Niccolò de' Lapi; ovvero, i Palleschi e i Piagnoni
Part 24
Quanto a Niccolò, aveva alla vista di Troilo, provata inestimabile passione, ma premendola in cuore, gli piantò gli occhi in viso per veder pure che faccia avesse quest'uomo che gli era stato cagione di tante perturbazioni. «È bello, non si può negare!» disse fra se, poi tosto soggiunse: «Come mai potè la Lisa innamorarsi di costui!» Che se era piaciuto agli occhi di Niccolò, era stato ributtato dal suo cuore. Ma non fece caso di questo giudizio, stimandolo effetto dell'odio che gli aveva sin allora portato, e non l'ebbe appena veduto piegare il ginocchio, che gli disse:
--Alzatevi, messer Troilo! Lisa, alzati, ed ascoltatemi.--
Rimessisi in piedi ambedue, Niccolò proseguiva:
--S'io v'apersi là porta di casa mia non fu con animo di dirvi di male parole, o farvi rimproveri sulle cose passate. Per quanto s'attiene a me, ed all'ingiuria che voi m'avete fatta, io son contento perdonarvela liberamente, e vi prometto cancellarla in tutto e per tutto, così Iddio cancelli i miei peccati. Ma voglio che sappiate, messer Troilo.... e ve lo dico ora a viso aperto, per non dover mai più per l'avvenire entrare in questo discorso,.... voglio che sappiate, che se voi non tornavi in Firenze; se invece di venir a difendere la libertà di questo popolo, come, da quanto mi è stato detto, voi avete in animo di fare....--
--E' v'hanno detto il vero, messer Niccolò, ch'io non ho altro desiderio...--
--E così voglio credere.... Ma lasciatemi dire. Se dunque all'opposto voi fossi rimasto coi nemici della patria nostra, tenete per fermo, messer Troilo, che Niccolò de' Lapi prima d'accettarvi per genero si sarebbe lasciato tagliar a pezzi. Ma ora, se Firenze ha fatto guadagno d'un buon soldato, d'un difensore di più, non solo v'accetto per genero, ma benedico tutti i miei dispiaceri, che alla fine vengono a riuscire a beneficio della nostra città. Io non farò differenza d'or innanzi tra voi, e gli altri miei figliuoli; ma è dovere che sappiate, ch'io ho giurato ad essi, e così giuro a voi, per quelle ceneri che voi vedete là in quella nicchia (e le indicava col braccio alzato e l'indice teso) e furon raccolte ancor calde dal rogo d'onde l'anima santa di Fra Girolamo volò in paradiso, vi giuro, che se mai per vostra mala fortuna v'accadesse di mancare in qualsisia modo al debito di buon cittadino, vi saprò giungere, o io col ferro, o quell'Iddio che ascolta, e rafferma sempre la maledizione d'un padre, colla sua vendetta.--
Troilo a queste parole si sentì correr un freddo per le vene, ma, a somiglianza del reo, che posto alla colla si sforza di parer franco, e non dir parola che possa tradirlo, rispose arditamente e con quanta veemenza gli fu possibile:
--Ed io, messer Niccolò, a patto d'esser da voi tenuto per figliuolo d'or innanzi, accetto sul mio capo questo sacramento che voi fate; e coll'ajuto di Dio, e del beato Fra Girolamo, ch'io voglio d'or innanzi per solo avvocato e protettore, io mi confido che non sia per avvenirmene male nessuno.--
--E così credo anch'io, rispose Niccolò, poi soggiunse, additando l'un dopo l'altro i suoi figli; questi Averardo, questi e Vieri, Bindo, e questi è Lamberto....--
A questo nome Troilo si scosse, che sapeva tutto quanto era passato fra esso e la Lisa: essa abbassò gli occhi ed impallidì. Niccolò, rimasto un momento come riflettendo, soggiunse, guardando Lamberto, che rimaneva immobile e gli si veniva intorbidando lo sguardo:
--Lamberto! Niccolò ha perdonato!.... Orsù, figliuoli, ascoltatemi!.... son io che parlo! (e nel profferire queste parole la faccia del vecchio divenne accesa, e la voce terribile). Si tratta di Firenze! si tratta della patria e non di noi! Alle sue ingiurie pensiamo e non alle nostre! Ci sta sul capo l'ultima rovina, e potremmo aver altro pensiero che del suo pericolo? Unione! concordia! per Dio! chè le città divise furon sempre preda d'ogni nemico, e lo sa Firenze, lo sa tutta Italia. Contro i nemici della libertà nostra, contro i traditori e i ribelli a questo stato popolare si volgan gli odj, le forze e l'armi di tutti: ma chi si ravvede sia accolto come fratello. Ricordatevi di Lorenzo dei Medici venuto a morte.... il beato Fra Girolamo gli offerse misericordia e perdono al solo patto che restituisse lo Stato che ingiustamente teneva, ed al popolo la sua libertà. Rifiutò il perdono, e morì da quell'empio e ribaldo ch'egli era: ma stava in lui l'ottenerlo, nè il nostro santo maestro glielo avrebbe negato, ove avesse dato segno di penitenza e restituito il mal tolto. Così non si nieghi da noi. Come ci ajuterà Iddio, se ostinati seguitiamo ad offenderlo?--
--Oh! messer Niccolò, disse Fra Benedetto giungendo le mani, sono sante queste parole! Oh, fosse qui presente tutta Firenze ad ascoltarle!--
Il vecchio allora voltasi alla fante le fece un cenno, ed essa, venuta avanti con Maurizio, si fermarono innanzi a Niccolò presentandogli il vassojo col vino ed i bicchieri; ed esso empiutili, fe' che ciascuno prendesse il suo, e così tutti bevvero. Poi Niccolò pose le mani sulle spalle di Troilo, lo baciò in bocca (com'era costume nelle paci) baciò la figlia ed il bambino, e tutti, gli uni dopo gli altri, fecero scambievolmente lo stesso.
Volle Niccolò che anche madonna Fede ed il famiglio, bevessero. La fante ubbidì tosto, ed accostandosi alla Lisa col bicchiere in mano, le disse:
--Madonna, io lo sapevo, che questo giorno doveva venire, e.... non per vantarmene.... ma m'ero botata a' Servi di digiunare ogni sabato, perchè Dio e la santissima Nunziata ci facessero questa grazia.--
--Io t'avrò dunque quest'obbligo,--rispose Lisa sorridendo.
Ma non fu mai possibile di far bere Maurizio, che alle istanze della fante rispose sempre «Non hafer sete!» e neppur a Lamberto non venne fatto di vincerlo, onde spiccandosi dall'impresa, gli disse ridendo, Vieri:
--Se tu avessi saputo che non amasse il vino, conveniva lasciarlo bere l'acqua dell'Adda.--
Maurizio ingrugnato non rispose, e se n'andò brontolando e ripetendo fra se stesso: «Harchipusata, e non picchier di fino!»
La brigata intanto senza badargli s'era seduta in cerchio attorno al fuoco; le due sorelle vicine, Laudomia con Arriguccio sulle ginocchia, Troilo accanto alla Lisa tenendola per la mano, Fra Benedetto allato a Niccolò, e tutti con modi più sciolti venivano entrando in varj ragionamenti, quando a un tratto vennero scossi, ammutolirono, e teser l'orecchio all'udire un tocco della campana grossa del Consiglio, e poi due e tre e quattro, e via via sempre con maggior furia sonare a stormo, e quasi ad un tempo risponder tutte le campane della città, con un fremito, un rombo lontano che pareva venisse per l'aere dall'alto, e nascesse da turbe che mandasser grida e facesser tumulto in distanza; poi qua e là si fecer sentire colpi d'archibuso, e poco stante scoppi più forti d'artiglieria; ed intanto il fragore pareva si venisse accostando, le vie s'empievano di gente, di romore, di grida, s'aprivano e si serravano a furore porte e finestre, e pareva insomma che la città tutta si fosse per qualche grave ed impensato accidente levata in arme: e facendosi d'ora in ora più frequente il correr de' popoli per le vie, e più alto il bisbiglio, s'udì sotto le finestre passar correndo una frotta d'uomini, ed una voce gridare: «Arme, arme, popolo e libertà!.... I nemici sono in Firenze!»
CAPITOLO XX
Voler dipingere il furore che invase Niccolò, Averardo, Lamberto, Vieri e Bindo a questo grido, lo spavento di Fra Benedetto e delle due giovani, l'agitazione di Troilo, che tutt'altro attendeva, sarebbe cosa vana, ma sei pensi il lettore. Averardo saltò sul suo archibuso che avea lasciato in un angolo: arrotava i denti, e con voce strozzata dalla rabbia diceva:
--Maladetta l'ora ch'io mi tolsi dalle mura.--
Gli altri fratelli insieme con Lamberto e Fanfulla avean anch'essi dato di piglio alle loro armi; e quest' ultimo, senza dar segno di perturbazione nessuna, chè troppo era uso a simili strette, accese alle braci del focolare la corda del suo archibuso, dicendo: «Qui ci vuoi altro che baje»! e tutti insieme stavan per uscire, quando entrarono con impeto cinque o sei uomini del popolo minuto, artefici dell'arte della seta a servigi di Niccolò, dicendogli:
--Messere, siam qui fuori cinquanta compagni, e veniamo per guardarvi la casa e difendervi fino alla morte.--
--Che difendermi? gridò Niccolò, alle mura, alle mura! Chè questo è il giorno che tutti abbiamo a morire per la nostra libertà, ed io voglio esser il primo.--
Ed il feroce vecchio, afferrato un pezzo d'arme in asta ch' era in un canto, voleva uscire cogli altri e correr anch' esso alla difesa; se non che tutti si diedero a pregarlo, e fargli forza che restasse, e le figlie più degli altri, ma egli insuperbito, ributtava ognuno prima colle parole, poi cogli urti, esclamando:
--Io voglio morire ad ogni modo!--e senza poter esser persuaso o trattenuto, tirava disperatamente verso la porta, quando giunse correndo un tavolaccino della Signoria, che per parte del gonfaloniere veniva ad annunziare non esser i nemici in Firenze com' era corsa la voce, ma aver bensì cominciato a combatter le mura, con gran numero di scale, e perciò ordinava che tutti gli uomini da fazione corressero oltr' Arno verso S. Niccolò ove era cominciato l'assalto.
A quest' annunzio, visto che le cose non erano ali' ultima rovina, com' egli aveva creduto dapprima, si lasciava pur indurre, ma non così subito, a rimanere; e fermatosi sul portone di strada colle mani alzate, disse con gran voce ai giovani che si avviavano:
--Addio figliuoli! Ricordatevi che voi siete cristiani, e cittadini liberi, ed a rivederci forse in Paradiso.--
Essi si perderono parte tra la folla, e Troilo, che avea pur dovuto andarne con loro e mostrarsi volonteroso ed ardito, pensava in cuor suo «Sarebbe bella che tutte le promesse di Baccio finissero stanotte con una buona archibusata!»
Niccolò allora, mandata a combattere anco la maggior parte degli operai che erano venuti ad offerirglisi, ne tenne con se otto o dieci onde l'ajutassero metter in ordine la casa e prepararla a sostenere un assalto. Quel suo primo furore avea dato luogo alla ragione, e poichè la città non era ancor vinta, dispose, mutando proposito, e considerando che le sue povere figliuole potean venir alle mani de' soldati e dei Palleschi, di fortificarsi e far testa, e quando non potesse, ne gli rimanesse altro scampo, metter fuoco alla casa, ardervisi colle figlie, e salvar così a se la libertà, ad esse l'onore. E Niccolò era muso di farlo.
Serbando le antiche usanze di Firenze, ch'egli non avea voluto mutar in nulla, si trovava aver in pronto i ferramenti, le catene e i legnami, per far il serraglio. Giacevano sotto il portico del cortile, ed in un attimo vennero strascinati in istrada, e disposti in modo che si potessero in un momento porre in opera.
Ciò fatto, mandava uno de' suoi uomini nelle case de' Carnesecchi che stavan di fianco a quelle de' Lapi, separati tra loro dalla via de' Conti, dicendo si mettessero in ordine che intendeva far il ponte sulla strada, e sollecitando l'opera egli stesso, vide presto uscire dai fori disposti a quest'uso al primo piano di casa sua, lunghe travi che sospinte dagli uomini di dentro venivan introdotte in buchi corrispondenti nella casa de' Carnesecchi. Su quelle travi furono collocati in più pezzi tavolati che si connettevano tra loro e si fermavano con arpioni, onde venivano a formare un ponte solidissimo capace di sostener uomini e munizioni per opprimere dall'alto i nemici che fossero in istrada.
Mentre Niccolò in mezzo alla via, ove pei lumi posti a tutte le finestre si vedeva chiaro come di giorno, gridando ora agli uni, ora gli altri, e facendo animo a tutti colle parole e colla presenza, ordinava questi apparecchi, nell'interno della casa si trasportavano armi d'ogni sorta dalla stanza ove eran ammucchiate, nei luoghi più vicini a quello ove si doveva combattere, nell'androne cioè, che era contiguo alla porta di strada, e su al primo piano sotto le finestre che mettevano sul ponte. Laudomia, Lisa e la vecchia ajutavano anch'esse la bisogna, e tutte affannate per la fatica, pel correre e per l'agitazione dell'animo, venivan dov'era il bisogno, arrecando fasci di picche, sassi, balestre grandi a staffa, archibusi e munizioni d' ogni maniera.
Qucll'ardire, quella prontezza medesima che mostrò in codesta notte Niccolò e tutta la famiglia de' Lapi, apparve spontanea e mirabile in ogni casa di Firenze[44], ed il principe d'Orange, che avea stimato per esser la notte scurissima e piovosa, e la vigilia di S. Martino, trovar le guardie negligenti o sepolte nel vino, ed aveva con questa fiducia all'improvviso assaltato le mura dalla Porta S. Niccolò a quella di S. Friano con gran numero di scale, pensandosi aver la terra per sorpresa, fu invece accolto con tanto furore d'artiglierie, trovò i bastioni così ben provvisti di difensori, che dovette alla fine ritrarsi dall'impresa con vergogna, e con non poca uccisione de' suoi soldati. Ma se gli fosse pur riuscito di superare le mura in qualche parte, è difficile prevedere che cosa sarebbe avvenuto; e quanto a noi, crediamo che neppur per questo non avrebbe riportato vittoria; chè la milizia s'armò in un attimo, tutti i cittadini corsero oltrarno, e pei quartieri più prossimi al campo, insino ai ponti, ed al di qua per un buon tratto, le vie eran calcate d' uomini armati; dalle case i vecchi, le donne, i fanciulli avrebbero col gettar sassi, tegoli e qualunque cosa venisse loro alle mani, dato ajuto non piccolo alla difesa, la disperazione avrebbe duplicate le forze e l'ardire d'un popolo che aveva pel passato anche troppo fatto conoscere quanto valesse nelle battaglie cittadine, e forse l'esercito imperiale che d'uomini utili non sommava a quindicimila persone, avrebbe trovato in Firenze la tomba: ma questa generosa ed infelice città era da Dio condannata a più lunghi dolori ed a maggiori castighi.
Dopo brev'ora le bande nemiche, disperatesi affatto di poter vincere, si tolsero dall'impresa, e si ridussero agli alloggiamenti, di dove l'indomani il principe d'Orange partì alla volta di Bologna onde ottenere dall'imperadore e dal papa, che s'eran colà condotti per l'incoronazione, nuovi ajuti di genti e d'artiglierie, senza i quali conosceva impossibile di far profitto nessuno. Le milizie dei quartieri, vedendo passato il pericolo, si divisero tornando ognuno a poco a poco alle sue case: le vie rimasero presto vuote, le finestre si chiusero, i lumi ed i lanternoni de' soldati scomparvero, tutto ritornò nella quiete e nel silenzio consueto; ed in ogni famiglia i vecchi e le donne rimaste sole in casa, udendo i passi sonanti de' mariti, de' fratelli, de' figli usciti poco innanzi con tanta probabilità di non aversi a riveder più vivi, e che ora tornavan salvi, e dopo aver colla virtù loro respinto il nemico e salvata la città, correvano ad incontrarli con festa, con carezze, e lodi, e abbracciamenti, e lacrime d'allegrezza, non restando di render grazie a Dio che gli avesse tutti campati da una tanta rovina. Quei fortissimi uomini, que' poveri popolani, tutti trafelati, molli pel sudore, per la pioggia, e taluni pel sangue, deponendo per poco le loro armature, ajutati dalle mogli, dalle sorelle, dai vecchi genitori, che tosto si davano a forbirle e rassettarle per le future battaglie, si riposavano intanto cresciuti di speranze e d'ardire per l'ottenuta vittoria: seduti al fuoco, o ristorandosi di quei cibi, che comportavano le loro scarse facoltà e la strettezza presente, circondati dalla famigliuola rimessa appena da tanto spavento, e che a bocca aperta gli stava ascoltando, narravano i fatti di quell'assalto, l'irrompere de' nemici, l'armi, l'insegne, le strane fogge, i barbari aspetti che dalle mura benissimo si eran potuti discernere per la moltitudine infinita di lanterne e di torce che portavano i nemici con loro. Descrivevano con parole vivissime il giungere, l'appoggiar delle scale, il salire a furia e tumultuariamente, e poi a un tratto dai fianchi de' bastioni, ove nelle casematte s'ascondevano cannoni grossi ed artiglierie d'ogni misura, lo scoppiare e lo scagliarsi, come da tante bocche d'inferno, del fuoco di mille tiri, che percuotendo per fianco quelle scale le mandava a fracasso con quanti soldati portavano, tutti in un monte nel fosso: e qui aggiungevano, delle ferite, del sangue, delle strane ed orribili morti di quegli sciagurati, delle grida, dei lamenti, del guizzare dei mal vivi, del fumo che occupava ogni cosa, del tonare e lampeggiare incessante di tante cannonate, e di nuovo tutti insieme lodavano e rendevan grazie a Dio d'averli salvati dalle mani di così feroci nemici.
Quelli tra i difensori che avean riportate ferite venivano medicati con diligenza, i più maltrattati negli spedali, gli altri nelle proprie case, ed intanto si nominavano i compagni, i cittadini rimasti morti nell'assalto;, chi li compiangeva, chi pregava per essi, ma i più portavan loro invidia, tenendo per fermo fossero le loro anime, come quelle de' martiri, salite immantinente a godere della gloria del paradiso; ed i più divoti e zelanti tra Piagnoni, stimando si fosse avverata in quest'occasione la profezia di Fra Girolamo; che prometteva a' Fiorentini l'ajuto stesso degli angioli, divenivan sempre più fervidi in quella loro fede, tenendosi sicurissimi all'ultimo di codesti alleati, e non mancò chi affermasse d'aver veduto in aria serafini che colle spade infocate sbaragliavano, e, ad ogni colpo, abbattevano l'intere file nelle bande imperiali.
Nessuno più di Niccolò potea vantarsi d'avere intera e vivissima questa fede nel frate, e se non era forse intimamente persuaso (avea troppo senno per giungere a tanto) che dovessero apparir visibilmente angioli a difender Firenze, fondava però, sulle parole del Savonarola, la speranza, per non dir la certezza, d'uno speciale ajuto celeste pel quale sempre sarebbe stato respinto il nemico. Eppure avea potuto creder possibile che fossero entrati in città!
Quando, cessato il romore e svanito il pericolo, egli fu ritornato in camera colle figliuole, sedutosi al focolare, veniva col pensiero riandando tutto il successo di quella sera, e sospirando diceva: «_Modicae fidei! quare dubitasti?_» Parole usate spesse volte da Fra Girolamo, e ch'egli ora applicava a sè stesso, dolendosi d'aver potuto vacillare un momento.
Mentr'egli stava in questi pensieri, Lisa e Laudomia, ritte contro le impannate delle finestre, aspettavano con impazienza il ritorno de' giovani, non senza agitazione e timore, che fosse avvenuta loro qualche disgrazia. Ma svanì presto ogni sospetto; e verso la mezzanotte tornaron tutti, eccetto Averardo, che quasi mai veniva a casa a dormire, e non voleva altra camera che le cannoniere de' bastioni, nè altro letto che la nuda terra; e quella letizia, quell'ebbrezza che ci siamo ingegnati dipingere accennando il ritorno delle milizie dei quartieri alle case loro, riempie parimenti la casa de' Lapi quando, Bindo pel primo, e poi gli altri, entrando tutti allegri, e gettando in un angolo con fracasso i loro pesanti archibusi, ancora anneriti dal recente sparare, e con un odore di polvere arsa che empiè tosto la camera, si posero intorno a Niccolò ed alle giovani, raccontando anch'essi a loro modo, con festa grandissima, e con ardite e concitate parole, la gloriosa sconfitta data all'armi imperiali. E narrando a gara le loro prodezze, e quelle degli amici e de' cittadini più noti, veniva a saper Niccolò che Bindo avea toccata un'archibusata nel lato manco del corsaletto, ed il fanciullo, pur ripetendo che non era nulla, e mostrando non doversene far caso, scintillava d'allegrezza negli occhi, mostrando l'ammaccatura che era rimasta impressa nel ferro, e diceva in cuor suo, «son pur soldato anch'io!» Vieri narrava, come Lamberto avesse fatto cadere un sasso grandissimo con tanto giudizio e fortuna su una scala piena da cima a fondo d'assalitori, che tutta l'avea vuotata, proprio, diceva egli, come a sfrondar un ramo pieno di foglie secche: e presa poi la scala vuota pei due capi che giungevano ai merli l'avea rovesciata nel fosso, ed ucciso e storpiato con essa buon numero di nemici. Tutti poi lodavan Troilo per la sua prodezza, e Bindo più degli altri, chè avea combattuto al suo fianco, e vedutogli menar le mani in modo, che molti imperiali e Palleschi, se avessero saputo da qual mano uscivan i colpi che li ferivano, avrebber potuto dire, che Troilo recitava la parte di Piagnone un po' troppo al naturale. Egli difatti s'era portato da soldato ardito e valoroso, chè si trovava condotto a tale da non poter fare altrimenti; rodendosi però internamente di dover correre rischio d'uccider alcuno de' suoi amici o di venirne ucciso, mandava divotamente il canchero a Baccio Valori che l'aveva messo a questo sbaraglio, e se l'avesse scoperto tra nemici, non è certo che si fosse potuto trattenere dal fargli coll'archibuso parer poco felice la sua invenzione di mandarlo in Firenze.
Alle lodi espresse da Bindo, che Niccolò udì con mostra di contento grandissimo, parendogli sempre più confermarsi da' portamenti di Troilo, l'intera sua mutazione, e l'amore per la parte che voleva la libertà ed il governo popolare, questi rispondeva, simulando modestia e compunzione:
--Messer Niccolò, qual merito si può avere a combatter con qualche ardire quando si fa per una causa cotanto santa, e si conosce per segni manifesti che Iddio sta per noi! E se non, paresse.... se non temessi parer troppo facile a prestar fede a certe cose nelle quali conviene pure andar cauti assai.... ardirei quasi asserire d'aver veduto questa notte gli angioli che dalle mura ributtavano i nemici.--Il mariuolo sapeva ch'era quest'opinione tra Piagnoni, ed aveva fra popoli in quella notte stessa uditone bisbigliare come di cosa veduta da molti nell'assalto:
--Iddio può tutto, rispose Niccolò, e ciò sarà forse vero: ma meritan tanto i nostri peccati? A ogni modo siam certi, che Dio si farà scudo alla debolezza nostra, e dove non giungeranno le forze umane, giungerà col suo braccio Egli. Di tanto si fece mallevadore il B. Fra Girolamo, ed i suoi miracoli ci fanno sicuri ch'egli era inspirato da Dio.... Figliuoli, riprese dopo breve pausa, io vi fui stasera cagione di scandalo, mostrai di dubitare!.... ho fatto errore, e stimo mio debito farvelo conoscere, affinchè non ne prendiate mal esempio, e duriate invece sempre più saldi in quella fede colla quale potremo alla fine ottenere vittoria.--
In un uomo qual era Niccolò, una confessione tanto candida doveva produrre gran senso; ma egli era di que' tali che son capaci di sacrificar tutto al vero e prima di tutto se stessi.
Senza aspettar risposta alle sue parole, egli diede commiato ad ognuno, accennando all'ora tarda ed al bisogno che doveano aver di riposo, e rimasto solo, aperse il priorista sul quale soleva scrivere le cose notabili che venivano accadendo alla giornata, e dopo avervi descritto l'accidente di quella sera, ed aver poi di nuovo caldamente raccomandato a Dio la città, la famiglia e se stesso, il vecchio entrò nel letto e presto s'addormentò.
Ma sotto quell'istesso tetto, non a tutti riusciva quella notte prender sonno così subito.
Lamberto, salito nella sua cameruccia che aveva abitata sin da fanciullo, ed era per lui piena di tante memorie così dolci un tempo, ed ora così acerbe, chiamò il suo servo che l'ajutasse disarmarsi, e mentre Maurizio gli veniva prestando i suoi servigi, ogni tanto alzava gli occhi in viso al padrone, il quale non poteva a meno di non mandare tratto tratto qualche sospiro. Lo svizzero allora scrollava il capo soffiando; chè, non parendogli bene d'entrar egli pel primo su quelle cose che supponeva agitassero l'animo di Lamberto, sperava con cotali atti di condurlo a cominciar egli in qualche modo; ma quest'arti non gli riuscivano e già gli avea tratto di dosso l'arnese senza che avesse mostrato por mente a que' suoi atti, nè profferita parola.