Niccolò de' Lapi; ovvero, i Palleschi e i Piagnoni
Part 8
--Magnifico capitano, s'io ho preso il disagio di venirvi.... dirò meglio, s'io son venuto a tenervi a disagio, n'è cagione un desiderio che vi parrà forse disforme da questi panni ch'io vesto; ma s'egli è vero ciò che affermano gli astrologi, non poter l'uomo sottrarsi a quell'influsso col quale le stelle, o vogliam dire i pianeti, dan norma sin dal suo nascere, e conducono con immutabil legge gli atti e le operazioni della vita sua.... ovvero, come insegnano i filosofi ed i fisici, non potersi cavar buon frutto dal legare a un giogo le tigri cogli agnelli, chè ogni animale ha a fare il verso suo, e non è se non stoltezza grandissima il voler ch'egli vada contro la sua natura, e chi l'intende altrimenti, come dicon gli uomini volgari, dà a guardar la lattuga al papero.... e per questo, com'io dicevo,.... son venuto.... perchè conoscendomi ancora molto atto, per amore della robusta complessione mia, ad esercitare quest'arte per la quale sola m'hanno inclinato i cieli, e visto il bisogno che in queste strettezze può avere questa città, d'uomini che conoscano la nostra professione,.... che di detta professione se ne troverà talvolta di più esperti che non son io, ma non mai chi l'abbia esercitata con maggior fede.... e forse s'io non temessi di darvi noja potrei anche mostrarvi che quanto all'esperienza.... e vi potrei narrare....--
Malatesta dava retta a Fanfulla, e l'avea fatto passare prima di molt'altri, in grazia dell'abito di S. Marco che avea indosso, chè allora in Firenze bisognava aver molti rispetti a questo convento; ma vistolo poi con quel viso che a dir il vero aveva un po' del pazzo, ed accorgendosi da quella sua strana filastrocca ch'egli doveva averne qualche ramo, non ebbe tanta pazienza che lo lasciasse venir alla conclusione, e, per levarselo dinanzi, gli tagliò la parola dicendogli, con voce nella quale era minor cortesia di quel che fosse nelle espressioni:
--Per esser voi di S. Marco, ed anche per la persona vostra, farò molto volentieri ove possa.... quando però sappia quello che volete.... qual è questa vostr'arte? che ancora me l'avete a dire.... forse siete il padre cerusico del convento, e volete adoprarvi pe' nostri feriti?.... Ve ne saprò il buon grado....--
Fanfulla mezzo in collera disse tra denti:
--Oggi è il giorno che nessuno m'ha ad intendere.--
Poi ad alta voce:
--Io vi servirò molto bene, se voi volete, a darne delle ferite, e non a medicarle... e, per finirla in una parola, sappia la V. Magnif: ch'io son Fra Giorgio da Lodi adesso, ma una volta ero Fanfulla da Lodi, e son per ridiventarlo quando che sia, basta che la medesima si voglia servir di me, e spero di farle vedere, che due anni di convento non m'hanno tanto mutato ch'io non sia ancor buono da qualcosa.... ed ecco qui (traendosi di petto un foglio) ecco l'attestato del sig. Prospero Colonna.... e poi credo che la V. Magnificenza non mi senta mentovare per la prima volta.--
Esclamò ridendo Malatesta:
--Oh impiccato, chè nol dicesti al primo tratto senza avvilupparmi la Spagna con tante novellate di fisici e d'astrologi, che mi parevi un predicatore. Oh quand'è così, e che l'animo tuo sia riprender la lancia, io molto volentieri t'accetto, e t'adoprerò... e, a pensarla bene, credo abbi ragione, chè dovrai, da quel che ho udito, riuscir meglio per uomo d'arme che per predicatore.--
Letto poi il benservito di Prospero Colonna, disse restituendoglielo:
--E' non bisogna... chè senza questo già mi sapevo che sei un valentuomo.--
Malatesta mosso dalla novità del caso, volle però conoscere per quali accidenti un così rinomato soldato fosse andato a finir frate, e Fanfulla molto volentieri gli soddisfece. Udito ch'egli ebbe il tutto, si volse ad Amico d'Arsoli capo d'una delle bande di cavalli ch'erano a servigi de' Fiorentini, e che si trovava costì con altri ufiziali, dicendogli:
--In mio servigio, sarete contento torre costui nella compagnia.... Ma a proposito, dico io.... Fanfulla, come si sta ad arnese ed a cavallo soprattutto? che non vorrai cominciar ora a far il mestiere a piede, suppongo.--
--In arme, rispose Fanfulla, sto bene.... quanto poi al cavallo, a dir il vero è un po' sulle spalle, ma se piacerà a Dio potrà accadere, vedendoci in viso con uno di questi tedeschi di fuori, ch'io me ne procacci uno migliore, e glielo paghi col ferro della lancia.--
--Al nome di Dio, rispose Malatesta. A ogni modo avrai una paga subito, se mai t'occorresse pe' tuoi bisogni: ora va, prendi le tue armi, e torna, che presto darò da fare a ciascuno.--
Fanfulla uscì che non capiva nella pelle per l'allegrezza, ed in un lampo fu in convento.
Colà era già sparza la voce che Fra Bombarda, come lo chiamavano, se n'andava, e sapendone tutti anche la cagione, molti frati, e laici eran pel chiostro curiosi di vederlo partire trasformato in uomo d'arme. Esso appena giunto avea sellato e condotto in cortile il suo cavallo: salito poscia in cella, s'era messe indosso ed accanto le sue armi, e sulla corazza a guisa di sopravvesta, la pazienza di saja nera dell'ordine di S. Domenico che la cintura della spada gli teneva ristretta alla vita. Per conservar del frate quanto potesse, tolse inoltre la corona, e l'appese ad un suo grandissimo pugnale che portava dal destro lato, ed in quest'ordine s'avviò alla cella di Fra Benedetto, chè non gli parve onesto partirsi senza toglier commiato. Udite modestamente le sue ultime ammonizioni, e baciatagli la mano scese in cortile ove trovò i frati che l'aspettavano per dargli la ben andata. Dopo aver salutato gli uni, abbracciato gli altri e stretta la mano a parecchi (questi non furono i più fortunati; tra ch'egli era gagliardo, e tra ch'egli aveva il guanto di ferro, fu lo stesso diletto che sentirsi prender le dita da una tanaglia) si dispose a salire in sella.
Ma s'egli avea sperato che anche al cavallo fossero tornati gli spiriti marziali, dovette presto accorgersi che avea fatto torto alla sua costanza.
Anticamente, non c'era verso di tenerlo fermo alla staffa, ed appena sentiva l'uomo in sella, partiva come uno strale. Ora in vece lasciò che il suo signore salisse molto a suo bell'agio, senza far altro moto che piegarsi tutto sul lato manco ove sentiva il peso. Vi volle un pajo di discrete spronate per farlo muovere, e ve ne vollero delle più gagliarde, affinchè s'avviasse al portone che mette in Piazza, invece di avviarsi alla stalla, come procurava ostinatamente di fare malgrado la briglia che gli torceva il capo alla parte opposta. Pure, come a Dio piacque, dagli, ridagli, tira, alla fine infilò l'androne ed andò al suo cammino, mentre Fanfulla, non restando di punzecchiare, s'andava volgendo salutato, e salutando, finchè potè vedere ed esser veduto.
Pochi giorni dopo, circa alle 6 ore di notte, egli girava per Firenze alla testa di sei alabardieri, cercando e ricercando tutte le strade e tutti i chiassi del quartiere di s. Giovanni, e facendo ciò che ora si direbbe la pattuglia o la ronda, e che allora veniva detta la scolta. Era un tempaccio rotto, come spesso ne porta il novembre a Firenze; freddo, vento, ed acqua a catinelle. Fanfulla non se ne curava; e, per intrattenere la sua brigata, che era di soldati giovani di nuova leva, (anche pensando d'esser egli cagione che facessero un po' di bene) faceva dir loro la corona così strada facendo. Egli innanzi il primo, e gli altri dietro alla sfilata muro muro per bagnarsi meno.
Non creda però il lettore che i soldati d'allora fossero altrettanti cappuccini, poichè nemmeno i compagni di Fanfulla non pregavano se non pel timore del manico d'un gran partigianone ch'egli aveva in ispalla col quale avea già fatto l'atto di voler spolverare le spalle d'uno di loro che s'era immaginato di far _l'ésprit fort_.
Persuasi dunque da quest'argomento che, se le regole della versificazione l'avessero permesso, si poteva benissimo includere cogli altri in quel bel verso de' trattati di logica
_Barbara, celarent, dario, ferio, baralipton_
camminavano già da un'ora con quel diletto che conosce chi ha dovuto talvolta portar il nome in una brutta nottata d'inverno a sette o otto corpi di guardia.
Alla fine voltando la cantonata d'Or S. Michele per andar in porta Rossa, videro, al lume di un torchio che avean con loro, come un viluppo di panni in terra vicino al muro; perchè accostatisi e considerato attentamente s'accorsero che era una donna accovacciata: per difendersi dall'acqua s'era tirati i panni in capo, e a veder com'era tutta inzuppata e lorda di fango si capiva che doveva essere costì da un pezzo. Se fosse stata a giacere si sarebbe potuto sospettarla vittima di qualche violenza, ma era seduta.
--Che diavolo.... che domin sarà--disse Fanfulla fermatosi co' suoi uomini a considerarla.
--Qualche pazza fuggita--disse uno.
--Pare una figura dell'inferno di Dante--disse un altro che voleva far il letterato.
--Fosse la notte di S. Giovanni, soggiunse un terzo, si potrebbe credere fosse... avesse a essere...--
--Sì proprio! una strega! rispose sorridendo con disprezzo _l'ésprit fort_ della compagnia, non vedi che non ha il piede di capra!...... ignorante che tu se'!--
--Vediamo insomma--disse Fanfulla, e fattosele dappresso le diceva:
--Quella giovane!... Ohe, quella giovane, quella donna! dico a voi! Ohe.--
Ma l'altra non si movea. Ripetè ancora due o tre volte la sua chiamata, poi, sollevando i panni che la nascondevano, la prese pel braccio, la scosse, ed essa alzando allora lentamente il capo mostrò un viso che si capiva dover essere stato bello; ma in quel momento appariva affilato e livido come quello d'un cadavere. Gli occhi spalancati, ma stravolti e spenti, s'affissavano sugli astanti senza mostrar di vedere. In grembo aveva un bambino di poco tempo tutto ravviluppato in una coperta di lana; dormiva riposato, con certe gote tonde tonde tutte latte e sangue, perchè la madre facendogli tetto colle braccia e col capo, era riuscita a difenderlo dall'acqua e dal freddo.
Tutto a un tratto la meschina, come svegliandosi e riscotendosi da quel torpore, si scosse, ed il primo moto fu stringersi al petto il bambino, ricoprendolo colle mani e co' panni, mentre Fanfulla le diceva:
--Oh! che domin fate voi qui a quest'ora, a codesto modo? Animo, su, alzatevi.... che è stato? che v'è succeduto?.... diteci dove state di casa, vi ci meneremo....--
--Dove sto di casa? soggiunse la giovane dando in uno scoppio di pianto, io non ho più casa.... eccola, casa mia è questo fango.... questo è il mio tetto... la culla di questo povero figlio mio sventurato.--E così dicendo stampava sulla bocca al fanciullo certi baci disperati che lo destarono; e svegliarsi e cacciarsi a piangere fu tutt'uno.
--Bel gusto di svegliare e far piangere quel povero innocente, che non ci ha che far niente, disse Fanfulla, che alla fine aveva poi buon cuore, come l'hanno in genere tutti gli uomini valorosi, ed un po' latini di mano, per un curioso capriccio della umana natura.
--Ma non avete parenti, marito, padre... madre almeno?.... male che vada, madre se non altro l'abbiamo tutti.--
E la donna piangeva sempre più forte senza dar altra risposta.
--Oh insomma, disse Fanfulla, qui ci vuol altro che piangere e disperarsi; è notte, piove, e fa freddo, e questo fanciullo non sarebbe mai vivo domattina, onde levatevi di qui; al coperto intenderemo il fatto.... andiamo.--
E con amorevoli parole, usando così pure un poco di forza, sollevò di terra la donna, e s'avviò con essa a lento passo non restando di reggerla e confortarla, e portandole alla fine anche il bambino, che faceva un bel vedere in collo a Fanfulla, finchè l'ebbe condotta al palazzo de' Signori nelle camere terrene, occupate dalla guardia del portone, ove almeno non piovea, e v'era anche acceso un buon fuoco.
Colà appoco appoco, rasciutta e ristorata alquanto, cominciò la donna a parlare. Sul primo stava come in sospetto, vedendosi attorno molti soldati che la consideravano senza cerimonie, nè tralasciando pur anche ognuno di dir ciò che gli veniva bene sul fatto di essa: ma Fanfulla, accortosi che quell'investigazione e que' discorsi l'offendevano, li fece ritrarre in una stanza vicina, parte con buone parole, parte mostrando di adirarsi, e di voler usare quel tal argomento, accennato di sopra, che i maestri di logica hanno scordato di mentovare.
Non sapeva perchè, ma sentiva premura per quella sconosciuta, e non è cosa che non avesse fatto per farle piacere: la donna anch'essa, rassicurata un poco e rincorata dal buon cuore che traspariva dai modi un po' ruvidi, è vero, ma pure amorevoli del vecchio soldato, si lasciò persuadere ad aprirsi a lui, e raccontargli le sue vicende. Ma considerando che questo racconto riuscirebbe per avventura interrotto e mal connesso, quale si dovrebbe aspettare da una persona posta in tanta agitazione d'animo, e confusione di pensieri, crediamo bene di tralasciarlo: essendo però necessario che il lettore sappia chi era costei, e conosca i suoi casi, ci giova per questo riprender le cose indietro un po' alla lontana, e riferir molti particolari appartenenti alla famiglia di Niccolò, ai quali non abbiam fin ora saputo trovar luogo nel nostro racconto.
CAPITOLO VIII.
In faccia alla porticciuola di fianco di S. Maria Maggiore si vede ora una casa dell'architettura insipida e senza carattere del secolo XVIII, che dopo essere stata la locanda dell'Aquila nera, vien detta in oggi la nuova York. In quest'area medesima, occupata prima dal Seminario, ed in parte, più anticamente, dalla casa de' Cerretani, era, all'epoca di cui scriviamo, la casa di Niccolò, fabbricata dal tre al quattrocento, e simile ad alcune di quel tempo che ancora rimangono in Firenze. Dio voglia conservarla un pezzo, o liberarla da un padron di casa di que' tali che, per aumentar le pigioni, d'una camera ne fanno quattro, apron finestre, danno il bianco alle facciate.... ma lasciamo questo discorso, che è un brutto combattere e parlar di gusto, di memorie, d'architettura, con chi risponde quattrini.
La casa ove abitava la famiglia de' Lapi (divisa da' Carnesecchi dalla via de' Conti) era quadra, soda, massiccia, a tre piani, con un bugnato sino al primo di pietre scarpellate ed annerite dal tempo; le mura al disopra tutte piene di rabeschi a graffito, ed in cima affatto una loggia retta da colonnette sottili. Il tetto sporgeva innanzi di molte braccia, e le travi dell'incavallatura che lo reggevano, prolungandosi fuori del muro, mostravano a guisa di gran mensoloni ornati alla grossa di qualche intaglio. Le finestre del pian terreno, forse un po' troppo a portata di chi era in istrada, eran munite da grosse ferriate, sott'esse una panca di sasso quant'era larga la facciata, ed in questa, all'altezza di dieci braccia, eran commesse tra le bugne spranghe di ferro lunghe tre palmi, ripiegate all'insù, con un bocchino in cima ove si piantavan, in occasione di feste, torchj o stendardi, e dalle quali pendeva un grandissimo anello: sull'angolo poi del palazzo era, all'altezza medesima, uno di que' lampioni pure di ferro, quali ancora si vedono sugli angoli del palazzo Strozzi, opera del Caparra. Al portone posto nel mezzo, si picchiava con due campanelle di bronzo grandissime che pendevan dalla bocca di due maschere di leoni: ed a veder come le imposte eran per tutto afforzate di chiodi e di lastre, nasceva l'idea, che per i ladri una visita in quella casa non sarebbe stato tempo perduto.
Entrando si trovava un androne la cui volta era a scompartimenti a buon fresco, e che metteva in un cortile quadrato, intorno al quale, sotto un atrio arioso e ben disposto, si vedean molte storie pure a fresco, dell'epoca e della scuola di Masaccio. A metà dell'androne sopraddetto, due porte davano adito al terreno. Quella a mano manca conduceva a quattro sale ove Niccolò avea il fondaco, lo scrittojo, e v'attendeva co' suoi giovani alle faccende mercantili: l'altra a destra serviva d'ingresso al suo quartiere, che avea prescelto dacchè la vecchiaja, benchè verde, gli avea però reso grave il disagio di far le scale. Il primo piano era occupato dai figli: l'ultimo dalle figliuole e dalle donne, che venivano così ad esser in luogo più guardato, e divise affatto dal resto della casa.
La camera del vecchio (e dagliela con le descrizioni! dirà il lettore.... ma come si fa a dipingere un gruppo di figure se non si fa loro un po' di campo?) la sua camera dunque era in tutto appropriata a chi l'abitava, cioè di stile grave e severo. Tesa d'un panno d'arazzo di Fiandra, che rappresentava varj fatti della Bibbia, con un soffitto di legno oscuro, a larghi cassettoni; non conteneva che questo poco mobile; un letto di noce lucido, la cui camerella quadra di sciamito pavonazzo, era portata da quattro colonnette piantate su un soppidiano che a guisa di zoccolo o basamento circondava il letto e serviva a salirvi: due cassoni di legno tutti intagliati a mezzo rilievo (la moglie di Niccolò gli aveva recati in casa quando v'era venuta sposa, e secondo l'uso d'allora, contenevano il corredo,) infine molti seggioloni a bracciuoli di cuojo pavonazzo, fermato con borchie d'ottone.
Accanto al letto era una nicchia nel muro alta quattro braccia dal pavimento, nella quale stava appiccata una tonaca da domenicano; sott'essa un'urna d'argento a modo d'un cofanetto, ed una lampada appesa con una catena al soffitto le ardeva davanti. La tonaca era l'ultima che avea portata fra Girolamo Savonarola (il cui ritratto si vedeva attaccato alla parete vicina, chiuso in una cornice d'ebano) ed era quella che gli avean tratto di dosso all'atto del suo supplizio: l'urna conteneva le ceneri del rogo sul quale era stato arso, e queste cose che Niccolò teneva quali reliquie d'un martire, e come memorie d'un maestro e d'un amico, erano da lui guardate con tenera ed altissima venerazione.
Pochi giorni dopo l'esequie di Baccio, egli era seduto dopo cena, ove solea porsi sull'imbrunire, sotto la cappa d'un gran cammino, nel quale ardeva un buon fuoco: avea intorno tutti i suoi di casa, ed alcuni degli uomini che allora più potevano in Firenze, i quali spesso si trovavan quivi insieme a veglia; non che Niccolò fosse allora d'alcun magistrato, ma soltanto per l'affetto che gli portavano, pel molto conto in che tenevano la sua pratica nelle cose di stato, e per la sua autorità nella parte de' Piagnoni della quale potea dirsi l'anima ed il capo.
V'era Bernardo da Castiglione, padre di Dante, odiatore ferocissimo del nome Pallesco, ed uno dei più riputati della sua parte, quella de' popolani, che volevano la più estesa democrazia, avversi perciò alla setta degli Ottimati, della quale, come dicemmo, era stato capo il gonfaloniere Niccolò Capponi.
V'eran due frati Domenicani, Fra Benedetto da Faenza, che abbiamo trovato superiore di S. Marco, grandissimo uomo dabbene, e di assai vaste cognizioni, sia nelle materie teologiche, sia nelle lettere latine e greche; ma di natura troppo mite per quei tempi d'arditi e tremendi consigli: e Fra Zaccaria da Fivizzano di S. Maria Novella, predicatore facondo ed agitatore bollente del popolo, che era da lui infiammato alla libertà coll'eloquenza incalzante e fatidica del Savonarola.
V'era Francesco Ferruccio di mercante divenuto soldato, uomo che si potea dir di ferro schietto anima e corpo; di que' tali che si uccidono, ma non si vincono, nè si piegan giammai: di quelli che bastan talvolta essi soli a ritardar la rovina degli stati; intrepido soldato, capitano avveduto, fortunato nelle fazioni, rigido per la disciplina ed inflessibile co' soldati, che ciò non ostante l'amavano, perchè lo conoscevano al tempo stesso giusto e liberale. Caldo ammiratore de' modi e della scuola di Giovanni de' Medici, capo delle bande Nere, ch'egli studiava d'imitare, onde si diceva tra suoi ch'egli volesse far troppo del sig. Giovanni; macchiò, dobbiam dirlo, tante virtù, con qualche atto crudele; ma pensiamo ch'egli viveva nel secolo XVI, che amava la sua patria, e che dovette vederne l'agonia lunga e dolorosa, e prevederne l'inevitabil rovina!
Bernardo seduto accanto a Niccolò parlava seco sommésso, e pareva aver appiccato ragionamento d'importanza. Fra Benedetto soprappensieri, voltando al fuoco ora la palma ora il dosso della mano, veniva appresso, ed alla sua destra, seguendo il semicerchio intorno al cammino, era Fra Zaccaria, che fissando in alto due occhi neri tagliati come quelli del Giove Olimpico di Fidia, si teneva la barba folta e lunga colla mossa fiera ed ispirata del Mosè di Michelangelo. Francesco Ferruccio, ritto nel mezzo, voltava la schiena al fuoco, e la sua ombra vacillante a seconda della fiamma era portata sulla parete dirimpetto, ove disegnava in dimensioni gigantesche l'alta e robusta sua figura.
Intorno, per la camera buttati sui seggioloni, e stanchi delle fatiche del giorno, stavano Averardo e Vieri, figli di Niccolò, armati di loro corsaletti. Bindo stava ritto accanto ad un desco ove Lisa e Laudomia attendevano a preparare sfili e cucir fascie pei feriti: egli teneva fra le mani un suo elmetto che aveva finito di forbire, e pur guardando sott'occhio se il padre gli badasse, pregava sommesso Laudomia gli trovasse un pajo di penne per farsene un cimiero. La giovane scrollando il capo con un mesto sorriso gli accennava di tacere. Forse la vista della buona spada di Baccio, al fianco del fanciullo, le rammentava il fratello ucciso: forse l'occupavano pensieri ancor più angosciosi e pungenti della mal consigliata ed infelice sorella.
Lisa era minore d'un anno, ne avea diciotto, ambedue potean dirsi belle; ma all'aspetto ognuno avrebbe tenuto Laudomia per la più giovane. Sul suo viso onesto e malinconico, nel muover tardo e soave delle sue pupille azzurre, e fin nella voce e nell'atteggiarsi, splendeva quel non so che virgineo ed illibato, che ogni occhio discerne, ogni cuor sente, ed è pur impossibile definire: che senza esser proprio d'un'età più che d'un'altra, senza appartenere esclusivamente a nessuno stato, orna sovente il volto d'una madre di molti figli, e si desidera indarno su quello d'una fanciulla: quel non so che (se ardissi dirlo) che pare la beltà dell'anima trasparente sotto il velo corporeo; che essendo cosa affatto distinta dalla bellezza, però sempre o la rende irresistibile e divina, o la compensa con usura: quello finalmente, che vendica persino gli oltraggi della fortuna, facendo onorata ed augusta la povertà umile ed oscura.
Quest'aureola d'un'anima non mai contaminata da un pensiero di colpa, facea del volto di Laudomia un volto d'angiolo; nè la sua vita era stata punto difforme da ciò che mostrava il suo aspetto. Rimasta a quindici anni orfana della madre, avea con prematuro giudicio conosciuto, che a lei stava farne le veci colla sorella, e n'aveva assunto, e mantenuto già molti anni l'impegno. Pel resto della famiglia era si può dire il perno sul quale s'aggirava la somma delle cure domestiche. Se poi v'era in casa qualche parola dispiacevole, Laudomia con un motto detto accortamente, e a tempo, l'acchetava o la volgeva in riso; chi aveva un affanno lo confidava a lei, che con que' suoi modi amorosi pareva tosto lo facesse suo, dolendosi coll'afflitto, ma trovandogli però sempre qualche ripiego o qualche consolazione. Se v'era nulla da risolvere d'importante Niccolò sentiva lei più d'ogn'altro, ed essa con parlar timido e diffidente di se, ma con giudicio sicuro, quasi sempre s'apponeva nell'indicare il partito migliore. Insomma e tra suoi, e fuori tra gli amici ed i vicini non era detta altrimenti che _l'Angelo de' Lapi_.