Niccolò de' Lapi; ovvero, i Palleschi e i Piagnoni

Part 53

Chapter 533,534 wordsPublic domain

L'infermità di Laudomia e le sventure, le agitazioni che n'erano state cagione avean sin ora frapposto ostacolo all'ardentissimo desiderio che provava Lamberto di potersi dir marito a quella cui aveva in S. Marco dato già l'anello di sposa. A questo punto pareva tolto di mezzo ogni ostacolo, ed il giovane con calde preghiere incominciò a stringer Laudomia onde le piacesse stabilir il giorno della loro unione. La figliuola di Niccolò parea non vi si sapesse risolvere, ed udendo le appassionate istanze del suo sposo, si mostrava pensosa, esitante, e pareva persino talvolta frenar a stento le lagrime.

Lamberto non sapea che pensare di questi modi a lei così insoliti, ed un giorno, buttandosele ai piedi, la scongiurò di torlo ad una così tormentosa incertezza, e d'aprirgli il cuore, come era dovere, con chi tanto l'amava.

Erano in casa, sull'imbrunire. Laudomia senza rispondere s'alzò, e data la mano al giovane, lo condusse fuori. Presero taciti il sentiero che lungo le rive ombrose della Versilia conduce verso Ripa. Giunsero dove la corrente divisa in due rami cinge un'isoletta piena di salci, di pioppi e di nocciuoli. Vi si condussero passando sui sassi che disposti in fila attraversano il torrente, e giunti per uno stretto sentiero ove sotto una volta di rami e di verzura erano alcuni rozzi sedili, disse Laudomia:

--Io t'ho condotto in questo luogo remoto, perchè le parole ch'io debbo dirti son gravissime. Volevo esser certa non venissero udite nè interrotte da alcuno, promettimi non interromperle neppur tu.--

Lamberto maravigliato e quasi sbigottito lo promise, e Laudomia soggiungeva:

--L'amor ch'io ti porto, Lamberto, fu benedetto da Niccolò padre nostro: non debbo dunque arrossire di confessartelo: esso è grande, e perciò appunto egli è pensoso del tuo bene più che del mio. Lamberto, lo sai, non sono io sola ad amarti. Della mia bellezza, se pur n'ebbi, le sventure n'hanno appassito il fiore. Io, poveretta, mai ho avuta occasione d'incontrar perigli, dolori, travagli, di versare il mio sangue per amor tuo.... Oh, così l'avessi avuta!.... Io non ebbi campo di mostrarmi grande, generosa, com'essa.... (è inutile il dire, che Lamberto fuor di sè voleva ogni tratto interrompere Laudomia, che col guardo e col cenno gli ricordava la promessa) Tuttociò lo conosco.... ma, Lamberto, rammentalo, te lo dissi la prima volta che mi parlasti d'amore:... io potrei rinunciarvi, ma non dividerne una menoma parte con altra donna!.... Essa, lo so, sarebbe stata un tempo indegna troppo d'un sol tuo pensiero.... ma il pentimento ha virtù di rinnovar l'anima e tornarla alla prima sua nobiltà.... non apre Iddio al pentimento le porte del Cielo? Io non posso vederla così misera per cagion mia.... se poi ora, o col tempo, lo divenissi anche tu.... sarebbe troppa disperazione per la povera Laudomia.... lascia ch'io cerchi riposo in Dio.... e nel pensiero di sapervi felici....--

Lamberto era pur riuscito sin allora a raffrenar l'impeto che lo spingeva a gettarsi a' piedi della sua sposa, rattenuto più che altro dalla dolcezza di contemplar senza velo quell'anima di paradiso, ma non potè regger più a questo punto, e cadendo colla fronte sul lembo della sua veste, che baciò mille volte, seppe trovar parole degne di colei che le udiva, degne dell'amor suo: parole che sciolsero ogni dubbio, vinsero ogni timore, ritornarono nel cuor di Laudomia una fiducia tranquilla e serena che le si diffuse sul volto, mentre posando la mano candida sulla fronte di Lamberto, gli diceva: «Ora dunque, per sempre son tua»......................... ...........................

Ritornati a casa, che già era notte, non vi trovaron Selvaggia. Sul tardi comparve un contadino con una lettera, l'aprirono, e vi lessero queste parole:

«L'ultima mia speranza d'ottener pace è in quel Dio che m'avete fatto conoscere. Io vado ad implorarlo sul suo sepolcro, in quella terra ove volle morire per la nostra salute. Io vi porterò sempre nel cuore, voi che soli al mondo, m'avete amata, mi donaste quel che era in voi di donarmi; ma questo mio cuore chiedeva di più. Io vi benedico, pregate per me da Dio pace, e fine al mio patire, ch'io pregherò per voi vita e felicità.

_La vostra Selvaggia_.»

..........................

Due anni dopo, Laudomia e Lamberto erano una sera nella loro saletta: egli leggeva una lettera di Bindo, essa avea a' piedi una culla nella quale dormiva un bel bambino di cinque mesi al quale avean posto nome Niccolò. Comparve un uomo, che disse loro essere il giorno sbarcata alla marina una donna, che all'aspetto pareva afflitta da gravissima infermità: aver voluto avviarsi tosto a Serravezza, ma venendole meno la lena e la vita, e volendo pur condurvisi ad ogni modo, essere stata costretta farsi portare su un letto fatto in fretta di rami d'albero con suvvi un saccone. Giunta alla Madonna di Quercia, e sentendosi presso al suo fine, s'era fatta deporre sulla porta della chiesa sotto alcuni cipressi, e mandava pregando Laudomia e Lamberto venissero a lei prestamente.

Ambedue ad un tempo, dissero:

--È Selvaggia!--

Ed ansiosi di chiarirsene, montati a cavallo, scesero velocemente al luogo indicato.

La notte era serena, risplendente la luna, che portava sulla facciata bianca della chiesuola l'ombra opaca de' cipressi. Videro da lontano il letto. La donna che vi giaceva, un prete al suo fianco, ed a' piedi un contadino con un cero acceso: punsero i cavalli, ed un momento dopo stavano entrambi stringendo tra le loro mani quelle della povera Selvaggia, che appena raffigurarono, tanto era mutata e ridotta un'ombra.

Guardò Laudomia e Lamberto, e quel suo nobile ed ardente cuore tutto parve trasfondersi in questi ultimi sguardi. Tacque un momento come per raccogliere le poche forze che le eran rimaste, poi disse, con parlar interrotto dall'affanno dell'agonia:

«Non l'ho... trovata mai... la pace.... sapete... Mai!... Sentivo... invece... crescermi nel cuore.... la morte.... temevo.... non giunger.... sin.... qui.... vi son giunta.... benedetto sia Iddio.... benedetti voi ambedue.... che soli amaste.... la povera cortigiana.... Lamberto, posami la mano.... sulla fronte.... fu l'ultimo mio desiderio.... in riva al Po.... quella notte.... dimmi tua.... perdonami Laudomia.... ma io l'amo sin d'ora.... come s'ama in Cielo....»

Mentre Lamberto poneva la mano sulla fronte alla donna, la sentì agghiacciarsi, un sorriso le corse a fior di labbra, e la morte ve lo fissò. Lamberto e la sua sposa piansero lungamente sul corpo freddo ed esamine di quella cui si dovea molto perdonare, perchè molto avea amato, poi la seppellirono con onore nel sagrato della chiesuola....... ..........................

Per lunga serie d'anni la vita de' due sposi passò agitata tra continue e gravi vicende. Geloso custode della fede data a Niccolò, Lamberto seguì con Bindo e Fanfulla, finchè vissero, la fortuna de' fuorusciti. La seguì ugualmente dopo la loro morte, e finchè in Italia vi fu una spada levata contro il dominio de' Medici, ebbe compagna quella di Lamberto. Alla fine, ceduta ogni speranza, stanco per tante guerre, si ridusse colla moglie a Genova, e vissero felici quanto si può esserlo in questo mondo, e soprattutto quanto può esserlo chi abbia perduta la patria, e la vegga misera ed avvilita.

Qui finisce la storia nostra nella quale, narrando le sventure d'una sola famiglia, abbiamo inteso raffigurare quella di molte altre, anzi di un intero popolo.

Coloro che in modo più o meno colpevole e diretto furono autori della rovina della loro patria, ottennero essi, a prezzo almeno di tante lacrime e di tanto sangue, quel fine che s'eran prefisso? Vediamolo.

Clemente VII volendo stabilire il dominio del ramo illegittimo di casa Medici, a danno dell'altro che odiava, e dal quale usciva Giovanni delle Bande Nere, aprì invece al figlio di questi la strada del principato, che durò nella sua stirpe fin quasi alla metà del secolo scorso.

Carlo V il quale, sperando poter trasmettere a Filippo suo figliuolo la corona imperiale, avea profuso sangue e tesori per raffermare la sua potenza in Italia, che veniva così a legare insieme le due parti d'una cotanto vasta monarchia, deluso nella sua speranza, lasciò al figlio il ducato di Milano ed il regno di Napoli, dominj pericolosi e lontani, che, a far bene i conti, costarono più che non produssero alla Spagna, e contribuirono alla fine ad esaurirla nella lunga guerra della successione.

Se i Fiorentini, che con tanta costanza e per tanto tempo difesero la loro libertà contro l'usurpazioni de' Medici, riuscissero infine a sottrarvisi, l'abbiam veduto. Meritarono la loro sorte? Avremo il coraggio di dirlo? sì; in parte almeno, la meritarono. Volevano libertà per sè, ed intanto opprimevano le città del loro dominio; procuravano che i Cancellieri e i Panciatichi di Pistoja si scannassero tra loro, che i fossi dell'agro pisano si colmassero, onde, co' miasmi de' paduli, si decimasse la popolazione, che, troppa, potea ribellarsi; intesero il proprio dritto, e non l'altrui: usarono due pesi e due misure. Venne il pericolo; le città del dominio cooperaron di mala voglia e forzate alla difesa di Firenze; la sua caduta parve ad esse una liberazione, il principato de' Medici, un'eguaglianza colla loro antica e rigida dominatrice.

I Palleschi e gli Ottimati, che col loro tradimento negli ultimi giorni dell'assedio avean creduto procurare il trionfo dell'oligarchia, e s'accorsero troppo tardi d'aver procurato invece quello del dominio d'un solo, che tolse loro ogni autorità, e li tenne sempre bassi ed inerti.

Baccio Valori ottenne il premio degno de' traditori; disprezzo da quelli a pro de' quali avea fatto tradimento, infamia dall'universale, ed in ultimo dal duca Cosimo la mannaja.

Malatesta anch'esso, predicato traditore da tutta Italia, si ritirò a Perugia ove non ebbe quell'autorità e quelle grazie che avea patteggiato con Clemente VII. Travagliato anzi dal cardinal Ippolito legato della città (che il papa non volle o non seppe raffrenare) e che favoriva apertamente la parte di Braccio, nemica a Malatesta, egli si ritirò ad una sua villa, la quale, come dice il Varchi, per passare più il dolore che il tempo faceva fabbricare, e quivi quattordici mesi dopo la resa di Firenze, fradicio d'anima e di corpo uscì di vita.

Ecco in qual modo, gli autori di tanti mali, ottennero il fine che s'eran prefisso.

Non avevam dunque ragione d'avvertire il lettore coll'epigrafe del frontispizio, ch'egli avrebbe veduto con quanto poca sapienza si governi il mondo?

FINE.

RETTIFICAZIONE

ERRORI CORREZIONI

Pag. 15 linea 24 coprendosele coprendoselo " 257 " 15 tendeva stendeva " 438 " 1 quest'unione, si quest'unione, riuscì riuscì " 452 " 1 che al che la " 453 " 22 soave e puro soave e pura " 484 " 22 lasciate lasciatene " 486 " 8 portanti importanti " 497 " 3 scarpiccio scarpicciò " 498 " 7 luminiera luminaria " 500 " 11 infinita indefinite " 508 " 20 la destra a destra " 545 " 18 Baracone Baracane " 546 " 21 Butini Busini " 547 " 20 fra Rigolo fra Rigogolo " 548 " 10-11 Polverose Polverosa " 551 " 25 _la sede_ _la fede_ " 553 " 30 Bibbona Bibbiena " 554 " 4 Fabbrizi Fabbrizio " " " 11 _la sede_ _la fede_ " 557 " 15-16 per porta al Prato per porta al Prato Pasquino Pasquino, Corso col Corso col suo suo colonnello per colonnello; per la la porticciuola, porticciuola, Malatesta Malatesta attelandosi lungo ec. lungo ec. " 560 " 3 Balduccio Baldaccio " 570 " 17 più sollevati già sollevati " 572 " 18 Via Maggiore Via Maggio " 573 " 28 Mutato d'animo Mutato animo " 587 " 2 avrebbe voluto avrebber voluto " 594 " 27 che un ferro se non ferro " 596 " 19 Vecchietto Vecchieto " 611 " 15 con loro Leo Paolo con loro Paolo da da " 614 " 8 armeggio armeggiò " " " 21 e implorasse ajuto n'implorasse l'ajuto " 616 " 15 Porro Stipicciano Pirro Stipicciano " 619 " 4 e da que' cittadini ec. ed a que' cittadini ec. " 621 " 24 Venerata Repubblica Venerata insegna della Repubblica " 623 " 10 Resta a saper se Resta a sapere se " 624 " 16-17 per perduti per perduta " 627 " 1 abbandonati, a se abbandonati a se soli, soli " 629 " 22 il misero venne alla il misero alla presenza presenza ec. ec. " 643 " 11 le linee dell'armatura le linee dell'architettura " 653 " 5 ora spiravan soltanto ora spiccavano soltanto " 655 " 5 a ogni tempo a ogni tratto " 668 " 11 noi che i ricchi poi che i ricchi " 684 " 23 si metta il disordine si metta in disordine " 689 " 12 non posson farci del non possiam' farci del male.... male.... " 693 " 10 di questa, di questi " " " 12 vestivano di caldi vestivano de' " 696 " 16 intarciate e miste intarsiate e messe d'oro, d'oro, " 697 " 20 sormontare sornuotare " 698 " 19 attellati attelati " " " 26 che gli stava innanzi che stava innanzi " 705 " 7 crocicchiavan piegati crocchiavan pigiati " 709 " 7 ciò che ciò di che " " " 11 se li lasciava se si lasciava " 781 " 10 ricomparse ricomparve " 787 " 12 ora da Bindo e da Bindo " 797 " 29 corsegli dietro dietrogli

--_in alcune copie_--

" 817 " 11 iscorgere scorgere " " " 24 ed alto, ed alto: " 821 " 14 Dalle Delle " 823 " 7 Se non O non " 826 " 1 boccate in boccate sin

NOTE:

[1] Eran i tempi della grandezza e della semplicità. Quei mercanti che servivano il re d'Inghilterra di 20 milioni di fiorini d'oro, avean appena sulla loro tavola una guastada d'argento, e le loro mogli audavan la mattina colla fante a far la spesa in mercato.

[2] Vocabolo tutto fiorentino, col quale si distinguevano i capi delle arti.

[3] «Firenze sarà flagellata, e, dopo i flagelli, rinnovata.»

[4] Pezzo d'artiglieria così chiamato, che i Sanesi avean mandato al campo con quell'amorevol premura che mostravan gl'italiani in quel tempo gli uni verso gli altri.

[5] Grandissima colubrina gettata da M. Vincenzo Brigucci. Pesava diciottomila libbre. Aveva nella culatta una testa d'elefante, ed i fanciulli le avevan posto nome l'archibuso di Malatesta, il quale era capitano de' Fiorentini.

[6] Vuol intendere Gio. de' Medici che in quel tempo serviva di paragone fra i soldati Italiani per dir un uomo d'arme perfetto.

[7] Nome dato per ischermo ai soldati Spagnuoli, perchè i loro ufficiali nel far gli alloggiamenti usavano chiedere ciò che occorreva per la loro gente scrivendo polizze che tutte cominciavano colla frase «C'è bisogno ec.»

[8] Leon X avea spogliata la casa della Rovere del Ducato d'Urbino.

[9] Parole del trattato. «Che Cesare per la quiete d'Italia e pace universale di tutta la cristianità, dovesse rimettere in Firenze nella medesima grandezza di prima, l'illustrissima Casa de' Medici a spese comuni secondochè tra lui ed il papa si deliberasse» Varchi Stor. Lib. VIII, pag. 216.

[10] Si seppe che la madre del Re avea detto «Che per aver un solo, non che amenduni i figliuoli del re suoi nipoti avrebbe dato mille Firenzi.» Varchi lib. IX, pag. 229.

[11] Erano anche dette degli arrabbiati e compagnacci, degli adirati, de' poveri, ec.

[12] Eran le bande che avea comandate il sig. Giovanni de' Medici, e che essendosi vestite a lutto dopo la sua morte si chiamavan Nere.

[13] Segni, Stor. Lib. II. Pag. 39.

[14] Apparecchia i broccati che veniamo a comprarli a misura di picche!

[15] Circa le cinque dell'oriuolo così detto francese.

[16] Il Legno Santo era il rimedio più in uso in quel tempo per questa malattia.

[17] Lo scapulario viene anche detto Pazienza.

[18] Tal crede tosare e torna tosato.

[19] L'arte della seta così nominata in Firenze, per aver avuto dapprima quasi tutte le sue botteghe in Por S. Maria.

[20] Visse in casa--Filò lana.

[21] V'eran, e vi sono le tombe della casa Medici.

[22] Ciò non era modo di dire, poichè appena cacciati i Medici nel 27, era stato vinto il partito nel cons. magg. di crear G. C. re de' Fiorentini.

[23] Una delle campane del Palazzo de' Signori avea questo nome.

[24] In Firenze ai tempi della repubblica, si nutrivan leoni a spesa del comune, e se ne teneva grandissima cura, in onore del Marzocco (leone di pietra sul canto di Palagio) una delle imprese della città. Il popolo credeva a molte superstizioni sul fatto de' leoni.

[25] All'epoca della nostra storia le meretrici per esser distinte dalle altre donne dovevan portar il velo giallo. Più tardi (nel 1600) un nastro giallo al cordone del cappello: poi l'appuntarono alle trecce. Alla fine ottennero, pagando una tassa, di smettere codesto segno.

[26] Varchi, lib VI, pag. 146.

[27] Capo della ciurma.

[28] Anch'essi comandavano la ciurma sotto gli ordini del nostromo.

[29] Una galera ben servita dalla ciurma e di buona proporzione, doveva prendere sei palate ad ogni impulsione data dai remi: cioè il primo remo, e così gli altri via via, dovean tuffarsi nel mare, al luogo istesso ove s'era prima tuffato il sesto remo che gli stava dinanzi verso prora.

[30] Voga tutto, volea dire vogar con tutto lo sforzo possibile.

[31] Cannon di corsia.

[32] Nei momenti di pericolo si obbligava i galeotti a prender tra i denti un pezzo di sughero che avevano appeso al collo con una funicella affinchè non potessero, urlando, destar paura ne' soldati e ne' marinai.

[33] Le convulsioni infantili son chiamate il benedetto dalle donne Fiorentine.

[34] Prima del concilio di Trento le leggi claustrali, molto rilassate, permettevano alle monache d'uscire. Molte di esse potevano così (essendo poverissime) campar delle elemosine che andavano raccogliendo, come al dì d'oggi fanno i frati mendicanti.

[35] Micce.

[36] --Ora--ora te lo segno in modo questo bambino, che non s'ha a svegliare sino al dì del giudizio. --Aspettate------ vediamo prima. Potrebb'essere qualche gran gentildonna della terra, che fuggisse... e amerei meglio i suoi fiorini, che le cervella di questo figliuolo d'una.... Oh! non pare che già gli escano le budella? E che canna che hai al tuo comando, figlio mio!

[37] --Si fermi, signor cavaliere, si fermi. Siamo poveri zingani, e venivamo al campo per suonare e tener allegre le signorie loro. Siamo poveri ora. Ma eravamo ricchi un momento fa. Avevamo una borsa con 100 fiorini, e certi soldati alemanni che passavan di qua ce l'hanno tolta... que' ribaldi m'hanno spolverato le spalle a me colle loro alabarde, ed a quella poveretta una ceffatta che ha colto anche il bambino. Collà! collà guardino tra gli alberi... ancora li vedo che se ne vanno correndo. Si raggiungano perdio, e della borsa ci daranno poi quel che parrà loro.

[38] Nardi, libro IV, pag. 120.

[39] Uffiziale nelle bande del conte Pier Maria, che per quistione avuta con esso fuggì in Firenze. Preso in un fatto d'arme fu scannato poi dal conte di sua mano.

[40] 1434.

[41] I vecchi del 1530 erano chiamati, per derisione, zazzeroni, dalla zazzera che portavano secondo l'uso antico di Firenze, mentre i giovani, secondo la nuova moda, si tosavano, e lasciavan crescer la barba.

[42] Lastri. Cominciò il Giunta a stampare nel 1494, e durò sino al 1555.

[43] Dice il Varchi, libro IX, che nel 1530 erano in Firenze 75 compagnie di Scolari che si radunavano per attendere insieme a pratiche divote: erano di molte maniere, e sotto diversi nomi. Quattro nelle quali non erano se non uomini nubili, e si radunavano solo di notte, eran dette Buche. Quella di S. Girolamo, (V. Lastri) ebbe principio nel 1410 sul monte di Fiesole nel luogo detto Belcaso, ove Antonio De Conti Guidi era stato fondatore degli Eremiti Gerolimini nell'anno 1380. Per comodo dei frequentanti fu trasportata a Firenze sotto lo spedale S. Matteo.

[44] Varchi, lib. X, pag. 310.

[45] Castel S. Angelo.

[46] Gli amici usavan aspettar la sposa al suo tornar di chiesa, e con un nastro le sbarravano la porta di casa. Lo sposo comprava il passo con una mancia, ch'essi spendevano in una cena.

[47] Questa s'appendeva ad un chiodo, e serviva a ripulire i pettini.

[48] Per l'esattezza storica si avverte il lettore, che questa mossa avvenne circa otto giorni prima di quest'epoca.

[49] Il doge Grilli interrogato dall'oratore fiorentino che mostrava temere quello che di fatto avvenne, avea risposto «Questa repubblica non fece mai cose brutte e non comincerà adesso.»

[50] Varchi, lib. X.

[51] Varchi, lib. XI, fol. 349.

[52] Vedi vita di B. Cellini.

[53] Copia estratta dal N. 17 della Lib. Rinucciniana. Mi stimo felice di poter qui attestare al mar. Rinuccini la mia gratitudine per la cortesia colla quale mi permise d'usare della sua libreria data in cura al sig. Ajazzi, nel quale sono al sommo grado riunite gentilezza e coltura.

[54] Ove oggi è il Gabinetto fisico.

[55] Capo di fanterie, che venuto in sospetto ai Signori fu chiamato in Palazzo e quivi ucciso, poi gettato in piazza dalle finestre. La sua vedova fu la virtuosa Anna Lena, fondatrice del convento di questo nome, ove si ritirò dopo la morte del marito, e finì i suoi giorni.

[56] Varchi lib. XI, foglio 420.. «e a Piagnoni, i quali aveano affermato, che Ferruccio era Gedeone, e ch'egli dovea esser senza fallo vittorioso e liberar Firenze, non era altra speranza che quella degli angioli rimasa.»

[57] Varchi, lib. XI, foglio 427.

[58] Niccolò Capponi, Gli Ottimati.

[59] Per ben intendere le espressioni di Baccio convien sapere che vi fu sospetto il principe non venisse ucciso se non per ordine di chi temeva volesse farsi poi egli signore di Firenze. Varchi Lib. XI, fog. 420.

[60] La casa de' Mezzalancia è ora de' Ciampalanti.

[61] Anche in oggi vien detto campo di ferro.

[62] Allude all'assalto dato al convento da' nemici di Fra Girolamo.

[63] Tra i frati minori e quelli di S. Marco ardevan ire e rivalità fratesche sin da' tempi di Fra Girolamo, alla cui rovina molto s'adoperarono i primi. Dopo la sua morte ottennero dalla Signoria di togliere ai Domenicani la campana, e la portarono al loro convento di S. Francesco, fuor di porta S. Miniato, di dove però fu poi restituita al primo luogo.