Niccolò de' Lapi; ovvero, i Palleschi e i Piagnoni
Part 6
A questo punto, per impedire che altri fuggisse dalla città, e far sì che i fuggiti ritornassero, tutti coloro che si trovavan fuori vennero citati per pubblico editto a doversi presentare al magistrato entro un tempo determinato. Quelli che non ubbidirono ebbero bando di ribelli, e vennero loro confiscati i beni. Alcuni però tornarono.
A Baccio Valori, commissario pel papa al campo d'Orange, come a traditore della patria, venne inoltre posta una taglia di mille fiorini a chi lo desse vivo, a chi lo desse morto di cinquecento. Di più, secondo un'antica legge contro i traditori della patria, venne sfregiata e sdrucita una lista della sua casa da capo a piede.
Al papa intanto venivano giungendo le nuove del campo d'ora in ora: udendo guastarsi tutto il contado con arsioni, ruberie e mille mali, forse glien increbbe, e fisso nella sua opinione che i Fiorentini fossero per diventar più manosi, ora che l'esercito si trovava nel cuore del loro stato, risolse innanzi che fosse diserto del tutto, mandare in Toscana l'arcivescovo di Capua. Gl'impose passasse per Firenze, che ancora si trovava aperta, sotto colore di portarsi presso il principe d'Orange, e vedesse così di suo se vi fosse modo che senza spinger le cose più oltre i Fiorentini si volessero piegare.
Venne l'arcivescovo, alloggiò presso Agnolo della Casa, ma tosto si levò un rumore tra il popolo, ch'egli venisse per corrompere i capi della città.
Furon mandati dalla Signoria quattro cittadini per intendere il motivo della sua venuta: rispose che andando al campo era passato di Firenze per sua comodità. S'offeriva nell'istesso tempo d'intromettersi tra i cittadini e Sua Santità.
Quest'offerta non venne accettata, come s'era immaginato Clemente, e l'arcivescovo fu fatto accompagnare fuori della Porta S. Niccolò, sino alle prime scolte del campo.
S'accrebbero i sospetti contro i Palleschi nel governo e nell'universale per la venuta di costui, onde furono creati sei uomini i quali insieme col gonfaloniere dovessero dichiarare quelli tra i cittadini che tenessero per fautori de' Medici, o per sospetti alla libertà dello stato.
Per questa legge molti vennero presi e sostenuti in palazzo, ove rimasero serrati a buona guardia quasi fino alla fine dell'assedio.
Tutti gli Spagnuoli che per cagione di mercanzia si trovavano in Firenze furono rinchiusi in una casa, ordinando chi li guardasse, e che provvedendo amorevolmente ai loro bisogni non li lasciasse però favellare con alcuno, nè scrivere se non quello che s'appartenesse alle loro faccende private.
A queste severità, cui servivan di scusa i casi della città, se ne aggiunsero altre più crudeli e fuori d'ogni ragione.
Carlo Cocchi ebbe mozzo il capo per non altro che per essergli sfuggito di bocca «Firenze essere de' Medici, e perciò essere dovere l'accettarli per signori senza aspettar la guerra.»
Altri sul dubbio che ordissero trame col papa furon posti al tormento; e pur troppo è assai verosimile che in questi casi restassero vittime molti od innocenti, od almeno meritevoli di minori pene; chè pur troppo un'ingiustizia suol generarne cento: ma questi modi ingiusti e violenti usati dai due partiti ogni volta che si trovavan giunti al potere, modi ch'essi pazzamente credevan mezzo sicuro onde mantenervisi, furono invece la vera cagione per la quale nessuno di essi non potè fermarvisi mai stabilmente, finchè la sorte di Firenze non venne irrevocabilmente fissata dall'armi straniere.
Comparve finalmente l'esercito, ed ai quattordici d'ottobre alloggiò nel piano di Ripoli intorno al monastero del Paradiso. Si narra, che i soldati spagnuoli quando giunsero all'Apparita, scoprendosi loro ad un tratto tutta la città di Firenze, gridarono con indicibile allegrezza brandendo le picche: «Senora Florencia apareja los brocados, que' venimos a comprarlos a medida de picas!»[14].
Ai diciassette fu cominciata una trincea a Giramonte, ai ventiquattro il principe fermò il campo sui colli che sorgono al mezzogiorno di Firenze dalla porta di S. Niccolò a quella di S. Friano, e la mattina dopo Malatesta Baglioni, per ordine dei Dieci di libertà e pace, si presentò a levata di sole sui bastioni di S. Miniato accompagnato dai capitani e dagli uffiziali dell'esercito, e seguito da tutti i suonatori della città, e dopo lunghe trombettate, battendo continuamente i tamburi, fece scaricare tutte le artiglierie grosse e minute, che erano un numero infinito, quasi salutasse i nemici, o li sfidasse a battaglia.
Il fragore di questo scoppio scosse la città e le mura, rimbombando ne' poggi e nelle valli di Fiesole. I bastioni rimasero nascosti dal fumo per qualche minuto, ed i Fiorentini conobbero che quell'assedio tanto temuto era finalmente incominciato.
Questa dimostrazione fatta per seguire il costume militare del tempo, non produsse però effetto veruno.
Ne' giorni seguenti le prime operazioni degli assediati si volsero contro il campanile di S. Miniato, su cui era un famoso bombardiere detto Gio. d'Antonio, e per soprannome Lupo, il quale con due sagri facea grandissimo danno al campo nemico. Il principe fe' piantare quattro grossi cannoni sul bastione di Giramonte, i quali durarono a battere il campanile tre giorni continui.
Questi pezzi scaricarono due volte in un'ora, ed agli artiglieri del secolo XVI, pareva d'essere svelti. Le loro palle poi andavano ora a destra ora a sinistra, or alte or basse, e se talvolta davano nel campanile lo danneggiavan poco per la troppa distanza e per essere solidissimo, e non facevano altro che scalcinarlo.
Nondimeno que' di dentro affinchè (come s'esprime il Varchi) chi era venuto con tanta baldanza per prender tutto Firenze non prendesse nemmeno una delle sue torri, lo fecero armare con grosse balle di lana dalla parte che guarda i nemici. La cosa essendo venuta in gara, e volendosi da ognuno vincer la prova, una notte i Fiorentini bastionarono il campanile con un gran monte di terra, perchè gli imperiali dovettero restar dall'impresa.
Piantarono invece una colubrina e preser di mira il palazzo de' Signori. Ma nello sparare, il pezzo si aperse e la palla cadde nella casa del manigoldo, onde messer Silvestro Aldobrandini ne prese occasione di far due sonetti, in ischerno del papa i quali incominciavano.
«Povero campanile sventurato»
e
«Vanne Baccio Valor dal Padre Santo»
In quei primi giorni di novembre si venne alle mani in molte piccole scaramuccie, che non partorirono effetto d'importanza. I giovani della città uscivano a fronte ogni giorno, per provarsi co' nemici contro i quali avean concepito nuovo sdegno, per una cagione che dipinge al vivo i costumi di que' tempi.
L'esercizio della milizia si considerava allora come un mestiere del quale non avea diritto d'impacciarsi chi non fosse scritto tra i soldati, ed arruolato secondo le regole. Questi si consideravano tra loro quasi membri d'un'istessa confraternitàa, tra i quali, benchè nemici, era patto d'osservar leggi e riguardi reciproci.
La conseguenza di questa usanza fu, che i soldati imperiali la più parte invecchiati nelle guerre, e matricolati, per dir così, nell'arte che professavano, guardavano con disprezzo i Fiorentini che usurpavano (così dicevan essi) il diritto di impugnar l'armi in difesa della loro patria, nè vollero acconsentir mai di far con loro a buona guerra, come cogli altri soldati, dicendo ch'essi non eran tali, ma erano gentiluomini.
Tra le pazzie della superbia umana, questa non sarà delle meno curiose.
La gioventù se l'ebbe tanto per male che trascorse a macchiarsi di molti atti crudeli: tra gli altri Vincenzo Aldobrandini, ed il Morticino degli Antinori avendo fatto prigioni due spagnuoli, in cambio di porre loro la taglia, li scannarono.
Le cose di Firenze si trovavano in questo stato il giorno in cui Fra Giorgio uscito dal convento di S. Marco camminava verso la casa di Malatesta Baglioni.
CAPITOLO VI.
Il popolo di Firenze si trovava ottimamente ordinato per la difesa. Forti le mura, numerosa e ben instrutta la milizia, ben fornito il tesoro, abbondanti le vettovaglie, accesi gli animi d'amor di patria e d'ardire: ma egli s'allevava un serpe in seno, e questo serpe era Malatesta Baglioni.
I suoi maggiori erano stati capi de' nobili e de' ghibellini di Perugia, ove Gian Paolo suo padre s'era fatto signore verso la fine del secolo XV, e benchè due volte ne fosse stato cacciato, l'una da Cesare Borgia, l'altra da Giulio II, pure gli era di nuovo riuscito di stabilirvisi. Finalmente Leon X, volendo riunire Perugia agli stati della Chiesa, adescatolo con larghe promesse e con un salvocondotto, l'indusse a portarsi a Roma, ove in iscambio dell'accoglienza che gli si prometteva, fu preso, posto al tormento e decapitato.
L'odio che gli si portava dall'universale pe' suoi delitti, fece che la voce pubblica assolvesse Leone della tradita fede.
I principj di Malatesta furono simili a quelli del padre.
Condottiere a' servigi de' Veneziani da prima, poi signore di Perugia, infine, come vedemmo, capitano de' Fiorentini. Uomo di mente fredda, sagace, astutissimo; d'instancabile pertinacia ne' suoi propositi, superbo, avaro, tenace nelle vendette, e sopra ogni altra cosa maestro di frodi e dell'arte di nasconderle e colorirle, persino allorquando avessero partorito l'effetto; prode ed ardito della persona, ed assai esperto capitano. Tipo insomma di que' signorotti tirannelli che per secoli sorsero, caddero e ricomparvero in pressochè tutte le città italiane: ora principi ora condottieri a servigi di altri principi, o di repubbliche più potenti di loro, spesso capi di parte, di fuorusciti, o di masnadieri. Esperti d'ogni fortuna, ed in tutte animosi, insaziabili, irrequieti. Uomini che allevati tra domestiche infamie e risse cittadinesche, vissuti in vicenda continua di violenze e d'astuzie, finivano le più volte oppressi o traditi da nemici potenti e palesi, ovvero sotto il coltello de' sicarj, o de' loro più stretti congiunti. Onde in quell'età più che in ogni altra apparve vera la sentenza di Giovenale:
_Ad generum Cereris sine cæde et vulnere pauci Descendunt reges et sicca morte tyranni._
Non parrebbe che in cotesti ribaldi dovesse esser idea veruna di religione o di fede. Eppure, a loro modo, essi avean l'una e l'altra; tanto è vero che Diogene nel definir l'uomo un bipede implume, avrebbe dovuto aggiungere «ed inconseguente.» Essi edificavan chiese, nutrivan frati, arricchivan santuarj; credevan in Dio, nel vangelo, nel papa, ed, avanti sempre coll'istessa logica, nelle streghe, nell'alchimia e nell'astrologia.
Malatesta anch'esso prestava cieca fede ad un astrologo ebreo detto maestro Barlaam, nativo d'Ungheria, il quale all'arte divinatoria univa molto sapere nella medicina, e molta pratica nel modo d'esercitarla.
Viveva costui a discrezione in casa il Baglioni, lo seguiva in tutte le sue imprese, e s'andava facendo ricco de' suoi danari.
Non si può dir però che fossero tutti egualmente rubati, e ne guadagnava meritamente una parte colle cure continue che richiedevano le gravi infermità del suo padrone.
Quella malattia tremenda, colla quale l'America s'è così pienamente vendicata dell'Europa, e che nel secolo XVI raro o non mai si guariva, andava consumando lentamente Malatesta. Egli aveva sortita dalla natura una complessione robusta colla quale potè sostener le fatiche e i disagi della milizia, finchè le conseguenze della dissolutezza non ebber distrutta in lui la salute e le forze. Dapprima egli era largo di spalle e di petto, di volto vegeto e brunetto, con barba e capelli neri, corti e ricciuti; insomma era il vigore in persona.
In quale stato l'avessero ora ridotto i suoi malanni, lo vedremo tra poco.
Il palazzo Serristori, ov'egli alloggiava, era, com'è al presente (benchè al tutto mutato) in fondo alla piazza presso il Ponte alle Grazie. La parte di dietro guardava sul canale delle mulina e sull'Arno.
L'istessa mattina dalla quale ha preso le mosse la nostra storia, un'ora innanzi l'alba tutto il palazzo era cheto, il portone chiuso ed il solo sportello rabbattuto, al quale era di guardia un soldato, coperto di ferro le braccia, il capo e 'l busto, coi larghissimi calzoni del cinquecento, a striscie rosse e nere, e colle calze a liste de' colori medesimi.
Teneva in ispalla una lunga partigiana, e passeggiava sollecito sotto l'androne dell'entrata battendo i piedi per riscaldarsi.
Gli uomini di guardia, avvolti ne' mantelli, russavano in un angolo sdrajati sulla paglia presso un mucchio di cenere e di carboni spenti, avanzo del fuoco che s'era fatto durante la notte.
Al primo piano tutti parimenti dormivano. Il solo Malatesta era già desto da un pezzo. Stava a sedere su un letto in forma di rettangolo, di legno nero lavorato di tarsia; le facce divise in compartimenti, e su ognuno di questi era rappresentata una storia di mitologia in basso rilievo. Le cornici che chiudevano queste istorie, presentavano un curioso e complicato intreccio di fogliami, di figure d'animali, di mascherine e d'ogni qualità d'arabeschi. Il letto sorgeva su una predella che correva intorno alta un palmo dal pavimento.
Accanto al letto sopra una tavoletta tonda retta da una figura d'atlante tutta curva e scontorta, ardeva una lucerna d'argento: attorno a quella erano gettati in disordine un bellissimo pugnale co' suoi cordoni a fiocchi per appiccarlo, anelli e collane, un reliquiario ed un giojello di forma così strana, che riusciva difficile indovinarne l'uso. Era una gemma tonda e schiacciata come una moneta del color del balascio legata in un filetto d'acciajo. Per una punta parimenti d'acciajo innestata nella legatura rimaneva sospesa per virtù d'attrazione ad un ago calamitato, che stava fisso nella parte superiore d'un cerchio entro il quale rimaneva in bilico la gemma. Il cerchio stava fisso su un piccolo piedestallo di legno nero: il tutto poi segnato di lettere e di segni cabalistici.
La camera era parata di cuojo rosso rabescato in oro: quadri alle pareti, seggioloni a bracciuoli all'intorno pure di cuojo, pieni di borchie e di frangie. Due grossi mastini russavano accovacciati in un angolo.
L'aspetto di Malatesta era quello d'un morto dissotterrato. Cavi gli occhi e le guance: la pelle d'un livido piombino: la barba e i capelli così folti un tempo, radi adesso e malfermi che per nulla si schiantavano e cadevano. Aveva infilato sulla camicia un giubbone di sciamito rosato, che rimaneva aperto d'avanti, e lasciava vedere un petto scarno, ove si sarebber potute numerare le costole. Eran queste coperte dalla sola pelle, che tra l'una e l'altra s'avvallava in solchi profondi. Umori densi e viziati fermandosi alle giunture vi s'erano rappresi ed induriti in modo che ne imprigionavan i moti, e rendevano le braccia in ispecie pressochè attratte.
Stava sorbendo lentamente un gran bicchiere di decotto che avea tolto dalla tavola vicina, e guardava con un ghigno sardonico un Frate che gli sedeva dirimpetto a due passi dal letto.
Questi vestiva l'abito di S. Francesco. Il cappuccio gli nascondeva il viso e gli occhi in modo che non appariva altro se non un po' di naso, e due guance vermiglie e ben nutrite. La barba che era bianca e grandissima copriva bocca e mento, e veniva terminando diradata al cordiglio.
Stava a capo basso, tenendosi con una mano il mento, gonfio il petto di sospiri, ed al vedere, tutto assorto in pensieri che lo turbavano fieramente.
Mormorava sotto voce:
--Sarebbe troppo una vil cosa! non sarebbe mai possibile... non me la sento...--e seguitava a tener gli occhi a terra, chè se gli avesse alzati in viso a Malatesta, ed avesse veduto quel riso diabolico credo si sarebbe cacciato a fuggire. Buon per lui se così avesse fatto.
Disse alla fine il Baglioni con un fare di scherno, e tutto pace al tempo stesso:
--Non se ne parli più.... Non mancherà ai signori Medici chi voglia far loro questo poco di servigio senza tanti lezj e tante fanciullaggini.... Lo sai, eh? che vi son fanciulli di dieci, di venti.... di cinquanta.... insino di settant'anni?--Messer Baccio Valori che fa sì gran capitale di te pare che non lo sappia però.... Va, va, non mancherà chi voglia corre la palla al balzo, se tu non vuoi. E quando sul portone di palagio staranno le palle vi sarà qualcuno che sguazzerà in casa i Medici, ed attenderà a darsi buon tempo, e verrà portato a cielo, e non gli mancheranno nè cavalli (Malatesta parlava adagio pronunciando spiccata ognuna di queste parole) nè cani.... nè cornacchie..... nè vesti.... nè oro.... nè balli.... nè commedie... e se punto punto, alcuno gli darà noja, e' si potrà cavare di strane voglie: e tu lo vedrai e dirai _Ov'è costui potevo esser io_.... Ti so dire che ti parrà un bel diletto.--
Il Frate soffiava, il petto gli s'alzava pe' sospiri, ma pur taceva.
--Vero è, proseguiva Malatesta, che queste cose e' sarà pel tuo migliore il non vederle e metterti Firenze dietro le spalle. Ai signori Medici non dovrebbe andar troppo a sangue che un uomo il quale ne ha saputo tanto de' fatti loro, e non gli ha voluti servire, abbia a sentire ancora il sapor del pane.--
In questo punto l'oriuolo della torre di Palagio suonò le dieci ore[15].
--Tra un'ora è giorno. Vatti con Dio. Ma tieni a mente, se il diavolo ti tentasse, d'impacciarti più di cose di Stato, che e' conviene esser uomo e non fanciullo a mettersi a codesta bisogna; e ricordati poi sempre che questa (si toccò la lingua colla punta dell'indice) talvolta fa cadere il capo.... e se trapelasse nulla di ciò che è stato detto tra noi... que' due mastini so che non avran parlato, onde saprò con chi me l'avrò a pigliare....--
--Un tradimento a quel modo!--diceva il Frate parlando con se stesso.
--Un tradimento! ripetè due volte Malatesta col suo solito riso, sta a vedere che converrà andar dagli Otto e dir loro _Sappiate che vi vogliamo torre lo Stato per darlo a' Medici, onde fate buona guardia_... E' mi pare che abbi il cervello sopra la berretta!...
--Ma quello sventurato vecchio.... la figlia, la famiglia!....--
--Oh? son eglino de' Bardi, degli Strozzi, dei Frescobaldi?.... E' pare che sia qualche gran casa, che s'abbiano ad aver tanti rispetti! Pajonti questi, pensieri di gentiluomo par tuo? quando si tratta di sì grandi cose, che principi e signori vi metton la vita, e tu mi stai a mercantare un lavoratore di seta, come se fosse de' reali di Francia?--
Il Frate s'alzò ad un tratto come se una molla l'avesse spinto su dal seggiolone. S'accostò al letto, prese la mano a Malatesta, gliela strinse, e disse con voce rabbiosa:
--Farò tutto... che sia maladetta l'ora in cui nacqui al mondo!--
Malatesta rise di quella furia: e ritratta a se la mano, con un certo chè di sprezzo soggiunse:
--Oh! oh! Hai mutato pensiero? Gli scrupoli son passati?... Quanti minuti durerà questa risoluzione?--
--Durerà anche troppo pel mio malanno. E se romperò il collo in questa impresa, e' mi starà molto bene.--
--Ora ascoltami, disse Malatesta mutando voce e modi ad un tratto. Quanto a questo chi non vuol porsi a rischio nessuno, ha a rimanere nel carruccio del babbo. Ma chi vuol uscirne e diventar uomo da qualcosa e non consumar la vita sua vilmente a innaspar lana, o a cimar panni, e' convien commettersi alla fortuna. Credi tu che i Medici ti vorranno far grande e ricco, perchè quand'era tempo d'operare tu invece stavi a grattarti il corpo? A te sta la scelta. Ben sai che codesta casa ha sempre rimeritato i servigi da quella casa ch'ella è, come ha fatto le vendette a misura di carbone. E se i suoi vecchi non avessero avuto altr'animo di quello che tu hai, l'impresa delle Palle starebbe ora appiccata sulla porta d'un fondaco, e non su pei palagi e per le fortezze... Il mondo è di chi se lo piglia e non di chi si ravvolge tra tanti scrupoli e tante paure.--
--Orsù, sarà fatto... Se pure si presenterà l'occasione... chè così alla prima non vedo strada.--
--Oh pensa se Niccolò non avrà caro di veder la Lisa maritata ad un par tuo.--
--Niccolò? Ma lo sapete voi chi è Niccolò? La scannerebbe colle sue mani proprie prima di darla ad altri che a un Popolano... A me poi?... a uno di parte Pallesca? Si vede bene che la Vostra Magnificenza non lo conosce.... Se Niccolò sapesse come sta la cosa.... chi sa.... ma chi sarebbe tanto ardito di dirgliene?--
--Io t'ho inteso, rispose Malatesta, bisogna pensarci: ma intanto vatti con Dio, chè non vorrei ti si facesse giorno per istrada. Dirai a messer Baccio ch'io me gli raccomando.--
Il Frate, aperta una porticella che era nascosta sotto un panno d'arazzo, se n'andò.
--Anche questa la s'avvia bene--disse Malatesta quando si trovò solo: e si stropicciò insieme le mani come soleva fare quand'era contento. Ma quel moto gli fe' provare certe trafitture di dolore che lo costrinsero a fermarsi: gli sfuggì un ahi! si morse il labbro inferiore, e bestemmiò i suoi malanni.
Chiamò ad alta voce due volte:
--Barlaam!--
Comparì un vecchietto impresciuttito, col viso pieno di tante grinze che pareva formato di matasse di spago: naso profilato ed adunco, due occhietti come grani di pepe, ed una bocca sempre ridente; ma di quel riso che non essendo accompagnato da alcuna letizia nel resto del volto, pare piuttosto uno stiramento convulso delle labbra.
--Io credo, disse Malatesta, che la metà di tutto il maladetto legno[16] che m'hai fatto ingozzare da un mese in qua, e' sarebbe bastato a bruciarti vivo.... e sa Iddio s'io ne sarei stato peggio!--
--La V. M., rispose il vecchio senza turbarsi punto, avrebbe ora un buono e fedel servidore di meno.--
--Ma non lo sai, nemico di Dio, che non ho un'ora di bene in tutta la notte? Che mi pare mi buchin cogli aghi le midolle dell'ossa? Ci vuol tanto a trovar un'erba, una polvere, un diavolo che mi faccia dormire un'ora? Alla fediddio, ch'io non darò sempre le spese a chi mi strazia.--
--Io troverò questa state il celidonio, pietra che nasce nel ventre della rondine, e la V. M. legherà questa pietra in un pannolino, e la cucirà alla camicia sotto la poppa manca, che tocchi la pelle..... oppure s'io potessi andare insino in Dalmalzia, v'è un monte....--
--E' sarebbe meglio andassi insino all'inferno... ho paura che vi sarei prima di te.... Io t'ho inteso... Orsù, levamiti d'innanzi, e chiama messer Benedetto, e fa presto.--
Il vecchio uscì.
Messer Benedetto de' Nobili, dottor di legge, grande amico de' Medici, si trovava spesso con Malatesta onde conferire degl'interessi della parte Pallesca. Veniva a lui di notte ponendo ogni cura affinchè quelle visite non si risapessero in palagio ove in quel tempo non si scherzava.
Era messer Benedetto un vecchione di bella e grave presenza, uomo del resto di natura vile e malefica: ingordo, simulatore, ingegnoso in trovar cavilli e grandissimo ipocrita. Egli solo tra Palleschi aveva comunicazione col Baglioni; e questo riguardo era necessario affinchè il capitan generale non venisse in sospetto al popolo, la qual cosa avrebbe rovinato affatto le speranze del partito mediceo.
Mentre il Frate e Malatesta tenevano insieme i discorsi che abbiam riferiti, messer Benedetto stava aspettando in una camera poco lontana. Dirà taluno: Non poteva egli trovarsi presente al trattato ed ajutarlo?
Malatesta avea per costume, le cose che si posson dire a quattr'occhi non dirle a sei. Entrò messer Benedetto: avea indosso il lucco, in capo il cappuccio. S'adagiò sul seggiolone ov'era stato il Frate, e disse:
--E così?--
--E così le cose camminan bene, rispose il Baglioni; ecco qua una lettera di messer Baccio.--
Cavò di sotto il capezzale una letterina che il Frate avea portata cucita in un lembo dell'abito. Era in cifra.
--Una ne fa, cento ne pensa costui,--disse Malatesta ghignando.
Aprì il foglio, e lette le prime linee con quel mormorìo inintelligibile che serve per trapassare le cose inutili e giungere alle importanti, seguì: