Niccolò de' Lapi; ovvero, i Palleschi e i Piagnoni
Part 13
Procurando andar rasente il muro; e per dirigersi (avendo le mani impedite brancolar non poteva) alzava gli occhi tratto tratto, e seguiva la linea de' tetti, che in quell'oscurità generale erano più scuri del cielo, appena tanto da poterli distinguere. Andò così un buon pezzo vagando, ed a poco a poco l'idea dello stato presente, del pericolo, del patire del figlio, cacciò o distrusse ogni altro pensiero. L'idea che s'ella fosse venuta meno, il povero Arriguccio sarebbe spirato nel fango di freddo e di disagio, forse in pochi minuti, valse a ritornarle quella forza che già sentiva mancare: pregò Dio col cuore, e riflettendo a qual partito dovesse appigliarsi, si risolvette andar da una parente che le s'era sempre mostrata amorevole.... ma stava fino in porta S. Friano. Pure non conosceva altro rifugio, s'avviò. Poco pratica delle strade, così allo scuro, ed in tanto travaglio d'animo presto, come suol dirsi, perdè la tramontana, nè seppe più in quale strada si trovasse. Si fermò un momento per riprender gli spiriti e raccoglier le idee, e calcolando la strada fatta le fu avviso trovarsi in faccia al Duomo, di dove pel corso degli Adimari potea dirigersi verso l'Arno. Ma scostandosi da un muro che aveva alle spalle e procedendo avanti credendosi in piazza, dopo otto passi diede invece nel muro infaccia d'una via stretta, poichè senza accorgersene avea voltato dietro l'arcivescovado, e per Calimala era venuta verso porta Rossa.
Allora, perduta adatto ogn'idea del luogo ove fosse, sentì, insieme colla speranza, mancarsi l'animo e le forze, e si mise a piangere dirottamente, pur alzando tra i singhiozzi la debol voce a chieder ajuto per amor di Dio. Ma nessuna finestra s'aprì, nessuna luce comparve.
--Oh Dio mio! Dio mio, disse la misera stringendosi al seno il figlio, ch'egli abbia a morir a questo modo in mezzo a Firenze!---
Ed alzò più forte la voce, che finì in istrido disperato. Tutto inutile. Le corsero allora alla mente le cagioni della sua presente sventura: ripensò rapidamente gli odj di parte, le preghiere fatte quella sera stessa, i furori de' Piagnoni, li maledisse, maledisse la patria!... ma il suo dolore s'era mutato in follia. Merita compassione. Crebbe allora l'affanno del respiro, un sudor freddo le usciva da tutti i pori, e le parea sentirsi agghiacciar l'alito nelle fauci. Le ginocchia le mancarono affatto, dovette accosciarsi rasente il muro; un torpore mortale le invase le membra pel quale a poco a poco anche la mente le si venne oscurando: non era sonno, non era svenimento, ma un misto d'ambedue.
Rimase in questo stato brev'ora, sopraggiunse per sua ventura la scolta guidata da Fanfulla, dal quale venne raccolta, e confortata nel modo narrato al capitolo VII. S'egli avea sentito premura per lei al primo vederla, tanto maggiore la provò quand'ebbe udito i suoi casi. Le si profferse in tutto quanto era in poter suo, interrogandola al tempo stesso, che cosa pensasse di fare. Ma neppur essa lo sapeva. Andar da quella parente come avea divisato quando si trovava sola, abbandonata da tutti, ora non ci si sapea risolvere: era una casa di Piagnoni arrabbiati, come tutti i congiunti e gli amici de' Lapi, ed oltre che aveva in uggia più che mai in quel momento cotesti furori, era di più molto incerta se, saputo il suo matrimonio con un Pallesco, avrebbe trovato carezze ed accoglienze, od invece rimproveri e male grazie.
Quantunque caduta sì basso, il suo animo ripugnava a porsi in casa altrui in figura di colpevole e di supplicante. Rispose dunque a Fanfulla, che se Iddio, ed egli non l'ajutavano, non sapeva quanto a lei che cosa divenire.
--Vi sarebbe un mezzo, soggiungeva, ed il migliore di tormi d'affanni, condurmi al campo a trovar mio marito!
--Eh figliuola, al campo! giusto; la via dell'orto! Prima, per bando del sig. Malatesta, nessuno può uscir di Firenze se non comandato, e per combattere; poi, un affare di poco! condurre una donnetta del vostro taglio col bambino, che se gli salta di cacciarsi a urlare, felice notte.... no, no, questa lasciamola per l'ultima.--
Alla povera Lisa si gonfiaron gli occhi di lacrime vedendosi tagliar la via di condursi a quello che era pur sempre signore del suo cuore. Sospirava e taceva, Fanfulla soprastato così un poco a pensare, scrollò il capo in atto di risolversi e disse:
--Orsù, per qualche tempo.... finchè arriverà... ci penso io.... Venite meco.--
Presosi il bambino in collo e coll'altra mano reggendo la Lisa uscì dalle camere della guardia, che potea star poco ad albeggiare, e dopo alcuni minuti si fermò all'uscio d'una casetta in via Larga. Dopo otto o dieci bussate l'uscio s'aprì.
--Aspettatemi qui un momento, disse Fanfulla entrando. Ricomparso dopo alcuni minuti mise dentro la Lisa, che in una povera cameruccia trovò una vecchia consumata dallo stento ma di benigno viso, la quale l'accolse con mostra di buon volere e di compassione. Si può imaginare se la povera giovane avesse bisogno di conforti d'ogni qualità! Pochi ne potè trovare, ma porti con amorevolezza, in quell'estremo bastarono pure ad ajutarla, e fatta porre su un lettuccio col suo bambino, benedisse Iddio di trovarsi ancor tanto latte da poterlo addormentare: quando lo vide dormire, la stanchezza vincendo a poco a poco il senso della sua sventura l'immerse in un sonno placido e profondo.
Fanfulla intanto, visto appena che le cose si avviavan bene, se n'era uscito, promettendole che si sarebbe lasciato rivedere. Quando fu in istrada camminava a capo basso, colle mani dietro le reni, scrollando il capo e soffiando: poi un tratto si cacciò a ridere, e disse:
--Ora che il capitan Fanfulla ha creduto bene di farsi cavaliero di questa dama, e che le ha detto _ci penso io_.... al fornajo, ben inteso, vediamo un po' se non se l'ha per male; con che quattrini le farà le spese? E non si scordi che la terra è assediata, e se la fame non cresce, che più di così e impossibile, cresce almeno ogni giorno il prezzo del grano!.... A te, rispondi.--
La risposta del buon Fanfulla fu cacciarsi a ridere un'altra volta dicendo:
--Proprio tutte a me mi capitano!.... Uh, fosse il tempo del sacco di Roma!... ma tosto dandosi colla mano sulla bocca si ricordò che dal sacco in poi aveva fatto di gran discipline appunto per iscontare il mal guadagno d'allora. Si recò in mano le poche monete si trovava indosso, avanzo della paga ricevuta a conto dal signor Malatesta. Il poveraccio n'avea donato la maggior parte all'ospite della Lisa pel suo mantenimento, salvandone appena un terzo per sè, ma la provvisione, tanto per l'uno che per l'altra, potea servire una settimana malvolentieri. Pensando e ripensando, alla fine gli venne un'idea, ma dovette esser tremenda per lui, poichè gli trasse un gemito dal petto, come v'avesse materialmente sofferto la trafittura d'un ferro.
Si contorse, combattè, respinse l'idea, la discacciò, e raddoppiava il passo sperando lasciarsela dietro le spalle. Ma quella maladetta idea gli ronzava nel capo, lo molestava, cacciata di qua ricompariva di là, e quantunque non lasciasse di pungerlo, aveva però in se una potenza attrattiva d'un genere così irresistibile, che alla fine rimase essa padrona, ed il povero Fanfulla dovette proprio fare a suo modo.
Sapete che cos'era quest'idea? Rinunziare, niente meno, a far com'egli diceva il mestiere a cavallo, non esser più uomo d'arme, mettersi nelle fanterie e vendere il suo vecchio Grifone.
Un cuore come Fanfulla non v'è più in questo nostro secolo d' _egoisti_!
Era tanta la pietà del caso della Lisa, ed il punto d'onore di non mancare alla promessa, che dovette, non trovando altro modo, attenersi a questo, benchè sopra tutti enorme e doloroso. Proseguì il suo cammino colla fronte bassa ed avvilita, come colui che già si sentiva caduto di grado, e nel solco della cicatrice che gli divideva la guancia scese lento, lento, un certo umido che in tutt'altri si sarebbe chiamato una lacrima. Ma Fanfulla, chi diamine vorrebbe dir che piangesse!
Si condusse alla stalla ove teneva il cavallo e nel guardarlo pensava:
--Chi vuoi tu che compri questo povero animale? Torse lo sguardo ed il capo dal suo antico compagno al quale gli parea quasi farsi traditore, ed andò difilato ove alloggiavano gli uomini della compagnia del sig. Amico d'Arsoli. Nelle scaramucce che si facevano alla giornata sempre qualcuno ne rimaneva a piede. Fanfulla profferse il suo cavallo ad uno di costoro, e quantunque risoluto in tutto all'enorme sacrificio, gli rimaneva però nel cuore un resto di speranza, di non trovare chi volesse far il negozio per esser la bestia troppo sfinita. Ma in quel tempo non bisognava cercar cinque piè al montone, ed uno di que' caporali, fu contento pagarlo trenta ducati. Il nostro povero amico prese i danari e presto se li mise in tasca. Levatane la chiave della stalla la diede al compratore, insegnandogli il luogo dov'era, tutto ciò senza guardarlo in viso, e si tolse di quivi sospirando e dicendo--_È fatto_--
Questa somma, che in tempi ordinarj avrebbe dato le spese alla Lisa per più mesi, col caro, cagionato dall'assedio, non potea servire pel quarto del tempo.
Una circostanza s'aggiunse, che la fece struggere anche più in fretta. La Lisa s'ammalò. Tante agitazioni, tanti patimenti le infiammarono il sangue; le saltò una febbre gagliarda che per due settimane non la lasciò mai, e quando per le assidue cure della vecchia, di un medico dabbene, e più d'ogni altro del buon Fanfulla, fu rimessa in piedi, si trovò con poche forze e con meno danari. La vecchia non n'avea per sè, onde non potea darne. Fanfulla, senz'altra provvisione che la paga d'un fante, facea quel poco che poteva, ma se ciò bastava a non morire, non era abbastanza per poter campare. E la povera Lisa, conoscendo ch'egli viveva in disagio per cagion sua, gli nascondeva il proprio patire, il bisogno di cibo migliore e più abbondante, che per l'abito, la gioventù e le rinascenti forze, provava urgentissimo; in somma, la figlia di Niccolò nata e vissuta negli agi e nell'abbondanza d'ogni bene, imparava ora per la prima volta le terribili angosce della fame.
La vecchia che l'aveva raccolta in casa, detta la Niccolosa (l'arte sua era lavar pannilini, cucire e rimendare) era stata conosciuta da Fanfulla quando egli stava in S. Marco, chè spesso, per esser costei in tanta vicinanza del convento, le portava tovaglie d'altare ed altre biancherie. Tenendola per donna dabbene e d'amorevole natura, le avea messa in casa la Lisa, che accettata volentieri, fu del pari ben trattata finchè durarono i danari. Ma finiti questi, la povera vecchia venne a tali strette, che il suo proprio patire le toglieva di potere aver pietà dell'altrui. Salita un giorno nella cameruccia d'ella Lisa, con viso afflitto, ma con buoni modi, le dovette pur dire, che quanto alla casa sua ell'era contenta vi stesse, nè intendeva metterla in mezzo alla strada; ma quanto al vitto, pensasse a provvedersene.
--E come provvedermene? Pensò sospirando la Lisa, che da molti giorni viveva di poco pane ov'era più crusca che farina, e vedeva presso a finire la piccola provvisione che se n'era fatta. Panni di qualche valore, anella da vendere non ne aveva, chè era uscita di casa si può dire in sola camicia. Ed in tante miserie fosse almeno stata sola a soffrire, ma essa avea un figlio che dovea vivere del suo latte!
Il povero Arriguccio, che dipingemmo così bello, così colorito e pienotto, avea pur fatta in poche settimane la gran mutazione. Le membra tonde e sode s'eran, per dir così, liquefatte ed avvizzite. La pelle lucida e tesa un tempo pendeva ora floscia ed arrendevole a tutti i moti del fanciullo.
Ogni giorno la povera madre nel vestirlo o nello spogliarlo, lo guardava, lo veniva ricercando per tutta la persona cogli occhi umidi di pianto; ed ogni giorno le pareva si fosse consumato la metà; ogni giorno credeva trovare qualche ossicino più protuberante, e meno coperto del giorno innanzi. E sebbene questo decadimento non fosse tanto rapido quanto la materna sollecitudine l'immaginava, era però vero e continuo.
Per la nuova magrezza, e l'impossibilità di mutarlo spesso, chè la poverina non avea panni, la tenera e sottil pelle del bambino in molti luoghi ov'era più frequente l'attrito, s'era fatta rossa, e pareva presso a lacerarsi.
CAPITOLO XII.
La sventurata madre seguiva ansiosa e tremante il progresso di questi mali, struggendosi in pianto, ed in baci che imprimeva a migliaja sul misero corpicciuolo, quasi dovessero aver virtù di ritornargli la forma e lo splendore di prima. Ma questa virtù che era un tempo nel suo seno, il dolore, gli stenti, la fame, l'aveano esausta quasi del tutto.
Gli orrori della sua cacciata dalla casa paterna, il rimescolo, il freddo di quella prima notte, le avean subitaneamente scemato il latte; nè il suo modo di vivere era atto a ristituirglielo ora. Il fanciullo non mai sazio, piangeva di continuo: la poverina priva d'ogni ajuto, d'ogni modo onde acchetarlo se lo teneva tutto giorno attaccato al petto, ma neppur questo valeva: che il bambino trovandolo vôto, si sfiniva suggendo inutilmente e presto staccatosi dava in un pianto fioco e sconsolato.
Il giorno stesso in cui la Niccolosa era venuta a dirle quelle dolorose parole, la povera giovane verso sera rimasta sola in casa si sentiva più debole, più inferma del solito. Quel tenersi continuo il fanciullo al seno l'avea sfinita. Un dolore profondo alle ossa del petto le impediva di mettere intero l'anelito, e tratto tratto si sentiva soffocare.
Seduta a canto alla finestra col figlio steso sulle ginocchia, che languido ed abbandonato, dormiva, o piuttosto era in quel sopore che sopravviene al mancare delle forze, ella vedeva scemare la luce del crepuscolo pensando con terrore alle imminenti tenebre d'una lunga notte d'inverno.
Non avendo lume era costretta, quand'annottava, di andarsene a letto; e quell'ore eterne passate nell'oscurità senza poter chiuder occhio, e col disperato travaglio di non trovar via ad acchetare il pianto del figlio, le mettevano, al sol pensarvi, un brivido di spavento, ed eran forse il più duro tormento del suo stato presente.
Ora alzava gli occhi guardando il ciel bigio, che di momento in momento s'andava facendo più nero, ora li lasciava cadere afflitti e spenti sul volto affilato del bambino, misurandone il respiro, che le parve a poco a poco farsi più frequente e affannoso. Le parve scorgere che il candido pallore della pelle s'andasse come annebbiando di livido, specialmente attorno alle labbra, s'alzò sbigottita, e sperando codeste apparenze fossero effetto della poca luce, preso il fanciullo, lo pose col volto contro la finestra, e vide che il lividore non era illusione, vide le labbruccia farsi scure e turchine, gli occhi semichiusi aprirsi un tratto, e la pupilla errare un momento, poi sparire sotto la palpebra. Gettò un grido la misera madre, che credette giunta l'ultima ora del figliuolo, lo portò sollecita sul letto, lo sciolse in un baleno dalle fasce, e tremando per l'ansia, per la fretta, per l'incertezza, cominciò a strofinarlo, e colle palme, col fiato, e, senz'avvedersene, colle lagrime che gli piovevano dagli occhi le pareva pure dover riuscire a ridestare in esso il calor vitale.
Poscia avvisando nuovi modi s'abbandonava colla bocca su quella del fanciullo, coprendolo e riscaldandolo, poi gli faceva cader tra le labbra qualche stilla di latte, che a stento riusciva a spremersi dal seno, ma la dolcezza di vederlo inghiottire, che avrebbe comprata colla vita, non l'ebbe; rizzatasi allora smaniosa, disfacendosi in lagrime, giungendo le mani convulse, o cacciandosele ne' capelli:
--Oh figlio mio! diceva, oh amore della povera madre! oh non l'abbandonare!..... No, no, no!.... Oh se mi guardasse almeno! oh Dio! che non ho altro al mondo che il povero angioletto mio;.... e anche questo mi vuol abbandonare! Oh! Arriguccio mio,.... guarda la povera madre.... oh ridi!.... Oh! veder ridere una volta ancora quella boccuccia cara e poi morire! Oh! Dio! Dio! prendimi tutto..... sì, tutto e tutti..... ma il figlio, l'amor mio, le mie viscere,.... oh no, non è possibile.... oh non lo potresti volere!....--
Ma il fanciullo immobile, respirando appena, non dava segno atto a destare ombra di speranza. L'infelice Lisa rasciutte le lagrime, invetrito lo sguardo, ristette fissandolo un pezzo, immobile e muta; ma intanto ciò che gli sforzi, le cure, il pianto della madre non avean potuto, lo potè la natura e la convulsione che aveva assalito il bambino si venne a poco a poco calmando.
Se n'avvide ai primi indizj la donna. Scorse il colore ritornar naturale, gli occhi sereni; ricomporsi i lineamenti; tacita, tremante, teneva dietro a questa mutazione con un ansare sempre più rapido, ma quando vide le labbra del suo fanciullino aprirsi ad un sorriso, fu un tale scoppio d'allegrezza, di piangere e ridere ad un tempo, fu tale l'ebbrezza, la commozione interna, che mal reggendosi in piedi cadde ginocchioni accanto al letto, e coprendo di baci le ginocchia ed i piedi del figlio, diceva:
--Oh Dio, lo sapeva!... oh! non era possibile... sarebbe stato troppo ad una povera madre, ad un'infelice.... infelice? Chi dice che sono infelice? Che sono povera?.... M'è tornato l'amor mio! mi guarda e ride, l'ho visto ridere.... son felice, son ricca, io son troppo avventurata, io non chiedo altro, io non ho cuore per altro bene, per altro amore.... oh Arriguccio! tu avevi morta la povera madre.... oh cattivo!.... no, no cattivo.... angiolo, angliolo del paradiso, chè ora m'hai ridonata la vita.--
Nè bastando quelle parole a dare sfogo ad affetti tanto indomiti e bollenti, le finiva in un fiume di lagrime ed in mille baci e mille carezze.
Intanto era fatta notte del tutto. Quando nel cuor della Lisa fu acchetata la tempesta di tanti affetti, cominciò a riflettere al suo stato, al pericolo che, durando così le cose, quella sventura che era stata ora soltanto minacciata, s'avverasse: l'amor materno vinse il terrore ch'ella provava al solo pensiero pel padre, e si risolse andare a lui senza por tempo in mezzo, impetrarne la vita del figlio, ottenerla o morire a' suoi piedi.
Arriguccio dormiva. Fe' sopra lui il segno della croce, l'assettò in modo che se veniva a muoversi non corresse pericolo di cadere, lo baciò, e scese brancolando nella cameruccia al pian terreno ov'era la Niccolosa.
--Per l'amor di Dio, le disse, state attenta se mai Arriguccio piangesse.... or ora torno.--
La vecchia la sgridava di voler uscire sola la sera; ma inutilmente, chè la Lisa già avviata più non l'udiva. La notte era scura, le strade deserte, appena qualche bottega a sportello, ed il debol chiarore dei lumi di dentro pur serviva a non ismarrir la via. La Lisa camminava muro muro, con passo veloce; in pochi minuti fu al portone de' Lapi, che rivedeva per la prima volta. A quella vista pianse. Ma rasciutte quelle lagrime, ferma col piede sul primo de' due scalini pe' quali si saliva al limitare, le veniva meno il coraggio, nè poteva stender la mano alla campanella che serviva a picchiare.
Vide lume alle finestre delle camere terrene di Niccolò, e salita sulla panca di marmo che s'estendeva quant'era larga la facciata, riuscì, attenendosi all'inferriata, a poter alzarsi tanto da vederne l'interno.
Nella camera non era altri che Niccolò e Laudomia, egli sul suo seggiolone sotto il cammino, ella alla tavola del lavoro, ambedue immobili e muti; ambedue mostrando sul volto tracce tali che potevano, da chi ignorasse i loro casi, esser attribuite egualmente, ad una calamità sofferta, o ad una fresca malattia. Lisa, che la prima conosceva, dubitò della seconda, e non s'ingannava.
Dicemmo come al fine della terribile scena, mentre Lisa era cacciata di casa, Laudomia rimanesse in terra svenuta; soccorsa dalla fante, si riebbe tanto da poter a stento, ed ajutata, giungere al suo letto, ma presa già dalla febbre, da vacillazione di mente, stette in forse della vita per molti giorni, ed altri moltissimi in letto, e quella sera stessa era scesa per la prima volta nella camera di Niccolò.
Ad esso era accaduto poco meno. Ma d'animo e di complessione più ferma, non aveva mai voluto nè stare in letto, nè sentir medici, nè veder anima viva; i figli, che s'eran lasciata sfuggir qualche parola a pro della Lisa, gli avea discacciati, ed alla sola Laudomia l'avea comportato, ma col patto espresso, che mai più non entrasse su questo discorso: vietato poi a tutti, pena la sua disgrazia, d'aver che spartire in verun modo cosa alcuna colla moglie, com'egli diceva, di quel traditore Pallesco.
Laudomia però, riavutasi appena tanto da poter connetter le idee, conosciuto che bisognava operare di nascosto del vecchio, avea combinato coi fratelli di ritrovar la povera Lisa, n'andasse il mondo. E per dir il vero avean messo sossopra Firenze, ma senza frutto nessuno, e la Laudomia più di tutti ne vivea disperata.
Lisa guardava intenta ora il padre, ora la sorella: il pallore, la mestizia d'ambedue, quell'immobilità, quel silenzio erano altrettante punte che le laceravano il cuore. «Ecco di che fosti cagione! diceva a se stessa.... ecco in che termini hai ridotto tuo padre, un povero vecchio.... tua sorella quell'angiolo senza macchia.... e speri che Iddio non faccia a te altrettanto? Speri ch'egli voglia lasciarti la consolazione del figlio?....» E qui sorpresa dal pensiero che la vendetta divina stesse forse per colpirla appunto nella vita del suo bambino, non si potè più frenare, e scoppiò in un singhiozzare così alto che Laudomia e Niccolò l'udirono.
--Chi piange costì? disse il vecchio alzandosi; e andato alla finestra l'aperse. Lisa, vedendo che il padre si moveva, sopraffatta dal terrore, era scesa, e prostrata sul lastrico della via diceva:
--Ah babbo! per me non chiedo nulla.... non merito nulla.... ma il mio bambino sventurato! che colpa ha egli se sua madre è una sciagurata?.... Se suo.... (la povera Lisa ebbe ancor tanto senno da non nominare Troilo in quel momento). Oh babbo! il mio povero bambino infelice vive del mio latte:... ed io non ne ho più.... non ho più forza, non ho più fiato, più vita!... la fame, babbo!... la fame.... oh Dio, se provaste la fame!.... e vedere un bambino che muore di fame!....--
Lisa nel finir queste parole alzò il capo tremante, pensando, esser impossibile che Niccolò fosse tanto crudele da non muoversi a compassione; già si figurava veder alla finestra il padre in atto benigno.... invece la finestra era chiusa, sparito il lume. L'infelice stette in due di spaccarsi la fronte sui sassi, tanto fu il dolore disperato che l'invase.
Niccolò, accortosi appena della figlia, s'era tosto tirato indietro, non perdendo però una delle sue parole. Laudomia, senza profferir sillaba, gli s'era accostata, e piangendo cheta gli abbracciava le ginocchia. Ma il vecchio fattola alzar di forza, e coll'indice teso mostrando la porta, disse, con voce ch'egli voleva far minacciosa e severa senza potervi però interamente riuscire:
--Laudomia, io non mi muto: esci, sali in camera; lo voglio, te lo comando.--