Nerone: commedia in cinque atti ed in versi, con prologo e note storiche
Part 3
Ài tu tranquillo Il sonno tuo?
MUCRONE
Fatica lo prepara; Dormo tranquillo.
NERONE (_con un grido d’ira_)
Ah! tu dormi, o furfante, E dài ricetto nella tua taverna Ai nemici del principe?...
MUCRONE (_balbettando_)
Che pensi?...
Giuro sopra il tuo capo...
NERONE (_ridendo_)
Basta.—Posa L’anfora ed esci.—
(_Il taverniere posa sul desco l’anfora ed esce_)
SCENA VIII.
NERONE, ATTE
NERONE
Che da questo nappo, Come dai labbri d’una cara donna, Mi sia dato di suggere l’obblio D’ogni uman fastidio!... Il nappo pieno È il maggior dei poeti—e dagli acuti Effluvi della magica bevanda Si crea nell’aria il sogno dilettoso Ch’inebria la mente e ingiovanita L’eleva al regno della poesia!— Mi piace la taverna; quando ride Il mio pensiero, anch’essa mi risplende Come il triclinio imperïale.
(_Volgendosi, e vedendo Atte ch’è rimasta sempre silenziosa in fondo della scena_)
E stai Lì muta?
ATTE
Ascolto.
NERONE
E non mi lodi?
ATTE (_avanzandosi_)
Io piango Su te, Nerone!
NERONE
Non ti pigli l’estro Di darmi lezïone di morale Filosofia; da Seneca già n’ebbi Troppe, sebben lo stoico traesse Non conforme la vita ai fieri scritti; Pur morì fieramente. Oh l’opportuna Morte che gli mandai! Quell’ostinato Declamator mi deve la sua fama.—
(_Porgendola ad Atte_)
Io t’offro questa tazza: un inno al Dio Del piacere!
ATTE (_ricusa la tazza; Nerone alza le spalle e la tracanna_)
Insensato, il Dio che invochi È il tuo peggior nemico.—Io vo’ parlarti, Unir dovessi la parola estrema All’estremo sospiro; e s’ascoltavi Pur or codardamente le rampogne Del primo ch’incontrasti nella via, Ascolterai me pure.—E sei tu forse Il successor dei Cesari?—Gli oppressi Popoli di Germania, ancor non vinti, Fasciano i corpi sanguinosi, e nuove Nel fondo dei lor boschi impenetrati Preparano battaglie: alla congiura Tendon gli orecchi gli altri confinanti, E l’odio stesso del romano nome Unisce i Galli che ne son vicini Ai remoti Brittanni.—A tanti esterni Nemici dell’imperio aggiungi i tuoi Eserciti, rissosi, malcontenti, E questa plebe che ti sta d’intorno Piena d’odio e di fame. E tu, Nerone, Che fai? Come provvedi alla ruina Che ti minaccia? Tu canti; e allorquando È d’uopo di mostrarsi eroe sul campo Ti piace meglio il plauso tributato All’eroe della scena. Oh, per gli Dei Tutelari di Roma e dell’imperio, Vergognati, Nerone! Esci di questo Ozio una volta, e non per prodigate Vane magnificenze ma per grido Di fatti generosi in te risorga La maestà del popolo di Roma.
NERONE (_dando in uno scoppio di riso_)
La maestà di Roma! Io ne conosco Una soltanto, e si dimostra al guardo Dai teatri ch’ò alzato e dalle terme; Solida maestà, tormento ai ferri De’ barbari venturi.—In me pur troppo Finisce il sangue della casa Giulia, Ma non degenerai.—Taccio d’Augusto, L’istrïone più abile che mai Recitasse una parte imperïale Sulla scena del mondo; a lui successe Tiberio—un furbo che gittò sugli altri I suoi delitti, e si nascose in Capri Beffatore di Roma e de’ Quiriti. Che dire di Caligola? Volea, Endimïone novo, innamorare La luna, e poi fe’ console un cavallo, E il Senato approvò—forse credendo Che in mezzo a tante bestie consolari Stesse bene un quadrupede.—Mio zio Claudio è un proverbio: istorico e filosofo, Spinse la vista fra gli antichi Etruschi, Ma non seppe gli affari di sua casa. Lui vivo, la sua moglie si sposava Ad un altro, e poichè l’ebbe ammazzata Stupidamente l’aspettava a cena.— (_Riempie un’altra tazza e beve_) Ecco i miei quattro antecessori!
ATTE
L’ombra Degli altri giovi al tuo splendore; puoi Aver gloria immortale, e ti procuri L’infamia?
NERONE
Ignori cosa sïano i morti? Fantasmi ciechi e sordi.—È ver, nel vecchio Mondo abitava la virtù; lo giurano Gli storici, ma quel povero mondo, Com’è destino delle vecchie cose, Più non si trova, e il suo maggior campione A Filippi si dolse amaramente Di morir virtuoso.—In quanto a’ boschi Impenetrati di Germania, abbiamo Aquile da mandare a farvi il nido, E punirem l’ingiuria onde fu reo L’esercito di Gallia. La minuta Plebe, lo so, soffre la fame e impreca, Ma con vôte parole; essa nel core M’ama perchè conosce che non sono Io ch’ò bruciato i campi di Sicilia E dell’Egitto; negherà gl’incensi A Giove Pluvio.—Oh, ancora un altro nappo, Ò sete.—
ATTE
Bevi—inebriati, fanciullo,— E uguale al pazzo esulta della casa Che ti crolla sul capo!—Vuoi vedere L’imperio tuo? lo guarda ne’ frantumi Di questa tazza.
(_Piglia dalle mani di Nerone la tazza e la getta per terra_)
Fate saturnali Sopra tutta la terra, o genti schiave, E alzate l’inno della gran vendetta. La terribile via del Campidoglio, Che i vostri re salivano in catene, È divenuta via d’una taverna, E la spada di Cesare cadeva Di mano all’ubbriaco successore!
NERONE (_tentando di alzarsi e traballando_)
Dunque raccogli quella spada; al fianco La cingerò domani, ora m’abbaglia Il lampo suo.—Cacciato ò fuor di sella La brutta cura, che il poeta Orazio Fa galoppar compagna al cavaliero, E mille fantasie tutte gioconde Mi scherzano d’intorno. Atte, va, scegli Le più candide rose, e d’odorata Corona adorna le mie tempie; i fiori Nascondono le rughe, e in questa notte Qual mi chiamasti vo’ parer fanciullo Ed un fanciullo pazzo e innamorato: Spirante voluttà dai cari sguardi, E stanca di sue danze, ella m’aspetta... Egloge!...
ATTE
Di te, pubblico istrïone, Degna è la saltatrice! I baci tuoi Li raccogli dal fango.
NERONE
È così bella Egloge...
ATTE
Bella!
NERONE
E tu, Atte, mi sei In ogni giorno più odïosa.
ATTE
E ardisci Di dirlo a me?
NERONE
Perchè stupirne? il vero Emerge dalle spume del Falerno, Come Venere un tempo uscì da quelle Del mare... Ma non farne grave conto; Benchè odïosa, eserciti dominio Sulla mia volontà.—Tu ridi?—Ancora Non ò potuto ucciderti!
ATTE (_andando con impeto d’ira verso Nerone_)
Malnato, Ed ài fidanza che non sorga alcuno Che possa uccider te?
NERONE (_retrocede spaventato_)
Quale maniera D’argomentare è questa?... Ed io son solo, Per Ercole! e potresti... Olà, soldati!... È strano, mi si muove sotto i piedi La terra... E niuno m’ode...—I pretoriani... Menecrate!...
ATTE
Codardo!...
SCENA IX.
MENECRATE, ATTE, NERONE
MENECRATE (_entra e va verso Nerone_)
Ò provveduto. Feci condurre una lettiga.
NERONE (_abbandonandosi su lui_)
O dolce Menecrate, sostieni col tuo braccio L’imperatore... Uccider me!... chi mai L’oserebbe?
MENECRATE (_sostenendolo_)
Fu sempre un’ardua cosa L’andar diritto e solo quando s’esce D’una taverna.
ATTE
E l’àn chiamato un Dio!
MENECRATE (_con un sogghigno, volgendosi ad Atte_)
In altri tempi... adesso è men che un uomo.—
(_Escono dalla taverna_)
FINE DELL’ATTO SECONDO
ATTO TERZO
SCENA I.
_Un’altra sala della casa imperiale, statue ed abbozzi di statue. Da un lato della scena una figura in marmo rappresentante Egloge._
ATTE
È questo il tempio ove prodigi d’arte Meravigliosa spirano dal marmo Attica grazia, e qui l’imperïale Pugillator, deposta ogni fierezza, Si tramuta in artefice. Beffarda Natura di costui!—La mente à greca, Romano il core.—Eppure egli una volta Pianse nel sottoscrivere il decreto Che puniva di morte un cittadino, E parve inconsolato, e la scïenza Esecrò delle lettere!—Nerone Piangeva, ed ora?—Oh quanto è mai nefanda La mia fortuna! Io sento che disprezzo Questo tiranno, e nondimeno l’amo D’amor che m’impaura, e a lui son tratta Da ineluttabil fato.—
(_Fermandosi avanti la statua di Egloge_)
Ecco, egli stesso Scolpì l’effigie della saltatrice, Ed a schernirmi le lasciò negli occhi Quel continuo suo riso!—Non fidarti Della tua sorte allegra. Ò conosciuto Le spose di Nerone; erano belle Più assai di te, di te più assai superbe, O mercenaria druda d’una notte, Nè avrian sofferto di mandarmi un guardo Dal talamo divino... Ove son esse?
SCENA II.
ATTE, MENECRATE
MENECRATE (_avanzandosi dopo aver udite le ultime parole di Atte_)
Ov’eran prima che fossero nate; Nel nulla.
ATTE
M’ascoltavi?
MENECRATE
Contro il mio Desiderio;—ò le orecchie.
ATTE
Non averle In casa di Nerone.
MENECRATE
In questa casa Non ò memoria; è ugual virtù.
ATTE
Sei tutto Malvagio.
MENECRATE (_ridendo_)
Non ti credo.
ATTE
Io credo a’ tuoi Costumi.
MENECRATE
A ognuno i suoi;—tu lo contristi, Io faccio rider Cesare.
ATTE
Chi ride Non pensa.
MENECRATE
E a che pensare? Oggi siam vivi: La dimane è del fato.
ATTE
E questo incerto Fato non temi? Uscito dalla turba Degli istrioni, te protesse il genio Cattivo di Nerone, e, accovacciato Presso il suo trono, adoperi la lingua Come adopera il carnefice la scure; Ogni motto è un’accusa, ogni tuo riso Un vitupero alla virtù. Dall’empia Arte che speri? Più di te possente Era Seiano...
MENECRATE
E perdè la sua testa.— Il fatto è vecchio e noto, ed io non pongo Grandissima fiducia sulla mia.
ATTE
Nè su quella degli altri.
MENECRATE
È conseguenza Legittima. Frattanto non mi credo Nè ottimo nè tristo; io sono quale Mi fabbricò natura, e in mezzo ai flutti Di nostra vita navigo là dove Mi sospinge il destino. In ciò mi vanto Filosofo più assai di quel maestro Che si chiamava Seneca. Che giova Scrivere libri? Ogn’uomo è un libro vivo; Apri le oscure pagine del core, Se ti riesce, e leggi.—Io non mi perdo In tal fatica, e penso che il delitto E la virtù non siano altro che nomi Che spesso il primo presta alla seconda E viceversa, come vuole il tempo E la gente mutata. Io son buffone; E che perciò? La vita è un gioco alterno Di lacrime e di riso e, dove questo Abbondi, vi subentra il manigoldo Per temperarlo. Le molte province Di questo imperio pagano tributi D’oro e di sangue... Ebbene? Roma à ventre Per consumarli tutti in un banchetto.
ATTE
A che venisti qui?...
MENECRATE
Precedo il divo Imperatore.—Nella scorsa notte L’arte dell’ubbriaco, ed oggi quella Dello scultore!
ATTE
Ed ami il tuo padrone?
MENECRATE
Se dona molto, l’amo molto, e ieri M’à rubato una villa.—
ATTE
Oh, poco scaltro Nerone!
MENECRATE
Ebbe un capriccio.
ATTE
Ed il tuo cuore Se n’adontava.
MENECRATE (_accennandole la statua d’Egloge_)
Come il tuo s’adonta Innanzi a quel capriccio effigïato Nel marmo e che ti guarda coi maligni Occhi d’una fanciulla.
ATTE
E che mai pensi, Buffone?
MENECRATE
Ò già pensato;—adesso svelo I miei pensieri.—Atte, m’è noto: sei Gelosa di Nerone, ed è gran pena L’esser gelosa del signor del mondo! Non farmi il viso arcigno, ed alla mia Colpa perdona.
ATTE
Alla tua colpa?
MENECRATE
Senza Volerlo, afflissi di crudel ferita L’ambizione ed il tuo cuor di donna. L’imperatore ed io stavam seduti Nel teatro ch’à nome da Pompeo; Sopra il volto di Cesare calava Densissima la noia, e per cacciarla, Gl’insegnai quella greca giovinetta Che danzava levissima com’aria, Dolce come una grazia.
ATTE
Ed adempivi Il tuo mestiere.
MENECRATE
Ciò credo; Nerone Si rallegrò.
ATTE
Malvagio! tu pretendi Dall’abbiettezza della tua natura A me scagliare il fango ove t’avvolgi, E non t’avvedi che non t’è concesso Neppure d’insultarmi! La tua casa È la più sozza di quelle taverne Ch’offendon la Suburra, tue compagne Son le matrone ch’educò la scola Di Messalina, tuoi seguaci i vili Che più non ànno patria nè pudore. Ritorna in quel tuo mondo, e colà regna Con l’esosa tua maschera di carne Che usurpa il loco d’una faccia umana, Ma qui ti crolla sotto i piè la terra: L’imperiale porpora nasconde Invano l’istrione, e molti in Roma Sanno l’opere tue.
MENECRATE
Corta, a dir vero, Ma eloquente filippica!
ATTE
E tu trova Modo, se ti riesce, di forarmi Con uno spillo la bugiarda lingua.—
(_gitta sul buffone uno sguardo di disprezzo, ed esce_)
SCENA III.
MENECRATE
E lo spillo dovrebbe essere acuto Come la lingua sua! Chi può trovarlo?— Frattanto vien di Spagna un brutto tempo Che minaccia tempesta, e sarà bene Ch’io cerchi un loco dove ricovrarmi Finchè trapassi.—A Cesare salute!
SCENA IV.
MENECRATE, NERONE
NERONE
Già qui, mio buon Menecrate?... Fu grande Ventura ch’io sfuggissi alle querele D’Atte gelosa; quella donna è l’ombra Del corpo mio.
MENECRATE
Difficile non parmi Di sfuggire a quell’ombra.
NERONE
E come?...
MENECRATE
Come? E mel chiedi! Rendendola da vero Un’ombra.
NERONE (_battendo sulla spalla del buffone_)
Buon Menecrate, tu parli Com’uomo saggio, ed ò creduto sempre Che sapïenza somma è nel cervello De’ pazzi. Darò mente al tuo consiglio. Adesso parliam d’altro.—
(_Conducendolo avanti la statua d’Egloge_)
Che ti sembra Di quest’opera mia?
MENECRATE
Per Giove! è degna Di Fidia o di Prassitele.
NERONE
Adulato M’avresti meglio in dirmi a dirittura Ch’è degna di Nerone.
MENECRATE
Ahi, son pur troppo Un fiacco adulatore!
NERONE
E quanto pensi Che pagar la potrebbe un qualche ricco Patrizio?
MENECRATE
Pesa il marmo.
NERONE
E poi?
MENECRATE
Ripesa Tant’oro.
NERONE (_ridendo_)
Il prezzo è buono.—Ahimè, l’artista È caduto in miseria!
MENECRATE
Non mi spiace Il tuo mercato; tu rivendi in marmo Ciò che comprasti in carne.
NERONE
Eppur scommetto Di non francarmi della prima spesa.— Ed il Patrizio?
MENECRATE
L’ò trovato: il nostro Buon Rufo; è molto ricco, ed ama molto La testa benchè sia calva.
NERONE
Confido Nel compratore.
MENECRATE
Intanto udir potresti L’astrologo.
NERONE
Babilio!
MENECRATE
Egli t’aspetta. È il giorno suo.
NERONE
M’annoia.
MENECRATE
À consumato La notte nello studio delle stelle, E per tuo conto.
NERONE
Che s’inoltri adunque, E ad un solo patto.
MENECRATE
E quale?
NERONE
Vo’ accertarmi Se veramente dalle stelle piove La luce del futuro.—Ad un mio cenno L’astrologo conduci innanzi a quella Fenestra, indi abbracciatolo, lo innalza E giù lo scaraventa.—Che ti pare?
MENECRATE
Scherzo degno di te.—Compiango l’ossa Di Babilio.—
(_Va verso il fondo della scena_)
SCENA V.
BABILIO, MENECRATE, NERONE
BABILIO (entrando)
Gl’Iddii siano propizi A Cesare!
NERONE
Propizie ò le coorti De’ pretoriani, e bastano.
BABILIO
T’inganni; Che ponno armi terrene incontro al fato? Presagi infausti reco a te.
NERONE
Mi svela Questi presagi.
BABILIO
L’orrida cometa Che ci splende sul capo, e apportò fame Nella città, la stessa è che spargeva Gl’influssi maledetti su la terra Quando un ferro assassino il dì supremo Prescrisse al divo Giulio.
MENECRATE
Ed è la stessa! Come saperlo?
BABILIO (_volgendosi a Menecrate_)
Stolto, al tuo profano
Sguardo ogni luce è notte; io sono avvezzo A leggere negli astri.
MENECRATE
Un sapïente Di Grecia anch’egli come in libro aperto Leggea nel firmamento. Ahi, nel guardare Troppo lassù, dimenticò la terra, E ruinava entro una fossa.
NERONE
Aspetto Il secondo presagio.
BABILIO
È più tremendo. La pianta ruminale venerata Fin dall’età di Romolo, prodigio Ognora verde, e simbolo di questo Latino imperio, s’intristisce, e mostra D’inaridirsi.
MENECRATE
Convocar fa d’uopo Il collegio degli Auguri.
NERONE
Per Giove Capitolino, cotesta faccenda Del fico ruminale m’impaura. Un’aurëa età per certo assai migliore Di quella de’ poeti era sul Tebro Quando l’arbore sacra fu piantata! Allor le lupe uscivano dai boschi Mansuete, correndo a far da balie Agli esposti bambini.
MENECRATE
E un’altra volta Con quell’età tornasser quelle lupe! N’avrebbero suprema contentezza Molte nostre matrone!
NERONE
Or di’, Babilio, Dunque io sono spacciato?
BABILIO
Del dimani Paventa; il tempo è burrascoso.
NERONE (_conducendo Babilio verso la finestra_)
Eppure Nella sua maestà risplende il sole, E torna primavera. La campagna Ovunque esulta, ed è piacevol cosa Spinger lo sguardo fino ai colli d’Alba Da questo mio palagio.—Meco vieni, E innanzi a quella scena di splendori Rallegrati per poco, o tenebroso Veggente di sventure.
MENECRATE (_abbracciando Babilio_)
E non ti pare Ammirabil veduta?
BABILIO (_spaventandosi_)
È la promessa Di donna menzognera; il suo sorriso Non corrisponde al core.
MENECRATE
Ed il tuo core Che ti promette in tal momento?
BABILIO (_con un grido_)
I Dei Mi salvino!
NERONE
Che dici?
BABILIO
Io son nel punto Peggiore di mia vita; le sue mani Stende su me la Parca.
MENECRATE
O mio Babilio, Io non sono una Parca.
BABILIO
E cosa importa? Senza pena alla terra io do le vecchie Mie membra... Ma per te tremo, Nerone!
NERONE
Per me?...
BABILIO
Per te, cui ride ancor la bella Giovinezza. Ma il turbin senza legge La verde pianta abbatte e il vecchio tronco, E il tuo destino si congiunge al mio.
NERONE (_al buffone che à già sollevato l’astrologo_)
Menecrate!... E tu spiegati.
BABILIO (_con voce solenne_)
Morrai Trascorsa un’ora ch’io sarò spirato.—
NERONE (_baciando con gran tenerezza Babilio_)
Abbracciami, Babilio! Io te lo giuro Per gl’Iddii tutti quanti, ò amato sempre Più la tua vita che la mia, sebbene Nol dimostrassi.—Però darti prova In avvenir saprò di questo affetto, E disponi di me, di mia potenza, Come t’aggrada meglio.
BABILIO
Il sapïente Sprezza il poter che viene dalla terra. Nulla io ti chiesi.
NERONE
Ed io ti dono tutto, E vo’ che tuo malgrado abbi gran cura Di tua salute.—Menecrate, almeno Una centuria de’ miei pretoriani A guardia vegli della sua persona.
BABILIO
Mi metti dunque in carcere?
NERONE
Ti spiace Restare in casa mia?
BABILIO
Carcere anch’essa. Ma di ciò rido—ò libero il pensiero.— Cesare, ti saluto.
NERONE (_a Menecrate_)
Va, lo segui.
MENECRATE (_a Nerone_)
Della sua furberìa solo è maggiore La tua paura.
(_L’astrologo ed il buffone escono_)
SCENA VI.
NERONE, _poi_ EGLOGE
NERONE
La paura?... È meglio Di securarsi.—E chi lo sa? può forse Correr da vero tra le stelle e noi Qualche corrispondenza... Nel creato Uomini e stelle son misteri.—
(_Fermandosi avanti la statua d’Egloge e contemplandola_)
Eppure Cotesta mia scoltura non rivela La mano d’un artefice possente, E convien che la emendi.—Ecco, negli occhi Mancano il lampo e la malizia.—
(_dando un colpo collo scarpello sopra la statua_)
Sorda Materia, io vo’ che sotto il mio scarpello Abbi palpiti e sangue.
EGLOGE (_avvicinandosi a Nerone_)
Il marmo è sempre
Freddo, o Nerone.
NERONE
Ed il tuo bacio è foco. Ài ben detto, fanciulla—e scaglio a terra Questo ferro che crea labbra di marmo Che non dànno i tuoi baci.
(_gitta lo scarpello_)
Oh, sei pur vaga, O tenerezza mia!
EGLOGE
Ti sembro forse Più vezzosa di ieri?
NERONE
E contemplarti Una volta potrò senza ch’io trovi In quel tuo volto una bellezza nova?
EGLOGE
Vuoi che mova una danza?—Oggi son lieta Più dell’usato, e nel mio cor sorride Il tempo degli amori e delle rose.
NERONE
Metti, o fanciulla, per quest’oggi in calma La tua febbre d’assiduo movimento, E siedi accanto a Cesare.
EGLOGE (_circondando con le sue braccia il collo di Nerone_)
M’accordi Una grazia?
NERONE (_sorridendo_)
E che chiedi? una provincia? Od ameresti omai ch’io t’innalzassi Al consolato? Per tutto l’Olimpo, Ecco una bella idea! La consolare Lista conta da Bruto fino a noi Qualch’eroe, molti sciocchi, ed un cavallo: Mettiamoci una donna.
EGLOGE
Io non mi curo Di governar province.
NERONE
Ài miglior fato; Tu governi Nerone.
EGLOGE
Mi donasti Molte schiave; son belle e giovinette...
NERONE
Ebbene?
EGLOGE
È mio pensiero vendicarle In libertà; la frase è della legge. T’incresce?
NERONE
Ciò che dono è tuo; consento Che tu sperda i miei doni.
EGLOGE
Io non li sperdo; E dando a libertà quelle innocenti Fanciulle adoprerò meglio i tuoi doni Che se le conservassi incatenate Alla superbia d’un mio cenno.—A prova La servitù conosco e i suoi dolori, Ed amo che davanti agli occhi miei Tutto libero scorra, ed abbia vita In questa infinità che il sol riempie D’una ebbrezza di luce.—Io l’ombra abborro E la catena.—Or dianzi me n’andava In compagnia del gaio mio pensiero Per i vïali de la ricca villa Che circonda di statue e di profumi Questa tua casa d’oro; era una festa Nell’aria, e fin dall’ultimo orizzonte Scintillava nei campi il nato Aprile. Solo m’addolorò che dentro anguste Siepi di ferro salutasser tanta Giocondità di splendida natura Carcerati augelletti: erano belli Di penne, di vivezza, e d’armonie, E lor dischiusi la crudel prigione Acciò lieti sciogliessero pel cielo Liberi voli e liberi concenti.
NERONE
Spensierata fanciulla, gli augelletti Che liberasti torneranno schiavi, Se non cadranno uccisi; il fato è questo Di tutta la natura.—Nondimeno Opra a tuo senno, e le dilette ancelle Diventino liberte.
EGLOGE
Ecco il più grato Di tutti i doni tuoi.
NERONE
Non curi adunque La collana di gemme prezïose Che ieri ti mandai?
EGLOGE
Non vedi? splende Sovra il mio petto.
NERONE (toccando la collana)
Crudeltà dei casi! Quella collana fu cara una volta A mia moglie Poppea.
EGLOGE
Misera moglie! La trucidasti.
NERONE
Ma l’amai.
EGLOGE (_togliendosi con dispetto la collana e gittandola a terra_)
Non voglio Quest’ornamento della morta.
NERONE
E credi Ch’ella dall’Orco la sua mano stenda A ripigliarlo?
EGLOGE
M’è di tristo augurio.
NERONE
Lo caccia adunque, e danza.
EGLOGE
Ài conturbato Con quel ricordo l’allegrezza mia.— Oggi non danzo più.
NERONE
Le cose morte Non tocchino lo spirito che avviva L’età d’una fanciulla; auspici lieti Ti dà l’affetto mio.
EGLOGE
Cotesto affetto L’ebbero molte donne.
NERONE
E niuna seppe Meritarlo.—Su via, con quei divini Occhi sorridi, e inspirami la dolce Vertigine di amore.
(_Avvicinandosi a lei_)
Ài fatto bene A spogliar d’ogni gemma il dilicato Tuo collo,—vi riman più spazio ai baci. E poter dire che, se n’ò talento, Un cenno mio basta troncarlo!
EGLOGE (_sfuggendo da Nerone_)
Brutto Pensiero!
NERONE
Non temerlo.
EGLOGE (_allontanandosi sempre più_)
È freddo quanto Il taglio d’una scure.
NERONE
Ò dato un segno D’onnipotenza.—Debbo al tuo cospetto Rammentarmi che sono il regnatore Delle province, io che dai sguardi pendo Di debole fanciulla, io che a tua voglia Opero e penso, e rinnovello Alcide Che regge la conocchia alla sua donna Tra i forti vizi ed i sprezzati affetti Di nostra stoica età. Quando ciò volgo Nel mio cervello, il prepotente amore Che mi soggioga si tramuta in ira, E poichè non m’è dato liberarmi Dai lacci suoi, vorrei con le mie mani Cercar nelle tue viscere qual sia La vera causa del poter tiranno Ch’esercita su me la tua bellezza
EGLOGE
Or ti conosco... O me infelice!... Aveva Atte ragione.
NERONE
E che ti disse?
EGLOGE
Nulla.
NERONE
Io vo’ saperlo.
EGLOGE
Non toccarmi!
NERONE
Sei Ancor più vaga in questo tuo spavento. Ma non temer più oltre,—il regnatore Delle province sparve, e non rimane Che l’uomo che t’adora.
EGLOGE
E se ritorna L’imperatore?
NERONE
Il lampo del tuo sguardo Lo vincerà.—Chi giunge?
EGLOGE
Atte!...
SCENA VII.
EGLOGE, NERONE, ATTE, _poi_ CLUVIO, RUFO _e_ VINICIO
ATTE
Il prefetto Del pretorio ed il prence del Senato Chiedono di parlarti.
NERONE
Gl’importuni!— Entrino.
RUFO _(entrando)_
Salve, Augusto!
VINICIO
Salve!
NERONE
Ebbene, Buon Rufo?
RUFO
Dalla Gallia e dalla Spagna Pervennero al Senato queste due Lettere; vuoi tu leggerle?
NERONE
A suo tempo
Le leggerò—per ora le deponi Colà—E tu che chiedi?
VINICIO