Niccolò de' Lapi; ovvero, i Palleschi e i Piagnoni
Part 7
«Jer mattina parlando con Troilo degli Ardinghelli, delle belle donne di Firenze, mi venne a raccontare d'una certa fanciulla ch'egli aveva vagheggiata e sposata segretamente (il modo ve lo dirà egli) figlia di Niccolò de' Lapi. Io tosto feci disegno sopra Troilo, che è il meglio costumato, il più sollazzevole ed ingegnoso giovane di Firenze, e credetti bene di mandarvelo. Se gli vien fatto di mettersi in casa di Niccolò, e farsi accettar per genero, e mostrarsi de' loro, egli sa così ben fare, che potrà saper ogni cosa, servirci maravigliosamente durante l'assedio, e dopo, far che questi Piagnoni abbiano a pianger daddovero. Io non mi sono voluto aprire interamente al giovane, perocchè avendogli dato qualche cenno così alla lontana, mi parve e' nicchiasse. Ma egli è povero gentiluomo, ed ama lo spendere e vivere da principe; egli è uso in corte tra signori, e non può patire d'aversi tutto dì a 'nzaccherar gli usatti nel fango di questo campo. Non sarà cosa ch'egli non voglia fare per venire in grado a' signori Medici, ed essere adoperato da loro. Io ho detto alla V. M. più che non bisogna, ed essendo la medesima di quell'autorità e di quella prudenza ch'ella è, potrà molto facilmente voltarlo ec. ec. ec.»
--E' non l'ha pensata male il ribaldone. Eh?--
--Anzi ottimamente. Tutto sta che riesca... Oh lo conosco bene questo giovane, di veduta però, e sono di S. Gimignano gli antichi suoi... Me lo ricordo quando giocavano alla Chintana, innanzi il portone del palazzo Medici... (avea un cavallo turco che andava come un razzo)... e poneva nel saracino con tanta bella grazia che mai più. Bello come un sole poi. Oh! suo padre era tutto cosa del Magn: Giuliano, onde il figlio se non traligna ha ad esser Pallesco insino al cuore...... Ma come domin gli è venuto fatto cacciarsi in casa di quel serpentaccio di Niccolò?--
--Ora ve lo dico, messer Benedetto, e non l'andiamo allungando tanto che si faccia dì chiaro, e v'abbiano a veder uscir di qua.... Troilo dunque vide questa figliuola di Niccolò, che ha nome Lisa, ad una festa delle potenze, prima che i Medici se n'andassero--Scoprì chi ell'era, rintracciò la casa, e tanto seppe fare e dire, che la fanciulla s'innamorò di lui. Ma in Firenze non ci fu mai conclusione di trovarsi insieme--Niccolò andò colla famiglia ad un podere ch'egli ha presso il Poggio a Cajano. Troilo, che era al Poggio coi signori Alessandro ed Ippolito, non potendo per nulla voltar la Lisa alla sua volontà--chè la fanciulla avea messo il piede al muro di voler essere sposata--Troilo, dico, fece motto a' sig. Medici, dolendosi d'esser uccellato, e, come accade tra giovani, posta la cosa in riso, e venuti in gara di vincer questa prova, si disposero di far alla figlia ed a Niccolò insieme la più nuova, la più piacevol beffa che voi udissi mai. Troilo diede a credere alla Lisa com'era contento torla per donna, ma, sotto colore di temer che Niccolò non fosse mai per acconsentire ad un tal parentado, se non isforzato dalla necessità, disse conveniva far la cosa segretamente. La Lisa benchè a malincuore pur vi si piegò.--Ordinarono ch'ella dovesse trovarsi una mattina per tempo ad una pieve discosta un miglio dal Poggio,--fecero in modo che il pievano non fosse in casa--Colà un tal Michele, palafreniere di Troilo, si vestì coll'abito del prete, in rocchetto e stola....
A Malatesta crescevan le risa a mano a mano che veniva narrando questo vituperoso fatto, parendogli la più gentil burla del mondo....
--E fece lo sposalizio, con tutte le cerimonie che gli erano state insegnate... He', he', he',... che pazzi! che pazzi!... E' sarà stato un bel fare.... chi sapeva la cosa... non iscoppiare! he', he', he'.... La Lisa fu contenta e gabbata... ed i signori Medici ne fecero maravigliosa festa, e n'ebbero a ridere per più dì... He', he', he'....--
Messer Benedetto, malvagio per natura, nemico poi di Niccolò per motivi che vedremo in appresso, rideva anch'esso d'un riso a scosse che gli faceva saltellare il ventre, come fosse andato a cavallo di trotto. Però quando udì che in quest'inganno entravano cose di chiesa, s'andava scontorcendo, diceva di no colla testa, ma pur veniva facendo qualche sogghigno sotto i baffi.
Qui non avrebbe avuto bisogno di far l'ipocrita, ma chi n'ha contratto l'abito finisce col farlo senza accorgersene.
--Oh.... oh... disse finalmente con un certo suo viso malinconico, questa poi... è un po' grossa!... Una profanazione!... In taverna co' furfanti, dice il proverbio, ma lascia stare i santi.--
Malatesta volse l'occhio in giro per la camera com'avesse cercato scoprire se v'era nessuno: poi volto al dottore disse:
Messer Benedetto, qui siamo soli sapete! Dunque non mi venite a far il Piagnone... Con me è fiato sprecato. Ci conosciamo. Se il diavolo n'avesse a portar uno di noi e' si troverebbe impacciato a conoscere il più tristo. Quando sarete in piazza fate del Fra Girolamo quanto volete, ma qui, carte in tavola.--
Messer Benedetto sentendosi trafiggere disse in cuore «Mi sta bene» ma tacque.
--Insomma, proseguì Malatesta, Niccolò non seppe mai nulla di questo matrimonio. Dopo non so che tempo la Lisa partorì un figliuolo e coll'ajuto d'una sua sorella, che venne posta a parte del segreto, quando all'altra cominciò a crescer il corpo, la cosa succedette tanto copertamente che nessuno della casa se n'avvide.--Troilo in tanto per la guerra che s'aspettava, se n'era ito onde unirsi a' Palleschi: e non ha pensato più nè alla Lisa nè a Niccolò, nè a cotali sollazzi. Il fanciullo, dic'egli, debb'esser in qualche casa di Firenze, ma non sa dove. Ora e' bisogna trovarlo e far che Niccolò sappia tutto. Piagnone, o non Piagnone, e' converrà bene che sia contento d'aver Troilo per genero, anzichè veder vituperata la figliuola.--
--E Troilo è egli disposto di mettersi in questo gineprajo?--
--E' non voleva, e mi faceva il fanciullo, ma io l'ho svilito molto, e gli ho fatto intendere che queste coscenze e queste fedi son cose da morir di fame.... Eh! vi so dir io che si farà un valentuomo. I gattini al dì d'oggi, aprono gli occhi per tempo.--Ora dunque sono da fare due cose.... e voi come fiorentino, pratico della terra, potrete di leggieri.... onde tocca a voi.... Ecco: La prima sapere chi tiene il fanciullo ed in qual casa egli stia. La seconda far che Niccolò sappia ogni cosa.... oppure.... che so io?.... si potrebb'anco far che gli portassero il fanciullo in casa, all'impensata,... insomma pensatevi voi. O egli vorrà coprir la cosa ed avrà di grazia accettar Troilo; o nasceranno scandali, farà un diavoleto del trentamila, dirà una villania da cani alla figlia, le darà, la caccerà di casa, ed allora la Lisa dovrà volgersi a Troilo, e quando al vecchio si sia freddato il primo furore, l'avrà a mangiare a modo nostro s'egli crepasse.--
--Bene, bene, tutte cose non molto difficili; lasciatene la cura a me.--
--Ora andatevene per amor di Dio, che a momenti dovrebbero sonar dodici ore (le 7). Animo, e prudenza. Dio v'ajuti.--
I due ribaldi si separarono.
Il dottore per certi bugigattoli riuscì in istrada. Malatesta rimase co' suoi dolori, e forse col piacere d'averne preparati di peggio a tanti sventurati.
CAPITOLO VII.
La sala ove Malatesta avea costume di tener consiglio, ed accogliere chi veniva a visitarlo, che noi diremmo sala di ricevimento, era un gran stanzone verso strada, ornato di pitture a fresco del Francia e di Pietro Perugino: riceveva la luce da sei finestre, e sotto il parapetto d'ognuna sorgean di qua e di là due sedili di mattoni coperti d'una lastra di marmo; nel mezzo della parete in fondo era una specie di zoccolo, o basamento di legno nel quale stava fitta la bandiera di Malatesta, di qua e di là v'eran disposte a guisa di trofei molte sue armature, mirabili soprattutto per la tempra, e per la leggerezza, qualità necessaria onde le potesse indossare un uomo cotanto indebolito dalle infermità.
Era l'uso che ogni mattina a levata di sole i capitani di guardia alle porte della città mandassero a Malatesta uno de' loro ufficiali, a riferirgli se vi fosse stato nulla di nuovo durante la notte, e ad intender gli ordini per la giornata. A quest'ora si trovavan costoro già tutti radunati nell'anticamera, e come appunto in quel frattempo eran cominciati gli spari dell'artiglieria del campo, s'eran affacciati alle finestre che guardano verso Ponte alle Grazie ragionando tra loro di questi rumori.
Non dubitando che, se vi fosse nulla di grave dovesse tosto giungere un qualche messo a darne l'avviso, badavano attenti ora dalla parte di S. Niccolò, ora dal Ponte se ne comparisse alcuno. Ma in tutta la piazza per quanto potea correr l'occhio, non v'era anima viva: pioveva, e fra il tempo, la solitudine, il gusto di far anticamera, e quel brontolamento cupo e lontano delle artiglierie era di quelle mezz'ore che mettono l'uggia addosso ad ognuno.
A un tratto ecco sboccare dal Ponte alle Grazie un frate di S. Marco che a vedere come menava la gamba per la melletta, si dovea dire che la tonaca poco gli desse impaccio.
I soldati di tutti i tempi e di tutte le nazioni (almeno così crediamo) hanno avuto sempre una decisa vocazione per dar la baja e farsi beffe del prossimo. Tra loro un frizzo costa alle volte una buona stoccata, perciò prima di parlare ci pensano; ma se incappano in uno che non sappia e non voglia rispondere agli scherzi cogli stocchi, allora lascia far a loro.... Tanto poco è vero che l'uomo sia per natura animale generoso.
Visto adunque appena quel benedetto Frate, tutti a ridere e schiamazzare.
--Ecco la nuova!--Ecco il corriere. Ecco il corriere della scomunica!--E il Frate avanti. Quando poi fu sotto alle finestre e che invece d'andar al suo viaggio infilò il portone, crebber le risa e l'allegrezza, e di più pensarono, per far ora intanto che Malatesta ci fa aspettare, e per passar la seccaggine, ci sollazzeremo a dar la baja a questo frate. Ma il frate poteva star alla barba a tutti loro poichè egli era il nostro amico Fanfulla.
Entrato in cortile, e veduto ragazzi di stalla che strigliavan cavalli sotto il portico, soldati di qua, archibusi e picche di là, e respirando quell'atmosfera soldatesca s'era sentito come ad allargare il cuore. Qualche risata alle sue spalle s'era bensì potuta notare, e qualche piacevolezza sulla sua tonaca gli era pur giunta all'orecchio: ma in quel momento, contento com'era e pieno del suo disegno, non si sarebbe volto se gli fosse scoppiata una mina alle spalle. S'aggiunga poi che, strada facendo, non aveva perduto il tempo, ed era venuto combinando un pezzo d'eloquenza, col quale potesse farsi onore, e degnamente esporre la sua domanda al capitano de' Fiorentini; e questo lavorìo gli teneva troppo occupata la mente perchè potesse curarsi d'altro.
Giacchè siamo su questo discorso, faremo sapere al lettore che Fanfulla era sottoposto anch'esso a quella fatalità che sembra portar tutti gli uomini da qualcosa a pretender poco nell'arte che sanno e molto in quella che non sanno. Ed egli appunto che era buon soldato, pretendeva invece d'esser bel parlatore, soltanto perchè durante la vita fratesca a furia d'udir sermoni, di leggere libri d'ogni materia, conversar coi frati, e con quanti capitavano in convento, s'era mobiliata la memoria di qualche centinajo di frasi, di sentenze, di periodi bell'e fatti; ma mobiliata, s'intende, come può esserlo una bottega d'uno stipettajo o d'un rigattiere.
Salì le scale, entrò nell'anticamera salutando la brigata ed accostandosi all'usciere gli disse:
--In grazia, quando si possa, vorrei dire due parole a S. Mag.--
--Il vostro nome?--
--Fra Giorgio da Lodi di S. Marco.--
--Aspettate. Ma vi so dir che ci sarà tempo... vedete quanta gente è in anticamera.--
Fanfulla senza risponder altro si mise a sedere accanto ad una tavola, e v'appoggiò un braccio, distese le gambe, e dimenando piano piano la punta de' piedi col mento all'aria, senza guardar in faccia a nessuno, rimase tutto assorto nel pensiero della sua arringa. Non era malcontento tutt'insieme del modo col quale l'aveva combinata, ma avrebbe ancora voluto farvi entrare qualche parte di filosofia, come scrive di aver fatto il Cellini, quando parlava con Paolo III, del modo di tingere un diamante: ognuno s'avvede quanto in ambedue i casi la filosofia venisse a proposito; e tanto più quella di Fanfulla che consisteva in qualche idea di fisica, vera o falsa non importa, ed in qualche sogno d'astrologia.
Mentre egli durava questa fatica, gli ufficiali che eran prima affacciati, avevan volte le reni alle finestre, squadrato ben bene il Frate, e trovandolo d'altra faccia e d'altri modi che non s'aspettavano, si guardavano in viso l'un l'altro.
--Che te ne pare? diceva uno, di quella faccia di servo di Dio? non istarebbe male sul collo d'un birro.--
--Diavolo! diceva un'altro, senz'un'occhio!... un taglio in faccia! bisogna dire che quand'hanno a creare il priore, si dilettino a far volar le scodelle, questi reverendi.--
--E' si sarà azzuffatto colla gatta in refettorio....---
--O sarà cascato per la scala di cantina.--
--O avrà creduto che qualche marito volesse chiudere un occhio, ed il marito invece l'avrà fatto serrare a lui.--
E nel dir codeste pazzie, con molto sghignazzare, tutti avean gli occhi addosso a Fanfulla.
Questi dapprincipio non badava loro nè punto nè poco, come colui che aveva un pensiero importante pel capo che l'occupava, e che non essendo mai stato uso a sentirsi uccellare, non s'immaginava vi potesse essere chi si prendesse tanta sicurtà con esso lui. Pure alla fine messosi in sospetto e dato retta un momento conobbe che l'avean proprio colla persona sua: girando l'occhio vide non esservi altro frate in anticamera; sentì quel certo moto del pericardio che si prova quando salta la stizza; ma fresco ancora del sermone di Fra Benedetto, e dei propositi formali di non tornare alle usanze antiche, disse in cuor suo, soffiando pure un poco, e raccogliendo le gambe sotto la tonaca:
--Animo, Fanfulla, non ricominciar da capo colle tue!....--
Ed abbassati gli occhi s'ingegnò di prender un'aria modesta, che stava bene a quel suo viso, come starebbero bene due baffi da granatiere sul volto d'una Madonna di Raffaele.
Ma la beffa, il ridere, e le parole di scherno seguitavano: in tutta la persona di Fanfulla non appariva altra dimostrazione di ciò che provava nel suo interno, fuorchè un dimenar frequente delle ginocchia che andavano in su e in giù col moto di un asinello che trotti: ma dentro il sangue gli faceva come l'acqua d'una pentola che stia per levare il bollore.
Sul suo capo stava fisso nel muro alto cinque braccia da terra un di quegli oriuoli che si fanno movere coi contrappesi, e questi penzolavano appunto a quattro dita dal naso di Fanfulla, che li vagheggiava, come uno scolare vagheggia un grappolo d'uva al quale non può aggiungere, e diceva tra i denti:
--Guardate se non pare che mi vengano sotto mano per dispetto, e per uccellarmi anch'essi, ora che sanno che fo il santo e non li posso adoperare! Fosse dieci anni fa! Cari i miei piacevoli, vedreste come ve ne manderei un pajo sul groppone ad insegnarvi la creanza.--
E mentre con un sospiro dava a conoscere quanto a quel punto, l'impegno di far il santo gli riuscisse malagevole, la sua mano quasi da se si sollevava verso que' bei cilindri di piombo, che avrebbero potuto servir così mirabilmente di projettili in quella circostanza, e gli accarezzava facendoli girar tra le dita. Che tentazione tremenda!.... ma il lettore non si sgomenti, Fanfulla n'uscì vincitore.
I suoi avversarj intanto fatti più sicuri dal suo silenzio seguitavano: la cosa cominciava a puzzar d'indiscrezione. Un soldatello giovanetto smilzo e sbarbato volle anch'esso dir la sua sull'occhio del Frate; che sentendosi pungere da un pazzarellino di quel taglio non la potè mandar giù. Balzò in piedi, ridivenuto a un tratto il Fanfulla di una volta, e movendosi lentamente verso il gruppo degli ufficiali, disse col modo di chi proprio n'ha piene le tasche:
--E' vi dovrebbe ricordare, cari miei signori, di quel bel proverbio, che ogni bel giuoco dura poco; e questo se non isbaglio principia a durare assai..... E voi bel zittello (volto al giovanetto che avea parlato l'ultimo) ingegnatevi di campare e di mettervi in corpo un po' di ben di Dio, che a voler far il soldato con quelle spalle d'attaccapanni, vi vedo e non vi vedo, tanto mi parete tisicuzzo, e tristanzuolo.... e del resto poi sappiate che quest'occhio me l'ha fatto schizzare la punta d'una picca spagnuola alla battaglia di Ravenna; quando a voi la balia tirava su le brache...., che questa tacca che porto nella memoria, la toccai per voler difendere quel valoroso signore del re Francesco alla giornata di Pavia, quando la balia dava a voi la pappa e le sculacciate.... che queste due dita sono state seminate a Marignano per opera d'uno spadone a due mani d'uno Svizzero d'Undervald, quando a voi la balia.... Ma l'ultima impresa di questa benedetta balia se la disse Fanfulla, noi la lasceremo nella penna, per brevità.
--Ora, seguiva, per non tenervi a disagio, vi dirò tondo come la bocca d'un pozzo, che se non fossi frate, ed avessi ancora la mia pelle d'una volta, già v'avrei chiamati qui fuor dell'uscio per dirvi una parolina come s'usa tra soldati: ma trovandomi con questa tonaca indosso, almen per ora, vi pregherò di farmi tanta finezza di lasciarmi pe' fatti miei, che non son uso ad essere il trastullo delle brigate, e la pazienza[17] l'ho soltanto sopra la tonaca.
A quest'intemerata costoro (ed il giovanetto più degli altri) rimasero goffi ed isconfitti, come accade sempre a chi cerchi di sonare, e invece sia sonato. Presero il partito che deve prender sempre in simil caso chi ha un filo di giudizio, si diedero il torto, scusandosi il meglio che poterono, ed il solo di tutti loro che non avea mai aperto bocca sin allora, ed era uomo già innanzi cogli anni, disse ridendo:
--Quando stavo cogli spagnuoli ho imparato il proverbio che tal va.... _o tal cree tosar, y vuelve trasquilado_[18].
Con questa barzelletta la cosa si volse in riso. Ma lo sbaglio preso destò in tutti gran curiosità di saperne più in là sul fatto d'un uomo così strano. Lo pregarono però umanamente a voler palesare chi egli fosse, ed alcuni, che s'eran trovati ai fatti d'arme accennati da lui, instavano più degli altri attorniandolo.
Fanfulla, come tutti gli uomini attempati e che n'hanno passate di molte alla vita loro, amava narrare e parlar di sè: onde senza farsi pregare disse di dove egli era, nominò i suoi parenti, e quando finalmente, dopo aver detto il suo nome aggiunse:
--Però tra soldati fui sempre chiamato Fanfulla...--
Scoppiò un Oh! generale di maraviglia e d'allegrezza; chè in quel tempo insino i fanciulli sapevano della famosa disfida vinta dagl'Italiani ventisei anni innanzi, e conoscevano i nomi degli uomini d'arme che avevano combattuto in essa, i quali tra soldati erano tenuti in grandissimo onore.
Fra i caporali che si trovavan costì ve n'era uno che avea militato nell'esercito spagnuolo sotto Consalvo: era stato spettatore del combattimento a Barletta, ed avea nome Boscherino. Aperse le braccia, le gittò al collo di Fanfulla, dicendo:
--E chi diavolo t'avrebbe riconosciuto con questo fodero bianco e nero.... Fanfulla frate! Oh! oh! oh! Prima di morire posso sperar di vedere il Soldano cardinale! Ma abbi pazienza, lasciatelo dire, stavi meglio colla daga sulle reni... E così non mi riconosci?... Si vede bene che se non ho mutato pelle ho però mutato pelo. Boscherino?.... ci siamo invecchiati, ma ancora le gambe ci portano.--
--Ci portano anche troppo, almeno parlo per me, rispose Fanfulla raffigurando l'antico camerata e facendogli festa, se non mi portassero tanto me ne sarei stato zitto e quieto in convento; e quando c'entrai, fanno due anni, mi pensavo che mi fossero usciti per sempre i ruzzi dal capo, chè con tanti malanni, e quell'ultima nespola del sacco di Roma soprammercato, mi sentivo crocchiare come un tronco di lancia fesso... Che vuoi? con due anni di quiete e ogni giorno tavola imbandita, son tornato polledro.--
E qui cominciò tra i due amici un dialogo tanto pieno di _ti ricordi di questo, ti ricordi di quest'altro_, che non la finivano più. Disse alfine Boscherino dopo aver rammentati molti antichi compagni:
--E quel povero Ettore! Ti ricordi? Quel pazzo malinconico, si pensava esser al tempo di Tristano e della regina Isotta!... far quella fine! Ma se l'è proprio cercata col lanternino... Non voleva bere, figurati! Io glielo dicevo, quando lo vedevo con quella faccia d'ammazzato.... Ettore, andiamo da... da... come diavolo avea nome quell'oste del Sole? Ah! mi ricordo, Arsenico. Andiamo da Arsenico, gli dicevo: aveva un trebbian di Dio, di quello che ci si schioppa la frusta.... che vuoi, era come dirgli vola.... E tu non bere, dicevo io, e te n'avvedrai.... e difatti non dubitare che non mi ha voluto far bugiardo. E poi, a chi dich'io? tu eri con lui nella compagnia, lo sai...--
--Lo so anche troppo, interruppe Fanfulla riprendendo la faccia modesta e compunta, non me ne parlare. Io, pazzo da catena, fui allora causa di tutto il male.... io indussi in errore quella povera donna....--
--Come? come?--domandò con premura Boscherino.
--Oh quanto poi al come, rispose l'altro, già t'ho detto che di tutto questo fatto non ne voglio discorrere. Già son cose vecchie, ed al fatto non c'è rimedio.--
--Sia per non detto, rispose sorridendo con un po' di stizza Boscherino. E di quella Saracina se ne può discorrere? Come avea nome quella bella moretta, con que' panni attorcigliati in capo?--
--Zoraide, rispose Fanfulla. Quanto a questa te ne dirò tanto che sarai contento: ti ricordi al principio del pontificato di Giulio II quando il Valentino era sostenuto in castello?.... Bene, allora....--Ma qui l'usciere fatto un cenno a Fanfulla, che tutto infervorato in sul raccontare non gli dava retta, se gli accostò, e tiratolo per la manica gli disse, alzandogli un panno d'arazzo che pendeva avanti alla porta della sala di Malatesta:
--Entrate Fra Giorgio.--
Con ciò fece due mali: Boscherino e i suoi compagni rimasero, come qualcun altro, colla voglia in corpo di sentir che cos'era stato di Zoraide; ed il buon Fanfulla, al quale per la quistione avuta con que' caporali, e pe' discorsi fatti in appresso era uscita di mente la sua parlata, non ebbe tempo a riordinare le idee e prepararle a mostrarsi con un po' di grazia. Messo all'improvviso alla presenza del capitano generale gli accadde all'incirca come accadrebbe ad un cocchiere che, guidando quattro polledri bizzarri, avesse, o per sonno o per sbadataggine, lasciato loro le redini sul collo; se a qualche improvvisa cagione quelli si cacciano di carriera, gli tocca a dipanar mezz'ora prima di giungere a far giocare i freni; e nella confusione, credendo tirar a destra, tira a manca, e se una gran fortuna non l'ajuta è certo di rompere il collo.
Ma Fanfulla fece esperienza che le gran fortune capitan di rado. Sentendo che la sua arringa gli era andata in fondo alle calcagna, si fece avanti col cuore d'un uomo che dovesse andare a combattere disarmato. Pure, fatta di necessità virtù, e senza perdersi d'animo interamente, salutò Malatesta con modo ossequioso ma disinvolto, e disse, tossendo così un poco ogni tanto per acquistar tempo: