Niccolò de' Lapi; ovvero, i Palleschi e i Piagnoni
Part 2
Il vecchio un po' mutato negli occhi e nella voce baciò il figliuolo, e vennero in S. marco. Quel fremito interno, quel batter di polsi più rapido che nasce da una forte commozione d'animo, agitarono il petto di Bindo quando si trovò accanto alla bara ove giaceva il suo povero Baccio (così avea nome) che avea sempre veduto così vegeto, così vispo, col quale s'era trastullato per tant'anni, ora pallido, immobile, colla morte sul viso, ed all'età di Bindo, il morire par cosa tanto impossibile!
Vedeva sotto il cappuccio, in mezzo alla fronte, un buco tondo, largo come uno scudo, fatto dalla palla d'uno de' grossi archibusi che s'usavan nel 1500. Avea sin a quel giorno parlato, ed udito parlar più volte di fatti d'arme, di ferite, di morti, s'era acceso in quei discorsi ed ardeva di trovarsi all'atto ancor esso, ma ora ne vedeva sotto gli occhi proprio veri e reali i terribili effetti, e non v'è piccol divario!
Due calde lagrime stavano per cadergli dalle palpebre, e si sentì il cuore scosso in un modo che gli riusciva nuovo affatto.
Sbigottì di se medesimo un momento, e si domandò--avrei io paura?--
Preghiamo il lettore a non voler rispondere affermativamente alla semplice interrogazione di Bindo poichè s'ingannerebbe.
Il senso che provava non era timore, era un misto di stupore, d'afflizione, di smania di gloria, di indegnazione; e non è maraviglia che alla sua età non fosse in grado di rendersene ragione.
Degli altri figliuoli di Niccolò, il maggiore, uomo sui quarant'anni, avea nome Averardo, il secondo Vieri.
Le due giovani inginocchiate, sedute sulle calcagna, s'eran poste a qualche distanza dai maschi.
La maggiore si chiamava Laldomine o Laudomia, la minore Lisa.
Intanto il frate sagrestano aveva accese quattro candele all'aitar maggiore. S'accostò alla bara tenendo la canna che aveva attorcigliato in cima un pezzo di stoppino, e dopo aver acceso i tre candellieri, trovandosi presso a Niccolò, gli disse sotto voce accennando il morto:
--Egli era de' Lapi, messer Niccolò, e non ha tralignato punto! Pace all'anima sua.--
--_Amen_, rispose il vecchio, ed il frate con un sospiro s'avviò verso la sagrestia.
Un momento dopo uscì la messa. Il celebrante era fra Benedetto da Faenza superiore del convento, vecchio venerabile che mostrava sentir tutto il peso degli anni.
Il laico che serviva in rocchetto, aveva un viso che non si poteva lasciarvi cader su un'occhiata, e poi volger lo sguardo altrove senza più curarsene, come si fa colla maggior parte de' visi che s'incontrano. Costui invece aveva una fisonomia, un portamento così nuovo, ed un non so che di dissonante e di disarmonico in tutta la persona, che, veduto una volta, pareva non fosse possibile perderlo d'occhio nè finir di considerarlo.
Mostrava una cinquantina d'anni, piuttosto alto e magro, ma nerboruto e diritto come un giovanotto. L'occhio ardito, ed in questo caso l'espressione dev'essere presa _ad literam_, poichè ne aveva un solo; la guancia destra segnata da una lunga cicatrice. Poi in ogni suo moto, in ogni atto, un fare disinvolto che riusciva curioso coll'abito che portava. Nell'istesso tempo era impossibile d'apporgli nulla di sconvenevole, o che sapesse d'irriverenza: anzi avea lo sguardo basso, il contegno raccolto, rispondeva a tempo con voce ragionevole senza mangiar le parole, come fanno per lo più i chierici nel servir la messa.
Tuttavia non andò molto, che si potè conoscere esser per lui in quel momento uno sforzo non indifferente il seguir la massima dell'_Age quod agis_.
Le artiglierie piantate dagl'imperiali a Giramonte fecero sentir qualche sparo. Ma non se ne faceva caso come di cosa giornaliera: però i colpi a poco a poco divenivan più numerosi e più frequenti, e molti de' soldati che si trovavano in chiesa per assistere ai funerali del loro compagno, cominciarono a bisbigliare parlandosi all'orecchio, vergendo gli sguardi verso la porta con moto involontario e sicuramente inutile, poichè non vi trovavan certo la spiegazione d'un fatto che accadeva in tanta distanza. I loro discorsi erano di questo genere:
--Comincia a soffiar per tempo la chimera[4] questa mattina--Eh! saran fuochi d'allegrezza per qualche altro malanno che ci viene addosso.--Possiate morir quanti siete!--(s'udì uno scoppio più forte). Senti, senti! Dev'essere l'archibuso di Malatesta[5]--Senti che nespola!--Che mattinata senza liuto!--Oggi in guerra, doman sotterra--Malann'aggia chi rimane--Oh che vorrà dir questo! Vuol dir panicco pesto.... ec. ec.--
Queste parole ed altre simili che uscivano di mezzo alla turba che era in fondo alla chiesa, formavano un susurro che, unito agli spari, cagionava una gran distrazione al povero laico.
Non ardiva voltarsi del tutto, ma non si vedeva più star immobile all'ufizio suo come prima: tendeva l'orecchio, e talvolta gettava così sopra la spalla ed alla sfuggita un'occhiata verso la porta.
A Niccolò non piacque udir in chiesa un tal bisbiglio, e voltando appena il capo verso chi ne era cagione, disse con voce ferma e chiara quantunque sommessa:
--E' pare che siamo in piazza!
Un maestro di scuola temuto che comandi il silenzio con voce burbera ad una trentina di fanciulli, non è obbedito più pienamente, ne più presto, di quel che lo fu Niccolò da quella turba, composta d'uomini che però non si sarebbero lasciati dar sulla voce da altri così facilmente. Il silenzio fu a un tratto generale e perfetto: cosicchè il prete che diceva le segrete all'altare appena a mezza bocca, si potè udire da un capo all'altro della chiesa. Ma questa quiete dovea durar poco.
Unitamente ad uno scoppio più forte delle artiglierie del campo, i vetri, i piombi ed il legname d'una delle maggiori finestre, infranti in minutissimi pezzi caddero in chiesa, sfracellandosi e rimbalzando pei cornicioni, per le mura e per tutti gli sporti che venivan trovando, con tanto calcinaccio e polverio e ragnateli che parve rovinasse la volta.
Per fortuna gran parte de' rottami cadde su un altare chiuso da un balaustro, onde nessuno venne offeso.
V'era il costume in que' tempi tra i soldati che campeggiavano una terra ogni volta che, venissero loro sborsate le paghe, o fosse la festa del Sovrano che li pagava, nelle occasioni infine, ove parea loro da mostrare allegrezza, di abbassar d'un palmo le culatte de' pezzi d'artiglieria piantati per batter i bastioni, poi dar fuoco sparando all'impazzata senza torre la mira, onde le palle dando loro quest'arcata passavano al di sopra delle mura ed andavano a cadere in mezzo alla città ove storpiavano ed uccidevano Dio sa quanti, che ci avevano che fare quanto la persona che ci usa la cortesia di tener questo libro tra le mani. E questa bella allegria (tutto sta intendersi) si chiamava far gazzarra.
Il campo del principe d'Orange si trovava appunto in uno di questi tali impeti di buon umore, e facendo gazzarra quella mattina, una palla colse la chiesa di S. Marco, un'altra ferì in piazza S. Giovanni, uno de' migliori soldati del capitano Sandrino Monaldi, ed in altre parti della città furon fatti molti inaspettati danni.
Questo caso non alterò gran fatto nè i soldati nè Niccolò nè i suoi figli. Le due giovani un poco si sbigottirono, ma visto non era altro, presto si dettero pace.
Quello che si mostrò meno ardito di tutti, e gli servan di scusa lo stato e l'età cadente, fu il padre che diceva messa.
Il senso del timore superò in lui in quel momento ogni altro rispetto, e per dir il vero tanto rovinìo e tanto fracasso a chi non se l'aspettava, dovea fare un certo senso: fe' gobbe le spalle, abbassando il capo, e coprendosele colle mani disse--Dio mio, misericordia!--E se il robusto laico non l'avesse afferrato sotto l'ascella forse cadeva.
Fin qui però v'era poco male, ed il laico avea meritato bene anzi chè no dal suo superiore.
Il male fu, che nel reggerlo, vistolo tanto sgomentato per un accidente che a lui pareva assai leggiero, gli venne una tal voglia di ridere, che a malgrado de' suoi sforzi per vincerla alla fine pur gli convenne lasciarsi andare, e scoppiò in una risata la più sonora e sgangherata del mondo, ed avendo le mani impedite nel sostenere il buon vecchio, che ancora tremava a verga a verga, non potè nè volgere il capo altrove, nè porsi una mano sulla bocca, nè soccorrer se stesso con que' rimedi che s'adoprano in cotali casi.
CAPITOLO II.
Molti fra gli astanti avean posto mente allo sbigottimento del frate che diceva messa. Pel rispetto che gli si portava, era saputo male alla maggior parte che il laico fosse stato tanto ardito da ridergli in viso a quel modo, e se ne maravigliarono credendolo un laico da dozzina, un qualche villano che avesse lasciata la vanga per entrar in religione.
S'ingannavano: ed affinchè il lettore anch'esso non istupisca del suo fare, gli diremo chi egli fosse più brevemente che si potrà.
Gl'Italiani al giorno d'oggi sanno l'istoria della loro patria, onde se il nostro lettore è italiano, avrà a mente senza dubbio una disfida che venne combattuta presso Barletta dai nostri contro i francesi, ove gli ultimi rimasero perdenti.
Ove poi questo nostro libro venisse tra mano a qualche straniero lo pregheremmo a dar un'occhiata al Guicciardini, al Giovio, od al Muratori, anno 1503, e vi troverà narrata questa disfida, e, tra i guerrieri Italiani, mentovato un certo Tito da Lodi, soprannominato il Fanfulla, il quale al dir del Giovio specialmente, era uomo prode, ma di nuova e capricciosa natura.
Costui quando Consalvo ebbe conquistato interamente il regno di Napoli, ricevè come gli altri uomini della compagnia del signor Prospero Colonna alla quale apparteneva, la sua parte delle spoglie de' vinti, e la convertì con grandissima fretta in due centinaja di bei ducati d'oro.
L'ultimo giorno del primo mese che passò in Napoli, dopo aver riscosso questa somma dovette dividersi dall'ultimo de' suoi ducati, il quale andò nella borsa di coloro che giocavano al lanzichinecco (oggi zecchinetta) con miglior fortuna, o maggior astuzia di lui, a tener compagnia agli altri centonovantanove.
Egli avrebbe avuto, è vero, un buon cavallo ed un ottimo arnese da vendere, o da impegnare, e potuto così scialare un altro poco, ma ebbe pur senno bastante per capire che sarebbe stato lo stesso come per un cieco vender il violino che lo fa campare.
Si rassegnò, confortandosi col dire «Oramai mi son fatto tanto conoscere, che dove m'accosto trovo pane.»
Il signor Prospero non l'avea voluto più nella compagnia per non so che quistione avuta con certi compagni, nella quale avendo il torto, s'era fatta una ragione a suo modo a furia di busse.
Ciò non ostante quando si trovò al verde, l'andò a trovare al palazzo Gravina, sulla piazza ove oggi è la fontana di Montoliveto, senza curarsi di passar per un'anticamera piena di que' suoi avversari, e quando gli si trovò davanti, disse che non veniva a richiederlo d'altro se non che d'un attestato in iscritto com'egli avesse combattuto nella disfida di Barletta, e poi gl'insegnasse per sua cortesia qual fosse il paese più vicino ove si menasser le mani.
Il signor Prospero, che pur gli voleva bene, conoscendolo un diavolo ardito, come se ne trovan pochi, gli fece una carta a modo di benservito, tutta in sua lode, poi l'avviò in campagna di Roma ove si messe colla parte colonnese durante i torbidi che tennero dietro alla morte d'Alessandro VI, che turbarono il breve pontificato di Pio III, ed il principio di quello di Giulio II.
Seguì questo fiero pontefice nelle sue imprese di Romagna, poscia, per non allungarla troppo, venne al suo solito mutando padroni sino al 1527, ed in quel frattempo non accadde in Italia fatto d'arme d'importanza ove egli non si trovasse.
Lasciò un occhio alla battaglia di Ravenna, due dita della mano manca a Marignano, rimase per morto sul campo alla giornata di Pavia, e quantunque dopo tante batoste si trovasse ridotto a camminare un po' sciancato, a dolersi ne' luoghi ov'era stato ferito, ogni volta che volea cambiar il tempo, quantunque i suoi baffi già così neri, apparissero ora come se vi fosse brinato, nulladimeno lo troviamo la mattina del sei di maggio del 1527 (e Dio sa se vorremmo poterlo tacere!) al piè delle mura di Roma tenendo colle due mani in equilibrio una lunga scala a piuoli in mezzo alla feccia de' più sfrenati malandrini che prendessero in quel tempo il nome di soldati, i quali guidati da Borbone stavan per dar l'assalto alla capitale del mondo cristiano.
La scala di Fanfulla, detto fatto, si trovò appoggiata ai merli e piena dal fondo alla cima d'altrettanti di quei satanassi quanti aveva piuoli. Sul più alto, già s'intende, era Fanfulla, che i suoi compagni videro un momento dopo cacciarsi tra i merli e sparir tra il fumo delle archibugiate, e volendo seguirlo vennero ributtati, nè poterono superar le mura se non alcuni minuti dopo.
Per quanto possa un cervello umano esser fertile ad immaginar fatti i più strani, i più turpi, i più atroci onde formarne un tutto che gli rappresenti il sacco dato a Roma in quell'occasione dall'esercito di Borbone, rimarrà sempre addietro dagli orrori, de' quali gli storici hanno a noi tramandata la memoria.
Passò un giorno, poi un altro ed un altro, e nacque tra soldati un bisbiglio.
--Fanfulla dov'è? Che è stato di Fanfulla?--tutti ne domandavano e Fanfulla non compariva.
Quelli che conoscono di qual pasta sia il buon cuore della gente d'arme, non dureranno fatica a credere che, a malgrado di questa premura, non trovar Fanfulla, domandar di lui, crederlo morto e sotterrato, e non pensarvi più, tutto accadde in un quarto d'ora.
Ma Fanfulla non era morto.
Stava zitto e contento nella cantina d'un canonico di S. Maria in Trastevere, ove s'era chiuso conducendovi il padrone e la fante acciò gl'insegnassero la botte migliore. Riposatosi molto a suo bell'agio, e fattovi un fianco da prelati, riscappò fuori dopo tre giorni.
Ma il povero canonico, o fosse lo spavento provato in tutto quel tempo di vedersi a discrezione d'un omaccio di quel taglio, che ad ogni momento gli pareva avesse a spiccargli il capo con un rovescio di quel suo maledetto spadone, o fosse il disagio sofferto, chè Fanfulla ubbriaco per far ora tra un pasto e l'altro, voleva per forza insegnargli a schermire, e quando non lavorava a suo modo le pugna fioccavano, il fatto sta che s'ammalò ed in pochi giorni se n'andò all'altro mondo.
Ora finalmente ci troviam presso a poter dir bene del nostro Lodigiano: pure ci rimane a narrare l'ultima sua pazzia, la quale pur troppo non fa parer bugiardo il proverbio volgare «che la più dura a rodere è sempre la coda».
Uscito dunque mezzo balordo e trasognato dalla cantina del povero canonico, trovò la città vinta e soggetta del tutto, e le chiese, i palagi, le case, gli sventurati cittadini, le loro robe, tutto insomma in balìa, non dirò dell'esercito, che questo nome suppone Capi che comandino, e soldati che obbediscano, ma di quella masnada d'assassini senza legge, senza fede, senza discrezione, e senza misericordia.
Clemente VII dall'alto di castel S. Angelo ove era chiuso poteva scorgere gl'incendj serpeggiare per la città, udir gli urli, i pianti, i lamenti di quelli che venivan tormentati onde scoprissero i tesori nascosti, le grida forsennate, le risa feroci, lo sgavazzare sfrenato dei vincitori.
Per le strade di Roma si trovava qua una casa che ardeva, là un'altra consumata di fresco dalle fiamme divenuta uno scheletro informe ed annerito. Sulle cime de' muri rimasti in piedi vedevi star in bilico travi ancor fumanti, disordinate e sporgenti. Sotto monti di rottami, di calcinacci, di tavole e di masserizie infrante ed abbrustolite giacevan cadaveri schiacciati, de' quali molti perduta ogni umana sembianza mostravan fuori delle rovine o braccio, o piede, o capo, tutto poi intriso di sangue, sozzo e contaminato d'ogni bruttura.
Più lungi cadeva con fragore svelto da' gangheri un portone d'un palazzo: la folla dei predatori si scagliava nell'interno urlando: in un momento dalle cantine alle soffitte tutto s'empieva di que' ladroni; dalle finestre sconficcate, piovevano in istrada gettati alla rinfusa, cofani, sedie, tavole, quadri, vasi, bronzi, coltri di seta, suppellettili d'ogni genere: fra quelli che aspettavano il bottino nella via fu visto taluno rimanere storpiato, o malconcio da qualche pezzo di mobile che all'impensata gli rovinava addosso, altri contender furibondi la medesima preda, sguainar le spade, ferirsi, poi sopraggiunger una nuova frotta che la strappava loro di mano e fuggiva con essa. Drappi, vesti di gran valore si fermavano appiccate ai cornicioni, alle inferriate; parte vi rimanevan neglette per l'abbondanza della preda, parte si facevan cadere colle punte delle partigiane e delle picche. Ad ora ad ora scoppiava un urlo generale più forte; tutti i visi si volgevano, tutte le bocche s'aprivano.--Dov'è. Che è.--Guarda là, là, lassù...--tutti guardavano in alto: ad una finestra v'era o ritta, o ginocchioni, o spenzolata mezza fuori qualche vecchia, qualche matrona, pallida, abbandonata come uno straccio, o domandava pietà o cacciava strida: la turba la voleva tosto--Giù, giù... a noi--venga. Le si dava l'andare, veniva a terra tra le risa e gli evviva, e rimaneva fracassata sul lastrico, o fermata in aria sulla punta delle ronche. Quando tutto era devastato s'appiccava il fuoco, onde se v'eran padroni nascosti dovessero sbucar fuori.
Trovati alle volte senza un tal mezzo nei nascondigli, su pei cammini, nelle cantine, nelle fogne, pe' cessi, strappati di là a forza, percossi, bistrattati, rivedevano la luce del sole, e stavano come insensati e immelensiti all'aspetto di que' visi infocati dal furore, dall'ubriachezza, dalla gioia di potere sgozzare, distruggere, stuprare; alla vista di quei pugnali che splendevano loro ad ogni tratto sugli occhi, delle corde, de' ferri roventi preparati per istraziarli, delle fanciulle oltraggiate, poi derise, delle donne, o vecchie o brutte che fossero, fatte tombolar per le scale o morire sotto il bastone, dei giovanetti ridotti a tali vituperii che gli sventurati parenti si dolevano di vederli vivi.
Nelle chiese le immagini de' santi rovesciate od infrante; le pitture, le tavole degli altari lacerate od imbrattate; fatti in pezzi i vasi e gli arredi sacri onde partirli più facilmente. Finito il devastare, nè essendovi da far altro danno, divenivano stanza de' soldati, che vi alloggiavano co' muli e co' cavalli, pe' quali gli altari servivan di mangiatoia.
I banchi ed i confessionari fatti in pezzi ardevano in un angolo sotto pajuoli e spiedi pieni di carni: in un altro gozzovigliavan giorno e notte a tavole sempre imbandite, soldati, meretrici ebbre avvolte ne' paramenti sacerdotali, e tra mezzo monache, matrone, fanciulle onorate che lo spavento, le percosse, gli strapazzi, avean fatte uscir di senno, senza saper più nè dove fosser, nè che facessero, stavano a tutte le voglie di quella gente perduta, che intronava loro gli orecchi di schiamazzi, di motteggi, d'orrende bestemmie e di canti osceni.
S. Giovanni de' fiorentini, tra l'altre chiese, era nel modo appunto che abbiamo descritto, ridotto un rancio da soldati, una stalla, un postribolo, quando sul far della notte v'entrò Fanfulla uscito allora dalla sua cantina.
Egli aveva indosso la sola corazza. L'elmo, i bracciali, gli stinieri, i cosciali, legati colle loro corregge in un fascio gli pendevano sulla schiena annodati alla spada che portava in ispalla reggendola colla mano manca. In capo la berretta del canonico: e sotto questa usciva quel suo viso spiritato, tra giulivo e sonnolento pel gran bere che aveva fatto.
Si fermò sulla porta fischiando e cominciò a guardare lo strano parapiglia che era là entro.
Sui capi di molti barili rizzati in piedi stavan posate imposte di finestre, assi, battenti di porte, e formavano una tavola lunga quanto la navata della chiesa. La tovaglia mancava all'imbandigione, ma questa povertà era compensata abbondantemente. Calici, pissidi, piatti e vasi d'argento lavorati sottilmente a cesello sul gusto delle opere di Benvenuto Cellini, ampolle, boccali che aveano ornate le mense di cardinali e di prelati, splendevan' ora tralle mani ruvide ed abbronzate de' soldati.
I candellieri degli altari servivano ad illuminare quest'orgia, e perchè forse parean pochi, eran incastrati qua e là ne' fessi delle tavole pezzi di torcie e candele, quali lunghe, quali corte, alcune rotte e rovesciate in modo che la punta accesa cadendo sulla tavola a poco a poco l'accendeva senza che alcuno se ne curasse. All'uno de' capi era posto un orcio pieno d'olio a guisa di lucerna, ed una tovaglia d'altare attorcigliata, ardeva per lucignolo, all'altro era un mezzo barile sfondato, ed in esso un mazzo di forse cinquanta candele, le cui fiamme attraendosi a vicenda s'univano e formavano una fiamma sola e grandissima.
Dall'una e dall'altra parte del desco, seduti sulle panche della chiesa, chi mangiava senza guardare attorno, chi dormiva appoggiate le braccia alla tavola, ed il capo sovr'esse. A quattro, a sei giocavano a dadi o al lanzichinetto, o a germini; e ad ogni poco senza dir che ci è dato, era un gridare, un dirsi ogni villania, un rizzarsi, un prendersi pe' capelli, un guizzar di pugnali; poi chi era caduto sotto la tavola o ferito o morto vi rimaneva con altri che già v'eran da prima sepolti o nel vino o nel sonno: i compagni seguitavano a giocare. Un pezzo d'omaccio grande e grosso s'era sdraiato boccone per dormire, sulla tavola stessa, quant'era lungo, tutto imbrodolato dal vino uscito da' vasi che avea rovesciati, cogli stivali pieni di fango sui piatti d'argento, e russava senza darsi per inteso del diavoleto che si faceva intorno a lui.
Le più sozze cortigiane s'aggiravano in quel disordine, come i vermi sguazzano nell'acqua corrotta. Correvano qua e là cogli occhi ardenti, le guancie infocate, quali tutte scinte, quali seminude; accolte ora con turpi carezze, ora con villane parole, con percosse, o con urtoni, senza che paresser curar più le une che gli altri.
Un soldato salito a cavalcioni su una botte vuota sonava un piffero, e cacciava fischi che s'udivano a malgrado delle voci, delle grida, de' canti e dello schiamazzar generale: un altro con una briglia da muli piena di sonagli, batteva a gran sferzate sulla botte per far la battuta; un terzo picchiava con un turibolo sovr'un paiuolo rovesciato, e questa musica diabolica serviva a far ballare chi poteva ancora reggersi in piedi.
Fanfulla si fermò un momento sulla soglia ammorbato dal tanfo del vino, di sudiciume, di rifritto che esalava di là entro; poi venne avanti e scaricò sulla tavola la ferraglia che avea in collo senza guardare nè a stoviglie nè a bicchieri, e ne fracassò tanti quanti ne colse.
Lo strepito che fecero l'arme cadendo, e rompendo piatti e boccali fe' volgere uno de' seduti a tavola che lo guardò, e ravvisatolo gridava:
--Oh Fanfulla!--
E poi un altro, e un altro, e un altro, poi tutti si dettero ad urlare battendo le mani, o percuotendo co' pugni sulla tavola.
--Fanfulla! e tornato Fanfulla, è risuscitato il guercio (che così avea nome dacchè gli mancava un occhio).--Evviva il guercio cane!--Ti credevamo all'inferno da tre giorni!--Dove sei stato sin ora brutto anticristo?--Vien qua, bevi,... che non ti possa uscire di corpo!--Ohe! ohe! Qua vino, carne, capponi, saette per Fanfulla, che è tornato!--Sia ammazzato chi ne dice bene! Evviva Fanfulla!--Evviva il guercio!...--
E quest'ultimo evviva fu uno scoppio tale di tutte le voci unite che riuscì sino a coprire il fischio del piffero, fece soprastare quello che battea colla briglia, e l'altro dal turibolo, fermar chi ballava, e svegliarsi colui disteso sulla tavola, il quale alzò un visaccio strano, contraffatto dal sonno, si guardò attorno con male umore, disse «che siate morti a ghiado» e ricacciato il capo tra le braccia ricominciò presto a russare.