Niccolò de' Lapi; ovvero, i Palleschi e i Piagnoni

Part 32

Chapter 323,424 wordsPublic domain

Voltosi poi a Troilo, col quale s'era ogni giorno più venuto addomesticando, e tanto maggiormente ora di lui si fidava, dopo aver veduto con quanta prontezza si fosse proposto di partir in iscambio di Lamberto, gli disse, pur guardando Laudomia, quasi le domandasse licenza:

--Con buona pace di Laudomia, io voglio che leggiate questa lettera.... vedrete che cuore abbia il nostro Lamberto.... e che se volevate andar alle archibusate per lui, la cortesia non era sprecata.--

Troilo, nel vedere che de' suoi disegni ne dovea pur esser trapelato qualche cosa, non potè a meno di non far un arresto, ed in cuore trasecolava, non potendone immaginare il come, tanto più in così breve spazio di tempo. L'atto che gli sfuggì, fu dagli astanti interpretato in tutt'altro senso, e l'attribuirono ad una natural maraviglia d'un caso cotanto strano, ed egli, vedendo che la lettera non nominava persona, si venne presto rassicurando.

--Non v'è dubbio nessuno, disse alla fine, bisogna far ciò ch'egli dice. Lasciatene il pensiero a me, ch'io troverò chi saprà benissimo disimpegnare quell'incarico. Date qua quella lettera, ch'io tenga a mente i segnali di codesta donna, perchè possa riconoscersi, e s'ella non è sotterra si troverà.--

Così dicendo uscì, mentre Niccolò, tutto lieto, gli gridava dietro:

--E così? non te lo dicevo io, che a trovarne un altro come quel giovin dabbene vi sarebbe da fare?--

Laudomia, uscita anch'essa poco dopo Troilo, salì in camera e vi si chiuse. Non sapeva, o non voleva dirsi il perchè, ma non si sentiva il cuore a modo suo: e provando una cotale indefinibile ripugnanza ad esaminarlo a minuto in quel momento, attese a non so che sue faccende per aver in che occupare il pensiero.

Ove la buona giovane avesse voluto scendere a questo esame, sarebbe forse d'un in un altro pensiero venuta a far molte osservazioni su questa tanto calda pietà di Lamberto, sulla troppo laconica conclusione della sua lettera, avrebbe provato forse il desiderio d'esser sola a sentire tanta compassione per le costei sventure.... Dio sa quante cose avrebbe trovate in quel suo povero cuore! non volle tuttavia troppo scrutarlo in quel momento.

Ma il seme caduto una volta nel solco ha egli bisogno d'altri ajuti? lavora solo, germoglia in silenzio, e quando dà segno di sè spuntando dal suolo ha già messo le barbe.

Troilo intanto s'era dato da fare per trovar di questa Selvaggia, che, in modo per esso tanto inconcepibile, parea informata de' suoi disegni; e certo nè Lamberto, nè persona al mondo avea in quel momento maggior desiderio di lui che si rintracciasse. Spedì gente, e fece far tutte le inchieste possibili, e vi volle a ciò un pajo di giorni, ma fu inutile, non se ne potè saper nuova.

Visto alla fine che si dava in non nulla, ne fu scritto a Lamberto (e la lettera la portò Maurizio, che trovato un altro cavallo raggiunse così il suo padrone) il quale, se ne rimanesse afflitto e malcontento, non è da dire. Egli intanto, seguitando la fortuna del Ferruccio a Volterra, a Pisa ed in ultimo a Gavinana venne passando un tempo, durante il quale lo stato di Laudomia e degli altri attori di questa istoria non ebbe a provare notabile alterazione. Gli ultimi casi che afflissero poi la casata de' Lapi, e coi quali verrà a concludersi il nostro racconto, sono strettamente legati a quelli della città, ed all'intero ed ultimo esterminio della libertà fiorentina: ci conviene dunque con largo e rapido pennello dipingere ad eterna infamia dei vincitori, ed a gloria eterna de' vinti, la sua dolorosa agonia, e come alla fine rimanesse spenta del tutto.

Il nostro quadro riuscirà pallido e senza vita, posto a fronte di quello lasciatoci dal Varchi nella sua storia, ricca di tanto colore e di tanta azione. Se avessimo a dar un consiglio al nostro lettore gli diremmo (tanto più s'egli è italiano) di leggerla da capo a fondo. Ma se invece si trattasse di una lettrice? Chè anche le donne italiane vorremmo sapesser le glorie della nostra comune patria per poterle presto narrare a' loro bambini.... Come sperare che non si sbigottisse al solo vedere quel grande in folio della bella edizione di Colonia, con quella carta ingiallita, e la sua barbara ostinazione a non andar mai a capo?

Alle nostre lettrici consacriamo dunque specialmente queste pagine, e possa il nostro desiderio di risparmiare loro un po' di fatica e di accender più viva la fiamma dell'amor patrio in cuori cotanto gentili, dar potenza alla nostra penna e procacciarle favore.

A pochi giorni dopo l'inutile assalto dato dal principe d'Orange alle mura di Firenze, la Lastra, forte castello, molto a proposito per assicurare la strada d'Empoli, venne in potere degli imperiali, i quali avuta la terra a patti che fosser salve l'avere e le persone, entrati appena, scannarono il presidio, che s'era arditamente difeso a buona guerra come chiedeva l'onore ed il servigio della città.

S'alzò in Firenze un grido d'indegnazione e di vendetta alla nuova dell'atroce caso, e del danno sofferto; e la milizia, che ardeva di venirne una volta a più stretto combattere, trovò il suo capitano Stefano Colonna pronto a guidarla contro il nemico. Ordinò s'uscisse una notte con circa mille fanti, armati quasi tutti d'arme in asta e spadoni a due mani, con pochi archibusieri, avendo in animo di cader inaspettati addosso agli imperiali e non combatter se non corpo a corpo. Contenta la cosa con Malatesta, dapprima lo trovò contrario al suo disegno. Voleva il traditore che la città si consumasse a poco a poco negli stenti d'un lungo assedio, e queste ardite fazioni, conoscendo egli l'ardore e l'animo di quelle milizie, gli facean temere non riuscissero una volta a rompere il campo nemico. Per non iscoprir troppo il suo disegno dovette nondimeno acconsentire.

La notte dell'11 dicembre, oscura e piovosa, uscì Stefano Colonna dal bastione dietro S. Francesco, in mezzo alle sue lance spezzate con una zagaglia in mano, avendo ad ogni soldato fatto mettere una camicia sopra il corsaletto, affinchè si riconoscessero nell'oscurità. Come avessero affrontato il nemico, dovevano uscire da varie porte altre genti ad un cenno d'artiglieria dato da Mario Orsino dal bastione di S. Francesco, e Malatesta s'era riserbato di sonare a raccolta con un corno quando lo stimasse opportuno.

Assaltata improvvisamente la guardia del colonnello di Sciarra Colonna a Santa Margherita a Montici, la misero in tanto disordine, che dopo breve e mal composto combattere, e molta uccisione de' nemici, li posero in rotta; e seguitando il loro vantaggio, pur sempre combattendo, si spinsero innanzi, non più taciti e nascosti, ma con alto fracasso di grida, di tamburi e di trombe, tantochè levatosi tutto il campo a rumore ed in arme, correndo qua e là il principe e gli altri capitani per riparare e far testa, e rannodare i disordinati e i fuggiaschi, cominciarono gl'imperiali anch'essi a combattere francamente. Parve tempo allora a Mario Orsino di dare il cenno convenuto, e sparate due grosse artiglierie sboccarono dalle circostanti porte le bande a ciò ordinate, e per più lati furiosamente assaltarono il campo, tantochè il principe non sapendo ove volgersi, chè da ogni parte si vedea venir addosso nuovi nemici, si gettava ov'era più stretta la mischia, disperatamente combattendo, e fattosi oramai morto e disfatto: e sicuramente la cosa sarebbe riuscita com'egli s'aspettava, tanto mirabilmente la milizia fiorentina stringeva le vecchie ed agguerrite bande tedesche e spagnuole, se Malatesta, vedendosi a un pelo di perdere in un momento il frutto de' suoi tradimenti, non avesse fatto rimbombare il suono del corno (veramente allora sinistro e doloroso) che strappando la vittoria di mano a que' prodi e generosi cittadini li chiamava a raccolta.

Si ritrassero sparsi ed a stento, e ritornarono con bell'ordine senza venir seguiti o molestati dal nemico, al quale parea averne troppo miglior mercato che non sperava.

Questa cotanto onorata fazione accrebbe animo grandissimo a' Fiorentini e desiderio d'uscir di nuovo contro i nemici, e fece accorto Malatesta, che cosa dovesse aspettarsi se non trovava modo d'attraversare ed impedire appunto che uscissero. È cosa da non potersi credere, con quanti pretesti, con quanti inganni e rigiri egli riuscisse sino all'ultimo dell'assedio in questo suo scellerato proposito, in modo che o la milizia non ottenne d'esser condotta a combattere, o se l'ottenne, furono dal traditore ordinate le cose in modo, che senza profitto si venisse consumando finchè la fame, le ferite e le morti l'avesser ridotta a tale di poterne disporre com'era suo disegno.

È difficile concepire come i Fiorentini non s'avvedessero d'esser venduti. Ma di cotali accecamenti è piena la storia de' popoli e de' governi, e furon sempre precursori ed indizj della loro rovina.

Venuto intanto il tempo di raffermare o mutare il gonfaloniere, cadde l'elezione su Raffaello Girolami invece del Carduccio, e fu l'ultimo che sedesse in Palagio.

Le speranze de' soccorsi de' confederati s'andavan sempre più dileguando, finchè s'estinsero del tutto. Francesco I, che per iscusarsi di non ajutare i Fiorentini, aveva addotto il pretesto di voler prima riavere i suoi figli rimasti statichi in Ispagna; riavuti che gli ebbe non mutò proposito, ed abbandonando questi suoi alleati, i più antichi e fedeli che avesse la corona di Francia in Italia, scrisse a Stefano Colonna suo soldato, di partirsi da loro, e richiamò il suo ambasciatore presso la repubblica, non curandosi di tal codardo operare purchè si tenesse amico l'imperatore. Vecchia peste d'Italia, fidarsi alle promesse di Francia o (per esser più veri) degli ambiziosi che se la giuocano a palle.

Ma per trovar l'esempio di tale perfidia pur troppo non occorse questa volta varcar l'Alpi.

I Veneziani anch'essi calpestando le promesse e i capitoli della Lega, fecero soli accordo con Cesare, e venutane la nuova a Firenze, ove non era sospetto veruno[49], i cittadini commossi gridavano per le piazze e per le strade, _la loro essere stata lealtà veneziana_[50]; ma questi nuovi ed inaspettati colpi della fortuna, non solo non raffreddarono il proposito di difendersi de' Fiorentini, ma v'aggiunsero anzi l'impeto d'un nuovo sdegno e del nobile orgoglio di bastar soli contro tanti nemici.

Per contrastare all'estremo pericolo si risolsero partiti estremi, e talvolta crudeli, come fu quello circa i beni de' Palleschi.

Vennero creati cinque ufficiali, detti Sindachi de' rubelli, e, vinta una legge che sarebbe lungo riferire minutamente, ma che in sostanza poneva la mani sui loro averi, accordando facoltà di venderli e persino di costringere arbitrariamente i cittadini a farsene compratori, ove non se ne fossero offerti spontaneamente; e, ciò che più ripugna ad ogni giustizia, avendo anche effetto sulle cose passate, e potendosi per essa, render nulli molti anteriori contratti ove paresser fittizj. Legge barbara, è vero: ma, al cospetto della giustizia di Dio, chi parrà più colpevole? il Papa che volea la rovina di Firenze, o' Fiorentini che, ridotti all'ultima disperazione, non avean altra alternativa fuorchè prender questi ingiusti partiti, o perire?

Ed alle insopportabili spese della guerra, neppur bastando codesta provvisione, si dovette presto por mano agli ori ed agli argenti delle chiese e de' privati, i quali con mirabil prontezza portarono il loro vasellame; e le donne le collane, gli smanigli e i giojelli alla Zecca, ove si coniò una nuova moneta del valore di mezzo ducato con suvvi il giglio e le parole S. P. Q. F., e sul rovescio _Jesus Rex noster et Deus noster_.

Nel donare ai bisogni della patria gli ori e gli argenti, si può pensare se Niccolò rimanesse addietro dagli altri cittadini. Persin l'urnetta che conteneva le ceneri del Savonarola! volle dar anche quella, e le ceneri le raccolse diligentemente e le chiuse in una delle borse di seta e d'oro ch'eran nel corredo di Laudomia, ch'ella offrì volonterosa, e che si collocò nella nicchia ov'era dapprima il cofanetto.

Par infiammar sempre più l'universale, e fargli parer men gravi tanti sagrifizj, s'univano i conforti e le pompe della religione, non restando i frati di S. Marco, il Fojano, ed il Fivizzano più degli altri, di predicare nelle chiese e per le piazze, tenendo i modi, e seguendo lo spirito del Savonarola, e le loro calde ed ispirate parole, rese più valide dalla austerità del costume, che in essi splendeva purissimo, non ebber poca parte nel forte e costante operare del popolo di Firenze, e conoscendo codesti frati quanto possano le cose strane e non aspettate, a commovere la moltitudine, usavano spesso atti teatrali, come fu quello del Fojano, che orando in consiglio, dopo una lunga e concitata diceria, fece comparire uno stendardo sul quale era dipinto da un lato Cristo vittorioso con molti soldati abbattuti a suoi piedi, e dall'altro la croce, e porgendolo al gonfaloniere finì pronunziando le miracolose parole udite già da Costantino, e che gli predicevano la vittoria.

L'impulso dato con questi mezzi a uomini già infiammati di libertà e di gloria, si palesava non solo nelle fazioni ove molti concorrevano a combattere, ma eziandio in onorati fatti di persone private.

Un soldato accortosi un giorno che i nemici facevan cattiva guardia ad una trincera, si mosse solo dalle mura, ed arrampicatosi sul terrapieno della medesima giunse a strappare un'insegna che v'era piantata sull'alto, e fra una grandine d'archibusate potè tornare con essa illeso fra suoi.

Lo spirito de' paladini dell'Ariosto, e de' molti romanzieri di quell'età, appariva trasfuso ne' soldati d'ambe le parti, e partorì disfide e duelli combattuti con tutte le formalità e le pompe cavalleresche. Per un trombetto venuto dal campo, un gentiluomo de' nemici fece offerire agli assediati la battaglia a cavallo, che venne accettata dal capitano Primo da Siena.

Allo scontrarsi, questi ruppe la sua lancia sulla corazza dell'avversario e con un'acuta scheggia del mozzicone rimastogli lo ferì un poco in un braccio; mentre l'altro pose il ferro all'arcione del nemico, e lo passò, benchè fosse ferrato, ma senza suo danno, sfuggendogli per soprappiù la lancia di mano nell'urto, onde fu stimato averne la peggio.

Ma d'assai maggior momento fu il duello tra Lodovico Martelli e Giovanni Bandini, narrato dal Varchi colle più minute circostanze: vorremmo poter trascrivere tutt'intera la descrizione, ma ci trattiene la sua lunghezza[51], ed anco per non parere si voglia ingrossare questo volume di cose già pubblicate.

Il fatto si può tuttavia ridurre in poche parole.

I due giovani sopraddetti, erano stati già un tempo rivali d'amore per la Marietta de' Ricci moglie di Niccolò Benintendi, la quale pareva favorisse il Bandini.

Trovandosi ora questi in campo, gli fu mandato dal rivale un cartello per provargli ch'egli era traditore, poichè armata mano veniva contro la patria. Si scusò il Bandini adducendo, che per visitare gli amici v'era venuto, e non per combattere; ma non ammessa dall'avversario la scusa, si stabilì venire alla prova dell'arme, e dal Bandini, per purgarsi dalla taccia che gli veniva apposta d'esser più astuto che animoso, fu scelto combattere senz'altre arme difensive che una manopola di maglia nella destra, spada e pugnale.

Dante da Castiglione s'aggiunse al Martelli come secondo: e Bertino Aldrovandi[52] al Bandini.

Combatterono a Baroncelli, ove in oggi è il Poggio Imperiale. Dante d'una stoccata nella bocca uccise Bertino. Il Bandini ferì Lodovico sulla fronte, d'onde il sangue che grondava, togliendogli la vista, dovette arrendersi, e portato in Firenze, in breve, molto malcontento della mal sostenuta impresa, uscì di vita.

Volto poi l'animo de' Fiorentini ad operazioni di maggior frutto, nè potendo più Malatesta raffrenare la loro smania d'uscire contro il nemico, ordinò di condurli dove fosse impossibile che facessero gran frutto, e venissero invece esposti ai maggiori pericoli. Ottaviano Signorelli, colle più animose e meglio ordinate bande, uscito di Porta S. Pier Gattolini assaltò le trincere di M. Uliveto, difese da Baracone alla testa delle migliori fanterie di Spagna, mentre da Porta S. Friano, Bartolommeo dal Monte e Ridolfo d'Assisi conducevano altre genti alle spalle degli inimici. Anche in quest'occasione la milizia fiorentina si portò arditissimamente, e morto il capitano spagnuolo sopraddetto, per poco non misero in rotta i migliori soldati che fossero allora in Europa: ma ingrossando sempre più quei del campo per gl'incessanti ajuti di genti fresche, mandate dal principe a riparare le perdite sofferte, convenne alla fine alla milizia ritrarsi, e senza confusione veruna ritornarono in città lasciando gran numero de' loro sul campo, tra i quali Lodovico Macchiavelli, figlio del celebre Niccolò.

Il cattivo esito di questa fazione servì a Malatesta per mostrare che egli non avea il torto quando disapprovava che s'uscisse a combattere, e non fu bastante ad aprir gli occhi a' Fiorentini sui suoi nascosti disegni, chè anzi, mostrando egli grandissimo desiderio di ottenere il grado di capitan generale delle milizie forestiere, del quale avea sin allora esercitato l'ufficio, senza averne espressamente il titolo, la Signoria si risolse contentarlo, non avendo potuto ottenere da Stefano Colonna che per sè medesimo l'accettasse.

In presenza di tutto il popolo radunato in piazza, collocati in ringhiera il Gonfaloniere colla Signoria fu dunque solennemente dato a Malatesta il bastone di capitan generale. In segno di festa s'era inghirlandato il marzocco posto sull'angolo di palazzo, e postagli sul capo una corona d'oro. Ed il prelibato traditore, come il Butini chiama piacevolmente Malatesta, riccamente vestito, e con una medaglia nel berretto, sulla quale era scritto Libertas, disse una sua lunga orazione per ringraziare il popolo, e profferirsi pronto a metter la vita per difendere la sua libertà, con tutte le solite novellate di giuramenti e di promesse, che hanno sempre ingannato e sempre inganneranno la moltitudine.

Mentre questo traditore, conducendo, senza che se n'avvedessero, i fiorentini alla mazza, otteneva cotali onori, altri traditori di più basso stato eran in diversi modi perseguitati e puniti, chè d'ordinario a' meno ribaldi tocca sopportar que' castighi, che i maggiori sanno con più sottile astuzia evitare.

Ad alcuni capitani che si fuggiron di Firenze colle loro bande furon poste addosso di grosse taglie, e contraffatta la loro persona con fantocci di cenci, vennero impiccati per un piede alle forche sul bastione di S. Miniato verso Giramonte alla vista de' nemici, ed un cartello che avevano al collo mostrava in lettere da speziali, scritto il nome di ognuno, per fuggitivo, ladro e traditore.

Andrea del Sarto li dipinse poi sulla facciata della Mercatanzia in Condotta, quantunque desse voce che l'opera fosse di Bernardo del Buda suo discepolo, per non acquistarsi nome di pittore d'impiccati.

Un frate di S. Francesco, Vittorio Franceschi, per soprannome fra Rigolo, morì sulle forche per aver inchiodato artiglierie, e Lorenzo Soderini, fece l'istessa fine, convinto d'essere spia di Baccio Valori.

Intanto la carestia, non ostante le cure e gli sforzi de' rettori, andava sempre crescendo. Dopo aver ne' primi mesi consumato il grano e l'altre biade buone da far pane si cominciò a macinar legumi, e beato chi ne poteva avere.

E basti a dar un'idea de' prezzi cui eran salite le migliori grascie, il dire, che la carne de' cavalli ammazzati nelle scaramucce si vendeva due grossoni la libbra, quella d'asino un carlino, un gatto quaranta soldi, ed un topo un giulio, e finito l'assedio pochi ve ne rimasero.

Sul primo la difficoltà delle vettovaglie non era molta, chè dai contadini n'eran portate in città di continuo, allettati da' grossi guadagni che vi trovavano, ed essendo la città rimasta aperta per molti mesi dalla banda di Fiesole. Ma quando un corpo di Tedeschi ebbe occupato S. Donato in Polverose, tennero cura grandissima che nulla potesse entrare in Firenze, e furon cotanto orribili le torture colle quali straziavano que' poveri contadini che cadeano nelle loro mani, che presto non si trovò più chi fosse tanto ardito da porsi all'impresa. Il Bentivoglio, soldato nel campo imperiale, descrive nella satira seconda (citata anco dal Pignotti) l'atroce fatto d'un povero contadinello che fu colto mentre conduceva a Firenze un asino carico di biada e fieno. Da otto spagnuoli gli vennero al primo recise le parti nascoste, e poi messolo allo spiedo l'arrostiron vivo, a fuoco lento, pillottandolo come s'usa colla cacciagione.

Ma neppur la fame non abbatteva ancora ne' Fiorentini il costante proposito di difendersi, e le nuove che di giorno in giorno venivan giungendo delle frequenti e fortunate imprese del commissario Ferruccio, rendevan anzi questo proposito più fermo che mai. Egli s'era reso padrone di S. Miniato, come aveva promesso, salendo il primo sulle mura, che furon vinte per iscalata: ed essendosi frattanto, ribellati i Volterrani, e datisi al papa, egli fece istanza alla Signoria di venir mandato a sottometterli; premendo d'usar prestezza onde non avesser tempo di sforzare il commissario Bartolo Tebaldi, che, ritiratosi nella rocca, gagliardamente si difendeva.

Abbiam la fortuna di poter offrire al pubblico la lettera propria del Ferruccio alla Signoria, colla quale le rese conto del suo operato in questa occasione.

Alli Dieci della guerra[53].