Nella vita: novelle

Part 2

Chapter 23,782 wordsPublic domain

— Salute! — fece Don Placido.

— Salute e bene! — rispose la guardia.

E come, a un tempo, gli fuggivan davanti le donne gridò, ridendo, a Don Placido, già lontano:

— Ferma! V'è contrabbando!

Ora le loro tre ombre erano sul ponte delle fortificazioni: l'acciottolato crepitava sotto gli stivaloni di Don Placido. Più in là i fossati nereggiavano, lateralmente, e vi s'intravedevano paurose profondità. Un'ombra uguale era scesa sulla vallata, alla quale le donne avventavano, di volta in volta, lo sguardo. In un desolato silenzio la campagna pareva conscia e lagrimante della sorte.

— Avanti! Siamo giunti! — gridò ancora Don Placido — Io vado avanti pei biglietti. Terza classe! Passate per l'ultima porta a destra e aspettatemi sul marciapiedi!...

Bruscamente la fabbrica della stazione appariva. Letizia si volse. Tutto era scomparso nella notte, dietro di lei: la città, i bastioni, la campagna medesima, ove nessun lume brillava più. Tutto dunque finiva. Stese le braccia, perdutamente, verso Capua e singhiozzò, disperata:

— Addio! Addio! Addio!....

Si sentì trascinare. La bionda l'avea quasi sollevata per la vita, e le mormorava qualcosa ch'ella non udì. Si vide, a un tratto, sul marciapiedi della stazione, d'avanti al treno nero, interminabile. Vide ancora l'orribile lor conduttore aggirarsi frettoloso pel marciapiedi, udì grida confuse e una voce più chiara, tra lo sbattere degli sportelli, urlare:

— In vettura! In vettura!

E d'un subito uno sportello si spalancò. Salì per la prima la bionda e stese le braccia. Afferrò Letizia, la sollevò quasi di peso e la trasse dentro.

Un'altra bestemmia di Don Placido accompagnò l'atto. E a un tempo, mentre lo sportello si chiudeva, il treno partì, con una scossa che gettò l'una addosso all'altra le due sciagurate.

— Dove siamo? — mormorò Letizia, cui man mano tornavano i sensi e la coscienza delle cose.

Marta la cingeva con le braccia, la teneva stretta al seno, come una bambina. Lo scompartimento era quasi deserto: alcuni fattori fumavano, più in là, sull'opposto sedile, e parlavano di derrate, a voce alta. La pioggia scrosciava a' vetri dei finestrini.

— Arriviamo — le susurrò Marta — Fatti coraggio...

Le si strinse più da presso. Soggiunse, sottovoce, rapidamente:

— Ora ascolta. Napoli io non la conosco. Ma mi hanno detto che è una immensa città, terribile città, piena di pericoli sconosciuti, una città ove la gente si perde e non si ritrova mai più... M'ascolti tu, Letizia?...

Ella assentì, col capo reclinato sul petto di Marta che le parlava all'orecchio, pianissimo.

Marta disse ancora:

— Lo stesso uomo ci ha perdute, ma tu non m'odii e io non t'odio. Siamo come due che si son conosciute da un pezzo e si amano. Tu ora mi vuoi bene, lo so, lo sento, e tu sai che io ti voglio bene.... Non è vero?....

La sua voce s'inteneriva sempre più, maternamente. Palpitavano tutte e due, i loro cuori battevano forte. E seguitava fra tanto, a scrosciar la pioggia contro i vetri e i fattori parlavano più alto, per intendersi. Il lume dello scompartimento vagolava.

— Io non ti lascerò mai! — disse ancora la bionda. E in quel patto supremo cercò le mani di Letizia e le strinse — Mai, mai! E tu giurami che non mi lascerai mai, che resterai sempre con me, che m'aiuterai come io t'aiuterò, che mi difenderai come io ti difenderò. Giurami questo, Letizia! Noi siamo due abbandonate e l'una ha bisogno dell'altra. Se ci disperdiamo, a Napoli, siamo perdute.... Letizia, Letizia!... Giura questo a Marta tua, a tua sorella, Letizia! Or io son tua sorella.... Tu non mi lascerai mai, non è vero?....

Letizia le afferrò la testa fra le mani e la baciò, singhiozzando:

— Mai! Mai!.. Mai!..

Il treno entrava sotto la tettoia e passava sugli scambii con un fragore assordante. I fattori si levarono e agguantarono in fretta le loro valigie. Una voce, due, tre gridarono nell'oscurità:

— Napoli! Napoli! Napoli!

Marta scese per la prima e aperse le braccia a Letizia, che quasi vi si gettò. A un tempo s'apersero gli sportelli di tutte le vetture e queste vomitarono sul marciapiedi ondate di soldati. Il 28º reggimento di artiglieria, il reggimento del furiere, era partito per Napoli da Capua, con loro, non visto. Il treno interminabile n'era pieno fino all'ultime carrozze, e ora, mentre i primi ranghi si formavano agli urli degli ufficiali sotto la gran tettoia luminosa, confusamente lampeggiavano altre armi nel lontano, in coda al treno.

— Vieni — disse Marta, trascinando la compagna.

Sorpassarono i cancelli, e per un momento s'arrestarono, ignare e indecise, sotto le arcate della stazione, all'uscita sulla piazza.

Era quasi la mezzanotte. La pioggia sferzava il selciato con estrema violenza: migliaia di lumi, alti, bassi, ora bianchicci, ora rossastri occhieggiavano nella vasta piazza e nelle vie circostanti ove le case, abbattute a mezzo, pel Rettifilo, apparivano come dissolventisi in quella furia d'uragano.

Come le due donne, attonite, incerte scendevano dal marciapiedi l'onda dei soldati, che le aveva rincorse, fu sopra di loro e le separò. Tutto il reggimento passò, fuggendo, sotto la pioggia, e un battaglione, che se ne staccava, ricacciò Letizia fino ai giardini, dalla parte del Vasto. Gli altri presero pel «Corso Garibaldi» e presto scomparvero.

Letizia sbarrò nella oscurità i suoi grandi occhi pieni d'orrore.

Urlò:

— Marta! Marta!

Nessuno le rispose. Ella si sentì mancare. S'addossò a un fanale. Ripetette con un grido più acuto, con uno sforzo supremo:

— Marta! Marta!

Nessuno, nessuno! Or ella era a fronte dell'ignoto, nella misteriosa notte del suo destino: sola.

UN «CASO».

I.

Ai «Fossi», laggiù dietro la via larga e popolosa della Ferrovia, terminava il mercato dei panni. Le mercantesse si sbandavano. Alcune pigliavano per la strada della marina, altre s'indirizzavano alla Via Nolana, dalla quale si levava, nel lontano, un fitto polverio bianco. Altre infilavano l'arco aragonese di Forcella e si cacciavano, a gruppi di due o tre, coi lor mucchi di panni in capo, ne' vicoletti della Vicaria, ne' laberinti di quelli della Duchesca ove, qua e là, sotto il sole di agosto, i rigagnoletti e le pozze luccicavano di riflessi metallici.

Lentamente il mercato si vuotava. Era cominciata tardi la vendita, verso il tocco, e terminava alle sedici, nell'ora del sole alto. Era andata avanti assai fiaccamente: le voci della _malattia_ s'udivano un poco da per tutto, le note di cronaca del _Roma_ e i bollettini si leggevano da gente commossa e paurosa or qua or là, d'avanti a' bassi e dentro alle botteghe e nella via stessa, ove si radunavano capannelli di popolani impensieriti. Certo, più della paura poteva la necessità: ma, da una settimana, il mercato de' panni languiva. Le donne di Cardito, di Pugliano, di Pomigliano, d'Acerra lo avevano addirittura abbandonato, esse così tenere di coltri di seta gialla, di seta verde, imbottite di bambagia, trapuntate a mostaccioli, orlate di frange barocche argentate. E invano andavano su e giù le venditrici: davanti ai mucchi di pantaloni a quadrelli, di giacchette di velluto stinto, di corpetti rabberciati e grembiali di ogni forma, provenienze misteriose della miseria, della morte, del furto, nessuno si soffermava. Nessuno comprava. Nello inutile va e vieni perfino veniva a mancare la voglia di gridar la mercanzia: moriva in un susurro l'alto vocìo de' buoni giorni di vendita e nell'afa insopportabile, sotto la sferza del sole, era tutto uno sfinimento. Dalla strada della Ferrovia la cupa eco del passaggio de' grandi carri carichi di derrate o di botti o di carboni, delle vetture d'albergo, de' carretti d'erbaggi delle paludi s'affievoliva: tutto quel transito pareva che non seguisse più come prima. Risuonava, soltanto, a tratti, la cornetta rauca d'un tramwai due, tre volte: squillavano i campanellini di un carretto solitario e, spento quel suono, pareva più alto il silenzio.

Due o tre ancora delle mercantesse si aggiravano per la via dei Fossi, occupata da un chiarore abbagliante. A una a una disparvero anche esse. L'ultima veniva in sulla piazzetta, lentamente, come trascinandosi. Era un gran donnone: forte, alta, bruna. Il sudore le rigava le guance dalla fronte, le imperlava sotto gli occhi la fine epidermide, le riluceva sul labbro superiore, segnato d'una fitta pelurie. In braccio ella si recava una pila di que' comuni berretti a visiera di panno che gli sbarazzini amano di portare di sghembo: uno de' berretti, per ripararsi dal sole, s'era proprio posto in capo. Ciò le conferiva un assai curioso aspetto.

Com'ella giunse allo spiazzato si arrestò: passava, tra due carabinieri, un giovanotto ammanettato. Andava alle carceri della Vicaria. L'ammanettato la salutò con un lieve cenno del capo e si fermò un momento anche lui e levò le mani incatenate, avvicinando la faccia al panno della manica, lì ove il braccio fa gomito. Passò e ripassò le gote sudate sul panno, soffregando forte. I carabinieri aspettando, guardavano la donna e sorridevano. Poi ripresero la lor via: la berrettaia si rimise in cammino. Scavalcò un mucchio di pietre accatastate lì nella piazza per un guasto del selciato e, a un tratto, apostrofò il cocchiere di una vettura da nolo, il quale s'appisolava al sole, in serpa, nella piazza quasi deserta.

— Rocco, salute e bene!

— Salute e bene — sbadigliò quello, rizzandosi in serpa e raccogliendo le redini che gli erano cascate su' piedi — E voi dove ve ne andate?

— Dove, figlio? A casa, cuore mio bello. Che ci resto a fare laggiù? Non s'è venduto uno spillo!

— E io che son qui da mezzogiorno a bruciarmi al sole! Poc'anzi m'ha preso il sonno.......

Vi fu un silenzio. Poi Rocco domandò alla mercantessa:

— E del colèra che si dice?

L'altra sgranò tanto d'occhi e scosse la testa.

— Ieri cento e due casi — mormorò — Mio marito ha letto il giornale.

Seguì, daccapo, il silenzio. Dopo un poco la mercantessa si licenziò, col suo sorriso bonario.

— Così vuol Dio. Dunque, buona giornata, Rocco!

— Buona giornata anche a voi — disse il cocchiere.

E si chinò un'altra volta a raccoglier le redini che gli erano scivolate di su le ginocchia.

Una voce femminile lo chiamò, dal lato del marciapiedi.

— Cocchiere?.....

Rocco si volse. Era una _signorinella_ pallida e piccola con certi grandi occhi neri lucenti, vestita di nero: qualcosa tra la maestrina e la cameriera di buona famiglia.

— Montate — disse Rocco — Dove andiamo?

Ella rimase in forse un momento. Poi disse:

— Alla Posta.

La vettura si mise in moto. A un tratto il cocchiere gridò:

— Bada, ohè!

E con la punta della frusta picchiò, per celia, sulla spalla della berrettaia, che rincasava a piccoli passi.

— Vado alla Posta — disse Rocco.

— Avete visto? — sorrise la berrettaia, scansandosi — V'ho portato fortuna.

Più in là, presso il Castello del Carmine, il cocchiere si girò indietro sulla serpa:

— E alla Posta v'aspetto?

La piccola pallida lo guardò come smarrita. S'era tutta rimpiccinita in un angolo della vettura. Le sue mani tormentavano la pezzuola. Balbettò:

— Alla Posta?... Sì... certo... m'aspetterete...

E ancora mormorò qualcosa che il vetturino non intese, e si gettò indietro come abbandonandosi, con lo sguardo nell'alto, spaurito.

II.

Quale viaggio strano, faticoso, irresoluto, in quell'afa ardente e insopportabile! Dove si andava? Si andava da per tutto: Rocco Longo era sfinito, era sfinita la sua bestia e anche pareva che la vettura malconcia a un tratto si dovesse sfasciare. S'andava in giro da tre o quattro ore: da prima la _signorina_ s'era voluta fermare alla Posta e lì, allo sportello delle lettere, avea chiesto qualcosa che non aveva avuto, che non c'era. Palpitante, incerta, s'era trascinata fino alla vettura, e quasi vi s'era lasciata cader dentro.

— Dove andiamo?

— Dov'è l'albergo delle Tre Rose?

Il cocchiere aveva fatto spallucce.

— E chi lo sa? Voi non lo sapete?

— Dove sono i _Lanzieri_?

— A Porto.

— È lì....... Andiamo!

La vettura avea preso per _Piazza Francese_ e s'era ficcata ne' vicoli di Porto. Ai Lanzieri la sconosciuta scese d'avanti alla porta d'una delle tante miserabili e tristi locande del quartiere. Dalla serpa Longo domandò:

— V'aspetto?

E come ella pareva indecisa il vetturino soggiunse:

— Bene, andate pure: io vi aspetto.

Da' _Lanzieri_ erano andati alla _Marinella_ e dalla _Marinella_ a _Mercanti_, e appresso alla _Giudecca_, al _Vico Coltellari_, a _Rua Catalana_. Ella a ogni sosta, si precipitava dalla vettura, si cacciava in un palazzetto e riappariva poco dopo muta, livida, con gli occhi pieni di lacrime. Risaliva a stento in vettura: s'afferrava alla serpa talvolta. L'ultima volta Longo dovette aiutarla. Per via la udì singhiozzare.

Si volse, seccato.

— Ma che avete dunque?

Ella mormorò:

— Nulla....... nulla.

Annottava. A un tratto Longo sentì che ella gli batteva lievemente, in punta di dita, sulla spalla.

— Dove andate? — disse lei.

Difatti, ove andava Longo, con la sua vettura polverosa, con la sua rozza affamata e zoppicante, sognando in serpa e guidando macchinalmente la bestia? S'arrestò, si guardò intorno. Erano sulla via nuova, deserta e buia, dell'Arenaccia. Sulla destra si disegnava confusamente l'immane tettoia della stazione ferroviaria, tutta nera: i grandi occhi immobili delle locomotive rossi, verdi, giallognoli ammiccavano nell'oscurità. Un fischio acuto e breve ruppe il silenzio: l'aria vibrò tutta al fragore d'un treno che passava sulle piattaforme metalliche. Dalla via si vide il treno svolgersi rapidamente, e trascorrere, come un gran serpe nero che scompariva nella notte.

III.

La giovane disfece il nodo alla sua pezzuola e ne cavò una moneta da due lire.

— Questo m'è rimasto — mormorò.

Longo era sceso di serpa. Guardò appena le due lire, al lume del fanaletto, e le gettò in grembo alla giovane.

— Volete scherzare? Che mi mettete in mano? Due lire?... Andiamo, non ho voglia di scherzare!

Ella balbettava:

— Sull'anima di mia madre che m'è morta ieri l'altro.....

— Ma che! — fece Longo — Ora mi si mette a giurare! V'ho portato in giro per tre ore di seguito e il meno che mi spetta son cinque lire! Su! O mettete fuori le cinque lire o vi porto alla questura com'è vero il santo ch'è oggi!

Nel silenzio della strada la sua voce minacciosa suonava chiaramente. La _signorina_ nascose la faccia tra le palme.

— Andiamo — insistè Longo — Spicciatevi!

Ella singhiozzava:

— Ascoltatemi... Io non sono di Napoli... Sono di Capua..... Non sono pratica... Ho perso tutto e mia madre m'è morta, ieri l'altro... Avevo... lui... E mi son messa a ritrovarlo. M'ha lasciata. Voi avete visto: non l'ho più trovato... Lasciata!... Abbandonata!... Abbiate compassione... Non ho più nulla... Perdonatemi!...

Longo, con le braccia conserte la guardava.

La sconosciuta soggiunse, piano, come parlando a sè stessa:

— Sono stata tradita... Era un cameriere d'albergo..... l'albergo delle _Tre Rose_ a Lanzieri, dove siamo stati... Non v'è più... Partito... Sparito... Non v'è più...

Longo si mise a frustare il selciato e a bestemmiare.

Ella supplicava:

— È vero... Avete ragione... Perdonatemi...

D'un subito il cocchiere le si fece accosto, l'afferrò pel braccio e le disse:

— Com'è vero Dio, stasera prendo un guaio per voi! Chi vi conosce? E avete scelto la vettura mia e me per correre appresso al vostro uomo? Ma lo sapete voi che due lire non mi bastano neppure per l'avena al cavallo, e me l'avete ammazzato!

Ella mormorava:

— Perdonatemi..... perdonatemi.....

— Così fate, voialtre! — urlò Rocco — Così ingannate la gente, razza di bagasce!..

All'improvviso le piantò sulla spalla la mano pesante e si chinò sopra di lei che s'era gettata addietro sui cuscini.

— Almeno — sogghignò, frugando — Ch'io vi veda in faccia, carina! Come siete in faccia?... Bella... brutta... vediamo un poco.....

Ma smise e indietreggiò, spaventato. Ella era diaccia: un sudor gelido le veniva giù pel volto e le bagnava pur le mani, tremanti convulsamente.

Longo, sbalordito, la scosse:

— Signorina... signorina... Che avete?.. Non v'impaurite...

La giovane s'irrigidiva. De' conati di vomito la facevan sobbalzare sui cuscini, gli occhi le diventavano vitrei.

— Ho freddo... — mormorò — Ho freddo... Muoio...

Allora Longo comprese.

— Ah, Cristo! Un caso fulminante!...

Si voltò, si guardò intorno, assalito da un così vivo terrore che per due o tre secondi i suoi movimenti ne vennero paralizzati. La sconosciuta seguitava a torcersi e rantolava:

— Freddo... freddo... Oh mamma!...

E come lo vide fuggire a gambe levate per l'Arenaccia, si levò quasi in piedi nella vettura, con un ultimo sforzo, e stese un braccio.

— Aiuto! Aiuto!

Ricadde. Si ripiegò sui cuscini: v'annaspò con le dita raggranchite. E al sereno cielo che si popolava di stelle palpitanti e la vedeva morir sola, nella notte, levò uno sguardo disperato.

Balbettò ancora:

— Mamma..... mamma.....

E seguì un profondo silenzio.

A un tratto il cavallo affamato si mise a nitrire e a batter sul selciato con l'unghia ferrata.

Poi fece un passo, poi un altro. E si rincamminò, portandosi lentamente la piccola bruna, immota, per l'oscurità, verso la nascosta rete dei binari.....

VECCHIE CONOSCENZE.

— La buona sera alla compagnia!

Mi volsi. E al suono della rauca voce grossolana si voltarono pur a guardare verso la porta i miei compagni di tavolino del _Caffè Grande al Corso_. Era l'ercole della _troupe_ d'acrobati attendata a Giffuni, dietro il mercato bovino.

— Buonasera — risposi — Che c'è? Non si lavora?

— Macchè! — fece l'ercole, raggiustando sulla piccola testa quasi calva un sudicio berretto di pelo marrone — A Giffuni Vallepiana? E Pompei non è meglio? Città morta, caro lei, città di barbari, non dico per offenderla. Già lei non è giffunino... o giffunese... Come si dice?

E sedette al nostro tavolino e cavò la pipetta da una saccoccia d'un grande panciotto stinto, di velluto rossastro.

— Giffunese — disse il telegrafista di Bartolo, levando gli occhi dalla _Gazzetta di Venezia_ che gli mandava ogni giorno un suo ex collega di laggiù, ove il di Bartolo era stato quattro anni.

Seguì un silenzio. Il _Caffè Grande_ era quasi deserto: due mercanti ragionavano del raccolto a un cantuccio, e a un altro sedeva, solitario, il giovine professore di lettere del Liceo Cotugno. S'era fatto portare il calamaio e rivedeva le bozze del suo studio sull'_Hecatelegium_ di Pacifico Massimi, comunicando alla ruvida carta da stampe un acre e molesto profumo di _patchouli_ ch'egli usava portare addosso. Appiè del banco del principale erano due o tre cacciatori di Casalferrato e sentenziavano di cani e di fucili col caffettiere, Nemrod impenitente anche lui.

— Un rhum! — chiese l'ercole, dopo un po', lanciando al soffitto la prima boccata di fumo. — Almeno — soggiunse, e si trasse davanti il bicchierino — qui c'è calduccio, ci si sta bene. Hanno visto fuori? Mezzo palmo di neve e nemmeno un cane per la via. La neve in Ottobre? Ma dico, dove siamo? In Russia?

— Cattiva stagione — disse il di Bartolo, per dir qualcosa.

— E voi che farete? — chiesi all'ercole, che si grattava il mento e guardava davanti a sè, nel vuoto, con certo sguardo sgomento.

— E che devo fare? Domani o doman l'altro si va via. Domani è domenica e vorrei profittare della giornata. Chissà! Bel paese Giffuni! In tre sere ventotto lire! Cosa vuole, che ci lasci in pegno Mahmud?

Il di Bartolo si volse, con l'indice puntato sulla _Gazzetta_ al passo che leggeva.

— Mahmud?

— L'orso bianco — disse l'ercole, grave.

— Difatti — io dissi — avrete le vostre spese...

— Spese? Altro! E poi gli incerti, caro lei. Se sapesse!

Bevve un goccetto di rhum, si passò il dorso della mano vellosa e enorme sulle labbra e soggiunse:

— Guardi, tre cavalli m'erano rimasti e uno m'è finito a Roccadaspide, col carbonchio. Il pagliaccio mi s'è affiochito per via e ha mezzo persa la voce; sua sorella, la Gilda, è cotta d'un impiegato di ferrovia che le faceva l'asino a Tricarico, e gli scrive lettere tutta la santa giornata e non mi lavora più come prima. E la Rosetta che a un tratto mi vien fuori con l'isterismo! Che? Contentezze grandi, caro signor dottore!

E fregò palma a palma con una furia che pareva si volesse spellar le mani.

— Mi dica, dottore, lei che se ne intende: che roba è codesta? Malattia grave?

— L'isterismo?

— Ecco.

— E vostra moglie è isterica? Davvero non mi pareva. E che ha? Che accusa?

— E che so, io? Dolori in petto, dolori allo stomaco, alle gambe, ai polsi. In faccia, di certo è smagrita. L'avesse vista quattro o cinque anni fa! Le dico, un bisciù! L'ha vista al trapezio?

— Sì, mi pare...

— Eh?... — fece l'ercole, strizzando l'occhio — Ha visto che lavoro preciso?

Accennavo di sì, col capo. In quel punto pensavo ad altro. Il di Bartolo s'era sprofondato nella lettura del suo giornale, ma, di volta in volta, ne levava lo sguardo per lasciarlo posare sul mio interlocutore, ch'egli affisava, silenzioso, per qualche minuto, come si fa con certe persone nuove le quali vi suscitano un curioso interessamento nell'animo.

— Ha un cerino? — chiese l'ercole, che aveva vuotato nel cavo della mano il fornellino della pipetta e or la ricaricava, lentamente.

Ne prese un fascetto dalla scatola che gli porgevo e se li mise in saccoccia.

— Scusi se mi permetto..... Ma qui a Giffuni non v'è un solo cortile che abbia uno straccio di lume. L'altra notte per poco non mi sono spaccato il capo a un muro... Ma lei che ha, dottore? La vedo così uggioso! Che ha? S'annoia, non è vero? Certo son pene di cuore!

Sorrisi, malinconicamente. E mentre, voltandomi, cercavo sul divanetto ov'ero seduto, il mio _bambù_ e l'ultimo fascicolo della _Rivista Clinica_ sulla quale il di Bartolo s'era adagiato, l'ercole, frugando nel taschino del panciotto, borbottò:

— S'intende: questo non è paese per gente che vive. Denari in giro niente: divertimenti niente. Nemmeno un teatro. Prefettura e Municipio nello stesso palazzo, all'ultimo piano! Macchè. Dopo dimani _adios!_

— Lei resta? — feci al di Bartolo.

L'altro nostro compagno di tavolino, Bazza, cancelliere alla Pretura, al solito s'era addormentato. Usava di far questo ogni sera, e lo svegliava il cameriere quando il caffè si chiudeva.

— Ma è presto — osservò il di Bartolo — Guardi, non sono le dieci. Io resto ancora un poco e accompagno Bazza. Ma lei proprio vuole andar via?

— Ho sonno — risposi — Arrivederci.

— Signori! — salutò l'ercole, che pur s'era levato e si sberrettava.

Fuori, rialzando il bavero della sua giacchetta e tossendo a piccoli colpetti secchi, egli mi si mise allato e prese con me pel Corso tutto scuro e deserto.

S'era liquefatta la neve: al raro lume di qualche bottega ancora aperta lucevano qua e là delle pozze e dei rigagnoli. L'ercole mi pigliava pel braccio, dolcemente, e me li faceva schivare.

Facemmo una ventina di passi in silenzio.

— Abita lontano? — chiese lui a un tratto.

— Non così lontano. Ma dal _Caffè Grande_ a casa mia c'è un bel tratto. Sono in via del Mercato.

Lui si fermò su due piedi.

— Come? Ma dunque siamo vicini! Io son lì, di rimpetto. Non ha visto il mio carrozzone?

— Sì... difatti.

Ripigliammo il cammino e si rifece il silenzio fra noi, per un tratto. Dopo un po' l'ercole riprese:

— E Bamboccetta, l'ha vista?

Lo guardai. Scossi la testa per dir di no. Egli parve meravigliato.

— Non ha mai visto Bamboccetta? Mia figlia? La piccina? Ma al circo c'è mai stato, lei?

— Sì, una volta: non ho troppo tempo...

— Ma scusi, ci deve venire. M'onori domani ch'è domenica. Senza complimenti... Lei mi fa chiamare alla porta e sarò ben felice. Almeno vedrà Bamboccetta.

Pronunziando quel nome il vocione s'inteneriva. L'ercole si arrestò un'altra volta, per un momento, come a meditare, e io pur dovetti arrestarmi. Il silenzio era alto. A un tratto, nel lontano, fendette l'aria il fischio del _diretto_ che partiva per le Calabrie e ne vibrò, per qualche secondo, l'eco malinconica.