Niccolò de' Lapi; ovvero, i Palleschi e i Piagnoni
Part 33
_Noi arrivammo qui alli 20 a ore 21 ed avemmo ad entrare nella fortezza a colpi d'artiglierie; e quando fummo tutti arrivati al ridotto d'essa feci saltar dentro tutte le fanterie e trar la sella a tutti li cavalli, ed ad uno ad uno li messi nella cittadella, faccendo dar ordine subbito a rinfrescarli alquanto, ma non trovai con che, chè a premere tutta la fortezza non vi si trovò più che sei barili di vino con tanto pane che ne toccò un 1/2 per uno e non più, e vi giuro a Dio che se io non aveva avuto avvertenza di far pigliare ad ogni uomo pane per due giorni, e così portar meco due some di sale e 25, o 30 marraioli con picconi ed altre cose che fanno mestiere ad espugnare una Terra, ed una soma di polvere fine da archibusi, che io non ci avrei trovato modo che li vincitori non fussero stati vinti senza combattere. Rinfrescati alquanto li feci metter a battaglia, e feci aprire la porta di verso la Terra ed a bandiere spiegate li assaltai da tre lati, ed in tutti tre trovammo un intoppo di trincee che a volerle passare vi morirono 50, o 60 uomini de' più segnalati che fussero nelle bande fra delle nostre e delle loro; nè si mancò per questo di non passare, e passati li pigliammo insieme con la piazza di S. Agostino, dove avevano fatto il fondamento loro, e quello che ci dette più molestia fu l'essere combattuti da tre bande per aver loro traforato le case di sorte che passavano d'una nell'altra et offendevano senza poter essere offesi. Le forze de' nemici fecero alquanto temere le nostre fanterie, per esser due mezzi cannoni a ridosso di quelle trincee su detta piazza, e spararono due volte per uno con qualche danno nostro. Vedendo io con gli occhi questo, fui forzato di fare di quelle cose che non era l'offizio mio, e così imbracciai una rotella, dando coltellate a tutti quelli che tornavano indietro. Finalmente saltai su quel riparo con una testa di cavalli leggeri armati di tutt'arme, con una picca in mano per uno, insieme con parecchie lance spezzate che io ho appresso di me, et insignoritosi del riparo cominciarno a pugnare innanzi, e guadagnammo la piazza con l'artiglierie et con grande occisione di loro togliendo loro due insegne, et vi morì un capitano, et così ci volgemmo a combattere casa per casa tanto che c'insignorimmo del tutto. Assalicci la notte nè si potè andare più innanti, ed eravamo in modo stracchi che nessun fante poteva stare in piè. Feci tirare quelle artiglierie che avevamo lor tolto, sotto la fortezza, et mettervi le sentinelle, et lasciai a guardia della piazza il sig. Cammillo con tre altri capitani, e così ci stemmo sino a questa mattina, dove di nuovo riordinai le genti et le messi in battaglia per dare l'assalto. Trovammo che avevan fatto tutta notte bastioni et attraversate le strade con certi pezzi d'artiglieria grossa, nè per questo si temeva, che andava alla volta loro. Impauriti d'aver perduto parte della terra et vedendo tanti morti per le strade, e d'esser fuggiti quelli tanti tristarelli che ci erano Fiorentini con il gran Ruberto Acciaioli padre di tutti, accennarono di voler parlamentare, e così detti la fede al Commissario Taddeo Guiducci, et se altri della Terra venissino parlare con me volendomi domandare quello che io desiderassi. Risposi loro che volevo la terra per li miei Signori o per forza o per amore, et che volevo che fusse rimesso nel petto mio quel bene et quel male che avevasi a fare alli Volterrani; et loro mi chiesero tempo di due ore per poter far consiglio con gli uomini della Terra, et che verrebbono con pieno mandato. Non lo volsi fare perchè vedevo che mi volevan tenere a bada fino a tanto che il soccorso che era per via comparisse. Detti lor tempo sinchè tornassero loro dentro le trincere, con far loro intendere che se fra una mezz'ora non tornavano con risoluzione di quello che avevo loro imposto, che io farei prova di acquistare quel resto con l'arme in mano come ho fatto sino a qui. Et così se ne andorno et tornarno fra 'l tempo, e di più menarno con loro il capitano Gio. B. Borghesi che era colonnello di tutti li altri capitani. Arrivati a me si buttorno in poter mio, et che li Volterrani si rimettevano in tutto e per tutto in me e nella mia discrezione. Et così li accettai promettendo la fede mia di salvare la vita al commissario et a tutti li fanti pagati, et tanto ho osservato; et subbito li feci passare in ordinanza per mezzo delle bande nostre et metterli fuori della Terra. Et perchè Taddeo Guiducci mi pareva nel tempo che noi siamo di troppa importanza a lasciarlo, l'ho ritenuto appresso di me con animo di non li fare dispiacere nessuno, avendogli data la fede mia, et ancora se l'è guadagnata con fare qualche opera che mi è piaciuta. Onde io prego le SS. VV. che gli voglino perdonare fino a quello che io gli ho promesso, che, come di sopra ho detto, gli detti la fede mia di non lo far morire._
_Partiti li soldati imperiali, presi la piazza, e messi a guardia dell'artiglierie tutti li cavalleggeri, et le guardie alle porte, et spartiti li quartieri, che questa volta non furono ne' borghi, feci mandare un bando che ciascheduno Volterrano fusse trovato con l'arme cadesse in pena delle forche. Oggi farò descrizione di esse et ne li priverò del tutto a causa che non possino più adoperarle contro di noi, come questa volta hanno fatto. Anche oggi si farà bando per vedere tutte le portate del frumento, che intendo che ce n'è gran copia, et le farine che ci fussero fatte et altre grane rimetterò nella cittadella con più prestezza che si potrà, et tutte le artiglierie mandate da Andrea Doria, che pare che l'abbin fatto a posta per renderci il contraccambio. Di quelle di Ruberto prese l'artiglierie son due cannoni di libbre 70 di palla per ciascuno et due colubrine che mai veddi le più belle artiglierie et meglio condotte, et 1/2 cannone et un sagro che fanno il numero di sei pezzi grossi con palle 80, con qualche poco di polvere et salnitri; et domani che saremo alli 28 manderò un trombetto alle Pomerance et uno a Monte Catini, et di quello che seguirà per il prossimo li darò avviso._
_Quando parrà tempo alle SS. VV. quelle mi daranno un cenno che io cavalchi per la volta di Maremma a liberare Campiglia, Bibbona, Buti et tutto il paese, et se ne caccerà quelli ladroni di strada che vi si trovano accasati, et quando io intenderò la passata di Fabbrizi per la volta di Pisa, non mancherò di mandare quelle forze, che per me si potrà a quella volta; nè mancherò di mandare a Empoli una banda a causa si renda più sicuro, ancorchè si trovi assettato dall'arte che le donne con le rocche lo potrebbono guardare. Nè altro ho che dire, salvo che pregare quelle che mi voglino consentire la sede data al Guiducci, et questo voglio che sia il premio di tante mie fatiche._
15 _luglio_ 1530.
_Li nomi di quelli tristarelli usi a sollevare li popoli a partito vinto son questi:_
Agnolo di Donato Capponi.
Giuliano Salviati et un certo Giovanni di.... de' Rossi.
Lionardo Buondelmonti fratello del cavaliere, e
Ruberto Acciaioli, padre di tutti.
Sforzati così i Volterrani tornarono sotto il giogo de' Fiorentini; e giogo veramente si potea dire, poichè privati d'ogni libertà, ed anco poco ben trattati, non avean parte veruna alle deliberazioni di Stato. Gl'ingiusti modi tenuti con loro non meno che con Pisa, Pistoja e l'altre città del dominio, impedì che nel comune pericolo essi andassero di buone gambe alla difesa, ed anzi accrebbero l'impaccio, dovendosi impiegare molte forze a tenerle soggette. Tanto è vero che l'oppressione de' deboli genera faville, le quali covano ignote e sprezzate per lunga stagione, ma scoppiano pure alfine in incendio, e consumano l'oppressore.
Di questa verità Firenze ne offerì un tristo esempio, nè la giusta ammirazione che c'ispira la sua ultima difesa, c'impedirà di riconoscer le colpe e gli errori che contribuirono alla sua rovina. Si crederebbe, che fra gli uomini di stato d'allora correva questa sentenza: _Pisa si dee tener colle fortezze e Pistoja colle parti_? Si crederebbe, che la crudele astuzia di attizzare gli odj, pei quali le parti Cancelliera e Panciatica, empievan di sangue il piano e la montagna di Pistoja, si potesse chiamare ragion di stato? e si credesse accorto non solo ma lecito ed onorevole l'usarla? Se in questo furono accorti i Fiorentini, il fatto lo mostrava all'ultimo dell'assedio, quando, se Ferruccio fosse potuto giungere sotto le mura di Firenze, era quasi impossibile non la salvasse: ma egli, parte ingannato, parte persuaso dal capitan Melocchi di S. Marcello che pensava a distruggere i Panciatichi suoi nemici più che a liberar Firenze, si trattenne tanto, che potè in mal punto essere assaltato e rotto, come vedremo, dagli imperiali. Ecco qual frutto colsero i Fiorentini di sì loro sottile ed accorta ragion di stato!
CAPITOLO XXVI.
L'allegrezza sparsasi in Firenze per la sottomissione di Volterra venne presto turbata dalla perdita d'Empoli, chè lasciato dal Ferruccio a guardia di Andrea Giugni e Piero Orlandini, per la costoro viltà venne espugnato e mandato a sacco dagl'imperiali. Condotta a fine quest'impresa, si drizzarono a Volterra guidati dal marchese del Vasto da Inigo Sarmiento ed altri capi, e riunitisi a Fabrizio Maramaldo, strinsero la terra con furore sperando ritoglierla al Ferruccio, che senza punto smarrirsi per le soverchianti forze degl'inimici, o pei sospetti de' cittadini di dentro, si difese francamente sempre, tantochè alla fine, dopo molta uccisione, disperatisi dell'impresa, se ne levarono.
Allora si vide come il cuore d'un uomo solo basta talvolta, a guisa di favilla che cada su un ammasso di polvere, ad accenderne mille. I fiorentini infiammati dalle rapide ed ardite imprese del Ferruccio (quantunque un nuovo e più terribil nemico si fosse aggiunto a' loro danni, e la peste scopertasi nel monastero di S. Agata cominciasse a serpeggiare per la città) risolsero non pertanto d'uscir di nuovo contro i tedeschi, che sotto il conte Lodovico di Lodrone alloggiavano in S. Donato in Polverose.
Ripugnando ed opponendosi, come il solito, Malatesta, che non acconsentì se non quando conobbe esser egli solo contro l'opinione dell'universale, venne stabilita quest'impresa ed ordinato s'eseguisse a modo d'incamiciata.
Uscì Stefano Colonna per la porta di Faenza con duemila fanti armati di picche e partigianoni: per porta al Prato Pasquino, Corso col suo colonnello per la porticciuola, Maìatesta lungo la riva d' Arno con 1500 fanti acciocchè i nemici dal campo non potessero, guazzando il fiume, venire ad offendere a tergo gli assalitori.
Mancavano due ore a giorno, e pel caldo grande erano i nemici immersi nel sonno. Fattosi avanti Pasquino più presto che non volea l'ordine dato, si risentirono le guardie della prima trincera, e levarono il rumore, che udito dal sig. Stefano lo fecero correre all'assalto. Superato ogni ostacolo, e cacciandosi innanzi i tedeschi, che sbalorditi e sonnacchiosi disordinatamente si difendevano, ajutando lo spavento e la confusione gran quantità di trombe da fuoco, che Giovanni da Torino gettava fra loro, giunse colle sue bande ad assaltare il monastero.
Il conte di Lodrone aveva intanto raccolto un nodo di duemila tedeschi, che colle picche spianate attendevano a difendersi da' furiosi assalti d'Ivo Biliotti (il quale a dir del Varchi, abbassando il capo com'era suo costume, si gettava contro i nemici gridando ai suoi «_su, valentuomini, mescoliamci!_») e degli altri capitani e giovani fiorentini, che con tanto disperato furore combatterono quella notte da esserne rimasta poi lunga ed alta meraviglia fra quelle vecchie ed agguerrite bande, che mal potevano resistere a tanta furia. Mentre colla peggio de' lanzi durava ostinata la battaglia, s'era fatto giorno; ed uditosi il romore nel campo del principe, egli aveva spinto una grossa banda di cavalli in ajuto de' suoi, e dove era ufficio di Malatesta combatterli e ributtarli al guado del fiume, la qual cosa, ogni poco che impedisse il soccorso, avrebbe data vinta l'impresa ai Fiorentini, egli invece, da quel traditore ch'egli era, si ritrasse dentro le mura, e mandò ordinando al sig. Stefano di sonare a raccolta.
Dovettero le milizie, così vilmente abbandonate, ubbidire al comando per non venir tolte in mezzo, e volgendo pur sempre il viso al nemico, che poco avea in animo di molestarle, si ridussero ordinate dentro le porte; e parte avvedendosi alfine dei disegni di Malatesta, si cominciò tra popoli a bisbigliare di tradimento, ed a sospettare del fatto suo.
Ma l'avvedersi ed il voler ora riparare era tardo. Malatesta, antiveggendo di lunga mano la possibilità di venir sospettato ed anco scoperto, s'era governato in modo che l'evento non lo cogliesse nè sprovveduto nè disarmato. Conversando co' più reputati cittadini aveva saputo guadagnarseli, qualunque fosse la loro opinione circa lo stato, «ed ai popolani (usiamo le parole del Busini) dicea della libertà; ai malcontenti, del papa; agli ambiziosi, biasimava questi e quelli, e lodava uno stato di pochi ec.» con siffatte arti essendogli riuscito persuadere ad ogni setta di cittadini ch'egli teneva per essa, non gli mancava mai chi lo difendesse dalle accuse che gli si apponevano nell'universale, come non mancarono alla fine cittadini più ingannati che colpevoli, i quali l'ajutassero a compiere lo scellerato suo tradimento.
Di più, cominciando ad avvedersi che la Signoria dubitava della sua fede, s'era levato dal palazzo Serristori, ed alloggiato invece in casa i Bini[54], sotto colore d'esser più a portata pei bisogni dell'assedio, ma in effetto, per aver più vicina la porta Romana, la di cui torre ben armata e provvista, era in mano d'uomini suoi, e potea servirgli ad un serra serra, come di fatto gli servì. Egli non si lasciò più vedere gran fatto fuori di casa, e quando usciva era bene accompagnato, facendo soprappiù tener bonissima guardia giorno e notte intorno al suo alloggiamento, e, chiamato in Palagio, o non vi volle andare, o se qualche volta v'andò, fece pigliar il portone e le scale da gran numero di suoi soldati, temendo, com'egli diceva, di non fare il salto di Balduccio d'Anghiari[55].
Rassicurato così dal timore di poter essere oppresso, e parendogli oramai preparate le cose, e matura l'occasione, si dispose con nuove frodi a coglierne il frutto. Il Ferruccio, che da Volterra, per la Maremma, s'era condotto a Pisa, e nel quale stava oramai riposta l'ultima speranza della repubblica, avea avuto l'ordine di condursi a Firenze, e non par da dubitare, che ove egli avesse assaltato il campo imperiale nel tempo stesso che le milizie l'affrontassero di verso la città, non fosse riuscito risolvere finalmente l'assedio.
Malatesta, che più di tutti tenea per ferma la riuscita di cotale impresa, ordinò, pel mezzo d'un suo fidato ribaldo, detto Cencio guercio, di abboccarsi segretamente di notte col principe d'Orange sotto le mura fuor di porta Romana, e quali pratiche tenesser fra loro non si seppe mai, ma pare probabile, che il traditore dando notizia al principe della mossa del Ferruccio, gli promettesse di non far atto nessuno contro il campo, mentr'egli fosse andato ad incontrare il commissario, e di cotal promessa gli desse una polizza scritta di sua mano. Il fatto sta che la polizza fu poi trovata in petto al cadavere del principe morto pochi giorni dopo.
Il disegno di Mala testa ebbe pienissimo effetto, e nella rotta di Gavinana, avvenuta poco appresso, l'Orange ed il Ferruccio rimaser morti e svanì l'ultima speranza di salute che rimanesse ai Fiorentini. Il seguito di quest'istoria ci offrirà l'occasione di ritornare sui particolari di quella memorabil giornata, ma prima dobbiam ritrovare gli attori del nostro racconto, che la storia de' pubblici avvenimenti narrati sin qui, ci conduce ad un'epoca ove i casi della famiglia de' Lapi, principale scopo del nostro lavoro, ci pajon meritevoli d'una qualche attenzione.
La sera de' 4 d'agosto era in Firenze un'afa grandissima e l'aria inerte ed infocata appariva ottenebrata e densa per una caligine rossiccia e polverosa che opprimeva il respiro. La spera del sole lambendo l'orizzonte si mostrava purpurea e dilatata pe' frapposti vapori, e le cime soltanto degli edifizj ne venivan colorite d'una tinta spenta e sanguigna. Tra le quattro massicce colonne che l'animoso ingegno d'Arnolfo di Lapo seppe collocare sulla torre di Palagio, a reggerne il castello, si vide a un tratto la campana grossa del consiglio sulla quale erano in giro scolpite quelle parole: _Mentem sanctam, spontaneam ad Dei gloriam, et patriae liberationem_ (_habeto_) scuotersi, dondolar lenta, e poscia mostrando la vasta bocca agitarsi più rapida finchè il grave battaglio percosse il primo colpo nella parete di bronzo, ed una vibrazione sonora e prolungata si sparse per l'aria seguita da altre mille; chè oramai si suonava a distesa. Questo suono, che da secoli, ed in tante fortune della città, avea chiamati i cittadini a trattar dell'onor o de' pericoli della patria, s'udiva questa volta per l'occasione più dolorosa e tremenda che avesse mai minacciato lo stato.
Era giunta in Palagio la nuova della rotta di Gavinana, e della morte del Ferruccio; di quello che i Piagnoni chiamavano il nuovo Gedeone, e col quale era spenta ogni speranza di soccorsi di fuori. I volti de' cittadini calcati in piazza e per le strade che vi mettono, anneriti dal sole e dal fumo di tante battaglie, solcati di cicatrici, ridotti per la farne e gli stenti in forma di teschi ricoperti d'una pelle aggrinzita, erano impressi d'un lutto profondo, disperato, ma indomito e feroce. Dopo tanto combattere, tante vittorie, tante pericolose e pur felici fazioni, al punto di coglierne il frutto, al punto che ognuno s'aspettava udire: «Il commissario è comparso... egli assalta il nemico... egli combatte.... ha vinto.... egli entra per la porta di Faenza....eccolo... siam salvi! Ed invece udir le terribili parole: l'esercito è disfatto ed esso ucciso!» pareva persino impossibile a molti! chè vi son tali vite tanto venerate e gloriose, che non si stima possa una palla o una spada osar di troncarle! Eppure il fatto era certo, la sentenza irrevocabile; l'idea sott'intesa spesso, ma che sempre ed in ogni occasione serviva d'ultimo rifugio alle vacillanti speranze, il pensare, «Ferruccio è vivo!» Questa idea, questo pensiero era a un tratto dovuto uscir d'ogni petto, lasciandovi in sua vece la tremenda certezza d'una rovina imminente ed irreparabile. In che di fatti potea più sperare quel misero assassinato popolo, stretto di fuori dalla soperchiante potenza di Carlo V e del papa, abbandonato da tutti, e travagliato di dentro dalla fame, dalla peste e dal tradimento? Come reggere a più lunghe fatiche, al languire delle mogli, de' vecchi, dei figliuoli? Come risolversi ad incontrar nuovi pericoli, a protrarre la lunga ed inutile agonia, che certissimamente si sapeva dover riuscire a pessimo fine. Quale potrebbe essere la risoluzione del popolo più generoso, più sofferente, più ardito in cotal estremo, se non quella di cedere alla necessità ed arrendersi?
Quale fu la risoluzione de' Fiorentini, quale il grido che si levò nell'universale? Difendersi, e sempre difendersi.
Sulla piazza di Palagio, che ancor conservava allora la sua augusta ed antica semplicità, e non era ornata, come oggi, dalla fontana dell'Ammannato, nè dai gruppi di Cellini e di Gian Bologna, s'agitava la turba del popolo, composta d'uomini d'ogni età e d'ogni stato, di vecchi, di soldati e capitani forestieri, d'adolescenti, di frati, di giovani della milizia, quasi tutti più o meno armati, e la fatal nuova narrata in cento modi, con cento commenti diversi, era in bocca d'ognuno, e ne sorgeva un ronzìo cupo e pauroso, interrotto tratto tratto da qualche voce più alta, ora di preghiera, ora d'imprecazione o di bestemmia; e, com'accade tra la moltitudine in siffatte occasioni, si formavan cerchietti intorno a quelli che avean più pronto ed efficace il dire, e se varii erano i rimedi, i modi proposti, il fine era sempre lo stesso: combattere e difendersi.
Sotto la tettoja de' Pisani, dirimpetto alla Ringhiera, era più che altrove, accalcata la folla, più riverente l'attenzione, e non turbato il silenzio; e dal centro di quel nodo di popolo sorgeva di tutto il capo l'alta e venerabil presenza di Niccolò, che colla mano in alto, e movendo in giro lo sguardo sicuro, diceva:
--Sì, popolo mio, l'esercito è disfatto.... messer Francesco è morto... E che perciò?.... Oh! sta a vedere che il braccio di Dio si sarà raccorciato, che la sua mano avrà perduta ogni forza per la morte d'un uomo!.... Sta a vedere che l'Onnipotente sarà ora in impaccio a trovar modo d'ajutarci? che gli dorrà d'essersi troppo impegnato, d'averci troppo promesso!.... Ah, di poca fede!... (esclamava più alto) di poca fede! Chi muove, chi fuga, o dà vittoria agli eserciti se non Iddio? e quand'egli vi rimane, quand'egli per bocca del suo profeta v'ha giurato di star per voi, di salvarvi, vi turba il fallito soccorso di poche braccia?.... Sappiatemi dire di quante ebbe mestieri Iddio per ammazzar Sennacherib ed il suo esercito? Di quante per salvar Betulia? Speravate negli uomini; conoscete una volta che in Lui, in Lui solo dovete sperare, che ha promesso difendervi, che ha promesso (lo sappiam pur tutti) di mandar persino i suoi angioli a combatter per voi[56]. Vi voleva l'estremo pericolo affinchè più chiara apparisse la sua gloria!.... Il pericolo è giunto, è immenso.... A terra le fronti dunque (ed egli, e tutto il popolo cadde in ginocchio) Iddio, gridiamo tutti, Iddio! Cristo re nostro, in te solo oramai confidiamo! a te sta ora il confondere i tuoi nemici, onde non dicano con ischerno «Ecco come gli ajuta il loro Dio!» A noi sta il combattere, ed il morire, se morire sarà mestieri!... su dunque, esclamò rialzandosi, su dunque, all'armi, alla battaglia, e giuriam tutti di morire mille volte prima che arrenderci una!--
Durante questa parlata, chi levava le mani in alto in atto di preghiera, chi si batteva il petto, chi fremeva, chi singhiozzava, e all'ultime parole del vecchio scoppiò, come il tuono, un urlo feroce, discordante, di mille voci, che in mille modi ripetevano il proposto giuramento, ed a quel grido così alto ed improvviso tenea poi dietro un cupo e lungo mormorìo pieno di concitate parole, di minacce, di strane e tremende proposte, e molte voci s'udivano scagliarsi qua e là esclamando: _Ah, traditor Malatesta_! e pareva appunto quel brontolar sordo e lontano che s'ode fra monti dopo il primo scoppio del tuono. Questa scena, che accadeva qui sotto la loggia de' Pisani, intorno a Niccolò, si ripeteva uguale in altre parti della piazza, ove qua e là da molti frati di S. Marco, e dal Fojano e dal Fivizzano più di tutti, si arringava coll'impeto e col proposito stesso, onde a seconda del dire di codesti popolari oratori, non appena finiva il grido e lo schiamazzo in un lato, che cominciava in un altro.