Niccolò de' Lapi; ovvero, i Palleschi e i Piagnoni
Part 41
Tratto tratto trovavan tettoje o frascati sotto i quali i vivandieri e canovaj facean la cucina e vendevan vino: un qualche fanciullaccio sudicio e bisunto, attendeva a volgere lunghi spiedi innanzi al fuoco sul quale insieme bollivano grandissimi pajuoli. A certe tavolacce lunghe e mal composte, od usando botti rizzate a guisa di mense, eran soldati sollecitando finire gli ultimi bocconi, per unirsi a quelli che alla rinfusa concorrevano a Giramonte; s'udiva gridare, ridere, sganasciare. S'udiva il parlar alto e concitato di cento voci, ora grosse e sonore, ora rauche, ora stridule; ed ognuno voleva dir la sua sul fatto degli spagnoli: ma chi potea ritrarre il senso d'una sola parola in quel confuso fracasso, accresciuto, ora dall'abbajar d'un cane, ora da un tamburino, che per prova, veniva battendo la cassa, ora da qualche majale, che legato per una zampa di dietro ad uno stilo si veniva ravvolgendo a saltellone stiracchiando la fune, ed empiendo il cielo d'acuti e maladetti grugniti?
Fanfulla e Bindo, seguitando a salire tra gente e gente, e notando, tutti allegri, la buona disposizione di costoro a sollevarsi e menar le mani, giunsero finalmente sullo spazzo ov'è posta la villa di Giramonte; luogo piano, assai ben largo, donde si scopre tutta Firenze, i monti di Fiesole e il val d'Arno da' poggi dell'Incontro a quelli d'Artimino. Quivi, sul ciglio che guarda in città, era una batteria di ventiquattro pezzi, tra cannoni, sagri e columbrine, separati da grossi gabbioni di vinchi, pieni di sassi e di terra; quivi era più che mai stretta ed accalcata la folla de' soldati, de' quali eran pur piene le finestre della villa; ve n' era sul carriaggio che serviva pel bagaglio della banda, e stava in fila lungo i muri della casa; ve n'era sulle artiglierie, su' gabbioni, su tutti i luoghi alti, e stavano tutti intenti ad udire Lamberto, che salito medesimamente su un gabbione parlava con voce alta, gestir pronto ed infiammato, e quando i due giunsero a portata della sua voce, diceva, terminando una frase della quale non avean udito il principio:
--.... de' vostri compagni che que' marrani hanno assassinati! Vendetta di loro soltanto! di tutta la nostra nazione che hanno assassinata, ed assassinano tutto giorno in mille modi, di essa s'ha a far vendetta, e liberarci una volta da codesti ladroni!... Ma ditemi, perdio!... s'io non dico il vero buttatemi giù di questa trincea... ditemi! andiamo noi nei paesi loro a vivere a discrezione, a rubarli, a vituperar le loro donne, a scannarli, a sollevarli con mille trappole, e metterli in discordia gli uni contro gli altri, come s'aizzano i mastini pel gusto di vederli sbranarsi? E loro invece sempre qui! ora con una scusa, ora con un'altra, ora per mare, ora per terra... ogni momento, che è, che non è? una truppa di questi ribaldi, miseri, scalzi, morti di fame, che hanno bisogno di rifarsi.... dove s'ha a andare? In Italia! andiamo, col nome di Dio! In Italia! Ma per Cristo, la terra dove siam nati, dove son sepolti i nostri padri, è roba rubata? è roba del comune?.... Iddio, che ad ogni popolo ha dato tanta terra che ci potesse vivere e morire in pace... ove potesse seminare e mietere.... ha egli detto: questa sola sia di chi la vuole, di chi se la prende, sia di tutti, e vi possa raccogliere chi non vi ha arato? Siam forse maladetti da Dio? siamo bastardi? siamo bestie?.... Lo volete sapere? senza avvertirlo, ve l'ho detto io quello che siamo! Siamo bestie, e peggio che bestie! chè anco i bruti, se si voglia disturbarli nella loro tana, si difendono e adoprano l'ugna e 'l dente, e non badano se 'l nemico sia maggior di loro.... e non potranno gli uomini far almeno altrettanto?.... E non mi vengan a dire che son più valenti di noi! Gli uomini son tutti compagni, e solo i cattivi ordini, le male usanze li corrompono e li rendon diversi.... e in prova, quante volte s'è avuto a far con loro a buona guerra, corpo a corpo, chi n'ha toccate? loro o noi? ed eccola...--(Disse accennando Fanfulla, che avea scorto nella folla).
--Ecco là.... s'io dico bugia, mi dica bugiardo....--
Tutti i visi si volsero a veder con chi parlava, ed egli:
--Fanfulla, che era de' tredici di Barletta, lo dica egli.... come andò la cosa? Chi vinse?... e per combatter que' tredici francesi, si mando forse un bando per tutta Italia per venire i più valenti? i più arditi? S'aspettò d'aver raccolti uomini più grandi e grossi che non erano i nemici? si misero due contr'uno?.... tredici loro, tredici noi; quelli che si trovaron sotto mano ne' due campi.... si scelse i migliori, è vero.... ma scelsero i migliori anch'essi. E chi visse? torno a dire.... Non son più valenti dunque, ma più astuti.... o per dir meglio, essi son tristi ed astuti, chè sanno seminar la discordia tra noi e consumarci colle nostre armi medesime.--
Ma che sciagurato furore, che maladetta peste è mai questa? qual demonio dell'inferno ci saetta ne' cuori il suo veleno, che sempre tra noi ci abbiamo a lacerare! tra noi fratelli! tra noi d'un istesso sangue, d'un'istessa lingua, d'un'istessa famiglia! E una città coll'altra, o coll'armi, o colle frodi e co' maneggi, e sempre in ogni modo, pensare a nuocerci e a rovinarci tra noi?.... e beato chi ci riesce, e' gli sembra un gran bel fatto.... e quando non posson farci del male.... affinchè almeno non se ne perda la volontà, e l'odio si mantenga vivo.... ad offenderci con parole, con nomi ingiuriosi.... e chiamar i Pisani traditori; i Fiorentini ciechi, i Sanesi pazzi, e che so io? e non solo tra città e città, tra stato e stato, ma ogni terra, ogni casale, ogni villa a voler male alla sua vicina, offenderla, ingiuriarla, odiarla almeno, se altro non può?--
E, stese in giù le mani accennando la città sottoposta, proseguiva:
--Ed ecco qui un esempio fresco fresco!.... Firenze, che era libera, ricca, felice; ch'era l'onore, la gloria d'Italia, madre di tanto senno, di tante virtù e d'ogni bell' arte.... questo bastardo papa dice un giorno: _Firenze ha ad esser mia_... la prima cosa.... al solito!.... chiamar questi spagnoli, questi ladroni ad ajutarlo!.... Pensate se aspettano la seconda parola!.... Figuratevi se corrono!.... Si tratta di saccheggiar Firenze!.... E che fanno intanto le altre città? che fa Venezia, Siena, Genova?.... Venezia fa la sua brava pace coll'imperadore, rinnega le sue promesse, e sta a vedere.... Siena, manda perfino artiglierie che ajutino disfar la sua vicina....--
E guardando una lunga colubrina che avea dappresso, e percuotendola col piede in atto d'ira e di dispregio, gridava:
--E questi pezzi, che vorrei farne polvere co' calci, non son essi de' Sanesi? non son essi armi italiane? E voi, voi, compagni miei!.... Lasciatevelo dire, perdio! e non v'adirate.... voi non siete tutti italiani? non avete voi ajutata la rovina di questa nobilissima terra.... e qual profitto n'avete, ora che ve la vedete a' piedi schiava, povera, vituperata?.... Cento disagi e cento ferite, e quella misera fecciosa paga, se pur riuscirete a toccarla. E i tesori, e 'l potere, a chi? a questi ladroni.... i quali soprammercato ci hanno in dispregio e ci chiamano poi traditori, codardi.... e se in cambio d'ajutarli aveste ajutato i vostri fratelli, credete voi che il guadagno fosse minore? E lo fosse anco!.... la gloria, l'onor della vostra nazione, non siete voi sicuramente tali da averlo in dispregio... E quanti son poi i nemici che abbiam a combattere?.... Son forse milioni d'uomini, che sien dieci contro uno di noi?.... Son poche migliaja. E non siete qui voi? Le bande italiane non son esse quasi la metà di questo campo.... e se gl'italiani che son dentro le mura s'uniscono a voi, non basterete a sterminar una volta questi saccomanni assassini? Per quest'effetto, io e questi miei compagni, e qui Fanfulla, che è l'onore della nostra professione, vi ci siam vanuti ad offerire per combattere, e vincere o morire con esso voi, e quando avremo attaccata la mischia, usciranno dalle porte i nostri a percuoter per fianco ed alle spalle i nemici, e sì che una volta abbiamo a far casa pulita di questi ladroni.
--Ora, col nome di Dio, chi ha core in petto, chi ci vuol stare a quel ch'io propongo, alzi la mano; e chi non vi vuoi stare.... faremo senza esso. Evviva le bande italiane! Evviva Firenze!--
Lamberto, nel cacciar questo grido, sguainava la spada, e sollevandola sul capo la faceva guizzare in cento rapidissimi mulinelli, ed in tutta la folla che gli stava a piedi, e che sin allora era stata come un musaico di visi, ora non si vedeva se non mani che s'agitavano, e molte brandivano spade, picche ed archibugi, ed al tempo stesso s'alzavan grida feroci di viva Italia! morte agli Spagnoli!.... tantochè mostrandosi così pronto ed espresso il consenso di quelle genti, Lamberto saltava a terra tutto allegro da quel gabbione, ed insieme co' cognati, con Fanfulla e con quanti eran seco venuti di Firenze, s'andavano a porre attorno allo stendardo della compagnia per formar l'ordinanza, mentre i capitani e gli altri ufficiali delle bande sollecitavano a radunare e disporre i loro uomini, che con gran prestezza e senza disordine nessuno (all'uso de' vecchi soldati) si rannodavano ognuno intorno alla propria bandiera.
Ma che faceva intanto il Vitelli, capo di queste genti? che faceva D. Ferrante Gonzaga, capitano dell'esercito, vedendo questo moto, udendo questi rumori, che davan segno d'un'imminente sedizione, e forse d'un'aperta ribellione?
Facevano all'incirca come, con certe mandre di cavalli e puledri mezzo salvatici delle campagne di Roma usano i loro guardiani; i quali le guidano e se ne fanno ubbidire alla meglio che possono nei casi ordinarj; ma quando talvolta, qualunque ne sia la cagione, il diavolo entra in corpo a quelle bestie e si scompigliano a un tratto, correndo e sbuffando, colle nari aperte ed a coda ritta, e s'azzuffano tra loro a morsi, a calci, con mille strani guizzi e mille volate, allora il guardiano s'ingegna colla voce, col gesto di rimettere un po' d'ordine, sempre però girando attorno, e tenendosi ad una prudente distanza da quella mischia, e quando poi vede che tutto è inutile, sta a vedere, ed aspetta che abbian finito.
Così appunto fece D. Ferrante: ed ai capitani di quel secolo accadeva assai sovente di voler comandare e di esser comandati colla peggio de' poveri popoli presso i quali si guerreggiava, cui, oltre i mali ordinarj ed indispensabili, venivan poi addosso cento malanni eventuali cagionati dalla sfrenatezza e dall'indisciplina delle milizie.
CAPITOLO XXXII.
Eran già quasi due ore di sole quando le bande del Vitelli, alle quali s'erano accostate tutte l'altre italiane del campo, si trovarono in punto di prender le mosse per condursi ad affrontar gli spagnoli.
Il cielo spazzato dal temporal della notte splendeva d'un bel turchino diafano e netto, che si sfumava all'orizzonte in una tinta dorata e vaporosa sulla quale spiccavano lunghe strisce di nuvole leggermente posate sulle creste de' monti: pe' fianchi di queste, le ombre portate dalle nubi, si stendevano in aspetto di macchie turchino-scure, mentre le parti percosse dai raggi del sole si vestivano di caldi e variati colori onde si tinge la campagna in sul finir della state. L'atmosfera tutta era come un mare di luce candida e purissima, che lasciava minutamente discernere anco gli oggetti lontani, tantochè gl'italiani radunati a Giramonte eran veduti distintamente da tutti i punti del campo, d'onde i soldati concorrendo sui luoghi alti, sulle trincee, su ogni sporto della collina, stavano ad osservare quel movimento, come spettatori ad una festa, tutti curiosi ed allegri di veder un qualche bel fatto.
Sulla spianata della Torre del Gallo, che a poca distanza domina Giramonte, era D. Ferrante Gonzaga, Alessandro Vitelli, il conte Pier Maria e molti de' primi dell'esercito, e considerando, tutt'altro che allegri, la gravità di quel disordine, stavan goffi ed attoniti nella forma appunto di quel mandriano che ci servì poc'anzi di paragone. Vedevan come cominciava la cosa, ma non potean prevedere come sarebbe finita, e sapevan ch'egli è de' soldati come de' puledri (anche qui la similitudine combina) cominci uno a far il matto, e coll'esempio ne fa scatenar cento.
Dall'altra parte, le bande spagnole alloggiate per la costa sotto Bellosguardo e M. Uliveto, avvisando quel che a loro danno si preparasse, sollecitavano ad allestirsi, armarsi, e mettersi in ordine; quantunque assai di mala voglia si trovassero al punto d'azzuffarsi cogl'italiani, non per viltà di animo, ch'erano ardita ed ottima gente, ma perchè invece di far quistione, avrebber preferito mettersi tutti d'accordo per entrare a forza in Firenze e metterla a sacco.
Non potendo risolversi a rinunziare alla speranza di questo benedetto sacco, stabilirono mandare a D. Ferrante due de' loro capitani, pregandolo ad interporsi, e rimettendosi in lui per quelle soddisfazioni che, salvo il loro onore, avessero a dare agli italiani per rappacificarli, e cancellar ogni passata ingiuria. Si mossero i due messi, e, giunti alla Torre del Gallo, esposero al capitano la loro ambasciata; egli l'ascoltò di mal umore, colle braccia intrecciate sul petto, ed alla fine diceva adirato:
--Chi volete voi che possa far capir la ragione a quei demonj!.... siam proprio in tempo, alla fediddio!.... Guardate!--
E difatti in quel momento appunto, s'empieva l'aria delle grida di costoro, della voce de' capitani che ordinavan la mossa, del batter fragoroso e celere de' tamburi, dell'acuto fischiar de' pifferi... Si vedeva quelle profonde e serrate battaglie (chè non si usava allora l'ordine sottile delle moderne fanterie) tutte ispide e lucenti d'alabarde e di picche, all'incirca come il pettine d'uno scardassiere volto sott'insù, si vedevano, dico, dar que' primi crolli gravi ed ondulati d'uno squadrone che prende la mossa, s'udiva il sordo e regolare percuotere di tanti piedi, e per dir il vero, l'aspetto di quelle genti non dovea dar molta speranza che s'avessero a poter frenare o volger come si volesse colle sole parole.
Le battaglie intanto venivan scendendo la costa ora di fronte ed intere, ora piegandosi e rompendosi talvolta, e poi tosto rannodandosi secondo volevano i luoghi o la giacitura del suolo, ma sempre ordinate. Innanzi, ed ai fianchi del grosso d'alabardieri ond'eran formate, venivan più radi buon numero d'archibusieri, reggendo colla manca il calcio della loro arme appoggiata sulla spalla, e colla destra portando la forcina e la corda accesa: alcuni invece d'archibusi tenean ritti colla punta all'insù grandissimi spadoni a due mani, di quelli che, appesi in oggi per ornamento nelle nostre sale, cavan di bocca a chi per la prima volta li vede, quella novissima esclamazione: «Che braccio dovevano avere i nostri vecchi!».... I capitani ed i sergenti, camminando in atto bravo innanzi alla fronte colle spade sguainate, e con targhette o rotelle al braccio, tutte intarsiate e miste d'oro, con una frangia intorno all'estremo lembo, ed un'acuta punta nel centro, vestivan corsaletti e cosciali d'acciaio, sotto i quali scendevano in larghe pieghe sino al ginocchio calzoni raccolti pel lungo da strisce di panno, mentre le gambe coperte d'una calza stretta alla carne mostravan tali muscoli da non lasciar sospetto che potessero mai venir meno a nessuno sforzo. Non parliamo de' visi abbronzati, fieri, veramente marziali, dalle barbe, da' baffi ridotti a non mostrare se non occhi e naso, nè dello strano atteggiarsi, del muoversi da bravaccio che era ne' modi de' soldati di quella età.... per dare una idea di così minuti particolari, non meno che del modo d'ordinarsi degli eserciti d'allora, val più il pennello che la penna, ed un' occhiata alle pitture del Vasari in Palazzo Vecchio, o a qualche incisione del secolo XVI, spiegherebbe assai più d'ogni descrizione.
Mentre queste genti si movevano così sicuramente all'assalto, parve però a D. Ferrante non ci stesse dell'onor suo lasciar seguire un tanto disordine senza pur muovere un dito per impedirlo; e non curandosi di compromettere la sua autorità, che pur sapeva non esser molta sopra l'esercito, salito su un suo muletto, e seguito da Vitelli e da pochi ufficiali, scese ad incontrare gli ammutinati. Giunto vicino ad essi, alzò la mano, accennando ai tamburi di sostare, e mostrando voler parlare, ma nè i soldati gli badavano, tirando pur innanzi, e piuttosto guardandolo in cagnesco, e così i capitani, nè i tamburi cessavano dal battere, ond'egli alzando la voce procurava superar quel frastuono, ma soltanto qualche parola, qualche sillaba senza senso potè, per dir così, sormontare e salvarsi dal generai naufragio del suo discorso. Ma potè ben egli udire invece di molte ed ingiuriose parole che gli vennero scagliate di mezzo alle file da polmoni che sapean dirla con vantaggio co' tamburi e co' pifferi, ed una voce di toro fu udita gridare fra le altre: «Levati, levati, mangia ranocchi!» alludendo ai molti che si trovan negli stagni di Mantova, patria di D. Ferrante. Visto alla fine ch'egli dava in nonnulla, si levò di quest'impresa disperata, e volto dispettosamente il muletto, ritornò di donde era partito non senza un poco cortese accompagnamento d'urli, di schiamazzi e di fischiate.
Giunte le bande sul piano di Baroncelli, luogo nel quale sorge in oggi Poggio Imperiale, d'onde con poca via erano per iscender ove vedean gli spagnoli apparecchiati ad aspettarli, si fermarono un momento per ristringere l'ordinanza.
In una delle prime file eran Averardo e Vieri, armati di due lunghe partigiane, ed accanto a questi, venivan, cogli archibusieri, Lamberto, Fanfulla e Bindo. Mentre ognuno osservava e metteva in punto le sue armi, l'uno affibbiandosi più stretta una correggia, un altro allacciandosi meglio il morione, soffiando taluno sulla corda onde non si smorzasse, ed i capitani rivedendo le file e facendo mutar di luogo ora questo ora quello, secondo parea loro venisse meglio, riguardo alle stature ed alle forze d'ognuno, Lamberto veniva osservando l'aspetto degli spagnoli attellati in fondo alla piccola valle, al di là della strada Romana che pel lungo la divide. Vedeva que' serrati squadroni d'uomini di mezzana statura, è vero, ma robusti, tarchiati, invecchiati nelle guerre, e i migliori fanti che fossero allora in Europa, e prevedendo quanto terribile sarebbe stato lo scontro, sentiva grandissima apprensione per Bindo, che gli stava innanzi a tutti e non trovava luogo, come un barbero alle mosse, smanioso d'attaccar la battaglia. Volerlo ritrarre?.... neppur pensarci. Lamberto fece d'occhio a Fanfulla, e senza parlare, per non esser udito dal giovanotto, espresse così chiaramente col volto e col gesto l'idea «stiamogli vicino e difendiamolo» che Fanfulla l'intese benissimo, ed accennò due o tre volte di sì col capo, con tale espressione, che valeva assai più delle parole.
Contento così Lamberto, si volse ai soldati, che, per tacito consenso, avendolo udito così animosamente parlare, lo tenevano in quella fazione quasi in conto di capitano, ed alzando la voce, per esser udito da quanti più si poteva, disse con volto pieno d'una nobile e fiera allegrezza:
--Orsù, fratelli, ci siamo.... Ci siamo una volta a poter combattere non per chi ci paga, e ci dispregia insieme, ma per noi finalmente, per la nostra nazione, per decidere, viva Dio, se veramente meritino gl'italiani d'essere il bottino di tutti i popoli, il ludibrio e lo scherno di tutto il mondo. Sia benedetto Iddio, che per una volta mi è toccato combatter contro genti, tra le quali non vedo un sol volto italiano! Ora, non vi dico altro... Firenze ci guarda.... ci guarda tutto il campo, il fiore di tutti i bravi d'Europa.... chi si pentisse è a tempo.... vada con Dio.... chi ama la patria, l'onore, la gloria, mi segua, e se do addietro m'ammazzi.--
I tamburi batterono la marcia, ed al grido di _viva Italia!_ che scoppiò ripetuto mille volte, si mossero tutte insieme le bande, e scendendo velocemente colle picche spianate giunsero al basso, attraversarono la strada e si serrarono addosso agli spagnoli che, immobili, e rispondendo viva _Espana_, ad arme parimente abbassate, gli aspettavano; colle bandiere gialle e vermiglie ondeggianti, con un rumor di tamburi, di pifferi e d'altri militari istrumenti che andava al cielo, ed al quale rispondevan l'eco e le grida lontane di tutto il campo. Prima che le due truppe nemiche si congiungessero era già incominciato il tempestar dell'archibusate, e vedevi or qua or là i soldati fermarsi, calar veloci l'archibuso sulla forcina, sparare e rimettersi tosto in via ricaricando; e quegli squadroni che poco innanzi si discernevano così splendidi e netti, cominciavano or qua or là ad esser velati, ed interrotti da globi di fumo che comparivano a un tratto, si ravvolgevano candidi e densi, e si sfumavan tosto diradati e dispersi dal vento.
Ma quando la prima fila delle bande italiane, coll'impeto suo proprio, e con quello che le aggiungeva da tergo la profondità delle battaglie, venne a dar di cozzo nelle genti di Spagna, sorse un nuovo e più alto fragore di ferri, d'arnesi, d'armi percosse, simili a quel cupo e sonante ruggito del mare quando rompe lontano in una lunga scogliera, o piuttosto allo scroscio tremendo di due grosse navi da guerra che s'urtano gettate l'una contro l'altra dalla tempesta.
Tra quelli che miravan dall'alto questo terribile spettacolo cessarono a un tratto le grida, cessò ogni voce, guardando tutti intenti e maravigliati quelle due masse d'uomini combaciati e prementesi l'una contro l'altra, così che non ne formavano oramai che una sola; le vedevano ondeggiare, ora perdendo, ora riguadagnando il terreno, piegandosi or innanzi ora indietro quella selva di picche per mezzo la quale, seguendone i moti, sventolavan tra i lampi del ferro, pennoni, stendardi, pennacchi di mille colori; vedevan nel mezzo ove era più stretto e furibondo il combattere, guizzar rapido, errante e confuso il luccicar dell'armi, che maneggiate velocissimamente, riflettevano in mille modi i raggi del sole; vedean tratto tratto in quella calca farsi dei vani pel cader repentino de' feriti o de' morti, ma in un baleno si riempivan i voti, chè altri calcando i caduti senza guardar se fossero amici o nemici, n'occupavano il luogo, e spesso per cader loro sopra dopo pochi momenti. Quando il fumo sorgendo a caso più denso in qualche parte, spandeva l'ombra sua sui combattenti, apparivano i tiri degli archibusi più spiccati in quello scuro, con un saettar fitto e lucente di lingue di fuoco, che impallidivano poi o sparivano affatto ove a quell'ombra succedesse la luce del sole.
Malgrado l'enorme e discordante fracasso prodotto dall'incessante scarichìo di moschetti, dal batter celere de' tamburi, dagli urti, dalle percosse scambievoli, ed anzi vincendo questo frastuono, s'alzava tratto tratto un terribil grido di vittoria da quella delle due parti cui pareva ottener sull'altra un qualche vantaggio, ed ora il grido d'_Italia_, ora quello di _Espana_ risuonava per l'aria ed era accolto dagli spettatori con altrettante grida e schiamazzi, e batter di mani come usavano gli antichi stando nel circo a veder i giuochi de' gladiatori.