Niccolò de' Lapi; ovvero, i Palleschi e i Piagnoni

Part 27

Chapter 273,899 wordsPublic domain

Giunto all'uscio di Laudomia lo trovò socchiuso, picchiò piano piano chiamandola a nome, chè pure gli batteva il cuore assai bene; siccome nessuno rispondeva, spinse la porta ed entrò; la camera era vuota. Quantunque vi fosse stato parecchie volte, gli parve questa la prima, si sentì correr per le vene un leggier fremito non mai provato sin allora, e rimase un momento girando intorno lo sguardo sulle pareti, sul mobile tutto nitido, ordinato e ben disposto, che assai mostrava da qual gentilmano ne fosse tenuta cura. L'aria della stanza era profumata d'un certo misto dell'odor de' fiori che ornavano l'immagine della Vergine, e della fragranza delle biancherie di bucato che coprivano il letto. La luce del giorno ormai presso all'imbrunire, cadeva languida sul pavimento sotto le finestre; e la sua tinta azzurrina si sfumava nel chiarore rossiccio diffuso dalla lampada che ardeva sopra l'inginocchiatojo.

Lamberto fattovisi dappresso fissava gli sguardi su quella Madonna, che non gli era mai sembrata di bellezza cotanto divina; considerava a minuto quel, per dir così, santuario de' pensieri più ascosi della sua Laudomia, que' fiori, que' libri di preghiere, que' cuscini che mantenevan l'impronta della persona ne' luoghi ove si soleva appoggiare. Tutte queste cose, che per ogni altro sarebbero state mute e senza vita, per esso in quel punto aveano e senso e voce, che dolce e potente al tempo stesso, gli scendea ne' segreti del cuore.

Tutto immerso ne' suoi appassionati pensieri, Lamberto, quasi senz'avvedersene, piegò le ginocchia innanzi all'immagine, appoggiando al cuscino un braccio, sul quale posava la fronte. Le troppe celeri e potenti vibrazioni del suo cuore si venivan rallentando, e si perdevano in un indefinibile e placido assopimento dell'intelletto, quando sentì sulle sue spalle il posarsi d'una mano ed all'orecchio suonarsi dolce la voce di Laudomia, che gli diceva:

--Tu qui, Lamberto? E per chi preghi?--

Il giovane alzò il capo volgendosi, e che cosa provasse in quel punto, come rimanesse incontrando lo sguardo di quelle pupille umide che tanto pietosamente lo guardavano, si può immaginarlo, ma non esprimerlo. Senza mutar luogo, prese tra le sue mani quella di Laudomia, e posandovi le labbra tutto tremante, rispose:

--Io veniva per pregar te; e di qual preghiera, e con che cuore, lo sai Laudomia!--

--Sì, lo so--disse la giovane, ma gli occhi suoi diedero più piena e più dolce risposta: senz'aggiunger altra parola, s'inginocchiò anch'essa al fianco di Lamberto, che sempre le teneva la mano, ed affissati gli occhi nel volto della Nostra Donna, dopo breve silenzio, diceva:

--Oh, Maria! Se il cuor di Lamberto dovesse venirmi mai tolto, fammi prima morire!....--

E ambedue tacquero, chè il parlare era impossibile a quel punto, ed inutile tra due cuori trasfusi a un tratto l'uno nell'altro, colla rapidità di due fiamme che vengan poste a contatto.

Quando riebbero entrambi, dopo lunga pausa, la facoltà di discernere e di parlare, Laudomia impotente a reggersi più sulle ginocchia si lasciò andare su un seggiolone che avea vicino; un appassionato ed onesto languore le velava gli sguardi, che cadendo teneri e lenti sul suo caro, pur tuttavia inginocchiato a' suoi piedi, gli narravano la sua felicità colla sicurtà confidente e ingenua d'un amore innocente. Pareva ad ambedue esser nati ad una nuova vita, trovarsi in un mondo diverso, sto per dir quasi, aver mutato natura ed essenza; nessuna memoria del passato, nessun affanno dell'avvenire; un intendersi scambievole, senza parlarsi, ed al tempo stesso un bisogno di parlarsi, e dirsi tratto tratto l'uno all'altra «Ma tutto ciò non è un sogno?.... Ma è proprio vero?» Ed intanto la mano candida di Laudomia sfuggendo ai troppo ardenti baci del giovane, gli si posava sulla fronte, e facea debol forza per tenerlo lontano.

Poi, ravviando a poco a poco le idee, e rannodando i pensieri, i casi della vita passata colla felicità presente, ricordavano mille inezie della fanciullezza, i primi pensieri, i primi moti del cuore nell'adolescienza, si chiedevano e davano spiegazioni scambievoli di parole rimaste oscure, d'atti, di sguardi, e di cento minuzie passate molt'anni addietro, ma vive sempre e presenti alla memoria del cuore: e nel tener questi cotanto intimi ragionamenti, Lamberto frammetteva ad ogni frase nomi d'amore dolcissimi, coi quali chiamava Laudomia in modi sempre diversi: nomi che non si possono ripetere, profanati come furono e resi ridicoli dai poeti arcadi, buona memoria, e dagli sciocchi, ma che perciò non son meno un bisogno, uno sfogo dell'anima quando essa prova troppo più che non può esprimere colle parole consuete.

--O mia Laudomia, diceva il giovane, mio dolce, mio solo pensiero, tu ora mi fai accorto del mio errore passato... io, che credevo d'aver provato che cosa fosse amore!.... Oh! non pensavo mai potesse giungere a tanto.... vedi.... soltanto un'ora fa, io mi struggevo pensando, che avea potuto volgermi alla Lisa.... mi parea d'aver fatto troppo gran torto al tuo amore.... che fu il primo, il solo della mia vita, ora me n'avvedo degno di un tal nome.... ora conosco che credetti amar altri.... ma non fu vero.... Oh! quanto mi conforta questo pensiero.... non fu vero!.... non amai se non te sola, di quell'amore che sola tu meriti, che solo è tuo, e lo è stato sempre nell'intimo del cuor mio, e sempre lo sarà finchè viva!.... Ma puoi tu comprender quanto quest'idea mi ridoni la vita?... Pensar ch'io non son macchiato di quella colpa che mi faceva indegno dell'amor tuo? Che lo sguardo celeste della mia Laudomia può scendere su me sereno, il suo pensiero posarsi sul mio cuore senza cader troppo basso?--

CAPITOLO XXII.

Durante questi ascosi colloquj, s'era fatto notte chiusa, e la camera rischiarata soltanto dal lumicino della lampada, era in una semi-oscurità che in tutt'altro momento avrebbe avvertito i due giovani a provvedersi di maggior lume, ma in quel momento non se n'avvedevano. La famiglia s'era già radunata al pian terreno nella stanza di Niccolò per le orazioni della sera, e mancando Lamberto e Laudomia, Vieri s'era fatto a piè di scala per chiamarli; la sua voce si fece udire, e risuonò per tutta la casa, ma non all'orecchio de' due chiamati, che non s'accorsero di nulla, e Vieri, non dandosene maggior pensiero, ritornò al fuoco cogli altri, mentre Lamberto proseguiva:

--Oh cara! non sai in quanto travaglio vivessi per queste immaginazioni!.... ora vo' dirti tutto.... chè nulla vi debb'essere in me che non ti sia palese....-- E qui le narrava di Selvaggia, della memoria che glie n'era rimasta, della pietà che pur ancor ne sentiva, e mentre parlava, veniva osservando attento e pauroso, qual impressione producesser le sue parole sul volto di Laudomia. Quando non gli rimase nulla ad aggiungere, diceva:

--Ora sai tutto, amor mio. Ti par egli ch'io avessi motivo di tenermi immeritevole del tuo celeste amore? Ti sembro io degno ancora d'un tuo pensiero? Oh, non tardar a rispondere, Laudomia mia!--

Ed aspettava coll'ansia d'un reo che dubiti udire la sentenza del capo.

Il viso di Laudomia, sul quale dapprima era apparsa una leggiera nube, si rasserenò, mentre con un pò di sospiro (forse pensando che il cuor di Lamberto non sempre era stato di lei sola) rispondeva:

--Dimmi, caro, se codesta donna non fosse stata cotanto vile, se tu potessi amarla senza vergogna, l'avresti cara più di Laudomia tua?--

Lamberto si cacciò le mani a' capelli non trovando parole per esprimere l'orrore che provava d'un cotal dubbio, ma l'atto ed il volto dissero assai, onde la giovane proseguiva:

--Ora dunque, Iddio accetta pure i cuori che prima non eran suoi! Egli pur si contenta di succedere ad altro amore! Ed io, inferma e debol creatura, non dovrei contentarmene? Dovrei levar più alte le mie pretese? Ah no! Lamberto. L'orgoglio mio non giunge a tanta pazzia.... Non mi dolgo del passato, neppur n'avrei motivo.... ma l'avessi anco, più non vi penso.... Ma l'avvenire! Oh Lamberto! l'avvenire!--

E qui giunse le mani in atto d'umil preghiera, dicendo:

--Vedi, Lamberto, io sono una timida, una debol creatura, che tutta s'affida all'amor tuo; per esso io saprò trovar forza ed ardire in ogni caso della vita travagliosa cui ci facciamo incontro, in questi tempi d'ire e di sangue: nessun pericolo, nessuna sventura potrà mai ridurmi a tale che tu debba arrossir di me.... tanto promisi a Dio, al babbo.... e tanto saprò mantenere.... ch'io mi sento d'esser cristiana, nata d'un popolo libero, e figlia di Niccolò.... Ma, Lamberto, d'una sola cosa ti prego.... non amar mai che me sola!... io, vedi, mi sento di poter esser forte contro ogni sventura, ma contro questa!.... oh, non lo sarei! La vita di noi donne è tutta nel cuore, sai.... Per noi l'amore non è un trastullo.... non un sollievo da cure maggiori! Quel cuore che mi donasti è oramai il mio solo tesoro, l'unico mio pensiero; non rapirmelo, Lamberto, fin che son viva!--

Quel che sentì in cuore il giovane a queste tenerissime parole, non potè esprimerlo fuorchè baciando mille volte quella mano che, abbandonata tra le sue, oramai più non gli fuggiva. Dopo un poco, rialzando a un tratto il capo e cercandosi in seno, ne cavò la lettera della madre, che sempre avea seco, e, fattala leggere a Laudomia, che la bagnò di lagrime di tenerezza, la riprese, e disse:

--Tu vedi qual cuore avesse per te la povera mamma mia; tu vedi com'essa mi benedisse all'ultima ora; ora dunque ascoltami, se mai io potessi esser tanto sciaurato da farti torto sol d'un pensiero, questa benedizione si volga....--

Ma non potè finir la parola, chè la mano di Laudomia gli si posò sulle labbra vietandogli di più parlare.

--Oh! Lamberto, non dir di queste parole, Iddio le riprova.... mi basta leggerti in cuore.... oh! sì, vi leggo che il nostro amore non finirà neppure in cielo, ove ci ameremo pur sempre, immersi nell'amor santo di Lui che ci creò per farci in eterno beati.--

E gli occhi suoi si levarono al cielo con quello sguardo di paradiso, che nacque talvolta sotto il gentil pennello di Guido Reni.

Stati così un momento, risorse nel cuor di Laudomia il pensiero di Selvaggia: i suoi rimorsi, la sua miseria l'avean commossa, volle udirne i casi più a minuto, ed alla fine diceva, quasi sbigottita:

--Oh poveretta!.... oh, che scellerati si trovano!.... che orrende cose succedono a questo mondo!.... che cosa non ha dovuto soffrire, e non dovrà forse soffrire ancora quella poverina! Oh! sì... amarti, caro, e non aver ombra di speranza!.... dev'esser orrendo! Ma almeno si potesse saper dov'è! rintracciarla, recarle qualche conforto.... farle provare una volta la dolcezza d'essere amata, se non d'amore, d'affetto, d'amicizia almeno!--

--Dov'ella sia ora, Dio solo lo sa.... (non lo direi con altri.... ma con te, Laudomia mia, posso dir tutto....) mi sta in mente ch'ella non abbia a perder la mia traccia.... che vuoi? s'io non corrisposi al suo amore, le parlai almeno con riguardo, e mostrandole compassione, avvezza, come era, a trovarsi sempre tra insulti o scherni, le parve d'aver una volta incontrato chi avesse viso e viscere d'uomo.--

--Oh, quanto l'avrei caro se la ritrovassi!.... io, vedi, son fatta così.... saper che la mia felicità rende cotanto infelice una povera creatura.... mi stringe il cuore... avrei bisogno, in certo modo, di farmelo perdonare.... di risarcirla in qualche maniera. Oh Lamberto!.... troviamola! Io le sarò amica! non avrà più a dire che nessuno al mondo non le ha voluto mai bene!--

--Un angelo come te non c'è neppure in paradiso!--disse Lamberto fuor di sè, e sulla fronte di Laudomia, soave e puro come il petto d'una colomba, fu colto dal giovane il primo bacio dell'amore.

Niccolò in quella, vedendo che Lamberto e Laudomia non comparivano, mezzo s'addette di ciò ch'era dovuto accadere. E per chiarirsi, rattenne Vieri, che s'era mosso per chiamarli di nuovo, e volle andar per essi egli stesso. Salì, ed al primo venne all'uscio di Laudomia, che era socchiuso, tantochè potè entrare senz'esser sentito, udir l'ultime parole, e veder l'atto di Lamberto.

Fu così contento il buon vecchio vedendo adempirsi il suo maggior desiderio che, contro la natura sua, posto per un momento sullo scherzare, fe' risentire i due giovani, ripetendo le parole che nell'ultimo colloquio gli avea detto Lamberto.

--Oh, io non merito l'amor di costei! Io non son degno dell'amore di quell'angelo!.... Povero Lamberto! anch'io principio a dubitare non abbi ragione!--

Poscia, ripreso il suo solito viso, pieno però di dolcissimo affetto, strinse in un solo abbraccio i due giovani che, sorridenti e parte arrossiti, si eran levati in piedi, e tenutili così un poco, li trasse presso l'Immagine, e fattili inginocchiare, pose ad entrambi le mani sul capo, dicendo:

--Oh, figliuoli miei! voi che foste sempre buoni, ubbidienti; che siete la dolcezza e l'onore della mia vecchiaja, io vi benedico. Benedico il vostro amore, i vostri figliuoli sin d'ora, e chi verrà da essi! Quand'io non sarò più con voi.... e sarà presto.... rammentate Niccolò padre vostro, ricordate l'amore ch'egli vi portava, la benedizione ch'egli oggi vi diede, e se volete che Iddio la confermi dal cielo, amatevi sempre come ora v'amate.... ma prima ancora amate Iddio, la patria vostra, e così ci verrà concesso alla fine d'esser per sempre riuniti tutti nella celeste.--

Tacque, nè dai due giovani venne per alcuni minuti profferita parola, compresi, com'erano, da un senso di religiosa venerazione e di tenera gratitudine per le parole udite. Alla fine, Niccolò, il primo, si mosse, dicendo:

--Ora andiamo chè ci aspettano.--E scesi insieme vennero nella sua camera, ove gli altri individui della famiglia, che avean dalla Lisa udito che cosa si trattasse, sorridendo, notarono una tinta più accesa del solito sulle guance di Laudomia, e sul volto di Lamberto, abitualmente mesto, una cotal effusione d'allegrezza tutta espansiva, che appariva eguale, e parea ancor più nuova sulla severa fronte del vecchio. Mentr'egli era uscito per cercar di loro, eran comparsi i soliti amici che venivan a veglia, e Fanfulla tra gli altri, chè era ormai fatto di casa come la granata.

Niccolò diede alla brigata la nuova del parentado concluso, e seguirono gli abbracci, i rallegramenti, gli augurj, la festa insomma che si suol fare in cotali occasioni. Il contratto venne fissato pel domani a sera nella chiesa di S. Marco, secondo l'antico costume fiorentino; chè agli sposi, non meno che al padre, non pareva di frapporre maggior indugio. Egli disse a tutti quanti eran presenti, che gl'invitava ad un pò di cenetta, che si sarebbe fatta tornando di chiesa, non quale, diceva, avrebbe voluto in quest'occasione, ma quale le presenti calamità lo concedevano. Voltosi a Fra Benedetto da Faenza, lo pregava fosse contento benedir egli questo matrimonio, che si sarebbe fatto tra tre giorni nella chiesa medesima.

--Oh Lisa! Che n'è di Troilo, che non è qui stasera?--disse volgendosi alla figlia che stava lavorando presso una tavola in disparte.

Lisa rispose, ch'egli s'era scritto quel giorno stesso alla buca di S. Girolamo, e v'era andato, nè potrebbe ritornare che sul tardi.

--Bene sta--disse Niccolò, che non era in quel momento disposto a dar ascolto a sospetti, nè inclinato a male interpretazioni, e godendosi nell'allegrezza di trovarsi fra suoi cari, in quel momento non pensò più a Troilo, nè ad altro, e così venne passando quella sera.

Ma Troilo pur troppo pensava bene a loro.

Ritornando a casa con quel suo fardelletto, e rimessosi in buona colla moglie, che, poveretta! era rimasta tutta sbigottita ed in grandissimo travaglio, dandosi tutta la colpa di quel bisticcio, il primo nato fra loro dacchè erano insieme, aspettò che imbrunisse, e messosi indosso l'abito di fratello si mosse verso porta S. Gallo, ov'era l'oratorio della confraternita. Giuntovi, e fattosi conoscere alla porta dall'anziano di guardia, fu messo dentro, e scese per molti gradini in una chiesuola, che per esser sotterra veniva chiamata buca. Si trovò sotto una vôlta bassa, lunga, partita in croce da grosse e rilevate spine di pietra rozza ed affumicata dal lungo arder delle torce. Il pavimento di lastre larghe, era sparso d'avelli, sui quali stavan scolpite l'effigie di guerrieri, di cittadini, vestiti con lunghe tonache, ed il basso rilievo era quasi spianato pel lungo stropiccio de' piedi. Sull'altare, in fondo, ardevan alcune candele dinanzi all'immagine di S. Girolamo, dipinta su un trittico d'antica maniera, tutto pieno di dorature e d'intagli: e moltissimi voti che, secondo l'uso del tempo, consistevano in fantocci grandi al vero rappresentanti figure di divoti d'ambo i sessi coi loro abiti al naturale, pendevan nel vano appiccati alla vôlta. Questa popolazione aerea, simile in tutto, fuorchè nel moto, a quella che le stava sotto i piedi, avea un non so che di strano, e, vista in massa scura contro il chiarore dell'altare, pareano fantasmi evocati dalle sottoposte tombe. Voci basse e nasali e strascinate cantavan le ore canoniche dietro l'altare, e per la chiesa, inginocchiati muro muro contro una spalliera di legno, oravano molti fratelli chiusi nell'abito, e colla buffa calata sugli occhi.

A Troilo, avvezzo ai balli, alle cene, ai sollazzi d'ogni maniera, e che ai suoi giorni non era stato forse dieci volte in chiesa, parve proprio, scendendo quivi, d'essersi calato in sepoltura. Venne avanti con riguardo di non sdrucciolare, chè il pavimento era grommato d'una muffa umidiccia, a modo delle cantine, e, fermatosi, diceva guardandosi intorno:

--A pensar che per andar in paradiso e' convien pigliare questa razza di scorciatoje!... Pazienza!.... anche questa tocca a te, messer Troilo!.... Ah, Baccio cane!... ci rivedremo, se piace a Dio!... E ora, come si fa a riconoscere quel poltrone di messer Benedetto in mezzo a que' sacchi di carbone tutti compagni?.... Lasciami un pò guardare.... Quello costà tutto rannicchiato che par che covi?... Sì.... le zucche marine!.... è più alto un braccio... Oh! quell'altro là con quel groppone trionfale, come un cavallo da giostra?.... È lui senz'altro.--

Fattosegli dappresso s'inginocchiò al suo fianco, e, dato e ricevuto il segno combinato fra loro, trovò ch'egli s'era apposto, e cominciarono a voce bassa a bisbigliare insieme. Troilo, per ottenere più sicuramente e più presto il suo intento, venne al primo a mezza spada, e, senza preamboli, disse a messer Benedetto, che in nessun modo egli non si sentiva più di rimanere in Firenze a far quella vita di frate, ch'era una seccaggine, che non sarebbe stato vivo dopo una settimana, e però ne facesse avvertito messer Baccio, ch'egli si voleva partire a ogni modo.

E messer Benedetto, a dirgliene quante sapeva per persuaderlo, e fargli mutar proposito, e l'altro sempre più duro: pure, alla fine, dopo molto disputare, si lasciò fuggir di bocca, ch'egli si sarebbe contentato di rimanere, ma ad un patto «Qualunque sia, purchè cosa fattibile, vi sarà accordato» rispose tosto il Nobili.

--Ora dunque ascoltatemi, disse Troilo. Voi vi avete ad adoperare in modo col sig. Malatesta che dentro domani Lamberto, quell'uomo d'arme della compagnia del signor Amico d'Arsoli, che è alloggiato in casa di Niccolò, sia mandato fuor di Firenze colle bande di contado, o dove vogliono, chè poco m'importa, purchè mi si levi d'innanzi.--

--Se non vuoi altro, figliuolo, e' sarà subito fatto,--rispose il Nobili cui parve averne bonissimo mercato.

--Anzi, proseguiva, mi vien in mente, dacchè siamo mascherati a questo modo, la meglio sarà che andiamo insieme da Malatesta, come sia finito l'uffizio. Ora taci, e fatti in costà per non dar sospetto.--

Troilo, tutto contento, si rise in cuore della costui sciocchezza, nel credere avesse intenzione daddovero di torsi da un'impresa alla quale cominciava invece a prender gusto: e tiratosi un po' lontano si pose il capo fra le mani, fingendo di pregare, e ruminando invece le sue ribalderie.

Passò così un pajo d'ore, che per la posizione incomoda, e pel dolor delle rotelle, cui toccava per la prima volta di portar tutto il peso del corpo, gli parvero quattr'ore almeno. Alla fine s'accorse che le candele dell'altare si spegneano una ad una. Alzò il capo, e vista scomparir l'ultima fiamma sotto lo spegnitojo, rimase nelle tenebre, se non che, dietro l'altare, un lumicino mandava appena un debole albore.

S'accorse allora come d'un'ombra, che andando in volta lungo il muro si fermava, ed ogni fratello facendo l'atto di porgerli non so che, si fece più presso a messer Benedetto per domandargli che volesse dire codesto, quando, giunto a lui l'uomo che andava in giro, gli pose in mano un certo negozio di legno lungo due palmi, che allo scuro non potè conoscer che cosa fosse: ma al tatto, sentendo certe funicelle a nodi che pendevano dall'un dei capi, scoprì d'aver fra le mani una disciplina.

Fu per lanciarla dietro a quello che glien'avea fatto dono, pure si trattenne; ed il Nobili, che lo tenea d'occhio, gli disse sottovoce: «Fa come fo io.» Troilo badava a guardare: vide messer Benedetto che, spogliatisi uno ad uno tutti i panni sopra la cintura, rimase colle braccia e le spalle nude, e presa la disciplina cominciò a battersi, e, si può credere, con più strepito che danno, e tutti gli altri fratelli facendo lo stesso venivano intanto recitando il _Miserere_.

Troilo si sentì montar una tale stizza d'essersi lasciato cogliere a questa baratta, della quale messer Benedetto non gli avea fatto parola, che, presa la disciplina, senza spogliarsi altrimenti, disse: «ora me la paghi senza aspettar domani.» E datosi a picchiare all'impazzata per le panche e pei muri, n'appoggiò un pajo delle cattive sulle spalle di messer Benedetto, che lo fecero accorto quanta differenza passi dal far la disciplina colle proprie mani, o con quelle d'altri. Il percosso si volse come una vipera, e Troilo, ridendo sotto i baffi, si scusò sull'oscurità e sulla poca pratica ch'egli avea di cotali esercizj.

Alla fine, verso le quattr'ore di notte, dato fine all'uffizio ed al picchiare, cominciarono i fratelli a partirsi alla sfilata; e quando la chiesa fu vuota anche i nostri due ribaldi, risaliti in istrada, s'avviarono verso il palazzo di Malatesta al Renajo dei Serristori.

Giacchè ci è dato di fornire d'un salto, ed in un attimo, quella strada, che per costoro richiese una mezz'ora di tempo e di molti passi, li precederemo col nostro lettore alla meta della loro via, e ci poseremo, aspettandoli, in certe camerette a pian terreno, delle quali, per una scaletta segreta, si comunicava colla stanza da letto di Malatesta, abitate da maestro Barlaam, suo medico ed astrologo, del quale speriamo non si sia dimenticato il lettore, quantunque da un pezzo non glien'abbiamo fatto parola. Un ospite nuovo, già comparso esso pure nel nostro racconto, s'era presentato ventiquattr'ore innanzi in questo quartiere: ma prima d'occuparci de' suoi fatti presenti, è necessario riempire la lacuna che lasciammo nel racconto de' suoi casi passati.

Quando Selvaggia, dalla prora della galera di D. Ugo di Moncada, ove combatteva per difender Lamberto, fu travolta nel mare ferita e mal condotta, (il lettore l'avrà, senza dubbio riconosciuta in quel soldato dal morione) dopo la prima impressione del freddo dell'acqua, non sentì più nulla, perdè la memoria ed i sensi; e quando rinvenne, si trovò racchiusa in un luogo oscuro, angusto e fetente, stesa sulla paglia e stivata tra feriti e moribondi. Le venne in mente d'esser uscita dal mondo e trovarsi nelle pene dell'inferno: ma raccolte a poco a poco le forze mentali, ed ascoltando il rumore sordo e confuso che si faceva sopra il suo capo di passi risuonanti su un tavolato, e lo strepito a scosse uguali e prolungate, prodotto dall'andar e tornar de' remi, s'accorse d'esser nel fondo d'una galera, le ritornò la memoria della passata battaglia, ed obbliando il suo stato, le sue ferite, gli acuti dolori che soffriva, corse colla mente a Lamberto, e disse sospirando: