Nerone: commedia in cinque atti ed in versi, con prologo e note storiche

Part 2

Chapter 23,559 wordsPublic domain

Io sono Egloge saltatrice.—E tu?

ATTE

Non giova Che tu sappi il mio nome.

EGLOGE

Ti comprendo, O poveretta, tu sei schiava.

ATTE

Schiava!

EGLOGE

Se tal non sei, meglio per te.—Poc’anzi Io pure ero una schiava, e occultamente Piangeva questo mio giovane tempo Che il padrone spendea siccome il pazzo Spende la sua moneta; or però sciolgo Libere danze, e il mio vasto teatro È la casa di Cesare.

ATTE

A lui devi La libertà?

EGLOGE

A lui.—Perchè mi guardi Così?... Quanto son truci gli occhi tuoi! Tu mi metti spavento.

ATTE

(_prendendo affettuosamente per le mani la saltatrice_)

Odi! rivela Ogni tuo detto un’infantile e gaia Natura—e vo’ salvarti.

EGLOGE

Vuoi salvarmi?...

ATTE

Ritraggi il piede, o folle giovinetta, E non danzar sull’orlo d’un abisso. Sai tu bene chi sia questo Nerone Che ti chiamava a sè? Fidi tu forse Nelle impromesse sue?—Lieta di fiori Tu fingi innanzi a’ passi tuoi la strada, Ed ahi! t’è ignoto che in cotesta casa I fiori stessi ne’ loro profumi Accolgono la morte!—Va, fanciulla, Al tuo Dio salvatore offri un incenso, Nè rivolgerti indietro a rimirare L’incantato palagio. Sopra l’uomo Ch’abita qui, signore delle genti, Non tiene imperio che una donna sola.

EGLOGE

E cotesta felice?

ATTE

Ti sta innanzi, O fanciulla; son io.

EGLOGE

Tu dunque sei Atte liberta?

ATTE

Quella.

EGLOGE

E tu non tremi Di Nerone, tu sola?

ATTE

Io sola.

EGLOGE

Vengo A contrastarti questo privilegio.

ATTE

Che dici?

EGLOGE

Io pur non tremo del feroce Imperatore.

ATTE

Tremerai, ma quando Giovarti non potrà la tua paura.— Ascoltami, o fanciulla: al dolce modo Del tuo parlar conobbi che sei Greca.

EGLOGE

Ài detto il vero.

ATTE

Ebbene, anch’io son nata Nella patria di Pericle e di Fidia, E schiava anch’io venni gittata in questo Meraviglioso ergastolo di schiavi Che si nomina Roma. Eppur benigna Provai la sorte: nelle case crebbi Della gente Domizia, e quel Nerone Ch’oggi ài veduto imperator del mondo Io l’incontrai fanciullo, e seco i giochi Dell’infanzia divisi e l’allegrezza. Oh! egli allora non sembrò malvagio, E implorata da lui mi fu concessa La cara libertà.—Gli anni passaro; Io rimasi una povera liberta, Ed ei saliva al paventato seggio Che fa dell’uomo un Dio; ma tutta intera La ricordanza non morì di quella Età felice, e in sua grazia non sono Esclusa dalla turba a cui vien dato In ogn’ora del dì goder la diva Faccia del sommo imperatore. E quante Stragi non vidi?—La potenza, come Inebbriante vino, disnatura L’intelletto,—e quell’indole sì mite, Ch’adorai nel fanciullo, a poco a poco Strana ferocia addiventò nell’uomo; Occulta da principio e rara—e poi Erompente implacabile su tutti, E contro tutto. La sua madre, due Sue mogli, il suo maestro, emuli, amici, Empia ravvolse una fortuna stessa, E i delator che inventano congiure, Seduti presso alle gemonie scale, Contan monete sanguinose, e scherzano Sui rotolati capi e sulle orrende Agonie.—Va, fanciulla spensierata, E che mai speri qui?... Nerone suole Incoronar la vittima di rose: Negagli fede, ancor n’ài tempo—vanne... Esci di questa casa.

EGLOGE (_sorridendo sempre_)

Io vi rimango.

ATTE

Tu vi rimani!

EGLOGE

E perchè no? La tetra Storia che mi narrasti erami nota, E al tuo consiglio, o amica, debbo solo Una risposta.

ATTE

E quale?

EGLOGE

Tu sei viva.

ATTE

E che intendi?

EGLOGE

Sfavilla novamente L’ira dagli occhi tuoi... Perchè t’incresce Che qui rimanga?—Oh lasciami ch’io goda Di questa cara gioventù che fugge Almeno un’ora! Al labbro mio la tazza Io porsipôrsi appena del piacere, e vuoi Che via la getti senza inebbriarmi? L’imperatore stesso m’à donata La libertà; qui per la prima volta In queste sale rilucenti d’oro Trovo un’idea di cielo nella terra, E tu, cattiva amica, mi consigli A ritornar sotto l’amara sferza Del mio padrone? Predicesti un’alba Fosca alla notte de’ miei folli sogni: Ebben, che importa? Un’ora di tal vita Vale ben più di molti anni trascorsi In servitù.—Godiam, godiamo adesso Che la gioconda Venere ci bacia Con l’odorata bocca sulla fronte; Vecchiezza ne sta dietro e il regno morto Ove più non si danza e non si gode!

ATTE

Il mio consiglio, o semplice fanciulla, Non è di farti schiava un’altra volta. Dimmi: da che lasciasti il bel paese, Non t’assalse giammai la tormentosa Febbre di rivederlo?

EGLOGE

È ver, talvolta, Bench’io tenti scacciarla, in fondo al core Mi siede una crudel melanconia, E in que’ momenti come in visïone Di sogno mi sorride un altro cielo, E una città bellissima, e i suoi templi Eleganti. Ma dura breve tempo L’illusione, perocchè lontani E confusi ricordi ò della sacra Città dove son nata... Ero bambina Quasi, allorchè dalla fuggente nave Volsi al Pireo gli ultimi sguardi. Rido Allora di me stessa, e in più serena Cosa fermo il pensiero. Mi domandi Se ò mai desìo di rivedere la patria: E a che dovrei vederla? Alcuna porta Non s’aprirebbe innanzi a questa nova Peregrina, nè un coro di compagne Mi verrebbe d’intorno a farmi festa. Come in ogn’altro loco della terra, Sono straniera anche in Atene.

ATTE

Io posso Mutar la tua fortuna, e troverai Con essa le compagne, e quella vasta Turba di parassiti e adulatori Che s’accalca devota intorno al ricco. Va, ritorna in Atene,—avrai tesori Quanti finora immaginar non seppe La tua povera mente.

EGLOGE

Li promise A me l’imperatore.

ATTE

Egli!... Nè vuoi Partir?...

EGLOGE

Tel dissi, io rimango abbracciata Alla fortuna mia.

ATTE

Su te sciagura, O malaccorta!

EGLOGE

Oh, che vuoi dire?...

ATTE

Io dico Che dall’impuro stato ove giacevi I tuoi provocatori occhi levasti Fino al trono di Cesare, fidando Nel reo potere della tua bellezza; Ma non vi perverrai, stolta fanciulla; Distruggere saprò con le mie mani La turpe tua bellezza.

(_leva un pugnale e corre sopra Egloge_)

EGLOGE (_mandando un grido e fuggendo_)

Oh, chi mi salva Da questa furibonda?

ATTE (_inseguendola_)

Non mi fuggi!

SCENA VII.

ATTE, EGLOGE, NERONE, FAONTE,

_Liberti_, _Schiave_

NERONE (_accorrendo_)

Chi manda tali strida?

EGLOGE (_cadendo svenuta tra le braccia di Nerone_)

O imperatore, Aiutami!

NERONE (_ad Atte_)

Va indietro, o donna!

ATTE (_allontanandosi_)

Sempre Salvar non la potrai.

NERONE

Esci—nè un motto non Aggiungere.—Sarebbe il motto estremo.—

(_Atte esce_)

E voi, schiave, traete la svenuta Alle mie stanze: balsami e profumi Avvolgano la bella creatura, E spargete di fiori il suo cammino.— Tu, mio Faonte, bada! col tuo capo Mi rispondi del suo.

(_Le schiave trasportano via Egloge; Faonte e i liberti la seguono_)

SCENA VIII.

NERONE

Fatal possanza quell’Atte su me:—sovente ardisce Gelosa opporsi alle mie voglie, ed io Che potrei con un cenno l’eloquente Gola troncar di tutti i senatori Mi trovo inerme in faccia a questa sola Femmina.—Non è caso naturale: Costei per certo ottenne un incantato Filtro da qualche maga di Tessaglia E a me lo porse... Ma l’incanto infame Romperò...

(_passeggia inquieto_)

L’improvviso impeto d’ira Ecco toglie la dolce limpidezza Alla mia voce... E in tal momento!... Vieni Menecrate. Quai nuove?

SCENA IX.

NERONE, MENECRATE

MENECRATE

Immensa folla Si mostra per le vie; corre a bearsi Nell’artista divino.

NERONE

Oggi son rauco.— E i pretoriani?

MENECRATE

Armati ànno accerchiato Tutto il teatro. Avrai sonanti applausi, E spontanei.

NERONE

Mi siegui.

MENECRATE (_fermandolo_)

Un’altra nuova: Cassio Longino è morto.

NERONE (_meravigliato_)

Così presto!

MENECRATE

Appena udì l’accusa del Senato, Sorse dal desco, salutò gli amici, E stoicamente si tagliò le vene.

NERONE (_sorridendo_)

I romani àn coraggio.

MENECRATE (_sorridendo anch’esso_)

E il morto avea Quattro ville... tel dissi.

NERONE

Ebbene?...

MENECRATE

Ebbene?... Io non ò ville.

NERONE

Intendo; ne avrai una.— Ora al teatro!

MENECRATE

I lauri al gran cantore!

(_escono_)

FINE DELL’ATTO PRIMO

ATTO SECONDO

SCENA I.

_Una taverna in via della Suburra. Un desco e rozze panche di legno da un lato della scena. Notte. Una lampada pende dalla vôlta._ MUCRONE _taverniere ed una Schiava d’Etiopia._

MUCRONE (_sull’uscio della taverna, guardando verso il cielo_)

Eccola là l’orribile cometa; La sanguinosa coda occupa quasi Metà del firmamento. Che gli Dei Ci scampino! La fame già sovrasta Alla città... Brutto mestiere è quello Del taverniere quando manca il pane.—

(_rientra nella taverna_)

E tu che fai lì ritta come mummia Del tuo paese?—Piglia un lume, scendi Nel sotterraneo, e l’ànfore disponi Ch’oggi colmai di limpido Falerno, E sii cauta a non romperne qualcuna. Meglio sarebbe che nella parete Rompessi la tua nera fronte.

(_La schiava prende il lume ch’arde sul tavolo ed esce_)

E un passo D’uomo non s’ode per la via... Che tutta Roma sia morta?...—Giocherò coi dadi; Giocando solo, avrò benigna almeno La meretrice ch’ànno fatta Iddia Chiamandola fortuna.

(_Siede avanti al desco, e giuoca da sè coi dadi_)

SCENA II.

_Entrano_ PETRONIO _gladiatore_, NEVIO _pantomimo_, _ed_ EULOGIO _mercante di schiavi._

PETRONIO

Taverniere, Vino!

NEVIO

E sia quel di Cècubo.

MUCRONE (_alzandosi e correndo incontro ai nuovi arrivati_)

Salute Ai cari ospiti!

EULOGIO

A te non la rimando. Quella tua faccia rubiconda e lieta Me ne dispensa.

MUCRONE (_chiamando da un lato della scena_)

Schiava, il mio migliore Cècubo.

NEVIO

E che scintilli nel bicchiere Come un’occhiata d’Egloge, la vaga Saltatrice rubata da Nerone Alle mie pantomime.

EULOGIO

Ei può rubare L’imperatore—è tempo suo.—Ier l’altro Certi ladroni entrarono nel tempio Di Marte Ultore e gli tolsero l’elmo.

PETRONIO

Viva l’Ultore!

MUCRONE (_dopo aver preso dalle mani della schiava una grossa anfora, e presentandola_)

Viva questa sacra Anfora che ricorda almeno il tempo Di dieci consolati!

(_La schiava distribuisce le tazze; tutti bevono_)

PETRONIO

È prezioso Nettare.

NEVIO

Degno di Giove, fra i Numi Massimo bevitore.

EULOGIO (_alla schiava_)

E tu ricolma La mia tazza, sebben cotesto uffizio Lo adempiresti meglio dove alberga Pluto, il padrone tuo.

MUCRONE (_al mercante di schiavi_)

Pure è tua merce.

EULOGIO

Nè la pagasti più di ciò che vale.

MUCRONE (_a Nevio_)

E de’ Questori cosa avvenne?

NEVIO

Ridono Anch’essi sulla fame della plebe.— Udite questa: all’ora del tramonto Oltre il ponte Sublicio io me ne giva Lungo la via del Tevere, e là dove Si calano le merci dalle navi Veggo una turba immensa che s’affolla Sulla riva, gridando: benedetto Sia Nerone!—Eran donne con i loro Bambini fra le braccia, eran fanciulli, Ed uomini dipinti dal pallore Della fame. Quel grido era speranza Che in una nave, giunta poco prima Dall’Egitto, il frumento s’accogliesse Tanto desiderato.—Ahimè, ben presto Quella speranza si mutò in feroce Urlo d’imprecazione e di minaccia: La nave Alessandrina andava carca Di certa polve destinata all’uso De’ gladiatori imperïali!

PETRONIO

Credo Che non sia giusto l’imprecar del volgo. Vecchio qual sono, io l’ascoltai sovente Gridare dietro ai Cesari: _Vogliamo Pane e i giochi del circo_. Or bene, manca Il pane di frumento? se ne faccia Uno di quella polve; mille volte Per sollazzarlo noi l’abbiamo aspersa Con le nostre ferite.

MUCRONE

L’argomento Mi sembra troppo acerbo—eppur non posso Rispondervi.

PETRONIO (_presentando la tazza vuota_)

Rispondi a me, versando Cècubo fino all’orlo.

EULOGIO (_tutti ribevono_)

Alla salute Del vecchio gladiatore!—Avete mai Visto in una campagna abbandonata Un rudere di tomba o d’una casa, Tacito avanzo di perdute istorie? È tale, amici, questa calva testa, Rudere umano, avanzo dei cruenti Giochi di quattro imperatori.

NEVIO

Il nostro Petronio vide ben molte nefande Cose.—Oh gli antichi tempi! O venerata Età de’ padri nostri!

EULOGIO _(sorridendo, a Petronio)_

Il mimo ha letto Qualche vecchio poema, ed inspirato Dalla memoria degli eroici versi In cor vagheggia quel divino Curio Che andava dietro i buoi—nel capo ancora Cinto dei lauri che fugaron Pirro!

_(volgendosi a Nevio)_

Ma questi son rettorici sospiri, Amico mio; nel secolo moderno Solo i bifolchi van dietro all’aratro.

NEVIO

Ed io con quanta voce ò nella gola Ed ira in petto maledico a questo Secol moderno, secolo di vili Che genuflessi incensano il tiranno, Secolo di bastarde anime!—Voi Di me ridete, il so;—povero mimo Avvezzo sulla scena a mutar faccia Come la veste, io mi son venduto Al capriccio e alle risa della plebe; Ma questo mimo, in mezzo a così vasta Dimenticanza, degli eroi sepolti Legge ne’ monumenti, impara i nomi, E quando i successori di que’ Padri Che rimaser seduti incontro a Brenno Decretaron corone al matricida Imperatore, questo mimo seppe Nascondere il suo volto per vergogna, E ringraziò gl’Iddii che in tanto reo Avvilimento del patrizio nome Serbaron desta nel suo sangue oscuro Una scintilla dell’orgoglio antico.

EULOGIO _(battendo con enfasi le mani)_

Sublimemente! Roscio non avrebbe Detto meglio di te. Ma fammi grazia D’allontanarti; odori di carnefice Lontano un miglio.

NEVIO

E voi mandate puzzo Di codardìa.

PETRONIO

L’ingiuria che scagliasti Non può toccarmi.

EULOGIO

Ed io la prendo intera Nè m’offendo, poichè sono di quelli (E conto i più) ch’aman lasciare il mondo Come l’ànno trovato—e per natura Pacifica ed in forza del mestiere Odio la novità.—Già tra i miei schiavi Udii parlar di carità e di dritti Che loro accorda una novella legge Trovata da un giudeo, che affisso in croce Morì sotto Tiberio.—Or io dimando Che avverrebbe di noi se, mentre in sogno Rifabbrichiamo il vecchio Campidoglio, Questi schiavi s’accorgono che sono Uomini veri e non roba da merce?

NEVIO

Ciò che di voi sarebbe, non predico; Ma so che questa umanità soffrente Otterrebbe vendetta.

PETRONIO

E allor potresti Chiuder la tua bottega, o venditore Di carne umana!

EULOGIO _(inquietandosi)_

E contro me tu pure Bruto!—Non parlo più.

_(Va a sedere solo avanti al tavolo)_

SCENA III.

MUCRONE, EULOGIO, NEVIO, PETRONIO, _ed_ ICELO _centurione_.

ICELO _(entrando)_

Salute a voi, Cittadini!

NEVIO _(correndo verso Icelo)_

Giungesti finalmente: Ebbene?

ICELO

Reco splendide speranze.

NEVIO

Le narra.

_(seguono a parlare fra loro sommessamente)_

EULOGIO

Invito ai dadi.

MUCRONE

Accetto.

PETRONIO

Io pure.

MUCRONE

Dichiaro i patti: io non arrischio al gioco Che il Cècubo bevuto.

EULOGIO _(mettendo alcune monete sulla tavola)_

Eccone il prezzo.

PETRONIO

Ed ecco il mio.

MUCRONE

Che Venere mi salvi!

_(giuocano fra loro)_

NEVIO

E creder posso?

ICELO

La novella è certa, E l’udii susurrare fra i soldati Nel campo pretoriano: al ribellato Esercito di Gallia omai s’aggiunse L’altro di Spagna, e d’adoprarsi è tempo Per la caduta del tiranno. Avvezza A mutare padroni ed affamata, La plebe insorgerà, nè v’à legione Che mova sì gagliarda alla battaglia Come un popol ch’à fame.

NEVIO

E i pretoriani?

ICELO

Non piglian soldo da tre mesi.

NEVIO

Nostri Saranno.—Oh! per gli Dei torni una volta Quella che tanto amâr Catone e Bruto Divina libertà.—Che ci lasciarono Questi eredi di Cesare? vergogna, Ozio, catene. Conculcato giace Ogni dritto—la scure dei littori Troncar vorrebbe a mezzo anche il pensiero! E là nel campo del romano Marte Ove co’ plebisciti glorïosi Il nostro popol-re parlava al mondo, Or sta silenzio—quel vile silenzio Che i vivi agguaglia ai morti, ed in sepolcri Converte le città.—Tentiamo, o amico; È sublime l’impresa e a noi seguaci Non mancheranno. Se contraria avremo Fortuna, avremo gloria, e un bel morire Anteporremo a brutta vita.

EULOGIO

Fermi! Venere! Ò il punto vincitore.

MUCRONE _(scagliando via i dadi)_

E sempre Così con questi dadi maledetti!

EULOGIO

Taverniere, il tuo Cècubo è pagato.

_(Ripiglia le sue monete)_

SCENA IV.

_I sopradetti personaggi, e_ VARONILLA LONGINA

VARONILLA _(entrando spaventata nella taverna)_

Al soccorso!—m’inseguono!

NEVIO

Che avvenne?

ICELO

Una patrizia!

PETRONIO

In ora così tarda!

MUCRONE

E in tale strada!

NEVIO _(andando verso Varonilla)_

Càlmati;—qui stai Fra cittadini, e sicura.

PETRONIO _(a Mucrone)_

Scommetto Che l’insegue il marito.

MUCRONE

Od un amante Sciocco a tal segno d’esserne geloso.

VARONILLA

Io son la figlia di Cassio Longino Che fu dannato a morte, perchè buono, Sotto un governo tristo; i suoi poderi Li confiscò la legge, e debbo solo A carità di amici se una tomba Accolse il sacro cenere. Il mio loco È da più giorni là presso quell’urna, E dianzi men tornava accompagnata Da fida ancella, quando nella via Che conduce al Velabro da due schiavi Mi si vieta il cammino e con minaccie... Ahi! m’inseguono ancora... Eccoli...

SCENA V.

_I sopradetti personaggi_, NERONE, MENECRATE _in veste da schiavi_

NERONE _(accennando sulla porta della taverna a Menecrate Varonilla Longina)_

Pura Colomba, ella conosce il proprio nido.

MENECRATE

E sceglie una taverna.

VARONILLA

Un tale insulto!...

ICELO

Io saprò vendicarlo.—E voi chi siete, Malnati schiavi?

NEVIO

Non è questa notte Di saturnali.

EULOGIO

Son giudei: alla croce Come il loro profeta!

ICELO _(a Nerone)_

Non rispondi? E come osavi alzar la mano infame Su cittadina libera?

MENECRATE

Credendo Che in questa Roma non vivesse alcuno Libero cittadino.

NEVIO _(avanzandosi)_

Tu mentisci. Io son quell’uno.

MENECRATE

O me più fortunato Di Diogene! ò trovato un cittadino!

EULOGIO _(afferrando per il collo Menecrate che invano si dibatte)_

E in prova ti sequestro il vile corpo In cui la legge non vede la testa.

ICELO _(avanzandosi di più verso Nerone)_

Ed io sequestro il tuo.

NERONE _(scostandosi e levando di sotto la veste un corto coltello)_

Va—non toccarmi, O ch’io...

VARONILLA.

Brandisce un’arma!

PETRONIO

A me la lotta Con costui.

_(Nerone, udite le parole di Petronio, getta il coltello e si scaglia contro il gladiatore)_

MENECRATE

Maledetto tafferuglio!

NERONE _(dopo una breve lotta cadendo a terra)_

Per gli Dei dell’averno!

PETRONIO

Ecco atterrato Il grande atleta.

SCENA VI.

_I sopradetti personaggi_, ATTE, VINICIO _prefetto del Pretorio, soldati pretoriani_.

ATTE _(accorrendo)_

Entrate, pretoriani, Salvate il vostro imperatore.

MUCRONE

Quello L’imperatore?

GLI ALTRI PERSONAGGI

Nerone!...

MENECRATE _(dando un largo sospiro)_

Era tempo.—

NERONE _(balza in piedi rapidamente; tutti si scostano pieni di spavento)_

Sì, Nerone son io;—nè tal sorpresa È per voi molto grata, s’argomento Dalla paura che v’imbianca il viso— Ed è paura giusta.—È chiaro come Luce meridïana che voi tutti Al mio cospetto vi sentite rei Di lesa maestà.

_(Sbigottimento nei personaggi e silenzio)_

Difenditore Qual sono delle leggi dovrei quindi Consegnarvi ai littori.

_(Altro silenzio)_

Ma compagna Abbiamo nell’imperio la clemenza, E assai volenterosi perdoniamo!

_(Ad un cenno di Nerone Vinicio e i pretoriani escono dalla taverna)_

MENECRATE

E a’ malcontenti piace d’inventare Che Nerone è crudele!

NERONE (_a Petronio_)

A te, felice Vecchio, per lode basti la memoria Di avermi vinto!

PETRONIO

S’io sapea che meco Lottava il divo imperatore, avrei Rinnegato i miei polsi.

NEVIO (_avanzandosi_)

Io per contrario Usato avrei della vittoria.

MENECRATE

Udiamo Il cittadino!

NEVIO (_piantandosi fieramente incontro a Nerone_)

Avvezzo alle servili Compiacenze tu sei;—nova ed ardita Ti parrà dunque la parola mia, E ignoro se darai grazie al tuo fato Che qui ti spinse ad ascoltarla.—Assiso Sul gran fastigio del potere umano, Prendi a gioco, o Nerone, uomini e Dei, E resti ai lutti altrui sordo ed immoto Come quel simulacro che inalzavi Avanti alla tua casa, monumento Fiero dell’arte e della tua superbia.— Rammentati Trasèa, l’illustre vecchio Che a morir condannasti. Il centurione Ch’apportava il decreto del Senato Lo rinvenne tranquillo ascoltatore Di Demetrio filosofo.—All’iniquo Annunzio eruppe il grido de’ congiunti E dei servi—io là stavo in mezzo ad essi: Il vecchio solo tacque, e parve lieto; E poi ch’ebbe abbracciata la sua figlia, Si fece aprir le vene, e poche accolte Stille di sangue nella man tremante, Ne sparse il suolo, offerendole a Giove Liberatore—indi si volse a noi Meravigliati, e disse: _Addio! voi lascio In prava età; vi giovi affrancar l’animo Con forti esempi._—Tu, Nerone, or senti Se que’ detti imparai.—Cotali infamie Operi tu nelle poche famiglie Che restan de’ patrizi; e potrei dirti Quelle infinite che nel nome tuo Fanno i tuoi sgherri tra i plebei?—E non tremi? Ma il pianto che si versa nei tuguri Dell’oppresso diventa odio, e dall’odio Poi nasce il giorno del final gastigo.

NERONE (_dopo averlo ascoltato attentamente, rivolgendosi a Menecrate_)

È un artista costui—declama bene E à bella voce.

(_Avanzandosi verso Nevio_)

T’apro la mia casa Come a compagno; anch’io sono un artista, E conversando insieme, chi sa forse? Noi giungeremo a divenire amici.— Ma dove è mai la bella fuggitiva? Perchè t’ascondi? via, lascia il timore, Più non sono uno schiavo.

VARONILLA

T’allontana.— Tu grondi sangue!

MENECRATE

E questo è falso: usciva Pur or dal bagno.

VARONILLA

Sì, tu grondi il sangue Del padre mio, Cassio Longino!

NERONE

Oh vedi Fatalità!

MENECRATE

Proprio sua figlia!

NERONE

Intendo Il tuo dolore, o giovinetta; eppure Non spesi verbo ad accusar quel vecchio Perchè non lo conobbi. Fu lo zelo Del nostro buon Senato, zelo atroce Spesso—ma necessario.

(_Volgendosi a Nevio_)

Non è vero, O amico artista?—

(_Indi a Varonilla_)

Ma in parlarti sono Assalito nel cor da furïosi Impeti di clemenza, e a te concedo I beni confiscati.

MENECRATE (_tutto spaventato corre all’orecchio dell’imperatore_)

E la mia villa?

NERONE

Ricerca un altro Bruto.

MENECRATE

Ove trovarlo?

NERONE

Basta che sia di pietra.—

(_Volgendosi agli altri personaggi_)

È omai profonda L’umida notte, come dice il nostro Immortale Virgilio—e vi consiglio, Buoni Quiriti, a ricercare il sonno Entro alle vostre case.

ICELO (_nell’uscire, a Varonilla_)

A te, fanciulla, Io sarò guardia nella via.

EULOGIO

Salute A Cesare Divino!

NERONE

E tu chi sei?

EULOGIO

Un mercante di schiavi.

MENECRATE (_sommessamente a Nerone_)

Egli t’aiuta A sostener l’imperio.

NERONE

Va—disgombra Tu pure.

MENECRATE

Aspetterò lungo la strada.

(_Varonilla, Icelo, Eulogio, Petronio, Nevio escono_)

SCENA VII.

MUCRONE, NERONE, ATTE.

NERONE _(guardando Mucrone)_

In quel tuo pingue corpo riconosco Il taverniere; ài ricca la cantina?

MUCRONE

Divo Nerone, per te conservai Falerno Opimïano di cent’anni.

NERONE

Recalo dunque.

(_Mucrone esce_)

Io son prostrato!

(_Siede sopra una panca_)

Corsi Come briaco per le vie di Roma, E in quelle oscurità quanti terrori Lasciai dietro i miei passi e quanto sdegno Ne’ mariti gelosi!—Intanto pensa Lo stoico, vigilando arcigno e chiuso Nella sua stanza. Ed a che pensa?—Io rido.— Cosa sarebbe priva d’ogni errore Questa noia che i più nomano vita?

MUCRONE (_rientrando con un’anfora_)

Ecco il Falerno.

NERONE

Versa—e poscia bevi.

MUCRONE

Un tale onore!...

NERONE

Ciò che stimi onore Nel tuo cervello—altro nome à nel mio.

MUCRONE

E lo chiami?

NERONE

Prudenza.

(_Mucrone versa il liquore nella tazza e ne beve un sorso—Dopo una pausa guardando il taverniere che comincia ad impaurirsi_)