Nella vita: novelle

Part 7

Chapter 73,821 wordsPublic domain

Era beatamente adagiata nel letto della Virginia, con la bianca testa su due capezzali, con una collana di grossi coralli al collo. Sulla coltre erano sparse alcune altre carte da giuoco. Accanto al letto era una poltrona sudicia e sdrucita, in cui la biondina avea fatto il fosso.

— Ha visto la Virginia? — mi fece il donnone riconducendomi all'uscio di strada — È un peccato. S'è legata alla vecchia e perfino le lascia il suo letto. E giusto adesso che avrebbe bisogno tanto di riposare. È malata, sa: ma è cocciuta...

Pensavo a quel fosso, nella poltrona.

— E dorme lì, nella poltrona?

— Se n'è accorto? Già. Ma guardi! Si può esser più bestia di così! Farmi le nottate intere accanto alla pazza, che le cava la ventura dalle carte!..

— Che diceva lei? Ch'è malata?

— Ah! Signore! — sospirò la virago.

E con la punta del medio si toccò a più riprese in mezzo al petto enorme e molle, ondeggiante a ogni suo più piccolo moto.

— Qui, capisce?

Scendevo le scale, scusandomi.

Il donnone mi faceva dietro:

— Sa, badi: si tenga a sinistra. E non dubiti: penso io a mandarle oggi la baronessa. E mille rispetti! E ci venga a trovare!

Difatti la pazza m'arrivò allo studio qualche ora appresso, nella sua solita grottesca _toilette_. Durante il primo riposo cercai di farmi narrare la storia della Virginia: doveva bene avere una storia la biondina. Ma mi riescì di sapere poco o nulla: la vecchia anzi s'era rabbuiata e mostrava di non volersi troppo intrattenere dell'argomento. Sì, la Virginia le aveva ceduto il suo letto, l'aveva fatta accogliere in quella casa per carità, s'era impietosita, ecco tutto. _Figlia di signori_, la Virginia: sapeva leggere e scrivere e aveva pur cantato a teatro.

Tutto questo ella m'andò borbottando con la sua solita disordinata maniera di narrazione, così che non riescii che a comprendere ben poco: il vaniloquio della pazza raffittiva l'oscurità che io avevo cercato di penetrare e in cui si perdeva la figura, pur così interessante, della piccola bionda.

Costei morì sullo scorcio di novembre e donna Clorinda morì due settimane appresso. La virago mi raccontò che la vecchia s'era seduta nella poltrona di Virginia e lì s'era lasciata finire. La collana di corallo se l'era presa la virago: glie la vidi al collo. Chiarina mi disse che alla pazza non avevano trovato nulla addosso, infuori d'un piccolo e logoro portafogli nel quale erano due o tre soldi e, avvolto in un biglietto del lotto, un bel ricciolo di capelli biondi che somigliavano tanto a quelli della Virginia.

— Ah, caro Lei, — mi fece il donnone, sull'uscio di strada — non può immaginare che s'è patito con quelle due! E lei?.. Tornerà?.. Ora son finite le malinconie... Badi... si tenga a sinistra... Mille rispetti. Ci venga a trovare, neh? E per cose allegre, ora, per cose allegre!..

QUARTO PIANO, INTERNO 4.

Al quarto piano d'uno de' mastodontici palazzi del Vasto, un nuovo rione risultato dalla bonifica delle paludi, rimpetto la stazione ferroviaria, il maestro direttore d'orchestra Sponzilli — la cui moglie, scappatagli di casa con un tenore, era finita di febbre gialla in America — abitava l'interno 4 con la figliuola Sofia e una servetta, l'Emilia, che in casa chiamavan Milia — una contadinotta di Corleto Perticara.

S'era nel luglio. Presso alla finestra che affacciava sul vasto cortile del palazzo Milia s'era posta a lavorare all'uncinetto. Le mani pienotte e arrossate che, poco prima, avevano risciacquato panni e pentole andavan lente: di volta in volta l'uncinetto, tra quelle impratiche dita poco agili, s'arrestava e ricascava in grembo alla giovanetta. E di su il davanzale della finestra, tra un vaso di menta e i fascicoli d'un romanzo illustrato, il gatto di casa, che lì aveva trovato il suo posticino al sole, la contemplava, ammiccando. Un'afa sciroccale pesava sul cortile silenzioso: le ore d'un torrido pomeriggio scorrevano tardissime.

Improvvisamente suonò, breve, una voce. La servetta trasalì e levò il capo: si levò pure il gatto e fece arco della schiena e sbadigliò. La voce veniva dalla camera da letto della signorina Sofia.

— Milia! Milia!

Il gatto scese dalla finestra e s'avviò. La servetta raccolse il merlettino, il gomitolo, l'uncinetto e ammucchiò tutto sui fascicoli del romanzo. Si levò e scosse il grembiale.

La voce interna insisteva:

— Milia! Milia!

— Uff! — fece Milia.

E rispose forte:

— Vengo, vengo! Son qua!

Nella cameretta della signorina era buio: gli scuri del balcone ella aveva chiusi. Ma da quella commessura, avanzando fino a piè del letto, si partiva come una sottil lama d'oro. Attorno l'ombra si raffittiva.

— Dove siete? — disse Milia.

— Qui, qui. Vien qui: senti...

E la sagoma del letto si svelò a poco a poco agli occhi della servetta. Vagamente, nella penombra, cominciarono a pigliar rilievo un tavolo tondo, il canterano, il divanetto.

— Senti, Milia, senti...

Dal letto si stese un braccio e l'agguantò. Una mano febbrile le strinse il polso.

— Oh, Gesù! — fece Milia, impaurita.

Di su le coltri — s'era gettata bell'e vestita sul letto — la signorina Sofia, sollevata sopra un gomito, si protendeva. Gli occhi di lei lucevano nell'oscurità e la Milia, immota, si sentiva figgere addosso quello sguardo ansioso.

— Milia, dimmi... Mi vuoi bene? E se la signorina tua ti chiede un favore..... dimmi se ti chiede un favore, che le rispondi?

— Oh, signorinella! — balbettò Milia.

— Senti, un favore da niente... Ascolta bene. Tu devi andare da Enrico... Alla ferrovia... Alle partenze, lo sai, dove si prendono i biglietti...

La signorina frugava sotto l'origliere.

— Lo farai chiamare e gli darai questa lettera.

Nella penombra la busta della lettera biancheggiava. Milia ritrasse le mani.

— Non vuoi? Non vuoi andare?..

Ora la signorina s'era levata a sedere sul letto e ricercava le piccole ruvide mani che le erano sfuggite. Le ritrovò, le strinse, dolcemente, lasciò tra quelle mani scivolare la lettera e le rinserrò.

— Perchè non vuoi? Di che hai paura? Tu lo sai, fino a stasera papà non torna. Nessuno saprà nulla. Su, Milia! Come te lo devo dire? Vacci! Fammi questa carità!

L'altra, irresoluta, taceva, rigirando la lettera fra le mani.

— Rispondi! Che vuoi fare? Non vuoi? Dunque alla signorina tua non le vuoi più bene? Dì, non le vuoi più bene?

E a un tratto ruppe, afferrandole e squassandole le braccia:

— O vai tu, o mi levo e ci vado io!

— Date qua — piagnucolava la servetta — Ci vado, ci vado.....

La lettera era caduta a piè del letto. La servetta si chinò, sospirando, e la raccolse.

— Che gli devo dire?

— Che voglio subito la risposta. E... se è vero.....

— Se è vero?..

— Se è vero quello che si dice.

— Che volete la risposta a quello che gli avete scritto e se è vero quello che si dice.

— Così. Ora va. Ti ricordi? Alle partenze. Chiamalo fuori dell'ufficio.

La servetta si cacciò la lettera nel busto e uscì. Ripassando per la stanza che poco fa aveva lasciato si fece alla finestra e guardò nel cortile. Il gran cortile era deserto: a un angolo, per una delle porte d'entrata, passava un gran chiaro e si diffondeva e dilagava sull'arido selciato. La moglie del portinaio avea piantata al sole una seggiola e appeso alla sua spalliera un sudicio lino del suo poppante. All'opposto angolo, nell'ombra, la ruota immane per la fornitura dell'acqua gocciolava e lo stillicidio incessante turbava una pozza d'acqua, là sotto. Di fuori l'immenso rione nuovo del Vasto pareva morto: il silenzio era alto: nessun romore, nessuna voce! Tratto tratto, dalla parte delle paludi, lungo la ferrovia, fischiava lamentosamente una locomotiva, due, tre volte.

Di faccia alla finestra ove la servetta s'indugiava era quella della Marangi, la maestrina comunale. A poca distanza dal parapetto, seduta a una tavola sulla quale posava la piccola macchina da cucire, la Marangi scriveva, piegata su un mucchio di carte. Di volta in volta, sostando, si leccava il medio della mano destra che s'era insudiciato d'inchiostro e lo fregava a una pezzuola.

— Signorina Marangi — disse Milia — scusate tanto se vi disturbo. Io vado per una commissione e lascio sola la mia signorina. Mi volete dare un occhio alla porta?

La Marangi levò il capo. Rispose, breve:

— Va bene.

Si rimise a scrivere. S'udì lo sbattere della porta e Milia scese le scale, canticchiando. Era così alto il silenzio che la Marangi udì, chiaramente, la voce della servetta in cortile. Milia diceva al portinaio:

— Don Angelo, non lasciate salire alcuno. La signorina è rimasta sola in casa. Io vado per un soldo d'aghi e subito torno.

La Marangi, che aveva abbandonato il braccio sulla tavola e schiuse le dita dalle quali era sfuggita la penna, sospirò profondamente. I suoi grandi e dolci occhi azzurrini si velarono, stanchi, fra le ciglia. Appena tornata dalla scuola s'era posta a rivedere i compiti delle sue scolarette. Un mucchio di scritti infantili aspettava ancora i suoi segni di correzione a matita azzurra. E la notte precedente avea così poco dormito!

— Pazienza! — mormorò, passando e ripassando le dita sulle palpebre grevi.

Come un'eco, dalla finestra dirimpetto, una voce ripetette:

— Pazienza!

— Oh, Sofia! Sei tu? — disse la Marangi.

Immobile, ritta presso il davanzale della sua finestra, la signorina Sofia la guardava.

— Che fai, Laura!

La maestrina sorrise, malinconicamente. Con gli occhi indicò gli scritti sparsi sulla tavola.

— Non vedi? Correggo compiti.

Rimasero mute per un po' tutte e due, contemplandosi.

— E tu che fai? — disse la Marangi.

— Nulla.

— Nulla? Troppo poco... Tu soffri, Sofia, tu soffri, lo so. Lo vedo. Come sei pallida!

E il suo accento era buono e pietoso come i suoi buoni e dolci occhi azzurrini.

Si levò dalla tavola e venne a porsi davanti alla finestra. Mise le mani spiegate sul davanzale. E, gravemente, soggiunse:

— Senti, Sofia, lascialo! Io te lo volevo dire da tanto tempo! Pensa a te, pensa a te! Quell'uomo lì non è fatto pel tuo carattere nobile e fine. Lascialo. Egli ti lascerà, se non lo lasci. È tristo, è ingeneroso... Perdonami, sai, non ti dolere..... È tristo, è tristo!..

Sofia Sponzilli tremava, bianca come un cencio. Tremavano le sue piccole mani nervose e tormentavano i fascicoli del romanzo, il gomitolo, il ricamo che Milia aveva dimenticato sulla finestra.

Rispose, piano:

— No... non posso.

— Ti lascerà! Lo vedrai.

— Ebbene se fa questo..... Vedrai, Laura!

La maestrina scosse la testa, pietosa. E si mise a riordinare, macchinalmente, i suoi compiti sulla tavola.

— Tu non hai cuore per certe cose! — disse la Sponzilli, all'improvviso — Tu non hai mai amato!

— Oh, figlia mia! — balbettò la maestrina, con tutta la commossa voce del suo cuore pieno di ricordi e di rimprovero.

E le carte le sfuggirono di mano, ed ella chinò la testa e si sentì piegare.

La Sponzilli era scomparsa. Laura Marangi scivolò lentamente lungo la tavola, tornò a sedere al suo posto, riprese la penna e contemplò, muta, meditando, i suoi compiti. Gli occhi le si erano empiti di lagrime. Bagnò due o tre volte la penna, cercò un degli scritti nel mucchietto che se n'era posto davanti. La mano e lo scritto, rimasero lì, immoti. Ella si risovveniva, ora, di tutte le sue pene, di tutto l'amor suo finito miseramente per una volgare questione d'interessi, di denaro. Povera, anche lei: con una mamma vecchia, cieca, poveramente pensionata, con un fratello ferroviere che or le voleva abbandonare per ammogliarsi, e senz'altro, senz'altro, che uno stipendio meschino! E senza più amore, e senza più speranza davanti allo oscuro avvenire!

Reclinò la testa bionda sul braccio e ve la posò e vi nascose la faccia.

Ora tornava Milia, dalla ferrovia: si udiva il romore de' suoi zoccoletti, su per le scale. La porta di casa della Sponzilli s'aperse e sbattette con uno strepito breve. La Marangi non si mosse, non levò il capo. Piangeva piano, col volto sul braccio piegato: piangeva amaramente, senza sapere perchè.

Suonò, all'improvviso, un alto grido angoscioso. La servetta apparì alla finestra, con le mani ne' capelli, con la faccia stravolta.

— Milia! — gridò la Marangi.

— S'è buttata dal balcone! S'è buttata giù!.. — urlava Milia — Ah, Madonna del Carmine! Signorina! Oh, Dio! La signorina mia ha avuto la risposta da quel giovane e s'è buttata!..

La Marangi si coperse la faccia con le mani. Tentò di levarsi. Ricadde sulla seggiola.

Balbettava:

— Oh, Sofia! Oh, Sofia mia!.. Oh, Dio! Dio! Dio!..

Milia si schiaffeggiava, pazzamente, urlando:

— Dal balcone! Dal balcone!..

Sparse. La porta di casa s'aperse con un fracasso spaventoso. La servetta si precipitò per le scale. E su per ogni pianerottolo s'apersero subito altri usci, e nel cortile si popolarono tutte le finestre.

Una voce, dall'alto disse:

— Chi s'è buttata?

Un'altra rispose:

— La Sponzilli... La figlia del maestro di musica. Dall'altra parte. Nella via Brindisi.

E dalla via Brindisi un vocio confuso e crescente salì alle finestre. Ora la folla entrava nel cortile, e se ne udiva il susurro. Portavano qualcuno.

La Marangi inorridita, si trasse addietro e s'appoggiò allo spigolo della tavola. Si sentì mancare. Si provò a chiamar la madre e la voce le venne meno.

Qualcuno, di furia, scendeva dall'ultimo piano. Un prete. Era il fratello d'una vedova, capellano a Santa Maria delle Paludi.

Si affrettava, pallidissimo, abbottonando la sottana al sommo del petto, con la stola sul braccio.

«COCOTTE»

Erano le cinque ore del mattino. La grande lampada posta davanti alla statua di legno di Sant'Ignazio ardeva nella cappella del carcere femminile di Santa Maria ad Agnone, ancora addormentato. Fra poco le recluse avrebbero udito la campana della sveglia e sarebbero scese a borbottare le solite preghiere nella penombra di quel tempietto freddo e malinconico, i cui quattro finestroni affacciano sul tortuoso vicolo afrodisiaco intitolato dallo stesso nome delle prigioni e frequentato da soldati e da vagabondi.

In quell'ora — l'ottobre era sugli ultimi suoi giorni — il vicolo, affatto deserto, offeriva a' ratti o a qualche cagnuolo abbandonato e vagante la copiosa vettovaglia de' suoi rifiuti e della sua spazzatura, ammonticchiati qua e là. Due fanali a gas, dal muro di faccia alle carceri — il muro cieco e altissimo d'un monastero di Clarisse — stendevano due braccia di ferro, una delle quali, spiccandosi di su la piccola porta antica del monastero, coronata da un festone marmoreo e dallo stemma quattrocentesco d'una famiglia illustre, si puntava proprio rimpetto a un dei finestroni della cappelletta e ne inquadrava la sagoma sulla interna e prospiciente parete della chiesuola, ove parte d'un vecchio quadro se ne illuminava anch'essa, vagamente. L'altro fanale, molto più lontano, stava sulla garitta della sentinella, addossata allo stesso muro claustrale, lì ove il vicolo cominciava a far gomito, e a qualche passo dalla porta delle prigioni.

Il silenzio era alto, la notte fresca.

La sentinella — un soldato di fanteria, che s'era posto il fucile ad armacollo — passeggiava, con le mani in saccoccia, e zufolava. Talvolta, lasciandosi a dietro per buon tratto la sua garitta, allungava il passo fino all'arco depresso ed oscuro ove il vicolo terminava, in sopra, verso la deserta via de' Santi Apostoli. Talvolta, soffermandosi, piantato sulle gambe allargate, il soldato interrogava lungamente, con gli occhi in su, quella fetta di cielo che le alte mura della prigione e del monastero parea che quasi attingessero con le loro creste taglienti: un brano di cielo sereno, rischiarato come da un lume prossimo e invisibile. Era imminente l'alba. Difatti, a poco a poco, cominciò a mancare sopra la interna parete della chiesetta quel riverbero giallastro che il lume del fanale vi stampava. Si liberarono a mano a mano dall'ombra l'altare, le scranne in fila, i muri coperti di vecchie tele e di quadretti votivi, il piccolo confessionile di cui lo sportello era rimasto schiuso e uno scarabattolo a vetri, custodia d'un presepe, addossato ad un de' pilastri.

Pareva come se da gran tempo quel luogo fosse rimasto abbandonato: vi avevano conquistato ogni angolo le ragnatele, la poca cura della suppellettile ve la lasciava coprirsi di polvere o di muffa e l'umidità esalava un tanfo di terriccio rimosso. Continuando la luce a mostrare quelle cose la breve navata del tempio anch'ella se ne abbeverò a poco a poco tutta quanta. Si svelò, dietro l'altare, la porticina della sagrestia e l'altare medesimo, carico di frasche e di candelieri, si bagnò tutto del freddo chiaror mattinale: la tovaglia ad orlo ricamato che v'era stesa sopra vi sembrava appiccicata con l'acqua. E come, per un vetro rotto d'un de' finestroni, penetrava là dentro il vento di volta in volta e sibilava, qualche volta, davanti alla statua di Santo Ignazio, la fiamma della lampada, investita da una folata più veemente, si inclinava e parea che si volesse spegnere a un tratto.

Era giorno, oramai. Le ore suonavano al vicino orologio dell'edificio della Vicaria, lente e chiare. Nel vicolo s'arrestò in quel punto il romore de' passi della sentinella: il soldato numerava que' rintocchi della campana e aspettava il cambio. Difatti s'udirono altri passi, frettolosi e pesanti, accostarsi dal lontano e subitamente davanti alla garitta si posarono sul selciato, con uno strepito breve e ferreo, i fucili: una voce dava la consegna, nel silenzio, e la voce della sentinella rimossa le rispondeva piano, brevemente. Poi daccapo risuonaron passi cadenzati e pesanti e s'allontanarono.

D'improvviso la porticella della sacrestia s'aperse tutta quanta. A una a una, entrarono di là nella chiesa dodici suore della Carità e sedettero a un banco, rimpetto all'altarino. L'ultima, una vecchietta, si chiuse la porta a dietro e rimase impiedi, ritta, d'avanti alla mensola dell'altare. Non s'era udito romore e quelle donne erano come scivolate sul pavimento: dalle loro gonne molli e copiose non s'era partito alcun fruscio. Ora, nella mezza luce, le cornette bianche s'allineavano, quasi immobilmente.

Un colpetto di tosse ne scosse una, per un momento.

II.

La suora addossata all'altare si fece il segno della croce e disse:

— Sorelle mie, questo in cui ci troviamo per ordine della nostra reverenda madre generale è il carcere femminile detto di Santa Maria ad Agnone. Fino ad ora la cura delle sciagurate donne che sono qua dentro è rimasta affidata ai Gesuiti. Ma vi sono tante necessità, tante circostanze, non so come dire, per cui in una prigione femminile valgono meglio le donne che gli uomini. Insomma, s'è creduto necessario di farci venire qui a regolare non dico meglio, perchè i buoni padri Gesuiti lo hanno fatto assai bene per quindici anni, ma con affetto, con amore di sorelle, con tutte le cure di cui hanno bisogno, queste povere anime vissute nel peccato.

S'interruppe. Il suo sguardo percorse la bianca fila delle cornette e vi frugò sotto, come a interrogare le pallide facce che nascondevano, in parecchie delle quali sarebbe stato difficile leggere: erano volti da cui nulla traspariva per gli occhi, erano pupille immote, inespressive, abituate al riverbero della passività di anime apatiche, depresse dalla preghiera e dalla regola.

— Ho ancora qualche cosa da dirvi — soggiunse la superiora.

E mentre la chiesuola si rischiarava tutta quanta e di fuori già suonavano voci confuse nel vicolo ella annunziò con voce più alta e più lenta:

— Non tutte voialtre rimarrete qui, in servizio. Vi resterò io con otto di voi. Basteremo.

Subitamente fu picchiato forte all'uscio della chiesa. Di fuori, dal vasto cortile ove le recluse s'adunavano ogni giorno, una rauca voce femminile urlò:

— Monache! Ohè, monache! Ove siete?..

La superiora additò l'uscio alle compagne e ordinò:

— Aprite.

La porta s'aperse. Un fiotto di luce si riversò dal cortile nella chiesa e ne illuminò l'ultime scranne. Tre o quattro femmine apparvero sul limitare dell'uscio e vi si arrestarono, irresolute.

Una di esse, con le mani in cintola, protese la testa arruffata.

— Ove siete? — gridò.

S'udiva, nel silenzio, il loro ansimare: come se avessero voluto per le prime arrivare alla porticella della chiesa quelle donne respiravano forte. E, fra tanto, per la scala de' dormitorii altre recluse scendevano di furia nel cortile, urlando, ridendo, schiamazzando.

— Fuori, fuori! — strillò una che sopraggiungeva — Venite fuori, monache! Vi vogliamo vedere!

Si fece largo tra le compagne, stese le braccia e tornò a gridare, in fondo alla chiesa:

— Fuori! Fuori!

Le fece eco un urlio assordante.

— Fuori le monache!

Il cortile s'era affollato. Cento braccia si levavano, cento bocche continuavano a urlare. Sul pozzo coverto tre o quattro delle recluse erano saltate in piedi, per veder meglio. E a un tratto, nella folla, avanzando, le suore apparvero e si raccolsero in un silenzioso gruppo, di faccia al pozzo.

La superiora balbettò:

— Figliuole...

Gli urli copersero la sua voce. E si mescolarono a quello schiamazzo spaventevole le apostrofi più insultanti, le più feroci invettive, delle risate scroscianti, delle frasi impure e minacciose. Intanto la scala de' dormitorii seguitava a rifornire il cortile: ora, più lentamente, scendevano le anziane, orribili megere, discinte, qualcuna scalza perfino, qualcuna appoggiata a un bastone.

Vi fu un momento di silenzio. La fila delle suore si rinserrava: strette l'una all'altra, pallide, palpitanti, gli occhi pieni dell'orrore della scena, esse affisavano sullo spettacolo insolito il loro sguardo esterrefatto. E s'udiva in quel silenzio un balbettio cadenzato, quasi un canto sommesso: una idiota sedeva al sommo della scala dei dormitorii e cullava sulle ginocchia un fantoccio di stracci la cui testa informe aveva incappucciata in una piccola cuffia bianca. Il fantoccio andava su e giù in grembo all'idiota ed ella, piegata su quel sudicio fagotto, seguitava a ninnarlo:

— Oh, oh!.. Dormi, figlio... oh, oh!..

— Taci! — le gridò una che le stava più da presso — Finiscila! Tutta la santa giornata il lamento di questa scema!

— Insomma? — fece un'altra, rivolta alla superiora — Tu non parli, eh, mamma vecchia?

— Ve lo dico io perchè non parla — esclamò un'altra — Questa santa donna...

Scoppiò a ridere. E mosse incontro alla suora, minacciosa.

III.

Era una delle più singolari di quelle sciagurate. Alta, bionda, vestita d'un camice roseo dalle larghe maniche orlate d'un pizzo gialletto che s'era sciupato e sbrandellato, ella aveva dei braccialetti a' polsi, e al collo nudo un filo d'oro da cui pendeva una medaglietta. Con la mano sinistra ora raccoglieva sul fianco la vestaglia, e appariva da quel lato, fino al polpaccio, la gamba calzata di seta nera; a' piedi aveva scarpini bianchi, trapunti, d'un taglio elegante, e li trascinava su pel sudicio selciato del cortile. Certo era stata bella un tempo: ma adesso faceva paura. La sua voce rauca, alcoolizzata, d'un timbro maschile, superava tutte le altre: un tremito spasmodico le agitava di volta in volta le labbra, a' cui umidi angoli si raccoglieva una lieve e lucente schiuma bavosa. De' grandi occhi azzurrini nei quali palpitava quell'aura epilettica onde lo sguardo si esprime singolarmente tra il terrore e lo spasimo, entro gli orli arrossati delle palpebre ammiccavano di tanto in tanto, come offesi dalla troppa luce.

— Non parla poichè ha scorno! Noi le facciamo scorno, si capisce! Non è avvezza la santa donna!

Fece un altro passo. E posò la mano sulle braccia conserte della suora. Sporse il capo. L'affisava, muta.

— Ti secca non è vero? Hai ragione. Delle suore tra le omicide, le ladre, le male femmine!..

Incrociò le braccia anche lei. E a una a una, curiosamente, squadrò le altre monache, immobili. Nessuna di costoro sostenne quello sguardo sfacciato: le suore abbassarono gli occhi, rabbrividendo.

— Dunque rimarrete con noi, eh? — disse la bionda — Onoratissime!

— Rispondi! — urlò un'altra alla superiora — Rispondi a _Cocotte!_

La superiora mormorò:

— Sì; otto di noi. Le sceglierete voi stesse.