Nerone: commedia in cinque atti ed in versi, con prologo e note storiche
Part 5
Quanta folla! E dove M’aggiro?—Mi s’accalcano d’intorno Gl’importuni... Scostatevi... Littori, Date loco al mio passo... È vano: i morti Uccider non si ponno un’altra volta... Sei tu, mia madre?—Non m’ascolta, sfibbia Dalle mie spalle il manto imperïale, Sorride—e fugge.—E tu, Cassio Longino, Da me che chiedi? e come puoi guardarmi? Nella vita eri cieco: e che? fa tali Miracoli la tomba?—E tu qual nome Avevi? la tua fronte è laureata, Il volto ài scarno, e le nudate braccia Verso di me agitando, lento, lento Goccia il tuo sangue dalle rotte vene... Ti ravviso, o cantor della Farsaglia, E perchè mi sogghigni sulla faccia? Credi che il tuo poema abbia vittoria Sopra i miei versi?—Stolto! È ver, cantasti Nel supremo momento di tua vita, Ma che perdevi? la vita—ed io perdo Vita ed imperio, e nondimeno canto. Dunque il poeta e l’uomo è assai più forte Di te. Sgombra, e non ridere!
ATTE (_circondandolo amorosamente con le sue braccia_)
Nerone, Ài d’uopo di tua mente, in te ritorna.
NERONE (_fissandola senza riconoscerla_)
In me?... Perchè ridevi?
ATTE
Io?
NERONE
Sì, ridevi.
ATTE
Io piangeva.
NERONE (_riconoscendola_)
Piangevi!... E col tuo pianto Vuoi forse anticiparmi il funerale?
EPAFRODITO
Ecco Faonte.
SCENA III.
FAONTE, EPAFRODITO, ATTE, NERONE
NERONE (_correndo verso il liberto_)
O amico mio, puoi darmi O vita o morte: parla.
FAONTE
Oh, non avessi La lingua!
ATTE
Ebbene?
FAONTE
Roma confermava L’eletto imperatore.
NERONE
Ed il Senato?
FAONTE
Ti giudicò nemico della patria, E rinnovò contro di te la legge De’ nostri antichi.
NERONE
E qual pena è prescritta Da questa legge?
ATTE
Non lo chieder...
NERONE (_a Faonte_)
Bada Di non celarmi sillaba!
FAONTE
Prescrive Che il reo s’appenda nudo e si percota Fino alla morte con le verghe.
NERONE (_con un moto di ribrezzo_)
I nostri Antichi erano barbari...—E quel Rufo Io lo chiamava buono!... Ahi traditrice Onestà della faccia!—E non son paghi Se non mi vedon morto i furibondi! E non potevan relegarmi in Grecia Od in altra provincia? In ogni loco Vi son teatri e circhi...—E voi che fate Istupiditi intorno a me? Vi dico Ch’io vivo turpemente e ch’ho bisogno Di morire... Intendeste? preparatemi Il rogo.
ATTE
Or sì posso ammirarti, e parli Come conviene ad un romano. L’opra Sia luminosa come la parola; Sorridi altero, come fan gli eroi, Al fato—e muori.
NERONE (_guardando Atte_)
Muori!—Ecco un consiglio Che si dà facilmente, ma l’esempio Avrebbe più efficacia...—E alcun di voi, O vigliacchi, per darmi un po’ di core Non sa ferire il suo?
ATTE (_corre a prendere uno de’ pugnali e se lo immerge nel petto_)
Mi guarda, e impara Dunque...
NERONE
Che ài fatto?...
ATTE
Ripiglia il pugnale: Posso dirti per prova, o mio Nerone, Che non duole...
NERONE (_piglia il pugnale, e poi si curva sul corpo di Atte osservando se fa ancora qualche movimento_)
È già spenta.—Ed è poi vero Che la morte non duole?—Ad ogni modo Sarà dolore breve.
(_Tocca ancora il cadavere e poi si rialza_)
EPAFRODITO (_venendo dall’uscio_)
A questa volta Corrono legionari.
NERONE (_tendendo l’orecchio_)
Odo il galoppo De’ lor cavalli.
FAONTE
A te provvedi: vuoi Cader vivo in poter de’ tuoi nemici?
NERONE
Oh mai!...—Faonte, aiutami... non oso...
EPAFRODITO
I soldati s’appressano...
NERONE (s_i pone il pugnale alla gola e rimane incerto. Allora Faonte afferra la mano di Nerone insieme all’elsa del pugnale e lo aiuta a ferirsi_)
CHE GRANDE ARTEFICE PERISCE!... ahi!...
SCENA ULTIMA
_I precedenti personaggi_, ICELO _centurione, Legionari_.
ICELO (_entrando rivolto ai soldati_)
Legionari, Cercate in ogni loco...—Ma che veggo? Non è quello Nerone?
FAONTE
Ei si feriva Di propria mano.
ICELO (_correndo verso Nerone_)
Ch’io fermi il suo sangue...
NERONE (_tentando di alzarsi, e guardando il centurione con occhi terribili_)
Tardi, soldato!... È questa la tua fede?
(_Ricade e muore_)
FINE DELL’ATTO QUINTO
NOTE STORICHE
ATTO I.
SCENA I.—_Pag._ 20.
Basta, buffone, E vieni all’argomento.
Questo Menecrate è un personaggio storico, carissimo a Nerone, e da esso regalato di ville e di poderi rubati ad uomini insigni nel patriziato e che avevano meritato gli onori del trionfo (_Svetonio nella Vita di Nerone_, cap. XXX). Nè era nuova ai costumi dei Romani anche locati nelle più alte magistrature questa famigliarità con pantomimi, commedianti, citaredi, ed altre persone di simil genere. Silla il dittatore, che uomo politico e conduttore di eserciti valeva assai più di mille Neroni messi insieme, si compiaceva sommamente d’una tale compagnia (_Vedi Plutarco nella Vita di Silla_).
SCENA I.—_Pag._ 20.
Gli affari dell’imperio Innanzi a tutto.
Quest’ironia era nel carattere di Nerone. Come accennai nella Prefazione, egli non pensò mai all’imperio. _Augendi propagandique imperii nec voluntate ulla neque spe motus unquam, etiam ex Britannia deducere exercitum cogitavit, nec nisi, verecundia ne obtrectare parentis gloriae videretur, destitit_ (SVET. XVIII). Ciò in risposta a quelli che volevano ad ogni costo in Nerone l’imperatore e l’uomo politico.
SCENA II.—_Pag._ 22.
Ieri nel circo atterrammo il più forte Pugillatore della Gallia.
Comodo imperatore combatteva nel circo contro i gladiatori armati d’una spada di legno, mentre egli ne imbrandiva una vera ed acutissima; Nerone per contrario pigliava la cosa sul serio e, nelle lotte principalmente, il giuoco suo favorito, obbediva scrupolosamente a tutte le regole ch’erano in uso. _In certando vero ita legi obediebat ut, numquam excreare ausus, sudorem quoque frontis brachio detergeret_ (SVET. XXIV).
SCENA II.—_Pag._ 25.
...Ed io son troppo Benefico.
_Divitiarum et pecuniae fructum non alium putabat quam profusionem: sordidos ac deparcos esse quibus ratio impensarum constaret_ (SVET. XXX).
SCENA II.—_Pag._ 27.
...Uno ad esempio Nominerò: Cassio Longino.
L’uccisione di questo insigne giureconsulto è storica, ed il crimine di lesa maestà che gli fu apposto è quello di avere conservato nella propria casa la statua di Cassio, suo antenato ed uno dei feritori di Giulio Cesare (SVET. XXXVII).
SCENA II.—_Pag._ 30.
...Romana È per noi quanta gente abita il mondo.
E tale fu il concetto di Cesare dittatore. Aprire la cittadinanza romana al mondo. I figli di quella plebe che s’era ritirata sdegnosamente sul monte sacro erano ridotti a scarso numero, decimati dalle guerre esterne e civili, e già sotto Nerone s’incontrano rari i nomi appartenenti alle illustri famiglie repubblicane. Grande fu da principio lo stupore quando per decreto di Cesare si videro entrare e sedere nel Senato alcuni Galli avvolti nella toga romana; ma ben presto lo stupore si mutò in abitudine, e Roma divenne la sede d’un popolo nuovo formato dai vagabondi di tutte le nazioni che v’accorrevano ad esercitarvi il loro mestiere di cittadini; mestiere facile e che si contentava d’un pugno di farina in ogni giorno e dei giochi del circo. Questa fu la politica costante degli imperatori, e se vogliamo dare alle parole il significato vero che ànno, Roma si mostrò ben più CATTOLICA, regnando Giove ottimo massimo, che sotto i successori di san Pietro.
SCENA II.—_Pag._ 33.
Anzi mi sembra che sarebbe giusto Dal nome mio chiamare non l’Aprile Ma Roma.
Questa vanagloria di Nerone è attestata dal suo biografo (SVET. LV), e lo splendore degli edifizi inalzati sotto il suo imperio, se non la scusa, almeno la spiega.
SCENA II.—_Pag._ 34.
Oggi darò spettacolo, cantando Nel pubblico teatro.
E questa era la occupazione sua prediletta, sebbene avesse una piccola e stridula voce, costringendo amici e nemici ad ascoltarlo per più ore continue. Supplizio nuovo, poichè a niuno era lecito uscire di teatro mentr’egli cantava. Alcune donne vi partorirono, altri si finsero malati ed anche morti per essere trasportati via. Cantò in Grecia, in Napoli, in Roma. Il _Repertorio_ dell’imperiale cantore ci è stato conservato da Svetonio (cap. XXI); era composto dell’_Oreste_, dell’_Edipo_, dell’_Ercole furibondo_, e di molte altre tragedie; anzi il biografo racconta che, rappresentando Nerone la parte di Ercole, mentre era avvolto da catene, come richiedeva l’argomento, un soldatuncolo pretoriano, presa la cosa sul serio, accorse sulla scena per liberarlo. In una delle repubbliche dell’America meridionale avvenne un fatto quasi simile; la schiavitù dei _negri_ era in pieno fervore, e si rappresentava l’_Otello_; nella terribile scena quando il geloso sta per soffocare la moglie, un soldato ch’era di guardia in platea appunta il suo fucile e stende morto il povero Otello, esclamando: Non sarà mai che in mia presenza un _negro_ ammazzi una _bianca_! Strano zelo dell’antico soldato imperiale e del moderno soldato della repubblica!
SCENA IV.—_Pag._ 37.
...La plebe è mia, m’adora...
E fino ad un certo punto Nerone avea ragione. Non profondeva egli tesori per dare banchetti pubblici e spettacoli d’ogni genere? E la plebe non chiedeva di meglio, e attestò il suo affetto per l’artista imperatore; e se all’annunzio della sua morte la città parve rallegrarsi, questa esultanza si può in parte attribuire all’amore di mutare padrone, novità sempre cara alle serve moltitudini. Per lunghissimo tempo il suo sepolcro e nell’estate e nell’inverno fu visto coperto di fiori, e Svetonio racconta (cap. LVII) che, essendo egli giovanetto e trascorsi già vent’anni dalla morte di Nerone, avvenne tra i Parti una terribile ribellione perchè un impostore aveva sparsa voce di essere il redivivo imperatore.
SCENA VI.—_Pag._ 50.
...Tu dunque sei Atte liberta?
Poche notizie ci pervennero di questa donna, ma bastevoli a dimostrare quanto sia stato il dominio esercitato da lei sull’animo di Nerone. Tacito ne parla una volta sola, ma in quale circostanza! L’immortale istorico afferma che fu essa la quale impedì l’incesto fra Nerone ed Agrippina. Svetonio invece è in contraddizione con Tacito su tale turpe argomento, ed il lettore se n’avrà voglia potrà consultarlo da sè stesso. Questo secondo scrittore narra però che Nerone, preso da amore ardentissimo per Atte, fece giurare in Senato da personaggi consolari ch’essa era nata da sangue di re e che aveva stabilito di assumerla al trono imperiale come sua legittima moglie—ed avvenuta la morte dell’imperatore, la ricorda fra le liberte che bruciarono e seppellirono il suo cadavere (cap. XXVIII e L).
ATTO SECONDO
SCENA I.—_Pag._ 67.
Eccola là l’orribile cometa.
L’apparizione di questa cometa e la fame che desolò la città in quel tempo sono fatti istorici. Sembra che nel firmamento antico le comete fossero assai più frequenti che nel moderno, poichè alla morte di moltissimi imperatori non mancò mai di essere presente quella
«A’ purpurei tiranni infausta luce».
(TASSO)
SCENA II.—_Pag._ 70.
...Entrarono nel tempio Di Marte Ultore, e gli tolsero l’elmo.
Questa carissima facezia su Marte Ultore, che si lascia portar via l’elmo dai primi ladri che gli capitano innanzi, è di Giovenale (_Satire_).
SCENA II.—_Pag._ 72.
La nave Alessandrina andava carca Di certa polve ecc.
Anche questo è un fatto storico (SVET. XLV).
SCENA III.—_Pag._ 81.
Fermi! Venere! Ò il punto vincitore.
Nel gioco dei dadi i romani chiamavano _Venus_ il numero maggiore e _Canes_ quello minore.
SCENA V.—_Pag._ 86.
Son giudei; alla croce Come il loro profeta!
I Cristiani erano già numerosi in quel tempo in Roma. Svetonio e Tacito parlano di essi come di gente malefica e sovvertitrice dell’ordine pubblico, anzi quest’ultimo istorico, sempre cercatore e lodatore della virtù dovunque la trova, biasima Nerone di averli fatti mettere a morte, non perchè non la meritassero, ma perchè data con feroce e nuovo apparato di supplizi.
SCENA VI.—_Pag._ 91.
Avvezzo alle servili Compiacenze tu sei ecc.
Questi versi, co’ quali Nevio ricorda a Nerone la morte di Trasèa Peto, sono tratti quasi alla lettera dall’ammirabile racconto che ne fa Tacito.
SCENA VII.—_Pag._ 98.
Corsi Come briaco per le vie di Roma.
Ed era il suo costume. Appena fatta sera, si travestiva, ed in compagnia d’uomini rotti ad ogni vizio andava girovagando per le più remote strade della città, derubando e percuotendo i pacifici cittadini che facevano ritorno alle loro case, e spesso così percossi e derubati si compiaceva d’immergerli in qualche cloaca. Divideva poi come un ladruncolo d’infima classe la preda tolta. Nè sempre Nerone fece queste belle opere impunemente: una volta un marito lo lasciò quasi morto a furia di percosse, e da quella notte alcuni tribuni de’ pretoriani ebbero ordine di seguirlo da lontano per guardargli le spalle (_Vedi_ SVETONIO, TACITO, DIONE).
SCENA VIII.—_Pag._ 103.
Quell’ostinato Declamator mi deve la sua fama.
Ed è vero. Seneca, uguale in ciò a tanti apostoli antichi e moderni, scrisse bene e visse male; predicò la povertà stoica, e possedeva case, schiavi, e ville sontuosissime; insegnò nei libri la dignità umana, e fu compiacente educatore del tiranno. Guai alla fama del filosofo, se la morte fortemente sostenuta non avesse dato autorità ai suoi scritti!
ATTO TERZO
SCENA I.—_Pag._ 113.
...e qui l’imperïale Pugillator, deposta ogni fierezza, Si tramuta in artefice.
_Habuit et pingendi_ FINGENDIQUE MAXIME _non mediocre studium_ (SVET. LIII).
SCENA I.—_Pag._ 113.
Eppure egli una volta Pianse nel sottoscrivere il decreto Che puniva di morte un cittadino.
Il principio dell’impero di Nerone fu buono;—egli emanò leggi sapientissime, nè lasciò trascorrere occasione alcuna senza mostrare la sua liberalità e la sua clemenza. È celebre la esclamazione ch’egli fece quando gli fu recata la prima sentenza di morte acciò la sottoscrivesse: _Quam mallem nescire literas!_ Una volta, volendo il Senato rendergli pubbliche grazie, Nerone rispose: _Quum meruero_. Ma presto la sua natura si corruppe, aiutandola la potenza di fare ogni cosa che volesse, ed è noto che _corruptio optimi viri pessima_.
SCENA II.—_Pag._ 115.
Ove son esse? Ov’eran prima che fossero nate.
Questa sentenza che mette le anime de’ morti nel luogo ov’erano prima di nascere si trova in una tragedia attribuita a Seneca, e fu recitata senza che alcun magistrato gridasse allo scandalo per religione bestemmiata. Ò voluto ricordarla come prova dell’_ateismo_ di quel tempo.
SCENA IV.—_Pag._ 128.
Ad un mio cenno L’astrologo conduci innanzi a quella Fenestra.
Nerone conobbe veramente quest’astrologo Babilio, e soleva consultarlo; ma non appartiene a lui l’astuzia di salvare sè stesso dando ad intendere all’imperatore che morrebbe, trascorsa appena un’ora dalla sua morte. Un fatto simile avvenne realmente fra Tiberio e il suo astrologo, fatto che anche Walter Scott rubò a Tacito per farne regalo a Luigi XI di Francia in uno de’ suoi romanzi.
SCENA VI.—_Pag._ 146.
Vorrei con le mie mani Cercar nelle tue viscere...
_UNICUIQUE SUUM_, come stampa l’_Osservatore romano_, pesando cattolicamente gli uomini sulla bilancia delle cose e delle bestie. Questo tratto di amore da macellaio è di Caligola, nè credo che Nerone si adonterà di questo prestito di ferocia fattogli dal suo antecessore.
ATTO QUARTO
SCENA I.—_Pag._ 161.
Il vituperio Sulla legge Licinia!
Questa legge insieme ad altre molte _suntuarie_ prescriveva un limite alle spese de’ banchetti. Giulio Cesare tentò di riporla in vigore, ma inutilmente; cadde ben presto in dimenticanza, e il lusso de’ conviti divenne smisurato. Il lettore può consultare su tale argomento Petronio, _Cena di Trimalcione_.
SCENA I.—_Pag._ 166.
Medic’arte Nulla può contro quella di Locusta.
Locusta fu celebre compositrice di veleni al servigio della casa imperiale. Essa somministrò la bevanda che uccise Britannico, ed avvenne che, operando lentamente questa bevanda, Nerone fece chiamare a sè l’avvelenatrice, e la percosse con le sue mani, rimproverandola di aver dato a Britannico non un veleno ma un rimedio contro i veleni (SVET. XXXIII). Dopo la morte dell’imperatore fu presa, giudicata, e data al carnefice.
SCENA IV.—_Pag._ 177.
Eccomi solo! ecc.
La maggior parte de’ pensieri espressi in questo monologo sono storici.
SCENA V.—_Pag._ 182.
Pensa ai suicidi Eroici delle tue vittime.
Nessuna età offre maggior numero di morti ammirabilmente sopportate. I martiri si dividevano in due categorie, diverse di scuola, di speranze, di coraggio: _Stoicismo_ e _Cristianesimo_. Gli stoici morivano ridendo, ed i Cristiani pure; ma questi tolleravano pochi momenti di dolore tenendosi certi di avere la ricompensa d’una beatitudine eterna, mentre i primi ridevano unicamente per dar prova di forza d’animo. Ne’ cristiani dunque c’era un’usura assai maggiore. Davano a prestito uno per ripigliare molti milioni—dato per ipotesi che potesse farsi paragone fra il tempo e l’eternità.
ATTO QUINTO
SCENA I.—_Pag._ 194.
Ad ogni passo Mi sorgeva d’innanzi un qualche novo Periglio.
Tutti gli episodi di questa fuga sono storici.
SCENA II.—_Pag._ 198.
Potrei Dare un po’ di quïete alle mie membra.
So di certo critico che non voleva darsi pace di questo sonno di Nerone in un momento così terribile. Svetonio risponde a tranquillizzarlo: _Receptus_ (Nerone) _in proximam cellam, decubuit super lectum_ ecc. (cap. XLVIII); e sopra un letto è più facile di dormire che di star desto, specialmente dopo una notte passata nell’orgia e nei travagli d’una fuga. La stanchezza vince tutto: si legge di moltissimi condannati che furono svegliati dal carnefice, nè Nerone aveva ancora perduta la speranza di sfuggire a’ soldati che lo inseguivano.
SCENA II.—_Pag._ 202.
Io vo’ cantare, Io, poeta maggior di quanti illustri Ebbe il mondo latino.
Se Nerone non fu de’ poeti più illustri, non fu certo degli ultimi. Svetonio racconta di avere avuti tra mano gli autografi dell’imperatore, autografi pieni di pentimenti, di cassature, e di versi soprascritti agli altri; prova, se non d’altro, che Nerone i versi li faceva da sè (cap. LI).
SCENA II.—_Pag._ 203.
Sei tu, mia madre?...
Tutti gli storici narrano che Nerone negli ultimi mesi di sua vita era assalito da notturne visioni, e in esse fra i spettri delle molte sue vittime giganteggiava quello di sua madre.
SCENA II.—_Pag._ 203.
È ver—cantasti Nel supremo momento di tua vita.
Lucano, mentre il sangue colava dalle sue vene, declamava tranquillamente alcuni versi del suo poema _Farsaglia_.
SCENA ULTIMA.—_Pag._ 211.
Tardi, soldato; è questa la tua fede?
E furono le sue ultime parole: _Sero: haec est fides?_ (SVET. cap. XLIX).
FINE
NOTE DEL TRASCRITTORE:
—Corretti gli ovvii errori di stampa e di punteggiatura.
—Nell’opera originale non è presente l’indice; questo è stato prodotto ed inserito a cura del Trascrittore.