Niccolò de' Lapi; ovvero, i Palleschi e i Piagnoni

Part 14

Chapter 143,879 wordsPublic domain

Visto che non era prontamente ubbidito, ripetè l'ordine, e questa volta con quella voce alla quale nessuno di casa s'attentava a resistere. La povera Laudomia uscì coprendosi il viso colle mani. Il vecchio, soprastato così un poco origliando, quando udì perdersi lo strepito de' passi di Laudomia che lentamente saliva, andò prestamente nella camera ove era la dispensa, pose in una tovaglia quanto pane vi potè capire, e venuto al portone l'aperse, lasciò sul limitare la provvisione, e richiuse col chiavistello. La povera Lisa, udendo aprire, s'era alzata tosto dal luogo ove giaceva con tutta la fretta che le concedevano le sue poche forze, tutta l'ansia che si può immaginare, e s'era mossa, sperando venire accolta in casa: ma giunse appunto quando il chiavistello veniva ricacciato negli anelli, e vide a terra la tovaglia col pane. Tante umiliazioni, tanti mali l'avean prostrata; non ebbe più forza nè di piangere nè di dolersi. Sedè sulla soglia, prese un pane e cominciò (chè si sentiva mancar dalla fame) a mangiarlo con avidità. Spento, o sospeso almeno ogni senso de' suoi mali morali, pensò, sospirando pel desiderio:

--Che ristoro, che bene mi avrebbe fatto un buon fuoco ed un po' di vino, così intirizzita, così debole come sono!--

Laudomia intanto, salita appena, era di nuovo scesa senza lume, scalza, per non far rumore, sperando ingannar la vigilanza del padre, e poter giungere alla Lisa: facendo capolino dall'alto vide l'atto di Niccolò, lo vide fermarsi dopo chiuso il portone e rimanere colla fronte bassa alcuni minuti, che le parvero mille secoli, poi asciugarsi gli occhi col dosso della mano, ed alla fine rientrare nelle sue camere. Laudomia si lanciò al chiavistello, l'aperse adagio, adagio, uscì in istrada: era scura e deserta; fece alcuni passi chiamando a voce bassa, ma quanto potè distinta, «Lisa mia! Lisa mia! Nessuno rispose: eppure, pensava, non può esser ancora tanto lungi che non m'oda: oh, sapessi per qual parte ha preso! Averla forse qui presso e non poterla trovare! E s'io non uso quest'occasione, forse mai più!.... Griderò più forte; accada che vuole.» E la buona Laudomia con voce acuta chiamò due volte la sorella.

Una voce, non femminile, ma forte, maschia e vicina, le rispose dicendo:

--Chi può chiamar la Lisa per la via a quest'ora?--

E tosto le fu sopra un uomo d'arme a cavallo che rattenne la briglia mentre la giovane sbigottita rifuggiva all'uscio di casa. Entrò, ma non lo chiuse, e si volse incerta, chè passato il primo sgomento le era parso quella voce non le giungesse nuova.

Il cavaliere fattosi avanti, smontò e le disse:

--Laudomia, voi cercate di Lisa in istrada, a quest'ora?--

--Oh Lamberto!....--

Ma non potè dir altro, chè questa comparsa così improvvisa le fu come un colpo di fulmine. L'avea pur tanto sospirata, anche dopo il caso della sorella, poichè conoscendo bensì quanto sarebbe stato doloroso il narrarglielo, pur l'idea di Lamberto vicino la rassicurava, le sembrava avrebbe una guida, un appoggio: che egli saprebbe trovar rimedi ove nessun ne trovava; consigli, mentre venivan meno ad ognuno. Figurandosi il suo arrivo, se lo era immaginato in modo che non le mancasse tempo a preparar le parole; colta ora così improvviso, non potè per brev'ora nè parlar nè rispondere.

Ma tornata tosto al pensiero della Lisa che intanto sempre più s'allontanava, e preso risolutamente partito, diceva con parlar celere e pieno d'istanza:

--Lamberto! Iddio, vi ci ha mandato.... La Lisa era qui ora.... sarà poco lontana.... cerchiamola, non vi posso dir altro.... chè se si perde un momento.... oh Lamberto! andiamo.... saprete il motivo.... ma andiam presto.--

Lamberto, lontano mille miglia dal vero, sentì però darsi da queste strane parole una botta al cuore; ben conobbe che qualche gran cosa v'era sotto; ma come forte e discreto, cacciato ogni altro pensiero, senza domandar più oltre seguì la giovine, che fatta sicura per tal compagnia, mise in cuore di cercar tanto finchè trovasse la sorella. Tiravano verso il Duomo, e ad ogni passo la chiamavano a nome.

Ma prima di narrar l'esito di quest'inchiesta, sarà bene dir due parole dei casi di Lamberto dal giorno ch'egli uscì di casa Lapi.

Ardeva in quel tempo la guerra tra Carlo V e Francesco I. Il popolo di Firenze, che per antico uso seguiva la fortuna di Francia, aveva nel campo francese un suo cittadino, il più riputato e valente soldato che fosse allora in Italia, Giovanni de' Medici, capitano di quelle bande famose, che dopo la sua morte furon dette bande nere. Lamberto propose mettersi nella sua scuola, e da un cittadino amico de' Lapi, ebbe una lettera che molto lo raccomandava al capitano fiorentino. Saputo ch'egli era in Lombardia, ove già romoreggiavano le genti tedesche, che condotte da Giorgio Fronsperg per la valle dell'Adige calavano in Italia, prese il suo cammino per Bologna, Parma e Piacenza, ed a piacevoli giornate, per non trovarsi, giungendo, troppo male a cavallo, dopo non molti giorni si trovò a Milano.

La terra ed il ducato si tenevan per l'imperatore, ed era tutto pieno d'armi tedesche e spagnuole sino alle rive dell'Adda. Di là dal fiume, l'esercito di Francia, s'alloggiava pei borghi e per le terre della Ghiara d'Adda; e Giovanni colle sue bande era in quel momento a Rivolta con parte delle genti; il resto l'aveva sparso da Vailà sino a Casirate. Siede Rivolta non lungi dalla riva sinistra dell'Adda tre miglia al disotto di Cassano, pel di cui ponte avrebbe dovuto passar Lamberto; ma v'era a guardia un grosso d'imperiali, i quali, vedendo un uomo d'arme avviarsi al campo nemico, l'avrebbero senza dubbio fermato. Bisognava dunque provvedersi d'altro tragitto.

Il più spedito, ed insieme il più pericoloso, era guadar l'Adda rimpetto a Rivolta; a questo s'appigliò Lamberto pensando «Più che la lettera mi gioverebbe appo il sig. Giovanni s'io potessi giungere al campo dando segno alcuno della mia virtù sotto gli occhi suoi proprj.» Così deliberato, partì una mattina nel finir di giugno, allegro e contento da Milano, sul suo buon cavallo che avea ristorato dal viaggio, ed ottimamente in arnese di tutte armi; e passando libero tra molte truppe di soldati, che lo credevan di parte imperiale, poco dopo mezzogiorno si trovò là dove le campagne cessando d'esser coltivate s'imboscano, ed il terreno divenendo ghiajoso mostra non lontana la corrente del fiume.

Seguì la strada che s'avvolgeva entrando fra certi macchioni, ora sassosa ora affondata nella sabbia, e giunto ov'era un poco di rialzo scorse, in mezzo ad un largo letto di ghiaje aride e bianchissime, scender veloce e limpida l'onda dell'Adda. Al di là, sul campanile di Rivolta, vide sventolare la bandiera del sig. Giovanni, le Palle de' Medici. Quella vista non potea non offendere chi era nato del popolo di Firenze, e Lamberto stringendo i denti, e dando di sprone al cavallo, pensava «Peccato ch'io pur debba combattere sotto quella impresa!» ma gli sovvenne tosto, che il ramo mediceo, dal quale usciva il valoroso capitano, era capital nemico di quello che tanto avea pesato su Firenze, e cacciati que' molesti pensieri passò innanzi.

Qui però, conoscendo esser per lui il luogo di maggior pericolo (poichè in tempo di guerra, come ognun sa, passar la linea che divide gli amici dai nemici è tenuto per atto sospetto) e dubitando incontrar qualche mano d'imperiali che corresse velettando quella riviera, s'inforcò meglio sulla sella, imbracciò più stretto lo scudo, e colla lancia alla coscia era tutt'occhi, camminando pur tuttavia, per non esser colto improvviso.

S'era provveduto a tempo. Uscito appena dal bosco, non avea fatto dieci passi sulla nuda ghiaja quando si sentì alle spalle uno stormir di frasche e voltosi al rumore, vide sbucar dalle macchie tre balestrieri a cavallo e due barbute, che tutti insieme di mezzo galoppo gli vennero sopra. Egli avea scorto sulla riva opposta buon numero di soldati delle bande che cercava, e tra loro due a cavallo di nobil presenza che pareva l'attendessero ad osservare che cosa dovesse nascere di quest'incontro. Pensò in cuor suo «Oh, fosse costà il sig. Giovanni!» e questa speranza gli raddoppiò l'ardire e perfin la forza, e disse tra denti «Uno contro cinque: è una buona occasione. Ora Iddio m'ajuti.»

Fattosi avanti, una delle barbute gli gridò:

--Chi sei, e con chi stai?--

--Con nessuno: rispose Lamberto senza far atto nè di muoversi, nè d'arretrarsi.--

--Chi viva!--Replicò l'altro arrestando la lancia.

--Viva il sig. Giovanni, viva Firenze, e muojano i marrani! gridò Lamberto in modo che, udito dall'altra riva, cento voci ripeterono il medesimo grido: ma nel mandarlo, il giovane, piantati di forza gli sproni ne' fianchi al cavallo, s'era lanciato contro l'avversario, e, passatogli colla lancia l'arcione dinanzi, lo ferì nella coscia, e lasciandolo, che tutto rannicchiato accennava di cadere, si volse agli altri.

Fortuna per lui, che su quella ghiaja piena di ciottoli e di pietre grosse i cavalli mal si potevan maneggiare, onde non vennero ad essergli tutti addosso ad un tratto, chè al certo si trovava spacciato: ma pure, per quanto fosse valente della sua persona, per quanto disperatamente menasse le mani, difendersi contro quattro era difficile impresa. Pure, furon poco stante ridotti a tre, chè Lamberto, in mezzo a quel tempestare, n'avea veduto cadere uno senza essersi accorto, in tanti colpì, quale gli fosse toccato.

Così sempre ravvolgendosi tra loro, e combattendo, s'erano accostati alla riva, e Lamberto, che sentiva negli orecchi le grida di _dagli, dagli_, dalla sponda opposta, voleva esser fatto a pezzetti prima d'arrendersi. Conobbe pure alla fine che dirla solo contro tanti era pretender troppo dalle sue forze e dalla fortuna.

Preso il suo vantaggio, si lanciò nel fiume lasciando sulla sponda due de' nemici; ma il terzo più pronto, gli tenne dietro quasi nell'istesso tempo, tanto che i cavalli ebber presto l'acqua fino al petto, e quello di Lamberto aveva alla groppa la testa del cavallo nemico.

L'animoso giovane volgendosi tirò una punta al cavaliere: non potè passare il corsaletto del quale era armato, ma fu di tanta forza che la lama volò in pezzi; il percosso collo stringer le cosce comunicò l'urto al cavallo che già si reggeva mal sicuro sul fondo incerto del fiume, l'uno e l'altro andaron sotto in un tonfo profondo, ed uno scoppio di grida lodò dalla riva il bel colpo di Lamberto. Alcuni archibusieri del sig. Giovanni avevano intanto coi loro tiri fatto arretrare i nemici: a Lamberto non restava altro contrasto che quello del fiume. In quella vede riuscir dall'acqua assai lontano il capo del cavallo caduto che notava a salvamento, e a poche braccia il cavaliere, ma abbandonato in atto di chi abbia smarriti i sensi.

A Lamberto, che l'avrebbe poco prima morto a buona guerra volentieri, increbbe ora di vederlo affogare: volse la briglia verso lui stimolando il cavallo, mentre i soldati del sig, Giovanni accortisi del suo disegno gli gridavano con grandi schiamazzi==Lascialo bere!==Colui per sua fortuna non era nel filo della corrente, ma in uno spazio ove l'acqua ripercossa da un gomito della sponda si rivolgeva all'indietro; onde Lamberto ebbe agio di giungere ad afferrarlo per le coregge della corazza, e tirandoselo dietro spinse il cavallo di traverso nella corrente. Questa era profonda e rapida nel mezzo, il povero animale dovea portar quasi doppio peso, e poco mancò la carità di Lamberto non gli riuscisse fatale. Pure senza smarrirsi d'animo, preso colla sinistra il crine del cavallo che aveva appena il capo fuor dell'acqua, animandolo colla voce e col calcagno, riuscì alla fine, deviando però molto, a toccar l'altra riva.

Fu raccolto con gran festa dai soldati spettatori di quel bel fatto, e molti entraron nell'acqua per ajutarlo a sorgere, e togliergli l'impaccio di quell'uomo mezzo morto, che stesero sulla riva a bocca sotto motteggiando del bello sturione, com'essi dicevano, che aveva pescato.

Sopraggiunse in quella un giovane a cavallo di aspetto altero e di membra fortissimo, con un cojetto indosso, ed una rotella in braccio nella quale eran le sei palle in campo d'oro. Tutti s'allargarono riverenti, ed egli fermatosi presso Lamberto, il quale tutto grondante d'acqua (e dalle spalle stillava pure a gocce sanguigne) era scavalcato, gli disse con parlar tronco; ma sorridente ed amorevole.

--Chi sei tu, che combatti contro cinque uomini per gridar il mio nome?--

--Il mio è troppo umile e basso, perch'egli non giunga nuovo all'Ecc. V., rispose Lamberto, beato oltre ogni credere d'essere stato veduto in quella occasione dall'istesso capitano: ho però qui una lettera di Messer (nominò chi l'avea scritta) se pure l'acqua non l'avrà disfatta, che potrà dare all'E. V. contezza dello stato mio, e farle fede quanto sia grande in me il desiderio di venire ammaestrato in questa prima, e mirabile scuola della milizia italiana.

Nel dir queste parole sfibbiatosi da un lato il petto di ferro, si cercò in seno, e ne trasse una carta che l'acqua aveva però risparmiata in gran parte. Giovanni la prese, dicendogli:

--Quanto al venir ammaestrato, pare che poco ti faccia mestieri, tuttavia, vediamo.--

Mentre Giovanni de' Medici leggeva, Lamberto sfogando a sua posta la smania che sentiva già da gran tempo di conoscere di veduta un così valente e riputato signore, ne ammirava la fiera presenza, l'atto del cavalcare, ardito e disinvolto, guardandolo con quell'appassionata venerazione che invade ogni anima generosa e ancor digiuna di gloria all'aspetto di chi è già fatto chiaro per grandi ed onorate imprese. Non avrebbe mai osato sperare la fortuna tanto amica quanto gli s'era mostrata in questo incontro; ed il trovarsi ora ad un tratto venuto in onore presso i suoi nuovi compagni, ben accolto e lodato alla loro presenza da un tant'uomo gli destava il senso d'una felicità troppo grande per non crederla un sogno. Col cuor palpitante, e gli occhi umidi per l'allegrezza, col viso adorno d'una cotal trepidazione, che riusciva più bella in chi pur ora avea dato segno di tanto ardire, aspettò immobile il fine della lettura.

--Tu stavi con messer Niccolò?--disse alla fine Giovanni alzandogli gli occhi in viso: poscia aggrottate le ciglia, soggiungeva battendo colla destra sulla rotella:

--Col maggior nemico di questo scudo?--

Lamberto era tanto affascinato dalla presenza di Giovanni, che stette per rinnegar la parte dal popolo, e Niccolò con essa. Ma egli era di quelle anime incapaci di cader mai in atto che abbia ombra di viltà, onde rimasto un momento incerto, alla fine, modesto ed ardito insieme, rispose:

--Ecc., Niccolò è popolano, ama la libertà di Firenze, e non è nemico che de' suoi nemici.--

--E perciò egli non può esser pallesco. Bene, Lamberto, così parla un valentuomo qual tu sei. E poi cacciatosi a ridere soggiungeva: oramai neppur io son più pallesco; papa Clemente l'accoccherebbe a me se potesse, ed io a lui.... Orsù, sta bene.... tu hai fatto tal prova che questa lettera poteva anche andarsene giù per l'Adda. Capitan Puccino, scrivi questo giovin dabbene nella compagnia, e stasera ne verrai con esso a cena in castello.--

Dette queste parole volse il cavallo, e di mezzo galoppo prese la via di Rivolta.

CAPITOLO XIII.

Il capitano Puccino, al quale Lamberto era stato affidato, si fece avanti per condurlo all'alloggiamento.

--Andiamo, valentuomo, gli disse, l'acqua che ti gocciola d'indosso da quel che vedo non è chiara per tutto.--

--Nulla, nulla, rispose Lamberto, una leccatura qui nella spalla.... Lasciatemi prima dar un'occhiata a quel balestriere che ho fatto prigione.... s'egli è di qua o di là.--

Itosene in così dire ove l'avean dapprima posto a giacere, lo trovò in mezzo a un cerchiello di soldati, e già s'era levato a sedere, nè pareva lontano dal riprender del tutto gli spiriti e le forze.

Mentre Lamberto nel fiume s'ingegnava di trarlo a riva, que' soldati vedendo il suo pericolo e la fatica che durava, avean detto tra loro: «Costui vuol far la fine di Francesco Sforza!, il quale per voler ajutare un suo paggio che s'annegava nel fiume Pescara, vi rimase egli stesso annegato.»

Visto poi che il giovane n'usciva ad onore, uno cominciò a dire «Evviva Sforza!» e un altro: «bravo Sforza» e «ben venga Sforzino» e così per quel bisogno di soprannomi che s'aveva allora in Italia, tanto più tra le milizie, ed anche ignorandosi da loro il nome di Lamberto, gli rimase quello di Sforzino, che non andò più giù fin che visse, e che ricordando un suo bel fatto, egli udiva volentieri.

--Vieni qua Sforzino, disse ridendo uno di costoro, chè questa volta hai guadagnata la taglia d'un principe.

Accostatosi Lamberto, vide che faccia principesca avesse costui. Era un omotto piccolo e tarchiato, con una faccia tonda e scimunita; capelli e baffi biondi come lino cardato, e quanto all'arme ed alle vesti in poverissimo arnese.

--A noi, compare, disse Lamberto sorridendo anch'esso, sentiamo chi tu sei, e come hai nome.--

--Io, signore, star pofere soltate sguizzere, venir in Italia con capitano Altsax: perchè cretute qui befer molto pon fino: e in contrario befuta molta acqua....--

E seguitando su questo fare diceva esser del cantone di Zurigo, chiamarsi Maurizio Schuber, e non poter pagar riscatto, poichè era, _pofere soltate_; ma esibirsi pronto a seguir sempre come famiglio quegli che oltre l'averlo abbattuto, l'aveva poi campato da quella maladett'acqua che tanto detestava.

Lamberto gli oppose, che non essendo neppur esso ricco soldato, non potrebbe seco toccar stipendi: ma lo svizzero protestando non potersi scioglier giammai dal grand'obbligo che gli aveva, essendo per opera sua campato da quella morte acquatica, sopra ogn'altra funestissima, volle in tutti i conti seguir la fortuna del suo liberatore. Questi distinguendo pure nelle sue rozze parole una cotale schietta e leale semplicità, avendolo anche conosciuto alla prova per uomo ardito e da dir la sua ragione coll'armi in mano, si risolse accettarlo.

--Capitan Puccino sono con voi--disse volto alla sua guida, e s'avviarono tutti e tre all'alloggiamento, mentre que' soldati motteggiando Lamberto gli andavano dicendo:

--Evviva Sforzino! Hai fatto un bel guadagno, invece di taglia, avrai a dar le spese a questo poltrone!....--

Il castello ove il sig. Giovanni avea invitato Lamberto ed il capitan Puccino, era lontano tre miglia. Sorgeva sul ciglio d'una ripa sparsa di boscaglie e sovrapposta ad acque stagnanti, avanzi d'innondazioni dell'Adda, che gli agricoltori, sbattuti sempre dalle guerre, non avean nè tempo nè mezzi d'inalveare. Intorno al castello molte povere case di villani, la più parte coperte di paglia, formavano un piccol borgo detto Casirate.

Il capitan Puccino, e Lamberto col suo nuovo famiglio vi giunsero sulle ventitrè e scavalcaron tutti (chè que' soldati avean per loro umanità ripescato allo svizzero anche il cavallo) nel cortile del castello. Era un recinto irregolare, composto di edificj di varie forme, circondato da una fossa e dominato da un torrione quadrato e massiccio che s'ergeva sull'orlo della ripa. Quivi era la stanza di Giovanni de' Medici, e, per usare la parola moderna, il suo quartier generale.

Poichè Lamberto fu ben rasciutto ed ebbe medicata la piccola ferita della spalla venne condotto in una gran sala terrena, ov'era apparecchiato per forse una trentina di persone, chè il sig. Giovanni splendido e generoso teneva tavola di continuo ai suoi caporali. Egli ricevè il giovane come persona d'antica dimestichezza, salutandolo colla mano, e voltosi al castellano Galeazzo Menclozzo barone della terra, ed a molti ufficiali ch'erano già radunati per la cena, raccontava loro il bel fatto del guado di Rivolta.

Giunsero a poco a poco gli altri invitati, vennero le insalate in gran piattelli, secondo l'uso del tempo, che voleva s'incominciasse da questa vivanda, ed ognuno si pose a mensa.

Chi vuol avere il perfetto ritratto di Giovanni de' Medici, aggiunga due baffi castagni alla testa di Napoleone, e la ponga su un corpo grande e robusto.

Lamberto pareva non si potesse saziar di guardarlo, e considerando poi ad un per uno tutti quanti eran seduti a quella tavola, notando i visi arditi e sdegnosi, le robuste membra, l'atteggiarsi marziale de' suoi nuovi compagni si sentiva così contento, ed aveva questa contentezza così chiaramente dipinta in viso che il Puccino indovinò i suoi pensieri.

--Che te ne pare eh? Sforzino? Ti so dire che ti puoi vantare d'aver cenato stasera coi primi bravi d'Italia. Vedi quello a destra del sig. Giovanni, è Orazio Baglione, figlio di Pagolo e fratello di Malatesta, che è stato un pezzo co' Veneziani. L'altro a sinistra, quel piccolo con que' due occhi tutti pepe, è Ivo Biliotti. Sampiero da Bastelica è quell'altro. Codesto lo conoscerai, è nostro fiorentino, Cecchino del Piffero lo chiamiamo noi, ma egli è de' Cellini. Il fratel suo è assai buono orefice: gli sta però meglio in mano la daga che il cesello.--

Lamberto s'era accorto che tra mezzo a costoro, giù in fondo alla tavola, v'era una donna; vestita com'era da uomo, ed all'incirca simile agli altri, non dava nell'occhio così alla prima. Osservandola poi più minutamente, certe trecce di capelli neri che in parte si mostravano sotto una berretta rosata ad orlo frastagliato che portava sull'orecchio alla brava; il petto colmo non del tutto celato da un farsetto a liste nere e rosate, palesavano chiaramente il suo sesso. Il solo viso non avrebbe forse bastato a darne contezza, chè poteva anche star bene ad un bel giovane di diciotto anni. Il balenar rapido e protervo delle pupille, le risa sfrenate, ed un certo che d'impudente in ogni moto, in ogni atto, mostravano poi tutt'altro che femminile ritegno.

Il viso, considerato attentamente, ed un po' a lungo, si ricomponeva per dir così, tratto tratto: lo sguardo allora cadeva spento e sinistro sugli astanti, le labbra tumide e colorate si chiudevano togliendo alla vista due file di denti bianchissimi, e divenute pallide e sottili parevano esprimere tutt'altri affetti, ben più profondi di prima: sprezzo, dispetto, ironia, ira e dolore talvolta. E quando meno l'aspettavi, ecco di nuovo ricomparirle sul viso una gioja ebbra e sfrenata: si sarebbe creduto che due anime albergassero in quel corpo a vicenda.

Lamberto accennando ad essa coll'occhio, disse al Puccino sorridendo:

--Anche codesto bel giovane è uno de' primi bravi d'Italia?--

--Quello, o per dir meglio quella giovane, (chè vedo sei un buon bracco e tosto hai scovato il lepre) non ha forse paura di quanti siam qui, coll'arme in mano. Essa è la più nuova creatura che tu vedessi mai; uomo, donna, soldato, cortigiana.... questo, proseguiva ridendo, questo, cred'io più di ogni cosa. Ma non delle solite, che ora è di tutti, ora di nessuno: ora ride, si dà buon tempo, e fa un chiasso del trentamila, ora non le si può dire che begli occhi avete in fronte, chè non risponda una carta di villania; ora amorevole, ora perversa come la versiera. Io dico che n'ha un ramo. Certi voglion vedervi sotto di gran cose (chè non si sa di dove sia scappata fuori) voglion che sia.... che sia.... che so io? Ne dicono tante!.... a me, a guardarla in viso.... mi par sangue di zingani, ma, quel che è certo, è mezza pazzericcia; per non dir pazza intera.

In questa il sig. Giovanni, cui poco durava la pazienza a star a tavola, s'era alzato ed insieme la maggior parte de' convitati ch'eran seco usciti in cortile. Alcuni ne rimaser seduti; e tra gli altri Lamberto che stava udendo il Puccino, e la donna che badava a sghignazzare co' suoi vicini. Il giovane avvezzo in casa di Niccolò all'austera virtù de' Piagnoni, coll'immagine pura della Laudomia dipinta nella mente e quella di Lisa scolpita nel cuore, osservò costei qualche momento, ma quantunque nell'età ove i sensi più facilmente s'infiammano, la guardò con ripugnanza, e fece l'atto d'alzarsi per andarsene.