Niccolò de' Lapi; ovvero, i Palleschi e i Piagnoni
Part 44
La compagnia, che gli aspettava a S. Donato, s'era intanto congiunta con loro, senza strepito o voce nessuna, e quei poveri popolani, stimandosi beati di poter difendere e condurre in salvo Niccolò, venivan di buon passo, senza curarsi del disagio, nè del pericolo, finchè, dopo quattr'ore di viaggio, giunsero a Prato. Girate le mura e ritrovata la strada di Pistoja, volle Niccolò fermarsi e lasciare che chi veniva a piedi si riposasse, ma costoro non lo soffersero, e fattisi in molti intorno al suo cavallo, lo pregarono riprendesse pure il viaggio (chè ogni ritardo poteva esser pericoloso) affermando non esser in verun modo stracchi, ed in fatti non eran uomini che facilmente si lasciassero vincere dalla fatica.
Così camminando tutta la notte si trovarono verso l'alba presso la porta di Pistoja, ed oramai bisognava agli uomini ed alle bestie conceder cibo e riposo. Prendendo a destra per certi tragetti, riuscirono al di là della terra verso la montagna, sulla via di Modena, ove, mettendosi pe' campi, trovarono un seno del poggio assai ben nascosto da cespugli e da gruppi foltissimi di castagni, tra i quali entrati in quella appunto che si faceva loro il dì chiaro addosso, scavalcaron tutti, e per cura de' giovani e di Fanfulla vennero presto disposte in terra coltri e mantelli, tantochè alle donne ed al vecchio facessero un poco di letto.
Quivi si riposarono tutto quel giorno, e rinfrescatisi il meglio che potettero, verso sera parve a Niccolò riprendere il viaggio. Prima però di avviarsi, chiamati intorno a sè quelli che gli avean sin qui servito così amorevolmente di guardia e di compagnia, e pe' quali non pochi aveano in animo di passare innanzi, disse loro:
«Figliuoli miei, è giunta l'ora che noi ci dobbiam lasciare. Che posso io dirvi se non che io vi ringrazio e vi porto meco nel cuore, e non mai ne' pochi giorni che m'avanzan di vita mi scorderò della cortesia, dell'amore che m'avete dimostro? Se e vero che la benedizione d'un vecchio venga raffermata da Dio, io ve la do questa benedizione, ed egli sa con che cuore! io, povero vecchio, non posso in altro modo rimeritarvi.... Ora tornate alle case vostre.... a quella patria venerata e santa ch'io non debbo riveder più, e che voi certamente rivedrete un giorno libera e felice.... la sera, quando farete l'orazioni co' vostri figliuoli, pregate anche per Niccolò, pregate pe' miei figliuoli morti in questa guerra.... io sarò sotterra, in paesi lontani.... ma la mia memoria sarà tra voi, sarà viva in questa patria per la quale non venni fatto degno di poter morire.... ecco l'ultimo mio desiderio, l'ultima speranza che mi rimane.... E Dio vi benedica tutti, e addio per sempre.»--
Queste parole vennero pronunziate da Niccolò con voce vacillante per la commozione che provava, mentre già era a cavallo con tutti i suoi; finito il dire allentò la briglia, volse un'ultima occhiata a quelli che rimanevano, e che immoti ed attoniti fissavano in esso gli sguardi, ed alzando la mano in segno di saluto, o forse accennando il cielo, prese la via tra gli alberi, e si tolse dagli occhi loro.
Ritrovata la strada maestra, principiarono a salire, sinchè scavalcato il giogo si trovarono nella valle del Reno, dalla quale, dopo breve tratto, volgendosi a mano manca, e venuti sulle cime dell'Oppio, s'aprì loro d'avanti la bella valle ove giace S. Marcello e Gavinana, e che può dirsi il cuore della montagna di Pistoja.
Chi visita ai dì nostri codesto paese non vi trova se non amenità di luogo, pace, ricchezza e cortesia tra gli abitanti. Il tempo, che tante cose guasta, taluna pur ne migliora, ed ha quivi spento del tutto gli antichi furori di parte, e cancellatane persin la memoria[68]. Le braccia che avanzano all'agricoltura trovano come adoperarsi nel lavorìo delle cartiere stabilite da una casa che rammenta uno de' primi nomi delle lettere italiane[69], ed impiega le sue ricchezze nel modo il più nobile, perchè il più utile all'universale. Quest'industria, ed i varj traffici, rendono codesti popoli operosi ed agiati, e perciò felici e tranquilli.
Troppo diversamente andavan le cose all'epoca della nostra istoria, e non avrà dimenticato il lettore le dolorose e crudeli vicende di S. Marcello, nè la furibonda rabbia da' Cancellieri. Dopo quel fatto, rotto il Ferruccio, eran mutate le parti e le fortune, e con impeto e rabbia altrettanta, e maggiore, aveano i Panciatichi sopraffatti, perseguitati e distrutti i loro nemici, rovinandone, ardendone persino le case e le messi, ed i nostri viaggiatori, benchè fosse notte, presto scopersero i segni di quelle devastazioni.
Qua eran viti sbarbate, alberi fruttiferi rovesciati, o segati al pedale; là un campo ov'era stato messo il fuoco, nero, arsiccio, coperto di ceneri; ora un tugurio arso, e del quale non avanzavano che i quattro muri, ora qualche casa di gente più agiata depredata da saccomanni, parte rovinata, colle porte sconfitte, sgangherate; rotte l'invetriate, scontorte e pendenti le imposte, se pur taluna ve n'era rimasta, tutto poi desolato, silenzioso, voto d'abitatori; e questi, Dio sa che fine avean fatta! se erano stati morti, se avean potuto scampare, se eran abbruciati, o sepolti sotto lo rovine a caso, e forse racchiusivi a bella posta onde sentissero lunga lunga la morte. Lamberto riconobbe i luoghi, le case che avea pochi giorni innanzi vedute, passando, in buon essere, e diceva a Niccolò:
--Ecco la vendetta di S. Marcello! La non s'è fatta aspettare.--
Mentre diceva queste parole, passavano appunto innanzi ad una casa peggio ridotta dell'altre, ed in molte parti diroccata, tantochè i mattoni, le travi, i calcinacci caduti, mezzo ingombravan la via, quando udirono da una buca a fior di terra d'una cantina, 'o legnaja che fosse, uscire un lamento fioco d'una voce che chiedeva misericordia per Dio!
Si fermaron tutti al momento. Scavalcaron Fanfulla, Lamberto e Bindo, e cacciandosi tra que' rottami, e chiamando spesso per potersi dirigere, ed udendo rispondersi quell'istesso lagno debole e spento, mentre Niccolò e le donne con aspettazione grandissima li stavan guardando, s'accorsero alla fine d'una figura umana che, strascinandosi a stento carpone fuor della buca, disse con voce che fece aggricciar le carni a tutti.
--Oh, bene, ammazzatemi! ch'io non reggo più a questi tormenti, ma prima un po' d'acqua per Dio.... Oh, l'acqua fresca, e poi morire!--
Presero quel disgraziato a braccia e lo portarono in mezzo alla strada, e Bindo corse al torrente Limestra, al quale eran vicini, e tornò coll'acqua, che quegli bevve avidamente, e lasciandosi cader il vaso delle mani alzò la fronte il meglio che potette, e disse per ringraziamento:
--Ora più non vi temo, ammazzatemi, e l'avrò caro.... che maladetti siate con tutta la parte Panciatica!--
E Lamberto, raffigurandolo, esclamò:
--Tu sei il capitan Melocchi!.... Oh! come sei tu qui?--
--Ah! rispose il moribondo (che tale oramai si potea dire), io v'avea tolto in iscambio, v'ho creduti una mano di Panciatichi.... La casa mia (proseguiva con tanta quanta la rabbia che potea esprimere in uno stato di tanta debolezza) la parte cancelliera è disfatta.... io ferito, tutto rotto e pesto, da quattro giorni vivo costà nascosto... ora i tormenti!.... la sete! Ho detto m'ammazzino, ma bere! Ah, che non l'hanno avuto il gusto que' cani di veder morire il Bravetto!....--
E rise. L'affanno dell'agonia cresceva.
--Oh.... se è vivo, mio cugino.... Giovanni... ditegli che è stato Piero che m'ha dato.... E.... si ricordi....--
Qui non si potè più capire che cosa dicesse, parve però pronunciasse la parola _ammazzarlo_, che gli si spense tra le labbra insieme colla vita.
Il cadavere venne tirato da canto, tanto che non venisse calpestato da' muli e da' cavalli che passassero. E la brigata riprese il suo viaggio, funestata, come può credersi, da questa brutta e disperata fine, e Lamberto disse:
--Tu non meritavi altra morte che codesta!--E Niccolò:
--Abbia Iddio, se è possibile, pietà di quel forsennato.--
Nè Lamberto, nè alcun altro di loro non conoscevano questo Giovanni nominato dal Melocchi: ma l'avessero anche conosciuto, sarebbero, come si può credere, stati poco disposti a fargli la perversa ambasciata.
CAPITOLO XXXIV.
Poco mancava alla mezzanotte quando la cavalcata giunse finalmente in Gavinana, alla casa che per contratto nuziale avea Niccolò concessa a Lamberto a titolo di dote, ed ove era giunto, un'ora prima, uno de' cavallari che gli accompagnavano affinchè, precedendo, destasse il fattore, facesse aprire ed apparecchiare tutto quanto bisognava.
Questo fattore dabbene, che era poco più d'un contadino, persona affezionata alla casa i Lapi, cui serviva sin da giovinetto; tenendo, com'è naturale, per la parte cancelliera, era stato a que' giorni offeso in varj modi dalla setta nemica, e salvatosi il meglio che avea potuto, viveva in continua paura; cosicchè ce ne volle prima che rispondesse, si persuadesse che realmente i suoi padroni stavan per giungere, e si fosse risoluto d'aprire, temendo d'una qualche trappola per entrargli in casa a svaligiarlo. Persuaso finalmente, aperse, e si diede con fretta grandissima ad ammannire una cosa, disporne un'altra, ajutato dalla moglie e da un garzonaccio tutto sonnacchioso, tantochè finalmente udì lo scalpitar de' cavalli, e corso giù per le scale trovò che i viaggiatori scavalcavano in un cortiletto, posto tra la casa e la pubblica via, separato da questa con un muro non troppo alto.
Quella sorridente ed officiosa premura che si dipinge sul volto d'ogni fattore nell'atto di far riverenza al padrone che giunge, sul viso di Matteo (chè così avea nome costui) era volta in altrettanta mestizia. Niccolò, senza entrar seco in molte parole, andò innanzi colla sua brigata in una saletta terrena ov'erano accesi i lumi, e che malgrado le cure del fattore serbava evidenti tracce di disordini recentemente accaduti. Al tanfo di racchiuso, solito alle stanze poco abitate, s'univa un odor di mosto o di vino: in terra macchie d'umido, rottami di stoviglie, chè il buon Matteo colto improvviso, non avea avuto tempo a spazzare: e sulla più larga parete, ov'era nel mezzo rozzamente dipinta l'impresa di Firenze, scudo bianco col giglio rosso, si vedean disegnate malamente col carbone le forche in modo, che il detto scudo occupasse il posto dell'impiccato. Sovr'esso, nell'atto di manigoldo, era figurato un uomo con una corona di imperatore sul capo, ed accanto, sulla scala ove suoi porsi il frate confortatore del giustiziato, un altro fantoccio che dal triregno si capiva dover rappresentare un papa, con chè l'ingegnoso artista avea voluto figurar l'imperatore Carlo V e papa Clemente VII, che d'accordo davan lo spaccio alla città di Firenze, ed in quest'opera, alla nobiltà del pensiero, corrispondeva pienamente quella del disegno. Attorno pe' muri era tutto imbrattato di parole scritte parimente col carbone in modo e con ortografia villanesca, e che dicevano--Viva le Palle!--Moja el marzocho--Parte Chancelliera, te porta el diavollo e la versiera ec.--
E mentre il vecchio accortosi di quest'insolenze le guardava con notabile alterazione di volto, il fattore diceva, tutto spaventato ancora, e quasi piangendo:
--Lo vedete, messere, que' ribaldi vituperati, come v'hanno conciata la casa?.... E s'io son vivo, è stato miracolo espresso di Dio.... chè abbiam vedute le gran cose a questi giorni!.... io credevo che fosse il finimondo!.... Prima, la rotta del Ferruccio, che in paese l'archibusate eran come gragnuola fitta.... poi, que' traditori Panciatichi a far il resto, e non c'è casa in Gavinana che non pianga; non c'è casa che non abbian rubata.... con ferite e morti di tanti poveretti.... già, credo io, non saranno rimaste qui insieme cento persone, chi è fuggito, chi è morto,.... e chi rimane sta in paura di peggio. Io non volli fuggire.... egli è pur obbligo mio guardarvi la roba vostra; e son venuti qui dentro a far gozzoviglia, ed hanno dato fondo a quanto ben di Dio c'era in casa.... e poi, ubbriachi come majali, picchiate a me, alla Caterina, e queste porcherie su pe' muri.... e sapete che mi hanno detto? «Quando tornerem qui, se troviamo che punto punto tu abbi tocco codesto muro, noi t'impiccherem per la gola dov'è questo scudo.» E però io, poverello, non son stato ardito di ripulirlo.
--Se tu non lo fosti, ben io lo sarò--disse Bindo dando di piglio con istizza ad una granata ch'era in un angolo, e disponendosi a cancellare quelle sozze figure, ma Niccolò lo rattenne dicendo:
--Noi partiamo, Bindo, e quest'uomo dabbene rimane; chi lo difenderebbe se que' ladroni venissero per fargli dispiacere?.... Ai vinti, gli oltraggi.... È questo il nostro pane oramai.... a non volerli patire bisognava saper vincere.... e noi non abbiam saputo.--
Il fattore ringraziò con uno sguardo Niccolò, e col cuore Iddio, chè veder Bindo colla granata in aria, ed aversi già lo spago al collo gli parea tutt'una cosa.
Era intanto comparsa la Caterina con qualche cosarella per cena: e chi non avesse saputo che la casa era andata a sacco, l'avrebbe indovinato vedendo quell'imbandigione, chè tutta consisteva in un'insalata, un pezzetto di cacio, e due pan neri, che l'uno neppur era intero. La povera donna, scura e macilenta in viso, cogli occhi gonfi e rossi apparecchiava, senza parlare, e metteva ogni tanto lunghi sospiri; e dopo quelle prime e brevi parole nessuno aprì più bocca, e rimaser pensosi sedendo su una spalliera che era tutt'in giro confitta nel muro; e questo silenzio parea tanto più mesto, chè nessuna voce, nessuno strepito s'udiva neppure al di fuori, benchè fossero nel cuor della terra, poco lontani di piazza. Il canto d'un gallo, o l'abbajar d'un cane avrebber almeno dato segno di cosa viva, ma quel desolato borgo aveva aspetto di cimitero; e tanto più parea tale, che il vento entrando per le finestre aperte portava un puzzo di sepoltura, del quale spiegò Matteo la cagione, dicendo:
--Dopo la battaglia eran in piazza meglio che 1200 morti: per non durar fatica a portarli fuori, gli hanno sotterrati costà dov'erano.... ma per far presto, non avranno indosso tre dita di terra.... Dio faccia che que' morti non ammazzino ora i pochi vivi, e non ci si metta la morìa!--
--E tra costoro, domandò Niccolò con impeto, sarebbe mai confuso il gran Ferruccio?--
--No, messere, egli è stato sepolto in disparte sotto la gronda del fianco della chiesa.
--Sapresti tu insegnarmi dove?--
--Io so quando voi vogliate; chè anch'io fui comandato con un monte di marrajuoli, ed ajutai cavar la fossa.--
--Menamici tosto. Venite figliuoli, che noi facciamo questo poco d'onore al maggior uomo che nascesse mai in Firenze.--
Rizzatosi il vecchio arditamente e senza mostrare stanchezza, uscì co' suoi e colle due giovani, chè anch'esse, benchè non richieste per riguardo alle fatiche sofferte, vollero venir a prostrarsi sull'onorata sepoltura. Matteo precedeva per la via stretta, con una lanterna, che mostrava col piccolo e vacillante chiarore, molte case, e forse la più parte, aperte, abbandonate dagli abitatori, e di alcune gli usci eran divelti, e giacean buttati a terra lungo le mura. Disse Fanfulla, riconoscendosi a un tratto:
--Qui toccai quella nespola sull'orecchio, e in questo poco spazio, a veder che danza era quel giorno!... e qui, vedete.... qui proprio! il Commissario con quella fila di capitani si cacciò a capo sotto tra' lanzi!...--
Niccolò, raccogliendo con avidità le parole di Fanfulla, non si stancava di domandargli di tutti i particolari, non tanto della battaglia, quanto del Ferruccio; chè appunto allora erano sboccati in sulla piazza e si trovavan nel luogo delle sue più mirabili prove. Trattenutisi così un buon poco, senza curarsi del puzzo che qui, più che mai, gli ammorbava, proseguirono attraversandola per condursi alla chiesa, e nel camminare sentivano la terra tutta smossa, e talvolta affondarvisi un poco l'orme, e le donne rabbrividivano pensando che cosa calcassero.
Matteo finalmente si fermò rasente il fianco dell'antica chiesa e, deposta in terra la lanterna, disse:
--Qui è stato posto quel bravo signore.--Si vedeva sul suolo uno spazio lungo e largo quanto un corpo umano di alta statura, ove la terra difatti appariva rivoltata di fresco, e dall'impronta che serbava di suole di scarpe, e di piedi nudi, si conosceva che l'avean diligentemente pigiata. Niccolò, vedendosi proprio sotto gli occhi quella terra inzuppata ancora del sangue del suo amico, dell'uomo che per esso era l'ideale, il sublime di quanto vi può esser al mondo di virtuoso e di grande, cadde ginocchioni su quella fossa, preso da un tremito in tutta la persona, e chinandosi col capo baciò quel terriccio umido, e v'appoggiò poscia la fronte, rimanendovi immobile; e tutti quanti i suoi fecero lo stesso. Si sentiva il povero vecchio gemere, sospirare, ed alla fine si sciolse in pianto. Racquetatosi poi un poco, alzava il volto e le mani al cielo, dicendo:
--Oh! se dai santi e beati luoghi, ov'è ora gloriosa quella grand'anima, essa non isdegna calar uno sguardo su questo tenebroso mondo, essa vedrà forse questo mio pianto... vedrà che di quella città per la quale sparse il suo sangue sino all'ultima stilla, siam pur venuti, noi profughi almeno, a fargli quest'ultimo onore, quel solo che per noi si potesse nella nostra presente miseria.... Ferruccio, Ferruccio, ha ad esser questa dunque la tua sepoltura? Ed i Medici, omicidi della patria, l'avranno cotanto onorata in S. Lorenzo? Si vergogneranno essi di lasciarti quivi? Porranno almeno una croce sulle tua ossa? una pietra che dica: _Qui giace Ferruccio_?--
Così parlava Niccolò, ed il tempo ha mostrato s'egli avesse una giusta idea della generosità medicea che lasciò le ossa del Ferruccio dov'erano: non pose loro sopra nè croce, nè sasso, e non l'ebber mai sino ad oggi, tantochè, neppur per tradizione, si serba memoria del luogo preciso ove giace il fortissimo e virtuosissimo tra i toscani. Ciò sia detto per incidenza, e queste parole vadano a chi debbono andare[70].
Poi, a un tratto, dolendosi d'aver formato un tal desiderio, aggiungeva, quasi riprendendo se stesso:
--Ma che dico? Esco io di cervello? Quasi avessi tu bisogno de' costoro onori!.... se l'abbiano.... li serbin pure per le loro ceneri scellerate, chè anco sotto i monumenti di marmo saprà ben trovarle nel dì finale la vendetta di Dio! E tu intanto, se puoi udirmi, spirito valoroso, goditi questo nostro umile omaggio, e sappi che di tanto non potran mai vantarsi le tombe de' tuoi e de' nostri nemici!.... sappi che insin che duri il mondo sarà più onorata pe' generosi la terra di quest'umil fossa, che non l'insolente ricchezza de' loro sepolcri!.... Sappi, che quell'onta, che avran creduto farti lasciandoti in quest'angolo inonorato, si volgerà per essi in altrettanta infamia appo i secoli e le generazioni future, chè a sottrarsi all'infamia non han, viva Dio, trovato ancora i tiranni forza che basti!--
Mentre Niccolò con passione grandissima ed in modo quasi ispirato, profferiva queste parole, che la sua famiglia inginocchiata e riverente udiva, tutta intenta a lui solo, s'avventaron di sotto il portico della chiesa sei uomini d'arme colle spade sguainate, seguiti da forse 50 contadini armati di picche, falci o bastoni, e prima che i sorpresi potesser pure avvedersi di quest'assalto, si trovarono in terra sotto un monte d'uomini, colle punte delle spade o delle picche sul viso, od appuntate alla gola ed al petto, presi e tenuti da cento mani; oppressi sotto le ginocchia ed i piedi di molti; ed una voce, alzandosi di mezzo gli assalitori, gridò:
--Chi si muove è morto. Voi siete prigioni del papa!--
Ed intanto quegli sgherri avean violentemente strappate le spade e l'altr'arme ai giovani, ai quali non sarebber certamente falliti nè l'animo, nè il volere di difendere Niccolò, colla certezza ancora d'esser tagliati a pezzi; ma la rovina che cadde loro addosso improvvisa tolse loro materialmente il poter muover un dito, non che venisse lor fatto di valersi dell'arme e della persona.
Le donne avean levato un grido, che da mani villane venne tosto soffocato, non meno che da bestiali minacce; e prima che un solo di que' ribaldi si fidasse a levarsi di dosso agli uomini che si teneano sotto, altri ficcandosi tra mezzo quel viluppo di gambe e di braccia, con funi di che s'eran provvisti, ebber presto legati i prigioni, così validamente, che ben appariva in qual conto gli avessero; legati che gli ebbero, lasciaron che si rizzassero.
Chi potrebbe dir l'ira, lo sbalordimento, il terrore di que' miseri perseguitati, vedendosi così fuor d'ogni aspettazione venuti in podestà de' loro nemici, quando appunto tenevano oramai più sicuro lo scampo?
Lamberto e Bindo, collo sguardo basso ed errante, co' petti gonfi e frementi per impotente furore, parean due fiere cadute nella tagliola: Maurizio, che venuto quivi per seguire il padrone era stato preso cogli altri, bestemmiava nella strozza in tedesco: Fanfulla, che non usciva mai della sua strana ed avventata natura, diceva scrollando il capo, soffiando e mezzo sorridendo:
--Siam proprio serviti nel coscetto!--
Le donne piangevano, tenute per le braccia ed un poco in disparte, da due di que' maladetti.
E Niccolò, coll'augusta e veneranda fronte levata e sicura, disse:
--Io so quel che importi per me l'esser prigione del papa....--ed un amaro e sdegnoso sorriso gli corse sul labbro, quasi dicesse: «poco mi può togliere oramai!» Volgendosi poi ai figliuoli, ed additando la fossa ov'era sepolto il Ferruccio, soggiungeva:
--Da esso ho appreso come si muore.... ma forse non n'era mestieri.--
Ben conosceva il vecchio, che la sua morte si voleva e non quella de' figliuoli nè d'altri; e perciò poco s'era turbato: ma gli sovvenne in quel punto di Troilo, della taglia che credeva gli fosse stata posta, e tenendolo del tutto spacciato, troppo glien'increbbe. Si guardò intorno, cercandolo affannosamente coll'occhio, e dicendo:
--Di te mi duole, Troilo, figliuol mio!--
E siccome, non essendovi altro lume che la lanterna portata da Matteo, poco ci si vedeva, penò un buon poco a rintracciarlo; finchè poi lo scorse lontano, ritto, immobile, colle braccia intrecciate sul petto ed il viso basso, e s'accorse che non era nè legato, nè tenuto in guardia da alcuno di que' soldati, che con tanta cura s'erano assicurati che gli altri non potesser fuggire.
Il volto del giovane, che dalla natura avea sortito bellissimo, era in quel momento spaventevole e turpe come il suo tradimento: simile a Caino, a Giuda e ad altri gran scellerati, cominciava per esso il supremo de' tormenti, quello de' rimorsi, scevri affatto d'ogni pensiero di speranza o di pentimento.
Niccolò gli lesse in fronte scritto il suo peccato, notò sui volti de' soldati un riso di scherno, che pareva dicesse: «di lui non istare in pensiero!» Gli si squarciò il velo che gli avea tanto lungamente celata la verità, e questa gli si rivelò alfine nuta e tremenda. Stese le braccia e le mani, legate a' polsi da una ruvida fune, e con voce che schiantò il cuore persino di que' ribaldi che l'attorniavano, disse, guardando Troilo:
--Ed era un traditore!.....--
Nel suono di queste parole, nel modo di pronunciarle, nell'atto del misero vecchio, fu tanta e così dolorosa effusione di verità, che, persin lo ripeto, ne' cuori di que' rozzi e feroci sgherri sorse un senso di compassione.
Ma Lisa, la povera Lisa, quasi uno strale di fuoco le fosse penetrato nelle carni, si strappò dalle mani di quelli che la tenevano, colla forza nervosa e convulsa d'una disperata passione, e scagliandosi verso il padre gridava:
--Perchè traditore? come?.... chi può dir traditore il mio Troilo? Che ha egli fatto?....--
E non potendone correre in traccia, che era stata tosto ripresa e fermata da quelli cui era fuggita, si gettava innanzi colla persona, col capo, cercando cogli occhi il marito, e pur seguitando a ripetere: