Niccolò de' Lapi; ovvero, i Palleschi e i Piagnoni
Part 4
Quand'era entrato in religione si trovava la salute e la complessione indebolite e stanche dai tanti strapazzi, e forse senza fargli torto, questa depressione delle forze fisiche aveva in parte determinata la sua vocazione, ma la vita riposata e metodica l'avea ristorato, e sentendosi ora di nuovo forte e sano come una volta, badava a dire: «Così non ho io a stare!»
Queste benedette parole gli erano di nuovo uscite di bocca, quando udì i passi d'un uomo che s'accostava all'uscio. Giuntovi, battè due colpi colle nocche delle dita dicendo «_Deo gratias_.»
--Sempre _Deo gratias_, avanti--rispose frate Giorgio, ma il mal'umore col quale pronunziò queste parole, era poco d'accordo col loro senso. Aprì ed entrò un laico, che gli disse:
--Fra Benedetto vi vuole.--
Fra Giorgio immaginò tosto di che cosa si trattasse, e disse «questa tocca a me» tuttavia s'avviò francamente, e per istrada risolse, poichè gli s'offeriva l'occasione, di voler a ogni modo uscire di quel travaglio.
Trovò il suo superiore allo scrittojo: aveva gli occhiali sul naso, e stava leggendo un S. Agostino in foglio. Fra Benedetto alzò il naso all'aria per porre sull'istessa linea le sue pupille, le lenti degli occhiali ed il viso del laico; lo guardò un momento, come se la sua fisonomia dovesse servirgli a regolar la dose nella predica che stava per fargli.
La faccia di Fra Giorgio era compunta e modesta, ma sul suo viso la modestia e la compunzione in quel momento mettevan paura.
Pure il buon vecchio facendosi animo, e vincendo la ripugnanza che provava ad entrar in materia così strettamente con un tal uomo, si tolse gli occhiali, li depose sul libro, e disse:
--Fra Giorgio, da un pezzo in qua mi vo avvedendo di certe cose che poco mi piacciono. Forse avrei dovuto farvi motto prima d'ora: ma dubitando di non mi apporre quando pensavo male del fatto vostro, ed anco aspettando a ogni modo che voi vi dovessi mutare, sono stato cheto. Ma ora egli è pur forza ch'io faccia il debito. Che novità son queste figlio benedetto? Io non vi trovo più sollecito com'una volta all'ufficio vostro. Una volta voi eri sempre in chiesa, e non v'era modo a spiccarvi dalle predelle. Una volta voi ascoltavi le riprensioni con faccia serena e tutto volenteroso di far bene. Ora vi veggo sempre scuro in viso, se vi si parla, e' pare che l'abbiate per male; i frati non hanno altro che dire «Fra Giorgio è tutt'un altro.... non ci si può più combattere.» Ricordatevi, figliuol mio, la miglior parte della vita l'avete data al demonio, il Signore potea lasciarvi nella via dell'inferno, v'ha usata misericordia, non ripigliate ciò che gli avete donato, ora che avete consacrato a lui l'altra parte, gli anni che vi rimangon di vita; non tornate addietro, figliuolo.... Sta mattina poi in tempo di messa!..... vi par egli? un disordine, uno scandalo a quel modo?
E' mi duole d'avervi a riprendere d'un fatto nel quale mi ci trovo di mezzo io.... non vorrei (già noi siamo tutti miserabili a un modo!)... c'entrasse punto di ruggine con voi, perchè avete riso di me.... del mio sgomento. Ho errato anch'io figliuolo, lo confesso, se fossi stato col pensiero in Dio, com'era dovere, non ne sarei stato distolto da così poca cosa! Dunque che ci resta a fare? Umiliarci tutti a due, riconoscere che siamo fragili, che senza la grazia possiamo cadere ad ogni passo, e perciò non mancare di far quanto è in noi colle orazioni e colle penitenze per ottenerla.--
Fra Giorgio che una riprensione acerba avrebbe forse irritato, si sentì commovere dalla mansuetudine, e dall'umiltà candida del suo superiore.
--Voi siete un Santo, gli disse, ed ho avuto mille torti... ma....--
--No figliuolo, non sono santo, son peccatore più di voi, e pur troppo lo so io come sto! Ma questo ora non ci ha che fare. Ho caro vedere che conosciate il vostro errore; tanto volevo. I mal abiti son come la gramigna, la sradichi da una parte, rigermoglia dall'altra: vi compatisco,... aver per tanti anni vissuto ne' campi tra soldati, in mezzo ad uomini sfrenati, si fa l'uso a quel vivere sciolto, pieno di fortune diverse, se poi l'uomo si vuole assestare... è dura fatica... vi compatisco. Ma (seguiva sorridendo affinchè un'ombra di scherzo addolcisse ancor più la riprensione) anche qui si tratta di guerreggiare, e si vuol distruggere i nemici vecchi; in questa guerra tocca a tutti ad armarsi, ed a noi più degli altri, s'ha a star sempre all'erta, a combatter sempre... _violenti rapiunt illud_.--
Prima di riferire la risposta di Fra Giorgio preghiamo il lettore a pensare se gli accade mai nel trattare con alcuno a quattr'occhi di cosa che molto gli prema, udir verbigrazia una parola che assorbe interamente la sua attenzione: l'altro va innanzi col discorso, ed egli ruminando su quella parola, non l'ode: ritorna poi in se, vuol riprendere il filo del ragionamento, ma non avendo ascoltato tutto, nascon equivoci e per intendersi bisogna ricominciar da capo? Se questa situazione non riesce nuova al nostro lettore sarà forse peggio per i suoi affari, ma è meglio senza dubbio per l'intelligenza di quest'istoria, poichè a Fra Giorgio accadde di trovarsi appunto in questo caso.
Avendo ritratto dalle prime parole del suo superiore che era in _bonis_ più che non s'aspettava, invece d'ascoltarlo con attenzione sino al fine, si pose a studiare in qual modo avesse a dire per fargli conoscere che non ne voleva saper altro di far il frate; onde tutta la predica di Fra Benedetto se giunse all'orecchio del laico non penetrò certo più innanzi; soltanto a quest'ultime frasi «anche qui si tratta di guerreggiare... in questa guerra tocca a tutti ad armarsi... ecc. ecc.» si riscosse, ed il suo cervello balzano, che difficilmente poteva capir più d'un'idea per volta, la interpretò nel senso che più faceva per lui.
Si sentì consolar tutto, ed in cuore disse: «Avrà capito anche lui che se non ci ajutiamo tutti contro quest'Imperiali, e se i frati essi pure non danno una mano, la vuol finir male... Tutto il male non vien per nuocer! La nespola di stamattina l'ha persuaso, che l'affare si mette al serio.»
Questi pensieri però che hanno voluto da noi più d'una pagina di spiegazione, passarono come un baleno per la mente di Fra Giorgio, il quale tenendo superata ogni difficoltà, disse coll'effusione di chi vede aprirsi inaspettatamente una porta ai proprj desiderj:
Fra Benedetto, io non ho altro desiderio al mondo... e se io stavo tanto di mala voglia da un pezzo in qua, sappiatelo, e' non è stato altro che per questo: ch'io mi tengo coll'ajuto di Dio pur anco buono da qual cosa, e mi pareva portarmi troppo rimessamente in questa guerra (al contrario dell'altra ove mi son travagliato per tanti anni, e pur troppo quasi sempre a mal fine) io son certo che il combattere mi sarà merito innanzi Iddio, ed ho in animo di farlo,.... e farò il meglio ch'io saprò e voglia così Iddio farmi degno della sua gloria, e fosse oggi piuttosto che domani.
Il vecchio seguitando ad intenderla a modo suo, parte si maravigliò vedendo tanto fervore nel laico, chè tutt'altro aspettava, e disse fra se «Oh tò!... gli ha ripreso per questo verso ora!» Pure contentissimo di trovarlo in così buone disposizioni, soggiunse:
--Che siate benedetto figliuol mio! benedetto mille volte.... Già e' non si sbaglia (e gli batteva sorridendo sul braccio) questi bravacci se fanno tanto di volgersi al bene, lo fanno poi senza risparmio;... tutto sta a saperli indirizzare... Orsù dunque quel gran core che avete mostrato nelle guerre che dicevate testè per fini mondani, è tempo d'adoprarlo ora in questa per fini santi: il contrasto sarà lungo e grave, il nemico possente ed astuto... _leo rugiens_...... ma Iddio sarà con voi...... non vi spaventi....--
--Spaventarmi? rispose Fra Giorgio maravigliato, e sorridendo; non ho mai saputo di che colore ella fosse la paura.--
E, soggiunse sottovoce.--L'hai proprio trovato chi si spaventa.--
--Lo so, lo so, non siete pauroso, ma badiamo veh! anche il confidar troppo nelle nostre forze, è male, e male grave, ma non vo' aggiunger altro per ora.... non mettiamo troppa carne a bollire. Andate, ed il Signore v'ajuti e vi dia forza.
Fra Giorgio si mosse per partire. Giunto all'uscio gli sorse un pensiero in mente, e tornato addietro, riprese:
--Fra Benedetto, io v'ho a domandare una grazia.
--Dite.... purch'io possa.--
--Oh quando sia per questo, basta che voi vogliate.... Ma capisco ancor io.... e' non istà bene... chi dà e poi ripiglia.... dice il proverbio.... all'inferno si scapiglia.... ma non trovo altro modo.... non ve l'avrete per male....--
--Be' dite su.... parlate francamente.--
--Ecco vedete.... io non son uso così a piede... son della scuola vecchia, intendete!.... Chè soltanto da un vent'anni in qua, si vede (lasciamo star gli Svizzeri) buona gente mettersi nelle fanterie.... e si può dire anzi che il primo a metterle in riputazione è stato il sig. Gonzalo Hernandez.... via, il Gran Capitano.... l'avrete inteso nominare.... e per dir il vero e' gli venne fatto molto bene; che alla giornata della Cerignola gli uomini d'arme francesi.... se gli aveste veduti caricar una battaglia di que' fanti spagnuoli pareva n'avesser a far tonnina: ma loro fermi colle picche spianate parevan inchiodati alla terra.... e quei terremoti di francesi addosso come fulmini... Saint Denis!... Saint Denis! non ci è Saint Denis che tenga, era come percuotere in un bastione.--
Immagini il lettore se Fra Benedetto udendo questo discorso spalancava gli occhi, e credea che a Fra Giorgio desse di volta del tutto. Ma non era finito.
--Basta: lasciamo star le fanterie... So bene, anche tra loro sono di valentuomini.... ma ognuno ha da far l'arte sua: ed io mi trovo ormai troppo innanzi cogli anni per impararne una nuova, e se voi volete ch'io possa far cosa buona mi dovete concedere... conosco ch'è un grand'ardire il mio... voi vi maraviglierete.... ma ai termini ov'è ridotta la città non mi riuscirebbe, cred'io, neppur con dugento ducati.... chi l'ha l'adopera per se.... e poi già chi me li darebbe questi danari; insomma, per non allungarla di più, se voi non mi date licenza ch'io mi possa valere del mio cavallo, io mi troverò impacciato.--
A metà di questo discorso Fra Benedetto s'era di nuovo posti gli occhiali, ed appoggiando ambe le mani sui bracciuoli del seggiolone si faceva innanzi colla persona alzando il capo verso il laico, e guardandolo fiso, fiso. Quando finì di parlare il vecchio tacque per mezzo minuto pur seguitando a guardarlo, poi con voce che sonava somma maraviglia, disse due o tre volte:--
--Cavallo? Cavallo? Oh che Domin c'entra il cavallo? Ma a che modo l'intendete? V'ho io detto forse che andassi a giostrare?--
--Ma Fra Benedetto mio, e' non è mal di giostra; chè qui si fa da maladetto senno... e, com'io v'ho detto, e' mi basta la vista ancora di far il mestiero a cavallo... ma a piede!--
--E chi v'ha detto di far il mestiero? e di farlo a cavallo o a piede?... col ben che Dio vi dia! Che pazzie son queste? Vi dico di far l'ufficio di buon religioso, d'attendere all'anima, alle cose di Dio... e vo' m'uscite fuori col cavallo, colle picche e colle fanterie! E' mi par che vogliate la baja del fatto mio! Andate, andate che vo' m'avete chiarito... ed io che gli davo retta! Oh Signore, Signore, dammi pazienza con costui!--
--Fra Benedetto.... non v'adirate, disse Fra Giorgio accortosi dallo sbaglio, e tutto doloroso di trovarsi da capo quando già credeva d'aver aggiustate le cose sue. E' non c'è mal nessuno..... vo' l'intendete a un modo, io l'intendevo a un altro.--
Visto poi che il superiore taceva e soffiava con certi scrollamenti di capo che non presagivano nulla di bene, si risolse in tutto, dacchè si trovava avere scoperto l'animo suo, di volerla vincer egli; e venendo un tratto a mezza spada, disse col fare di chi non è più per tornare addietro:
--Orsù Fra Benedetto, ascoltatemi. Se voi non mandavi per me sarei venuto di mio, ch'io mi trovo in troppo travaglio per poterla durare. Io vi confesso che stamattina ho fatto errore in tempo di messa, e vi prego a perdonarmi come spero mi vorrà perdonare il mio Signore Iddio. Io vi confesso che gli altri frati hanno mille ragioni di dolersi di me, che i miei portamenti non sono quelli d'un buon religioso. Io sono un omaccio, un pezzo di carne cattiva.... ma forse ci ho che far io s'i' mi sento struggere, s'i' perdo il sonno, s'i' mi rodo giorno e notte di non trovarmi in sulle mura quando vi si fa all'archibusate!.... Ci ho che far io se ho una natura tanto nuova, tanto pazza.... dite pure tanto perversa, che io non ho bene se non quando mi trovo in mezzo alle picche, agli archibusi, alle busse e a mille malanni?.... Io non ho mancato di far il dovere, come m'avete insegnato, per ispegnere codeste fantasie: io digiuni, io orazioni, io discipline.... E sono stati scherzi! Ora io vi protesto che il mio cuore non s'è discostato un dito dal glorioso barone S. Domenico, nè dalla sua santa regola, e ch'io voglio vivere e morire in quella. Io mi ricordo de' miei peccati, e so che ho da farne la penitenza... e la vo' fare. A questa guerra io non ci vo' nè per avvantaggiarmi, nè per salire in grado, nè per altri fini mondani. Io ci vo' perchè a questo modo io non ci posso stare, ch'io impazzerei; ci vo' per difendere questo stato popolare, come volle il nostro Beato Fra Girolamo.... e quanto alla penitenza voi la farete in convento, io su per le mura alla neve, e al freddo; voi digiunerete ed io digiunerò; voi farete le discipline e io troverò ronche e spiedi che mi conceranno Dio sa come!
Io non sono in _sacris_.... sapete voi s'io ho lettere latine!... Ma lo fossi anco... la buona memoria del cardinale Sanseverino l'ho veduto con questo pajo d'occhi (chè allora ce gli aveva tutt'a due) alla giornata di Ravenna su un bel bajo turco, tanto bene a cavallo, tanto ardito e ben armato che io ne disgrado il sig. Giovanni,[6] e Napoleone Orsino, l'Abatino di Farfa, non corr'egli Casentino co' suoi cavalleggieri? e poi tant'altri.... E se v'è caso in cui anche voi altri preti dobbiate ajutar la difesa, è questo senza dubbio; e volete che ve la canti chiara? Quest'esercito non è per far da motteggio, e vedo di gran nugoli serrarsi addosso Firenze, e se ognuno di noi non val per tre, e' può venire il punto che ce n'abbiamo a pentire.... Li conosco questi Bisogni[7], questi Lanzi gli ho veduti al sacco di Roma.... dove pur troppo.... anch'io.... basta, Iddio mel perdoni.... e se riescono a rovinar in città un giorno o l'altro addio Parigi... e' non vi sarà nè chiesa nè convento che tenga. Ora voi m'avete inteso, conoscete l'animo mio; datemi dunque buona licenza, e coll'ajuto di Dio non ve n'avrete a pentire.--
Il buon vecchio udendo quel parlare cotanto risoluto, rimase senza parola. Egli non era sprovveduto di quel coraggio che sostiene l'uomo virtuoso quando si tratta d'adempiere al proprio dovere, ma come s'è veduto, l'ardire proprio de' soldati non era il fatto suo, e si può credere che avrebbe amato meglio trovarsi un po' più lontano da quelle benedette artiglierie: onde il vedere ora un uomo sui confini della vecchiaja che mostrava non poter più vivere se non andava a cacciarsi in mezzo alle schioppettate, gli parve cosa tanto pazza che credette il povero laico presso ad uscir di senno.
Perciò si guardò bene dallo sgridarlo, ed anzi considerando la cosa così in fretta in fretta disse tra se «E' non sarà male con buona maniera levarselo dinanzi prima che ne faccia qualcuna delle sue e mandi a soqquadro la casa» e senza mostrarsi alterato gli rispose:
--Certo non mi sarei mai aspettato.... ma se avete tanto desiderio... che per me non so intendere... basta, se così vi piace... non essendo voi in sacris vi si potrà concedere. Ma riflettete bene a quanti pericoli andate incontro; pazienza quelli del corpo. Ma per l'anima come andrà? Voi tornate nella via vecchia, tornate in mezzo alle male compagnie, tra ribaldi che vi porranno innanzi mille occasioni di mal fare!--
--Quanto a questo voi dite il vero; ma Iddio conosce i miei fini, egli m'ajuterà.--
--Poi ricordatevi; la difesa è lecita; ma debb'essere fatta col minor danno possibile: _cum moderamine inculpatæ tutelæ_, ferir le parti meno vitali, mai il capo, nè il busto.--
Il laico non si potè tenere di non sorridere un poco udendo questi precetti che mostravano quanto il superiore conoscesse i modi che si tengono nel combattere; ma pure ascoltò fino alla fine cogli occhi bassi (e non gli parve fatica, tant'era l'allegrezza che provava di sentirsi ridiventar soldato) un'ultima ammonizione di Fra Benedetto piena di consigli e di precetti sulla carità, sulla prudenza, sui buoni e cattivi esempi, e che per essere stata un po' lunghetta pensiamo di non riferirla parola per parola. Quando fu finita, disse Fra Giorgio:
--Dunque siete contento ch'io mi valga del cavallo.--
--Sì, sì... che ad ogni modo le noci son macinate, e per l'olive serve il ciuco... Che Dio vi benedica.--
Fra Giorgio se n'andò contento. L'altro guardandogli dietro giunse le mani, strinse le labbra, ed alzò gli occhi al cielo.
CAPITOLO IV.
--Il cavallo è trovato... e' ti pare aver fatto tutto!... resta a vedere se ti potrà portare, che non s'ha a far i conti senza l'oste.--
Così diceva Fra Giorgio avviandosi verso la stalla. Andava pensoso, col cuore piccino piccino, come chi trovandosi costretto a far una spesa e non avendo numerati da un pezzo i quattrini che ha in borsa, si dispone a contarli, ma il cuore gli dice che non arriveranno.
Ne' primi tempi dopo che era entrato in convento, ogni tanto andava a trovare il suo cavallo e sempre s'ingegnava di razzolar qualche cosa per supplire alla scarsità e cattiva natura della pietanza che gli somministrava l'ortolano. Per una bestia avvezza a farsi il fianco tondo ogni giorno con paglia, orzo, e biada ci voleva altro che star ai pasti del ciuco e di due vacche smunte che erano i suoi compagni di stalla e di lavoro.
Malgrado le cure di Fra Giorgio, dopo il primo mese, l'ossa dell'anche cominciarono a sorgere, indi a numerarsi le costole: il collo, la schiena e la groppa s'avvezzarono a star abitualmente sull'istessa linea, l'orecchie anch'esse non potendo più opporsi alla legge di gravità si chinarono sulle tempie, l'occhio divenne malinconico, ed il povero Grifone (così gli avea posto nome il Fanfulla d'altre volte) acquistò la seria ed afflitta immobilità del ciuco suo vicino.
Fra Giorgio, non reggendogli il cuore di veder questa brutta metamorfosi fino al fine, l'abbandonò per disperato e da più d'un anno non avea messo piede in istalla. V'entrò adesso preparato al peggio.
Al di sopra delle vacche e dell'asino vide sorgere il dorso del suo sventurato Grifone: ma pareva un di quegli animalacci rari che si conservano ne' musei, o per dir meglio la loro pelle retta su quattro stili, e pochi regoli in traverso, ed imbottita qua e là di paglia e di borra.
Fra Giorgio si messe le mani ai capegli e fu per voltarsi a fuggire com'avesse veduta la versiera. Pure si rattenne. Fin che v'era filo di speranza non volle rinunciarvi. Considerò le spalle e le zampe, e non gli parve di trovarvi gran male: fece di metter insieme uno stajo tra orzo e biada, e dopo averlo abbeverato, glielo pose innanzi.
«A corpo pieno ci riparleremo» disse, e per allora lo lasciò stare.
Pensò di dare intanto un'occhiata alle sue armi dicendo: «Anche qui vi saran de' guai.» S'avviò ad una camera terrena specie di guardaroba, ove le avea lasciate per vestir l'abito. Era uno stanzone posto in un angolo del chiostro, e vi giaceva buttato alla rinfusa un monte di mobile vecchio, di suppellettili di sagrestia; v'erano scale, legnami a stagionare, orci, stuoje vecchie, mele a maturar sulla paglia, agli e cipolle appiccate alle chiavi della volta, ed in mezzo a questa confusione trovò, parte pendenti dal muro, parte caduti in terra, tutti i pezzi che componevano il suo arnese, colla sella, la briglia e gli altri guernimenti del cavallo. I ferri erano pieni di ruggine; le cuoja screpolate coperte d'un velluto di muffa verde e turchina.
De' ragnateli poi e della polvere non se ne parla.
Raccozzò ogni cosa alla meglio e portò il tutto nella sua cella: aiutandosi con olio e con un pezzo di legno dolce si diede a giocar di schiena finchè dopo un'ora buona di lavoro ebbe scoperto che la ruggine non avea tanto danneggiate quell'armi da renderle inservibili.
Tornato alla stalla ove il cavallo s'era un poco ristorato dallo stento, lo sciolse dalla mangiatoja, e lo trasse in una piccol'aja che era tra la casa e l'orto. Dopo avergli infilata la briglia, con un salto si trovò su, e così a bardosso cominciò a provare a farlo muovere in volta. La povera bestia trovandosi satolla, e non le era accaduto da un pezzo, avea ripreso spirito, e si maneggiava ancora meglio che il cavaliere non avrebbe pensato.
Questi saltò a terra molto contento e confortandosi che un migliore scotto per qualche giorno l'avrebbe finita di risuscitare, ritornò nella sua cella.
Per non perder tempo (chè ad ogni minuto si sentiva crescer la smania) dispose d'uscir tosto per cercare ove potesse venir adoperato. Si rassettò i capelli e la barba, scosse la tonaca, e tiratosi in sugli occhi il cappuccio, si trovò presto sulla piazza S. Marco avviato verso il Renajo de' Serristori (passato il ponte Rubaconte, ora detto alle Grazie) ove abitava il signor Malatesta Baglioni capitan generale de' Fiorentini.
Il tempo ch'egli impiegherà per istrada non crediamo inutile (prima d'entrare in altro) impiegarlo a por sottocchio al lettore a qual termine si trovasse allora Firenze, ed a ricordargli le congiunture politiche, che ve l'avevan condotta.
Dai primi anni del secolo XVI l'Europa si trovava sconvolta.
Tre uomini ai quali era dato trarsi dietro la moltitudine coll'autorità del grado, colla potenza dell'armi, o con quella dell'ingegno, Carlo V, Francesco I e Martino Lutero, parve in quel tempo facessero a chi di loro poteva metter più sottosopra l'umanità.
I due primi divenuti nemici, dacchè cessarono di essere rivali nelle loro pretensioni alla corona Imperiale ottenuta da Carlo, mossero l'un contro l'altro, e durarono finchè vissero in un'alternativa continua di guerre lunghe, atroci, macchiate di frode e di crudeltà, e di brevi paci accordate vilmente, ed oltraggiosamente turbate.
Il terzo, povero frate Agostiniano armato di dottrina, d'ingegno, d'audacia ad ogni prova, potente de' mali umori che gli abusi della giurisdizione ecclesiastica avean generati tra popoli della Germania destò quell'incendio, che dovea consumare il cattolicismo nella metà dell'Europa.
L'ambizione, l'amore di gloria vana e avventurosa, ed il fanatismo di religione, che erano le passioni dominanti di questi tre uomini, divennero le passioni di tutti nel secolo XVI, al principiar del quale l'umana società entrò per una strada nuova, che dovea battere senza guardarsi indietro sino a tutto il XVIII.
I re che fin allora avean condotte a stento guerre brevi e locali coll'ajuto di vassalli mal domi obbligati a seguirli soltanto per un tempo limitato, trovarono danari aumentando le gravezze, per pagar soldati i quali non lasciavan mai le bandiere e stavano a posta del principe dove e quanto pareva a lui. Furono allora posti i fondamenti di quel sistema d'eserciti numerosi e stanziali, e di tasse sempre maggiori; sistema che uscito d'ogni termine ragionevole, partorì all'età nostra gravissime difficoltà.
La politica per tener dietro a questo nuovo stato, dove pel passato era quasi interamente circoscritta entro i limiti d'ogni nazione, si dilatò, e concepì il disegno di stabilire l'equilibrio Europeo, pel quale i governi venuti a potenza maggiore e più compatta si sostennero a vicenda sodando in certo modo gli uni per gli altri.