Nella vita: novelle

Part 5

Chapter 53,786 wordsPublic domain

Il giorno di San Filippo Neri c'era un solleone che bruciava le pietre — Mariangela Santella si sentì cogliere da' dolori del parto proprio sul punto in cui, piegata sull'arsa terra che dal suo casolare raggiungeva la via maestra, ella sciorinava al sole i piccoli peperoni rossicci destinati alle grevi minestre del verno. Sotto l'uscio di casa il più piccolo de' suoi bambini, nudo, buttato per terra con la pancia all'aria, brancicava e annaspava attorno con le manine insudiciate di terriccio: i pulcini della chioccia gli erano saltati sul petto e glie lo vellicavano, ed egli rideva e si schermiva. L'altro, un rossiccio dagli occhi grandi e stupidi, mezzo scemo, sbocconcellava un pezzo di pane bruno e contemplava or il fratello or la madre, silenzioso e indifferente.

— Ah, santa Marta! Ah, santa Filomena! — si mise a urlare Mariangela, premendosi le mani sul ventre.

Barcollando rientrò nel casolare e si gettò sul pagliericcio.

Il rosso, con la bocca piena, annunziò:

— Viene tata.....

E Bernardino Santella apparve sotto l'uscio, con le mani sul dosso, con la pipetta in bocca, lento, pensoso, tutto bianco di polvere fin ne' capelli, rossicci come quelli del figliuolo. Trasse una scranna accosto al pagliericcio e si mise a sedere rimpetto alla moglie. Mariangela continuava a lamentarsi, più piano adesso, e socchiudeva gli occhi lagrimosi.

Con le gambe aperte, con le grandi mani vellose posate sulle ginocchia, reclinato verso la moglie, alla quale il respiro difficile gonfiava il petto come un mantice, Bernardino disse:

— Vengo da Durazzano. Donna Sofia la levatrice se n'è fuggita a Bisaccia con le figlie e col farmacista che se la mantiene.

Tutti scappati, di que' giorni. I briganti scorazzavano ad Atina, a Esperia, a Durazzano: non si poteva più fare un passo fuori dell'uscio e la gente si chiudeva in casa come se ci fosse il colèra. Fra tanto le male notizie le portava il vento: oggi il saccheggio alla casa del sindaco d'Atina, ieri un orecchio di Benedetto Caruso spedito al padre di costui in una lettera che chiedeva mille ducati pel riscatto: e il mandriano del signor marchese di Sant'Angelo bruciato vivo, e le due mule di Fortunato Sacco sparite, una notte, col basto e con la cavezza! Un orrore, un orrore! La gente si raccomandava l'anima per le brutte morti che sentiva: il notaio di Durazzano, co' due nipoti preti, si fabbricava la polvere in casa e non usciva più di casa da un mese, nemmeno per sentir messa. Il prefetto spediva telegrammi, prometteva soldati e costoro non arrivavano mai. Nel giorno del Corpus Domini, sì, ne erano giunti una cinquantina. S'erano sbandati qua e là pe' campi arsi, per la fitta boscaglia ch'essi non conoscevano, ed erano tornati a Durazzano sfiniti, dopo sette ore di fucilate, con tre compagni morti. Ma fruga e rifruga erano riusciti a far qualcosa, poichè due della banda di Battista di Limatola erano capitati nelle loro mani, e ora, per le viuzze di Durazzano, i soldati inferociti se li cacciavano innanzi, legati, a furia di colpi di calcio degli schioppi. Mariangela, che era stata a vederli passare, per poco non s'era sconciata dal ribrezzo. E diceva sempre che avrebbe fatto un figlio col labbro superiore spezzato, come l'aveva visto a un di quei briganti il quale l'aveva squadrata con certi occhi pieni di sangue.

Dopo un breve silenzio — Mariangela non si lamentava più — il marito soggiunse:

— Senti... Hanno posto la taglia a Battista di Limatola.

La donna raccolse le forze e si mise quasi a sedere sul pagliericcio. Un nugolo di mosche se ne levò al tempo stesso.

— Mille ducati — disse Bernardino, togliendosi la pipa di bocca e scotendo il capo fulvo.

La donna lo guardava, con gli occhi sgranati, pieni di desiderio.

— E quanto fanno?

— Fanno mille ducati, fanno. E tutta Durazzano non li vale.

Seguì un breve silenzio. Lentamente Mariangela si riaddossò al capezzale e poi vi tornò a posare la testa. Le mosche tornarono. Ella agitò la mano, e poi anche la mano ricadde. Fuori, i bambini giocavano al sole, con la chioccia e coi pulcini. Un'afa ardente alitava nella capanna.

Bernardino trasse più accosto al pagliericcio la sua scranna, si chinò, quasi, all'orecchio della moglie e le mormorò:

— Non sanno ov'è nascosto; non lo sanno. Senti... io lo so...

La donna trascinava la testa sull'origliere e ne la levava, a fatica, per appressarla alla bocca di lui. Il marito s'era levato. Posava or le grandi mani sul letto, vi si chinava; e il letto scricchiolava.

Più piano, egli disse:

— Nella pagliaia di Donato Auricchio...

E subito si voltò dalla parte dell'uscio, come se qualcuno lo avesse udito.

— Ah, santa Sofia!.... — urlò Mariangela, che ricominciava a spasimare sul pagliericcio e a torcervisi come una serpe.

Per Gesù Cristo! La moglie con i dolori del parto, la miseria in casa, la vacca venduta, i figliuoli nudi!

E Bernardino si levò co' denti stretti, girando attorno lo sguardo fosco e disperato. Si chinò, a un tratto, e rovistò in un fascio di paglia sul quale, in un cantuccio, dormiva il cagnolo. Ne cavò la pistola a due canne che aveva portato addosso anni addietro, quando accompagnava pe' sentieri deserti il medico condotto. Forse l'aveva nascosta lì, sottomano, di recente, poichè non ebbe bisogno di caricarla. Ne volse la bocca alla porta ed esaminò l'arma, lungamente.

Ora Mariangela pareva assopita.

Bernardino si fece il segno della croce e uscì.

— Se mamma ti chiama, tu dille che torno presto — disse al rosso, passando.

II.

Il sole si levava in un immenso bagliore accecante. Si vedeva dalla finestrella del casolare la via larga e deserta, sbarrata dai castagni. Un cuculo piagnucolava, lontanamente.

Ora, sotto un panno che s'era posto sulla faccia per difenderla dalle mosche, la Santella pareva assopita. Trascorse un'ora, quasi. Il cagnolo, assetato, si metteva a lambir l'acqua tepida e sporca raccolta in un vaso, e lo rovesciava. Il rosso rise forte. La Santella si mise a sedere in mezzo al letto.

— Dov'è tata?

Il rosso si appressò, balbettando:

— Tata se n'è andato..... s'ha cavato le scarpe e se n'è andato.....

— Ah, Santa Caterina! E così mi lascia!.....

Allora lo scemo si pose per la via che aveva fatto Bernardino, pel sentieruolo che metteva al bosco. Correva. Ove il bosco cominciava ad apparire egli s'arrestò, trafelato.

Un gran pino spandeva per terra la sua ombra gigantesca: una piccola pina, caduta dall'albero, s'apriva al sole. Il piccino la raccolse e la mise in saccoccia. Poi si rincamminò, lentamente. Allo svoltare che fece da un sentieruolo pieno di foglie cadute adocchiò una lucertola che s'era stesa pigramente al sole. Si gettò carponi e l'acchiappò sotto il berretto. Sedette a terra, avvolse la bestiolina palpitante in una pezzuola e la cacciò in tasca. Si levò e si rimise a correre.

Dopo cinquanta passi gli si parò davanti il muricciuolo su cui s'affacciava la pagliaia di Donato Auricchio. Era quasi diroccato tra l'erbe selvaggie e un roveto arso lo assaliva alle spalle.

Il rosso s'arrampicò sul muricciuolo e sporse il capo dalla sua cresta. La pagliaia bruciava ancora: il bizzarro scheletro delle ultime sue canne ardeva, scoppiettando nella cenere nera; una spira di fumo saliva nell'aria.

E lì, a pochi passi, tra l'erba arrossata, un corpo giaceva bocconi.

Il rosso riconobbe suo padre.

Chiamò, dal muretto:

— Tata!.... Tata!....

Gli rispose il silenzio. L'ammazzato si vedeva poco in faccia: si vedeva appena l'adunco profilo del suo naso sotto una ciocca di capelli rossastri e scompigliati. Una mano aperta, tutta pesta e sanguinosa, spuntava tra l'erbe.

Lo scemo non si sentiva l'animo di saltare il muricciuolo. Guardava quel corpo, senza comprendere.

Tornò a chiamare:

— Tata! Tata! Mamma piange e ti vuole!.... Ohi, Tata!

Scese dal muro, sedette per terra, e aspettò.

Il sole volgeva al tramonto. Pel puro cielo procedevano due nuvole macchiate nel loro candore argenteo da strisce brunastre, come se per entro vi fossero passati i denti d'un pettine immane. Nel lontano, ove lo sguardo raggiungeva la immensa distesa dei campi, dalla parte del sole, una nuvola aranciata s'orlava di rosso vivo. E dai campi, dalla boscaglia respirante a ondate un caldo vento, arrivavano susurri indefinibili e incessanti, ronzii d'insetti, pispigli brevi e sommessi.

— Tata! — balbettava il piccino — Mamma ti vuole!....

Poi non insistette oltre. Lo coglievano la stanchezza ed il sonno.

E laggiù, nel silenzio tragico ed alto, a un punto lo scemo si stese sull'erba, chiuse gli occhi e s'addormentò.

PESCI FUOR D'ACQUA.

— Sì, sì — ripetette, seduto di faccia a me alla medesima tavola, il mio compagno d'ufficio de Laurenzi — io son deciso a resistere! Staremo a vedere! L'ufficio? I doveri dell'ufficio? L'orario? Ma l'ufficio non conta nulla, mio caro, a fronte di tutta una vita, di tutti i ricordi che v'inchiodano al posto ov'è stato il padre. Il padre, capisci? E io dunque dovrei rinunziare alla scrivania di mio padre, alla stanza dov'è stato mio padre, all'aria che ha respirato mio padre! Ah, sì per esempio! Ma voglio vederlo, voglio!

S'interruppe. Il cameriere, un de' più anziani di quella ignobile _gargotte_ ove s'andava a far colazione tra preti, avvocati, studenti, e cantanti del teatro vicino ora gli poneva davanti un piatto di baccalà alla livornese fumigante in una brodaglia rossastra. Gli occhi miopi del de Laurenzi s'appressarono al piatto e vi si sprofondarono e lo interrogarono avidamente: tra quel vapor succulento le nari d'un lungo naso floscio palpitarono e si dilatarono.

— Alla livornese, professore — disse il cameriere — Poi me ne parlerà. E appresso ha ordinato?

— Un formaggio e un finocchio.

— Il vino solito?

— Solito.

Si mise a mangiare, voracemente. E io, che avevo terminato il mio modesto asciolvere, sorseggiando un caffè e fumando mezzo toscano mi misi a guardarlo come se lo vedessi per la prima volta.

Alto, magro, con le spalle incurvate, con una gran barba grigiastra e incolta pel cui pelo intricato or si disseminavano le briciole del pane e le gocce del brodo untuoso, con orribili mani dalle dita nodose e lunghe che parevano artigli, mal vestito, tutto chiuso in un vecchio cappotto stinto e rattoppato il cui bavero che un tempo era stato ornato di pelo marrone or ne serbava sol quattro o cinque ignobili ciuffetti, il mio compagno di ufficio de Laurenzi, un uomo sui cinquantacinque anni suonati, incarnava pittorescamente la pietosa straccioneria del travettismo. Ammogliato, carico di figliuoli e di piccoli debiti, pe' quali il suo stipendio era strappato a brani e giorno per giorno alla cassa dell'economo, egli era un di quelli sciagurati il cui contatto uggioso ve ne sollecita quasi a non indulgere alle volgari abitudini e a' miserabili vizii, ma ch'io m'inducevo a creder degno, il più delle volte, della più malinconica commiserazione.

Era stato — raccontava — giornalista di grido, nell'Alta Italia, a' suoi be' tempi: lo era ancora qui, adesso, in una gazzetta quotidiana che stentava parecchio la vita e nelle cui trascurate colonne il de Laurenzi poneva, di volta in volta, certe sue rievocative narrazioni partenopee scialbe e sciatte, disseminate di ampollosi rimpianti e miserabilmente intessute sulle cronache de' giornali del tempo, in cui frugava tutta la santa giornata.

Nella biblioteca governativa ov'ero anch'io il de Laurenzi era entrato quando essa aveva a capo un prelato di cui bastava soltanto soddisfare l'olimpica vanità per guadagnare, se non la stima, la indifferente acquiescenza. Morto costui la biblioteca non aveva più potuto offerire alle gratuite libertà, che l'ex giornalista vi s'era conquistate, un comodo asilo remuneratore. Ora bisognava lavorare e frequentare l'ufficio. Il nuovo bibliotecario era severissimo: guardava nel registro d'ingresso degl'impiegati, segnava le ore e i minuti a' tardi arrivati, mandava in giro, di volta in volta, ordini del giorno in cui si raccomandavano lo zelo, l'ossequenza all'orario, la diligenza ne' compiti, e pretendeva che tutti firmassero quelli _ukase_ in segno di rispettosa adesione.

Una schiavitù, sissignori: una soppressione spietata, implacabile dell'ingegno e della personalità, una scettica considerazione dell'io pensante e creante, degli altrui nervi, dell'altrui cultura quando non fosse quella delle scienze naturali e delle matematiche, nelle quali quel nuovo direttore era spaventosamente agguerrito.

Ah, sì: portate in questi polverosi e silenziosi antri foderati della storia cartacea del pensiero umano, portatevi, se vi riesce, la giovialità, l'arditezza, il libero arbitrio, la poesia, l'indipendenza: portatevi il vostro talento, la vostra modernità, le vostre abitudini sincere e svegliate, se vi vorrete vedere a mano a mano sfiorire tutta codesta ancor viva giovinezza dell'animo vostro! Mio Dio, che aridità e che tristezza tra queste mute pareti, gravi d'_in folio_ e d'enciclopedie: tra queste mura sorde a ogni voce impulsiva e pur così impregnate de' pettegolezzi, delle invidie e delle guerricciuole che constituiscono il tessuto connettivo della vita degl'impiegati, il continuo esercizio della loro parola aspra e mordace, l'alimentazione quotidiana dell'ozio e dell'ignoranza del loro pensiero!

Che diamine, dunque, pretendeva di non volere lasciare qui, come un brano del suo cuore dolente, il mio compagno de Laurenzi? E di dove gli veniva tutto questo attaccamento atavo-topografico, espresso con tanto impeto melodrammatico? Io non sapevo, in verità, figurarmi e ammettere tra il baccalà alla livornese e l'evocazione paterna alcuna tollerabile analogia. Quest'uomo dunque componeva con tanta assoluta ignoranza della loro espressione dissimile le sensazioni della psiche con la più brutale delle soddisfazioni fisiologiche?

— Comprenderai — disse lui, quasi come per rispondere al mio pensiero, e dopo aver vuotato il suo terzo bicchiere di vino bianco siciliano — comprenderai ch'io mi trovo nelle biblioteche non per le mie aspirazioni, non per elezione mia. Ti pare? Un impiego governativo! Cioè una sgobbatura! Una servitù! Ma, poi che là dentro mio padre, ch'era uno studioso, v'è stato impiegato anche lui e vi ha vissuto metà della sua vita io vi ho voluto iniziare come una tradizione metodica ed esemplare nella storia di queste successioni familiari. Usciamo?

— Usciamo. Difatti è ora di tornare lassù.

De Laurenzi afferrò un tovagliolo e si forbì le labbra, in fretta, e poi lo buttò sulla tavola tutto insudiciato, come uno straccio. Si levò: cacciò la mano nella profondità d'una delle saccocce del suo cappotto, vi pescò e ripescò per buon tratto e infine cavò fuori quell'artiglio armato d'un mozzicone di sigaro.

— Andiamo — mi fece, dopo avere acceso il mozzicone.

Sulla soglia della trattoria s'arrestò, per ricominciare il discorso.

— E così eccomi in guerra aperta col signor direttore. Si capisce: io sono uno straordinario, pel momento, io sono entrato nel _sancta sanctorum_ senza i titoli che ci vogliono. Titoli? E il mio ingegno, il mio passato? Questi signori non vedono che bibliografia, schedatura, inventarii: e guai a chi è qualcuno o qualcosa! E poi sotterfugi, rapporti segreti, denunzie: ecco la loro maniera di battagliare. Ora, come l'hanno insegnata anche a me, loro mandano ufficii — e io mi dò per malato e vado a Roma.

Si scappellò, con un saluto profondo.

Colui ch'egli avea salutato gli fece pur di cappello e passò via, in mezzo a quattro o cinque altri che lo accompagnavano e con cui discuteva calorosamente.

— _Lupus in fabula_ — disse de Laurenzi — L'onorevole Maliberti. Non lo conosci?

— No.

— Vuoi che ti presenti, un'altra volta?

— Ma no!..

— Fai male. Una potenza sai. È lui che m'ha presentato al ministro. Ed è così che sono a posto, adesso.

Riaccese il suo mozzicone di sigaro, che s'era spento. E soggiunse:

— Vedrai, mio caro. S'è battagliato, a Roma, giorni addietro. Ma l'ho spuntata, questa volta. Francamente, se io fossi te, cercherei di conoscere l'onorevole. Non sei elettore, tu? No? Come, non sei elettore, non ti sei fatto inscrivere?..

Affrettavo il passo. Egli s'accorse della poca attenzione onde accoglievo le sue parole e s'arrestò, a un tratto.

— Tu dunque rientri in ufficio?

— E tu non ci vieni?

— Io no. Vado al giornale. Ho un articolo da correggere in bozze di stampa. E mi preme più quello, naturalmente.

Feci l'atto di rincamminarmi.

— Se domandano di me...

— Ebbene?

— Ecco Si potrebbe inventare una frottola. Un figlio malato, per esempio. L'influenza. Si può dire che mi son venuti a chiamare da casa mia, d'urgenza. Una malattia a tua scelta. E poi mi telefoni al giornale. D'accordo?

— Sì — mormorai — d'accordo.

Egli s'era già allontanato, a gran passi, trascinando pel fango di via Costantinopoli le sue scarpacce inzaccherate sulle quali sbattevano, molli e intrise di mota, le bocche larghe e logore de' suoi pantaloni.

Ora passava un carro funebre, di quelli che fanno continuamente la via di Foria e s'avviano al cimitero. Il de Laurenzi, curvo, con la mano alla falda del cappello, scivolò accanto all'enorme e nero carrozzone, dalla cui cimasa dorata pareva che volessero spiccare il volo, ad ali spiegate, quattro deformi angioletti di legno. La via, su quel transito, s'era fatta silenziosa, a un tratto. E a me parve che tanto da quel lento carro come da quell'uomo pur funebre si sprigionasse in quel punto una medesima espressione mortuaria il cui senso mi durò dentro per qualche secondo. Poi tutto si tolse dalla mia vista. Ma sopra di me e sull'animo mio, mentre m'avviavo alla porta del mio ufficio, pesava ancora, come l'ultimo segno di tanta malinconia, un cielo invernale plumbeo e greve. L'aria mi pareva satura d'una umidità uggiosa, e associata a tutta quella tristezza, a tutta quella miseria.

— Spero che non mi chieggano di costui — m'auguravo, salendo le scale della biblioteca.

Come mi seccava di dover mentire, se mai! Una collera sorda, commista d'insofferenza e di sprezzo, or m'agitava contro quest'uomo che intendeva piegarmi a una ripugnante complicità. Lui tenero dell'ufficio, della stanza paterna, della vita di quel luogo severo e nobile, lui così svogliato, così cinico, così pronto a barattare la sua dignità e il suo amor proprio con una menzogna da scolare?

Un uomo di quasi sessant'anni!

II.

— Stazza l'aspetta — mi disse l'usciere di guardia alla porta, come mi vide — Ha domandato di lei più volte.

— Stazza? E che vuole? Dov'è?

— Nella stanza del direttore.

Era un degl'impiegati più anziani, un uomo eccellente, nel cui bonario sorriso io m'abbattevo ogni mattina, da quattro o cinque anni che frequentavo l'ufficio: il solo sincero sorriso che ritrovassi là dentro. Nella biblioteca Stazza era entrato a trent'anni; or ne aveva sessantacinque suonati. Era ancora un colosso: nelle sue larghe mani poderose s'ammucchiavano pile enormi di libri ed egli le reggeva e le portava qua e là senza alcuno sforzo visibile, con le braccia tese, lento, paziente, tranquillo. E come la pratica scienza del luogo ove quasi aveva vissuto tutta la sua vita ve lo ritrovava acconcio e disposto alle fatiche più improbe egli non se ne stancava. Si conosceva illetterato, sapeva la insufficienza della sua cultura men che mediocre e null'affatto accresciuta nemmen dalle più immediate e continue comunioni co' sapienti compagni locali e con i lettori — e però badava, offerendo e adoperando come un valor succedaneo la forza delle sue membra poderose, a compensare questa sua grande pochezza spirituale.

Di volta in volta, quando per cercare qualche libro mi capitava di entrare nella sua stanza — ov'egli non s'era fatto portare che una delle più vecchie e più umili scrivanie e due seggiole, una delle quali per riporvi il cappello — la bonaria semplicità di quell'uomo mi vi tratteneva per un pezzo. Era la mezz'ora in cui Stazza si concedeva un breve riposo. Facevamo quattro chiacchiere, io addossato a uno scaffale, con tra le mani il libro che mi occorreva, lui seduto alla sua scrivania, coi gomiti sulla tavola.

Una volta, non so come, non ricordo più perchè, gli chiesi, sorridendo:

— E lei crede che si possa aver passione per la biblioteca, noialtri?

Stazza, serio, socchiuse gli occhi, con quel suo solito vezzo di quando voleva dir cose gravi.

— Si possa? Si deve, caro collega. Guardi, io non ho moglie, non genitori, non fratelli. E per me la biblioteca è la moglie, è la madre, qualcosa come una famiglia. Penso, talvolta, che avrei avuto quasi il diritto di nascer qui, in una di queste stanze. Lei ride?

— No, anzi, trovo naturale. S'intende, naturale per lei che non fa altro, che non conosce altro, perdoni.

— Già, lei fa un'altra vita. E poi...

Rimase in forse un momento. Poi soggiunse, con aria di sincera umiliazione:

— E poi lei sa tante cose ch'io non so. E poi è giovane, e ha da pensare a tante altre cose.

— No, non è questo. Dica che ciascuno non comprende se non quel che ritrova in se stesso.

— Sarà. Ma glie ne voglio dire una: stanotte, per esempio, sa lei che cosa ho sognato? Il nostro gatto rosso che scorazzava nella sala degl'incunaboli.

Sorrideva, candidamente. In quel punto mi sentii quasi intenerito da quella innocenza pacata e soddisfatta, illuminata, come da un dolce riverbero dell'anima, da due limpidi occhi azzurrini. No, non ponevo, è vero, quell'inconscia virtù in relazione con tante altre della vita, più stimabili, più alte, e non mi pareva di doverne cavare ammaestramento: quella era una forma nulla, una espressione quasi brutale di accontentamento, l'indizio ignaro e pietoso d'una natura inferiore, tranquillamente passiva. Tuttavia quella felicità fortificante, d'un tonico effetto morale, pareva che mi volesse ammonire sulle cose della vita.

O non avevo davanti a me un essere ch'io forse giudicavo troppo frettolosamente? La mia fantasia, disposta ad architettare, ora mi offeriva un più sottile giudizio intorno ad esso: io gli supponevo, adesso, una rinunzia progressiva, una riduzione continuata delle sue pretensioni, delle sue speranze, della sua libertà, e tutto questo mi sembrava mascherato da quel faccione rosso e pletorico, traspirante una giovalità e una contentezza fanciullesche e rischiarato da un sorriso perenne.

Così, talvolta, quando potevo coglierlo in qualche momento in cui mi si mettesse tutto quanto sottocchi, io facevo scorrere sulla superficie di quest'uomo il mio sguardo investigatore e tentavo di penetrarla. Sapevo ch'egli era solo, che in casa non aveva che una vecchia serva, che l'abito suo di trovarsi sempre pel primo in ufficio e d'uscirne sempre l'ultimo — urtante metodicità per gli apprezzamenti d'un malato di nervi com'io sono — non s'era mutato una sola volta da quando Stazza era entrato in biblioteca. Costui dunque non aveva avuto gioventù, passioni, disillusioni, scoraggiamenti? Che cosa era nel passato di questo gigante rubicondo che violentava e superava tutte le leggi impulsive alle quali tre quarti dell'umanità va soggetta?

Finii per arrendermi a quella impenetrabilità pacifica e indifferente. Ma un senso di tedio e di stanchezza mi allontanò dal mio compagno. Lo incontravo, ci salutavamo freddamente, ed io gli sfuggivo, accrescendo così, senza forse desiderarlo, il numero delle persone la cui comunione mi diventava, là dentro, ogni giorno più insopportabile.

III.

Entrai nella stanza del direttore.

Stazza, impiedi davanti alla costui scrivania, si voltò. Mi venne incontro e mi tese le mani.

— Mille scuse! Ma io non potevo andarmene senza averla salutato. Addio, caro signore. Io me ne vado.

Interrogavo con gli occhi il direttore e gli altri miei compagni, che circondavano Stazza, silenziosi.

— Un fatto deplorevole — disse il direttore, rompendo il silenzio — L'ottimo Stazza è stato collocato a riposo. Ci lascia.

— Come! — esclamai — Così! Di punto in bianco?

Stazza chinò la testa.

Il direttore con la punta del tagliacarte additò un foglio, sulla sua tavola.