Nella vita: novelle

Part 6

Chapter 63,732 wordsPublic domain

— M'arriva ora la comunicazione ministeriale. Le solite sorprese. Ma, Dio mio, non avrei mai immaginato!....

Le mani di Stazza mi si protendevano, tremanti. Lasciai cadere in quelle le mie, e le strinsi, due, tre volte. Guardai in faccia il colosso: era turbato, ma si sforzava di parer tranquillo. Soltanto s'era arrossato un poco più, nella faccia. Si passò una mano sulla fronte, si guardò intorno, tornò a voltarsi verso la tavola del direttore, smarritamente.

— Dunque — gli balbettò — Se lei mi permette... Vado. Spero bene di rivederla, qualche volta.

— Macchè! Ma vuole andarsene proprio adesso? Ma v'è tempo. Guardi, faccia come se il decreto non glie l'avessi comunicato ancora.....

— No, no! — disse lui — Mi permetta, mi scusi. Voglio essere ossequente....

— Peccato! — esclamò il direttore, come lo vide uscire e scomparir dietro l'uscio. Dopo trent'anni!

Si levò, s'incamminò fino alla porta, si arrestò sulla soglia. Di fuori s'udivano le voci degl'impiegati, la voce di Stazza che si licenziava, confuse.

Il direttore rientrò. Andò al balcone, guardò nella via, senza badarvi.

Eravamo rimasti soli. Lui, tornò addietro, s'appressò alla scrivania, vi cercò qualche carta, la lesse e la buttò lì, sulla tavola, con un moto sdegnoso.

— Mi permette? — chiedevo.

— Guardi, guardi — esclamò — Guardi un po' con chi mi sostituiscono quel disgraziato. Aspetti. Legga pure.

Mi pose quella carta sottocchi.

— Come! De Laurenzi!

— Già, s'intende, ha brigato e v'è riescito. Entra in organico e prende il posto di Stazza.

Soggiunse, dopo un momento, rimettendosi a sedere alla sua scrivania:

— S'accomodi pure.

IV.

Passò un mese. In questo tempo gli studenti fecero chiasso, al solito, e ruppero vetri e banchi: l'Università fu chiusa e il numero de' lettori, nella nostra biblioteca, s'accrebbe del doppio. Vi fu un gran da fare e Stazza fu dimenticato. Soltanto qualche volta, in un momento di tregua, il suo nome ricorreva nel vaniloquio degl'impiegati raccolti nella sala della distribuzione intorno all'ultimo bollettino del ministero, ove apparivano — già indicati, con una crocetta, da qualche necrologo de' nostri compagni — i nomi di coloro che o eran morti o erano stati collocati a riposo. La constatazione de' decessi e de' _ritiri_ — un refrigerio per i superstiti — occupava quelle constatazioni e quelle conversazioni fredde e indifferenti; per lo più si discuteva sugli anni di servizio del croce segnato o sulla somma della sua pensione. Ma la psicologia di queste sparizioni — un legame di troppo sottili o pietose induzioni che in altri spiriti potevano forse rampollare dall'esame di casi somiglianti — non veniva certo a turbare l'animo de' miei compagni. Stazza, dopo tutto, sottobibliotecario a tremila, liquidava, come si dice, quasi dugento lire al mese. Una fortuna per un illetterato, una _tabula rasa_ come lui, che la doveva a quei benedetti tempi borbonici ne' quali era così facile di entrare, senza le qualità di cultura che vi occorrono, in un instituto scientifico come di mettersi a tavola in una publica taverna.

— Vuol vedere Stazza? — mi fece un di que' giorni l'usciere addetto alla spolveratura della mia camera.

Con lo straccio tra le mani s'era avvicinato al balcone chiuso e guardava nella via, traverso a' vetri.

— Venga, venga! Eccolo lì...

Mi levai e corsi al balcone.

— Lo vede?

— Dov'è?

— Non lo vede? Lì, seduto fuori al caffè di rimpetto. Lo vede? A quel tavolo a sinistra della porta. Eccolo che leva gli occhi. Guarda quassù, guarda i nostri balconi.

— Difatti.

Il colosso era lì, seduto a una tavola sulla quale stavano il vassoio e la chicchera del caffè. Posava le mani sulle ginocchia e di volta in volta alzava gli occhi e li faceva correre sulla facciata della biblioteca, lentamente.

— Così fa ogni giorno, da un mese — disse l'usciere.

E ripassò lo straccio sui vetri perchè ci vedessi meglio.

— Arriva al caffè sulle nove ore, si mette a sedere lì fuori, e vi resta fino a mezzodì. Poi torna dopo pranzo e si rimette alla stessa tavola e non se ne leva che alle quindici.

— E tu come fai a saper tutto questo?

— Me l'ha detto il caffettiere. Il signor Stazza gli dà una lira al giorno, per l'incomodo.

Mi rimisi a sedere, pensoso. L'usciere, che non si partiva dal balcone, rideva e continuava a guardare rimpetto. E come l'alito suo tepido appannava la vetrata di volta in volta egli tornava a soffregarla con lo straccio.

— Insomma — seguitava — la biblioteca non se la vuol proprio scordare. Se n'è dovuto andare e nemmeno la lascia in pace. Adesso ci fa all'amore da lontano, tutti i giorni.

Non risposi. Ordinavo macchinalmente un mucchio di schede ed aspettavo, con una certa nervosità, che l'inserviente smettesse e se ne andasse.

— Ecco che s'addormenta — fece lui a un tratto — Venga a vedere. S'è addormentato.

Tornai a levarmi e mi accostai daccapo alla vetrata. Stazza aveva allungato un braccio sul tavolino e reclinato la testa sul braccio. Il cappello di paglia gli era scivolato, di su le ginocchia, a terra. Ora un lustrascarpe, che aveva posta la sua cassetta all'ombra, a pochi passi, glie lo raccoglieva e lo posava sul tavolo, accanto al vassoio.

L'ora meridiana avanzava: il sole batteva su' muri. Uscì, a un tratto, dalla bottega il garzone del caffettiere e si mise a girar la manovella per fare abbassare la tenda, che scese lenta, e sul deserto e largo marciapiedi, su' tavoli, su Stazza diffuse un'ombra uguale, per buon tratto.

Mancava qualche diecina di minuti alla chiusura della biblioteca. E svogliatamente, aspettando che trascorressero, ricominciavo a ordinar le mie schede. L'inserviente se n'era andato: le vaste sale, fino a poco prima turbate dal molesto vocio de' distributori, s'acchetavano, adesso, in una pace profonda.

Improvvisamente — mi dimenticavo nella mia bisogna — il grande orologio della stanza de' manoscritti suonò le quindici. Vibrò quel suono nel silenzio, con un tintinno allegro, come di cristalli percossi. Era l'ora. M'avviai alla porta.

Ma, sulla soglia, uscendo, m'arrestai, sorpreso. Lì sulla soglia, sul ballatoio, su per le scale vedevo agitarsi una folla attonita, mormorante, che quasi m'impediva il passo.

Risaliva le scale, di furia, Pandolfelli, un distributore.

Una voce gli chiese, dal ballatoio:

— Dì, è vero? È vero?

Pandolfelli rispose, alto:

— Si, è morto.

Mi vidi di faccia l'inserviente, in quel punto. Apriva le braccia, smarrito.

— Stazza! — mi fece.

E battè palma a palma, convulso.

— Lì davanti al caffè, poco prima. Un colpo. Si ricorda? Quando pareva addormentato.

Apparve il direttore, pallidissimo. Accorrevano altri compagni. Tre o quattro lettori s'indugiavano sul ballatoio, curiosamente.

Il direttore mi chiese:

— Scende?

Non mi sentivo la forza. Ma lo seguii, e ci seguirono pur tutti gli altri.

Nella via, come uscimmo dal palazzo della biblioteca, il caffè ci apparve subito, rimpetto.

La folla si pigiava davanti alla porta.

Pandolfelli si fece largo ed entrò nella bottega.

Subito ne riuscì, annunziando:

— L'hanno posto in una vettura e portato ai _Pellegrini_. Ma era morto. Ho parlato col medico che s'è trovato a passare. Una sincope.

Uscì sulla via il padrone del caffè, con le lagrime agli occhi.

— Quel povero signore! Che disgrazia, hanno visto? Veniva qui ogni giorno, sempre alla medesima ora. Anzi, ieri, m'aveva detto, col suo solito buon sorriso: Lei si meraviglia non è vero? Già: son puntuale. Mi hanno mandato via di là — e mi mostrava il palazzo ove stanno lor signori — ma io ci continuo a stare, col pensiero, almeno.

La moglie del caffettiere, una piccola donnetta, era uscita anche lei sulla strada.

Mi pose una mano sul braccio. Mormorò:

— Ma è vero che l'hanno mandato via?

La guardavo, senza risponderle. Udivo dietro di me le voci, tranquille, de' miei compagni.

Diceva Pandolfelli a un altro:

— È morto in orario, hai visto?

La voce di quello che segnava le crocette fece notare, lenta:

— Un posto vuoto.

DONNA CLORINDA.

Una mattina d'autunno donna Clorinda, destandosi, si vide accanto, stecchito, il poveruomo che le aveva tenuto compagnia per quarantacinque anni. Era morto d'apoplessia nella notte, e lei non se ne era accorta.

Da prima immaginò che fosse seguìta una di quelle solite sincopi alle quali lo sciagurato andava soggetto. Poi, come lo scoteva e quello se ne rimaneva lì irrigidito, già quasi nero e con certi occhiacci spalancati e freddo freddo, la vecchia pazza si mise a sedere in mezzo al letto e con le mani in grembo, muta, indifferente, s'indugiò a contemplare quel corpo immoto, chiazzato nella faccia — la quale pareva che rispecchiasse ancora il terrore dell'ultimo momento — di alcune macchie di livido.

Il lume del giorno veniva dentro in quella stanza, ch'era tutto il loro quartiere, per una finestra che guardava sul vasto cortile scoverto dell'antico monastero di _Santa Caterina a Formiello_: una scialba luce autunnale bagnava freddamente le coltri del letto, ma qualche angolo della cameretta — che un tempo era stata cella — accoglieva ancor l'ombra. Lì, tra due seggiole zoppe, era per terra un piattello con l'acqua, e il cane in quel punto vi si dissetava: un barbone sudicio, che accompagnava su' vapori inglesi e nelle trattorie del Piliero il marito di donna Clorinda, Mastia, un siciliano, pittore di paesaggi. Nel silenzio dell'ora si udì per un pezzo il chioccolare dell'acqua che il barbone lambiva avidamente. La vecchia si volse e guardò da quella parte. Poi tornò a contemplare il marito, con occhio tranquillo. E gli parlò piano, lentamente:

— T'u dissi: nun bíviri!

Null'altro. Era ella così disposta, per naturale sua filosofia, a tenere per fatali somiglianti circostanze della vita e a non farsene vincere? O quel vecchio cuore indurito non avea mai palpitato? Oppure con gli anni e con la vita stentata e per il nessun amore che Mastia le aveva dimostrato fin da principio, s'era inaridito ogni sentimento in lei, che un tempo era stata pur giovane e bella e amorosa? Chi lo sa? Sul silenzioso orrore della nuda e fredda stanza pesava come un rigido mistero, e quella morte improvvisa non certo lo discioglieva. Intorno alla camera di Mastia erano altre povere camere abitate da gente anche più povera di lui: l'immenso fabbricato di _Santa Caterina a Formiello_, una volta claustro impenetrabile, accoglieva ora centinaia d'oscure e miserabili creature, e ciascuna covava là dentro il suo segreto e il suo dolore. Di volta in volta, tra quelle spesse mura di convento che ammorzavano ogni romore e soffocavano gridi angosciosi o selvaggi, scoppiava la catastrofe di un dramma: talvolta fin v'era scorso il sangue. Tuttavia, non la più comune manifestazione della vigile curiosità partenopea s'era espressa in quel momento da parte degli altri inquilini: solo qualche porta pesante s'era schiusa sul corridoio in penombra per subito rinserrarsi, ricacciando a dietro una pallida e paurosa testa femminile. A ciascuno bastava la propria miseria. E sulla sera, dopo l'accaduto, era rimasto deserto quel lungo e vasto corridoio, sorvegliato solamente dalla luce rossiccia del lanternone che il custode v'attaccava a una parete e che per breve tratto coloriva, disotto, le antiche mattonelle del pavimento, componenti a quel posto una stinta e barocca decorazione secentesca, tutta svolazzi verdi e giallicci. Cumuli di spazzatura, ammonticchiata qua e là sotto le vasche di marmo che le monache non avevano avuto tempo di svellere dal muro istoriato a fresco, alitavano un lezzo insopportabile. Quando il barbone tornava a casa con Mastia era lì che s'indugiava assai spesso.

II.

Donna Clorinda scivolò giù dal letto, in camicia, rabbrividendo al gelido contatto del pavimento sul quale i suoi piedi nudi avanzavano. Attaccato al muro di faccia uno specchio accolse d'un subito, e a mezzo, la sua bizzarra figura bianca procedente con la lentezza d'un fantasma. A un momento ella ristette, e, vinta da un'abitudine irresistibile, vi si rimirò, quasi atteggiandosi. Fra tanto principiava laggiù nel cortile la fatica de' fabbri: della legna arsa crepitava: guizzava e lambiva un alto muro annerito il fumo azzurrino di una fiammata: i martelli picchiavano già sulle incudini e un carro di botti entrava, con sordo fragore, nell'ex monastero.

Stanno intorno ad esso le torri aragonesi, che Ferrante pose a difesa della Porta Capuana: ora, sul cielo perlaceo, que' baloardi si stagliavano con un colore plumbeo rilevato da un fitto d'erbe selvagge ch'erano rampollate ne' loro crepacci e prosperavano sulla lor cresta interrotta. Da case e da fucine invisibili altre colonne di fumo, più lontane e sottili, salivano ritte nell'aria: la città si svegliava a mano a mano, e un'esterna sonorità crescente e confusa faceva sembrare più cupa, più appartata la fabbrica solitaria dell'antico convento.

Donna Clorinda si raccolse su d'una seggiola, di faccia al letto, e si cominciò tranquillamente a vestire.

Da parecchi anni la vecchia era dominata da un'innocente follia, che si esprimeva nella sconfinata considerazione di tutte le sue presunte qualità, e più precisamente di quelle fisiche. Ella si adorava, in un apatico egoismo nel quale non riesciva a far breccia alcun caso esteriore. La felicità o la sventura altrui contemplava di sfuggita, con un sorriso melenso: ogni più straordinario avvenimento nè la stupiva, nè la sconvolgeva. Era altrove il suo spirito e rincorreva fantasime trascorrenti fra la gioventù, la nobiltà, la ricchezza. Le pareva che la casa di Mastia, ottenuta in carità dal Municipio, fosse una reggia, che vi troneggiasse lei da regina, che un ammirativo mormorio la seguisse quand'ella ne usciva e che fosse abituale argomento d'ogni discorso de' vicini l'incesso magnifico di lei e la sua benevola maestà.

Pianger Mastia? Macchè! Nell'anima della vecchia, già da tempo, s'era spento ogni affetto: e poi, da quando la prima volta il marito l'aveva picchiata, un odio cupo e muto le era man mano cresciuto dentro per quell'ubriacone brutale che era stato il tiranno della sua gioventù. Ora, vestendosi, due o tre volte la povera pazza sorrise, di faccia al cadavere. Pareva davvero soddisfatta. Si mise il cappello, tornò a riguardarsi allo specchio, aperse la porta e se ne andò via col suo solito e tardo passo un po' zoppicante.

Qualcuno la vide scendere, lenta, le scale. Borbottava frasi che parevano rivolte ad esseri invisibili a' quali, di volta in volta, soffermata sul pianerottolo, ella stendeva la mano, inguantata di seta. Fu pure osservato che la vecchia s'era più che mai infagottata: pareva che portasse addosso due o tre gonne una sopra l'altra e due o tre corpetti. Quello esteriore era verdognolo, orlato di antico _jais_. Sotto il braccio sinistro ella aveva l'ombrello: il destro era infilato nel manico d'un cestino, che doveva esser ben greve: la piegava, quasi. E disparve. Poco appresso giunse lassù il delegato di pubblica sicurezza con un medico frequentatore della _Farmacia della Rosa_ in piazza Carbonara. Donna Clorinda era passata per l'ufficio di pubblica sicurezza, aveva informato il piantone della morte di Mastia e se n'era andata.

La bisogna fa breve: constatazione del decesso — come si dice in gergo legale — processo verbale e disposizioni per la rimozione del cadavere.

— Bel caso, eh? — fece il delegato al medico. — Crepa il marito, e la moglie lo pianta come un cane rognoso.

Il medico, un giovane ch'era al principio della sua professione, si guardava attorno meravigliato, assalito, in quella desolante misera della stanzuccia, da una tristezza profonda.

— Se lei mi mette subito il _visto_ alla carta di accompagnamento — soggiunse il delegato — io mando via _quel signore_ oggi stesso. Non sente? V'è già cattivo odore.

Accese un sigaro. Il medico sottoscrisse la carta, si levò, guardò ancora Mastia, la cui faccia deformata si copriva di ombre turchinicce. Le due guardie che avevano accompagnato il loro superiore contemplavano e comentavano le quattro o cinque tele addossate al muro: una copia della Beatrice Cenci del Reni, un paesaggio di Taormina, il tempio di Pesto, la scena rosseggiante d'una eruzione del Vesuvio, con una fiumana di lava che affluiva fino al mare in convulsione...

In giornata il cadavere di Mastia fu portato al cimitero nel carro dei poveri. La stanza rimase vuota e deserta. Donna Clorinda non vi tornò più.

III.

Fu proprio in quel tempo che il bisogno d'una modella della sua età e del suo stampo divenne per me urgentissimo: un mio quadro di caratteristici costumi partenopei, colorito della vivacità del color nostro e materiato degli elementi tra malinconici e grotteschi che offrono all'assaporante o meditante gastronomia dello sguardo certe nostre vie popolane mancava appunto di quell'assai pittoresca figura senile, ch'io ricordavo d'aver più volte incontrata per la via, rincorsa dall'odiosa ragazzaglia plebea che non rispetta alcuna peripatetica sventura: una vecchia bizzarramente vestita, con certi buccoli argentei che le scappavano disotto al cappelletto tutto piume e nastrini e le sbattevano sulle gote infossate, una vecchia con un cestino infilato al braccio e, attaccato al polso ossuto della mano destra, un bastone con cui minacciava i suoi persecutori infantili.

— Quella? — mi dissero, come ne parlavo una volta tra conoscenti — Quella è donna Clorinda.

Finalmente la ripescai, una sera di estate, in una taverna di Piazza Francese. La vecchia era seduta in fondo, quasi accanto al focolare, e di faccia a lei, alla medesima tavola, cenavano due facchini del Molo Piccolo e un soldato della vicina caserma. Donna Clorinda reggeva a due mani la scodella della minestra e con tutta precauzione l'accostava alle labbra e beveva il brodo. In un tondino era un mucchietto di pesce fritto. Come l'oste seguitava a frigger pesce e ne lasciava cadere una minuzzaglia infarinata nella padella piena d'olio bollente e un fumo acre e denso si spandeva attorno, la testa architettata di donna Clorinda appariva e spariva in quel fumo. Rimpetto a lei i due facchini parlavano di sciopero, picchiando di volta in volta sulla tavola con le larghe mani callose, dalle unghie lucenti d'untume: il soldato, un settentrionale biondiccio, beveva silenziosamente, e fumava.

— No, no, domani non posso: — mi dichiarò gravemente la vecchia — di domenica non posso. Domani ci ho la messa. Vado in chiesa, a San Giacomo degli Spagnuoli, a pregare pe' miei antenati. Sa lei che discendo dagli Aragona, dal grande Alfonso?

Il soldato si volse, sorpreso. Con un sorriso concessivo e dignitoso, inoltrando le dita nel pesce fritto, di cui si mise un pizzico in bocca, donna Clorinda soggiunse, a bocca piena:

— Verrò da voi lunedì. V'accomoda?

— Ma mi dovrete giurare di venire. Sul grande Alfonso, non è vero?

Lei levò la mano con un altro pizzico di pesce, solenne.

— Sul grande Alfonso d'Aragona!

E mancò al giuramento. L'aspettai tutto il giorno, e in quello seguente mi rimisi a rintracciarla. Per fortuna ella m'aveva indicata la casa ove pernottava da un anno, dalla morte di Mastia.

— Se mai, mandate a chiamarmi lì, sotto l'arco, accanto al teatro del _Fondo_. A destra, sotto l'arco, è una scaletta. Fate chiedere della _baronessa_.

L'arco così detto del _Fondo_ dal teatro al quale è attaccato da una parte, è ancor quello scuro e sozzo passaggio che dalla via dell'Arsenale, lungo un de' muri del teatro, mette a Piazza Francese. Mi vi avventurai tra' mucchi di spazzatura e il copioso rigagnolo d'una fontanina di cui i monelli avevano deviato il corso. Cercai, sulla mia destra, la scaletta che la vecchia m'aveva indicata. V'era, difatti; anzi là sotto non v'era che quella. E come ne ascendevo, cautamente, gli sconnessi gradini lubrificati dall'umido e dal traffico, una fresca voce femminile m'incitò, dall'alto.

— Avanti, signorino! Avanti!

Ero giunto al sommo della scala. Mi trovai faccia a faccia con una ragazzona in camicia color di rosa.

— Bè? — mi fece, seguitando ad arrotolare una sigaretta — Non entra? Se ne resta lì? Favorisca.

— Chi è? — chiese una voce, di dentro.

— Un signore.

Avevo ben compreso ove fossi cascato. Diamine! Non v'era proprio da ingannarsi. E pure — confesso — lì per lì fui preso da quel minuto d'irresolutezza che può far passare anche un provetto per un ingenuo.

— Ha un cerino, per caso? — disse la ragazza in camicia, che avea passata e ripassata la punta della lingua sulla _Satin_ della sigaretta — S'accomodi, intanto: si metta a sedere. Sa, ce ne sono delle altre.

Si voltò a dietro e chiamò:

— Chiarina! Armida! Ida! La romana!

A una a una, in quella piccola stanza ov'era solo un divano in giro sul quale ricorrevano specchi appannati in tante cornici barocche, apparvero altre femmine seminude, sonnolenti, sbadiglianti.

Una si buttò sul divano, appena entrata; un'altra, rannodando sull'occipite i lunghi capelli neri, balbettò un buongiorno svogliato. S'aperse, sulla destra della sala, una porta e vi si affacciò un donnone gigantesco con fra le mani, che parevan gonfie, il macinino del caffè. Alle sue spalle, per lo schiuso della porta, apparve un pezzo del focolare e subito nella sala si sparse un odore acre di frittata alla cipolla. Si udiva scorrer l'acqua della fontanina nella vaschetta e quel remore copriva le voci.

— Buongiorno al signore — disse il donnone — Scuserà. Ci trova in _desabigliè_. Queste principesse si levano tardi. S'accomodi. Ida, vai a chiudere il robinetto!

Quella della sigaretta entrò in cucina. Cessò il romore dell'acqua.

Il donnone soggiunse:

— Forse cerca la Virginia?

Ora la sua voce sonora, maschile s'accompagnava di volta in volta con la musica del macinino, del quale ella girava, a tratti, la manovella.

Credetti di non dover perdere più tempo.

— Cerco di donna Clorinda...

M'interruppe uno scoppio di risa.

— La baronessa! — gridò Chiarina — Ma guarda!

Le ragazze urlavano:

— La baronessa! La baronessa!

— Voialtre! — minacciò il donnone — Su! Dentro tutte!...

Ma già quelle mi sospingevano, seguitando a gridare e a ridere, per uno scuro corridoio ove, in fondo, era una piccola porta.

— È qui, è qui...

— Picchio? — chiese alle compagne una bionda.

— Picchia forte! Ohe! Baronessa! Signora baronessa, aprite!

La bionda picchiava forte, con la mano spiegata. Di fuori s'udiva la voce del donnone:

— Troie! Non fate chiasso!

— S'è chiusa dentro — disse Chiarina, che guardava pel buco della serratura.

E si mise a picchiare, anche lei.

— Che volete? Chi volete?

Riconobbi la voce aspra, incollerita della vecchia.

— Aprite! C'è un signore!

— Virginia non riceve! — urlò la vecchia, di dentro.

— Ma cerca di voi!

— Vuol vedervi!

— È il vostro innamorato!

— Cristo! — fece il donnone, intervenendo — V'ho detto via! Via tutte!

La chiave stridette nella toppa. S'aperse a mezzo la porticina e tra la porta e lo stipite apparve una piccola figura femminile, immota. Era una biondina, sottile, pallida, con due occhi dolci e timidi che interrogavano or me ora quelle donne.

Vi fu un breve silenzio. Un fiotto di luce si riversò dalla piccola stanzuccia nel corridoio.

— Che volete? — disse la biondina.

— Niente, niente — disse il donnone — Il signore cerca la baronessa.

La biondina aperse tutta la porta e si trasse da parte. Ora si illuminava tutta quanta. Era vestita d'un camice azzurrino e già pettinata, semplicemente. Nella mano destra chiudeva un mazzo di carte da gioco: l'altra mano, pur bianca, fine, esangue, abbottonava il camice sul petto.

— È la Virginia — mi soffiò all'orecchio il donnone — Tipo signorile.

Da un letto, in fondo alla camera la stridula voce di donna Clorinda gridò:

— Ho capito! È il pittore. Verrò, verrò, signor pittore! Verrò domani senz'altro!

— Non potreste oggi?

— Oggi? Ebbene, sì, oggi! Oggi senz'altro!