Niccolò de' Lapi; ovvero, i Palleschi e i Piagnoni
Part 3
Quegli che riceveva dalla brigata segni così lusinghieri di benevolenza (il lettore non guardi troppo a minuto al modo d'esprimersi, chè tutto sta intendersi, come abbiamo detto nel capitolo antecedente), il nostro Fanfulla stava ritto, colle braccia intrecciate sul petto, sogghignando per la compiacenza di vedersi tanto innanzi nella stima e nell'affetto di quest'uomini dabbene.
Venne una cuoca tutta sudicia, stracciata, e coll'untume fin sulla punta de' capelli, recando le vivande che erano state domandate; ma Fanfulla con un pugno a sottomano, mandò per aria i piatti e ciò che v'era.
--Che mangiare? M'avete preso per morto di fame?....--
La fante si ritrasse sbigottita, ed egli togliendosi la berretta del canonico la piantò in capo a quello che si trovò più vicino dicendogli:
--Da bere!--
--Prima hai da dire dove sei stato questi tre giorni.
--Sono stato coi trentamila paia di diavoli che vi portino quanti siete... Da bere!--
Per non attediar troppo il lettore con queste ciance, diremo che dopo aver bevuto (e Dio sa se piovve sul bagnato) raccontò alla meglio che potette colla lingua grossa, e la pronuncia mal sicura, i suoi casi col canonico. Alla fine però d'ogni periodo della sua storia, ove lo scrittore metterebbe un punto fermo, il narratore metteva un bicchier di vino, ed i periodi, contro l'usanza dei cinquecentisti, furon brevi e furon molti.
Poco stante comparì in chiesa strascinato da una ventina di que' malandrini, un povero sventurato vecchio, che aveano, si può dir, dissotterrato, traendolo dal fondo d'una cantina ove s'era appiattato. Mostrava l'età di settant'anni all'incirca, tremante, curvo, in sola camicia, che gli giungeva al ginocchio, e lasciava vedere le coscie scarne, le ossa protuberanti alle giunture, le gambe consunte, enfiate sui malleoli per la vecchiaja. Aveva ancora una calza vermiglia lacera e cadente, solo avanzo della porpora. Quest'uomo così indegnamente trattato era un cardinale; caritatevole, senza superbia, di costume angelico, in fine un sant'uomo.
Quando si trovò scoperto, abbandonò ai soldati quel poco che avea potuto salvare, riponendolo in un nascondiglio in fretta in fretta, mentre già correva la voce per Roma che le mura eran vinte. Il tesoro era piccolo, poichè dava tutto per elemosina: onde i soldati non potendo credere vi potesse essere un cardinale povero, tennero per fermo ch'egli non volesse palesare il tesoro maggiore, e che l'avarizia fosse in lui più potente dell'amor della vita. Provarono dapprima a spaventarlo, poi dalle parole presto passarono alle percosse, gli strapparono di dosso i panni, lo pestarono coi pomi delle spade e de' pugnali: visto che tutto era inutile lo spinsero in S. Giovanni de' Fiorentini per vedere quale strazio fosse da farne.
Gli urli e il fracasso crebbero, se era possibile, all'apparire di questa nuova masnada, che si fermò avanti alla botte sulla quale era l'uomo dal piffero. Questi cominciò a farla da giudice, e ad interrogare il povero vecchio, il quale viste le tante e così abbominevoli profanazioni, scordava il proprio pericolo, e coprendosi gli occhi colle mani dava in un pianto dirotto.
Ma le parole duraron poco, e si stava per venire ai fatti. Già un soldato luterano, di quelli calati in Italia con Giorgio di Fransperg, recava un ferro rovente per incominciare il tormento, quando afferrato al polso del braccio destro, da una mano che parve una tanaglia, si dovette fermare, ed il ferro gli cadde a piedi.
Era la mano di Fanfulla. L'ubriachezza avea per costui due periodi: il primo gaio, vispo, manesco, pieno di risa e di pazzie fin che il vino non era in troppa abbondanza; se poi seguitava a bere cadeva nel secondo, ed allora diventava malinconico, tutto tenero, tutto svenevole, abbracciava, baciava chi gli capitava innanzi, che pareva proprio se ne struggesse.
In quel critico momento egli si trovava appunto in questo stato per fortuna del vecchio prigione.
Respinse il soldato con tanta forza che quasi lo mandò a gambe all'aria, e poi cominciò a gridare:
--E' non si la così co' galantuomini.... e' non si strapazza a quel modo la carne de' cristiani!.... razzaccia di can rinnegati!... sì... cani... cani... mille volte cani!.... Credete voi che abbia paura perchè siete in tanti?.... Vi avevo in.... dieci anni prima che foste nati! (avverta il lettore che ci manca l'ortografia per esprimere le strane trasformazioni che subivano le parole pronunciate dalla lingua annodata di Fanfulla, perciò la sua fantasia supplisca a questo difetto). Guarda come me l'hanno conciato!.... E non si vergognano mica i ladroni!.... Povero vecchio.... Ma non aver paura..... (ed intanto gli si abbandonava addosso con tutta la persona baciandolo ed abbracciandolo) Non aver paura.... C'è qui Fanfulletta tuo!.... vedrai come te li suona.... son gentaccia senza fede.... luterani.... scomunicati, fanno il peggio che sanno..... che vuoi sperare?....--
--E tu che speri, pezzo d'asino, gridò uno di que' forsennati, cavar danari da un cardinale senza la corda e 'l fuoco?--
--Pel carattere di vescovo che ho in dosso, disse il vecchio cardinale stendendo le mani scarne e tremanti verso i suoi persecutori, vi giuro che non ho altro:....nè oro: nè argento--nulla, nulla... avete preso tutto.--
--Dallo ad intendere a 'sto par di stivali, disse uno di quelli che l'avean condotto: e buttando in mezzo un fardello che si sciolse n'uscirono alcuni arredi sacri, un boccale col suo bacino d'argento, due breviarj ed altre cosarelle di poco valore.
--Ecco qui il tesoro, seguiva,... e non ha altro il cardinale!... Guardate un po' se il fanciullino ha tutti i denti in bocca!.... Porta qua quel ferro che al corpo... al sangue... gli ho da friggere il core!--
Fanfulla anche questa volta entrò in mezzo, ed impedì l'esecuzione della minaccia.
--Senti zi' cardinale,.... mi cominci a puzzar d'ammazzato.... che vuoi? son villani..... gente bassa.... senza creanza... le parole fan poco frutto, voglion esser ducati, fiorini, e se no ti fanno la festa.... mortuus est in camiciola.... per loro ammazzar un cristiano, è lo stesso che cacciarsi una mosca dal viso. Senza il pagamini, senza il mammona iniquitatis, come dite voi altri preti, ti mettono allo spiedo ad uso starna.... Animo... spirito... fuoco al pezzo.... una parola è presto detta.... qua a Fanfulletta vostro in un orecchio.... Dov'è sotterrato il morto?--
--Ma io già v'ho detto che non ho tesoro, lo sa Iddio che ci vede, son un povero prete:... vi par forse che a questi termini vorrei star a badare a qualche sacchetto di fiorini?--
Fanfulla si scontorse, scosse il capo masticando e tirandosi colle dita prima un baffo e poi l'altro.
--Io la credo a mio modo, e tu la dirai al tuo.--E chinandosi all'orecchio del cardinale al quale teneva una mano sull'omero e glielo ghermiva sempre più sodo a misura che andava avanti col discorso, disse:
--Avete capito che si tratta della pelle? Come vi s'ha da dire?... in tedesco?... Seguita, seguita a far l'indiano e te n'accorgerai?... E non s'intende già di dar tutto (seguì abbassando la voce onde gli altri non udissero) un migliaretto di scudi.... di zecchini... sarà meglio.... gran cosa! Son ubbriachi fradici dal primo fin all'ultimo, vedete, questo branco di porci..... ci vuol giudizio..... io son solo.... e tra tanti uno solo che stia in cervello non basta..... non ti far strapazzare prete mio benedetto!....--
Il dialogo andò innanzi un altro poco su questo fare e finì come dovea finire. Il vecchio asserì sempre che non avea altro, ed era la verità; i soldati furon sempre più convinti ch'egli avesse, e la conseguenza di questa persuasione fu di volerlo obbligare a palesare i tesori nascosti a forza di tormenti.
Il buon volere di Fanfulla diveniva impotente contro il numero. Quando conobbe affatto disperata la causa del suo cliente saltò di nuovo in mezzo facendosi far largo ed urlando come uno spiritato.
--Zitti giovanotti, fermi tutti, e sentite se vi va a pelo questa. Mattiamolo in una bara e facciamogli il mortorio attorno per Roma co' ceri; chi sa trovandosi a questi termini, e vedendo che bel gusto sia stare all'altro mondo gli potrebbe uscire il ruzzo dal capo.--
S'udì uno scoppio di voci discordi, che tutte insieme approvarono, schernirono, rifiutarono il partito. Alla fine però la maggior parte sperando trovar materia di ridere in questa mascherata, e sedotti dalla stravaganza del pensiero stabilirono s'eseguisse.
In un momento furon trovati i ceri, la bara, i paramenti neri, le cappe dai battuti, e fu messa insieme a furore questa pazza compagnia, che tosto uscì di chiesa col povero vecchio stesso nel cataletto e s'avviò per Banchi.
Vedevi uno colla pianeta alla rovescia, un altro col piviale, e la spada cinta di sotto glielo teneva, colla punta, alto da terra tre palmi: Fanfulla con una granata che intingeva in una secchia piena di vino, e che adoperava a uso d'asperges su quanti incontrava, precedeva il corpo: facce, poi, che Dio ve ne scampi sempre: femmine tra mezzo d'aspetto diabolico, peggiori degli uomini. Udivi un cantar lungo più ululato, che canto, col quale voleano imitare quello de' preti: poi chi rideva, chi urlava, chi faceva il verso di qualche bestia, chi cacciava fischi, chi dava fiato ad un fiasco vuoto, chi percuoteva insieme padelle e rami da cucina, chi cantava canzonaccie da postribolo e tutto in una volta un ferir di voci divenute rauche a forza di bere e d'urlare, un miscuglio di parole tedesche, italiane e spagnuole, e d'altre lingue, chè in quella turba v'era d'ogni gente, d'ogni generazione d'uomini.
Questa canaglia girò così molte ore per Roma facendo baccano, ed a notte avanzata tornò in S. Giovanni.
Deposta la bara, dissero al cardinale:
--Su, messere, alzati e discorriamola.--
Ma non era più in loro mano il poterlo tormentare. Il vecchio non avea retto a tanto disagio, ed era spirato per istrada.
Fanfulla alcuni giorni dopo nel passar presso al portone di S. Spirito per andar a mutar le guardie venne ferito nel capo da certi rottami che le artiglierie di Castello aveano staccati dalle mura vicine. Giunse in termine di morte, e guarì a stento molto tempo dopo che l'esercito per l'accordo fatto da papa Clemente era uscito di Roma carico delle sue spoglie.
La cura che ebbe di lui un povero prete, giovò egualmente all'anima ed al corpo del buon Fanfulla, e finalmente possiamo presentarlo al nostro lettore come un uomo nuovo, affatto diverso da quel di prima, ed è lo stesso che dire come un galantuomo.
S'avvide che n'avea fatte di grosse assai e che bisognava pensare a far un po' di penitenza in questo mondo, onde non gli toccasse farla tutta nell'altro. Stette infra due, o di farsi frate o di tor moglie (la nostra lettrice non se l'abbia per male, e si ricordi che quantunque buono, era però sempre Fanfulla) alla fine si attenne al primo partito.
Uscì di Roma una mattina sul suo buon cavallo coll'armi indosso ed accanto, portava infilzate all'elsa della spada, una corona, e al manico del pugnale una disciplina, arnesi che adoperava ogni sera all'albergo. Per Viterbo, Radicofani e Siena finalmente giunse a Firenze. Senza scavalcare si condusse alla porteria del convento di S. Marco, e picchiò col calcio della lancia. Uscì fuori il portinaio e gli domandò che voleva.
--Che m'insegniate la stalla per rimetter questo cavallo, che mi vo' far frate.--
Sulle prime il portinaio credette che fosse pazzo od ubbriaco, pure dopo molte domande e molte difficoltà, dopo un diluvio di ma, di come, di perchè, s'indusse a lasciarlo entrare, ed a presentarlo a Fra Benedetto da Faenza il quale, udita la voglia dello strano postulante, considerandone l'abito, il taglio, e la faccia fiera non sapeva definire se dicesse da senno o da burla.
Senza dar precisa risposta prese tempo alcuni giorni, durante i quali avendo avuto campo di far esaminare la sua vocazione, alla fine credette bene non dar ascolto a qualche dubbio, che pure gli rimaneva, e si risolse riceverlo per laico.
Fanfulla depose tutta la ferraglia che portava addosso, vestì l'abito di S. Domenico, e si pose nome Fra Giorgio da Lodi. In pochi giorni imparò tanto del suo nuovo mestiere, da poter far discreta figura in coro ed in refettorio; ed il cavallo, che incominciava ad aver i denti lunghi ed il sopracciglio infossato, imparò anch'esso presto a portar sacchi al mulino ed a girar il bindolo dell'orto. Al punto in cui abbiamo trovato il suo antico padrone servendo messa, era già circa due anni dacchè ambedue aveano mutata la vita del campo con quella del chiostro, trovandosi contenti del loro nuovo stato, colla sola differenza, che non è probabile tornassero in mente al cavallo i tempi in cui correva la lancia, mentre all'opposto si rappresentavano ancora molto vivi talvolta alla memoria del cavaliere.
CAPITOLO III.
La messa da requie era terminata senz'altro disturbo. Il celebrante spogliatasi la pianeta, prese il piviale per far l'ultime esequie al cadavere, e scese dall'altare con tre chierici innanzi: l'uno portava la croce, gli altri due i candellieri. Fra Giorgio seguiva colla secchiolina dell'acqua benedetta.
La folla si ritrasse dal feretro attorno al quale rimasero soltanto Niccolò ed i suoi figliuoli. Si recitaron le orazioni, si compierono le cerimonie e le aspersioni prescritte, e quando i preti furon tornati in sagrestia, Niccolò fattosi accostar Bindo spiccò la rotella e la spada di Baccio e reggendole colla manca, pose la destra in capo al figliuolo, al quale disse:
--Bindo! Questa spada e questa rotella ch'io dò a te, ell'erano di Baccio che vedi qui morto per aver fatto il dovere di buon cittadino. Ora, guardami gli occhi: ti par egli ch'io pianga?--
Il fanciullo tutto attonito accennò col capo di no.
--E s'io non piango sappi che non è per poco amore ch'io portassi a codesto mio carissimo figliuolo e tuo fratello, ma perchè conoscendo essere ogni uomo obbligato in primo luogo al nostro Signore Iddio, ed alla sua santa fede, in secondo luogo alla patria, e dover porre in loro servigio le forze e la vita, ed essendo certo serbarsi a coloro che così fanno, onorata memoria in questo mondo, ed eterno premio nell'altro, io stimo la morte sua essere stata bellissima ed invidiabilissima. S'io piangessi dunque perchè egli lasciando noi tra la miseria di questa vita se n'è ito a godere l'infinite dolcezze dell'altra, mi parrebbe mostrarmi ingrato alla divina bontà, ed invidioso del ricco guiderdone che s'è comprato colle virtù sue.--Ora to' quest'armi col nome di Dio: fa di mostrarti valente qual era Baccio, e con esse in mano o tu vinci o tu mori: e per quanto temi la maledizione d'un padre, l'ira di Dio, ed il vituperio tra gli uomini, abbi sempre innanzi gli occhi con qual viso e con qual core hai veduto me stare accanto alla bara d'un figliuolo morto virtuosamente; sappi ch'io vedrei te al luogo suo coll'istesso viso... Dio me ne darebbe la forza....--Ma sappi ancora (qui levò alta in atto fiero e terribile la mano che avea tenuta sin allora in capo a Bindo) che se tu, che Dio non voglia.... ti mostrassi.... no, non mi vo' lordar la bocca con queste parole..... nè immaginar pure tanta bruttura nel sangue mio.....--Basta, chè tu m'hai inteso!.... Allora, se pur pur stimassi ancora la vita, fa che questi miei occhi non t'abbiano a veder mai più.--
Al fine di queste parole, che dette da un uomo di tanta autorità, in occasione, e con modo così grave produssero gran senso su Bindo e sugli astanti, volle cingerli la spada. Il fanciullo alzando le braccia lo lasciava fare. Ma la cintura che stava bene alla vita di Baccio era troppo larga per quella del fratello. Disse Niccolò:
--Troppo sei scarzo, povero Bindo mio!--E portando la fibbia addietro tre o quattro punti soggiunse:
--Così starà bene....--
Ma pensò nell'istesso tempo alla dura necessità che costringeva un fanciullo così tenero ad esporsi a tanti pericoli, pensò alla rovina che stava per cadere su Firenze, ed a chi n'era cagione; si fece più scuro nel volto e non potè rattenere un sospiro, mentre gli affibbiava la cintura.
Ciò fatto si volse a Messer Giovan Gondi, capitano del Lion d'oro, il quale si teneva presso il suo Gonfalone, coperto fino a mezze cosce d'una bellissima camicia di maglia.
--Messer Giovanni, gli disse con voce e con volto sicuro, s'io ho perduto un figliuolo, voi non avete perduto un soldato. Eccovi questo invece di Baccio; e confido in Dio che non sarà per mostrarsi da meno di lui.--
--E voi valorosi cittadini, non isdegnate averlo per compagno perch'egli sia così fanciullo, David era fanciullo anch'esso quando vinse Golia.
Il bisbiglio e le parole interrotte che sorsero fra soldati mostraron ammirazione e rispetto per Niccolò, stima ed amore pel giovanetto.
--Egli è d'una razza che non falla!--Questo vecchione egli è di ferro stietto!--Ve' se gli esce nemmeno una lagrima! E il figliuolo! Ti so dir che non canzona.--Dagli tempo un pajo d'anni!--Un pajo d'anni? Va, va alla torre in Mercato Nuovo, dove insegna a schermire il figlio del Grechetto, vavvi la mattina, lo vedrai come gioca di spada e pugnale. E' si provò jer l'altro col Morticino, sai pur che diavoletto egli è!.... Be' glien'ha dato un carpiccio, de' buoni... e per poco non facean quistione daddovero!...--
Si fece innanzi un soldato col libro sul quale stavano scritti gli uomini del Gonfalone, l'aprì, e lo resse avanti al Gondi, il quale, scrittovi alcune linee, le presentò a Niccolò.
Questi lesse ad alta voce le seguenti parole:
--Addì 17. ottobre 1529. Bindo di messer Niccolò, di messer Cione de' Lapi, del Popolo di S. Giovanni.... Sta bene.... Ascoltami, Bindo! Sappi che d'or in poi questi (additando il capitano) è tuo padre. Questa (additando la bandiera) è la casa tua. Costoro (additando i soldati) i tuoi fratelli.... Ora inginocchiati (Bindo ubbidì: il padre gl'impose le mani, e levati gli occhi al cielo disse ad alta voce) Bindo, ti dò la mia benedizione.--
Il lettore conosce oramai abbastanza la natura ed i pensieri degli attori di questa scena, per formarsi un'idea de' varj affetti che provarono in un tal momento. Per alcuni minuti nessuno parlò, nessuno si mosse: soltanto Bindo, alzandosi, cinse colla destra (la manca era impedita dalla rotella) il busto del padre sotto l'ascella, gli appoggiò la fronte sul petto e rimase immobile. Le mani del vecchio, che pure alfine furon viste tremanti, s'immersero nella folta capigliatura del figlio, e quando questi alzò il capo sciogliendosi da quell'abbraccio alcune stille caddero strisciando lungo la saja del lucco.
Molti de' soldati ch'erano stati più stretti amici di Baccio s'accostarono allora alla bara e l'uno dopo l'altro lo segnarono colle candele benedette. Il moto de' baffi dava a vedere che recitavan sotto voce preghiere in suffragio dell'anima sua. Fra Benedetto che era venuto con alcuni de' suoi frati per porgere a Niccolò qualche parola di conforto, e fargli onore all'uscir di chiesa prima che se n'andasse, gli facea motto sommessamente.
--Fra Benedetto, disse il vecchio, mentre si movea per partire, vi raccomando nelle vostre orazioni vi ricordiate di Lamberto; onde Iddio ce lo renda sano e salvo. E' m'ha scritto, che a giorni sarà in Firenze.... ma i cavalli del marchese del Vasso si son veduti sulla via di Bologna..... Dio non voglia che.... Lisa, sta di buon animo (seguitava volto alla figlia che udendo quelle parole s'era scossa) Lamberto non è pazzo e sa quel che convien fare, e non passeranno molti giorni che coll'ajuto di Dio sarà in parte dove le capre non lo cozzeranno.
Lisa stringendosi alla sorella nascose il viso in modo che non fu possibile conoscere con qual animo accogliesse il discorso del padre. Quelli tra gli astanti che sapevano essere stabilito il parentado fra Lamberto e la Lisa, giudicarono quel nascondersi venisse dalla peritanza che soglion mostrar le fanciulle in tali occorrenze.
Niccolò intanto, attorniato dalla sua famiglia e seguito da quanti erano in chiesa uscì, e non rimase in S. Marco altri che il sagrestano, il quale dopo aver tirato un lembo di lenzuolo sul viso al defunto e spenti i lumi, se n'uscì anch'esso per la porta della sagrestia.
Fra Giorgio, finita la messa, se n'era venuto alla sua cella, e vi s'era chiuso. La risata sfuggitagli in chiesa lo martellava; conosceva d'aver mal fatto, e provava quella amarezza, quella stizza contro se medesimo, che nasce nel cuor degli uomini, quando debbono contrastare di continuo ad abiti inveterati.
Non s'era punto freddata in lui la volontà di cancellare coll'austerità della vita claustrale gli errori della passata, ed in questi primi due anni le cose gli erano andate assai quietamente. Se talvolta la fantasia gli correva a rammentar fatti d'arme, pensava, ammonito così da' suoi superiori, esser questa tentazione del demonio, e tanto faceva che riusciva a cacciarla. Gli era pur riuscito di sottometter quasi pel tutto la sua natura bizzarra, intollerante di freno, facile ad accendersi, ed a passar tosto dalle parole ai fatti. Gli altri frati, considerando chi egli era stato, gli sapean grado della fatica che durava per istare in cervello, e quantunque forse in cuore poco l'amassero, perchè Fra Giorgio avea quel certo fare che agli uomini quieti suol dar fastidio (quantunque tra loro usassero chiamarlo per soprannome Fra Bombarda) tuttavia parlando di lui conchiudevano dicendo «Talvolta e' crede di star ancora colla lancia alla coscia, e non vuol esser stuzzicato, ma poi a ogni modo e' non è cattivo il poveraccio.»
Ma allor quando fu avviato l'assedio, che per Firenze non si vedevano se non cavalli, e fanti, ed uomini d'arme, e s'udiva giorno e notte uno scarichìo incessante d'archibusi e d'artiglierie, e batter tamburi, a sonar pifferi, e trombe; nè v'eran altri discorsi che sui modi d'offendere e difendersi, e sui casi di guerra che venivano accadendo alla giornata, allora l'abito di S. Domenico, principiò a parere a Fra Giorgio più grave di quattro armature.
La notte nella quiete del dormitorio mentre intorno a lui il silenzio non era interrotto che dal russare lento e profondo de' frati che dormivan nelle celle vicine, il povero laico sonnecchiava appena un poco, riscosso a ogni tratto da cento immagini di battaglia che tosto gli si presentavano in sogno purchè velasse l'occhio un momento. Costretto a vegliare si volgeva all'orazioni; ove non bastassero a metterlo in pensieri santi, arraffava con istizza una disciplina, che stava sempre appiccata al muro sopra il capezzale, cominciava a sonar a distesa sulle spalle, col capo basso, gli occhi chiusi ed arruotando i denti, ed in questo duello contro sè medesimo, si portava senza misericordia come s'era portato in molti con altri.
Molte volte la tentazione nasceva da cause reali e presenti. Udiva sorger lontano lo scalpitar d'una truppa di cavalli, tendeva l'orecchio, rattenendo l'anelito; lo strepito cresceva, cresceva. Sboccavano sulla piazza S. Marco, quand'erano a passar sotto la sua finestra il rimbombo facea vibrar le invetriate, s'allontanavano, lo strepito diminuiva, al voltar d'un canto appena più si poteva udire, poi cessava del tutto. Allora soltanto rimetteva l'anelito; e per lunga pratica avea potuto discernere in mezzo a quel frastuono confuso tutti i diversi strepiti e le cause che li producevano. Aveva potuto dirsi: questo è stato uno scudo percosso, questo un puntale di spada che ha urtato in uno stiniere, questo un cavallo punto dallo sprone al quale è sdrucciolato un piede sul lastrico, questo un tronco di lancia che ha dato in un elmetto ec., ec.
Una simil vita di smania continua gli aveva alla fine tolto il sonno del tutto, e gli parea d'impazzare. Il giorno si mostrava insofferente cogli eguali, cupo co' superiori, ed ogni volta che uno sparo d'artiglieria gli veniva all'orecchio diceva tra denti «Così non ho io a stare!»