Niccolò de' Lapi; ovvero, i Palleschi e i Piagnoni

Part 30

Chapter 303,855 wordsPublic domain

--Felicità, e salute per cent'anni, signorina: disse la vecchia a Laudomia, osservando di pronunziare queste parole appunto in quella che la sposa varcava la soglia; e volle baciarle la mano, ma ebbe invece un abbraccio, al quale corrispose tutta amorosa e riverente, e così entrati gli uni dopo gli altri, diceva Niccolò:

--M. Fede, io non avevo detto di far tanta luminiera!--

Ma il rimprovero venne corretto da un sorriso, e, passato innanzi, andò a sedere al fuoco sul suo seggiolone, attorno al quale si raccolse la famiglia aspettando d'esser chiamati in tavola.

Laudomia, che era uscita un momento colla sorella per torsi il velo e la ghirlanda dal capo, tornò; e sedutasi presso Lamberto, cominciò a parlar seco quelle intime ed importantissime inezie, che nascono e si moltiplicano all'infinito tra chi si vuol bene; ed intanto, Troilo, la Lisa, i fratelli e gli amici facean crocchio un po' in disparte per non dar soggezione agli sposi. Tutti i visi eran sereni, tutte le bocche sorridenti, e quelle camere stesse, tutte scintillanti di lumi, ripulite, adornate con maggior cura, apparivan più gaje, e parevan promettere per quella sera una veglia piacevole, lieta, e dissimile per conseguenza dalle consuete, piene di pensieri malinconici e pungenti; quando vennero picchiati due colpi al portone, e poco stante comparì sulla porta della camera un uomo tutto di ferro, che rimase un momento immobile guardandosi intorno, non senza maraviglia degli astanti, de' quali molti ravvisarono il soldato che s'era poco prima fatto vedere in S. Marco, e non potevano immaginare chi fosse, o che cosa cercasse.

--Che ci arrechi, valentuomo? Domandò Niccolò, e l'altro, con voce che mal s'udiva, suonando chiusa nell'elmo, disse, volgendosi a Lamberto, e porgendogli un foglio suggellato:

--Per parte del Capitan Generale.--

Lamberto, lasciando il posto che occupava al fianco di Laudomia, s'alzò prendendo il foglio, ed apertolo, vi lesse di doversi armare sull'attimo, montar a cavallo, seguire chi gli avea recato quest'ordine, ed unirsi alla compagnia che si faceva sulla piazza di S. Spirito per andare ove importava pel servigio della città.

Che cosa provasse il giovane leggendo quel comando così assoluto in tal momento, lo immagini il lettore.

Laudomia, che fissa e sbigottita gli tenea gli occhi in viso mentre stava leggendo, vide farglisi accese le gote, e si mosse verso lui spaventata: egli, guardandola con mesto e tenero sorriso, come per rassicurarla, porse il foglio a Niccolò, che osservando ora gli uni ora gli altri, cominciava ad entrare in qualche sospetto.

Lo lesse due volte, mentre tutti da lui solo pendevano, ed alla povera Laudomia ogni secondo pareva un secolo; alla fine, levato al cielo lo sguardo sicuro ed infiammato, diceva:

--Sì, mio Dio! ma almeno sia salva Firenze! e mentre pronunziava queste parole, la timida Laudomia, immemore d'ogni rispetto, si gettava su quel foglio, lo strappava di mano al padre, ed in un lampo già l'avea letto. Rimase un momento coll'occhio basso, inchiodato su quello scritto, poi alzandolo umido e supplichevole in viso ora al padre ora a Lamberto, pareva implorasse il conforto d'un po' di speranza, cercasse scoprirvi un'ombra di possibilità d'eludere quel comando, di sottrarvisi in qualche modo. Ma invece sulla fronte d'ambidue, lesse irrevocabile la sentenza che la condannava a nuove ed infinite angosce: ed educata, com'era, da Niccolò, rinunziò del tutto alle concepite speranze, e rimase muta e lagrimosa, ma rassegnata.

Saputasi alla fine la cosa anche da' circostanti, ne mostrarono tutti grandissimo travaglio.

--Oh! come può star codesto, diceva Vieri, se la tua compagnia, Lamberto, non doveva uscir di Firenze?--

Il giovane si stringea nelle spalle, chè esso pure ne era stato fatto sicuro, ed avea perciò creduto poter attendere liberamente a queste nozze.

--Non vi sarrebbe modo, soggiungeva Lisa, di fargli dare lo scambio?--

Troilo allora facendosi avanti, disse risolutamente:

--Ed io voglio esser quello.... Lamberto.... fratello!.... e voi, messer Niccolò, non m'avete a negar questa grazia.... non è ragione ch'egli debba lasciar la sposa, ed andare, Dio sa dove, in un momento come questo.... Corro dal signor Malatesta, e torno con la licenza d'andar io in suo luogo....--

Ed il mariuolo, che sapeva di poter in quest'occasione far gran pompa di generosità, con poca spesa, si movea per uscire; ma Lisa di nascosto gli diede una tirata alla falda della cappa, e Lamberto in palese l'arrestò pel braccio, e come leale ed ignaro del simulare, credette sincera la profferta di Troilo, e gliene seppe grado.

--Io ti ringrazio, fratello, disse guardandolo con affetto (e fu la prima volta) io ti ringrazio, ma non ci starebbe l'onor mio.... tu sai quale sia il debito del soldato.... ma di questa tua profferta io me ne ricorderò.--E gli strinse la mano.

--La patria prima di tutto, figliuoli! disse con gran voce Niccolò. Ubbidir cecamente e non cercar più in là.... Lamberto, Laudomia.... io ve l'aveva detto.... me n'incresce insino al cuore.... ma questo non è tempo di sospiri.... è tempo d'ardito e franco operare.--

Poi, presa pel braccio Laudomia, e chinandosele all'orecchio, le diceva:

--Ricordati di quel mio discorso.... mostrarsi forte, serena.... non tornar troppo agli abbracci.... non dir di quelle cose che vanno al cuore troppo diritte....--

E la povera Laudomia col viso basso, accennava di sì col capo, chè sentendosi imminente lo scoppiare dei singhiozzi, non s'attentava di parlare.

Durante questi contrasti, l'uomo di ferro era rimasto sempre immobile appoggiato allo stipite della porta; se non che una volta s'era fatto innanzi due passi come per voler parlare, e poi, quasi mutato pensiero, era tornato al luogo di prima. In quel punto la generosa Selvaggia non potendo reggere alla vista del dolore di Lamberto, del pianto, persino della sua rivale, s'era risoluta venir avanti, palesarsi, palesar tutto. Ma la forza d'eseguire il nobil proposito, di rinunciare a veder da solo a sola Lamberto, a ragionar seco una volta ancora, le era mancata ad un tratto «Sarà breve.... sarà l'ultimo questo dolore!» disse fra sè stessa, e riprese il primo disegno.

Il tempo stringeva. Lamberto chiamò il suo famiglio:

--Maurizio, va a sellare i cavalli... torrai la lancia nuova di cerro... e nell'uscire, insegna a questo valentuomo il luogo ov'è il mio arnese, egli, in sua cortesia, e per avanzar tempo, m'ajuterà armarmi.... non è egli vero? (soggiungea vôlto a Selvaggia). In grazia.... non per comando, va con costui, ed arrecami l'arme.... ben vedi i momenti che m'avanzano, son pochi.... non vorrei buttarli... se hai mai provato (soggiungea sorridendo) che cosa sia voler bene.... tu saprai quel che vuol dire.--

Selvaggia, col cuore ridotto, come si può immaginare, ma contenta pure d'ubbidire, si mosse dietro Maurizio col passo più fermo che potè; e ritornò poco dopo, coll'arnese di Lamberto tutto in un fascio; lo depose in terra, si preparò a vestirnelo, e per potersi maneggiar meglio nell'affibbiargli le corregge, si tolse ambo i guanti di ferro.

Mentr'essa sollecitava da un lato, Laudomia anch'essa dall'altro ajutava la bisogna, e nessuno diceva parola. Vieri, ponendo mente alle mani dello sconosciuto soldato, veniva intanto pensando come mai un uomo d'arme può egli mantenersi le mani così belle e dilicate! Ma nè Laudomia nè Lamberto non avean il capo allora a simili osservazioni.

In quel momento di tristezza e di silenzio generale, si sentì per istrada nascer lontano lo strepito d'un cavallo che batteva il lastrico di gran trotto. Laudomia si fermò ascoltando «Oh, fosse mai un messo del capitano che mutasse l'ordine!.... Tuttociò nascesse da qualche errore?.... fosse stato uno scherzo per farmi paura?»--Ed il cavallo veniva innanzi: giunto al portone si fermò a un tratto. «Vien proprio qui» disse Laudomia cresciuta di speranza.

Non pensava, poveretta, che la stalla ove Lamberto tenea il suo cavallo era un po' lontana, e che era Maurizio, il quale dopo averlo sellato; per far più presto, l'avea condotto di trotto. Entrato in quella il famiglio, disse che i cavalli eran all'ordine, e addio l'ultima speranza di Laudomia.

Lamberto, armato da capo a piedi, e tutto scintillante d'acciajo e d'oro, colla visiera alta, ed il viso pallido ma sicuro, abbracciò Niccolò, e tutti gli altri senza parlare: voleva abbracciare anche Fanfulla, ma appena giunta Selvaggia e saputo l'ordine che arrecava, egli era scomparso senza dir addio a nessuno; Lamberto girò intorno lo sguardo, e non vedendolo, disse: «Mi saluterete anche Fanfulla.» Non avea finito di dirlo, ch'egli entrò col fiato grosso come di chi è venuto correndo.

Egli avea indosso il corsaletto, i cosciali ed il bacinetto de' fanti, ed un partigianone in mano.

--Malann'aggia chi ha piantato il Renajo dei Serristori tanto lontano! disse soffiando per riprender l'anelito, e a voler correr il palio col corsaletto le gambe di Fanfulla sono un pò stagionate.... non importa, anche questa l'hanno fatta.... insomma, messer Lamberto, non c'è rimedio, bisogna andare.... ero corso così per vedere se volevano mandar me invece, che io non lascio nessuno addietro a piangere... ed a questo mio cuojo, una sforacchiata più o meno, è poco male! ma non c'è verso.... e io allora subito addosso la corazza.... questo finocchio in mano.... e son qua.... e vengo con voi in villa. Se non vi curate d'esser in compagnia d'un povero fante.... che.... dopo un certo caso.... fo il mestiere a piedi.... ma prima di morire.... basta!... E, sentite, M. Laudomia, messer Lamberto non ha mestieri l'ajutino cacciarsi le mosche dal naso, ma non importa.... voglio esser io a rimenarvelo qui vivo e sano.... e sappiate che io so quel che vi dico, e voi lo rivedrete a ogni modo.--

Laudomia corse al buon Fanfulla colle mani giunte, e per poco l'abbracciava, chè le sue parole le parvero venir dal cielo.

--Oh! a piedi voi non verrete,--disse Lamberto.

E volle togliesse il cavallo del suo famiglio a ogni modo. Niccolò fece in fretta cercare d'un arnese da cavaliere, e ne presentò Fanfulla, al quale parve esser tornato vivo ed all'onor del mondo, vedendosi fuori di quella maladetta fanteria che avea tanto in uggia.

Così venuti tutti insieme al portone trovarono Selvaggia in sella: vi saltò alla sua volta Fanfulla, senza quasi toccare staffa, e non potè trattenere un ah! d'allegrezza, quando si sentì guizzare fra le cosce un cavallo, e d'altri spiriti che non era il suo vecchio Grifone.

Laudomia era venuta sin qui senza profferir parola per non disubbidire al padre, solo si stringeva al braccio di Lamberto, abbandonata di tutto peso; all'ultimo, disse a voce bassa ed interrotta «Dio ti difenda!» Poi chiuse gli occhi, sentì sulla sua mano imprimersi tremanti le labbra del suo sposo; poco stante udì i tre cavalli partir di galoppo, si sentì allora abbracciare, e si trovò il capo sul petto di Niccolò, che stringendola con tenerezza, le disse:

--Son contento di te, figliuola. Ora puoi piangere.--

E la poverina diede in un pianto dirotto.

CAPITOLO XXIV.

Messer Francesco Ferruccio, che trovammo a veglia in casa di Niccolò ne' primi giorni dell'assedio, se ne viveva allora in Firenze pressochè dimenticato da' signori Dieci di Libertà, finchè dovendosi creare un commissario per Prato, ve lo mandarono, per consiglio di messer Donato Giannotti loro segretario, cui sapeva male che un tanto uomo non venisse adoperato quando più bisognava.

Stette in Prato poco tempo; e per contrasti avuti con Lorenzo di Tommaso Sadorini, podestà della terra, venne rimosso e mandato in Empoli, grosso borgo posto quasi nel centro del Val d'Arno di sotto, sulla via di Pisa, a 16 miglia di Firenze, (oggi 18) per l'antica strada che passa pel poggio di Malmantile.

I suoi portamenti in questa commissaria furon quali dovean aspettarsi dalla virtù sua, e dalla sua vita passata. Aggiunse nuove fortificazioni alle mura della terra, che di forti divennero fortissime ed inespugnabili; e quando conobbe di non poter esservi sforzato, si diede a molestare i nemici che tenevano i castelli circonvicini, con frequenti ed ardite fazioni, per le quali venne presto in grandissimo grido, ed ottenne il favore della Signoria e dell'universale.

A questi giorni egli aveva scritto a' signori Dieci, esponendo minutamente il disegno di nuove imprese che avea in animo di fare: e fra l'altre, quella di S. Miniato al Tedesco, allora occupato dagli Spagnoli. Domandava ajuti di cavalli, ed a quest'effetto Amico d'Arsoli e Jacopo Bichi ebbero l'ordine di cavalcare alla volta d'Empoli con 100[48] uomini d'arme, tra i quali per la ribalderia di Troilo, venne compreso anche Lamberto, che seco trasse Fanfulla e Selvaggia nel modo narrato nell'antecedente capitolo.

Quando giunsero in piazza S. Spirito, trovaron la compagnia già a cavallo, ordinata in battaglia su due file, volta la fronte alla chiesa, la destra un pò in disparte, quattro trombetti, ed innanzi sullo spazzo, i due condottieri Jacopo Bichi ed Amico d'Arsoli, coi loro banderai e due sergenti. Lamberto ed i suoi compagni erano gli ultimi a giungere, e mentre attraversavan la piazza di buon trotto per andar a porsi in fila cogli altri, Amico d'Arsoli gridava loro dietro:

--Animo, animo! perdio!--col dolce modo che conosce chi nel mestier dell'armi ha dovuto ubbidire ad uno di que' vecchi soldati, rigidi sulla disciplina, che hanno in orrore soprattutto la specie, detta dai Francesi _trainards_.

Radunata così la compagnia, e fatto dal sergente _l'appello_ per veder se nessuno mancasse, l'Arsoli, tratta la spada, volse il cavallo, dando ad alta voce l'ordine del muoversi.

--Per due dalla destra.... Avanti!--

E così alla sfilata, pel Fondaccio, vennero al ponte alla Carraja, ed alla porta al Prato, d'onde uscirono alla campagna, procedendo verso Signa.

La notte era serena, l'aria sottile e rigida, e splendeva uno stellato scintillante come accade sovente in inverno. I soldati co' loro mantelli di panno oscuro camminavano di buon passo formando due lunghe file brune sullo sterrato della strada leggermente imbiancato dalla brina, ed il silenzio non era interrotto che da poche parole bisbigliate tratto tratto fra vicini, o da qualche bestemmia scagliata quando un cavallo sdrucciolava, ed il cavaliere lo puniva con un buon pajo di spronate.

Lamberto, giunto all'ultimo in piazza, s'era posto alla sinistra della compagnia, e secondo l'ordine della mossa, si trovava ora alla coda. Questa, per un curioso fenomeno, osservato senza dubbio da quanti tra miei lettori ebbero a militare, debbe sempre, ove voglia tenersi unita alla testa, camminar più veloce di essa. Egli era perciò costretto ogni tanto, cogli altri soldati del retroguardo, a levar il trotto, finchè giungessero alle groppe di quelli che li precedevano: e poi di nuovo a poco a poco restavano addietro, e di nuovo pungendo i cavalli racquistavano la perduta distanza: ma per durare in questa alternativa un po' a lungo sarebbe stato necessario ch'egli avesse avuto il capo a ciò che faceva, e non istesse, come in effetto stava, col pensiero a Firenze.

In ogn'altra occasione, quella partenza notturna, per una fazione pericolosa e d'importanza sarebbe stata per esso una vera festa; ma a quel punto (e chi sarebbe tanto severo da condannarlo?) egli si sentiva invece pieno il cuore d'un lutto, d'una mestizia indefinibile, parendogli vedere in quest'improvviso impedimento l'infallibile indizio d'una fatalità che lo perseguitasse: per sè solo poco l'avrebbe curata, ma oramai come separare dal suo destino quello di Laudomia?

Intanto la testa della compagnia, varcato già da un pezzo il ponte a Signa, era giunto ove la strada prende pel poggio verso Malmantile, e serpeggia per un buon tratto chiusa tra gli scoscendimenti della collina vestita di folte boscaglie. Quando Fanfulla s'accorse che stavano per entrare in quelle gole, passo pericoloso, e molto a proposito per tendervi agguati, previde, siccome pratico, che i capitani avrebber voluto prima di porvi il piede rannodare la compagnia, e far precedere esploratori.... Non trovandosi accanto Lamberto, si volse, e lo vide che veniva molto lontano. Torse la briglia, e di galoppo gli si fece incontro, gridandogli:

--Lavorate di sproni, messer Lamberto, se non volete sentirne quattro dall'Arsoli.... in quella bocca di forno dove siam per metterci, non è muso da patire che gli uomini suoi si sbandino....--

Si scosse Lamberto, spinse il cavallo, raggiunsero la compagnia, e con essi Selvaggia, che era rimasta sempre a fianco del giovane senza mai trovar modo e coraggio di scoprirsegli, o dirgli pure una parola. Si rodeva ora d'aver perduta quell'occasione, che s'era procurata con tanto studio e tante fatiche, ripromettendosi di non esser un'altra volta cotanto timida e dappoco: e mentre appunto giungeva a mettersi in fila coi compagni, la truppa, al comando dell'Arsoli, fece alto.

Egli avrebbe avuto mestieri di fanti spediti, onde ricercar le soprastanti macchie, ed assicurarsi il passo:, ma non avea se non uomini d'arme carichi di ferro, che mal potevano arrampicarsi per quell'erte. Gli convenne dunque contentarsi di far precedere otto barbute a guisa d'antiguardo, e quando pensò che potessero aver oramai varcato i passi di maggior pericolo, si mosse col resto delle sue genti ed entrò fra quegli scoscesi gioghi, che nell'oscurità apparivano a modo di masse opache, addentellate in cento bizzarri contorni ove le vette spiccavano sullo stellato del cielo.

La compagnia saliva di buon passo serrata insieme, ed ogni soldato s'era sciolto dal mantello per aver le mani libere e pronte; l'Arsoli ed il Bichi precedevano francamente colla lancia alla coscia, e l'eco ripeteva lo scalpito de' cavalli, e l'urtarsi a minuto delle staffe e degli stinieri.

Il conversar sommesso, ma tranquillo, che s'udiva qua e là tra le file, mostrava la sicurtà di quelle genti nell'occasione che suol mettere a maggior prova l'animo de' soldati; cioè quando sovrasta un pericolo oscuro, indefinito, e contro il quale non valgon l'armi o le difese, qual era appunto in quest'occasione, ove una debol mano di nemici avrebbe potuto dall'alto col solo rotolar sassi disfarli senza rimedio.

Ma costoro avean da un pezzo promesso alla patria il sacrificio della loro vita, e la promessa l'attennero quasi tutti a Gavinana, ove l'ossa loro onorate non sono ancora a' nostri giorni, ridotte in polvere affatto, ed arrestano talvolta ne' campi la marra del contadino, che non sa quanta virtù, quanta gloria calpesti.

La fortuna che colà gli aspettava, vergognandosi forse di dar loro quivi una morte tenebrosa e senza vendetta, non avea condotto agli agguati nemico veruno, onde passaron liberi; e varcati sotto l'antico castello del Malmantile, scesero su M. Lupo e si trovarono presto fuori di quelle foci, ove incomincia il Pian d'Empoli, allargandosi il Val d'Arno fra più lontane e men aspre colline.

L'ordine tenuto nel tratto di strada ov'era sospetto di pericolo, si rallentò di nuovo a poco a poco quando la truppa si trovò in luoghi più sicuri ed aperti, e Selvaggia, che non s'era mai spiccata da Lamberto, veniva a bello studio rattenendo la briglia, sperando che il cavallo di lui, lasciato in balìa di sè dal cavaliere, venisse per naturale istinto anch'esso a rallentare il passo, e potesse così di nuovo trovarsi sola col giovane, risoluta questa volta a dirgli.... che cosa? Neppur lo sapeva la poveretta, chè ora mai conosceva troppo lo stato di Lamberto per poter conservare ombra di speranza; e palesare la tremenda passione che la consumava a chi non potea corrisponderle se non con una sterile ed umiliante pietà, era pur cosa dura. Ma l'amore, che viene a patti coll'orgoglio, dovrebbe piuttosto dirsi amor proprio, e tale non era quel di Selvaggia.

--Troverò parole, pensava, e se non ne trovassi, vedrà il mio pianto, la mia disperazione:.... mi getterò a' suoi piedi, a quelli del suo cavallo, che mi calpesti.... ma ch'io esca una volta di questa vita d'inferno.--

In cotali infermi pensieri le era intanto venuto fatto a poco a poco di rimaner addietro col giovane com'era suo disegno. L'alto silenzio della notte, appena interrotto dal romper lontano dell'acque d'Arno, o dal sordo abbajar de' cani ne' circostanti casali, le lasciava udire il frequente respiro di Lamberto, che venendole a paro, senza mai schiudere le labbra, neppur forse s'avvedeva di averla accanto. Essa lo veniva guardando colla speranza che volgesse una volta il viso verso lei e nascesse così occasione di dir una qualunque parola tanto per principiare; ma la speranza fu vana. Eppure parlare bisognava.

Per fissare a sè stessa un termine a quest'incertezze che le facean balzare il cuore in modo ora mai da non potervi reggere, notò un albero un po' lontano piantato accanto alla strada, e disse «quando sarem là dovrò dir la prima parola.»

Ma giunse all'albero con un battito di cuore che pareva le volesse scoppiare nel petto, aprì le labbra, ne uscì un suono inarticolato, ma non potè formar parola o frase nessuna, e fu cotanto potente il contrasto che l'agitava in quel momento, tanta la smania che l'invase, che non trovando l'inferma natura altro scampo le s'innondarono gli occhi di lagrime, con uno scoppiar di singhiozzi tant'alto, che Lamberto distolto da' suoi pensieri si volse presto pieno di meraviglia, che tenendo il suo compagno un uomo d'arme, come gli altri, gli pareva il caso assai strano.

--Oh! che cos'è questa? disse tenendo un poco la briglia, e fissando con tanto d'occhi in volto di Selvaggia, che mal potea discernere in quell'oscurità, quantunque avesse la visiera alzata. Ripetè due o tre volte la sua interrogazione senza ottener risposta, e mezzo in sospetto non fosse data la volta al cervello del suo compagno, quando alla fine udì dirsi con voce tutta ansante, e della quale era impossibile non riconoscesse la terribile verità.

--E s'io non ho difesa contro te.... ch'io t'ho fuggito come volesti!.... Se non ho potuto morire.... ed ho dovuto pur ritornarti dinanzi, che colpa n'ho io?.... Io ti seguivo zitta, senza darti noja.... senza aver ardire di dirti una parola.... e mi pareva pure di non esser più sola sulla terra.... e se questa smania ora m'ha vinta, se non ho potuto pianger tanto basso che non mi sentissi, che colpa n'ho io?.... Oramai so tutto.... ho veduto con quest'occhi.... So quel che tocca ad una disgraziata mia pari... ma pensa!.... è l'ultima volta!.... io vorrei.... ti domando....--

E qui non trovando neppur essa che cosa potesse volere o domandare, nè venendole parola nessuna per terminare la frase incominciata, riprese a singhiozzare colla fronte bassa, curva sul collo del suo cavallo, appoggiate le mani al pomo della sella.

Alla voce, e più ancora alle appassionate parole, Lamberto riconobbe Selvaggia, e sentì darsi una botta al cuore, ben prevedendo in quale impaccio fosse per trovarsi. Non avendo ad offrirle nessuna specie di conforto, avrebbe comprato ad ogni prezzo il poterla sanare di quel pazzo ed inutile amore, e per la pietà appunto che sentiva di lei, non v'era cosa che non avesse fatta per ritornarla in pace con sè stessa, e vederla tranquilla e felice. Già prima di quest'incontro, prevedendolo tra le cose possibili, era venuto fra sè stesso considerando quale condotta gli convenisse tenere venendo il caso, pel meglio di quell'infelice; ed avea ragionato così: «S'io le lascio vedere la pietà che m'inspira, e prendo a consolarla con modi amorevoli ed umani, quel suo cuore cotanto ardente, serberà sempre nell'intimo una qualche speranza: tenendomi buono e generoso, m'amerà più che mai. Mi trovi invece duro, superbo, incredulo al suo patire (il rimedio sarà amaro, doloroso per essa ed altrettanto per me!) ma passato quel momento la stima si cangerà forse in dispregio, l'amore in odio.... non penserà più a me dopo qualche giorno, e potrò dire d'averle fatto il solo bene ch'era in mia mano.»