo a morire per la patria, e con indomita persistenza convincere di ciò il Soderini e la repubblica di Firenze, come si può non ammirarlo? Ma egli non si fermò a questo, che nella sventura e sotto le persecuzioni dei Medici, ricominciò da capo la stessa propaganda fra i giovani degli Orti Oricellari. Più tardi ancora, dimentico di sè, de' suoi privati interessi, dell'età avanzata, della mal ferma salute, cercò di convertire alla sua fede patriottica lo stesso Clemente VII. Offrendosi pronto ad iniziare, vecchio com'era, l'opera generosa in quei giorni funesti, nei quali gli eserciti di Carlo V s'avanzavano a danno di Roma, di Firenze, dell'Italia tutta, finiva coll'infondere una momentanea scintilla di entusiasmo nell'animo stesso, sempre incerto e vacillante di quel papa. Allora è forza riconoscere che v'è davvero in lui una grande, una nobile passione, che lo redime, lo rialza, lo pone al di sopra di tutti i suoi contemporanei: un amore vero, ardente, irresistibile della libertà e della patria, un'ammirazione sincera della virtù. Così la fronte di colui che, con tanta ostinazione, ci fu sempre descritto come la personificazione del male, dell'inganno, si circonda a un tratto d'un'aureola luminosa ed inaspettata.

Tale è il processo che seguì la mente del Machiavelli nelle varie sue opere. Separandole, non se ne può vedere l'intima connessione; si smarrisce il loro scopo, e si dà luogo alle più strane interpretazioni e calunnie. Riunendole, non solo se ne comprende assai meglio tutto il grande valore; ma si vede anche quale fu la via che il pensiero nazionale, individuandosi in lui, tenne per cercar di uscire dalle dolorose contradizioni in cui si travagliava. L'Italia era divenuta incapace d'una riforma religiosa, quale seguì in Germania ed in Inghilterra. Invece di slanciarsi verso Dio, come già le aveva predicato il Savonarola; invece di cercar forza in un nuovo concetto della fede, quale fu predicato da Martino Lutero, si volse all'idea dello Stato e della patria, che solo col sacrifizio di tutti al bene comune si possono solidamente costituire. Pareva che questa fosse l'unica via allora possibile fra noi ad una vera redenzione nazionale. L'unità della patria risorta avrebbe reso necessaria, inevitabile la ricostituzione della morale, riacceso la fede nella virtù pubblica e privata, fatto trovar modo di santificare di nuovo lo scopo della vita. Questo concetto, che noi troviamo vagamente e debolmente sentito da moltissimi dei nostri più grandi scrittori e statisti in quel tempo, fu il pensiero dominatore del Machiavelli, l'ideale a cui sacrificò la sua vita intera. Ma la decadenza nazionale era divenuta inevitabile, gli avvenimenti incalzavano inesorabili, ed egli morì dinanzi allo spettacolo dell'Italia che andava in rovina, invasa dagli stranieri. Il suo grande pensiero rimase perciò un sogno, ed egli fu quindi l'uomo meno compreso e più calunniato che la storia conosca. Oggi che il popolo italiano ha incominciato a redimersi politicamente, che la patria si è costituita secondo la profezia del Machiavelli, il cui sogno divenne una realtà, è venuto il momento in cui può essergli finalmente resa giustizia.

APPENDICE DI DOCUMENTI

DOCUMENTI

DOCUMENTO I.

(Pag. 39)

DUE LETTERE DI LODOVICO MACHIAVELLI A NICCOLÒ SUO PADRE.

1

_Adrianopoli, 14 agosto 1525_.[565]

† Ihs, addì xiiij d'agosto 1525

Honorando padre etc. Al passato vi s'è ischrito abastantia. E questa per dirvi chome di un chonto che io ò chon Charlo Machiavegli non l'à mai voluto saldare; per che io penso andare a fare e' fatti mia. E per l'altra mia vi schrissi chome m'era restato di tutta la somma panni sette 1/2; e' quali panni, per essere un pocho ischarsi, gli arei finiti meglio qui che in Pera. E per esermi Charlo Machiavegli poco amicho, insieme chon uno Giovanbatista Nasini e co Nicolaio Lachi andavano a botea di quegli che e' sapevano che gli volevano, e dicevangli che io nonn'avevo se none panni di rifiuto. E se Charlo si fusi portato chome s'avea a portare uno uomo da bene, io gli arei ogi finiti, dove io sono istato forzato a mandargli in Pera a Giovani Vernacci. Anchora non gli bastò farmi quella inguria, che e' me ne fece una altra. Per che io volevo partire quindici giorni fa, e andare in chonpagnia delle robe; e volevo, innanzi che io mi partissi, saldare detto chonto chon esso secho; e che e' mi dessi infino a ducati cento ventitrè che io ò avere da llui, per fare e' chasi mia; e mai c'è stato ordine che lui l'abi voluto saldare. E chosì restai indrieto, e qui istarò per infino a che partirà giente per in Pera; e ogni giorno che io ci starò, gli domanderò se e' vole saldare chon esso mecho. Se none, chome io sarò in Pera, io vi do la fede mi', che la prima faccienda che io farò sarà questa, che io me n'andrò al Balio, e bisognerà, se chrepassi, che e' venga lassù, o che egli ordini che io sia pagato. E farogli quelo onore che e' merita. Per aviso.

A Roma o a Firenze che voi siate, priegovi che all'auta di questa mi schriviate quelo che è seguito de' chasi vostri; che mi pare un gran miracholo, che da diciannove di magio in qua nonn'abi mai auto nuove de' chasi vostri, o da nessuno di chasa; chè pure c'è venuto di moltissime lettere di chostà. Per aviso.

Anchora vi priego che se di quel tristo di quel prete, se voi nonn'avete fatto nulla, che alla auta di questa voi vegiate che in qualche parte io sia vendichato di tante ingurie quante e' m'à fate. E se e' vi ramenta bene voi mi schrivesti che io atendessi a fare bene in Levante, e voi atenderesti a stare bene a Roma, e quando questo vi riescha, che le ingurie si potrebono vendichare. E io vi dicho, che di tanta roba quanta io avevo che non era possibile fare meglio. Non so già come voi v'arete fato voi, che istimo a chomparatione di me, che voi l'abiate fatta molto meglio. Sì che pensate se io ò animo di vendicharmi. Ma sa' mi male che le vendette che noi potremo fare chon quattro parole, e mostrare chome egli è un tristo, e per questa via chavallo di quella chiesa, vogliamo serbarci a farlo chon nostro danno, e chavare dua occhi a noi per chavarne uno al chonpagnio. E in voi istà ogni chosa. E medesimamente in sulle vostre parole, sapete che io m'ebi a ingozare quella di Cecho de' Bardi. Ma più non voglio ragionar di questo; ma bastivi che se io nonn'ò altre nuove, io sarò prima a Sant'Andrea che a Firenze, e gastigerò questo tristo. Più non ne ragionerò, chè tanto l'ò schritto, che mi dovete avere inteso. E farò più presto che voi non chredete, perchè sarò chostì innanzi che passi mezo gennaio, se Idio mi presta sanità. Non altro per questa. Rachomandatemi a mona Marietta; e ditegli che per nonn'avere tempo non gli ò ischritto; el simile a Bernardo. Salutate quelli fanciugli per mia parte, e del chontinovo a voi mi rachomando. Iddio di male vi guardi.

_Vostro_ LODOVICO MACHIAVEGLI _inn Andrinopoli._

_Honorando padre Nicholò Machiavegli,_ _in Firenze._

2 _Ancona, 22 maggio 1527_.[566]

† Xhs, addì xxij di mago 1527

Honorando padre etc. L'alultima (_sic_) mia fu di Pera. Dipoi, non vi s'è schritto per nonn'essere ochorso. Al presente, per dirvi, chome dua gorni fa arrivai qui inn'Anchona, e ieri ebi una gran febre. Siamo qui stallati e achonfinati rispetto al morbo. Vorrei subito, per questo fante ch'à esere di ritorno, mi dicessi s'e' mia chavagli sono venduti e se à chonperatori per le mani: perchè qua mi truovo 7 chavagli. E avendo chonperatori del chavallo grande, vi richordo mi chosta ducati 110, e per mancho non lo date. E subito date per detto fante aviso, che non baderà niente chostì: e noi di qua non partiremo se detto fante non torna. Non sarò più lungo per nonn'avere tenpo, e anche non mi sentire tropo bene, chè siamo passati da Rauga in trenta ore, dove chadevano di peste li uomini morti per la strada. E per questo rispetto ò gran paura. Che Idio m'aiuti. A voi senpre mi rachomando. Idio di male senpre vi guardi. Rachomandatemi a mona Marietta, e dite che pregi Idio per me; e salutate tutta la brigata.

_Vostro_ LODOVICO MACHIAVEGLI _fuora d'Anchona._

_Al molto suo honorato padre_ _Nicholò Machiavegli, in_ _Firenze._

DOCUMENTO II.

(Pag. 39 e 42)

CINQUE LETTERE DI NICCOLÒ MACHIAVELLI AL NIPOTE GIOVANNI VERNACCI IN PERA.

1

_Firenze, 4 agosto 1513_.[567]

Carissimo Giovanni. Io ti scrissi circa un mese fa, et dixiti quanto mi occorreva, et in particulari la cagione perchè non ti havevo scripto per lo addreto. Credo la harai hauta, però non la repricherò altrimenti.

Ho dipoi hauta una littera tua de' dì 26 di maggio, alla quale non mi occorre che dirti altro, se non che noi siamo tuti sani: et la Marietta fecie una bambina, la quale si morì in capo di 3 dì. Et la Marietta sta bene.

Io [ti] scripsi per altra come Lorenzo Machiavegli non si teneva satisfacto di te, et in particulare delli advisi, perchè diceva lo havevi advisato di rado et sospeso, da non cavare delle tue lettere nessuna cosa certa. Confortoti per tanto ad scrivere ad quelli con chi tu hai ad fare, in modo chiaro, che quando eglino hanno una tua lettera, e' paia loro essere costì, in modo scriva loro particolarmente le cose. Et quanto al mandarti altro, mi ha detto che, se non sbriga cotesta faccienda in tucto et se ne reduce al netto, che non vuole intraprendere altro.

Egli è venuto costà uno Neri del Benino, cognato di Giovanni Machiavegli, al quale Giovanni ha dato panni: et però non ci è ordine che facessi con altri. Et Filippo li vuole vendere in su la mostra.

Attendi ad stare sano, et bada alle facciende, chè so che se tu starai sano et farai tuo debito, che non ti è per mancare cosa alcuna. Io sto bene del corpo, ma di tucte l'altre cose male. Et non mi resta altra speranza che Idio che mi aiuti, et in fino ad qui non mi ha adbandonato ad facto.

Raccomandami alla memoria del consolo Iuliano Lapi mille volte, et digli che io sono vivo. Et non mi resta altro. Christo ti guardi.

Addì 4 di agosto 1513.

NICCOLÒ MACHIAVEGLI, _in Firenze_.

_Domino Giovanni di Francesco_ _Vernacci, in Levante._

2

_Firenze, 20 aprile 1514_.[568]

Carissimo Giovanni. Io ho dua tue lettere in questo ultimo, per le quali mi commecti vegga di ritrarre quelli danari della monaca dal Monte, ad che, come prima si potrà, attenderò, perchè se non passa l'ottava di Pasqua, non posso attendere, per non si potere andare a munisteri. Attenderovvi poi, et del seguito te ne darò notitia.

Io vedrò con Lorenzo et con altri, se io ti potrò indirizzare faccienda alcuna, et potendosi, lo intenderai.

Egli è uno artefice ricchissimo, che ha una sua figliuola un poco zoppa, ma bella per altro, buona et d'assai, et secondo li altri artefici è di buone genti, perchè ha li ufitii.[569] Io ho pensato che quando e' ti desse dumila fiorini contanti di suggello, et promectesseti aprirti una bottega d'arte di lana, et farviti compagno et governatore, per adventura sarebbe el bisogno tuo, pigliandola per moglie, perchè io crederei che ti svanzassi 1500 fiorini, et che con quelli et con lo aiuto del suocero tu potessi farti honore et bene. Io ne ho ragionato così al largo, et mi è parso scrivertene adciò che tu ci pensi, et per il primo me ne advisi, et parendoti me ne dia commissione. Christo ti guardi.

In Firenze, addì 20 d'aprile 1514.

NICCOLÒ MACHIAVEGLI.

Potrebbesi fare che tu stessi due o tre anni ad menarla, se tu volessi stare qualche tempo di costà.

_Dno Giovanni di Fran.^co Vernacci,_ _in Pera._

3

_Di Villa, 8 giugno 1517._[570]

Carissimo Giovanni. Come altra volta t'ho scripto, io non voglio che tu ti maravigli se io non ti scrivo, o se io sono stato pigro ad risponderti, perchè questo non nasce perchè io ti habbia sdimenticato et che io non ti stimi, come io soglio, perchè io ti stimo più; perchè degli huomini si fa stima quanto e' vagliono, et havendo tu facto pruova d'huomo da bene et di valente, conviene che io ti ami più che io non solevo, et habbine non che altro vanagloria, havendoti io allevato, et essendo la casa mia principio di quello bene che tu hai et che tu se' per havere. Ma sendomi io riducto a stare in villa per le adversità che io ho haute et ho, sto qualche volta uno mese che io non mi ricordo di me; sì che se io strachuro el risponderti non è maraviglia.

Io ho haute tucte le tua lettere; et piacemi intendere che tu l'abbi facto et facci bene, nè potrei averne maggiore piacere. Et quando tu sarai expedito et che tu torni, la casa mia sarà sempre al tuo piacere, come è stata per il passato, anchora che povera et sgratiata.

Bernardo et Lodovico si fanno huomini, et spero dare alla tornata tua ricapito ad qualche uno di loro per tuo mezzo.

La Marietta et tucta la brigata sta bene. Et vorrebbe la Marietta le portassi alla tua tornata una pezza di ciambellotto tanè, et agora da Dommasco, grosso et sottile. Et dice che l'anno ad rilucere, che quelle che tu mandasti altra volta non furno buone. Xp[=o] ti guardi.

A dì 8 di giugno 1517.

NICCOLÒ MACHIAVEGLI, _in Villa._

_Domino Giovanni di Francesco_ _Vernacci, in Pera._ _In Pera._

4

_Firenze, 5 gennaio 1517/18_.[571]

Carissimo Giovanni. Io mi maraviglo che tu mi dica per l'ultima tua non havere hauto mie lettere; perchè 4 mesi sono ti scripsi et ti feci scrivere ad Lodovico et Bernardo, che ti chiesono non so che favole; et dectonsi le lettere ad Alberto Canigiani.

Come io ti dixi per quella, se l'havessi hauta, tu non ti hai da maraviglare se io ti ho scripto di rado, perchè poi tu ti partisti, io ho havuto infiniti travagli, et di qualità che mi hanno condotto in termine che io posso fare poco bene ad altri, et mancho ad me. Pur non di meno, come per quella ti dixi, la casa et ciò che mi resta è al tuo piacere, perchè fuori de' miei figluoli, io non ho huomo che io stimo quanto te.

Io credo che le cose tue sieno migliorate assai in questa stanza che tu hai facta costì; et quando le si trovassino nel termine ho inteso, io ti consiglerei ad piglare donna, et ad piglare una per la quale tu adcresceresti al parentado meco: et è bella et ha buona dota, et è da bene. Perhò vorrei che, havendo ad soprastare costì, o tu mi scrivessi o tu me lo facesti dire ad Alberto Canigiani, che opinione è la tua; et havendo animo ad torne, mi alluminassi in qualche modo dello essere tuo.

Noi siamo sani et raccomandianci tucti ad te. Christo ti guardi.

A' dì 5 di giennaio 1517.

NICCOLÒ MACHIAVEGLI, _in Firenze._

_Domino Giovanni di Francesco_ _Vernacci, in Pera._ _In Pera._

5

_Firenze, 25 gennaio 1517/18._[572]

Carissimo Giovanni. Forse 20 dì fa ti scripsi dua lettere d'uno medesimo tenore, et le detti a dua persone ad ciò ne havessi almeno una: dipoi ho la tua tenuta a dì 4 di novembre. Et duolmi infino ad l'anima che tu non habbi haute mie lettere, perchè sei mesi sono ti scripsi et feciti scrivere una lettera per ciaschuno ad questi fanciulli; et ad ciò che tu ne possa havere qualcuna, farò anche una copia di questa.

Come per più mia ti ho detto, la sorte, poi che tu partisti, mi ha facto el peggio ha possuto; dimodochè io sono ridotto in termine da potere fare poco bene ad me, et meno ad altri. Et se io sono strascurato nel risponderti, io sono diventato così innell'altre cose: pure, come io mi sia, et io et la casa siamo ad tuo piacere, come sono stato sempre.

Gran mercè di 'l caviale Et la Marietta dice che alla tornata tua li porti una pezza di giambellotto tanè.

Per altra ti scrissi, che quando le cose tue fussin miglorate, in nel modo che io intendo et che io mi persuado, io ti conforterei ad piglare donna; et quando ti volgessi ad quello, ci è al presente qualche cosa per le mani che tu non potresti fare meglo; sichè io harei caro che sopra questa parte mi rispondessi qualche cosa.

Noi stiamo tucti sani, et io son tuo.

A dì 25 di genaio 1517.

_Tuo_ NICCOLÒ MACHIAVEGLI, _in Firenze._

_Dno Giovanni di Francesco_ _Vernacci, in Pera._ _In Pera._

DOCUMENTO III.

(Pag. 41)

_Lettera di Marietta Machiavelli al marito Niccolò. Firenze, di data incerta_.[573]

a nome di dio a dì 24

Carisimo Nicholo mio. Voi mi dilegate, ma non n'avete ragone, chè più rigollo arei se voi fusi qui. Voi che sapete bene chome io sto lieta quando voi no siete quagù; e tato più ora che m'è stato deto chostasù è sì gra' morbo; pesate chome io sto choteta, che e' non trovo riposo nè di nè note: questo è la letiza ch'i' ò de biabino. Però vi prego mi madiate letere u poco più speso che voi no fate, chè non ò aute se non tre. Non vi maraviglate se io non v'ò scricto, perchè e' non potouto, ch'ò auto la febre in sino a ora: no sono adirata. Per ora e babino sta bene, somigla voi, è biaco chome la neve, ma gl'à e capo che pare 'l veluto nero, ed è peloso chome voi: e da che somiglia voi, parmi bello; ed è visto che pare che sia stato un ano al mondo; e aperse li ochi che non era nato, e mese a romore tuta la casa. Na la babina si sete male. Ricordovi e tornare. Non altro. Idio sia co voi, e guardivi.

Nadovi farseto e dua camice e due fazoleti e uno scugtoio, che vi ci cucio[574] queste cose.

_Vostra_ MARIETTA _in fireze._

_Spettabili viro Nicholo di mess. Bernardo_ _Machiavelli, in Roma._

DOCUMENTO IV.

(Pag. 43)

DUE LETTERE DI GIOVANNI VERNACCI ALLO ZIO NICCOLÒ MACHIAVELLI.

1

_Da Pera, 31 ottobre 1517._[575]

† Iesus. Addì xxxi d'ottobre 1517

Honorando in luogo di carissimo padre, doppo le debite rachomandazioni salute infinite etc. Al pasato abastanza; e dipoi non tengho vostra, chè per la ghrazia d'Iddio e de' mia buon portamenti, e' fa più d'uno anno che di vostro non n'ò auto uno verso, che veramente mi dispiace, perchè posso giudichare di me più non avete richordo chome di charo nipote, di che ne sto di mala voglia. Ma da altra banda la fede assai che tengho in voi, più ch'un buon figlio al padre, quella mi fa isperare che se voi avete perso la penna e 'l foglio allo ischrivermi, non abiate perso l'amore che tanto tenpo m'avete portato, non da vostro nipote anzi da charo e buon figliuolo: che a Dio piaccia di chosì sia, e dipoi mi chonceda ghrazia che voi mi visitiate con dua versi per darmi alquanto di chonsolazione, e' quali atendo con ghrandissimo disiderio, per intendere di vostro buono essere e di tutta vostra brighata, che Iddio ne facia degni.

E' s'è mandato a questi giorni un pocho di chaviale chostì a Alberto Chanigiani, solo per richonoscere e' parenti e li amici, che mi paiano avere persi. Del quale chaviale vi se ne fa parte, che s'è ordinato al detto Alberto ve ne mandi libre venti; el quale accetterete e vi ghoderete per mio amore, in questa chuaresima. E non ghuardate a la qualità del debole presente, anzi l'acettate per atto di magiore volontà e generosità che io vorei mostrare verso di voi. Per aviso vi sia.

Al presente la fo a l'usato, e sono di qua con pocho utile; e bramo in brevità di tenpo venire sin costì, di che istimo sarà presto, che Iddio me ne chonceda ghrazia.

Io non so che altro mi vi dire, salvo che a voi per infinite volte mi rachomando, e dipoi a la vostra m.ª Manetta, a la quale non ischrivo, perchè le faciate parte di questa chol darle per mia parte infinite salute, e alsì al Brena[576] e Lodovico e Ghuido e alli altri che per nome non so; e' quali tutti insieme chon voi Iddio sempre di mal ghuardi.

_Per vostro_ GIOVANNI VERNACCIA _proprio in Pera._

Tenuta sino addì jº di novembre, nè altro achade, salvo richordarvi e pregharvi di nuovo che mi faciate 4 versi, che n'arò piacere. _Valete_.

_Spectabili viro domino Nicholo_ _Machiavelli, in Firenze._

2

_Da Pera, 8 maggio 1521._[577]

† Yhs. Addì viij di maggo 1521

Honorando in luogho di padre, rachomandazione e salute infinite, etc. Addì iiij di febraio 1520 fu mia ultima. Dipoi ò la vostra de' dì xv di febraio vista chon piacere. Apresso risposta.

E' s'è inteso ricevesti la prochura, ma dite non à servito a e' denari del Monte, e la forma in che modo bisognia detta prochura, s'è ricevuta in detta vostra; e s'è fatto detta prochura formalmente chome n'ordinate, e per mano di nostro chancelliere; e vi si manda in questa, acò posiate promutare detti denari di Montte in chi a voi piacerà, a chagone s'abia lo intero de le paghe: sì che fatene chome di chosa vostra, che Iddio di ben mandi.

De' lascio di mona Vaga dite mi tocha fiorini 266. 13. 4, denari 7 per cento larghi, e fiorini 632-1/2, che sono dipositati in Badia a mia istanzia. E chosì dite si resta avere certti denari da' Tenpi, e non dite chuantti. E chosì intendo che certa mia partte è in mano de l'iseghutori del testamentto: di che vorei che a l'auta di chesta faciate d'aver tutto, e chosi li denari che sono in Badia, chome li altri, e ne fate chome se vostri fusino; che tutto terò per benisimo fatto. Chuanto a Piero Venturi, s'è inteso lo tenete contentto chol darlli l'entrata del podere; e dite à auto tutto, salvo le venciglie, che bene avete fatto: e anderete chosì facendo sino al mio ritorno. E a quell'ora ò speranza del tutto valermi.

El chaviale s'intese lo ricevesti, eseghuitene chuanto vi s'è ordinato, che sta benisimo. Per chuesta non achade dirvi altro, salvo che fra XV gorni arò sentenzia fra 'l Biliotto e me, e de prima ne verò al fermo, che Iddio me ne chonceda ghrazia. E basta. A voi di chontinovo mi rachomando. Abiatemi per ischusato se so' brieve per chuesta, che n'è chausa ò preso ieri una medicina che m'à sturbato. Iddio voi e noi di male sempre ghuardi.

_Per vostro_ GIOVANNI DI FRº VERNACI _in Pera._

_Spectabili viro domino Nicholo_ _Machiavelli, in Firenzze._

DOCUMENTO V.

(Pag. 43)

_Lettera di alcuni cittadini fiorentini a Niccolò Machiavelli, relativa alla sua commissione a Genova._ _Firenze, 8 aprile 1518._[578]

A nome di Dio, addì viii d'aprile 1518

Carissimo. Abbiano ricievuto dua vostre de' dì 26 e 30 passato. Apresso, al bisogno.

Per una, inteso alla giunta vostra de lo brieve dello pontefice, e altre lettere presentasti allo signore ghovernatore per li chasi di Davit Lomelino, e le grate hoferte vi fecie. Le quali, tuto racholto, possono fare pocho bene per avere esso Davitte salvocondotto da esso ghovernatore, con tempo di giorni 3 alla disdetta, e non avere esso Davitte beni. Sia con Dio. Di più s'è inteso dello essere suto a parlamento con esso Davitte e con Iacopo Cienturioni suo cogniato, e non si dubita punto abiate manchato di dire quello era di bisognio a tale chauxa; e non avevi possuto chavare altra chonchruxione, se non che Davitte e Iacopo detto vi avevono dato uno partito di volere paghare il tutto in tanta robbia a fiorini cinque di grossi il cento, posto qui a tute sua spese: con questo patto che chi à 'vere ducati cento ricieva in 4 anni per 0/4 per ducati, ec.; e sechondo ricievessi la robia, li chreditori dare panni gharbi o di Samartino, o chi non avessi panni, tafettà, per quello pregio vagliono per tenpo l'anno.[579] Questo, a chi non intendessi più holtre, sarebbe uno paghamento di sogni e da fare molte confusioni. Pertanto noi proquratori tutti d'achordo questo modo per nulla acieptiamo; e, nonostante conosciamo e' sia con ghrave danno delli chreditori, siano contenti che, volendo esso Davitte darci tanta robia a ciasquno delli sua chreditori di qui quanto elli debbe, e paghalla in 4 anni ciasquno anno per 0/4, e mettella fiorini cinque di grossi il cento a tutte spese d'esso Davitte, spacciata qui della doana; siano contenti si faccia, e lo doverebbe fare; e di chosì vi piaccia fare opera che stimiano per voi non abbia a manchare; dichiarando che la robbia sia buona delle di Fiandra.

Quando questo modo non potessi condure, vedete d'apuntare a danari. E non si potendo avere lo intero, si achordi per li 2/3; e non possendo meglio, si pigli soldi XII per lira o sì soldi XI, almeno soldi X per lira, cioè la metà di quello dovessi a ciasquno qui in tenpo d'anni 4, chome è detto d'avere ogni anno la 4ª parte, e di questo avere buona siqurtà, possendo, dello intero; e quando non si possa meglio, avendo dato intenzione di ducati 1600 d'oro, lo doverete tirare a ducati II mila di tale siqurtà. E in questo bisognia faciate ogni hopera che tali siqurtà sieno buone. E ci parrebbe per meglio, possendo, faciessi d'avere l'obrigho delli Spinoli di qui, cioè di Charlo e Giorgio Spinoli di qui o d'altri, che promettessi che fussi, stante qui, più presto de' nostri che altri; e quelli fussino buoni e sofizienti per tale siqurtà. E avendo a pigliare siqurtà chosì, bisognia sieno bonissimi. E vorremo fussino hobrighati in forma chamera. E questo è, almancho sarebbe, il desiderio nostro. Non manchate della hopera e solecitudine che la fede s'à in voi. E quello Iacopo Cienturioni solo non è a proposito, chè è falito rachoncio. Pare ve ne consigliate con quello Fabara, amico delli Neri, e altri di chi avessi a essere siqurtà, che sieno buoni e sofizienti. Quando voi non vedessi modo d'achordare con esso Davitte, circha il modo detto, dite a Davitte per ultimo, lo fareno dipigniere per ladro fugitivo a Roma, e per tuti lochi di qua dove potreno; e farassi scomunichare, e tanti altri modi strasordinari, che lui non sarà siquro della persona in nessuna parte....[580] Non ci sarà ghrave spendere di strasordinario ducati mille, e fare.... perchè lui chosì s'è ghovernato, che non riputiano questo falimento.... spesso latrocino. A Nicholò non s'à a fare.... lungho sermone, che.... farà in tutto quello potrà. Solo s'à richordare, avendo apuntare.... le chose chiare, perchè non si può stare di pari con tale nazione. E perchè non si può in ogni chauxa chosì a punto prociedere, vi si dice che in pocho di chosa non ghuardiate, per ultimare questa benedetta chauxa, che Iddio cie ne conducha a buono fine. Quando vegiate di non potere achordare, fateli ronpere il salvocondotto, e qui tornate più presto potete.

In chaxo abbiate a pigliare siqurtà per conpto d'esso Davitte, abiate righuardo d'avere persona sia di buona qualità, e ne pigliate parere con quello Fabara e con Stefano Salvagho e altri, e in buono modo; e spedite più presto potete.

Sendo sino qui scritto, s'à vostra de' dì....[581] e con la medesima sostanza. Perciò non schade altro. Christo vi ghuardi.

Per

MARIOTTO DE' BARDI _in Firenze_. FRANCESCO LENZI _per Iacopo Altoviti_. CHARLO DI NICHOLÒ STROZI. ANTONIO MARTELLINI.

Quando elli seghuissi achordo, e Davitte domandi più una chosa che altro per suo discharicho, noi li manderemo la ratifichazione autenticha per mano di notario in buona forma; e chosì prometete. E non achordando, fate levare esso salvocondotto. Desideràno, il signore Ghovernatore li facia intendere chome non è per soportallo in chotesto domino, e ch'elli è per hoperalli in chontrario a quanto potrà, per eserne di chosì richiesto dalla Santità di Nostro Signore e da questa Signoria e dallo signor Ducha, chome bene saperete dimostrare.

_Spectabili viro Nicholo Machiavelli,_ _in Genova._

DOCUMENTO VI.

(Pag. 46)

_Lettera di Luigi Alamanni a Piero suo padre. Roma, 7 gennaio 1518._[582]

_Magnifice vir et pater honorande_. Per due vostre, l'una de' xxviij et l'altra de' xxxj di dicembre, intendo quanto mi scrivete circa le commessioni datemi prima che io partissi, le quali ho attentamente notate, et riconosco quasi il medesimo che mi desti per ricordo; secondo il quale mi sono appunto governato in ogni mia cosa. Io ho parlato al papa, poi che vi scripsi, una altra volta, et sommi ingegnato di exprimere appunto i vostri concepti, et di achomodare proprie le parole formali. Et egli generalmente mi rispose molto humanamente, et ricordommi gli oblighi che ha con epso voi; et aggiunse mille altre amorevoli parole che sarebbono hora lunghe ad scriverle. Io per allhora non mi strinsi ad particulare alcuno di richiederlo, ma subito me ne andai ad monsignor de' Medici, et dixigli le buone offerte di N. S., et appresso, lo animo vostro; soggiugnendo che havevo commessione di non tentare cosa alcuna senza il consiglio et aiuto di S. Signoria Reverendissima. Egli allhora mi rispose che ad volere obtenere da N. S. cosa alcuna, bisognavano duoi rispetti, l'uno di non chiedere per hora danari contanti, o cosa di che si possa fare danari; l'altra di mettergli cosa innanzi che si possa conchiudere in sul facto: perchè, correndo tempo in mezo, o la ochasione fuggie o le cose si raffreddono. Et così mi rispose apertamente et molto amichevolmente. Intendendo questo, cominciai ad ricercare se si potessino trovare assegnamenti alcuni che facessino per noi; et andai ad trovare il Generale di Valembrosa, et sotto spezie di vicitazione, lo examinai. Et truovo ultimamente che non ha maneggio nessuno di danari col papa, che non sia assegnato in mille luoghi; et così ho in più luoghi ricerco et facto ricercare, et per tucto truovo il medesimo. Onde, veggendo questo, et d'altra parte intendendo che il papa va fuori ad caccia questa septimana inverso Palo et Civita, non mi è paruto da indugiare ad risolversi, et maxime che starà fino alla Candellaia. Sono andato ad Medici, et hollo ricerco di quello canonicato che per l'altra vi scripsi. Egli acceptò prima il memoriale della dimanda, et examinolla se si poteva concedere; dipoi mi ha chiesta una supplicatione, et hammi promesso fra duoi giorni farla segnare dal papa; et egli, come arcivescovo, darà poi il consenso. Spero di obtenerla ad quindici soldi per lira. La quale cosa, quando obtenuta sia, non sarà da stimare pichola: nè è stimata poca da messer Ricciardo Melanesi, huomo intendentissimo, et che mi ha facto il memoriale prima et di poi la supplicatione.

Se ho detto troppo lungamente, habbiate pazienza, chè l'ò facto perchè sappiate ogni cosa. Ho detto ad messer Piero Ardinghelli quanto voi ne scrivete di Lodovico. Dicemi che ha havuto una lettera di poi da Lodovico, dove di nuovo gli replica il medesimo circa il tornare. Ho facte ad tucti le rachomandationi come mi scrivete. Frate Andrea ancora è qui in Roma, ma no l'ò adoperato in questo caso, nè lui nè alcuno altro; perchè il cardinale de' Medici mostra di vedermi tanto volentieri, et farmi tante buone offerte, che non ho giudicato havere bisogno di alcuno mezo. Altro non mi achade per hora da scrivervi. Ad voi tucti mi rachomando, el subito che sarò spedito, sarò di ritorno. Pure scrivetemi ancora qualche volta, et non mi dimenticate. Stasera, per mano di messer Piero Ardinghelli, scrivo ad Lodovico ad Milano. Christo vi guardi.

In Roma, il dì vij di gennaio MDxviij.

_Vostro figliuolo_

LUIGI.

_Magnifico viro et patri honorando_ _domino Petro Alamanno_ _equiti dignissimo._ _Florentiae._

DOCUMENTO VII.

(Pag. 64)

DUE LETTERE DI GIOVAMBATTISTA BRACCI AL MACHIAVELLI, RELATIVE ALLA COMMISSIONE IN LUCCA.

1

_Da Firenze, 14 agosto 1520._[583]

† Al nome di Dio addì xiiij d'aghosto 1520

Nicholò honorando. Il fante che voi ne mandasti venne ieri a xxij hore, e servì assai bene: e vi prometto, per la fed'è fra noi, che noi seravamo a chorte per richiedere Monsignore reverendissimo, e per farli intendere dove le chose restavono; et la vostra littera fu mandata là. E visto quello che voi scrivete, ci ritraemo da parlarli. E chonsiderato questo vostro scrivere, non vi possiamo se non chomendare. Chonoscho bene che quanto al vedere lo stato de' Micheli e i libri e l'altre chose neciessarie, che non è vostra professione, e che bisognierebbe o uno ragioniere o uno stilato. Io ò fatto leggiere a questi creditori, e non so quello che loro si determineranno. Noi abiamo il credito nostro sotto nome di Bartolomeo Ciennami e di Buonaventura Micheli. Sapiamo che sono stilati, e che loro intendeno benissimo quello che inporta questa chosa. E chonsiderato a tutte le parti, ci risolviamo che loro sieno quelli che intenderanno benissimo. E questi altri creditori ciaschuno vi debbe avere chi intenderà e che potrà fare il medesimo. Siamo di parere che voi dobiate di nuovo rimostrare e a Bartolomeo e a Buonaventura la fede che s'à in loro; e che voi dobiate parlare a' Bernardini o a chi pare loro che sanno quello che sempre ànno promesso, e che utimamente rimostrorono, che se Michele sì[584].... sichuro, che tutto sarebbe asset[t]ato; e che questi loro modi non anno in sè quella realità che si doverebbe, dicho de' deti Bernardini; e che sono chose molte brutte, che nel principio de' meriti della chausa e del venire a' chalchuli, e' mettino in chanpo le doti che Giovanni Ghuinigi dette alle figliuole e alla nipote, e quello che Michele aveva speso molto; che sono chose tutte non istimate nulla, che questo vi pare uno termine da non volere osservare quello ched è suto promesso. Che se vogliono fare uno achordo sanza tante girandole, che sarà fatto loro piaciere. E quando reggiate che sieno girandole, voi potrete ritornare alla Signoria, e protestare e narrar loro chome quando fu il chaso di Michele, che i detti Bernardini e quelli che avevono notizia, rimostrorono che non ci sarebbe se non un pocho di disordine, e che questo suo disordine nascieva d'avere giuchato e fatto oblighi; e che quando la Signoria ritrovassi la verità, e che i creditori del giuocho fussino messi da parte, che sarebbe fatto il dovere; e che sempre fu dato questa intenzione e per il loro inbasciadore e per tutti; e che dopo questo volsono si mandassi chostì; poi chiesono la sichurtà di Michele, e chonciessa quella, sono usciti adesso chon dire che se n'è andato in Fiandra: e che chominciato a vedere il chalchulo, che mettono innanzi de' debiti sua le dote che Giovanni Ghuinigi dette alle nipote e sue figliuole, e quello che Michele era debitore a' libri vechi di Giovanni, depoi che n'è qua, che sono chose fuori d'ogni onestà; e che questo è uno volere torre ai creditori i libri per questa via; e che bisogna che le Signorie loro sieno quelli che rimedino; e che, quando non rimedieranno, si spera non ci abi a manchare de' modi; e che voi protestate ec.; e che ve ne vegniate. Questo mi pare il vero modo. Et se pure a Bartolomeo e Buonaventura paressi che voi faciessi altro, poi siete stato tanto, 4 dì più o mancho non dia noia. Ma, per mio parere, io non so chonoscere migliore spediente, e non credo che sia a proposito che voi perdiate più tempo. E quando e' vi paia da protestar loro con simili dischorsi, in voi si rimette. Egli è vero che io non vorrei aver a dar brigha al Chardinale; tutta volta e' si farà quello richorderete. E se si potessi ridurre la chosa a uno achordo, sanza avere a venire a tanti meriti, sendo la somma pichola, non si si ghuarderebbe. E so che per Bartolomeo e Buonaventura si farà quello che potranno. E Valentino, che è costì anchora, potrà pensare al fatto suo. E altro non saprei che dirmi sopra di ciò.

A Bartolomeo ordino vi paghi i ducati 10 e lire 5 del fante. E vi mando una che io scrivo loro. Legietela e datela, e sugiellatela o date aperta, che poco 'porta.

_Vostro_ GIOVAMBATISTA BRACCI _in Firenze._

_Spectabili viro D. Niccolò Machiavelli,_ _in Lucha_.

2

_Da Firenze, 7 settembre 1520_.[585]

† Al nome di Dio, addì vij di settembre 1520

Io ho la vostra de' 5. Et avete a intendere, che questa settimana siamo stati a Monsignore R.^mo e alla nostra Signoria; et aviamo mostro le vostre lettere, quello che ci è suto scripto da chotesti merchanti omini da bene, et quello che senpre ci è suto fatto intendere, che saremo achordati. E insomma a ciaschuno è parso strano che noi siamo tratati per questo verso. E per al presente s'è determinato che lla Signoria scriva nel modo vedrete, che vi si manda chon questa la chopia. Monsignore R.^mo scrive circha a questo effetto, raportandosi alla lettera della Signoria, e alquanto più modestamente. E' ci è suto fatto questa choncrusione, che quando chostì non sarà provisto a quello che richiede il debito e la giustizia, che penseranno tutti quelli modi che parrà loro, perchè non s'abbi a perdere. E' vi si manda chon queste tutto. Userete ora quelli termini che vi parranno neciessari, perchè l'effetto ne seghui; che non possiamo credere che, ateso li omini da bene che sono chostì e che sono informati, che non ci abbino a provedere. E circha alla parte del farne rimessione in 3 di chotesti ciptadini, omini da bene, o di dar loro alturità, noi abiamo il credito nostro sotto Bartolomeo Ciennami e Buonaventura Micheli, Iacopo Doffi, sotto nome di Stefano Spada, e ci siamo fidati di loro; e a loro diciamo che siamo chontenti che faccino tutto quello che pare loro; che sendoci fidati e fidandoci di loro d'ogni nostra cosa, ci possiamo fidare di questo. Questo medesimo à scripto Iachopo, et non achade altre prochure. E la posta nostra e quella di Iachopo sono i 2/3 di quello che sono debitori di Fiorentini. Avete di chostà il Raugico e il Messinese e tanto numero de creditori, che passono la somma, e non bisogna tante prochure, che in fatto ciaschuno è chontento. Solo bisogna che la si pensi bene. Voi vivamente avete a ritornare alla Signoria, presentare le lettere, e rimostrare a quella quello che bisogna; e per la soprichazione che voi desti, si narrò il tutto. E rimostrate che sempre è suto promesso, che i veri creditori saranno paghati.

Il ghonfalonieri Giovanpagholo fa quello che promisse al Chardinale, e quello che à sempre detto. Ora si truova in luogho da potere fare che lla giustizia abi i' luogho suo. Però a voi si lascierà determinare; e veggendo di non fare frutto, protestate chome vi pare, e venitevene. Nè altro. Vostro sono. Idio vi [guardi].

_Per Vostro_ GIOVANBATISTA BRACCI _in Firenze._

_Spettabili viro d. Nicholò Machiavelli,_ _in Luccha._

DOCUMENTO VIII.

(Pag. 67)

_Lettera di Bernardo Machiavelli a Niccolò suo padre in Lucca. — Firenze, 30 luglio_ 1520.[586]

† Yhs. Addì 30 di luglio 1520

Carissimo padre, salute, rachomandatione ec. Questa per dirvi chome noi siano sani, et chosì isperiamo di voi.

Noi non v'abbiamo ischritto prima, perchè 'l tempo non n'à lacciato fare le cholte. El vino che voi ci mandasti a dire che noi vendessimo, noi l'abbiano allochato a rendere vino per vino.

La Madalena à fatto una banbina, e àgli posto nome Oretta. La vi manda cento salute. Mona Marietta vi richorda che voi tornite presto, e che voi gl'arecate qualche cosa. E chosì io e Lodovicho e gli altri di chasa.

Altro non achade dirvi. Christo di male vi guardi. Fatta in fretta, al lume di lucerna. Io avo una pèna che non mi rendeva.

_Vostro_ BERNARDO MACHIAVEGLI _in Firenze._

_Domino Nicholo di messer Bernardo_ _Machiavegli, in Lucha._ _In Lucha._

DOCUMENTO IX.

(Pag. 67)

_Lettera di Filippo de' Nerli a Niccolò Machiavelli in Lucca. Firenze, 1 agosto 1520._[587]

Carissimo Niccolò. Io ho una vostra, la quale, la prima cosa, dice le bugie; perchè dite d'essere breve, et poi è dua facce piene di scripto da banda a banda.

La causa perchè non s'è prima risposto, ne è suto causa, perchè la lettera mi trovò fuori di questa terra; et venni con la donna di Lorenzo sino presso a Lucca a tre migla, con animo di venirvi afrontare: poi pensai, quando ero al Bagno, che a volere tornare da Lucca, per fare ritorno a Firenze, si rallungava la via ben sedici migla, che fanno più di 20 per ritorno; tanto che io giudicai che non fussi da comperare tanto disagio la vostra presentia. Tornato qui, trovai la vostra lettera con la inclusa al Sibilia; e perchè, com'è detto, si soprastette per la absentia mia, gli parrà proprio haverla havuta per staffetta. Con Zanobi comunicai la vostra, et ne facemo quel iudicio che delle cose vostre si fa sempre, per arrecarvi voi queste cose in cazzelleria. Eravamo lui et io in animo questo giorno rispondervi a comune; ma lui ha havuto figliuolo maschio, et per questo io non li ho voluto dare noia. Potrete voi, nello scrivere in qua, rallegrarcene seco, perchè lui ne ha preso piacere singulare: perchè tanti più ci nasce maschi, tanti più provigionati hareno contro al Turco. Voi non pensate a queste cose. Le 'mportono più che voi non credete: ricordatelo, et advertitene cotesti signori Lucchesi, che attendino a ch....re assai, per fare fanterie, che saranno loro a proposito quanto e' fossi e' torrioni.

Con Gherardo ho riscorso tutto quello ne dite. Io stimo che questa vostra stanzia di costà habia a essere l'ultimo vostro tuffo. Voi sapete quanto poca gratia voi havevi; et liora che si è rimasto a' concorrenti e rivali libero il campo, io lascio giudicarlo a voi. Vorrete a otta rimediarvi ch'e' rimedi fieno più scarsi che 'l fistolo. Andate, andate.

Co' poeti e con le muse si parlò della lingua molto a lungho: a questo s'è pensato, per rassettarvi il gusto, come voi tornate, di darvi qualche buono preceptore. Erasi pensato al Sernigi, ma poi che lui non c'è, fanno pensiero che usiate a vostro ritorno con Gualtieri Panciatichi; e per vostra letione usiate ogni giorno leggere dua volte la sua epistola dell'entrata del pontefice in patria. Et così pensono havervi a rassettare l'orecchie.

Filippo, Giovanni, il Guidetto e questi amici di meriggio tutti si raccomandano a voi, e per loro parte non altro a dirvi. È vero che G.^mo desiderrebbe che voi lo raccomandassi a cotesto contadino che voi dite, che a voi di costà fu di tanto conforto, posto che a lui fussi di danno. Et fu tanto liberale che mi commisse vi scrivessi che donerebbe cento ducati a chi lo dessi in mano a uno de' rettori di questa Signoria. Quando questo vi paressi partito honorevole et che facessi per voi, in voi sta la eletione del prenderlo.

Voi harete inteso come Francesco Vettori è ito a San Leo e Montefeltro, a piglare il possesso per questa Signoria di quella provincia. Voi vi date a 'ntendere che qua si badi a baie. Noi vi parremo, a vostro ritorno, più belli che mai.

Ricordovi come a vostro ritorno io ho procacciatovi uno alloggiamento a Pistoia, perchè non vi fia Ruberto, che oggi ha finato in quella terra la sua dittatura. Quando sarete alla porta, domandate della casa del Zinzi, e, se llo volete appellare per nome propio, di Bastiano di Possente. Sarete ricevuto da lui, per amore della Riccia e mio e per le vostre buone qualità, molto amorevolmente. Non li manchate.

Donato del Corno si duole molto di voi; et dubito, quando tornerete, che io harò a essere tra voi albitro. A ogni modo, ch'i' so quel che mi so, e sento quel ch'i mi sento, et lui fa quel che si faccia, ella va mal quant'ella può.

Truovo, in questo che io sono stato fuori, che si può un po' con più licentia, che è proposto a' magistrati, così fuori come drento, fare qualcosetta di suo mano. Truovo che le donne possono con più licentia essere p..., volendo; così, chi volessi d'huomini o leggere il Troiano, o attendere ad altro, farlo anche più securamente; chi volessi non credere, o portare più un abito che un altro straordinario, e _sic de singulis_, con più sicurtà fare tutto. Perchè Dio ha tirato a sè Piero delli Alberti, che se andò in Santa †, con tanta acqua, che parve bene che volessi dare il suo resto, così morto, dando tanto disagio a chi l'acompagnò: che fu la vigilia di S. Iacopo. E' non mi occorre altro per ora che raccomandarvi a voi. Non più. Vale.

Di Firenze, addì primo d'agosto 1520.

_Vostro_ FILIPPO DE' NERLI.

_Spectabili viro Niccolò Machiavelli_ _come fratello carissimo,_ _in Lucca._ _A Lucca._

DOCUMENTO X.

(Pag. 76)

1

_Lettera del cardinale Salviati a Niccolò Machiavelli,_ _6 settembre 1521._[588]

M. Niccolò mio. Io non ho voluto rispondere alla lettera vostra venuta insie[me al vostro lib]ro dell'Arte Militare, se prima non ho letto il libro e considerato bene, per dirvene come.... l'opinion mia, e non fare come molti, i quali ancora che siano più savi di me,[pur]e in questo io non gli approvo, che nel lodare una cosa seguitano l'opinione de' più e non la loro propria. In modo che, essendo i più degl'huomini ignoranti, molte volte, giudicando secondo quelli, giudicano male. Io adunque, per seguitare la mia consuetudine, ho visto diligentemente el libro vostro, il quale quanto più l'ho considerato, tanto più mi piace, parendomi che al perfettissimo modo di guerreggiare antico habbiate aggiunto tutto quello che è di buono nel guerreggiar moderno, e fatto una composizione di esercito invincibile. A questa mia opinione si è aggiunto, per le guerre che sono al presente, qualche poco di sperienza, havendo visto che tutti i disordini che sono nati o nascono hoggi nelli eserciti franzesi o in quelli di Cesare o della Chiesa o del Turco, non per altro advengono, se non per mancare degl'ordini che sono descritti nel libro vostro. Ringraziovi adunque molto che, per la comune utilità degl'Italiani, habbiate mandato fuora questo libro, il quale per li tempi che verranno, sarà almanco, se non opererà altro, buono testimonio che in Italia non è mancato a' tempi nostri chi habbia conosciuto quale è il vero modo di militare. E non poco obbligo vi ho che subito me lo habbiate mandato, per essere il primo in Roma a vedere tanto bella opera, simile veramente e degna dello ingegno, esperienza e prudenza vostra, cui conforto a pensare e comporre continuamente qualche cosa, et ornar la patria nostra co 'l vostro ingegno. State sano e ricordatevi che tra le prime cose che io desidero, è far qualche cosa che vi piaccia.

In Roma, addì vj di septembre MDxxj.

_Io. Card.^is_ DE SALVIATIS.

_Spectabili viro Domino Nic.º De Machiavellis,_ _Amico Cari.^mo Florentie._

2

_Lettera di Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori, 29 aprile 1513._[589]

_Magnifice orator._ Voi vorresti sapere per questa vostra lettera de 21, quello ch'io creda habbia mosso Spagna a fare questa tregua con Francia, non vi parendo che ci sia dentro il suo da nessun verso, in modo che, giudicando da l'un canto el Re savio, da l'altro parendovi habbi fatto errore, sete forzato a credere che ci sia sotto qualche cosa grande, che voi per ora, nè altri non intende. E veramente il vostro discorso non potrebbe essere nè più trito nè più prudente; nè credo in questa materia si possa dire altro. Pure per parer vivo e per ubbidirvi, dirò quello mi occorre. A me pare, che questa dubitatione vostra _pro maiori parte_ sia fondata su la prudenza di Spagna. A che io rispondo, non poter negare che quel Re non sia savio; non di meno a me è egli parso più astuto e fortunato che savio. Io non voglio repetere l'altre sue cose, ma verrò a questa impresa ultimamente fatta contro a Francia in Italia, avanti che Inghilterra fussi scoperto, nella quale impresa a me parse e pare, non ostante che l'habbi hauto il fine contrario, che mettessi senza necessità a pericolo tutti li Stati suoi, il che fu sempre partito temerario in ogni huomo. Dico sanza necessità, perchè lui haveva visto per i segni dell'anno dinanzi, doppo tante ingiurie che 'l Papa haveva fatto a Francia, di assaltarli li amici, voluto farli ribellare Genova, e così doppo tante provocazioni, che lui proprio haveva fatte a Francia, di mandare le genti sue con quelle della Chiesa a' danni dei suoi raccomandati; nondimeno sendo Francia vittorioso, havendo fugato el Papa, spogliatolo di tutti e' suoi eserciti, possendo cacciarlo di Roma, e Spagna da Napoli, non lo havere volsuto fare; ma havere volto l'animo allo accordo, donde Spagna non poteva temere di Francia: nè viene ad esser savia la ragione si allegassi per lui, che lo facessi per assicurarsi del Regno, veggendo Francia non vi havere volto l'animo, per essere stracco e pieno di rispetti, e quali era per haverli sempre, perchè sempre il Papa non doveva volere che Napoli ritornassi a Francia, e sempre Francia doveva havere rispetto al Papa et timore della unione dell'altre potenze: il che sempre era per tenerlo indietro.

A chi dicessi Spagna dubitava che, non si unendo lui con el Papa a fare guerra a Francia, el Papa non si unissi per sdegno con Francia a fare guerra con lui, sendo il Papa huomo rotto et indiavolato come era, e però fu costretto pigliare simil partito; risponderei che Francia sempre sarebbe più presto convenuto in quelli tempi con Spagna che con el Papa, quando havessi potuto convenire o con l'uno o con l'altro, sì perchè la vittoria era più certa, e non ci si haveva a menare armi, sì perchè all'hora Francia si teneva sommamente ingiuriato dal Papa e non da Spagna, e per valersi di quella ingiuria, e sadisfare alla Chiesa del Concilio, sempre harebbe abbandonato il Papa; di modo che a me pare, che in quelli tempi Spagna havessi potuto essere o mediatore d'una ferma pace, o compositore d'uno accordo securo per lui. Non di meno e' lasciò indietro tutti questi partiti, e prese la guerra, per la quale poteva temere che con una giornata ne andassino tutti li Stati suoi, come e' temè quando e' la perdè a Ravenna, che subito doppo la nuova della rotta ordinò di mandare Consalvo a Napoli, che era come per lui perduto quel Regno, e lo Stato di Castiglia gli tremava sotto; nè doveva mai credere che e' Svizzeri lo vendicassino et assicurassino, e li rendessino la reputatione persa, come avvenne; talchè se voi considerate tutti maneggi di quelle cose, vedrete in Spagna astuzia e buona fortuna più tosto che sapere e prudenza: e come e' si vede in uno grande simile errore, si può presumere che ne facci mille. Nè crederrò mai che sotto questo partito hora da lui preso, ci possa essere altro che quello che si vede, perchè io non beo paesi, nè voglio in queste cose mi muova veruna autorità sanza ragione. Pertanto concludo, che possa avere errato, quando sieno veri discorsi vostri, et intesala male e conclusala peggio.

Ma lasciamo questa parte e facciamolo prudente, e discorriamo questo partito come d'uno savio. Parmi che a volere fare tale presupposto e rettamente ritrovare la verità della cosa, bisognassi sapere se questa tregua è suta fatta doppo la morte del Pontefice et assuntione del nuovo o prima, perchè forse si farebbe qualche differenza. Ma poi che io non lo so, presupporrò, che la sia fatta prima. Se io ne domandassi adunque quello che voi vorresti che Spagna havessi fatto, trovandosi ne' termini si trovava, mi risponderesti quello che mi scrivete, ciò è che lui havessi in tutto fatto pace con Francia, restituitogli la Lombardia, per obligarselo e per torli cagione di condurre arme in Italia, et per tal via assicurarsene. Al che io rispondo, che a discorrere questa cosa bene si ha notare, che Spagna fece quella impresa contro a Francia per la speranza che haveva di batterlo, faccendo nel Papa in Inghilterra e nello Imperadore più fondamento che non ha poi in fatto veduto da farvi, perchè dal Papa e' presuppose trarne danari assai. Credette che lo Imperadore facessi una offesa gagliarda verso Borgogna, e che Inghilterra, sendo giovane e danaroso, e ragionevolmente cupido di gloria, qualunche volta e' fussi imbarcato, havessi a venire potentissimo, talmente che Francia, et in Italia e a casa, havessi a pigliare le conditioni da lui, delle quali cose non glie n'è riuscita ver'una, perchè dal Papa ha tratto danari nel principio e a stento, e in questo ultimo non solo non li dava danari, ma ogni dì cercava di farlo rovinare, e teneva pratiche contro di lui; da lo Imperadore non è uscito altro che le gite di m^re[590] di Gursa e sparlamenti e sdegni: da Inghilterra, gente debole incompatibile con la sua. Di modo che se non fussi lo aquisto di Navarra, che fu fatto innanzi che Francia fussi in campagna, e' rimaneva l'uno e l'altro di quelli exerciti vituperato, ancora che non ne habbino riportato se non vergogna, perchè l'uno non è uscito mai dalle macchie di Fonterabi, l'altro si ritirò in Pampalona, e con fatica la difese; di modo che, trovandosi Spagna stracco in mezzo di questa confusione d'amici, da' quali non che potessi sperare meglio, anzi temere ogni dì peggio, perchè tutti tenevano ogni dì strette pratiche d'accordo con Francia, e veggendo dall'altra parte Francia reggere alla spesa, per accordato co' Vinitiani, e sperare ne' Svizzeri, ha giudicato sia meglio prevenire con il Re, in quel modo ha possuto, che stare in tanta incertitudine e confusione, et in una spesa a lui insopportabile, perchè io ho inteso di buono luogo, che chi è in Spagna scrive quivi non esser danari nè ordine da haverne, e che l'esercito suo ci à _solum_ di comandati, e' quali anche cominciavono a non lo ubbidire. E credo che disegno suo sia suto con questa tregua o fare conoscere a' collegati l'errore loro, e farli più pronti alla guerra, havendo promessa la ratificazione, ecc., o levarsi la guerra da casa e da tanta spesa e pericolo: se a tempo nuovo Pampalona havessi spuntato, e' perdeva la Castiglia in ogni modo. E quanto alle cose d'Italia, potrebbe Spagna, forse più che il ragionevole, fondare in su le sue genti; ma non credo già che facci fondamento nè in su Svizzeri, nè in su 'l Papa, nè su lo 'mperadore più che bisogni, e che pensi che qua il mangiare insegni bere a lui e agl'altri Italiani. E credo che non habbi fatto più stretto accordo con Francia di darli il Ducato, e sì per non lo havere trovato seco, sì _etiam_ per non lo havere giudicato util partito per lui: per che io dubito che Francia non lo havessi fatto, per non si fidare nè di lui nè delle sue armi, perchè havrebbe creduto che Spagna no 'l facessi per accordarsi seco, ma per guastarli li accordi con gl'altri.

Quanto a Spagna, io non ci veggio nella pace per lui, per hora, alcuna utilità, perchè Francia diventava in Italia in ogni modo possente, in qualunque modo e' scuressi in Lombardia. E se per aquistarla li fussino bastate le armi spagnuole, a tenerla li bisognava mandarci le sua, e grossamente, le quali potevano dare i medesimi sospetti a li Italiani et a Spagna, che daranno quelle che venissero ad aquistarla per forza; e della fede e degl'obblighi non si tiene hoggi conto, talchè Spagna per questa ragione non ci vedeva sicurtà, e dall'altra parte ci vedeva questa perdita, perchè o e' faceva questa pace con Francia, con el consenso de' confederati, o no: volendola fare con el consenso, e' la giudicava impossibile per non si potere accordare Papa e Francia e Vinitiani et Imperadore. Havendola dunque a fare contro al consenso loro, ci vedeva per lui una perdita manifesta, perchè si sarebbe accostato a un Re, facendolo potente, che ogni volta che n'havesse hauto occasione, si sarebbe più ricordato delle ingiurie vecchie, che de' benefizii nuovi, e inritatosi contro tutti e' potenti Italiani e fuora, perchè, essendo stato lui solo il provocatore di tutti contro a Francia, e avendoli poi lasciati, sarebbe suta troppo grande ingiuria. Donde di questa pace fatta come voi vorresti, e' vedeva surgere la grandezza del Re di Francia certa, lo sdegno de' confederati contro di lui certo, e la fede di Francia dubbia, in su la quale sola bisognava si riposassi, perchè havendo fatto Francia potente e li altri sdegnosi, li bisognava stare seco, e li huomini savi non si rimettono mai, se non per necessità, a discrezione d'altri. Donde io concludo, che gl'habbi fatto più sicuro partito fare tregua, perchè con essa e' dimostra a' collegati l'errore loro; fa che non si possano dolere, dando loro tempo a ratificarla; levasi la guerra di casa; mette in disputa et in garbuglio di nuovo le cose d'Italia, dove e' vede che è materia ancora da disfare et osso da rodere. E, come io dissi di sopra, spera che 'l mangiare insegni bere ad ogn'uno, et ha a credere che al Papa, a lo Imperadore et a Svizzeri non piaccia la grandezza de' Vinitiani e Francia in Italia, e se non fieno bastanti a tenerli che non occupi la Lombardia, giudica che sieno bastanti seco a tenerli che non passino più oltre, e crede che 'l Papa per questo se li habbi a gittare in grembo, perchè e' può presumere che 'l Papa non possa convenire con i Vinitiani, nè con suoi adherenti rispetto alle cose di Romagna. E così con questa tregua e' vede la vittoria di Francia dubbia, non si ha da fidare di lui, e non ha dubitare della alienazione de' confederati, perchè o lo 'mperadore et Inghilterra la ratificheranno, o no: se la ratificano, e' penseranno come questa tregua habbi da giovare a tutti, se non la ratificano, e' dovrebbono diventare più pronti alla guerra, e con altre forze che l'anno passato, assaltare Francia, et in ogn'uno di questi casi Spagna ci ha l'intento suo. Dico di nuovo, adunque, el fine di Spagna essere stato questo: o costringere l'Imperadore et Inghilterra a fare guerra daddovero, o con la reputatione loro, con altri mezzi che con l'armi, posar le cose a suo vantaggio; et in ogn'altro partito vedeva pericolo, o seguitando la guerra o facendo la pace, e però prese una via di mezo, di che ne potessi nascere o guerra o pace.

Se voi havete notato e' consigli e progressi di questo cattolico Re, voi vi maraviglierete meno di questa tregua. Questo Re, come voi sapete, da poca e debole fortuna è venuto a questa grandezza, e ha hauto sempre a combattere con Stati nuovi e sudditi dubbii, e uno dei modi con che li Stati nuovi si tengono, e li animi dubbii o si fermano o si tengono sospesi e inresoluti, è dare di sè grande espettazione, tenendo sempre gl'huomini sollevati con l'animo nel considerare che fine habbino ad havere e' partiti e l'imprese nuove. Questa necessità questo Re l'ha conosciuta e usatala bene; di qui sono nati li assalti d'Affrica, la divisione del Reame, e tutte queste altre imprese varie, e senza vederne il fine, perchè il fine suo non è tanto quello o questo, o quella vittoria, quanto è darsi reputatione ne' popoli, e tenerli sospesi colla multiplicità delle faccende. E però lui fu sempre animoso datore di principii, a' quali e' dà poi quel fine che li mette innanzi la sorte, e che la necessità l'insegna: et insino a qui e' non si è possuto dolere nè della sorte nè dello animo. Provo questa mia opinione con la divisione fece con Francia del Regno di Napoli, della quale doveva credere certo ne havessi a nascere guerra intra lui e Francia, senza saperne el fine a mille miglia, nè poteva credere averlo a rompere in Puglia, in Calavria et al Garigliano. Ma a lui bastò cominciare, per darsi quella riputazione, sperando o con fortuna o con arte andare avanti, e sempre, mentre viverà, ne andrà di travaglio in travaglio, senza considerare altrimenti il fine.

Tutte le sopradette cose io le ho discorse presupponendo la vita di Giulio; ma quando egli havesse inteso la morte dell'uno e la vita dell'altro, credo harebbe fatto quel medesimo, perchè se in Julio non poteva confidare, per essere instabile, rotto, furioso e misero, in questo e' non può sperare straordinariamente, per esser savio. E se Spagna ha prudenza, non l'ha muovere gl'interessi contratti _in minoribus_, perchè all'hora egli ubbidiva, hora comanda; giocava quel d'altri, ora giuoca il suo; faceva per lui la guerra, hora fa la pace; e debbe credere Spagna, che la Santità di N. S. non voglia mescolare _inter Christianos_ nè sua danari nè sua armi, _nisi coactus_, e credo che ognuno harà rispetto a sforzarlo.

Io so che questa lettera vi ha a parere uno pesce pastinaca, nè del sapore vi credevi. Scusimi lo essere io alieno con l'animo da tutte queste pratiche, come ne fa fede lo essermi ridutto in villa, e discosto da ogni viso humano, e per non sapere le cose che vanno atorno, in modo che io ho a discorrere al buio, et ho fondato tutto in su li avvisi mi date voi. Però vi prego, mi habbiate per scusato; e raccomandatemi costà a ognuno, e in spezie a Paolo vostro, quando non sia ancora partito.

Florentia, die 29 aprilis 1513.

V.º _Compare_ N. M.

DOCUMENTO XI.

(Pag. 126)

_Lettera di Francesco Guicciardini al Machiavelli._ _Modena, 18 maggio 1521._[591]

Non havendo, Machiavello carissimo, nè tempo nè cervello da consiglarvi; neanche sendo solito a fare tale officio sanza el ducato, non voglio mancarvi di aiuto, acciò che, almanco colla reputatione, possiate conducere le vostre ardue imprese. Però vi mando a posta el presente balestriere, al quale ho imposto che venga con somma celerità, per essere cosa importantissima; in modo ne viene che la camicia non gli toccha le anche. Nè dubito che, tra el correre et quello che dirà lui alli astanti, si crederrà per tucti voi essere gran personaggio, et el maneggio vostro di altro che di frati. Et perchè la qualità del piego grosso faccia fede a l'hoste, vi ho messo certi avvisi venuti da Tunich, de' quali vi potrete valere, o mostrandoli o tenendoli in mano, secondo che giudicherete più expediente.

Scripsi hieri a messer Gismondo, voi esser persona rarissima. Mi ha risposto, pregando lo avisi in che consista questa vostra rarità. Non mi è parso replicarli, perchè stia più sospeso, et habbia causa di observarvi tucto. Valetevi, mentre che è il tempo, di questa reputatione. _Non enim semper pauperes habebitis vobiscum._ Avisate quando sarete expedito da quelli frati, tra' quali se mettessi la discordia, o almanco lasciassi tal seme che fussi per pullulare a qualche tempo, sarebbe la più egregia opera che mai facesti. Non la stimo però molto difficile, attesa la ambitione et malignità loro. Avisatemi, potendo venire.

In Modena, a dì 18 di maggio 1521.

_Vester_ FRANCISCUS DE GUICCIARDINIS _Gubernator_.

_Al [M] Ni[ccolò] Machiavelli_ _nuntio fiorentino ec., in_ _Carpi._

DOCUMENTO XII.

(Pag. 132)

_Scritto di N. Machiavelli sul modo di ricostituire l'Ordinanza._[592]

Volendo V. S. intendere tucti l'interessi et ordini della Ordinanza, io non mi curerò d'essere un poco diffuso per satisfarle meglio et ripeterle quello, o in tucto o in maggior parte, che ad bocca le dissi. Io lascerò indreto el disputare se questo ordine è utile o no, et se fa per lo Stato vostro come per un altro, perchè voglio lasciare questa parte ad altri. Dirò solo, quando e' si volle ordinare, quello che fu iudicato necessario fare, et quello che io iudico bisogni fare hora, volendolo riadsummere.

Quando si disegnò ordinare questo Stato all'armi, et instruire huomini per militare ad piè, si indicò fussi bene distinguerlo con le bandiere, et terminare le bandiere con e' termini del paese, et non con el numero delli huomini, et per questo si ordinò di collocare in ogni potesteria una bandiera, et sotto quella scrivere quelli pochi o quelli assai, secondo el numero delli huomini che si trovassino in tale potesteria. Ordinossi che la bandiera si havessi ad dare ad uno che habitassi nel castello dove faceva residenza el podestà, il che si fece sì perchè la bandiera fussi dove un cittadino stessi con el segno publico, sì _etiam_ per levare le gare che tralle castella era per nascere, qualunque volta in una podesteria fussi più d'uno castello. Ordinoronsi connestaboli che stessino in su e' luoghi, che comandassino li huomini descripti sotto dette bandiere, dando ad qualcuno in governo più o meno bandiere, secondo le commodità del paese, et dovevogli la state ragunare sotto le bandiere, et tenerli nelli ordini una volta el mese, et el verno ogni dua mesi una volta. Havevono di stipendio e' connestaboli 9 ducati d'oro per paga, in 4 page l'anno, et havevono dua ducati el mese da tucte quelle potesterie che governavano, che ciascuna concorreva a decti dua ducati per rata. Et haveva ogni conestabole un cancelliere habitante nel luogo, dove stava el connestabole, el quale teneva le listre di decti huomini, et haveva uno fiorino el mese, el quale li era pagato da tucte quelle potesterie che governava el conestabole.

Disputossi se gli era meglio tenerne scripti pochi o tenerne assai. Conclusesi fussi meglio ordinarne assai, perchè li assai servirono ad riputatione, et in loro era el piccolo numero et el buono, el quale non si poteva trarre de' pochi, et la spesa non era d'uno poco di più che d'arme et di qualche connestabole più.[593] Et sempre mai fu indicato che 'l tenerne assai scripti fussi bene et non male, et ad volersene valere fussi necessario haverne assai. Et intra l'altre ragioni ci è questa: tucti e' paesi o la maggior parte dove sono li scripti, sono paesi di confini;[594] per tanto li huomini scripti havevono ad difendere el paese che gli habitavono o quello d'altri. Nel primo caso si giudicava tucti gli scripti di quelli luoghi essere buoni et potervisi adoperare, et quanti più vene fussi scripti tanto meglio fussi;[595] ma nel secondo caso, quando e' si havessi ad ire ad difendere la casa d'altri, allhora non levare tucti li scripti, ma torre quelli che fussino più cappati et più apti, et el resto lasciare ad casa, e' quali servissino per rispecto in ogni bisogno che fussi per nascere. Et però si ordinò, che ogni conestabole di tucti gli scripti sua facessi tre cappate, el primo terzo de' migliori, l'altro de' secondi meglio, el terzo del restante. Et quando havevono ad levare fanti, toglièno di quello meglio, et così havendo el numero grosso, si valièno di quello havèno di bisogno, et facilmente, tanto che infino ad hoggi se ne era ordinato 55 bandiere, et tucta via si pensava di adcrescere el numero; in modo che per la experienza ne ho vista, se io havessi ad dire e' difecti della Ordinanza passata, io direi solo questi due cioè: che fussino li scripti stati pochi et non bene armati. Et chi dice di ridurla ad poco numero, dice di volere dare briga ad sè et ad altri sanza fructo.

Le ragioni che[596] costoro che la vogliono ridurre ad minor numero son queste: et prima e' dicono che, togliendone meno, e' si può torre quelli che vengono volentieri, puossi fare con minore spesa, possonsi meglio satisfare, possonsi torre e' migliori, et aggravonsi meno e' paesi, nonne scrivendo tanti; nè credo che possino allegare altre ragioni che queste. Ad che io rispondo, et prima quanto al venire volentieri: se voi volessi torre chi al tucto non può o non vuole venire, che la sarebbe una pazia; et così se voi volessi scrivere solamente quelli che vogliono venire, voi non adgiugneresti ad 2 mila in tucto el paese vostro. Et però bisogna cappare quelli che altri vuole; di poi ad farli stare contenti, non bisogna nè tucti preghi nè tucta forza, ma quella autorità et reverentia che ha ad havere el principe nè subditi sua; di che ne nascie che coloro che, essendo domandati se volessino essere soldati, direbbono di no, sendo richiesti, vengono sauza recusare; in modo che ad levarli poi per ire alle factioni, quelli che sono lasciati indreto l'hanno per male; donde io concludo, che tanta volontà troverrete voi in trentamila che in sei mila. Ma quanto alla spesa, et a poterli meglio satisfare, non ci è altra spesa che di qualche connestabole più et delle armi, la quale spesa è molto piccola, perchè un connestabole costa quanto uno huomo d'arme, et dell'armi basta dare loro solamente lance, che è una favola mantenerle loro, perchè l'altre armi si possono tenerle in munitioni, et darle loro a tempi, et metterle loro in conto. Et se voi disegnassi pagarli, stando ad casa, o fare loro exentione, nel primo caso, ciò che voi disegnassi di dare, _etiam_ ad uno numero piccolo, sarebbe gittato via et spesa grave, perchè la intera paga non saresti per dare loro; dando loro tre o 4 ducati l'anno per uno, questo sarebbe spesa grossa ad voi, et ad loro sì poca, che non li farebbe nè più ubbidienti nè più amorevoli nè più fermi ad casa. Quanto al farli exenti, come voi entrate qui, voi fate confusione, perchè li scripti nel distrecto non potete voi fare exenti, per li capituli havete co' distrectuali; se voi facessi exenti quelli del contado et non quelli del distrecto, farebbe disordine; et però bisogna pensare ad altro benifitio che ad pagarli, o ad exentione. Et se pure l'exentione si hanno ad fare, riserbarle quando, con qualche opera virtuosa, e' se l'havessino guadagnata: alhora gli altri harebbono patienza. Et poi sempre fa bene tenere l'uomini in speranza, et havere che promettere loro, quando e' si ha bisogno di loro. Et così concludo che, per spendere meno o per satisfarli meglio, non bisogna torne meno; et le satisfactioni che si ha ad fare loro, è farli riguardare da' rectori et da' magistrati di Firenze, che non sieno assassinati. Quanto ad poterli torre migliori, togliendone minore numero, dico che o voi vorrete torre ad punto quelli che sono stati soldati, et in questo caso voi non vene varrete: perchè come e' sentiranno sonare un tamburo, egli anderanno via, et così voi crederesti havere 6 mila fanti, et voi nonne haresti nessuno: o voi vorrete torre di quelli che ad occhio vi paiono più apti; in questo caso, quando voi vedessi tucte l'Ordinanze vostre, voi non saperresti quale vi lasciare, sendo tucti giovani et di buona presenza, et crederesti torre e' migliori et voi torresti e' più cattivi. Et altrimenti questa electione de' migliori non si può fare, perchè el fante si iudica o dalla presenza o dall'opere: altra misura non ci è. Quanto allo aggravare meno e' paesi, io dico che questo non adgrava e' paesi, anzi li rileva, et per conto della securtà et per conto della unione, per le ragioni ch'io vi dixi ad bocca; nè può dare graveza ad chi ha descripti in casa, non sene togliendo più che uno huomo per casa, et lasciando indreto quelli che sono soli, il che si può fare per essere el paese vostro copiosissimo di huomini.

DOCUMENTO XIII.

(Pag. 182)

DUE SONETTI DI NICCOLÒ MACHIAVELLI.[597]

1

_Niccolò Machiavelli ad M. Bernardo suo padre._ _In uilla a Sº Cascano._[598]

Costor uissuti sono vn mese o piue a noce a fichi a faue a carne seccha, tal ch'ella fia malitia et non cileccha el far sì lunga stanza costá sue. Come 'l bue fiesolano quarda a l'angúe Arno, assetato, e' mocci se ne leccha; così fanno ei de l'uoua che ha la treccha, e col becchaio del castrone e del bue. Ma, per non fare afamar le marmegge, Noi farèn motto drieto a daniello,[599] che forse già u'è qualcosa che legge; Perchè, mangando sol pane et coltello, fatti habián becchi che paion d'acegge, et a pena tegnán gl'occhj a sportello. Dite ad quel mio fratello che uenga ad trïonfar con esso noj l'ocha ch'havemo gouedí da uoi. Al fin del guoco poj, Messér Bernardo mio, uoi comperrete Paperi et oche, et non ne mangerete.

2

_Nicolo Machiavellj a Mgº Guliano de' Medici,_ _quando esso Nicolo era in prigone, nel xij, in sospeto_.[600]

Io ho, Guliano, in gamba, vn paio di geti et sei tratti di fune in su le spalle; l'antre fatighe mia ui uo contalle poi che così si trattano e' poetj. Menon pidochj questi parietj, grossi et paffuti che paion farfalle; né maj fu tanto puzo in Roncisualle, né lá in Sardignia tra quegli arboretj, Quanto è nel mio più delicato ostello; con un romor che par proprio che 'n terra fulmini Gove tutto Mongibello. L'un si scatena et quell'altro si sferra, Combattono uscj, toppe et chiauistelli; Quel'altro grida: — Troppo alto da terra! — Quel che mi fa più guerra è che dormendo, presso alla aurora, io cominca' a sentir: — _Pro eis ora!_ Hor uadino in buon'hora, pur che la tua pietá uer me si uolga che al padre et al bisauo el nome tolga. _finis_

DOCUMENTO XIV.

(Pag. 324)

_Lettera di Francesco Vettori al Machiavelli._ _Roma, 8 marzo 1524/25_.[601]

Compare mio caro. Io non vi saprei consiglare, se voi dovete venire col libro o no, perchè e' tempi sono contrarii a leggere et donare; et da altra parte el papa, la prima sera giunsi, poi che io li hebbi parlato di qualchosa mi achadeva, mi domandò, per sè medesimo, di voi, et dixemi se havevi finito la _Historia_, e se l'havevo veduto. Et dicendo io, haverne veduto parte, et che havevi facto insino alla morte di Lorenzo, et che era choxa da satisfare, et che voi volevi venire a portargnene, ma io, rispecto a' tempi, ve n'havevo dissuaso; mi dixe: — E' doveva venire, et credo certo ch'e' libri suoi habbino a piacere et essere lecti volentieri. — Queste sono le proprie parole m'ha decto: in su le quali non vorrei pigiassi fiducia al venire, et poi vi trovassi con le mani vote, il che per le mostre d'animo nelle quali si truova il papa, vi potrebbe intervenire. Pure non ho voluto manchare di scrivervi quanto mi ha decto. Rachomandatemi a Francesco del Nero, et diteli che vo[rrei] scrivessi al suo Berlinghieri qui, che non solo mi pagassi denari per suo ordine, ma mi facessi piacere d'ogni altra choxa lo ricercassi. Et choxì mi rachomandate a Donato del Corno. Iddio vi guardi.

In Roma, a' dì 8 di marzo 1524.

FRANCESCO VECTORI.

_Al mi[o ca]ro Compare Nicolò_ _di messer [Bernardo] Machiavelli,_ _in Firenze._

DOCUMENTO XV.

(Pag. 325)

_Breve di Clemente VII a Francesco Guicciardini._[602]

Francisco Guicciardino,

Dilecte fili. Haec temporum et rerum perturbatio, quae tanta est quantam non alias fere extitisse credimus, cogit nos inopes quotidiani ordinatique rimedii, ad consilia confugere inusitatiora, quae tamen praeclara et salutaria fore non dubitamus, si rem bene susceptam ad optatum exitum poterimus perducere; cumque in eiusmodi nostro consilio exequendo multum in fide et virtute tua acquiescamus, mittimus ad te dilectum filium. Nicolaum Malchiavellum civem florentinum, cum quo omnia nobis tractata communicata examinataque sunt, qui ad te deferat teque plene instruat, et quid nos designaverimus quemve finem spectemus faciat certiorem. Hunc ergo diligentissime audies, et fidem ei summam habebis; ac si tu, qui in re presenti es, cognoveris et iudicaris facilem fore rem, et ad eum exitum ad quem per nos intenta est profuturam, statim nos de omni tua opinione ac sententia certiores facies; si vero quominus expedite et plane perfici possit aliqua tibi obstare et impedimento esse videbuntur, de omnibus cures, ut sciamus ut quod expedire et in rem esse visum nobis fuerit, possimus continuo deliberare. Res magna est, ut iudicamus, et salus est in ea cum status ecclesiastici, tum totius Italiae ac prope universae christianitatis reposita. Sed opus esse arbitramur non solum ordine et diligentia singulari, sed nostrorum etiam populorum studio atque amore. Quamobrem tu cui plurimum credimus quique praesens perspecta habere omnia potes, re bene ab ipso Nicolao intellecta, statim nos per litteras secretiores edocebis, quid tibi de re tota videatur. In quo et diligentiam a te querimus et celeritatem.

Datum Romae, etc. Die vj junii MDXXV. Anno secundo.

DOCUMENTO XVI.

(Pag. 324)

_Lettera di Francesco del Nero a Niccolò Machiavelli. Firenze, 27 luglio 1525._[603]

_Spectabilis vir et cogniato salutem._ Io hebbi una vostra da Roma, ad la quale feci risposta. Dipoi ne ho havuto una altra da Faenza, sopra il gran sapere del frate, il che Francesco Vectori non credeva; nè mai lo harebbe creduto, se non che gli fu monstro una lettera del magnifico Presidente che referiva il medeximo. Il Conte ne ha facto ricordo etc.

Philippo Strozzi mi scrive havere parlato ad la Santità di Nostro Signore, sopra ad lo augumento della vostra provixione, et truovala benissimo disposta. Onde ricorda che, quando prima siate in Firenze, gli scriviate un motto, ricordandoli la faccenda vostra; et Filippo mostrerà il capitolo a Sua Beatitudine, et opererà che qui ne venga la commissione. Sichè le felicità vostre multiplicano. Ancora io vi serbo uno pippione da cavarne ducati cento d'oro l'anno. Se ritornerete a Roma però, desidero sapere quando credete partire di costì, et per che volta; ad ciò vi giri sotto lo vano mondo. Donato attende a portarvi polli; ma per essere una di quelle cichale dal Ponte Vechio, non si può tenere non mostri le vostre lettere, tale che ne è capitata una in mano al Conte, et è quella honorevole lettera gli scrivesti un mexe fa, cioè la seconda da Faentia etc. _Nec plura_. Ad voi mi raccomando.

In Firenze, addì XXVII di luglio 1525.

_Vostro_ FRANCESCO DEL NERO.

[_Spectabi_]_li viro Niccolò Machiavelli...._ _honorando, in Faenza_.

DOCUMENTO XVII.

(Pag. 330)

_Lettera di Monsignor Ludovico Canossa a Francesco Vettori. Venezia, 15 settembre 1525._[604]

Magnifico messer Francesco. Al giongere che fece il vostro Malchiavello in questa terra, vene da me et portòmi la lettra vostra. Io lo vidi tanto voluntera quanto io solio vedere tuti li amici vostri, et li offersi ogni opera mia, et el pregai che se ne valesse. Io non lo vidi più: penso che non li reusisse de la sorte che voi me li havevati depinto, et che contento del iuditio suo, non volesse fare altra prova di me. Ogi è ritornato, et ame dito volere partire domatina verso voi: et certo mi doglio de non l'havere potuto più godere et meglio cognoscere. Holi dito delle cose publiche quanto io ne so, atiò ve lo dica; bemchè tuto è niente, o forsa tropo; et vedo che se ne andiamo in servitù, o per dire meglio che la compriamo: et ognuno lo cognosce et niuno li remedia, parendo a ciascuno non si potere aiutare se non con il megio di Franza; et tale megio non vedo como lo possiamo sperare mentere che il Re è presone. Dico sperare, attenta la natura de' Francesi, et li modi che vedo che in questa pratica usano; che quando fusseno de altra sorte, modi non mancarebeno. Bem credo che quando N. S. et voi Signori volesti unirve con questo Stato a defensione comune, che essi starebbeno saldi; ma più presto che stare soli, temo assai che non se acompagnano con lo imperatore. Delle cose mie particulare non so che vi dire; se non che molto io desidero di condurmi in casa mia, essendo risoluto de non potere fare qua più di quello che se è fato; consistendo la difficultà in quelli che mi li feceno venire: de li quali pocho o niente sono io restato inganato, dico, poi che io vidi il Re andare in Spagna. Volio anche dirvi como questi Signori fariano ogni cosa a loro posibile, atiò che il ducato de Milano non andasse in le mani de lo imperatore o del fratello; ma soli non ardiscono de assalire il remedio. Voi altri Signori che li haveti tanto interesse quanto essi, li dovereti pensare. Et se una volta li Spagnoli entrano in posesione de quello Stato, alcuno non ardirà a scoprirsi, perchè vederano la impresa difficile et la spesa longa. Et se il Duca more, male se li po' remediare, che non vi intrino; perchè essi sono in fati, et nui non habbiamo anchora pensato quello che vogliamo fare. Anci mi pare che siamo resoluti di non fare nulla, ma stare a descretione. Ma non voglio più scrivere. Io sono intrato, non volendo in una baia che non finirebbe hozi. Stati sano et servetive di me.

In Venezia, alli 15 de setembre 1525.

_El vostro fratello_ LUC.º CANOSSA.

_Al Magnifico Messer Francesco_ _Vettori come honorando fratello,_ _ec., in Firenze._

DOCUMENTO XVIII.

(Pag. 333)

_Lettera di Filippo de' Nerli a Francesco del Nero. Modena, 1 marzo 1525._[605]

_Spectabilis vir tanquam frater honorande_. Alla lettera vostra de' ventuno del passato non mi occorre fare altra risposta, se non farvi intendere come il mandato de Dati di Bologna, che venne qui ad fare el pagamento che voi sapete, harà potuto vedere quello che io habbi facto per lui, et quanto la lettera vostra gli habbi giovato; alla relatione del quale in tutto mene rimetto.

Essendo el Machia ad voi parente et amico, et ad me amicissimo, non posso fare che con questa occasione che voi mi havete data di scrivervi non mi condolga con voi di quello che ogni dì mi viene di lui agli orecchi, che a questi dì et in questo carnovale ne ho havuto tante querele, che più non mene toccha di tutti e' malefitii di questa città; et se non fussi che queste gran cose, quasi incredibile, che sono ite atorno in questi dì, in questa povera provincia, hanno dato materia di parlare d'altro che di chiacchiere, sono certo che non si parlerebbe d'altro che di lui, considerato un padre di famiglia di quella qualità andare alla staffa, che non voglio dire di chi, et ha facto una commedia che vi è su di belle cose, secondo che io intendo. Hora mai, Francesco mio, noi ce ne rimarreno nella fossa. Et non prima o pure io vi voglio preghare, che dove voi potete rimediare a queste cose lo facciate, sanza allegarne me altrimenti; et lo pregherrete per mia parte, che sia contento di rispondere ad una mia lettera, mandandomi con epsa la commedia che si recitò a l'orto del Fornacaio. Et per hora non mi occorre altro. Raccomandatemi a' dua mia compari honorandi, co' quali so che siate spesso, quali sono Francesco Vettori et Philippo Strozzi, et similmente al Machia et a Donato infinite volte, et io ad voi mi raccomando ed offero, per quanto posso et vaglio, che Christo sano et felice conservi.

Di Modona, addì primo di marzo MDXXV.

_Uti frater_ PHILIPPUS DE NERLIS _gubernator_.

_Spectabili viro Francesco Del Nero_ _uti fratri carissimo, Florentie._

DOCUMENTO XIX.

(Pag. 339)

_Minute di lettere, patenti ed ordini scritti dal Machiavelli, come cancelliere dei Cinque Procuratori delle mura_.[606]

Yhs Maria

Al nome di Dio et della gloriosa Vergine Maria et di Santo Giovanni Batista advocato et protectore della nostra città. In questo libro si scriveranno le copie di tucte le lectere che gli spectabili procuratori delle mura della città di Firenze scriverranno in qualunque luogo et a qualunque persona. I quali spectabili conservatori presono l'uficio loro adì.... d'aprile[607] 1526, et debbono stare in oficio uno anno, da cominciare decto dì et da finire come segue: i nomi de' quali sono questi:

Il Magnifico Ippolito di Giuliano de Medici, Gherardo di Bertoldo Corsini, Raffaello di Francesco Girolami, Luigi di Piero Guicciardini, Dino di[608] Miniati.

1

_M.D.XXVI A dì 24 d'aprile. Scripsono a Giuliano loro ingegnere a Roma nella infrascritta sentenza:_

Che si era vista la sua lettera, et come in prima facie il suo disegno ci spaventava per la grandeza sua; nondimeno ci pensereno, et, havendo a mandare al papa il disegno della città et del paese, che allhora con quello si scriverrebbe più appieno la opinione nostra.

2

_Scripsono decto dì a Galeotto de Medici oratore a Roma nella infrascritta sentenza:_

Che ci piaceva la provisione haveva fatta il papa di mandare Antonio da Sangallo in Lombardia: et come Baccio Bigio sarà tornato si ordinerà che si faccia il disegno, et si manderà subito col parere nostro ancora. Et perciò si lascerà indietro pensare per hora al quartiere di Santo Spirito, et pensereno solo al di qua d'Arno, et ci risolviamo cominciarci alla Porta alla Giustitia et al Canto del Prato, o vero alla Porticciola delle Mulina. Non ci pare da toccare Sangallo, perchè havendo a muovere quivi il letto di Mugnone, et per questo offendere qualchuno, non ci pare da farlo hora, per non dare che dire ad alcuno; ma, cominciata che fia la opera, non si harà rispecto, et chi fia tocco harà patienza. Et come questa medesima ragione ci teneva ad non pensare per hora a' danari; ma che ci pareva da spendere di quegli per hora che il dipositario ha in mano, et di quelli che il papa volessi in questo principio sborsarsi, come ne ha oferto etc.

3

_A dì primo di giugno. A Galeotto de Medici oratore a Roma._

Avanti hieri ricevemo la vostra de' 28 del passato, responsiva alla nostra de' 24.[609] Commendiamo in prima assai la diligenza vostra, et ci piace che a Nostro Signore sodisfaccino i rispetti habbiamo nel cominciare questa opera, sanza dare disagio ad alcuno, per non la fare odiosa prima che la sia per experienza cognosciuta et intesa. Vero è che noi non possiamo darle altro principio che ordinare la materia infino a tanto che noi non siamo resoluti della forma che hanno ad havere questi baluardi, et del modo del collocargli; il che non ci pare potere fare se prima non ci sono tutti questi ingegneri et altri con chi noi voglamo consiglarci. Et benchè il signore Vitello venisse hieri in Firenze, et che ci si aspetti fra duoi giorni Baccio Bigio, è necessario anchora che venga Antonio da Sangallo, del quale non habbiamo adviso alcuno. Et da poi che per commissione di Nostro Signore egli è ito veggiendo le terre fortificate di Lombardia, giudichiamo essere necessitati ad aspettarlo, perchè altrimenti questa sua gita non ci porterebbe alcuna utilità. Però con reverenza ricorderete a Nostro Signore che lo solleciti. Et qui il R.^mo legato ha scritto a Bologna a quello governatore che, intendendo dove e' si truovi, lo solleciti allo expedirsi. Et gli rispetti che si hanno ad havere nel murare al Prato o alla Giustitia, alle parti del di là d'Arno et a' riscontri de' monti, secondo che prudentemente ricorda Nostro Signore, si haranno tutti. Et così non siamo per mancare in qualunque cosa di diligenza, quando non ci manchi il modo a farlo; perchè il depositario ci ha facto qualche difficultà in pagare una piccola somma gli habbiamo infino a qui tracta, et crediamo per lo advenire sia per farla maggiore, allegando non havere danari per questo conto. Pertanto ci pare necessario che Nostro Signore ordini che noi ce ne possiamo valere. Et volendo la Sua Santità aiutarci d'alcuna cosa, sarebbe approposito hora, et farebbe molti buoni effecti. Et siamo ogni dì più di opinione che non sia bene toccare in questo principio le borse de' cittadini con nuova graveza. Perciò farete bene intendere questa parte alla Sua Santità. Et quanto al modello de' monti che Sua Santità desidera, come per altra si dixe, quando Baccio Bigio ci fia, non si perderà tempo, acciò il più presto si può se gli possa mandare, nè per noi si manchi di alcuna diligenza in tucto quello si debbe. Et perchè siamo di parere che, fatta la ricolta, si comincino i fossi per tucto di qua d'Arno, ciò è dalla parte de' tre quartieri, habbiamo scritto a tutti i podestà del nostro contado, che scrivino, popolo per popolo, quanti huomini fanno da 18 ad 50 anni, et che ne mandino nota particulare. Et si è anticipato, acciò ch'eglino habbiano tempo a fare questa descriptione appunto, et che noi possiamo, fornita la ricolta, entrare in simile opera gaglardamente.

4

_A dì primo di giugno. A tutti i podestà del contado di Firenze._

Perchè noi voglamo per buona cagione havere notitia degli huomini che fa tucta cotesta tua potesteria, desideriamo che il più presto puoi, usando quanta diligenza ti è possibile, ci mandi una nota di tucti quelli che vi sono da i diciotto a' cinquanta anni; et terrai questo ordine. Manderai o per i sindachi o per i rectori de' popoli, et insieme con i tuoi messi farai fare a ciascuno, popolo per popolo, la sua listra. Et vedrai nel farla che si notino i lavoratori di terra da quegli che fanno l'altre arti; nè lascierai indietro pigionali o altri habitanti in detti popoli: et riductogli tucti in un quaderno con questa distintione, ce lo manderai. Di nuovo ti ricordiamo la diligenza, acciò che noi ci possiamo tenere sodisfacti della opera tua.

Tenute et mandate a' dì 6.[610]

5

_Patente. Dicta die. Per Giovanfrancesco da Sangallo et Baccio Bigio._

Noi procuratori delle mura della città di Firenze a qualunque vedrà queste nostre patenti lettere facciamo intendere, come ostensore di esse sarà Giovanfrancesco da Sangallo ingegnere et architectore nostro. Al quale havendo commesso ritragga il sito della città di Firenze con il paese circunstante, discosto da essa città circa due migla, voliamo et comandiamo a qualunque in decti luoghi habitante, presti a decto Giovanfrancesco, quanto si appartiene a tale opera, ogni aiuto et favore, lasciandolo passare per ciascuno luogo sanza farli oppositione, et darli impedimento alcuno. La quale cosa farete per quanto stimate la gratia, et la nostra indegnatione temete. _Presentibus post duos menses minime valituris. Vale_ etc.

6[611]

_Oratori Florentino Rome, Ghaleocto de Medicis. Die viij iunii._

Essendo venuto el S.^or Vitello in Firenze, come per l'ultima nostra vi scrivemo, et non potendo molto soprastare, ci parve da pigliare consiglio da lui come ci havamo ad ghovernare in questo principio, circa questa nostra muraglia, non obstante che non ci fussi Baccio Bigio nè Antonio da Sanghallo; et andamo parte di noi con lui veggiendo questa parte del Prato Ognissanti, perchè stavamo in dubio se noi cominciavamo dalla Porticciola della Mulina o dal Canto del Prato. Donde che havendo decto Signore in più giorni examinato tutto, si è resoluto che sia bene cominciare in sul canto, allegando che quello baluardo, posto in quello luogho, difenderà le mulina, la bocha d'Arno et la Porta al Prato: il che non potrebbe fare quello che si cominciasse alla Porticciola. Disputossi dipoi se questo baluardo si faceva tondo (come haveva disegnato il conte Pietro Navarra) o vero affacciato. Parveli da farlo affacciato, alleghando che non potendo e' baluardi defendere se medesimi, ma havendo bisogno di esser difesi dalli altri fianchi, ne seguita che quando e' sono tondi, li altri fianchi ne guardono solo uno puncto; ma quando sono affacciati, possono tutte le faccie esser guardate. Disputamo dipoi s'egli era da farlo con le cannoniere da basso et da alto scoperte, secondo il disegno di quelli che si sono facti a Piacenza, o s'egli era da fare coperte quelle di sotto, con palcho o volta che facessi piano a quelle artiglierie che havessino ad trarre di sopra. Parve a decto Signore che si faccia con l'artiglierie da basso coperte, parendoli quelli di Lombardia troppo grandi, et in quello luogho troppo sconcio, et non necessarii, affermando che, quando l'artiglierie coperte hanno quelli sfogatoi che possono havere, queste stanno meglio.

Disegnossi pertanto sopra decto Canto del Prato uno baluardo affacciato, che abraccia una torre, che è in su decto canto; il quale ha le sua maggior faccie lunghe l'una lxx^ta braccia et le minori circa