Nella vita: novelle

Part 4

Chapter 43,647 wordsPublic domain

Ma, novellamente, e d'un subito, rampollò dall'orgoglioso e inasprito animo mio il tedio di questo ambiguo momento. Barra mi parve volgare e ipocrita: la sua frettolosa espansione mi disgustò.

— Vai, vai! — gli feci.

E, sulla porta, mentre ancora gli stendevo la mano, un impeto di collera e di disprezzo me la fece ritrarre.

— Va! — dissi — Addio!... Va pure!... Sii felice!...

— Addio... — mormorò Barra, timidamente.

Scese le scale, da prima lento, poi proprio a rompicollo. Io rinchiusi l'uscio. Mossi diritto al lume e lo spensi.

Si rifece l'oscurità nella stanzuccia. Nell'angolo della vetrata tornò, più vivo, il riflesso rossastro del fanale, e mi parve che il Vico Majorani diventasse più cupo e più silenzioso.

Mi sentivo piegare. Cercai il letto, tastai la fredda coltre, mi vi gettai sopra, bocconi. Il silenzio era alto. La fruttivendola, una storpia, addormentava il suo piccolo giù, nel vico, con una cantilena lamentosa.

Nascosi la faccia nelli origlieri. E a un tratto mi misi a singhiozzare, convulsamente.

TOTÒ CUOR D'ORO.

Due disgrazie, una più terribile dell'altra, colpirono, tre anni fa, nel febbraio, il mio amico artista Totò del Lago. Morì improvvisamente un suo zio presso il quale Totò mangiava, beveva, e scriveva le sue poesie _larmoyantes_, i suoi sonetti pieni d'anima, come dicono adesso, i suoi straziantissimi drammoni, brani d'un cuore esulcerato ch'egli, con un sorriso amaro, gettava di volta in volta a quel cane del publico. E un male misterioso — lo scoppio, a sentire i medici, d'una latente infermità nervosa che finiva per molto stranamente esprimersi — gli annebbiava in tale maniera la vista da nascondergli a un tratto e completamente ogni miseria umana.

Gli amici, non si dice neppure, figurarsi se rimasero atterriti da questo duplice disastro, capitato — vedete un po' che ingiusto destino! — proprio al poeta sentimentale, al pietoso scrittore del «_Calvario d'una derelitta_», all'espositore commosso delle privazioni degli oppressi, a Totò del Lago, il vero socialista della penna, soprannominato fra noi «Totò cuor d'oro» per le sue rare e nobili qualità della psiche.

La povertà! La cecità! Ci pensate voi? Roba da far rabbrividire, veri castighi immeritati. Ed ecco per un anno la _Vedetta Letteraria_, L'_Humanum_, il _Giornale del Socialismo Artistico_ privati, deserti dei versi e della prosa del nostro buon Totò. Ed eccolo sparito, seppellito chissà dove, muto per tutti, ma sopportante, certamente, con quell'animo forte che posseggono le creature fatte come lui, le sue due immani sventure.

Dopo un anno da questi fatti dolorosi, mentre una sera leggevo tranquillamente il processo Dreyfus, la posta mi recapitò, fra l'altre, una lettera sulla cui busta era scritto, con calligrafia evidentemente muliebre, il mio nome.

Io non sono un donnaiuolo, non intrattengo corrispondenza epistolare con le ammiratrici del mio nobile ingegno, non eccito gli scambii spirituali con le letterate. Quella calligrafia donnesca mi sorprese, dunque, e m'intrigò. Apersi la busta, guardai in fondo alla breve letterina e vi lessi con meraviglia non poca la firma del mio amico Totò! Lì per lì, non ricordando la sua triste infermità d'occhi, mi domandai perchè mi scrivesse a quel modo, servendosi di quelle _pattes de mouche_ così peculiari a un sesso che non era il suo. Poi mi risovvenni della fatal necessità ch'egli aveva di ricorrere a un'altra mano per le sue epistole, e mi rimase, soltanto, nello spirito la curiosità di conoscere per quale ragione egli affidasse la sua corrispondenza a una donna. La lettera, per altro, me lo spiegò subito.

«Conoscete, mio caro amico, l'ex monastero di Santa Patrizia, lì nella vecchia Napoli, ricoverante famiglie povere e vergognose della loro povertà, antichi impiegati pensionati e pinzochere e attori decaduti? Lo conoscerete certamente. Ebbene, io son lì, anzi qui, in questo decrepito locale: secondo corridoio del secondo piano, terza porta a sinistra. Vado dal medico ogni tre o quattro giorni e aspetto, pazientemente, l'operazione alla quale egli mi dovrà sottoporre e che, dice lui, riescirà completamente. Le mie condizioni finanziarie non sono, ahimè, mutate. Se spero di riacquistar la vista non così spero di potere trovar presto un posticino, un'occupazione quale che sia, tanto, insomma, che mi dia da vivere. Pazienza! Sapete, d'altra parte, che cosa veramente desidero? Una vostra visita. Verrete dunque? Vi aspetta il vostro affezionatissimo del Lago. Ave!»

«P. S. — La mano che vi scrive questa lettera è quella d'una buona vicina che mi fa da segretario. Il cuore è sempre quello del vostro Totò. Arrivederci!»

Povero Totò! Non misi tempo in mezzo e andai a trovarlo nel vecchio monastero di Santa Patrizia. Era una di quelle uggiose, piovigginose, grige giornate di marzo che vi mettono la tristezza in cuore e l'umido nelle ossa. Trovai Totò del suo solito umore quasi allegro e fu egli stesso, anzi, che avviò la conversazione per via non funebre.

— Guarirò — mi disse — Il dottore me l'ha proprio assicurato. L'operazione sarà dolorosa, sarà lunghetta, ma io tornerò _a vedere_.

— Ma davvero?

— Oh! Ne sono certissimo. Lo sento, ecco. E sento che al mio cuore tormentato è riserbata la più alta, la più gentile delle soddisfazioni. Quella di poter _vedere_, di poter ringraziare non solo col vivo della mia voce, ma col baleno del mio sguardo commosso la più santa delle creature di questo mondo, colei che durante la mia infermità non s'è mai per un momento solo allontanata da me, che m'ha prodigato tutte le sue cure, tutto il suo affetto, tutta la sua bontà! Oh, le sarò ben riconoscente, amico mio! Ora io non desidero di vedere _che per lei, per lei_ solamente!

Parlava forte. La sua voce s'era riscaldata, tutta la sua persona vibrava.

Mi parve di udire un fruscìo di gonne, fuori la porta della celletta. Qualcuno che forse origliava lì, nella penombra, ora s'allontanava in fretta.

— Lei — mormorò il mio amico.

E mi parlò della sua vicina, lungamente. Un angelo. Tutti i giorni gli portava il caffè, gli sedeva accanto, lo consolava, gli leggeva i libri e i giornali, gli scriveva le lettere, badava alla sua biancheria, gli spazzolava gli abiti...

— Dunque un idillio?..

— Mah! — fece lui, sorridendo.

— Bella?

Totò sorrise ancora, amaramente. E io m'accorsi della mia storditaggine. Che poteva sapere, il povero cieco, del fisico dell'angelo? Ma egli continuava a narrarmi di tante piccole circostanze sentimentali per cui nell'anima di lui, se non davanti agli occhi suoi, la visione della misteriosa benefattrice era delle più delicate e suggestive. E in quello strano, caratteristico ambiente del monastero di Santa Patrizia, il romanzo di Totò si coloriva de' colori più delicati.

— Mi scriverete ancora qualche volta? — chiesi al mio amico sul punto di lasciarlo.

— Ma certamente. Spero di potervi presto annunziare la mia guarigione.

— È la felice soluzione del vostro idillio — soggiunsi.

— Chissà?... — disse lui.

II.

Passarono, da quel giorno, sei o sette mesi. Notizie di Totò, durante tutto quel tempo, io non avevo potuto più apprendere poi ch'ero dovuto partire, appena qualche settimana dopo di averlo visto, per la Germania. Lassù, di volta in volta, mi si rifaceva vivo il ricordo de' miei amici di Napoli e spesso, nella nebbia nicotizzata d'una qualche birraria di Magonza o di Heidelberg, tra' fumi del prosciutto caldo e del _saüercraut_, la ideale e dolorosa figura di Totò del Lago mi appariva come quella d'un personaggio poetico e tragico di quella nordica letteratura.

— Sarà egli guarito? mi domandavo — E come sarà andato a finire il suo malinconico flirt?

Tornato a Napoli trovai, fra le parecchie che il mio portinaio aveva avuto la splendida idea di serbarmi per tre mesi nel suo casotto, una lettera di Totò. Questa volta egli scriveva _manu propria_, con la sua bella calligrafia chiara e grande, indizio, come osservano i grafologi, d'una _passionalità generosa_.

«Sono guarito! — annunziava la lettera — Vedo! Vedo!»

Nient'altro.

Evviva! Ma dove ottener più precise notizie, dove potermi congratulare con quel poveretto, dove poterlo riabbracciare? Corsi all'ex monastero di Santa Patrizia, infilai daccapo quel lungo e oscuro corridoio che m'aveva guidato alla cella di Totò e, con una indescrivibile emozione, picchiai al numero 40.

Mi venne ad aprire un vecchietto che aveva fra mani un berrettino tondo intorno al quale egli stesso andava cucendo un nastro di felpa. Dallo schiuso della porta s'intravedevano un lettuccio basso, una vecchia sciabola e due grandi stivaloni appesi al muro, delle immagini, delle fotografie, un ritratto di Ferdinando II, attaccati alle pareti. La stanzuccia mi parve quella d'un qualche militare in ritiro, d'un _solitiero_, come dicono a Napoli. Il vecchietto aveva ancor l'aria marziale, un bel paio di bianchi baffi rialzati, una giacchetta soldatesca, abbottonata fino al mento.

— Scusi, Totò del Lago?

Egli esclamò, sorpreso:

— Come! Chi?..

— Domando perdono — soggiunsi — Ha forse sloggiato?

— Da un pezzo — disse lui.

— Sono un suo amico. Venivo a vederlo. A congratularmi con lui anzi, che, pare, ha riacquistato la vista... Lei... scusi, ne sa niente?.. Vedo che occupa la sua stanza...

Egli mi continuava a sgranar gli occhi in faccia e taceva.

— Lo conosce? — soggiunsi — È pur un suo amico lei?

— Io!? — fece, come se gli avessi dato uno schiaffo.

Vi fu un silenzio. Ero confuso, non sapevo più che dire e quasi facevo per salutare il vecchietto e andarmene. Egli si volse addietro per deporre il berrettino e l'ago su un tavolinetto: uscì nel corridoio, mi prese per mano, silenziosamente, e mi condusse rimpetto, d'avanti a un'altra porticella. Si chinò a guardare pel buco della serratura, poi mi fece atto perchè lo imitassi. Guardai dentro quella celletta, a quel modo.

V'era una giovane donna, bruttina, piccola, biondiccia, seduta per terra, al sole che la illuminava tutta, accanto a un di que' grossi cestoni ne' quali le povere madri napoletane, le donne del popolo, mettono a dormire i loro piccini. La piccola bionda si chinava su quel cesto e, di volta in volta, agitava la mano per cacciar via qualche mosca.

— Ha visto? — fece il vecchietto.

E come io non sapevo proprio che cosa rispondere egli, nel corridoio scuro, avvicinando quasi alla mia la sua faccia, mormorò:

— Il suo amico ci ha lasciato questo grazioso ricordo. Ah, non sa nulla? Bene, glielo dico io. Partito... Il signor del Lago è partito per l'America, coi denari dell'eredità d'uno zio prete... Non sa nulla, di questo?

Sorrideva ora, con tal sorriso che mi gelò il sangue. Le sue mani tremavano.

— Totò del Lago! — esclamai — Totò ha fatto questo!...

— Già — disse il vecchietto, continuando a sorridere e rincamminandosi verso la sua stanza — Totò del Lago ha fatto questo. Ha fatto una madre. E te l'ha piantata col figliuolo. Che? Bello! Magnifico! Grandioso! Per gratitudine, l'ha fatto. Quella è la signorina che lo ha assistito durante tutta la sua infermità...

Fece ancora due passi e si volse.

— Totò cuor d'oro, se non mi sbaglio — esclamò — Totò cuor d'oro!.... Il poeta!.... Accidenti! Totò cuor d'oro!

Sulla soglia della sua stanza mi salutò con la mano.

— La riverisco, sa! E lei me lo riverisca!

Suonò una risata ironica, sghignazzante, terribile. Il vecchietto sparve nella sua camera.

La porticina si chiuse, sbattuta forte.

QUELLA DELLE CILIEGE.

Stesa supina sul piccolo divanetto della sala terrena dell'_Ospedale degl'Incurabili_, lì ove si fanno le immediate medicature a' feriti che vi capitano di tanto in tanto da' rioni popolani di Napoli, una giovane donna ripigliava i sensi a mano a mano.

Erano le dieci ore di una magnifica sera di primavera. La lampadina elettrica, che la suora di guardia aveva incappucciata con un pezzo di carta rosea, bagnava il divanetto e quella donna di un dolce lume colorito diffuso e uguale.

In qua, presso a una tavola sulla quale era squadernato un registro per le _Ricezioni notturne_, il medico di servizio preparava, sbadigliando, le bende e l'ovatta. Quando ebbe tutto allestito per la medicatura, sedette alla tavola, si trasse davanti il calamaio e il registro, sbadigliò ancora una volta e accese un'altra lampadina, per vederci meglio.

— Dunque? — disse, voltandosi — Voialtri, fatevi avanti.

Due guardie di publica sicurezza uscirono dalla penombra e si posero di faccia al medico. Il brigadiere salutò, militarmente.

— Il fatto? — disse il dottore.

— Vico Astuti, sezione Porto — disse il brigadiere.

— Scusi, brigadiere — corresse l'altra guardia — Sezione Mercato.

Il medico scosse la testa, nervoso.

— Vi ho chiesto del fatto, non del luogo. Come è andato? Spicciatevi.

— Il fatto del ferimento? — disse il brigadiere — Ecco. Io e la guardia scelta Cosentino, qui presente, passavamo pel Vico Astuti, verso le nove e mezza. Costei urlava, in mezzo a certe femmine. Ci siamo avvicinati al gruppetto. Be'? — dico — di che si tratta? Dice una di quelle femmine: Brigadiere, portatela all'ospedale: l'hanno sfregiata e perde sangue. E così l'abbiamo portata qui, in vettura...

Il dottore s'era levato e s'avvicinava al divanetto.

— Dove ti hanno ferita, eh, bella bimba?

La donna, che premeva sulla guancia destra una pezzuola la quale s'era tutta arrossata, ne la disgiunse pian piano. Apparve la guancia, sanguinante. Ella strinse i denti, con un brivido, e tornò a chiuder gli occhi.

— Rasoio: — mormorava il medico, reclinato sulla donna — colpo scorrente dalla tempia all'angolo mascellare inferiore. Ferita abbastanza profonda. Aspetta... Anche qui? Anche al braccio?

Gli agenti s'accostarono per guardare.

— Ferita anche al braccio! — esclamò il brigadiere — Ah! Era per questo che mi sentivo scorrere il sangue nella manica quando l'ho afferrata pel braccio! Vuol dire che ha parato un altro colpo, e ha preso anche quello.

— Ah, Signore Iddio! — sospirò la suora.

— Come ti chiami? — chiese il dottore. La donna balbettò:

— Sofia Ercolano.

— Soprannominata _la rossa_ — disse il brigadiere.

— E lo vuoi dire chi è stato?

Attraverso alla pezzuola, che or le nascondeva quasi tutta la faccia, la _rossa_ mormorò:

— Non lo so.... Non l'ho visto...

— Sangue d'un cane! — esclamò la guardia Cosentino — Ma senti se non fanno tutte così: «Non lo so! Non lo conosco! È stato uno sbaglio!....» Ah, brutte bagasce!...

— Basta! — fece il dottore.

— Ma Cristo! — mormorò il brigadiere alla guardia — Vuoi star zitto? Non vedi che c'è la suora madre?

Soggiunse, levando la mano spiegata al keppì:

— Possiamo andare?

Senza badargli il chirurgo si volse alla monaca.

— La catinella.

La _rossa_ sgranò gli occhi, spaventata, e tentò rizzarsi.

— No! No!... Che mi volete fare?..

— Pazienza, bella mia. Poca roba. Ce la caveremo in cinque minuti.

Rimboccò fino a' gomiti le maniche del lungo camice grigiastro e si mise a frugare tra' suoi ferri. Intanto, piegato sulla cassetta ov'erano riposti, senza nemmen voltarsi, diceva alle guardie:

— Voialtri, andatevene, pel momento. Poi vi chiamerò.

— Andiamocene — disse il Guglielmi a Cosentino.

Nel corridoio incontrarono la suora che portava la catinella.

Il brigadiere le domandò:

— Scusi, resta qui la _rossa_?

— Ma s'intende — disse la suora, passando.

Vi fu un breve silenzio. Poi s'udì la voce dell'Ercolano, alta, squillante:

— No! No!.. Ah, bella Vergine!... Ah, Madonna del Carmine!..

Ora, nello spazioso cortile tutto inondato dal chiaro lume della luna le guardie, stanche, s'avviavano al largo sedile di marmo su cui, presso alla scala scoperta e marmorea, un gigantesco eucaliptus spandeva un'ombra nerastra.

Sedettero. Il brigadiere accese un sigaro e lanciò alla fresca e pura aria notturna una copiosa boccata di fumo.

Risuonò, ancora, più cupo, un urlo della _rossa_. Si rifece il silenzio.

— Guardi che luna! — mormorò Cosentino, levando gli occhi in alto.

— Luna piena — disse il brigadiere, beatamente — Pare giorno.

Dopo un po', Cosentino disse:

— Ha mezzo sigaro, per caso?

II.

Nella sala «_Ramaglia_», al buon sole che v'entrava pe' larghi finestroni, le ricoverate nell'ospedale chiacchieravano. Delle frasi allegre correvano di letto in letto fino in fondo allo stanzone, ove, presso alla bella porta di marmo e accanto a una tavola coperta da un tappeto verdognolo, una suora preparava filacce. Seduto alla medesima tavola l'impiegato delle _entrate_ ricopiava in un quaderno le prescrizioni farmaceutiche. Era l'ora della _visita_. I parenti delle ricoverate arrivavano a gruppi, continuamente, e si sparpagliavano intorno a' letti e subito vi si andavano a sedere accapo o nel corsello tra muro e letto, o rimanevano davanti a' letti, impiedi, con l'aria triste e meravigliata delle persone di buona salute che si trovano al cospetto d'un qualche loro caro diventato là dentro così pallido, così triste, così sfinito! Laggiù, verso gli ultimi letti, una giovane contadina itterica baciucchiava il figliuolo che le avevano portato dal villaggio, un marmocchietto bianco e roseo il cui vivo incarnato dava maggior rilievo all'orribile color giallastro della madre. Un altro figliuoletto di lei s'era arrampicato sul letto e là dove la coltre si alzava ad angolo sulle ginocchia della mamma egli si piegava, e abbracciava ridendo quelle ginocchia nascoste e baciucchiava a quel posto.

La suora di guardia sospese la sua bisogna e mormorò all'impiegato:

— Guardi che bella scenetta per un pittore!

— Idroclorato di morfina — fece l'impiegato, con l'indice della sinistra puntato sul foglio dal quale ricopiava — Ovatta pacchi nove Diceva, suora?... Già: di fatti. Scena per un pittore. Oggi dunque v'è la _visita_?

— Certo. È giovedì.

— Non ci avevo badato.

Rimasero muti per un pezzo, guardando a uno a uno i nuovi venuti dei quali qualcuno, capitato lì per la prima volta, cercava il letto che gli avevano indicato.

— Quella lì non ha proprio nessuno che la venga a trovare — disse la suora, a un tratto.

— Chi?

— L'ottantuno. Laggiù.

— La _rossa_? E chi vuole che la venga a trovare? Ecco... se proprio ci volessero venire tutti quelli che la conoscono...... avremmo qui un reggimento, suora....

— Come? E perchè?....

— Perchè?.. Perchè queste cose lei non le sa. Sono piccole miserie della vita, ecco. Quella signorina è un po'..... Come devo dire? Un po' la signorina _Omnibus_.

La suora arrossì e si levò. Minacciava l'impiegato, con l'indice teso.

— Ah, quella linguaccia!

— Già, già: ha ragione — fece quello e si rimise a ricopiare — Ovatta pacchi nove, garza tre, bende sette.....

La suora mosse direttamente al lettuccio della Ercolano, che pareva assopita. Contemplò a lungo quel volto ancor pallido, segnato dalla tempia all'angolo della bocca dalla ferita recente, che ora s'andava rimarginando. E come l'Ercolano lasciava penzolare fuori del letto un braccio ella glielo sollevò, dolcemente, e lo ripose sulle coltri.

La _rossa_ aperse gli occhi e sorrise.

— Quel povero braccio! — disse la suora — Il braccio malato! E lei se lo lascia cascar giù fuori dal letto!

— È guarito.

— Ah, sì? Come andiamo dunque? Bene?

— Bene, sì, sì. E domani me ne voglio andare. Ecco già undici giorni che son qui. Ci perdo la salute, suora! Peggio d'un carcere!

— Ma dove vuole andare? Parenti ne ha lei?

— Non ho alcuno — rispose l'Ercolano, un po' triste, un po' impazientita.

S'era messa a sedere in mezzo al letto e le sue mani esangui e nervose tormentavano le lenzuola. Il suo sguardo errava, senza volontà. E su' letti in fila, sul viavai della gente esso passava come quello già abituato e senza curiosità delle vecchie clientele dell'ospedale. A un momento, più a lungo, s'arrestò sulla cappelletta che veniva fuori da un angolo dello stanzone, nascosta da pesanti cortine a fiorami.

La suora immaginò che pregasse. Si intenerì. Stese la mano, dopo un poco, e lievemente gliela posò sulla spalla.

— A che pensa?

— Penso — mormorò l'Ercolano — al sogno che ho fatto stanotte. Ho sognato delle ciliege. E mi pareva di averne pieno il grembiale e di mangiarne tante, tante!..

— Le piacciono?

— Le adoro.

S'era fatta lieta. Si dimenticava.

— Tante volte, quando mi cercano, chiedono di _quella delle ciliege_.....

— È il tempo loro — disse la suora, arrossendo — Domani glie ne faccio avere.

— Domani me ne vado.

— Macchè! — esclamò l'altra, scotendo il capo — Non voglio che se ne vada così presto! Ancora non siamo in gambe, figliuola!

E le carezzò i capelli, col suo solito atto materno che le ingraziava le ricoverate più difficili.

Lentamente l'Ercolano si riaddossò ai cuscini e vi affondò il capo. Sulla sua pallida faccia passò un'ombra di tedio e di stanchezza.

— Dunque si resta intese — disse la suora — Domani non si va via. E le porterò le ciliege, domani.

La _rossa_ avea chiuso gli occhi. Pareva assopita. La suora si chinò sopra di lei e le mormorò:

— Arrivederci, non è vero?

— Arrivederci..... — balbettò la convalescente.

III.

A poco a poco il sole risaliva su per le coltri del letto. Una chiazza ancor abbagliante dilagava sulla bianca parete, a capo; ancora gli origlieri se ne bagnavano e, come un casco dorato, lì, copiosa e lucida, la capigliatura dell'Ercolano accoglieva riflessi quasi metallici. Le coltri estive disegnavano una sagoma voluttuosa, un ricco e palpitante seno giovanile, eretto.

Era terminata la visita. Dei ritardatarii s'indugiavano presso a' letti, impiedi, con le mani ancora poggiate sulle spalliere delle seggiole dalle quali s'erano levati e dove parea che stessero lì per rimettersi a sedere e per tornare a discorrere coi loro malati.

Un giovanotto piccolo, bruno, col cappello di feltro molle su gli occhi, ronzava da un pezzo attorno al letto della _rossa_. Ed era adesso così intento a contemplare l'Ercolano, così conquistato da quella dolce immobilità sopita, che non s'accorse null'affatto di due altri borghesi che gli stavano alle costole e spiavano ogni atto di lui.

A un tratto si decise. Fece due passi verso il letto e cacciò la mano in saccoccia.

— Fermo! — urlò uno dei borghesi, ch'era il brigadiere Guglielmi.

E gli fu addosso e lo abbrancò pel colletto. La guardia Cosentino gli afferrava le braccia, di fianco.

— Che vuoi fare? Un'altra rasoiata, che? Fermo, corpo di Dio!..

L'uomo, agguantato così d'un subito, sulle prime non aveva fatto resistenza. Ma ora cercava dì divincolarsi.

— Fermo! — gridava il Guglielmi.

Cosentino gridava anche lui, voltato alla porta:

— Qua, quà! Custodi!

E mentre di laggiù, dal fondo alla sala, qualche inserviente accorreva e un mormorio correva pe' letti, la _rossa_ si svegliò, di soprassalto. Ora quel giovanotto le stava quasi di faccia.

Lo riconobbe. Gli era cascato il cappello, a piè del letto.

Mise un grido rauco:

— Tu! Tu!....

— Cuccia! — le fece il Guglielmi.

Cosentino le diceva:

— Il sorcio è in trappola! Ora ce lo dirà lui chi è stato che t'ha sfregiata!

Lo sconosciuto mormorava, perdutamente:

— Io..... sì... è vero.....

Ma, protesa dal letto, l'Ercolano urlava, con le braccia stese:

— No! No!.. Non è stato lui!..

— Va bene! — rise il brigadiere — E ti credo va! Parola d'onore. Vi metterete d'accordo, davanti al presidente.

Cosentino si frugava, cercando le manette, e canticchiava:

_E ll'ammore è na catena,_ _nun se po' cchiù scatenà!_

— Perquisiscilo — disse il Guglielmi.

L'uomo, pallido come un morto, si lasciò fare.

— Ha le saccoccie piene di ciliege — annunziò Cosentino.

Ne gettò sul letto due schiocche.

E alla _rossa_, che urlava e si torceva tra le coltri, soggiunse, ridendo:

— Toh, _rossa_! Prendi! E fattene buccole!..

LA TAGLIA.