Niccolò de' Lapi; ovvero, i Palleschi e i Piagnoni
Part 36
--No! grida lui con un urlo strozzato, e parve che gli tornassero le forze a un tratto, e si caccia, più diavolo che mai, nel folto dei lanzi, che cominciano a tentennare. Figuratevi noi allora! Ci scagliamo come mastini, e mena, e spingi, e avanti, ributtandoci, a viva forza, scavalcando cadaveri, e tutti imbrodolati di sangue, riuscimmo a un tratto fuor di porta, e vistomi all'aperto m'accorsi che avevam rotti i lanzi, chè a dirvela, per quella via stretta non ci vedevo più, e non sapevo dov'ero, e mi sentivo la testa intronata, chè n'avevo toccata una sul capo, e 'l sangue mi velava la vista. Basta, fuori che fummo si fece un po' di largo, mi nettai un po' gli occhi, ed i nemici aprendosi alquanto, vidi il Commissario cacciarsi in una casetta vicino alla cappella delle vergini, e io dietrogli, e dico: «Finchè ne vuoi tu ne voglio anch'io.»
E costì da capo ricominciamo a sonare,.... ma eram rimasti una decina e non più, e ora ne cadeva uno or un altro, ma senza rinculare un passo, e si combatteva sull'uscio, alla fine, eran più di cento che spingevano, e di peso ci portaron dentro, e ci montaron addosso, che ognun di noi n'avea quattro alla vita; allora il Ferruccio, che pel sangue perduto e la stanchezza era venuto a terra e non potea più muover gambe nè braccia, e non parea vivo che dal fulminar degli occhi e dal ruggito che gli usciva tratto tratto di gola, povero signore!.... fu preso da uno spagnuolo, e io da un altro, e così finì; eramo quattro vivi.
Quello spagnuolo che ebbe il Ferruccio voleva nasconderlo, ma venne un ordine di Maramaldo che gli fosse condotto. Lo misero a sedere su due picche in croce, e lo portarono in piazza.
Maramaldo, vinto ch'egli ebbe, s'era riparato in quella casa sull'angolo della chiesa: uscì sul ballatojo innanzi l'uscio, al quale s'ascende per due gradinate, mentre appunto le salivano i soldati che portavano il Commissario,... glielo buttarono ai piedi, rimase stramazzato, reggendosi però su un braccio, colla fronte alta e più feroce che mai.--
Qui Fanfulla tacque per un momento. Poi, fatto grave e addolorato nell'aspetto (cosa tanto fuori della natura sua) disse, scrollando il capo:
--Darei quel poco sangue che m'avanza per non aver veduto ciò che sto per narrarvi!....--
E dopo un'altra pausa, riprese.--Maramaldo gli si accosta e gli dice: «Ci sei una volta! mercante poltrone!» Ma Ferruccio non gli lascia finire la parola e lo mente per la gola, com'egli fosse sano ed armato, e non ridotto com'era, e mentre si dicean villania, vedo Maramaldo colla destra venirsi frugando dietro le reni finchè trova il manico del pugnale, lo sguaina, e l'alza a un tratto sul viso al Ferruccio, io lo guardavo proprio negli occhi.... non li mosse, vedete! non li volse, com'ho da render l'anima a Dio! ed ebbe due volte la lama nella gola, e disse, morendo e borbogliando pel sangue che gli usciva di bocca: «Vil poltrone, tu ammazzi un uomo morto!»
Io perdio avea le mani legate da que' marrani, chè coll'ugne e co' denti l'avrei vendicato. E codesti si chiaman capitani di soldati? capi d'assassini piuttosto! vergogna di quanti fanno il mestiere!
Io fui condotto in una casa poco discosto, e da quello che m'avea preso venni raffigurato, ed io riconobbi lui, chè fummo insieme nell'esercito di Borbone, era un certo Valesco..... e mi dice: «Oh, chi pensava mai che fossi qui!» e cominciamo a discorrere, e per dirla in breve, m'usò di molta cortesia, chè gli dissi: «Vedi, che taglia vuoi tu che ti paghi? a scorticarmi tutto non ne caveresti un ducato.»
Insomma, e per l'antica amicizia, e perchè a dirla, tutti i soldati che da vent'anni sono in sulle guerre d'Italia li conosco uno a uno, e non per merito mio, ma tutti mi voglion bene, mi lasciò andare: bensì gli ho promesso, che se potrò metter insieme un po' di denari qualche cosa gli darò. Ho paura però che aspetti un pezzo.
Allora pensai a Lamberto: Dio sa com'è capitato!.... era già fatto sera, e i soldati nella terra attendevano a far buona cera, bere e giocare, e metter a sacco le case, insomma, quel che si suol far sempre. Io me n'uscii zitto zitto e misi in animo di trovar Lamberto vivo o morto.... e pensavo a voi M. Laudomia.... come vorresti tornarle dinanzi senz'esso! dicevo. Comincio a cercare per que' greppi (era uno stellato chiaro) pieni di morti e moribondi, e chi si lagnava, chi bestemmiava Dio e i Santi, chi vedendomi passare si raccomandava.... ma che potevo in fare? Dicevo «raccomandati a Dio, fratello» e passavo avanti, chè a voler dar retta a tutti non bastava un mese. Insomma, dopo un par d'ore, chè credetti più volte, tanto mi doleva la ferita del capo, e mi sentivo rotto e stracco, di cascar anch'io, per non rizzarmi più; alla fine, dico, te lo trovo in quel fondo, e, la Dio grazia, vivo «Ajutiamoci Lamberto, chè la festa è bell'e terminata» e gli racconto tutto. Ora, come riuscimmo tra tutt'e due a movere quel cavallo morto, e poi a trovar modo di condurci fin qui, poco importa il narrarlo; il fatto sta che ci siamo, e che se credevo riveder Firenze, possa rompere il collo.--
CAPITOLO XXVIII.
La notte che tenne dietro a questa torbida giornata fu pe' Fiorentini piena d'inquietudine, di sospetti e d'apparecchi, nell'aspettazione de' gravi casi che essi prevedevano per l'indomani. In quell'ore stesse ove, particolarmente ne' gran caldi, suole il sonno vincere ogni cura e la memoria di ogni travaglio, Firenze rimase desta. A girar per le strade non s'incontrava persona, ma il chiarore che traspariva qua e là dalle finestre, i rumori, le voci che s'udivano nell'interno delle case, assai mostravano che quel disgraziato popolo sentiva appressarsi l'ultima scena della lunga e sanguinosa tragedia, e nelle sue viscere ribollivan più fervidi gli umori e le passioni di parte, le speranze, i desiderj, vicini ormai ad essere irremissibilmente appagati o delusi.
Il popolo minuto, la maggior parte cioè de' cittadini, che in cotali casi suole operar sempre con prontezza e lealtà, senza secondi fini e senza raggiri, e per questo appunto viene spesso a pagar lo scotto a pro degl'ipocriti o degli astuti, si preparava in quell'ore notturne a venir francamente l'indomani all'ultima prova dell'armi, sperando vittoria, e rassegnandosi a comprarla colla vita di molti.
Bello ed augusto spettacolo sarebbe stato a poter penetrare il segreto delle povere case popolane, veder gli apparecchi di quel gran sacrificio. Veder quegli uomini disporsi tranquilli a morir per la patria, ed a quali patti? con quali speranze? di mutar sorte, e divenir ricchi vincendo? No: il loro stato, ben lo sapevano, non potea cambiarsi, la povertà e la fatica eran la parte che loro sarebbe toccata dopo, come prima. Ma non facean questi calcoli, neppur li pensavano; essi amavan la patria, come s'ama una madre, l'amavan d'amore, era stato per loro il primo pensiero dell'infanzia, dovea esser l'ultimo della vecchiaja, essi davan la vita per lei con quel cuore stesso con che un'amante la spende per l'amata, senza cercare altro premio che la gioja stessa di morire per salvarla.
Quali e quanto fervide saranno state in quella notte le preghiere delle madri e delle spose! Quante lagrime sparse in segreto! Quanti voti, quante promesse a Dio d'anime innocenti e cadute d'ogni speranza che non fosse in Lui! La fantasia si smarrisce immaginando l'infinita varietà di casi che dovea offrire l'interno di tante famiglie, pensando i severi conforti de' vecchi, l'animoso e confidente sperare de' giovani, l'onorato ed irremovibil proposito di tutti; ma il cuore si stringe considerando poi che in quell'ore istesse v'eran in Firenze cittadini che vegliavan disegnando come potessero scampar soli dal comune naufragio, redimere la loro vita a prezzo di tradimenti, le loro ricchezze a prezzo del sangue o della libertà de' loro fratelli.
V'eran pur troppo costoro, ed eran la setta dei grandi, quella di che facea capitale Malatesta, e che Troilo ed il Nobili avean avuto, come vedemmo, l'incarico di sollevare.
Essi ebbero a durarvi poca fatica, chè oramai le cose eran mature, ed il privato interesse poteva più d'ogn'altro rispetto in uomini che, sul primo, s'eran però mostrati pronti ed accesi pel comun bene. Ma essi eran ricchi; avean che perdere, e Niccolò dubitando di loro, non avea preso errore.
Troilo ed il Nobili, lasciato Malatesta, venner dunque raggirandosi, e trovando uno ad uno quei grandi; e, come portava l'occasione, con parole e promesse più aperte riuscirono a staccarli affatto dalla causa del popolo e risolversi a quegli estremi partiti, che presero poi di fatti, e furon cagione dell'ultima rovina della città.
Passata così quella notte, l'alba desiderata, o temuta, ma sicuramente spiata da tanti, appariva finalmente chiara e limpida dietro i poggi dell'Incontro e di Vallombrosa. Quando i suoi raggi cominciarono a penetrar nelle case, e ad esser visibili malgrado la luce rossiccia de' lumi, si fece in ogni famiglia quasi un'ultima dipartenza, successero gli abbracci, i pianti, i caldi e rapidi colloquj delle mogli, le benedizioni de' vecchj e de' padri, ed a poco a poco si sparse un rombo per la città, un rumor cupo, di voci, di passi, di porte che s'aprivano e serravano a furia, ed uscendo i cittadini armati dalle case, per raccogliersi ai loro gonfaloni, ricambiavan l'ultimo addio, l'ultime occhiate co' loro congiunti, colle donne, co' bambini che lasciavan lacrimosi sugli usci.
A levata di sole la piazza era già, non meno del giorno innanzi, calcata di popolo, ed i Signori radunati in consiglio, quando si vide di verso Vacchereccia giungere una compagnia d'uomini a cavallo, alla cui testa veniva Cencio Guercio e si drizzava al Palagio. Giunto al portone fra l'ondeggiare ed un non troppo amico mormorare della folla, scavalcò; e salito nella sala ov'era radunata la pratica, espose con arroganti parole il messo pel quale era stato mandato da Malatesta.
Il traditore neppur in quella notte non avea perduto tempo, e conoscendo l'universale repugnante più che mai agli accordi, ed acceso invece a tentar ancora il combattere, avea mandato in campo a Don Ferrante Cencio sopraddetto, con un altro, i quali ne eran ritornati con una bozza di capitoli pei quali, in sostanza, venissero bensì rimessi i Medici, ma rimanesse però libera la città.
Con questa bozza venne dunque Cencio ai Signori, dicendo: «come Malatesta li confortava accettarla, e gli ammoniva, dacchè eran pure spacciate le cose loro, non volessero l'intero esterminio di Firenze, moltiplicando poi parole di tanta alterigia, che il gonfaloniere fu per fargli metter le mani addosso.» Tardi avvedutasi la Signoria dell'error suo nel commettersi alla fede di quel ribaldo, che ora tanto sfacciatamente scopriva il suo tradimento, udendo anche il rumore che s'era levato in piazza, e le grida del popolo che chiedeva battaglia, diede con altrettali e più superbe parole commiato a Cencio, imponendogli, dicesse a Malatesta (trascriviamo il Varchi) «Che la Pratica per ispraticare oggimai questa tante volte proposta, e determinata consulta, aveva di nuovo per ultima risoluzione deliberato, che onninamente si combattesse; il perchè essi come Signori gli comandavano, e come cittadini lo pregavano per l'onor suo e per la salvezza loro che desse ordine a cavar fuori i suoi soldati, perchè eglino dalla parte loro erano preparati, ed aveano preste e in punto tutte le cose da lui chieste e dimandate, e qualcuna di più.»
Malatesta intanto, tutto pieno d'ansia e di sospetti, moltiplicando intorno a se le guardie dei suoi perugini e de' soldati côrsi che gli eran devoti, aspettava la risposta di Palagio, ora bravando, ora promettendo a' suoi, e raccomandandosi gli tenessero il fermo. Quando Cencio gli ebbe riferito le parole de' Signori, conosciuto non rimanergli altro scampo, si risolse, com'avea disegnato, domandar licenza, e dimettersi dal grado di capitan generale prima che ubbidire a quel comando, chè potea fargli perder il frutto di tante frodi: non ch'egli credesse la sua licenza venisse accettata, sperava al contrario vincer così la costanza de' Fiorentini, e costringerli, trovandosi senza capitano, a calare agli accordi.
Egli dunque scrisse una lunga lettera alla Signoria con parole e ragioni oscure ed avviluppate (chè di chiare e schiette non ne avea) sforzandosi mostrare aver egli onoratamente e con fede adempiuto all'ufficio di capitano, e dato ogni opera affinchè la città si liberasse di quell'assedio, il fatto aver dimostrato che il suo consiglio di non uscire a combattere era stato buono, ed a quello più che mai volersi attenere, ora che per le tante perdite erano sceme le forze de' cittadini, e di troppo inferiori a quelle degl'inimici; non potergli patir l'animo di concorrere egli alla rovina di così nobile città, seguendo l'opposta opinione, e dacchè pure le loro Signorie avean deliberato mandarla ad effetto, voler piuttosto domandar buona licenza, lasciar l'ufficio, e partirsi.
Stefano Colonna, al quale Malatesta molto umilmente si raccomandò quel giorno onde non gli facesse contro e l'ajutasse, s'accomodò piuttosto a favorirlo, o perchè così gli fosse stato commesso dal re di Francia, del quale era soldato, o per qualsivoglia altra cagione: il fatto sta che a questa protesta anch'egli appose la sua firma, ed appena scritta la mandarono in Palagio.
L'indegnazione e lo sdegno che si destò tra' Signori nel leggerla, e nel veder ormai tanto aperto il vituperato animo di quel traditore, è cosa impossibile a dirsi; e senza frapporre indugio, tutti bollenti d'ira, posero il partito, ed a tutte fave nere lo vinsero, che s'accettasse la licenza di Malatesta; venne tosto scritta una risposta nella quale, senza scendere a recriminazioni ed a lagnanze, che mal poteano stare colla dignità della repubblica, gli si accordava però la sua domanda con parole troppo più onorevoli che egli non avrebbe meritate.
Andreolo Niccolini e Francesco Zati, ambedue commissarj, ebbero il carico di portar questo scritto a Malatesta, e condussero con loro Leo Paolo da Calignano, notajo, chè ne facesse pubblica fede.
Il popolo, che aspettava impaziente il fine di quelle pratiche, vide accostarsi al portone del palazzo tre muletti condotti dai tavolaccini della Signoria, e poco stante comparvero i Commissarj sopraddetti, e montati a cavallo s'avviarono con due mazzieri innanzi, tra il bisbiglio della folla, ove già correva la voce dell'importante e strana commissione alla quale venivan mandati. Giunsero al capo di via Maggio, ov'eran le prime guardie di Malatesta, che s'aprirono per lasciarli passare, ma con brutte parole ed occhiate in cagnesco davan loro indizio dell'accoglienza ch'eran per ricevere dal capitano. Scavalcati finalmente in cortile, salirono, e lo trovarono nella sala ove era solito dar le udienze, seduto su un seggiolone, circondato dalle sue lance spezzate, con un viso stravolto ed altiero, che non mutò al giungere de' Commissarj, ed appena con un piccol moto del capo corrispose al loro saluto.
Se questi non si sbigottirono trovandosi nelle mani di tanti, che a quel punto ben potean dirsi nemici, vedendo i visi di que' suoi ribaldi tanto volti al male, e sapendo qual messo arrecavano, convien dire, che assai fossero d'animo sicuro. Si disposero ad adempiere arditamente al loro ufficio, ed il Niccolini, cavato fuori lo scritto, cominciò a leggerlo ad alta voce.
Ma non ebbe appena profferite le prime parole, che Malatesta alzandosi furibondo gli corse addosso, e sguainato il pugnale lo ferì malamente in più parti, e l'avrebbe ucciso se le sue lance stesse, considerando l'enormità del caso, e temendone forse ancor più le conseguenze, non gliel'avessero levato di mano; ovvero, se la debolezza del suo braccio non avesse reso i colpi mal sicuri e di poca offesa. Allo Zati, veduto il compagno a questi termini, fallì un momento l'ardire, e domandò la vita a Malatesta, che accecato dall'ira, anche a lui s'avventava, e che pur si rattenne dal manometterlo.
A quel tumulto si levò il rumore grandissimo per tutta la casa, nel cortile ed in istrada, e dai soldati (che in quell'età ad ogni poca d'occasione, pensavano subito a far bottino) venner tolte le mazze d'argento de' mazzieri, le mule, e perfin la cappa del ferito Commissario, che tolto di là da Alamanno De' Pazzi fu amorevolmente soccorso e fatto medicare. Intanto Malatesta, che il furore, la rabbia, il sospetto di dover in un punto rinunziare a tante speranze, avean tratto di senno, s'aggirava fulminando; e gridava «Non esser Firenze stalla da muli, e voler egli salvarla a dispetto de' traditori.»
Il disordine e le grida duravano grandissime, ed era ormai palese ad ognuno esser le cose condotte a tal estremo, che la forza sola avrebbe deciso chi dovesse rimaner signore di Firenze, il Palagio o Malatesta; e questi non ebbe tanto offuscato dall'ira l'intelletto da non comprendere ch'era tempo non di parole e braverie, ma di pronto ed animoso operare.
Erano intanto ritornati in piazza lo Zati, il notajo, co' mazzieri svaligiati, e tutti disordinati ne' panni e nella persona, ed il popolo maravigliato li vide passare per entrare in Palagio, e saputo appena l'accaduto, si levò un ruggito d'ira e grida di vendetta tanto smisurate che ne rimbombaron i monti e la valle dell'Arno, ed il gonfaloniere insuperbito, e giurando di voler vendicar a ogni modo l'offesa repubblica, gridava a' suoi sergenti gli venisser arrecate l'armi e preparato il cavallo, onde, alla testa di tutto il popolo, andar contro Malatesta, e veder, com'egli diceva, se un traditore potesse star solo contro tutta Firenze. L'ordine fu eseguito in un baleno: venner l'arme, venne al portone un gran palafreno da lancia, bardato, e tutto sparso de' gigli fiorentini; ed il popolo a quest'apparecchi si metteva in ordine anch'esso a furia, e si vedeva la turba agitarsi, dividersi, ravvolgersi in sè stessa, correndo ognuno a schierarsi sotto il suo gonfalone, preparando l'armi, accendendo, gli uni dagli altri, le funi degli archibusi, ed a quest'armeggio s'udiva un fremer cupo ed incalzante di voci che rassomigliava alla romba sotterranea foriera del terremoto. Ad accrescer e superar tanto frastuono s'aggiungevano a un tratto i tocchi della campana grossa, che in pari circostanze aveva molte volte battute l'ultime ore de' traditori; le sonore, profonde oscillazioni del bronzo percosso, piovendo dall'alto sulla turba, vibravano in ogni cuore, v'accendevan nuove faville, come suole fare ai cavalli in battaglia lo squillar delle trombe, chè quel suono, in così fatto punto, ed in così estremo pericolo, non pareva se non la voce stessa della patria che chiamasse i suoi figli, e implorasse ajuto.
Fra i gonfaloni de' quartieri che disposti intorno alla piazza a larghe distanze ondeggiavano al vento, si notava il Lion d'oro di S. Giovanni, e nella prima fila era Niccolò co' suoi giovani. Il feroce vecchio, sordo a mille preghiere, al pianto delle figlie, allo sconfortar degli amici, aveva voluto quel giorno trovarsi cogli altri ove eran per decidersi l'ultime sorti di Firenze. Se non col braccio, pensava, ed a ragione, giovar coll'esempio; e qual piede avrebbe potuto arretrarsi, qual cuore vacillare, alla presenza sicura e veneranda d'un tant'uomo?
Deposto il lucco, egli vestiva un lucente giaco di maglia, aveva accanto la spada, in mano una picca, ed invece del cappuccio un cappello di ferro, di sotto al quale gli usciva l'onorata canizie, e coprivagli il collo, mentre sul petto gli scendeva, ugualmente candida e folta, la barba. Il suo busto non più curvo dagli anni, stava eretto sulle reni, e si piantava saldo su due gambe, alquanto aduste ma di valida e bella proporzione: il suo sguardo lampeggiava d'un fuoco di gioventù, ed un insolito vampo gli coloriva le guancie. Malgrado il tumulto e i diversi pensieri che occupavan le menti, molti avevano fissi gli occhi in esso, e se lo mostravan gli uni agli altri, con parole d'affetto, di maraviglia e venerazione mentr'egli immobile volgeva in giro l'occhio tranquillo ed altero nel quale si leggeva un irremovibil proposito, ed intanto l'ombra errante del gonfalone che gli sventolava sul capo, ora lo copriva spegnendo il lampo delle sue armi, ora guizzando lontana le lasciava scintillar di nuovo ai raggi del sole.
Sulla ringhiera di Palagio era intanto comparso il gonfaloniere coperto di tutte armi; e montato a cavallo, si mosse, preceduto dal grande stendardo del popolo, che con bell'ordine, quartier per quartiere, si veniva mettendo in fila per tenergli dietro: le trombe della Signoria sonavano; sonavan le campane di Palagio, e quelle di molte chiese; spesseggiavan le grida di _Viva il marzocco! viva il Palagio! Morte ai traditori! Morte a Malatesta!_ e pareva la terra tremasse percossa da tanti passi, le mura si scuotessero al rombo di tante voci, al suono di ferri che s'urtavano nella calca, al grave rotolare de' carri d'artiglierie che venivan avviati per Vacchereccia, onde abbattere al bisogno le mura e le porte del palazzo di Malatesta.
Ma prevedendo questi la rovina che stava per venirgli addosso, s'era oramai provveduto dell'ultima e più scellerata difesa che gli avanzasse, ed al tempo stesso della più terribile e sicura che si potesse immaginare, contro la quale il popolo di Firenze non ne avea rimedio. Il traditore avea fatto entrare Porro Stipicciano da Castel di Piero ne' bastioni con le sue genti, e mandato Margutte da Perugia alla Porta a S. Pier Gattolini, che ruppe e spezzò a furia, cacciandone il capitano Altoviti che l'aveva in guardia, e volgendo al tempo stesso verso la città le artiglierie collocate sul torrione della porta medesima.
Il campo imperiale, avvertito da Malatesta di questi accidenti, s'era intanto levato in arme e si apparecchiava, ad un suo segnale, a scendere ed entrare nella città, e le feroci bande tedesche e spagnuole, agitando le picche, mandavan grida d'allegrezza stimando imminente il sacco di Firenze, i guadagni, le rapine, le uccisioni, gli stupri, la meta infine delle loro lunghe e contrastate speranze.
Rassicurato così Malatesta alle spalle, e forte oramai di tutto l'esercito imperiale, poteva, quanto a sè, ridersi della furia del popolo, ma una gravissima cagione lo sforzava a non spinger le cose all'estremo, e far sì che il popolo si ritraesse senza opporgli gli ajuti di fuori, e pel solo timore de' medesimi. Questa cagione era il dubbio, anzi la certezza, che entrando tumultuariamente in Firenze le bande del campo, ed appiccando la zuffa in città non venisse questa saccheggiata e distrutta, contro la mente espressa del papa, che la voleva invece intera e piena delle sopravanzate ricchezze.