Niccolò de' Lapi; ovvero, i Palleschi e i Piagnoni

Part 45

Chapter 453,905 wordsPublic domain

--Oh! traditore poi!.... traditore il mio Troilo!... Oh babbo! perchè dir quest'orrore?.... ed in questi momenti?--

Alla fine anch'essa lo vide, ed era sempre al luogo, e nell'atto, e col viso medesimo, e quell'impressione che n'avea ricevuta Niccolò, quel pensiero, quella certezza istessa invase la Lisa, che provò il brivido della morte all'aspetto di quel ceffo sfigurato, e dovette torcerne il volto turandosi colla mano gli occhi, ma non pertanto vincendo tosto quel primo moto, e ritornando a sperare, gli diceva piangendo, senza guardarlo, se non tratto tratto alla sfuggita:

--Oh Troilo!.... vieni.... parla.... non senti? non udisti?.... Perchè star là ritto?... che mistero c'è sotto!.... Oh Troilo, Troilo! possibile che la tua Lisa disperata non ottenga pur una parola?...--

Ed alla fine, con impeto d'indicibile smania, esclamava:

--Ma sciagurato! dì almeno che è vero!.... che sei traditore.... uscirò almen d'incertezza!....--

Per sola risposta, Troilo si strinse nelle spalle, s'allontanò, e presto si confuse colle ombre della notte.

Lisa si fece bianca e fredda come un marmo, le cadder le braccia, e disse anch'essa:

--Era un traditore!....--

E lasciandosi andare come morta a piedi di Niccolò, colle fronte sulla terra, diceva con voce spenta:

--Ed io, scellerata, son cagione di tutto!--

--È vero pur troppo!--

Rispose il vecchio; ed i soldati cui riusciva oramai troppo grave esser testimoni di cotale scena, si mossero conducendo i prigioni verso la casa d'onde poco innanzi erano usciti.

Mentre camminavano, Maurizio, che veniva accanto a Lamberto, gli disse sottovoce con un sospiro:

--Ricortare quella sera! Io ticeva non pefere! Non pefer fine per far pace con messer Droile!.... Star tratitore! Hafefa racione pofere Maurizie?--

E Lamberto:--L'avevi pur troppo!--

Ricondotti così alla loro casa, Niccolò fu rinchiuso in una camera, le giovani in un'altra, ed in una terza gli uomini, guardati diligentemente da molti armati finchè venisse l'ora d'avviarsi tutti verso Firenze.

Il colpo era fatto: Niccolò preso, ed il capitano di questa nobil fazione, messer Benedetto de' Nobili, che nascosto dietro le spalle de' suoi avea gridato: «voi siete prigioni del papa» perchè non s'era fatto innanzi, perchè non s'era mostrato? Perchè il codardo non avea avuto ardire d'affrontare lo sguardo di Niccolò, come neppure a Troilo n'era bastata la vista. Sia lodato Iddio, che al cospetto di certi uomini, la fronte de' ribaldi venduti ai potenti, dovrà, sinchè duri il mondo, cader sempre nel fango!

Ora che i prigioni eran rinchiusi e ben guardati, nè v'era il rischio d'incontrarsi con loro, entrarono in casa i due traditori, ed era con essi Selvaggia, alla quale non ci regge l'animo apporre l'istessa taccia, sin che non abbiano i suoi portamenti palesato interamente l'animo suo. E ad ogni modo, che non si perdona ad un amor come quello che la consumava, e che piuttosto dovrebbe dirsi delirio, furore o pazzia? Tanto più se si ponga mente al lungo e disperato soffrire di quella poveretta, all'offese, agli scherni, allo sprezzo, che era stato il solo suo pane (se è lecita l'espressione) dacchè avea aperto gli occhi alla luce, il cuore agli affetti? Pur troppo cotali anime entrando nel mondo recan seco loro i semi d'eroiche virtù e di tremendi delitti. I casi, gli uomini ne' quali s'imbattono, suscitano l'une o gli altri. Quindi virtù o vizio, felicità o sventura.

Sappiamo qual parte fosse toccata a Selvaggia, che votato il calice della sventura sino alla feccia dovea morir nello strazio, se una potente speranza non l'avesse tenuta viva, quella della vendetta. Per questa sola essa sosteneva la vita, pensava, agiva, si moveva, da quella terribil notte, ove sulla strada d'Empoli avea per l'ultima volta veduto Lamberto: l'avea pensata, combinata alla lunga nel segreto del cuore, nel silenzio delle notti senza sonno, nelle lunghe ore ove o fosse in quiete, o in trambusti, tra la moltitudine, o lontana da tutti, era sempre sola con quel suo perenne ed immoto pensiero, che le splendeva alla mente quasi torbida stella in un'immensità tenebrosa.

Volea vendetta, l'infelice! E l'avea a suo grand'agio meditata, e poi scelta quale, raro o mai, fu immaginata da cuore umano; l'avea, per dir così, nutricata, e con mille cure, mille stenti, condotta al punto di vederla compiuta. Il momento era giunto.

Intorno alla tavola sulla quale era ancora non tocca la cenetta apparecchiata pei poveri presi, sedettero messer Benedetto, Troilo e Selvaggia. Il primo, per guardarsi il meglio che poteva dai rischi che avrebbe forse incontrati in quest'impresa, s'era tutto inferrucciato di maglia, e di pezzi d'armatura, con un petto ed uno schienale, che sulle spalle e sotto l'ascelle, per virtù di buone coregge, eran venuti bene o male a congiungersi e star a dovere: ma ai fianchi, con tre braccia in giro di pancia, erano stati scherzi a volerli far entrar nell'incastro, e rimanevano aperti, lontani un palmo l'un dall'altro, tantochè sui lati gli sarebbero stati di poca difesa. Ora poi, pel disagio, pel caldo che era grandissimo, benchè fosse notte, il ribaldo vecchio non ne poteva più e gli pareva d'aver indosso una montagna. Si cavò una cervelliera tutta bozze e rugginosa, e colle guance pallide e vizze, s'asciugava il sudore, gonfiando le gote e soffiando. Selvaggia, coperta del lucente arnese d'un uomo d'arme, non dava segno veruno di stanchezza: teneva i gomiti sulla tavola, e soprappensiero la veniva scheggiando con un coltello che s'era trovato sotto mano. Troilo, armato alla leggiera d'un picciol giaco, aveva un viso livido ed uno spavento negli occhi che metteva ribrezzo. Ma volea parer franco; parer più franco ribaldo del suo compagno, ed arrabbiava in cuore, vedendo che costui non mostrava sul suo viso di collo torto, verun'altra alterazione se non quella prodotta dalla fatica e dal caldo. Alfine, conoscendo che il suo aspetto lo tradiva, s'attaccò ad un fiasco, bevette, e pensando di volger la cosa in ischerzo, levò una risata grandissima, e che troppo appariva studiata, dicendo:

--Sapete che mi vien in capo, messer Benedetto?--vi ricordate quella notte alla buca di S. Girolamo, quando vi toccai sul groppone con quelle funicelle... e fu per isbaglio, vedete!... buon per voi allora se foste stato come siete adesso, con quell'arme indosso che parete un paladin di Francia!--

--Così ci fuss'io ora alla buca, e non fossi qui:--rispose il vecchio ipocrita, che al contrario di Troilo, non provando senso veruno d'umanità, si studiava di simularne l'apparenza, con quella diversità che corre tra il birbone novizio ed il matricolato.

--Queste scene mi fauno male! proseguiva con un viso compunto.... Quel povero Niccolò! quella povera famiglia!....--

Poi con un gran sospiro:

--Ah! la ragion di stato è pur la terribil cosa! Ed il servire ad essa, servire alle leggi ed all'ordine costa di gran sacrifici!--

La presenza di Selvaggia e di alcuni soldati, che ritti sull'uscio guardavan l'entrata, persuase forse il Nobili a parlar così. Ma aveva da far con Troilo, che rifacendo il suo viso, la sua voce ed il suo sospiro, rispondeva:

--Eh! vi compatisco, povero messer Benedetto! Sono una gran cosa que' bei sacchetti di ducati di sole.... voglio dir le leggi, e l'ordine e la ragione distato.... mi scordo nulla? il Nobili si scontorse e fece a Troilo cenno coll'occhio, quasi dicesse: «costoro ci odono» e chiedesse mercè. Ma Troilo, che si sentiva in quel momento pieno d'un inesplicabil veleno, come accade a chi è costretto odiare e sprezzar sè stesso, ed avea bisogno di darsi un qualche sfogo, proseguiva con perfido riso:

--Messer Benedetto mio caro! vo' siete già stracco e rifinito come un asino d'un mugnajo, e volete torre quest'altro disagio di tenervi sul viso quella maschera d'uom dabbene.... E se vedeste come siete sudato! vi goccian le gote come una pentola risciaquata! voi v'ammalerete. Già è inutile, vedete. Fate come fo io: sono un ribaldo, e lo dico. Sono un traditore; e che perciò! E gran capitani e re e papi e imperatori lo sono altrettanto e peggio, quando non trovano altra via. Fo i fatti miei come posso anch'io, e chi ne vuol venga avanti. Dico bene, Selvaggia?--

Ed alzandosi, non più col viso piacevole e in solo scherzo, ma a un tratto mutato in un piglio rabbioso, fedel ritratto dell'inferno che avea nel cuore, passeggiava pel salotto, e diceva, mezzo fremendo:

--Io non posso patir questi bacchettoni.... questi serpenti colla faccia d'angeli.... chi gli abbia a saper grado di cotesta fatica, non si sa, nè Cristo, nè diavolo certo!....--

E seguiva a passeggiare sbuffando e brontolando tra' denti.

Selvaggia, poco o nulla gli badava. Il Nobili, mezzo sbigottito di quell'ira così subita e senza cagione, gli diceva, guardandolo con maraviglia:

--Oh! che cosa c'entra ora quest'adirarsi?--

Troilo gli si volse come una vipera; poi, tosto avvedendosi quanto quella sua rabbia desse in non nulla, e lo rendesse ridicolo, scoppiò in una grandissima risata sguajata e convulsa, e versando al Nobili un bicchier pieno colmo di vino glielo presentò, canterellando una canzoncina; il vecchio lo accettò, dicendo:

--Va, va che n'hai un ramo!--e bevette.

Entrò in quella Michele, il famiglio di Troilo, che era venuto colla squadra guidata da messer Benedetto, dicendo:

--C'è su vostra moglie....--

--Ci mancherebbe quest'altra! che avessi moglie!--disse Troilo ridendo.

--C'è dunque M. Lisa che non si sa più come farne bene! è buttata in terra come uno straccio in un angolo, cogli occhi fissi, stravolti, pare smemorata, e bada a dire che vuol voi, che vuol parlar con voi, e non le si può cavar altro di bocca, e la sorella e la fante le stanno d'intorno, ma pare che non capisca, e non senta, e non si può conoscere che mal le abbia preso.--

--Le ha preso il canchero, che Dio ti dia, ribaldo poltrone!--disse Troilo avventandosi col pugno chiuso al servo, che presto si ritrasse ed uscì, e Troilo gli seguiva a gridar dietro:

--Chi t? ha detto di venirmi a rompere il brutt'impiccato! son io medico o speziale? Son atto forse a guarir le donne del mal di corpo? Maladetta l'ora che mi venisti tra piedi? È curiosa quest'altra.... Michele, Michele!--- gridò sempre più invelenito, e Michele ricomparve.

--Di' a lei, e di' a tutti coloro lassù, che noi facciamo quel che ci è stato ordinato da' nostri maggiori.... e ce ne duole insino al cuore.... ma non si può fare altrimenti.... e va all'inferno.... e non esser più ardito di capitarmi d'innanzi se non ti chiamo. Michele sparve, e Troilo ricorse al fiasco. Il disgraziato voleva uscir di sè, per cessare un momento il tormento insoffribile che lo rodeva. Bevette, tacque, stette un poco sopra pensieri, poi a un tratto, disse con ismania:

--Si può saper almeno che ora sia? Che notte eterna! non v'è oriuolo sul campanile, non batton mai l'ore in questa maladetta terra?--

Un soldato ch'era sull'uscio, disse:

--Alle corde v'hanno impiccato quattro Cancellieri per contrappeso, ed ora toccano in terra co' piedi, e l'oriuolo è fermo.--

Cert'altri soldati, che dormicchiavano buttati sulla paglia nel cortiletto, risero, borbottarono non so che motteggi, e tutto di nuovo fu silenzio. Il lume che ardeva sulla tavola s'impallidiva, e si facea piccino per mancanza d'olio.

Messer Benedetto s'era accomodato in un angolo, e fattosi con un pastrano un po' di guanciale, russava, e russavan molti in cortile, per le scale e per istrada, chè era quell'ora presso l'alba in cui è più invincibile il sonno. Selvaggia, col capo tra le mani, non si sapea se vegliasse o dormisse. E Troilo, che col bere avea sperato cacciare i pensieri tremendi che l'infestavano, gli avea invece, e di giunta, resi più incomposti e spaventosi, si sentiva la mente turbata e sconvolta da mille strane ed enormi immaginazioni, per le quali gli parea vedersi passar innanzi gli occhi mille paurose e sfuggevoli forme, che gli empievano l'animo d'un nuovo e puerile terrore.

La quiete che l'attorniava, la torbida luce della lucerna morente, lo funestavano: drizzava con istudiata violenza il pensiero ai guadagni che avea sperati dal suo delitto, pensava: «domani a quest'ora avrò quello che ho tanto desiderato, avrò Laudomia, potrò farne il piacer mio! poi i Medici mi faranno grande, ricco, vivrò splendido ed onorato!» Ma queste immagini a un tratto avean per esso perduto ogni colore, ogni vita, non altrimenti che se fossero state fallaci larve, evocate da un genio malefico soltanto per allucinarlo e trarlo al delitto.

Arrabbiava vedendo messer Benedetto dormir riposato, e pensava: «Egli è pur maggior ribaldo di me! Non è più bravo di me, non ha più animo... eppure... eccolo là, russa come un majale, come avesse condotta a fine un'opera santa!»

In ultimo, impazientito, rabbioso di trovarsi cotanto vile, diceva: «Eh, via, ella è pur la gran fanciullaggine! pensiamo a metterci in via, e col sole spariranno quest'ubbie di femminelle» ed accostandosi risolutamente al Nobili, lo tirò pel braccio, dicendo:

--Animo! non è più tempo di dormire, e bisogna dar ordine ad avviarsi.--

Il vecchio si risentì, e mettendo il respiro lungo lungo due o tre volte, stropicciandosi gli occhi, e dicendo: «ohi! ohi!» nel primo moversi, chè la mala positura e la pressione dell'arme l'avean tutto indolentito, pur si rizzò, e presto fu interamente desto.

Selvaggia anch'essa, che in tutta la notte non avea mai profferita parola, s'accostò, e sedette alla tavola con loro; i soldati si svegliarono, i cavallari si diedero ad ammannire le bestie, ed intanto una arietta fresca e montanina, che, entrando per la finestra, spense l'ultimo raggio della lucerna, annunciava vicina l'aurora.

--Orsù, disse Troilo, ho pensato che i prigioni gli avviamo innanzi accompagnati da' nostri uomini e da que' villani Panciatichi. A voi non piaccion le scene.... avete detto. A me non piaccion piagnistei. Noi verremo dietro col nostro comodo, già la montagna è sicura da' Cancellieri, e non v'è dubbio di nulla. Quando sarem verso Prato, voi, messer Benedetto, v'avvierete a Firenze, e ne menerete con voi Fanfulla, Bindo, Maurizio e la Lisa colla fante, che rimanderete a casa, al fatto suo ho già provveduto. Non le mancherà pane. Son gentiluomo, e so quali modi si debbon tenere... Selvaggia ed io prenderemo a man manca, e andremo alla villa di messer Baccio con Laudomia e Lamberto,--con ambedue abbiamo a discorrere.... e non dubitare Selvaggia, che di vendetta io te ne satollerò, purchè ad ogni accidente tu mi tenga il fermo.--

--Di questo non istate in pensiero, rispose con parlar tronco la donna: poi riprese, ma se date retta a me condurrete con noi anche Fanfulla cogli altri due invece di mandarli a Firenze. Se vi vanno, saranno messi in libertà probabilmente, chè il reggimento vuol Niccolò e non loro, ed appena sciolti, loro primo pensiero sarà mettersi in traccia di noi. Sapete che anime sono.... Fanfulla pel primo... io ve lo volli avvertire.--

--E troppo facesti bene! Oh! vedi, pazzo ch'io ero, non v'avevo posto mente! e se non eri tu potea succeder una bella danza. È vero che essi son quattro, e noi con Michele tre: ma essi son legati e senz'arme, e noi armati.... potremmo condur con noi uno o due di questi soldati... ma... a dirtela.... meno siamo e più l'ho caro.... ed in certi casi, quando si può far a meno d'aver testimonj, è sempre meglio... No, no, soli tra noi! Eh, diavolo, sarebbe una vergogna!.... Ehi, Michele! (gridò chiamandolo) portami dell'acqua!.... non so.... mi sento stonato.... che sia quel maladetto vino... mi sento un'arsura!.... sarem fuori una volta di queste maledette mura!--

Venne l'acqua, bevve, e si rinfrescò il viso, ed intanto i loro cavalli erano comparsi all'uscio. Troilo, il Nobili e Selvaggia si misero in sella, e lasciato l'ordine agli uomini d'arme ed a Michele del modo che dovean tenere nell'avviare i prigioni, voltarono per le strette vie di Gavinana in un luogo fuor di mano, di dove potean scoprire quando questi si fossero messi in istrada, con animo poi di venirli seguitando alla lontana.

CAPITOLO XXXV.

La strada che da Pistoja conduce a Firenze, passando per Prato, si mantiene quasi sempre a breve distanza dal piede di quella catena di monti, che chiude a tramontana la valle dell'Arno. I molti gioghi che si diramano dalle vette sassose ed aride dell'Appenino, scendono a grado a grado sino alla pianura, formando dapprima dirupati e tortuosi burroni, poi fresche vallette ombreggiate da folti castagni, e s'allargano alla fine in ondulate convalli ricche d'ulivi e di vigne, tra le quali biancheggiano, sparse per la costa, ville e casali. Le falde di cotesti gioghi, che s'estendono quali più quali meno nel piano, ora si perdono insensibilmente con un dolce pendìo, ora a guisa di promontorj vi si scoscendono con angoli risoluti. A tre miglia da Prato, sovra un poggetto isolato, sta M. Murlo, castello degli Strozzi, d'onde messer Filippo e Baccio Valori, alcuni anni dopo l'epoca che trattiamo, furon condotti, questi al boja, quello al carcere, che aveva co' suoi danari ajutato edificare, e dov'ebbe al fine volontaria tomba. Così (in questo mondo, se non nell'altro) saldarono il conto che aveano colla patria tradita da loro.

Passato M. Murlo, s'interna verso i monti un largo seno a guisa d'anfiteatro, e vi siede nel fondo, assai bene elevata sul piano, la villa che allora era di Baccio Valori, oggi della famiglia Tempj, nominata il Barone. A quel punto della strada maestra, d'onde si comincia a scoprire M. Murlo, giunse la compagnia che conduceva Niccolò cogli altri prigioni, l'indomani della loro partenza di Gavinana quando, già tramontato il sole da una mezz'ora, si spandean per l'aria i tocchi delle campane, che ora di qua, ora di là, nelle circostanti terre, sonavan l'avemaria. Quali pensieri sorgessero ne' cuori de' nostri afflitti all'udir quel suono, può immaginarlo chi è capace di sentir la soave ed affettuosa bellezza di questi versi:

Era quell'ora che volge il disio De' naviganti, e intenerisce il cuore Lo dì ch'han detto ai dolci amici addio. E che 'l novello pellegrin, d'amore Punge, s'egli ode squilla di lontano Che paja il giorno pianger che si muore....

Ed all'orecchio dei nostri traditi quel suono dovea sembrar compianto di ben altre sventure!

Camminavan taciti, stanchi, il vecchio e le donne più degli altri, per la lunga via, per il materiale disagio, e per le agitazioni del cuore; e da quelli che li conducevano eran tenuti scostati gli uni dagli altri, cosicchè neppure avean il conforto reciproco degli sguardi e delle parole.

Troilo, che veniva indietro con messer Benedetto, parendogli giunto il tempo di separarsi, si fermò con Selvaggia, e, dato un cenno del quale era d'accordo co' suoi uomini, si fermarono anche costoro tenendosi in mezzo Laudomia, Lamberto, Maurizio, Bindo e Fanfulla; Niccolò, la Lisa e M. Fede proseguiron, senza avvedersi di nulla, verso Firenze, ed il Nobili, punto il ronzino, presto gli ebbe raggiunti.

Troilo, che non voleva i suoi prigioni sapessero ov'eran condotti, avea dato a Michele gli ordini opportuni, cosicchè non appena fermati, ebber bendati gli occhi; furon fatti smontare (salvo Laudomia alla quale si contentarono di coprir gli occhi) ed i loro cavalli venner condotti da uno di que' ribaldi alla truppa che andava innanzi con Niccolò. A queste operazioni, che non presagivan nulla di buono, i prigioni non fecer contrasto, non opposer difesa. Che potean essi fare? Avean le braccia strette sul petto da funi avvolte a molti giri, e neppur vollero far allegri i loro nemici con impotenti furori. Tacevano, ed aspettavano la morte, chè al certo credettero si volesse lasciarli scannati in un qualche fosso. Sentirono invece mani che, tastandoli per la persona, tentavano le funi, ne stringevano e raddoppiavano i nodi. Coi capi delle corde vennero poi legati tutti insieme, due innanzi, due dietro: una voce gridò _camminate_! e s'avviarono. Michele conduceva a mano il cavallo di Laudomia. Alcuni uomini della compagnia eran rimasti per ajutare questi apparecchi: finiti che furono, Troilo gli licenziò, e anch'essi se n'andarono e raggiunsero i primi.

Troilo co' suoi, giunti dopo un cinquanta passi al ponte alle Troje (è brutto il nome, ma non è colpa nostra) ove, per condursi al barone, conveniva lasciar la strada maestra, e passato il ponte, prender a mancina per una via stretta, Troilo, dico, ordinò a Michele che, fermati i prigioni, desse loro due o tre giravolte, onde perdessero la direzione, ed il medesimo fu fatto al cavallo di Laudomia. Poi rimessisi in via, dopo un'ora di cammino giunsero al cancello della villa. Era notte chiusa affatto.

Due grossi mastini udito il calpestio si gettarono con furore alle sbarre ringhiando e latrando, ma una figura comparsa di dentro entrò tra loro e 'l cancello, li cacciò a calci, dicendo, con voce bassa e concitata «Alla cuccia Grifone!...in casa subito. Alano!» ed i cani brontolando nella strozza pur si ritrassero. Fu aperto il cancello, entraron tutti, ed i bendati udiron il suono tronco e sonante de' battenti che si richiudevano. Seguitarono innanzi, ed intanto Troilo e Selvaggia si fermarono con quello che gli avea introdotti; custode ora della villa, malandrino un tempo, salvato dal padrone dalla taglia del capo.

--Benvenuto Signoria! disse costui, messer Baccio m'ha mandato un uomo apposta per avvisarmi che voi venivi, e ch'io v'avessi ad ubbidir in tutto. Comandate dunque. Io intanto ho apparecchiato il meglio che potevo. Ma in questi luoghi c'è da star male. V'adatterete.--

--Eh! di poco abbiam bisogno.... Oh! prima di tutto, come ti chiami, valentuomo.--

--Mio padre, che tenea osteria in Maremma.. verso Vada.... non sarete pratico?..... quell'osteria che si chiama la Forca de' Preti?.... mi fece battezzare per Giovanni. Poi fui colla famiglia del bargello di Pisa, e mi chiamavano il _Caporal tempo cattivo_. Ora questi contadini, quando non mi stanno sotto mano, mi dicon _lo sbirretto_, quando fanno motto con me, mi dicon ser Vanni. A voi, quel che vi par migliore.--

--Dunque ser Vanni mio, disse Troilo sorridendo, io son venuto a star con te un giorno... al più due. Prima d'ogn'altra cosa, vi sarebbe una stanza, una cantina, un buco, ove fosser buone porte e buone ferrate per chiuder costoro che hai visto passare, e son legati come salami, se non te ne fossi avveduto?--

--Eh, ne volete delle camere a uso carcere! non vedete?... il palazzo da cap'a piede è tutt'una prigione, e' pare il mastio di Volterra.

--Bene. E una. Poi, hai veduto? v'era una gentildonna a cavallo. A costei la miglior camera e 'l miglior letto, insomma, il meglio che tu hai.--

--Eh! non c'è altro che metterla nel camerone giallo, dove stava la nonna di messer Baccio, almeno così ho inteso dire da certi vecchi qui intorno.... anzi, dicon che ci si sente[71].... io per me non m'avvidi mai di nulla.... è vero ch'io non ci dormo, e sto nella casa del contadino qui un pò discosto. Pure raccontano una certa diavoleria di questa signora a' tempi di Cosimo il vecchio, d'un pievano che veniva per casa, e un bel giorno scomparve, e voglion che per gelosia costei lo chiudesse giù in una fossa ne' fondamenti; e da una gola di trabocchetto che metteva in camera sua gli calava con una fune un pò di pan muffito, e poi non gli calò più nulla.... e tant'anni dopo devon averlo trovato con le mani tutte rosicchiate, secco, stirato come la camicia d'una cicala.... e ora dicon che la notte di S. Giovanni li vedon tutt'a due a far il giro del ballatojo sotto i merli, e poi tombolano giù in quella fossa.--

--Poco male se non c'è altro, che di qua a San Giovanni c'è tempo. Ora dunque pensiamo a racchiuder costoro, e raccapezza qualche cosa da dar loro mangiare, ch'io non intendo usar con essi come la nonna col prete.... saette! non vorrei io pure, quando fossi morto, aver a ballar il trescone su pe' merli con esso loro alle coste.--