Niccolò de' Lapi; ovvero, i Palleschi e i Piagnoni
Part 17
L'aria era piena d'un tuono altissimo e continuo che non toglieva però d'udire il sibilo incessante delle palle che passavano a centinaja dai lati o sul capo, e talvolta percuotevano, scrosciando per gli alberi, l'antenne, le sponde, e ne staccavano scheggie e frantumi, senza però che sin ora avessero arrecato gran danno.
Alla fine pure una grossa palla d'un corsiero[31] s'aprì la strada con fracasso tra gli assiti del bastion di prua, e presa in traverso la galera, portò via, fracassandole, quante membra di galeotti trovò sulla sua via.
I vicini di quest'infelici, coperti dal sangue e dall'interiora palpitanti de' compagni, che sconciamente mutilati giacevan morti, o guizzavan mal vivi e gementi sotto le panche, parvero arrestar la voga quando più importava renderla impetuosa, ed alcuni mandaron grida lamentevoli e disperate.
--Nostromo! Perdio!--
Gridò Filippino furibondo alzando la spada, ed il nostromo invelenito anch'esso s'avventò co' suoi aguzzini verso quei disgraziati, e, non più col nerbo, ma colla mezza spada, ora di piatto, ora di taglio, menava arrabbiato su que' dorsi nudi, gridando:
--Arranca, canaglia!.... Che v'insegno io la paura.... avanti! avanti! Tappo in bocca, tutti![32] e poi urlate se potete!....--
E colle piattonate, e co' tagli ajutando le parole ebbe presto ottenuto che ognuno avesse in bocca il suo sughero, e si riprendesse con nuovo vigore la voga.
Filippino era sempre al timone, arrabbiando di non poter pel densissimo fumo, ed anco perchè l'aria, tramontato il sole, si veniva a mano a mano oscurando, discernere bene la reale di Spagna ed il preciso luogo ove disegnava percuotere collo sprone.
Ma la fortuna, che volea favorirlo, gli mostrò a un tratto in uno spazio di cielo, ove il fumo per un momento fu spazzato dal vento, la punta dell'albero di maestra della galera nemica, attorno al quale si ravvolgeva ondeggiante il grave pennone giallo e vermiglio di Spagna.
Ciò gli bastò per calcolare ove dovess'essere il castello di prora; volse la stanga con furia, e gridando:
--Attenti! Ad investire!--
Avviso troppo necessario affinchè ognuno si fermasse in sulle gambe e s'apparecchiasse a saltar sul legno nemico, approfittando di quel primo disordine.
Passò un minuto di terribile aspettazione, di più fitte e tremende nerbate a' galeotti, di più rapido andare del legno, d'indescrivibile ansietà ne' combattenti, ed alla fine accadde il gravissimo scontro, con un fremito, un crocchiar sordo ed interno di tutti i costati della galera, che a un tratto l'arrestò, quasi urtasse in uno scoglio, ficcato il suo sprone per isbieco nel castello di prora della nemica. Si gonfiò l'onda di sotto, e sorse lanciata in aria tra le due galere, in alti e candidi spruzzi; molti, ancorchè stessero in avviso, traballaron nell'urto e cadder travolti nel mare: le antenne, le sarte, i remi s'intrecciarono, si percossero, si scompigliarono rompendosi, e volando in pezzi: dalle gagge piene d'archibusieri crebbe il grandinar delle palle, e da ambe le parti, quanti potevano combattere, s'avventarono verso quel luogo, ove pel combaciarsi delle due galere era possibile, se non facile, il trapasso dall'una all'altra, e qui si accese la più furiosa e disperata battaglia ad armi bianche, a spade, a daghe, a coltelli, a pesanti e larghissime accette, un lottar sanguinoso ed ostinato, un afferrarsi, un sospingersi, un cadere, un risorgere, un avventarsi, un ghermirsi continuo, che ad ora ad ora diveniva più pauroso e micidiale per le crescenti tenebre della notte, per l'angustia e stranezza dei luoghi ove s'avean a fermare i piedi, e perla sopravvenuta agitazione dell'onde, che sollevate a poco a poco da un gagliardo levante messosi in sul tramonto, venivan alte e minacciose di traverso, ed arricciandosi cadevan impetuose sui fianchi e sulla coperta delle fluttuanti scompigliate galere.
Ad illuminare questa scena infernale serviva in parte il lampeggiar incessante delle cannonate e dei moschetti, e la luce de' fanali posti a poppa delle galere, che all'annottar eran stati accesi, ma a questo scarso ed incerto lume un altro se n'aggiunse tosto continuo e splendente mandato da una galera spagnuola incendiata, che presto divenne come una sola e grandissima fiamma trabalzata, or alta or bassa, sul mare, dal gonfiarsi e dal comprimersi alternato dell'onde sulle quali si rifletteva, scherzando in mille guizzi il gran fuoco.
Questo legno era lontano circa cinquanta braccia dai due attaccati, e ne usciva luce vivissima, insieme colla vampa del caldo, e colle disperate ed acutissime grida degl'infelici galeotti, che incatenati alle loro panche, si sentivan rosolar le carni, senza potersi sferrare, e perivan di mano in mano con lenta e crudelissima morte, senza che i marinai o i soldati, scampati a nuoto o ne' palischermi, si curasser di loro o pensassero ad ajutarli.
Ma nè questo tremendo spettacolo, nè il pericolo del probabile ed imminente scoppio delle polveri sul naviglio incendiato non rattenevan punto il furor del combattere sulla reale e sulla capitana, al disopra delle quali trasvolavan tratto tratto nembi di faville e di fumo fetente e denso, quale lo producon legni impeciati che ardano.
Filippino, appena ebbe condotta la galera a percuoter nella nemica, lasciato al piloto il timone, s'era avventato con Mgr. De Croy, e co' suoi ufficiali, nel luogo ov'era più stretta la zuffa, e tutti facean bellissime prove della loro persona.
Lamberto, il quale già stava sul castello di prora col suo servo Maurizio al fianco, e con molti degli archibusieri francesi d'intorno, avea notato tra questi uno che gli s'era collocato a lato, e che invece d'aver come gli altri suoi compagni un cappello di ferro in capo, portava un morione che gli nascondeva il volto del tutto. Non ebbe però tempo d'osservare a lungo costui, che le galere scontrandosi, cominciò la descritta battaglia nella quale entrò Lamberto de' primi. E siccome eran seco non pochi soldati che avean militato sotto il sig. Giovanni nelle sue Bande, Lamberto s'avventò tra' nemici gridando:
--Viva il sig. Giovanni! a noi le Bande Nere!--
Quasi eccitando i suoi compagni a mostrarsi degni della loro fama: e quando gli veniva fatto un bel colpo, alcuno di costoro gridavano:.
--Evviva Sforzino!--così gli uni cogli altri si facevan animo a portarsi virtuosamente.
Dopo lungo contrasto, dopo infinite uccisioni, riuscì pur ad essi di superar il nemico, ributtarlo, e gettarsi in folla nel suo naviglio, e qui crebbe, se pur potea crescere, l'accanimento ed il furore nel disputar palmo a palmo il cassero della galera, che lubrico pel sangue, barcollante per l'agitazione del mare, parea ogni tratto sfuggisse di sotto i piedi de' combattenti, ora sospinti e serrati gli uni sugli altri, ora divisi, sbalzati, capovolti spesso fuor delle sponde, ove molti, dal peso dell'arme, dai ripercossi flutti, eran tosto cacciati al fondo, molti morivan feriti sul capo da quelli che ne' palischermi attendevano a finire i nemici, e trarre gli amici dall'acqua, ed alcuni pochi riuscivan pure, afferrandosi ad una prora, ad un remo d'una qualche barchetta a campare; ed i concavi, i dorsi dell'onde si vedean pieni di barche sbalzate dai cavalloni, di nuotanti, di cadaveri, di mezzo sommersi, di frantumi di tavole e di remi spezzati; chè la fiamma della galera incendiata rischiarava tutto d'intorno d'una luce vivissima e vermiglia.
D. Ugo di Moncada, vicerè di Napoli, dopo aver fatto ciò che può farsi per difender il suo naviglio, e conosciuto ch'egli era vinto e disfatto senza rimedio, sdegnò arrendersi, e deliberò morire, ma far costar cara la sua morte al nemico. Circondato da' suoi gentiluomini, e dai capitani delle sue milizie, tra' quali era Cesare Fieramosca (fratello di Ettore) Don Pietro Urias, Antonio Colonna, il M. del Guasto, e molti altri, fece testa dietro l'albero di maestra presso la stanga del timone, e chiuso in uno scintillante arnese damascato, coperto di una rotella, col Toson d'oro sul petto, aspettò l'ultimo assalto delle genti di Filippino, che affollate e ruinose, per la corsia gli si serrarono addosso.
Lamberto s'avventò per essere il primo a ferire, ma senza ch'egli sapesse come, gli passò innanzi quel soldato dal morione, ch'egli sempre s'era trovato vicino (e spesso gli avea porto ajuto durante la battaglia) e che a questo punto, percosso tutt'in un tempo da molti colpi, cadde, e sospinto si rovesciò fuor delle sponde nel mare. Parve a Lamberto ch'egli cadendo gridasse il suo nome, ma ravvolto com'era tra' nemici, intronato il capo da tanto frastuono e tanti gridi, neppur fu certo s'egli avesse realmente udito chiamarsi, o se fosse stata immaginazione. Ed intanto (per non allungarla troppo) era stato dopo breve, ma asprissimo contrasto, disfatto e sciolto interamente quel nodo di spagnuoli. Morto il vicerè, il Fieramosca, e quasi tutti coloro che aveano a quel disperato modo tentato prolungar la difesa, la reale di Spagna era venuta in potestà de' Genovesi, che abbattuto lo stendardo di Castiglia v'alzarono invece la croce di Genova tra mille lietissime grida di vittoria.
E ad ottenerla avean cooperato non poco le galere che mandate in alto dal Doria prima che cominciasse il conflitto, eran tornate alle spalle degli spagnuoli, tempestandoli colle artiglierie. Una palla tra l'altre avea in sull'ultimo percossa e sfondata la reale un palmo sott'acqua, onde non appena furono i Genovesi padroni di essa; non appena Lamberto avea avuto tempo di ricever la spada d'un gentiluomo spagnuolo, il conte d'Aguilar, che egli s'era dato prigione, quando s'accorsero che la galera si veniva affondando.
Filippino comandò alle sue genti d'uscirne, e si può credere che fu ubbidito senza ritardo. Parte si gettarono ne' palischermi, parte riuscirono ad arrampicarsi alla prora della capitana, ed in pochi momenti il naviglio fu vuoto d'uomini liberi, ma i galeotti vi rimasero, nè v'era forza umana che valesse a salvarli. Eran già nel mare sino alla cintola e dall'interno della galera, dalle parti basse e cave della carena, l'aria cacciata dall'acqua sopravvegnente, usciva con un suono cupo, quasi un lamento (direbbe un poeta) del naviglio che si sentiva sommergere. Ma ben altri lamenti (e pur troppo qui non era poesia) ben'altre grida mandava la sventurata ciurma, parte cercando con tremendi ed inutili sforzi strappar le catene, parte divincolandosi, gettando qua e là la persona, molti piangendo e gridando misericordia, i più urlando bestemmie e maledizioni: e l'acqua sempre cresceva.
Poco stante venne un'ondata, e dove prima si vedean le sponde, la poppa, lo sprone della reale, le teste, le braccia tese della disordinata ciurma, più non si videro che candide e gorgoglianti spume. Avanzavan gli alberi; chè anch'essi in un baleno entrarono e si nascoser nel mare; e nel punto medesimo un orrendo ed istantaneo scoppio, unito ad un baleno di luce bianchissima, sconvolse ed intronò il mare, i monti, l'armata, e lasciò il tutto in profondissime tenebre. Poi, dopo un momento, un piover per tutto di travi, di legni, di ferri stiantati, di membra d'uomini, di mille frantumi, che cadder nell'acqua o sulle galere, ammazzando e storpiando Dio sa quant'altra gente, e producendo mille mali, e poi un silenzio attonito e pauroso, nel quale più non s'udiva che il sibilo della bufera tra le sarte e le antenne, e lo scrosciar dell'onde che battevan le navi, o mugghiavan lontane nelle scogliere del lido...
Lamberto, dopo questo fatto, venne mandato all'esercito di Lautrec. Vinto e disperso questo, andò in Puglia con Renzo da Ceri, poi, quando fu posto a Firenze l'assedio, deliberò correre tosto ad ajutar la difesa, e non senza difficoltà riuscì pure ad entrare una sera in città: giunto, col cuore che gli batteva, come può credersi presso la casa i Lapi incontrò Laudomia nel modo che già abbiamo riferito.
CAPITOLO XV
Le loro ricerche non furono lunghe, Laudomia s'accorse tosto ch'era pazzia volerne sperar alcun frutto, ed ebbe presto ricondotto Lamberto al portone di casa. Questi avea taciuto un pezzo, ondeggiando in mille pensieri e mille sospetti, pure alla fine non si potè più tenere, e quando vide che era sul timore, disse fermando Laudomia pel braccio:
--Ma non dovrò io sapere che cosa sia tutto questo mistero?--
--Oh! Lamberto, ve ne prego, ritroviamo il babbo prima--rispose Laudomia; pure strascinandolo seco, ed a passo veloce, giunsero ed entrarono in casa.
La giovane picchiò all'uscio di Niccolò, chiamandolo, e nel tempo che egli penò a venir ad aprire prese le mani a Lamberto, e con passione grandissima, e quasi piangendo, gli disse all'orecchio:
--Oh, non dir parola che lo contristi, povero babbo!--
Poi, quando udì i passi gravi del vecchio che s'accostava, spinse così un poco Lamberto, onde il padre non se lo vedesse davanti improvviso, ed in quella l'uscio s'aprì. Niccolò, fieramente turbato ancora per la comparsa della Lisa, alla quale mal grado la sua terribil natura, sentiva pur sempre d'esser padre, aveva il volto affilato e pallido, e malsicuro l'andare. Credè che Laudomia venisse a star seco il resto della sera, che ancora non era molto innanzi, perciò senza parlare ritornò in camera e si rimise sul suo seggiolone presso al cammino, riprendendo un libro di preghiere che stava leggendo. Ma Laudomia accostandosegli, e facendosi lieta in viso quanto poteva:
--Ho una buona novella, babbo,.... sapete chi è arrivato?.... e sta qui fuori?....--
--Lamberto? rispose il vecchio alzando un tratto il viso, e facendo l'atto di rizzarsi.... «Oh! vieni, vieni figliuol mio, gridò;» e Lamberto che stava in orecchi gli si fu in un baleno inginocchiato davanti. Niccolò presogli il capo tra le palme se lo stringeva sul petto. Laudomia in piedi, colle mani giunte e gli occhi al cielo, pregava Iddio che gli ajutasse tutti e tre a questo terribil passo.
Rimasti così un momento senza parlare, Niccolò, discostando da sè il volto di Lamberto, e messagli sulla fronte una mano, si poneva a guardarlo fisso. Alla fine con un sospiro risoluto disse:
--Tu non m'hai più viso di fanciullo. Codesto è viso d'uomo forte ed ardito.... ti sta bene quel bruno.... ti sta bene quel taglio che ti fende la gota... Tu hai attenute le tue promesse Lamberto!... ma noi!....--
E qui il povero vecchio alzando le mani scarne al cielo se le battè sulla fronte coprendosi gli occhi, e stette così tanto che si sentisse sicuro di non prorompere in pianto.
--E noi, proseguiva, che avevam pensato rivederti, riceverti con festa, aprirti le braccia tutti e dirti, ora finalmente sei nostro davvero!... Io che avevo creduto accoglierti colla fronte sicura e serena,.... son qui innanzi a te.... ed è la prima volta in novant'anni, Lamberto!.... Son qui come un reo costretto a confessar l'onta sua colla propria bocca! Io mi sentirei spinto a cader ginocchioni, ma tu non lo vorresti patire.... Ascoltami, Lamberto, e sii uomo, quale dimostri nell'aspetto.--
Il povero giovane, tutto sotto sopra, stava pur sempre con un ginocchio a terra, guardando il vecchio con occhi pieni di maraviglia, e direi quasi di spavento, che dalla bocca di Niccolò cotali parole eran veramente terribili, e da far presagire ogni peggior male.
--Messer Niccolò, voi mi fate morire con questi discorsi così oscuri, parlate, col nome di Dio, e di me non dubitate.--
--Ebbene, sappi dunque, ch'io sono vituperato, che la Lisa ha tradito me, ha tradito te, la casa sua, la patria.....--
Lamberto si trovò in piedi d'un balzo, e senza accorgersene, colla mano in sull'elsa.
--Per Dio eterno, ciò non può essere..... voi siete tratto in errore... e chi v'ha dette codeste favole ne mente per la gola....--
--Lamberto, rispose Niccolò prendendolo pel braccio e facendoselo sedere accanto, io che ti parlo sono suo padre sai!... Ora dunque taci ed ascolta,--Sì, la Lisa ci ha traditi tutti,.... dal sangue de' Lapi, dal sangue di Niccolò ha potuto nascer donna capace di darsi in braccio ad un traditore, nemico di questo popolo di questa città.... tale è stato il giudicio di Dio su questa casa.... _Justus es Domine, et rectum judicium tuum!_--
E qui il povero vecchio dovè tacere un momento per riavere il respiro.
S'alzò: andò ad un forziere, l'aperse, prese una carta, ritornò verso Lamberto, e gliela porse.
--Eramo qui una sera per andarcene a letto: fu picchiato: entrò il Ferruccio, e per parte del gonfaloniere mi diede questa lettera: leggila....--
Lamberto lesse. Il suo viso, che prima s'era fatto rosso e quasi violaceo, diveniva a mano a mano pallido.
--E tutto ciò era vero?--disse alla fine.
--Era vero. E qui Niccolò gli narrava, come essendo salito alla camera delle figlie avesse trovata la Lisa col bambino, e poi tutto il rimanente che il lettore conosce, sino all'ultimo caso di quella sera istessa: e Lamberto ascoltò sino in fine senza interrompere, senza dar segno nessuno di ciò che provava nel cuore: soltanto il lembo d'una panziera di maglia che (stando egli seduto) pendeva lungo gli stinieri di ferro, li faceva risuonar tratto tratto, e n'era cagione il tremito convulso che egli provava in tutte le membra.
Quando Niccolò ebbe finito di parlare, rimasero muti tutti e tre per alcuni minuti.
Lamberto entrando con Laudomia in casa s'era fatto dare dal suo famiglio un involto e la spada che avea ricevuta da Andrea Doria, ed avea deposto il tutto sulla tavola accanto a Niccolò. A questo punto, rizzatosi, aperse l'involto, e trattane una catena d'oro, poi alcune carte, che eran benserviti tutti in sua lode, di Filippino e d'Andrea Doria, ed una tratta di cambio per la taglia del conte d'Aguilar che aveva fatto prigione nella battaglia di Salerno, tenne la spada e le carte in mano un momento, poi gettando a terra ogni cosa, disse, scrollando il capo con un sorriso sinistro che fece agghiacciar Laudomia:
--M'eran costate gran catinelle di sangue!.... alla fediddio, ch'egli è stato bene speso!....--
Spiegata poi una cartolina ne trasse un gambo di rosa inaridito con alcune foglie secche, le gettò nella fiamma, che l'ebbe divorate in un momento, e disse tra se stesso fremendo:
--Oh, quando mi venne in mente di ritornare in Firenze!....--
Niccolò, udite queste parole s'alzò, gli pose una mano sulla spalla, e con voce dolce e grave al tempo stesso gli parlava così:
--Lamberto, non sei tu fiorentino? Non è questa la tua patria, ora minacciata da tanti nemici? E ti potresti pentire d'esser venuto ad ajutarla? Lo sa Iddio se io vorrei colla vita poterti liberare dal tuo giusto dolore.... così avesse Iddio voluta la mia morte e non la mia vergogna!.... Ma chi potrebbe levar la fronte contr'esso, contro il voler suo?.... Il male non ha rimedio!.... e questo male è mio, è tuo, è di questa povera casa, di poche persone private.... e dobbiamo noi averne pensiero, dobbiamo tanto curarlo, quando un male immenso, una rovina universale ed imminente sovrasta alla patria nostra? Oh Lamberto! qui i vecchi, le donne, i fanciulli hanno posto mano alla difesa, e tu....--
--Oh! non mi dite altro, messer Niccolò, chè mi trafiggete l'anima.... E stato un momento! che alla fine il cuore non è poi di bronzo.... Sì, messer Niccolò, sì, padre mio (che a dispetto della fortuna io non vo' più chiamarvi altrimenti) questo braccio, questo sangue è di Firenze: le mie forze, la mia vita, tutto consacro alla patria, alla difesa di questo popolo e della nostra libertà.... Iddio volle togliere tanto bene, tanta dolcezza della mia vita? Sia benedetto il suo santo nome, che la maggiore di tutte non me la tolse, quella di combattere e di morire per la terra ove nacqui, in difesa di quelle mura che chiudono i miei cari, i miei amici, i miei fratelli! Mi vedrete da' merli combattere, cader nel mio sangue; direte: Lamberto è morto da virtuoso, da forte cittadino, e rimarrò per sempre nel vostro cuore, nella vostra memoria... Oh! padre mio, io parlai come un pazzo.... ma perder in un momento ciò che per tanti anni s'è tenuto di mira come il sommo de' beni! che s'è comprato con tanti travagli!.... son uscito di me.... perdonatemi. Oh! quanti si stimerebbero felici,... ora lo conosco.... quanti benedirebbero Iddio di poter dare alla patria la vita! e debbon consumarla vilmente, e perderla alfine inutile ed oscura!.... Ed io invece?... Dio, ti ringrazio, ti ringrazio o Cristo nostro re, che m'hai raccolto sotto la tua bandiera!.... non si parli più d'altro, padre mio, non si parli più di nulla.... combattere, vincere o morire per la patria, per la sua libertà....--
E nel dir queste parole avea la faccia levata, gli occhi scintillanti. Niccolò l'abbracciava con impeto d'affetto e d'allegrezza, e la povera Laudomia, che era stata sempre attenta e muta durante questo colloquio, si trovò, senza avvedersene, avere stretta tra le sue mani candide e delicate, la robusta destra di Lamberto.
Tornata in se dopo un momento lasciò quella mano, ed un poco dopo, arrossita, uscì dalla camera dicendo andava a dar gli ordini, onde i cavalli ed il famiglio di Lamberto fosser messi al coperto.
I due rimasti, sedutisi al fuoco, seguitava Niccolò:
--Bene hai detto, Lamberto; ora è tempo da pensare non ai nostri, ma ai casi di questa povera patria. Ma stiam di buon animo; tutto quanto accade, è stato predetto dal nostro santo maestro: più s'aggrava il flagello, e più si fa vicina la corona e il trionfo, più sembrerà inevitabile la ruina, e più ci sarà d'appresso il soccorso. Quando e' parrà che tutti gli uomini ci abbiano abbandonati o traditi, allora sorgerà la virtù d'Iddio, allora i suoi angeli scenderanno su queste mura a difenderle. Così predisse fra Girolamo. Chi potrà dire che una sol volta egli abbia mentito? Vengan tutte l'armi del papa, dell'imperatore; vengan tutti gli eserciti della terra, potranno essi star contro la spada d'un sol serafino? Contro quella spada che precipitò Lucifero negli abissi?--
Lamberto, che stava immobile fissando il fuoco, rispose così colle labbra:--Voi dite il vero--tanto per mostrare d'aver ascoltato, ma di tutto il discorso del vecchio non avea udita neppur una sillaba. I pensieri che gli agitavan la mente, eran troppo potenti perchè fosse in istato di dar retta ad altro. Diceva a se stesso--Tu abbandonasti la mamma vecchia, inferma, già con un piè nella fossa, tutto per costei, per guadagnarti il suo amore, per meritar la sua mano. Eccoti tornato. Dov'è tua madre? Morta. Dov'è la Lisa? Peggio che morta--è fuggita con un traditore!.... Oh! è giusto Iddio.
Fortuna pel povero giovane che era partito d'accordo colla madre, ch'essa l'avea benedetto; ove la cosa fosse andata altrimenti, ora il dolore l'avrebbe morto.
Niccolò intanto per isviarlo più che potesse dal pensiero delle sue sventure, ed accenderlo in quello della difesa, proseguiva:
--Ma perchè Iddio all'ultimo ci ha promesso il suo ajuto, non per questo dobbiam lasciar d'ajutarci, fin dove giungon le forze e la vita. S'è pensato a tutto, Lamberto: e le cose son governate in modo che quest'esercito vuol far poco profitto. Per ora intanto, chi si vantava d'inghiottirsi Firenze in un sorso, non è stato neppur capace di vincere il campanile di S. Miniato....--
--Ditemi, messer Niccolò--interruppe Lamberto, ma la parola gli morì sulle labbra. Voleva domandar di sua madre, parlare de' suoi ultimi momenti, sapere se avea pronunziato il suo nome, se prima di passare avea chiesto poterlo vedere, se l'avea benedetto, se pareva adirata con esso lui, se gli avea perdonato il suo allontanamento, e cent'altre cose. Ma al momento di muover la parola glie n'era mancato il coraggio. Vi sono tali ferite del cuore tanto intime, tanto acerbe ed irritabili, che non v'ha modo a trattarle. Difficilmente l'uomo s'attenta a palesarle, a parlarne; sembra che que' pensieri stessi già tanto dolorosi quando pesan sull'anima taciti e profondi, espressi colla voce si farebbero troppo enormi e tremendi; e si sente che esacerbati d'un sol grado diverrebbero maggiori delle forze dell'uomo. Rimase perciò un momento sospeso, e ripetendo poi la frase, ma con mutato pensiero: