Niccolò de' Lapi; ovvero, i Palleschi e i Piagnoni
Part 31
Non vorremmo asserire che questo ultimo risultato non destasse un po' di rammarico nel giovane, senza ch'egli stesso se lo confessasse, ma comunque fosse, egli era incapace di quel puerile e brutto sentimento che i Francesi chiamano coquetterie, e che non germoglia soltanto nel cuor delle donne; tutto ben ponderato, stabilì dunque di seguire questo suo divisamento, e la botta al cuore che accennammo più sopra fu quella appunto che sente chi, avendo fermata da un pezzo una risoluzione spiacevole ad eseguirsi, vien sorpreso all'improvviso dalla necessità d'adempirla.
--Orsù, Lamberto, disse per rinfrancarsi mentre Selvaggia parlava, pensa al vero bene di questa poveretta, e non a te ed al tuo piacere.--
Quand'ebbe finito, benchè sentisse lacerarsi l'anima da que' suoi disperati singhiozzi, prese a dirle, simulando, quanto poteva, freddezza ed ironia:
--Ma non sai tu, Selvaggia, che è proprio peccato non sii nata ai tempi del re Arturo, e della Tavola Rotonda?... chè quest'incontri di notte, questi amori infelici, sarebbero stati molto meglio nella selva Ardenna, presso qualche fontana incantata, che non sulla strada maestra d'Empoli, in mezzo a questi campi ancora pieni di fusti di saggina.--
A queste parole il singhiozzar della giovane s'era fermato a un tratto. Lamberto ne prese buon augurio per la riuscita del suo disegno, e proseguiva:
--Siamo nel 1529, Selvaggia mia cara, ed io sono un povero soldato, alla buona, come tutti gli altri, e non un cavalier errante, e non mi chiamo nè Amadigi, nè Galaor, che son morti e sotterrati da un pezzo, Dio gli abbia in pace. Oh! che domin ti metti in capo.... ben inteso, volendo esser persuaso che tu non vogli la baja del fatto mio.... non sai tu ch'io già sono come avessi moglie, e mi convien tenere il cervello a casa e star pe' fatti miei, e non aver il capo a queste avventure da paladini e da romanzi?--
--Io credevo, da quella sera in poi, là in Lombardia, in riva al Po, ti fossero usciti codesti grilli, e pensavo avessi trovata buona ventura, e, a dirti il vero, ero lungi mille miglia dal pensare al fatto tuo.... e invece eccola qui lei un'altra volta, fresca com'una rosa, e rieccoci da capo!--
La povera giovane, quasi insensata pel dolore all'udir questo amaro parlare, taceva cupa col capo basso, e Lamberto, col cuore anch'esso come si può pensare, pure, facendosi forza, soggiungeva:
--Orsù, Selvaggia, è tempo di far senno; e già tant'è, se non vuoi farlo tu, lo farò io. Tutte queste scene, queste commedie non si sa in che diano, e se vorrai che questa sia stata l'ultima, io l'avrò caro assai. Io non ti posso far bene nessuno.... lasciami dunque in pace, che Dio ti benedica mille volte, e addio.--
--Sì, addio, e per sempre, rispose fuor di sè la giovane, nel cui cuore lo sdegno e l'orgoglio offeso per un momento, sopraffecero l'amore; ma sappi prima.... anima di serpe, chè altro non sei.... sappi che Iddio è giusto.... e ti pagherà colla moneta che meriti, e ti domanderà conto di me, che non m'avea messa al mondo perch'io fossi il tuo trastullo.... ed anch'io, per Dio eterno! ho un cuore, ho un'anima, ho forma umana, e non sono una biscia, un demonio. Sappi che nessun re, nessun principe ha mai posseduto tesoro che valesse il cuore di quest'infelice, che era tuo, e che non meritavi, disgraziato! e non ti bastava respingerlo, hai voluto avvilirlo, insultarlo.... insulti? oltraggi? a me? e credi esser da tanto? credi poter rider di me cui devi la vita? Sì, sappilo, io, e non altri.... là sulla capitana di Spagna, alla battaglia di Salerno... io ricevei nel petto il ferro di quella picca che dovea passarti il cuore.... io, per salvar la tua vita, vissi ne' dolori, nella miseria, nella disperazione.... ed ora credi che possa un tuo oltraggio salire tant'alto che mi tocchi? Io t'ho compassione, chè Iddio ti prepara quel che tu meriti, e prima di quel che pensi.... e son io che te lo dico, e sappi che quella tua donna, ora, in questo momento, mentre ti parlo, è forse già dove tu non vorresti.... e t'hanno fatto partire solo per aver agio di tortela, e tu, pazzo, non hai saputo scoprire la trappola, ed io conosco chi te l'ha tesa, e so tutto, e non te lo voglio dire, chè ove ti fossi portato con me in altro modo sarei stata da tanto d'avvisarti di tutto, e persino, vedi, disgraziato, che cuore ha Selvaggia! sì, persin d'ajutarti; ed ora, se mi facessi a pezzetti minuti come teste d'aghi non lo saprai. No, no, non lo saprai, e quella tua Laudomia, nè Dio, nè diavoli non la potrebber salvare. Dì, sciagurato, te lo senti ora anche tu l'inferno nel cuore? ve lo senti una volta? Ebbene, abbivilo per sempre, e ora anch'io ti dico addio.--
E voltar il cavallo, cacciargli furiosa gli sproni ne' fianchi, e partir di carriera rapidissima verso Firenze, fu quanto il dire, Iddio m'ajuti, e dopo due secondi neppur più s'udiva lo scalpitar del cavallo.
Lamberto agitatissimo per le parole udite, per l'oscuro pericolo minacciato a Laudomia, si volse a furia anch'esso per raggiugnerla e fermarla, ma quando il suo cavallo ebbe dato due o tre slanci, conosciuto la cosa impossibile, ed anco rattenuto dal pensiero, ch'egli non poteva in modo nessuno disertar la bandiera, rattenne il freno, e tutto doloroso riprese il suo cammino.
Un momento di riflessione bastò tuttavia a tranquillarlo sull'imminenza del pericolo: in Firenze, in casa di Niccolò, Laudomia non avea che temere, e si persuase che (fosse pur vera la trama scopertagli da Selvaggia) non poteva mai produrre effetto così pronto, e che queste minacce erano state usate da essa per effetto di sdegno soltanto, per fargli dispiacere e metterlo in sospetto: ed in ciò s'apponeva. Tuttavia, pensò tosto, ad ogni buon riguardo, di trovar modo onde far sapere a Laudomia ed al padre quel che avea udito, stessero in sull'avviso, e cercassero se fosse possibile di chiarire il fatto, e risolse, appena giunto ad Empoli, spedire un uomo apposta a Firenze a tal effetto.
Con questi pensieri parte si rassicurava, e seguendo la sua via, sempre riflettendo a quanto aveva udito, finiva col calmarsi interamente, persuadendosi ognor più della vanità delle costei parole; così di pensiero in pensiero venne considerando quanto compassionevol fosse il fatto di quell'infelice che egli avea cotanto aspramente ributtata, pel suo meglio, è vero, ma pure, gli pareva ora che il modo fosse stato troppo crudele; temeva che con quella natura così sfrenata facesse, Dio sa, che cosa: e non poterlo impedire, non poter nemmeno sapere, per lungo tempo forse, dove, come fosse capitata! e se le accadesse qualche disgrazia, doverne aver poi l'eterno rimorso! Stette in due un momento di chieder all'Arsoli licenza di tornare addietro, ma ci stava dell'onor suo il domandarla? Eran questi gli insegnamenti di Niccolò, di porre innanzi a tutto il pensiero della patria?
Costretto da queste riflessioni a tirar innanzi, si volse a pregar Dio, vietasse per sua misericordia, che quell'infelice fuor di senno venisse a qualche rovinoso partito.
Mentre il buon Lamberto veniva formando questi voti, il cavallo di Selvaggia tormentato dagli sproni che gli lavoravano nelle carni vive, atterrito dall'agitarsi furioso del cavaliere che si sentiva sul dorso, divorava la via colle nari aperte e sanguigne, la coda tesa, l'occhio spaventato, sperando sottrarsi a chi tanto fuor d'ogni misura lo maltrattava: la povera bestia crebbe la rapidità del suo correre fin dove gli giunsero le forze, ed in pochi minuti si trovò di nuovo tra' que' poggi ove la strada è più ripida e malagevole: qui, non potendone più, si parò sulle quattro zampe tutta molle di sudore ed ansante, e si pose imbizzarrita e feroce a giocar di schiena per torsi di dosso questa insopportabile tribolazione.
Cominciò allora combattersi la più pazza, la più ostinata disfida che si vedesse mai tra cavaliere e cavallo. Il primo colle ginocchia serrate, saldo in arcione come vi fosse legato, dovea pur seguire l'impulso che gli comunicavano le violenti scosse dell'animale, che lo gettava qua e là, come accade ad un albero di salde radici e di pieghevol cima quando il vento l'investe. Erano slanci, saltimontoni, impennate, e lanciandosi il cavallo a un tratto ora in questo, ora in quel lato, teneva tutta la via, e andò a un pelo più volte di non traboccare fuori del muricciuolo che sorge sul ciglio della strada ove il dirupo si scoscende a perpendicolo. Nessuno era spettatore di questa strana battaglia, che durò un buon poco, finchè per istracchi vi poser fine.
Il cavallo tutto trafelato si fermò a un tratto, agitate le ginocchia da un tremito che pareva ogni momento avesse a cadere. Selvaggia si pose la mano alla fronte, che grondava di sudore, e riprendendo fiato anch'essa, si guardò intorno ed in alto, vide che l'alba già tingeva le vette de' poggi d'una luce azzurra, e nello spazio di cielo che avea sul capo trapassava intanto un volo di corvi, crocitando sull'ale. Stette un momento guardandoli coll'occhio spalancato e fisso, poi, fosse vacillazione di mente, od effetto convulso, diede in uno scroscio di risa spaventoso ed alto che fece rimbombare quella solitudine.
Si ricordò in quel momento d'aver veduto talvolta sui campi di battaglia stormi di codesti uccelli svolazzare lieti e loquaci tra i cadaveri, e tutti in faccende, fare a loro modo festa grandissima della ricca cena che trovavano nelle loro viscere, ed accecata dall'odio che provava in quel momento contro tutti gli uomini indistintamente, dal desiderio di vendetta contro quella razza spietata, cagione d'ogni suo danno, disse, pur seguitando a ridere, tenendo dietro coll'occhio a quegli aerei passeggeri, finchè l'ultimo si nascose dietro le rupi.
--Oh, Dio vi benedica mille volte, o corvi!--
Le venne in mente allora di scavalcare, e saltata a terra, si sdrajò sulla ripa della strada e vi rimase immobile, colla mente in quello stato, che potrebbe paragonarsi al crepuscolo, non oscurata al punto di non conoscere il suo stato presente, e non tanto chiara da poterne dar retto giudizio.
La terra, sulla quale giaceva, era coperta d'una grossa brina, che presto si sciolse in acqua tutta attorno al suo corpo. La poveretta ardeva di febbre.
Quel freddo, quel breve riposo, dopo un poco parvero ristorarla, e le sembrò che la densa caligine dalla quale le veniva ottenebrato l'intelletto pian piano si venisse diradando.
Si vide innanzi agli occhi Lamberto come fosse presente, udì il suono delle sue parole, quasi le profferisse di nuovo, e disse, con quel riso sinistro che non essendo in armonia coll'espressione degli occhi e del resto del viso, sembra piuttosto uno stiramento convulso delle labbra:
--Oh, oh! rider di me!.... Anche gli scherni? Bada al fatto tuo, valentuomo.... chè la cosa potrebbe andare a rovescio alla fine, ed a me toccasse ridere, a te piangere!... Così m'ajutasse il demonio come mi saprei ajutare, se nascesse l'occasione!... e vorrei vederlo quest'uomo perfetto, colla sua gran virtù, colla sua prodezza, che par che tutto sia fango a petto a lui, e quella sua donna, quell'angiolo, quella gran cosa, vorrei vederli, che saprebber dire se toccasse loro domandar pietà colle braccia in croce, a chi? a Selvaggia, alla cortigiana! alla vile, alla pazza, alla sciagurata!--
Si morse il dito, ed alzandolo minaccioso lo scrollava, dicendo:
--Tutti contro me? Sia come volete. Io contro tutti!.... Chi ha più lino farà più tela!.... e la vedremo. Hai veduto sin ora come tratti l'amore?... All'odio adesso! vedrai com'io scherzo.... vedrai se me n'intendo di vendetta.... lasciamici pensare appena due minuti.... eh! io non voglio tener con te i modi soliti.... un par tuo, tanto dappiù d'ogni altro, non debb'esser trattato come un del volgo....--
E col capo basso, le guance e gli occhi lividi ed infossati, stette fissa ruminando mille progetti che, per dir così, si vedean passare sul suo volto come su un cielo burrascoso trasvolano le nubi in cento fantastiche e diverse forme, cacciate dal vento.
Si scosse alla fine come invasa a un tratto da una nuova idea: alzò il capo e lo tenne immobile piegandolo un poco su un lato, nell'atto di chi tende l'orecchio, quasi desse ascolto tutta intenta alla voce che le parlava all'anima, poi disse:
--Questa sarebbe la maggior di tutte. Oh, mi riuscisse!.... ma avrò poi cuore che basti a condurla sino al fine?--
E da quel petto, ove bolliva tanto furore, uscì pure un sospiro. Forse le parve il nuovo progetto troppo doloroso ed enorme.... forse in quel momento la memoria del suo amore le spicciò viva dal cuore, come accade talvolta se si voglia soffocare sotto le ceneri un fuoco ardentissimo, che una falda di fiamma si fa strada, guizza e splende un momento, e poi scompare.
Poco importa del resto lo scoprir ora la cagione di questo sospiro, che probabilmente verrà palesata a chi avrà la pazienza di finir quest'istoria; fatto sta, che dopo averlo messo dal petto due o tre volte si chiuse il volto colle palme, e da chi in quel momento l'avesse considerata, si sarebbe potuto supporre, dal moto delle spalle, che piangesse. Stata così un pezzo, di seduta ch'ell'era, si lasciò andar supina, e rimase pur sempre colle mani sul volto, immobile, finchè dopo lungo tempo, anche le braccia, quasi perdessero ogni forza, caddero a terra distese lungo la persona.
Apparve allora il suo viso pallido, affilato, rallentati i muscoli dalla contrazione dell'ira, ma serbando tuttavia l'impronta della terribil tempesta ch'era passata su quell'anima desolata. Rendeva in un modo l'immagine d'una campagna spazzata da un tremendo turbine, dopo il quale sulla terra solcata dall'acqua, sugli alberi divelti e coricati, sulla natura tutta si stenda un silenzio, una calma attonita e sbigottita.
Alla fine, lenta lenta si rimise seduta, poi a fatica, chè si sentiva le membra tutte rotte e sfinite, s'alzò in piedi: venuta al suo cavallo gli acconciò le briglie, ed afferrato il crine e l'arcion di dietro mise il piede alla staffa, e, datasi l'andare due o tre volte, non senza stento si trovò in sella.
Prese verso Firenze, curva la persona, col capo caduto sul petto, in atto di tanto scoramento, che non parea possibile fosse quella di prima: e neppure il cavallo, dal mutar lento e strascicato delle gambe, dal collo e dalle orecchie cadenti, non parea quel medesimo che avea poco innanzi menata tanta tempesta.
Alla prima giravolta della strada scomparvero ambidue, e, col permesso del lettore li lasceremo andare al loro viaggio, chè Lamberto ci aspetta alla porta d'Empoli colla compagnia.
Il sole levato di poco, colla sua luce radente, tingeva già di rosato la bianca veste di brina che scintillava sul dosso delle colline, sugli alberi e sui tetti, lasciando le parti non illuminate in una tinta diafana ed azzurrina, quando il soldato di guardia sulla torre sovrapposta alla porta della terra, vide venir di lontano la compagnia, e riconosciuto il giglio nello stendardo, diede l'avviso che era comparso l'aspettato soccorso, e la nuova ne fu tosto arrecata al Ferruccio.
Il commissario, già in piedi da un pezzo (chè era assai difficile trovarlo a letto a qualunque ora si cercasse) attendeva poco lontano a far riparar non so che ad un bastione. Udita la nuova, venne sollecito ad incontrarli, e, fatto calare il ponte, alzare la saracinesca, ordinò s'aprisse la porta.
Entraron le genti, con le trombe sonanti alla testa, precedute dai due capitani, che sfilando innanzi al commissario lo salutarono coll'atto della persona e l'abbassar della lancia.
Il Ferruccio, alto di corpo e tutto nerbo, vestito d'una cappa bruna con istivali grossi ed un berretto, che da un lato gli cadeva sull'occhio, stava a vederli passare, piantato sulle due gambe un poco aperte, intrecciate le braccia al petto, la fronte alta ed austera, sotto la quale lampeggiava quel suo sguardo sicuro che pel color delle pupille e lo sporger del sopracciglio, era simile a quello dell'aquila.
Con un rapido abbassar del capo corrispose al saluto de' condottieri, mentre accennando colla mano ordinava loro di distendergli innanzi in battaglia la compagnia sulla piazzetta che si trovava entrata appena la porta. I soldati, che avean legati i mantelli sulle groppe, e s'eran rassettati alla meglio, apparivan bella e buona gente e bene a cavallo: ed al comando dell'Arsoli, dato un po' di volta per la piazzetta, si schierarono in linea. Si fece innanzi il Ferruccio, pur sempre colle braccia all'istesso modo, ed accostatosi ai due capitani, posti nel mezzo ed un poco innanzi dagli altri, diceva loro con voce sonora e quel parlar tronco che tanto può sui soldati:
--Bella compagnia! uomini, cavalli, armi, tutto bene. Li vedremo all'opera e presto, che, viva Dio! non aspettavo altro. Li farete rinfrescare, poi v'aspetto all'alloggiamento.... Di Firenze già nulla di nuovo? L'assalto del principe lo seppi colle lettere di jeri. Avrà veduto che anche i mercanti se n'intendono di far bastioni e sparar artiglierie. Ora due parole ai vostri soldati.--
E, voltossi alla truppa che gli stava dinanzi immobile ed in silenzio, disse con un sorriso:
--Questi marrani spagnuoli qui del contado, hanno di maladette gambe che a raggiungerli m'era fatica, voi farete la bisogna, valentuomini, con buoni sproni e dodici braccia di lancia assaggeremo loro le reni, se piace a Dio. Pensate che tutti combattiamo per la patria, e per questa santa causa non risparmierò nè la mia vita nè la vostra, ve ne avviso. Io saprò far il debito di capitano, dacchè i nostri signori m'hanno fatto degno di tanto onorato comando. Voi pensate a far quello di valenti soldati, chè usando altri modi io non sarei per sopportarlo.
--Ora attendetevi a riposare, chè non vi lascerò un pezzo colle mani in mano... e, viva il marzocco! viva la repubblica!--
A questo grido rispose la compagnia ed il popolo, che in folla le s'era radunato all'intorno; e mentre i soldati scavalcavano disponendosi a condurre a mano i cavalli all'alloggiamento, dicevan tra loro:
--Codesto si chiama discorrere!--E non gli trema la lingua in bocca!--È un diavolo costui, che non avrebbe soggezione dell'imperatore.--Ohe! e' pare che converrà arar diritto con quel muso.--S'egli ha il ruzzo di menar le mani, e noi non vogliamo altro.--
Ed un di loro volgendosi a Fanfulla che veniva zufolando sotto i baffi, com'era suo costume, mentre buttava le staffe sulla sella, gli diceva:
--E che ne dice il nostro Fra Bombarda?--
--Fra Bombarda dice: Quando tu avessi il fiasco alla bocca, ed il commissario ti dicesse basta, fa di non ne mandar giù una goccia di più, se vuoi che la via del pane ti rimanga aperta. Che di musi me n'intendo, e n'ho visto più d'uno uscir di sotto il morione, colle setole dure abbastanza, ma come codesto n'ho visto due altri soli sinora, quello del sig. Giovanni, e quell'altro del gran capitano. E per ora non dico altro.--
Ed intanto la compagnia venne presto alloggiata ne' quartieri già preparati.
CAPITOLO XXV.
Tostochè l'Arsoli ed il Bichi ebbero dato sesto alla compagnia, si condussero dal commissario, e con esso andò anche Lamberto, che aveva da Niccolò (ci scordammo accennarlo) avuto l'incarico di fargli riverenza per parte sua e narrargli quegli ultimi suoi casi.
Il Ferruccio era alloggiato nella casa del Comune in Piazza, e lo trovarono che li aspettava in una sala al primo piano ove le pareti eran tutte coperte di gigli e di marzocchi, e su in alto, sotto il soffitto intorno, si vedevan dipinte l'arme de' podestà che avean retta la terra, tra quali fu il vincitore de' Ciompi Michele di Lando. Il commissario sedeva presso una gran tavola ov'era costume render ragione. Salutò i nuovi arrivati, che entrarono ancora tutti armati quali erano venuti di Firenze. Ad un suo cenno sedettero e disse l'Arsoli:
--Questi, sig. commissario è messer Lamberto, che voi conoscete di nome se non di veduta.--
--Ah! rispose Ferruccio facendogli festa col viso, ho caro conoscervi ch'io non ho il maggiore amico di messer Niccolò, e so quanta stima egli faccia di voi.--
Lamberto allora, fattigli prima i saluti del suocero, gli venne narrando tutto il caso di Troilo, e com'egli avea lasciato il campo e datosi tutto alla parte Piagnona. Disse poi il suo matrimonio colla Laudomia, il motivo ed il modo ond'era stato interrotto, e vedendo che il Ferruccio gli prestava grandissima udienza, gli narrò dell'oscuro avviso ricevuto per via, di non so quali insidie tramate contro di essa, chiedendogli insieme licenza di spedire un uomo apposta a Firenze affinchè potessero guardarsi ed investigar la realtà e l'ordine di questa trama.
--Io vi do questa licenza molto volentieri, e se il servigio della città lo concedesse, vi direi andate in persona; ma una buona spada val tant'oro quanto pesa, a questi giorni, e non posso privarmene; conosco che dev'esser una gran passione per voi, messer Lamberto, lasciar una tale sposa per torre invece la lancia.... almeno così suppongo... (disse sorridendo) chè io di queste cose poco me n'intendo, ed alla vita mia non ebbi mai tant'agio ch'io potessi pensar a donne... A ogni modo, un par vostro saprà aver buona pazienza, chè ora i nostri amori hanno ad essere cogli archibusi e le bombarde.--
--Quanto a questo spero mostrarvi che so il mio debito, e che il mio primo amore è della patria e non d'altri.--
Così rispose Lamberto, con un viso ardito che non lasciava dubitare ch'egli mentisse; fatta poscia riverenza al Ferruccio si tolse di quivi, trovò presto d'un cavallaro che fu contento portar a Firenze la lettera per Laudomia. La scrisse Lamberto più presto che potè, ed in essa le narrò distesamente tutto l'accaduto in quella notte senza ommetter sillaba di quanto era stato discorso tra esso e Selvaggia. Dopo aver molto raccomandato che facessero in modo di scoprire se quest'insidie eran vere, oppur supposte da costei per puro dispetto, mostrando, quanto a sè, propendere per quest'opinione, entrava a deplorare e mostrar rammarico dell'aspro modo da lui tenuto con quell'infelice, svolgendone insieme a Laudomia i motivi, e mostrando poi alla fine in quanta agitazione d'animo si trovasse al presente sul fatto di costei.
La passione che provava per questo accidente la seppe esprimer benissimo, e forse troppo, chè scrivendo in furia, e coll'animo preoccupato, non ebbe campo di pesare e calcolar molto le parole, e l'effetto che sarebber per produrre su quella che con mente più tranquilla le avrebbe lette. Si faceva in ultimo a pregar Laudomia, volesse metter subito gente in moto, mandar sulla strada d'Empoli, ed in quelle vicinanze, per iscoprire che ne fosse stato di Selvaggia; ed avendo avuto a dire tante cose, col tempo che lo stringeva, conchiuse la lettera in modo più tronco, che al certo non avrebbe fatto, se la cosa non fosse stata di tanta premura.
Com'ebbe scritto, piegò la lettera in quattro, come s'usava in quel tempo, e traforatala, la chiuse con una funicella, della quale fermò i capi con un sigillo.
Partì il cavallaro, e seppe così ben pungere un cavalletto che avea sotto, che verso le ventidue scavalcava al portone de' Lapi.
Mona Fede venne ad aprire: prese la lettera, e con gran festa corse nella camera di Niccolò ove egli si trovava colle figlie, ed a caso v'era anche Troilo. Laudomia, conosciuto dalla sopraccarta chi le scriveva, disse tutta allegra ed un poco arrossita:
--Oh! povero Lamberto, già m'ha scritto!--e principiò a leggere. A mano a mano che leggeva le si vedea tratto tratto mutar viso, mostrando ora maraviglia, ora mestizia, ora compassione, ed in ultimo parve sulla sua fronte serena si stendesse persino l'ombra d'un sospetto.
--Gran cosa è questa! disse alla fine tutt'altro che tranquilla in volto; e porgendo la lettera a Niccolò, soggiunse:--Ora vedete voi quel che convenga fare.--
Niccolò la prese, ma parve che quella lettura facesse sull'animo suo tutt'altro effetto, e piuttosto lo rallegrasse.
--Egli è il gran giovin dabbene, disse alla fine, che vuoi ch'io ti dica? bisogna far quel ch'egli consiglia.... non vedo altra via.--