Niccolò de' Lapi; ovvero, i Palleschi e i Piagnoni
Part 5
La religione fondata sin allora sull'autorità, fu scossa dalla dottrina dell'esame individuale, e la fede rovinando si sminuzzò, se ci si concede l'espressione, in altrettante quanti erano i seguaci della riforma. Le forze di questa intromettendosi tra i monarchi rivali ora ne turbarono ora ne ajutarono i disegni, rendendo più complicate le loro gare cui dovettero prender parte più o meno tutti gli stati minori.
Narrare le tante vicende che ne seguirono, non fa per la nostra storia. Basterà toccare rapidamente quelle che ebbero più diretta influenza sui destini de' Fiorentini.
Dopo il trattato di Madrid col quale Francesco I ricuperò la libertà, si conobbe tosto che le sventure ed i poco generosi trattamenti di Carlo V aveano spenta nel monarca francese quella lealtà cavalleresca che lo avea tante volte indotto a spinger la fiducia sino alla credulità, e la generosità sino all'imprudenza.
Non solo trovò il modo di coonestare il rifiuto di cedere la Borgogna secondo l'accordo, ma si fece capo d'una lega contro Carlo V, detta la lega Santa, cui s'accostarono i principali stati d'Italia che la smisurata potenza dell'Imperatore metteva in sospetto.
S'unirono il Duca Sforza, Clemente VII, ed i Fiorentini, i quali dovettero servire ai disegni d'un Papa di casa Medici padrona allora della città. Ma da una parte il Duca d'Urbino capitano dell'esercito della lega, ricordando le ingiurie sofferte da quella famiglia[8] non v'andò mai di buone gambe, dall'altra il re Francesco, mirando solo ad ottener la libertà de' suoi figli rimasti in Ispagna per istatichi, si valeva degli sforzi degl'Italiani per avvalorare le sue continue istanze presso la corte di Madrid, rovesciando su di essi tutto il peso della guerra.
I collegati s'avvidero presto della sua dubbia fede, e raffreddandosi pensarono ciascuno ai proprj interessi.
Il Papa cui i Colonnesi intesi con D. Ugo di Moncada vicerè di Napoli, avevano assaltato e costretto a rifuggirsi in Castel S. Angelo, conchiuse un accordo pel quale dovette essere il primo a staccarsi dalla lega, e richiamare le sue genti di Lombardia. Queste cose accadevano nel 1526.
Intanto Carlo V ingrossava in Italia. Le soldatesche calatevi con Giorgio di Fransperg s'erano unite a Borbone, e si movevano alla volta di Roma, il Papa preso allo zimbello d'una tregua conchiusa col vicerè credette poter esser sicuro, e licenziò il suo esercito. Ma i soldati di Borbone senza curarsi della tregua o d'altro, presero Roma e le dettero quel sacco memorando che narrammo nel II capitolo.
I Fiorentini allora tenendo Clemente VII per ispacciato, levarono il rumore e dopo aver cacciati, quasi sotto gli occhi dell'esercito della lega, il Cardinale di Cortona, ed Ippolito ed Alessandro de' Medici, riformarono la città, e ripresero a reggersi a popolo.
Ma il nuovo stato avea poco saldi fondamenti.
Non faceva per Carlo V che i Fiorentini, costanti da così lungo tempo nell'amicizia di Francia, rimanessero in libertà. Il papa voleva ad ogni costo veder prima di morire la sua famiglia stabilita nella Signoria di Firenze; ed i Veneziani, per quella politica creduta sottile dagli Stati italiani, finchè l'ebber poi vista partorire alla spicciolata la rovina di tutti, desideravano, e forse erano per ajutare copertamente lo strazio de' Fiorentini. Il solo re Francesco avrebbe potuto e dovuto difenderli, ma presto s'avvidero (e molti se ne sono avveduti in appresso) che i Francesi sapeano mirabilmente trarre altri in impaccio per utile proprio, e lasciar poi che n'uscissero come potevano.
L'Imperatore volendo passar in Italia, e riordinarla a suo modo prima di pensar alle cose della Germania, conobbe aver bisogno che qualche principe italiano tenesse dalla sua. Il papa che da molto tempo faceva istanze per ottener pace venne scelto per alleato da Carlo, il quale desiderava cancellar gli oltraggi fatti soffrire dalle sue soldatesche al capo della chiesa.
Mentre si stavano lentamente discutendo i capitoli della pace generale fra Carlo, Francesco ed i loro alleati, l'Europa udì con sorpresa che il trattato di Barcellona avea terminate le differenze tra il papa e l'imperatore, il quale fra gli altri impegni aveva assunto quello di stabilire in Firenze il dominio de' Medici[9].
Quest'infelice città vide addensarsi il nembo sospeso sul suo capo; e quando il re Francesco ebbe poco dopo firmata anch'esso la pace di Cambrai abbandonando, ad eterna sua vergogna, tutti i suoi alleati[10]; conobbero i Fiorentini che non dovean porre oramai speranza di salute che in Dio, nella giustizia della loro causa, ed in loro stessi.
Ma per potere usar le proprie forze avrebber dovuto esser tra loro d'un volere medesimo.
Invece, le parti de' Piagnoni e de' Palleschi[11] inconciliabili per odj vecchi, e per fresche ingiurie tenean divisa la città.
Quelli tra cittadini che eran saliti in riputazione, ed arricchitisi all'ombra della casa Medici, uomini la più parte di buon tempo, amanti de' piaceri e dello sfarzo; ed anco molti tra i popolani e gli operai cui il largo spendere di quella famiglia facea far grossi guadagni, ne avean veduta con dolore la cacciata, eran presti ad afferrar l'occasione per farla ritornare, e la loro parte, nominandosi dallo stemma Mediceo (sei palle rosse in campo d'oro) era detta Pallesca. Costoro non si curavano della libertà ed amavano meglio il viver lieto, e la licenza di costumi di che godevano sotto il reggimento de' Medici.
I loro avversarj allievi, per dir così, di fra Girolamo Savonarola, e seguaci della sua stretta dottrina, professavano somma austerità di vita, orrore per gli spassi e pei divertimenti ancorchè leciti, e favorivano la democrazia nel senso più esteso. L'abito d'aver sempre alla bocca massime di morale e precetti d'austerità, e di deplorare continuamente le sfrenatezze del vivere mondano, fu cagione che venisser detti Piagnoni.
Se poi questo zelo per la religione e la libertà fosse sincero in ognuno, o se a molti servisse per mascherare disegni violenti ed ambiziosi, non assumeremo deciderlo. Poichè in ogni tempo i capi di parte hanno scritto sulla loro bandiera «Noi vogliamo religione, libertà, giustizia per tutti» e così hanno trovato chi li seguisse: che invece ad avervi scritto ciò che spesso era vero «Noi vogliamo religione che serva a noi, libertà a noi soli, e giustizia a modo nostro» non avrebber trovato; e quantunque una tal riflessione paja ovvia, gran parte de' guai del mondo e accaduta appunto dal non averla avvertita.
Il contrasto tra queste due parti era però tutt'altro che palese. I Piagnoni tenevano la città, ed ai Palleschi pareva far molto a potervi stare nascondendo con ogni studio i loro pensieri: ed ottenevano a forza d'ipocrisia di non esser taglieggiati, posti al tormento per ogni piccolo sospetto, e mandati al bargello, o al patibolo.
Ma per questa oppressione, crescendo in loro l'odio contro la parte nemica, supplirono alla forza coll'astuzia; e le pratiche segrete onde rimettere i Medici si mantennero sempre, e partorirono alla fine la rovina della repubblica.
Tra queste due opposte parti, come accade sempre ne' tempi di rivoluzione, ve n'era poi una terza detta de' Neutrali che avea desiderj più moderati. Quantunque anch'essa volesse il viver libero, avrebbe però inclinato a cercar accordo col papa, e veder se, ammettendo che i Medici tornassero come privati cittadini, si fosse potuto fuggir la guerra ed al tempo stesso salvar lo stato. Di questa setta detta anco degli Ottimati, perchè ad essa aderivano molti di costoro più ricchi e perciò più paurosi, era capo Niccolò Capponi. Essa, come vedremo, fu alla fine cagione della perdita della libertà.
Si sparse frattanto per tutta Italia la nuova essere Carlo V sbarcato a Genova con grande apparecchio: e se tutti ne rimasero commossi, i Fiorentini se ne sbigottirono più degli altri; ma ripreso animo a poco a poco pei conforti del gonfaloniere Carducci e di più altri cittadini della setta de' Piagnoni tra quali erano principali Niccolò Guicciardini, Giovanni Battista Cei, Bernardo da Castiglione, Jacopo Gherardi e Luigi Soderini; risolsero far quelle provvisioni che potevan maggiori, ed infine voler morire piuttosto che perder la libertà.
La parte de' Neutrali riuscì però a vincere il partito che fossero mandati ambasciatori a Cesare: vennero scelti Tommaso Soderini, Matteo Strozzi, Raffaello Girolami, Niccolò Capponi, i quali prestamente corsero a Genova.
La risposta dell'Imperatore, quantunque porta assai ammorevolmente, fu breve ed assoluta; poichè egli era fermo di voler soddisfare in tutto a Clemente VII. Le parole furono «Che si rendesse l'onore al Papa» la sostanza «Che Firenze divenisse roba di casa Medici.»
Il gran cancelliere poi usò cogli oratori modi e parole più rigide. Cavò fuori le solite pretensioni; Firenze esser feudo dell'imperio, ed i Fiorentini entrando in lega col re Francesco aver perduto e dritti e privilegi e libertà; esser ora grande umanità dell'Imperatore l'indursi a perdonar la loro perfidia ed ingratitudine al solo patto che rimettessero i Medici.
Gli ambasciatori risposero quattro parole a modo: «Firenze essere stata sempre libera e di sua ragione» e rotta la pratica partirono.
Lo svanire dell'ultime speranze d'evitar la guerra, invece d'abbatter l'animo de' Fiorentini, lo sollevò. Con una generosità ed un ardore de' quali ha pochi esempi la storia, e che meritavano miglior fortuna, risolsero difendersi fino agli estremi senza curarsi nè de' tradimenti di Francia, nè dello sdegno di Clemente, nè dell'immane temerità di voler soli stare contro tutta la potenza di Carlo V.
È cosa che stringe il cuore, veder tanta moltitudine di cittadini, insieme colle donne e persin co' fanciulli, risolver tutti con tanto ardire di volger il viso alla fortuna, affrontar con tanta prontezza d'animo i rischi d'una lotta cotanto impari, i disagi, la fame, le ferite, la morte, piuttosto che soffrire un'ingiustizia, e pensar poi a qual fine doveva riuscir tanta virtù.
Non sappiamo resistere al desiderio di far conoscere minutamente al lettore i modi che tennero per mandare ad effetto il generoso proposito, e ci teniamo sicuri ch'egli non ce ne sappia il malgrado.
CAPITOLO V.
Primieramente per partito vinto fu condotta divotamente in Firenze la Vergine Maria dell'Impruneta e la tavola di S. Maria Primerana di Fiesole che collocarono in S. Maria del Fiore nella cappella di S. Zanobi.
Poi soldarono molti capitani nuovi, massimamente di quelli delle bande nere[12], accrescendo le compagnie, onde fatta una rassegna generale si trovarono soltanto in Firenze, senza contare il contado, meglio di ottomila fanti pagati sotto sei colonnelli, e circa ottanta capitani, de' quali ve n'erano diciassette Fiorentini.
In oltre i quattro quartieri ne' quali si divideva Firenze, cioè S. Spirito, S. Croce, S. Giovanni e S. Maria Novella avean ciascuno quattro gonfaloni, sotto i quali era scritta la gioventù in modo che veniva a formare sedici bande di quattrocento in circa per banda, ognuna delle quali eleggeva colle più fave nere capitano, luogotenente, banderajo, sergente, e capi squadra. Queste bande armate di picche, corsaletti ed archibusi, ben ordinate ed ottimamente in arnese, eran composte d'uomini tutti dai diciassette ai 40 anni. Dovean ragunarsi una volta al mese ognuna su una piazza del proprio quartiere, ove facevano evoluzioni, e tiravano al bersaglio cogli archibusi, ed esercitandosi così in tutti gli uffici della milizia giunsero ben presto a potere stare a paragone delle fanterie pagate. Di più, era istituito che ogni anno quattro di quei giovani facessero in una delle principali chiese un'orazione ciascheduno, che trattasse della libertà[13]. Non piacque a Dio che quest'istituzione avesse lunga vita.
Oltre questi, che eran tutti soldati a piede, Amico d'Arsoli e Jacopo Bichi sanese stavano a servigi del Comune co' loro cavalli che in tutto non sommavano a quattrocento.
A D. Ercole d'Este primogenito del duca di Ferrara era destinato il comando della milizia pagata, come capitan generale de' Fiorentini. I Dieci gli fecero significare dovesse mettersi in ordine per cavalcare, e gli furon al tempo stesso sborsati tremila cinquecento ducati, quali eran tenuti somministrargli a' termini della condotta per soldar mille fanti di guardia alla sua persona. Ma il duca Alfonso malgrado la fede data, o dubitando del papa o temendo inimicarsi l'Imperatore, trovò pretesti, e non volle nè mandare il figliuolo, nè restituire i danari.
Per questo tradimento dovettero i Fiorentini commettere il comando generale al sig. Malatesta Baglioni, figlio di Gio. Paolo, soldato della repubblica: gli mandarono a Perugia Bernardo da Verazzano oratore, che lo vezzeggiasse con tutte le maniere di carezze e d'onori, per mantenerlo in fede, onde non si lasciasse corrompere dal papa che era intento a ciò continuamente.
Malatesta accettò ed assunse il comando per disgrazia de' Fiorentini.
Viene in mente alla prima il domandare perchè questi si fidassero tanto d'un uomo che per molti motivi dovevano aver in sospetto? Prima il tempo stringeva, e non era facile così subito trovar un altro che nelle cose della guerra valesse quanto Malatesta. Poi gli ordini della milizia in quel secolo eran talmente instabili, e la disciplina così corrotta, che i diversi capi delle bande che costituivan l'esercito non si sarebbero piegati mai ad ubbidire ad un loro eguale innalzato dalle sue virtù al comando supremo, e comportavano appena di star soggetti a chi poteva dirsi principe indipendente.
Acciocchè non mancassero i danari per pagare queste genti, vennero eletti sedici ufficiali detti di Banco, i quali tra tutti avessero a servire il Comune d'ottantamila fiorini. Fissandosi per loro utile a ragione di dodici per cento. Si creò un magistrato di quattro cittadini il quale dovesse porre un accatto che non s'avesse a rendere; e nel tempo stesso fu ordinato che si restituissero i residui delle imposizioni passate. Si vendettero all'incanto tutti i beni di ciascuna delle ventun'arti, e quelli delle fraternità e compagnie così della città come del contado. Clemente VII, con suo breve aveva conceduto che questi beni ecclesiastici si potessero vendere quando in Firenze erano ancora i Medici, onde il danaro che se ne ricavasse fosse adoperato da questi per mantenersi nello stato. Non s'era fatto uso in allora di questa licenza, che fu messa ora a profitto in difesa della libertà.
Prima del 1526 le mura erano difese da innumerabili torri, che i Medici fecero abbattere per consiglio di Pietro Navarro. Ora Michelangelo Bonarroti, che avea bensì mostrato tentennare scostandosi da Firenze quand'era minacciata, ma poi tosto tornato in se vi s'era condotto per far il dovere di buon cittadino, diede opera di fortificare d'ogni parte le mura. Chiuse nel loro circuito il colle che sta fra Porta S. Niccolò e S. Miniato, circondandolo con un bastione, e mettendo in fortezza il convento, la chiesa, ed il campanile di S. Miniato. Condusse molti altri bastioni dove gli parean bisognare, coi loro fianchi e fosse, e bombardiere secondo insegnava l'arte in quel tempo.
La corteccia di fuori di tali bastioni era di mattoni crudi fatti di terra pesta mescolata col capecchio trito: di dentro era di terra e stipa molto bene stretta e pigiata.
Nel consiglio degli ottanta fu vinta una provvigione «che i borghi della città si dovessero incontanente tutti rovinare dai fondamenti, e tutti gli edificj d'intorno a un miglio, o piccoli o grandi, così sacri, come profani, che potessero recare o comodità alcuna a quei di fuori, o scomodità a quei di dentro si spianassero e mandassono a terra ecc.»
I padroni però furono scritti come creditori del valore riconosciuto secondo la stima.
I borghi erano in quel tempo quasi altrettante città, il contado pieno per tutto di case, di ville, di palazzi, con orti e giardini, più ricco e meglio ornato che paese del mondo. Non è possibile immaginare il danno che risultò sì al pubblico che ai privati da questa distruzione nella quale vi ebbero famiglie peggiorate più che di ventimila fiorini.
Ma i cittadini non guardando nè a danari nè a possessioni accolsero animosamente la provvisione ed uscendo a frotta giovani, vecchi, ricchi e poveri ed i padroni istessi andavano a questa o a quella villa, e non solo rovinavan le case, ma guastavan gli orti ed i giardini, le fontane, i vivaj ed abbattendo colle scuri gli alberi fruttiferi, o di bellezza, sbarbando viti, ulivi, cedri, melaranci, tornavano a Firenze con muli ed asini carichi di fascine che si adoperavano poi nell'innalzare i bastioni.
Gli edificj di maggior solidità si rovinavano con un istrumento fatto a guisa d'ariete: era una trave che retta orizzontalmente in bilico colle funi veniva dimenata e spinta con grandissima forza da molti uomini, i quali battendo con essa a furore, inanimando l'un l'altro colle voci e colle grida mandavano a terra lunghi tratti di muro.
Il volgo dava a quest'ordigno un nome che non ci è lecito porre sott'occhio al lettore; in altro modo era detto Battitojo.
Accadde nel corso di queste devastazioni un fatto che mostra, quanto dagli uomini di quel secolo fossero tenute in pregio le arti.
Una turba di cittadini, soldati e contadini, avean gettato a terra con una di quelle macchine buona parte della chiesa e del convento di S. Salvi. Giunti colla rovina in luogo d'onde si scoperse loro il refettorio nel quale era dipinto il Cenacolo, opera di Andrea del Sarto, ad un tratto tutti quanti si fermarono quasi fossero loro cadute le braccia: nè bastando l'animo ad alcuno di metter le mani su quell'opera maravigliosa lasciarono in piedi quel pezzo di muro e la pittura rimase intera.
Il palazzo di Jacopo Salviati, la villa di Careggi di casa Medici vennero arsi da una brigata di giovani guidati da Dante e Lorenzo Da Castiglione, de' più fieri nemici che avesse questa famiglia. A Castello ed a Poggio a Cajano per poco non toccava la stessa sorte.
Queste arsioni però non essendo fatte in servigio della città ma soltanto per isfogar l'odio contro i nemici, vennero biasimate dagli uomini gravi, ed il gonfaloniere Carduccio diede commissione onde ne fossero castigati gli autori. Ma il tempo non comportava troppa severità contro tali insolenze, e la commissione non ebbe effetto.
Il principe d'Orange vicerè di Napoli aveva frattanto ricevuto l'ordine dall'Imperatore di mettere insieme le genti e muoverle contro lo stato fiorentino ad ogni richiesta del papa. Giunse il vicerè a Roma agli ultimi di luglio con cento cavalli e mille archibusieri, e s'alloggiò in Borgo nel palazzo Salviati.
Venuto a parlamento con S. S. vi fu molto che fare prima che si mettessero d'accordo.
Al papa, di natura stretto e sospettoso, parea fatica lo spendere e l'anticipar sussidj; il principe vicerè, persona altiera, non potea patire che si procedesse con tanta miseria in un'impresa così importante. Convennero finalmente nelle somme da sborsarsi dalla Camera Apostolica, ed il principe andò all'Aquila ove era rimasto l'esercito guidato da Gian d'Urbino, per farlo muovere verso Fuligno ove si dovea far la massa.
In questo tempo Roma commossa dagli apparecchi d'una tal guerra s'andava empiendo di genti d'arme. Spagnuoli, Tedeschi ed Italiani, soldati di ventura, s'arruolavano a torme tratti dalla cupidigia di saccheggiar Firenze. Si tenevano tanto sicuri del fatto (e seguitiamo a lodare il buon tempo antico!) che v'ebbe di quelli i quali essendo citati in giudizio, e dubitando per questo ritardo di non giungere in tempo, protestarono agli avversarj loro pei danni ed interessi del non trovarsi al sacco di Firenze.
Il papa sentendosi offeso perchè la repubblica avea mandati ambasciatori all'Imperatore e non a lui, si mostrava tanto infiammato a volersi vendicare che non v'era chi ardisse tentar di placarlo. Due soli cittadini fiorentini, Jacopo Salviati e Roberto Pucci, gli parlarono a viso aperto, facendogli considerare a quanto rischio mettesse la sua patria, ed a quanta infamia esponesse se stesso.
Ma Clemente s'era fatto a credere che i Fiorentini fossero per piegarsi, prima d'esser ridotti agli estremi, nè si distolse punto dal suo proposito.
Per cura del principe d'Orange l'esercito si trovò presto riunito nelle pianure intorno a Fuligno, in numero di trentacinquemila fanti, e circa milledugento cavalli. Tra questi si trovavano i tedeschi condotti in Italia da Giorgio di Frondsberg, o per dir meglio quelli avanzati alla guerra, alla peste di Roma, ed alla fame di Napoli, soldati veterani, valentissimi.
I primi signori e condottieri d'Italia guidavano queste genti. Tra principali capitani si contavano D. Ferrante Gonzaga fratello del marchese di Mantova, Pier Luigi Farnese, Giovanni Battista Savello Marzio, Piero, Sciarra Colonna, il conte Pier Maria Rossi di S. Secondo di Parma, Alessandro Vitelli da Città di Castello, Braccio e Sforza Baglioni: più tardi sopravvenne il marchese del Vasto monsignor Ascalino Astigiano, e Giovanni da Sassatello, il quale avendo preso soldo da' Fiorentini pensò bene senza render loro i danari di condurre i suoi tremila soldati al campo d'Orange.
Fabrizio Maramaldo di nazione sardo senza esser nè condotto, nè chiamato a servir l'Imperatore, predava intanto e taglieggiava sul Sanese, e su quel di Volterra con tremila più malandrini che soldati.
Questo era il bell'ordine di guerreggiare che s'usava in quel tempo.
Perugia, Cortona, Arezzo caddero presto in mano degl'Imperiali che per il Val d'Arno di sopra scendevano senza grandi ostacoli verso Firenze.
I progressi del nemico avevano alquanto commosso gli animi di molti cittadini, e la parte de' moderati riuscì a persuadere che si mandassero oratori al papa. Si condussero a lui con gran difficoltà essendo rotte le strade, chiusi i passi, e corso il contado da saccomanni.
La risposta di Clemente fu che «trattandosi dell'onor suo voleva che i Fiorentini si rimettessero in lui liberamente, e poi mostrerebbe a tutto il mondo, ch'egli era fiorentino anch'egli, ed amava la patria sua.»
Tosto che l'esito di questa legazione fu noto in Firenze, gli animi di tutti, deposto ogni pensiero d'accordo, si volsero a crescer le munizioni ed a rinforzar le difese.
I lavori delle mura che erano già molto innanzi si proseguirono con maggior alacrità, massimamente quelli intorno al bastione di S. Miniato, ed il gonfaloniere in persona li sollecitava con incredibile diligenza.
Quando il sole era tramontato si continuava l'opera tutta la notte al lume de' torchi.
Agli operai ed a marrajuoli s'univano i soldati, i giovani, le donne, i vecchi, i fanciulli, ingegnandosi ognuno d'ajutare fin dove giungevan le forze trasportando terra, sassi, fascine, mettendosi a gara ai servigi più vili e più faticosi con quella fiera allegrezza che si desta all'avvicinarsi di grandissimi pericoli, in chi sa d'incontrarli per la giustizia.
In breve le fortificazioni si trovarono condotte a termine d'essere inespugnabili per un esercito di quei tempi.
A misura che il pericolo s'avvicinava la parte de' Piagnoni diveniva più rigida contro i Palleschi. Molti di questi delle prime case di Firenze s'erano fuggiti spaventati dai pericoli dell'assedio, o dalle persecuzioni de' loro avversarj, i quali li accusavano ai magistrati, gli oltraggiavano per le piazze e per le vie, e spesso avean tentato di manometterli.
Dante da Castiglione, giovane feroce, ardentissimo, il Sorrignone, Cardinale Rucellai, Pietro Poldo dei Pazzi, Domenico Boni ed altri della setta nemica ai Medici, avean piena la città di queste loro insolenze e dicendo pugnare per la libertà, erano i primi a distruggerla.
Gli uomini savii che pur conoscevano quanto simili modi fosser contrarj al viver libero, ciò non ostante li comportavano per non parer freddi, e venivan così strascinati da questi più furibondi, a prender partiti violenti ed estremi.