Niccolò de' Lapi; ovvero, i Palleschi e i Piagnoni

Part 42

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Ma questo spettacolo, che veduto in distanza appariva splendido, ed aveva in se, sto per dire, un non so che di gajo pel lustrar dell'armi, la ricchezza de' colori e de' fregi, e per la bellezza del cielo che lo rischiarava, veduto d'appresso era oltre ogni dire terribile e doloroso. L'accanimento della mischia, pel quale i soldati si lasciavan trapassare dall'alabarde piuttosto che cedere un palmo di terra, facea sì, che ai caduti era maggior ventura venir a terra morti che non feriti: a questi toccava una fine più disperata mentre spiravan l'anima nell'ultime angosce calpestati da tanti piedi; e s'udiva tra le gambe de' combattenti (chè vedere non si poteva per la gran calca) urli rabbiosi, bestemmie, gemiti, grida dolenti, e talvolta qualche voce pietosa invocare Iddio. Il sangue, per essere il suolo un poco in pendìo, veniva qua e là uscendo a piccioli rigagnoli dalle file raccogliendosi in pozze ne' luoghi concavi e bassi, tante eran già state le morti da un'ora o poco più che si combatteva, senza che si potesse ancora in verun modo prevedere a chi dovesse rimaner l'onore della giornata.

Ma non era possibile che una così furiosa battaglia durasse a lungo indecisa; e stava oramai per traboccar la bilancia.

I nostri giovani, che insieme con Fanfulla avean combattuto tra' primi con quell'ardire e quell'impeto che si può immaginare, chè combattevan sempre stretti allo stendardo, tutti trafelati, pieni di sudore e di sangue, tra mucchi di cadaveri, pei quali male potean maneggiarsi ed appena trovavano ove fermare i piedi, chè il suolo, anco ne' luoghi scoperti, non era se non una mota sdrucciolevole e sanguigna, vedean di fronte tra un folto di nemici sorgere lo stendardo maggiore delle bande spagnole retto da un banderaio, uomo di terribile aspetto, e, cosa rara tra loro, di statura altissima e di colossale struttura.

Lamberto, conoscendo esser venuto quel critico momento dal quale nelle battaglie viene decisa la vittoria, che riman sempre a chi lo sa cogliere, fatto un cenno a Fanfulla, che in quel momento tirava a sè con forza la spada, per riaverla dal corpo d'uno spagnolo che aveva abbattuto, dicendo:--Han' sett'anime e un'animuccia come i gatti! e finchè non battono il muso, non c'è verso che vogliano morire!--

Lamberto, dico, gridav'ai suoi:

--Alla bandiera, valentuomini, a terra quella bandiera, e la giornata è nostra!...--

E lanciandosi tutti insieme come leoni verso la parte accennata, egli il primo, con quella sua incredibil prestezza e bravura, senza che da nessuno de' nemici si trovasse modo di ripararlo, mise una stoccata nel ventre al banderajo, e seguitando innanzi, coll'elsa della spada lo spinse in terra, e con esso lui la bandiera, che essendo grandissima e spiegata, pel vento, coperse di molti soldati, i quali, impedita così la vista, nè potendo maneggiarsi e combattere, si posero, mentre cercavano di sottrarsi a quell'impaccio, in qualche confusione; come sul cassero d'una nave accade alla ciurma, ove fiaccando l'albero la copra, cadendo colle vele tutt'in fascio.

I nostri non perdettero un momento, e spingendosi sotto, quali colle daghe, quali co' coltelli, fecer sì che pochi di codesti impacciati poteron liberarsi, e caddero quasi tutti trapassati da cento ferite gli uni sugli altri in un monte, tantochè, fattasi un poco di piazza, Lamberto, afferrata la bandiera, la capovolse ficcando in terra la punta dorata che avea sulla cima, e rattenendo pel braccio Bindo, che si gettava su' nemici sopravvegnenti d'ogni parte, gli disse:

--Tieni forte questa bandiera, chè, viva Dio, noi abbiam vinto!--

Conobbe il buon Lamberto, che intorno a quell'insegna stava per sorgere l'ultimo e più terribil contrasto, e dando al giovinetto l'onore di tenerla, veniva sotto questo colore a porlo nel centro de' suoi, e nel luogo meno esposto della battaglia.

Difatti si strinsero d'ogni parte in questo luogo gli Spagnoli, veduta a terra la loro bandiera, ma da ogni parte ugualmente vi concorsero gl'Italiani, con tremende e lietissime grida di vittoria, in modo che si fece un gruppo d'uomini tanto stretto e calcato intorno a Bindo, rimasto a formarne il centro, che riusciva oramai impossibile usar l'aste o le spade, ed a stento, co' pugnali, venivan a corto, ma con rabbia e sforzi grandissimi, gli uni sugli altri, per dir così, succhiellinando per ferirsi; e spingendosi e lottando crocicchiavan piegati gli uni contro gli altri i bracciali, gli scudi, i petti di ferro, sentendosi ognuno sul viso il frequente ed infocato anelito del nemico che si trovava a fronte; e la vita o la morte dipendeva dall'aver il primo la fortuna di trovar di sotto, ed alla cieca, al pugnale la via d'entrare; onde talvolta accadeva, tra due che a denti serrati, co' visi accesi e furibondi, stesser così frugando per darsi la morte, veder a un tratto spegnersi il vampo d'un di quei volti, illividire, errare, stravolte le pupille, e cadere arrovesciato il capo, mentre il cadavere imprigionato in quella stretta tardava spesso a venire a terra più d'un momento.

Ma quando appunto sono uguali le forze, l'ardire, l'accanimento tra i combattenti, basta bene spesso poca cosa a dar la vittoria. Questa bandiera caduta produsse effetto grandissimo ed istantaneo sull'animo di quelli che combatte vari lontani, togliendolo agli Spagnoli ed aumentandolo mirabilmente agl'italiani, vieppiù infiammati dal grido incessante che udivan ripetuto di _vittoria, vittoria_, in quel luogo ove, per lo stendardo, era ristretta ormai tutta l'importanza della zuffa. Si videro costì prove maravigliose, tanto nel difenderlo che nel volerlo ricuperare, e per le molte morti, diradatasi presto quella prima stretta, tanto che gli uomini potean raggirarsi un poco e valersi dell'arme loro, fu visto uno spagnolo, saltando al di sopra de' corpi morti, avventarsi alla caduta insegna e giungere ad afferrarla, mentre Bindo, colla mano che avea libera, usando la spada, lo passava fuor fuori, e se lo stendeva morto a' piedi: ma un altro ed un altro avean tenuto dietro al primo, gettandosi sull'asta dello stendardo, e facendo incredibili sforzi per istrapparlo dalle mani di Bindo e di parecchi de' nostri, che s'eran messi ad aiutarlo, pur sempre combattendo, e facendo forza a vicenda con ripetuti crolli e strappate, e sforzi terribili, ora cadendo, ora rizzandosi, frementi ed affannati, finchè Averardo, che era trascorso combattendo a qualche distanza, visto il pericolo del fratello e de' suoi, s'avventò quivi, levando più che poteva alto sul capo un enorme spadone a due mani, che, caduto fischiando sul più ostinato degli Spagnoli, gli fesse la cervelliera ed il cranio, gridando ferocemente Averardo:

--Del sacco di Firenze portati a casa questo bottino... marrano!... e mentre così urlava n'avea, con velocità di mano e furia incredibile, morto un altro e ferito un terzo, e seguitando a menar la spada, che s'udiva più che non si vedesse per aria, sclamava ad ogni colpo--Al sacco!... al sacco di Firenze valent'uomini!... al sacco, che in Ispagna aspettati la nuova!....--

L'insegna, insomma, benchè fessa nell'asta e tutta pesta, stracciata, lorda di sangue e di fango, pur rimase in potestà degl'italiani, che, insuperbiti per questo onore, e vedendo così a momenti, mentre combattevano, sulle circostanti alture gli spettatori alzar le braccia e fare sventolar panni, quasi facendo applauso alla loro impresa, scorgendo inoltre certe bande che uscivan dalle porte di Firenze, e stimando fosser i loro che venissero, secondo la promessa, ad ajutarli, levaron di nuovo più alto il grido di _vittoria_ e d'_Italia_, _Italia_, e fu tanto unito, tanto istantaneo e potente il cozzo col quale percossero i nemici, che in questi apparvero i primi segni del disordinarsi, e crescendo sempre l'animo e gli sforzi degl'italiani, cominciarono gli Spagnoli apertamente a rinculare, mantenendosi e difendendosi però sempre in modo, che non potea dirsi fossero in rotta.

--Eccoli, eccoli, gridavano i nostri giovani, ed i capitani delle bande italiane accennando a quelle ch'erano uscite da porta S. Friano, ecco i nostri che vengono!...--

E così cresceva l'animo e l'impeto e l'incalzare, in alcuni per la certezza del soccorso, in altri per non lasciar che giungesse a dividere con essi l'onore della vittoria, e gli Spagnoli sempre più a cedere ccl arretrarsi, cosicchè alcuni cominciavano, fuggendo scopertamente, a sbandarsi, inseguiti alla vita dai loro avversarii, ebbri di feroce allegrezza; e per quel movimento, venendo a mutar luogo le genti, si venne a scoprire il posto, ove aveano combattuto, coperto da più di 600 cadaveri.

E perchè tardavan le bande uscite poco innanzi della città? Perchè invece d'esser, come aveano stimato i combattenti, venute per unirsi con loro, giungevan mandate da Malatesta, che le avea composte di côrsi e de' suoi perugini a lui fidatissimi, per veder soltanto come la cosa finisse, e tener in rispetto intanto que' soldati che avessero avuto in Firenze pensiero di levar il rumore, ed uscir in ajuto della loro nazione. Cotal frutto avea prodotto il foglio scritto da Troilo in S. Marco.

Pure, anche senza questi rinforzi, la vittoria era ormai decisa per la parte italiana; ma era scritto in cielo, che anche in quell'occasione, il sangue di tanti onorati e generosi italiani si versasse a torrenti e senza profitto nessuno.

I lanzi, che sommavano a più migliaja d'uomini, ottima gente, invecchiata in sulle guerre, considerando questa fazione, come una lite privata tra nazione e nazione per fatto d'onore, avean promesso non intromettersi o parteggiare ne per l'una nè per l'altra, ed eran rimasti in arme, e pronti bensì, ma oziosi spettatori della zuffa, ne' loro alloggiamenti. Quando D. Ferrante conobbe che gl'italiani avean la meglio, e seguivano cotanto arditamente il loro vantaggio, temè non riuscissero a rompere allatto e distruggere i loro nemici, e quantunque non fosse istrutto appunto del disegno ordinato da' Piagnoni per sollevare i soldati chiusi in Firenze in favore de' loro compatrioti del campo, ebbe il sospetto ciò non venisse naturalmente a succedere, e vide quanto gran danno ne potrebbe avvenire al campo imperiale ed all'impresa, condotta ormai a così prospero termine. Venuto prestamente ov'erano i lanzi, e trovato Tanusio loro capitano, gli disse, simulando saper certissimo ciò che soltanto dubitava, essersi gl'Italiani, di dentro e di fuori le mura, accordati per dare addosso a quanti forestieri militavano in quella guerra; aver cominciato dagli Spagnoli, e se li lasciava loro tempo di romperli affatto, esser per piombare tutti insieme sui lanzi; onde attendessero alla loro salute, e non dicesser poi che non gli aveva avvertiti. E mentre parlava, mostrava a Tanusio le bandiere che uscivan di Firenze, aggiungendo:

--Quegli intanto escono... con qual proposito, lo sa Iddio.... e tra poco lo saprete anche voi...--

L'arte di D. Ferrante (e in parte pur s'apponeva) ebbe pienissimo effetto:, e, pochi minuti dopo, dodici bandiere di lanzi, col loro capitano alla testa, scendevano serrate e di buon passo, minacciando alle spalle gl'Italiani stanchi, scemati di numero, e non troppo in ordine, per la lunga battaglia, e per la sicurezza d'esser oramai vincitori.

Fanfulla che, secondo aveva detto la notte innanzi in S. Marco, descrivendo le qualità de' vecchi soldati, avea sempre un occhio al gatto e l'altro alla padella, com'egli diceva, s'accorse il primo di questa mossa; e ne fece accorti i compagni che stavan tra il sì e il no, non potendo indovinare ancora qual fosse il disegno de' lanzi. Ma parecchie archibusate sparate da loro, dalle quali alcuni venner tocchi, tolsero tosto ogni dubbio, ed i poveri Italiani, presi in mezzo ed assassinati, gridarono, _ai traditori_, ma al tempo stesso dovettero pensare a togliersi da quel luogo ove, percossi da ogni lato, non era più in verun modo possibile che facessero testa.

Con un movimento sulla destra, serrati, e difendendosi sempre da' lanzi e dagli Spagnoli, che al giunger dell'inaspettato ajuto avean ripreso le offese, si vennero accostando ad Arno, con animo di guadarlo sotto M. Uliveto, e farsi forti sull'altra riva nelle ville di Fiesole.

La corrente, che in codesta stagione si riduce quasi sempre umile e bassa in un lato del letto, lasciandone asciutte e biancheggianti le rimanenti ghiaje, s'era non poco accresciuta pel temporale della notte, e scendeva torbida e gonfia, ma non tant'alta però, che vietasse il passo del tutto, tanto più ad uomini forti, arditi, e che sopraffatti da troppo esorbitante numero di nemici, non avean altra via per ritirarsi.

Lamberto, Fanfulla e i capitani, che ancora eran vivi, scelti prestamente i migliori soldati, li disposero in modo che, sostenendo l'impeto degli assalitori, dessero tempo a' compagni di tentare il guado e condursi sicuramente all'opposta riva.

Se le genti uscite di Firenze per ordine di Malatesta fossero state invece quelle che i nostri aspettavano, era giunto il momento di percuoter alle spalle lanzi e Spagnoli, e potea forse quest'assalto ristabilir le cose e ricondurre la vittoria; vedendole rimanersi immobili, senza dimostrazione nessuna di voler venir avanti, si disperavan Lamberto ed i suoi compagni, e pur sempre combattendo, badavan a far cenni, ordinando al banderajo di sventolar lo stendardo, e gridando--_A noi Italia! a noi!_ Finchè accortisi che alla testa di quelle bande era Cencio Guercio, cagnotto di Malatesta, conobbero come stava la cosa, e caddero affatto d'ogni speranza.

La corrente d'Arno s'era intanto già ripiena di soldati, i quali trapassavano puntando nel fondo le picche, per reggersi contro l'impeto dell'acqua, che gorgogliando giallastra, spumante e veloce, aggiungeva loro al petto ed al collo in molti luoghi, cosicchè non pochi ne venner travolti, alcuni a stento s'ajutarono, e n'annegarono parecchi, tutti poi tempestati dalla riva da una spessa grandine d'archibusate. Tuttavia il maggior numero giungeva salvo all'opposta sponda, e non avanzavano oramai che i nostri amici, con que' pochi che ne avean fatto testa per proteggere il varco del fiume, e la moltitudine de' nemici gli avrebbe certamente oppressi se fossero stati di minor valore che non erano, o se gli Spagnoli ed i lanzi non si fossero in gran parte staccati dal combattere per correre a svaligiare i voti alloggiamenti degl'Italianj, che vennero mandati a sacco, arsi, e distrutti con avidità e furore incredibile.

Ciò non ostante, quelli ne' quali più la rabbia poteva che l'avarizia, ed eran pur troppi a fronte del piccol numero de' nostri, non potendo patire che una mano d'uomini non tanto fosse riuscita ad arrestarli, ma soprappiù li bravasse, moltiplicando le ingiuriose parole e l'offese, si serrarono con nuovo impeto addosso a questi prodi che, fattisi morti, a guisa di fiere racchiuse si difendevano. In quel momento, trapassato da un'asta, il povero Vieri cadde morto; Averardo, che solo de' fratelli se n'accorse, si avventò furioso contro l'uccisore, ma toccata al tempo stesso un'archibusata, che gli ruppe la gamba destra in tronco, cadde sulle ginocchia presso il cadavere del fratello, ad un palmo dalla ripa che scendeva scoscesa nel fiume. Nel vedersi impedita così la vendetta, quel suo viso, già tanto feroce, si vestì di una così terribile espressione, arrotando i denti e fulminando fuoco espresso dagli occhi, che l'omicida di Vieri rimase colla spada in alto come affascinato, senza calare il colpo, ed Averardo, non potendo giungerlo, gli lanciò la spada, che coll'elsa, lo percosse nel petto e lo fe' traballare. Rimessosi tosto, e visto il ricco arnese del caduto, pensò, avendolo prigione, guadagnare una grossa taglia, e si fece avanti credendo, disarmato com'era, mettergli le mani addosso senza contrasto.

Ma appena gli fu a portata, Averardo, con un possente sforzo, rizzatosi sulla gamba che avea illesa, gli s'avvinghiò, e, giammai orso facendo alle braccia, non piantò così forti gl'unghioni nel dorso del suo nemico, e tirandolo e tenendolo stretto, si lasciò cader riverso nella corrente. L'acqua s'aperse e rimbalzò in mille spruzzi, e si richiuse tosto sui caduti, i quali, essendo ivi le grotte assai ben alte, venner rotolando nella melletta del fondo, e, soltanto dopo lungo tratto, tornarono, ravvolgendosi sottosopra, e sempre strettamente ghermiti, a galla un momento, poi, di nuovo affondatisi, più non ricomparvero.

Lamberto e Bindo, avvedutisi del fatto, e scorgendo Vieri disteso a terra, mandarono un furibondo grido, e volendo disperatamente gettarsi tra mezzo i nemici, al sicuro si facevano ammazzare, chè quantunque, per un vero prodigio, non avesser toccata nessuna ferita d'importanza, avean tuttavia in varie parti offesa la persona, e cominciavan loro a venir meno le forze, chè da più ore combattevano sotto la sferza del caldo, ed erangli arnesi pressochè arroventati dal sole: ma Fanfulla, che mai non si perdeva, pel lungo uso di cotali strette, conosciuto che non era tempo di pensare a vendicare i morti, ma piuttosto di ridurre in salvo i vivi, trovò il modo di far che i due superstiti uscissero di quella disperata mischia. E cogliendo il momento che i nemici (maravigliati anch'essi del feroce atto d'Averardo) avean fatta un po' di sosta, stando a vedere come finivan i due caduti nel fiume, disse prestissimamente a Lamberto:

--Salviamo Bindo, chè qui è affar finito; voi di là, io di qua, tiriamolo in Arno e passiamo, se si potrà.--

A Lamberto, che offuscato il lume dell'intelletto dal dolore della rovinata impresa, e della morte dei due cognati, s'era risoluto affatto di voler morire quivi ancor esso, sovvenne a un tratto di Niccolò, di Laudomia, e gli parve troppo enorme l'idea che il povero vecchio avesse a perder anco quel fanciullo, senza utile nessuno per la città, e, detto fatto, preso Bindo per un braccio, mentre Fanfulla l'afferrava dall'altro, lo costrinsero, benchè s'opponesse e facesse forza, a saltar con essi nel fiume.

Egli era tempo; chè, rimasti pressochè soli, ogni poco che avesser tardato, doveano o morire od arrendersi.

Gl'Italiani intanto, che passati già all'opposta riva vi s'erano schierati, appena ebber veduti costoro saltati in Arno, e perciò più bassi della linea de' loro tiri, cominciarono cogli archibusi a bersagliare i nemici, con che fattili arretrar dalla sponda, ebber campo i nostri di condursi finalmente salvi tra la loro gente, che fatta un'ultima scarica di tutte l'arme, si mosse pianamente ed in ordine, a tamburi battenti ed insegne spiegate, onde non avesse apparenza di fuga, e lasciandosi Arno alle spalle si drizzò lungo le mura verso i colli di Fiesole.

Giuntevi, s'alloggiarono in luoghi ove non potessero venir facilmente sforzati, e gli Spagnoli ed i lanzi, dal canto loro, rimasero in arme ed in sospetto, temendo che i loro nemici, meglio ordinando il fallito disegno, rinnovassero con miglior fortuna l'assalto; questo loro timore rendendoli docili ed obbedienti a' capitani, che a suo tempo li condussero a tribolare ed esser tribolati altrove, fu la salute di Firenze; e la morte di tanti che, vivi avrebber voluto esser pagati, recò non piccol sollievo alla camera apostolica, che ottenne questo ribasso sul prezzo di Firenze, grazie al sottile ingegno di Baccio Valori.

Questi, da una torre delle case de' Bini, ov'era salito con Troilo, Malatesta ed il Nobili, avea osservata tutta la fazione, e come la vide succeduta cotanto a seconda de' suoi desiderj, disse, tutto allegro, fregandosi le mani, mettendo un--Oh!--con libero e lungo respiro:

--Ora è finita davvero e del tutto!--e siam padroni di Firenze.--

Il Nobili, che giorno e notte si vedeva innanzi gli occhi come fantasmi le casse di Niccolò piene di fiorini e di ducati, disse allora, con cert'occhietti tutti voglia ed impazienza, guardando ora Baccio, ora Troilo:

--Oh! per amor d'Iddio, facciamo presto, che non ci fugga!--

--E che non mi fugga Laudomia, quel fiore, quel giglio, quella bellezza delle bellezze! soggiunse Troilo ridendo, e pensando: fosse qui Selvaggia direbbe anch'essa «che non mi fugga Lamberto!...» se non altro, non avremo a far quistione, chè in questo bottino ognuno è contento della sua parte.--

L'allegrezza che provava Baccio lo metteva in tanto buon umore, che, preso, scherzando, Troilo per un de' baffi, e tirandolo, diceva:

--Una ne fa e cento ne pensa il ribaldone!.... sentiamo!... Che cos'è quest'altra pazzia.... questa Laudomia.... me ne dicesti non so che.... mi pare... ma avevo altri pensieri pel capo.... sentiamo: animo! Già, un qualche amore!--

Ed aggrottando gli occhi, così per baja:

--Non ti vergogni tu? con moglie e figli!....--

--Messer Baccio, rispose Troilo ritirando pianamente il suo baffo dalle dita del Valori, io, vedete, son fatto tutt'a rovescio del popolo di Firenze, egli ora muta lo stato di molti in quello d'un solo, ed io invece dallo stato d'una sola passo allo stato di molte.... che volete? è effetto di costellazione... e, ringraziate Iddio che mi frulli per questo verso... se non era la speranza di beccarmi alla fine quella bella figliuola, aspetta! che volevo starmi a seccare tutto questo tempo....--

--Bene, bene; ma ora raccontaci la cosa.---

--È presto raccontata: mi piace costei perchè è bella, e le belle donne son fatte per i bei giovanotti, se non erro. Sin ora non c'era da far il matto, con Niccolò alle coste e tutta la brigata.... e volete che ve la dica? Ho anche capito che sarebbe stata fatica sprecata. Figuratevi! un giorno le volli dire una parolina, farle così uno scherzo.... niente di male veh!... mi fece due occhi!.... e mi disse, con quel suo bocchin di mole.... «questi non sono modi nè di cristiano nè di gentiluomo!» Pazienza! pensai io, se questo modo non ti piace, ne troveremo un altro.--

CAPITOLO XXXIII

--E quale sarà quest'altro modo?--domandò Baccio, chè prendeva piacere alle costui ribalderie, ed alla buffonesca maniera con cui le narrava.

--Eccolo. Ma torniamo un passo addietro. Dai discorsi fatti in casa ho ritratto, che Niccolò disegna fuggirsene a Genova, al signor Andrea Doria, passando per Pistoja e la Montagna, e dormendo ad un podere ch'egli ha presso S. Marcello. Se farete a mio modo lo lascerete partire, chè, a volerlo pigliare in Firenze, non vorrei giurare che non nascesse qualche grave scandalo tra 'l popolo. Bisognava vedere jer notte in S. Marco tutti que' suoi straccioni d'operaj, come gli offerivano di morir per lui!... Lasciamolo dunque andare, anch'io farò le viste di fuggire con esso loro.... e basta che mi diate cinque o sei uomini d'arme, che ci vengan seguitando alla lontana, ed a questi s'accompagnerà una persona che so io.... e non dovrebb'essere inutile.... Basta, questo sarà pensier mio..... questi soldati però converrà trovare uno che li guidi e sia uomo sicuro....--

--Anderò io!--esclamò il Nobili, che tremava non gliel avessero a ficcare in qualche modo.

Troilo lo squadrò da capo a piedi con un certo suo ghigno, poi disse:

--Be'.... verrete voi.... e costoro potranno vantarsi d'aver avuto un capitano, chè prima di trovarne un altro!.... Quando dunque siam nella montagna, coll'ajuto di parte Panciatica, se i nostri non bastassero, te li rimeniamo zitti zitti a Firenze, o, dirò meglio, qui, messer Benedetto, vi rimenerà Niccolò, e scavalcheranno al bargello. Io, quando siam verso Prato, prendo a man manca colla giovane e cert'altra brigata, e me ne vo' alla villa di messer Baccio Valori a far i saldi col fattore, ed assaggiare un bicchier di buon vino, e messer Baccio mi darà una lettera affinchè, se avessi bisogno d'una camera, e di buttarmi sul letto un momento, non mi uscisser fuori che non han le chiavi.--

--E t'ho anche a tener la scala, birbone?--