Part 6
Ma non sapeva imitarle. Le sarebbe occorso troppo tempo; e nella sua coscienza di figliuola onesta, sapeva che il tempo non le apparteneva, che lo doveva ai suoi genitori, vale a dire allo studio.
Aveva fatto il suo dovere... almeno così le pareva. Ma dov'era andata la ricompensa su cui le avevano insegnato a sperare?
I suoi genitori erano morti con la convinzione di avere fatto, loro, tutti i sacrifizi possibili per la felicità di lei, e vedendola sempre seria e triste, l'avevano accusata d'ingratitudine.
— E forse avevano ragione! — sospirò chinando la fronte.
Ma che colpa ne aveva lei se il peso della sua esistenza le pareva troppo grave per mostrarsi lieta?
Ora era arrivata nel dormitorio delle grandi: nel noto stanzone dov'ella aveva dormito per ben sette anni, laggiù in fondo; in quel lettino nascosto dalle tendine bianche. Ella rimase un momento immobile con gli occhi fissi, senza deporre il lume. Quanta parte di sè lasciava fra quelle pareti, dove un'altra, probabilmente una infelice come lei, sarebbe venuta a prendere il suo posto. Quante volte aveva pianto dietro a quelle tende, nascondendo la faccia sotto il lenzuolo, per non essere intesa da qualche educanda curiosa e di sonno leggiero. I primi anni specialmente, quando non poteva abituarsi a dormire in mezzo alle alunne, quante volte era stata sul punto di dare le sue dimissioni. L'aveva trattenuta una sorda paura dell'ignoto. Suo padre — la madre se n'era già andata da alcuni anni! — era morto allora allora; perciò, non avendo più da pensare altro che per sè, ella aveva lasciato la direzione di una scuola mista, in una città della Calabria, dove guadagnava assai più, ma dove le sue forze si consumavano in una eccessiva fatica.
Il nuovo posto, quantunque meno lucroso, era più signorile per l'importanza del collegio e per le comodità materiali di cui erano circondate le maestre, o meglio, le istitutrici, poichè questo era il titolo che qui avevano. Ed era appunto ciò di cui ella sentiva maggior bisogno, con la sua salute delicata. Così si rassegnò; e a poco a poco finì con l'abituarsi alla nuova vita, e si fece benvolere da tutti, perfino dal cappellano, quantunque i suoi principii, ch'ella non sapeva nascondere, fossero poco favorevoli alle pratiche esteriori del cattolicismo.
E ora... trach!... nella sua vita si faceva un nuovo strappo, mille tenui legami si frangevano; ella doveva cominciare un nuovo tirocinio per approdare — chi sa! — forse a meglio, forse a peggio!
Uscì dal dormitorio, dove non sarebbe più ritornata, mandando ancora un saluto al suo lettuccio bianco, immerso nell'ombra; poi traversò il corridoio per arrivare allo scalone che conduceva alle stanze di scuola e alle grandi sale di ricevimento.
Nel corridoio riscontrò il domestico, che si presentava in una maniera molto curiosa sul fondo buio dello scalone, con un materasso in ispalla, un lumino in mano, e il grosso cane bastardo dal pelo lungo che camminava gravemente dietro le sue gambe.
— Oh, Pietro! — esclamò — m'avete quasi fatto paura! dove andate con quel materasso?
Allora l'uomo alzò il viso sotto al suo carico e le spiegò, che per maggior sicurezza non dormiva mai nella stessa stanza, e nessuno doveva mai sapere dove egli dormisse.
— Di questo passo, vado a scegliere la mia reggia! — soggiunse, scoppiando in una risata sonora da uomo contento e ben nudrito, che rumoreggiò allegramente sotto l'ampia vôlta dello scalone.
Ernestina gli rammentò che partiva col diretto della mattina, e che lui doveva farle trovar pronta una vettura per le cinque e mezzo, e aiutarla a discendere le valigie. Poi si salutarono e si allontanarono in direzione opposta, e sprofondarono coi loro lumini nella vasta oscurità del corridoio e dello scalone.
Entrando nelle scuole, Ernestina non potè frenare un gesto di meraviglia davanti a quell'enorme disordine. Le ragazze, per far più presto a prendere i loro libri, i loro quaderni e le mille bazzecole di cui le collegiali fanno gran conto, avevano arrovesciati i loro cassetti sui banchi e buttati tutti i fogli inutili per terra, sparpagliandoli poi coi loro piedini inquieti e saltellanti.
Più tardi qualcuno dei servi doveva essere entrato, poichè gli scanni si trovavano tutti ammonticchiati in fondo a ciascuna sala, come esempi di barricate; ma nessuno s'era sentito l'animo di dare una spazzata e portar via quel grosso tappeto di carta, forse per la paura di rimetterci troppo tempo e accorciar la vacanza di qualche giorno.
Ernestina camminava lenta in punta di piedi, guardando attentamente se scorgeva qualche oggetto dimenticato.
Nella sala delle piccine andò diritta al tavolino della maestra, aprì il cassetto che chiudeva a molla, vi frugò dentro e in fondo, sotto a un arruffio di fogli, trovò la scatola coi fiori conservati nella bambagia. Una impercettibile curiosità gliela fece aprire. Vi era una bella rosa rossa, alcune gaggie, un mazzetto di viole ancora olezzanti, e in fondo, sotto all'ultimo strato di bambagia, un biglietto di visita con un nome d'uomo: Carlo Metelli. In terra, presso al tavolino, giaceva un abecedario che s'era aperto da sè al posto più tormentato, e mostrava una quantità di fregacci fatti colla matita da una manina nervosa.
Ernestina lo raccattò, lo chiuse, lo pose sul banco, e, presa con sè la scatola che doveva essere spedita, ritornò indietro per la medesima strada, riattraversando ancora una volta tutte le sale di scuola. Nel sesto corso, dove ella aveva passate tante ore tutti i giorni per sette anni di fila, il suo passo si rifece lento, mentre il suo sguardo si andava fermando qua e là, come per rianimare certe memorie impallidite, e riassorbire le emanazioni ancora distinte della vita, della gioventù, che aveva consumata là dentro.
Quando uscì nel corridoio pareva più pallida, e un sorriso amaro errava intorno alla sua bocca.
Non le restava che attraversare le sale di parlatorio, le sale di ricevimento, e la grand'aula dei concerti, ancora in pieno addobbo per la recente solennità. La sua cameretta era dall'altra parte, nell'angolo estremo dell'edificio.
Il parlatorio non le destò alcun ricordo interessante. Osservò per la millesima volta che le mobilie moderne addossate ai muri, stonavano maledettamente col carattere grandioso della decorazione, così poco adatta per un collegio; e tirò innanzi verso le altre sale, egualmente mancanti d'insieme, egualmente desolate del loro lusso freddo e senza carattere.
Involontariamente, ella pensò al tempo in cui quel palazzo non era ancora trasformato in collegio, ma abitato dalla nobile famiglia di cui portava tuttora il nome.
Le tappezzerie delle pareti, gli affreschi dei soffitti, i grandi specchi saldati nel muro, le statue innalzate sui loro piedestalli nel dolce riposo delle nicchie, tutto parlava dell'antica magnificenza e dell'uso cui quelle sale erano destinate.
A poco a poco la sua fantasia, eccitata dalla solitudine e dalla veglia, si popolò d'immagini fantastiche, e cercò di delineare a grandi tratti qualcuno dei quadri smaglianti e pieni di vita ch'erano stati chiusi in quelle cornici. Dalle ampie finestre, dagli splendidi affreschi, dalle ombre dei muri, uscivano voci che raccontavano di feste colossali, di banchetti, di avventure dolci e terribili. Chi sa quante coppie innamorate avevano sostato davanti a quel grande specchio, ora un po' annerito! Chi sa quante belle ambiziose vi avevano ammirato il trionfo delle loro forme! Che cosa indefinibile è un ballo di signori!...
Ernestina, non aveva mai ballato; non sapeva ballare. Ma qualche volta, come spettatrice, aveva veduto, osservato e indovinato una quantità di cose. Si ricordava una certa coppia formata da due giovani, belli, che si tenevano stretti e volavano via come il vento. Ella aveva chiesto ingenuamente chi erano quei due sposi che si volevano tanto bene, e la gente intorno a lei s'era messa a ridere e a bisbigliare. Più tardi aveva saputo che non erano sposi, ma cugini, e che la signora era maritata con un altro e già madre.
Eppure, se certe cose non le avesse vedute, avrebbe potuto credere che fossero immaginazioni, fandonie da romanzieri, tanto a lei non era mai capitato nulla.
Nulla! Che vita noiosa!
Il solo romanzo della sua giovinezza non valeva la pena di essere raccontato, ed era rimasto in tronco ai primo capitolo, come certi abbozzi malavviati, di cui il romanziere si disgusta fin dalle prime pagine.
Ella aveva allora vent'anni e stava aspettando l'esito di un concorso, poichè, malgrado il diploma superiore, non aveva trovato ancora da collocarsi, e viveva in casa sua aiutando la mamma. Una posizione assai penosa, con quel po' po' di miseria.
Un giovine del paese, metà possidente, metà contadino, s'era insinuato nell'amicizia del vecchio Maggi e frequentava la casa tutte le domeniche dopo pranzo. Non era un'aquila, ma nemmeno uno sciocco; e poi, un bel giovine. Le dimostrava una simpatia piena di rispetto, che la faceva sorridere molte volte in una serata. Allora era lui che arrossiva invece di lei, perchè era timido e un po' in soggezione. Specialmente quando babbo Maggi parlava in lungo ed in largo della splendida educazione che aveva dato alla sua figliuola, del concorso che avrebbe vinto, della carriera lucrosa che si sarebbe aperta, il povero Giovanni Tortoli rimaneva come soffocato.
Tuttavia, qualche volta trovava il coraggio di osservare, che il posto era buono davvero con 1800 lire di stipendio, vale a dire più del pretore del capoluogo che ne aveva sole 1500; senza contare di più l'alloggio che la maestra avrebbe avuto gratis, ma che però c'erano degli inconvenienti: un paese di briganti e un da fare da cani, basti dire, otto ore di scuola tutti i santi giorni, a maschi e femmine e poi la sorveglianza di tutta la scuola e la responsabilità, laggiù, in quei paesi!...
Il vecchio rispondeva trionfalmente, che ci sarebbero andati anche loro, genitori, e che la sua figliuola nessuno l'avrebbe toccata.
Dopo ciò il giovine non osava replicare; ma incontrandosi con gli occhi di Ernestina, i suoi occhi esprimevano la speranza vivissima che il famoso posto, nel paese dei briganti, non toccasse a lei....
Invece le toccò proprio. L'annunzio della nomina le arrivò per telegrafo, accompagnato dall'ordine di presentarsi entro otto giorni alla scuola.
Bisognò fare subito i bagagli, e mettersi in viaggio. Quanto a Giovanni, udita la nuova, non si lasciò più vedere.
— L'unico uomo che abbia pensato a me! — mormorò Ernestina, che intanto era arrivata nella sua camera, dove tutto annunziava i preparativi della prossima partenza. La sua vita era tutta un patire!
— L'unico?... Mah! In ogni modo bisogna dire che si consolò presto — continuò mentalmente, sorridendo a metà del suo intenerimento retrospettivo.
Difatti, Giovanni aveva sposato poco dopo una ragazza di campagna, ed era ormai padre di sei o sette figliuoli.
— Pover'uomo! chi sa che miseria! — pensò involontariamente, mentre i suoi sguardi si riposavano sui mobili eleganti della sua cameretta, sugli abiti che doveva mettere nella valigia. Tutti gli oggetti che le appartenevano annunziavano una modesta agiatezza e un gusto severo e delicato. Ora aveva imparato anche a vestirsi; peccato che era troppo tardi! La lunga abitudine della scuola, l'assenza assoluta di amore avevano dato a tutto il suo aspetto quel carattere indefinibile, fra d'istitutrice e di monaca, che in certe donne fa quasi sparire il sesso.
Il pensiero della sua agiatezza le suggerì un conforto, ed ella, che in quel momento si sentiva discendere verso l'abbattimento, vi si attaccò col coraggio di chi è nato per la lotta. Era sola, lei, ma almeno non aveva il tormento di veder soffrire delle creature amate, non era condannata a domandare continui sacrifizi a delle creature giovani, vibranti di allegria, di espansione, come i suoi genitori avevano sempre dovuto fare con lei.
Risalendo la corrente della sua vita passata, ella si domandava quello che sarebbe accaduto se quel concorso fosse andato a vuoto; e si vedeva al fianco di Giovanni, in mezzo a un mucchio di figliuoli affamati, ch'ella doveva abituare al lavoro più affaticante, alle privazioni; e vedeva i visini smorti, come il suo, gli occhietti pesti, i sorrisi malinconici di quelle giovinezze stentate, come la sua.
Un profondo sospiro di soddisfazione sollevò il suo petto; la sua testa si drizzò, i suoi occhi s'illuminarono. — Meglio così! — ripetè orgogliosamente in uno slancio di egoismo sentimentale — il dolore è tutto per me.
Ora si sentiva piena di forza e di resistenza. Aveva i pomelli delle guance accesi, gli occhi sfavillanti. Febbrilmente si mise a preparare le sue valigie.
Ripiegava i vestiti, involgeva accuratamente gli oggetti piccoli e delicati nella carta velina; legava i libri in pacchi; chiudeva i manoscritti nelle grandi buste di marocchino. Poi venivano le fotografie; i grandi album pieni; i fasci di lettere, che non finivano più. Chi poteva averle scritto tanto?... Certe calligrafie le riescivano incomprensibili. Apriva le lettere, guardava le firme. Appartenevano alle innumerevoli amiche, alle compagne di collegio, ai professori, alle allieve.... Non una lettera d'amore fra tutte! Doveva portarsele ancora dietro?... Non osava distruggerle. Era, così, un'abitudine di sentimentalità collegiale di cui non aveva saputo liberarsi, pur sentendone la vanità.
Una fotografia, che aveva staccata dalla parete, fermò lungamente i suoi sguardi. Rappresentava una bella giovane sui ventiquattro anni, nel pieno sviluppo delle sue forme.
Era stata la sua più cara amica.
Con lei aveva imparato a pensare, a discorrere liberamente senza quell'eterna affettazione di falsa innocenza, che il galateo sociale impone alle non maritate. Tutti i tristi problemi, tutte le ingiustizie, tutte le angoscie della vita femminile, tutti i pregiudizi di cui si sentivano schiave, furono passati in rivista, analizzati, discussi dalle loro intelligenze risvegliate e che si ribellavano, in quelle ore di confidenza morbida, di espansione prorompente, in cui si consuma l'esuberanza delle forze d'un cuore giovane e vigoroso, condannato all'inerzia.
Ma adesso, la bella Erminia, non era più quella d'allora.
Aveva ispirato un sincero amore ad un giovane medico, che se l'era sposata, portata via con sè, in un altro paese, lontano dalla povera Ernesta.
Per qualche tempo una corrispondenza epistolare, ben nudrita, aveva ancora tenuta viva l'amicizia e recato qualche conforto all'abbandonata. Ma a poco a poco le lettere si erano fatte più rade, più fredde. Erminia era amata e amava; tutta la sua eloquenza naturale prorompeva in un inno all'amore, alla gioia di vivere. Un ottimismo intangibile si insinuava in tutti i suoi giudizi, in tutti i suoi pensieri. A poco, a poco Ernestina che non poteva seguirla su questo nuovo terreno, preferì il silenzio alle contestazioni, cui la sua fibra delicata non poteva reggere. E l'amicizia morì.
Eppure ora, ricontemplando quella fotografia, ch'ella credeva di avere dimenticata, si sentiva intenerire e penetrare come da un intendimento nuovo, che cancellava l'ultimo rimasuglio della sua collera.
— È giusto! — mormorò a fior di labbra: — se fossi amata anch'io! — E a questo pensiero, il cui fascino misterioso la investiva quasi improvvisamente, la commozione interna, ch'ella si forzava a frenare da tante ore, si manifestò finalmente in uno scoppio di lagrime.
Con la testa arrovesciata sulla poltrona, con le braccia penzoloni, provava la voluttà del piangere senza ritegno, tanto somigliante alla più acuta voluttà dell'amore.
— Amare! amare! — diceva con voce rotta in mezzo alle lagrime. — Avere una creatura che ci accarezzi, che ci compatisca!... Un bambino! Oh! se avessi almeno un bambino da stringermi al cuore!...
Quando finalmente si calmò, le sovvenne che alcuni momenti prima s'era sentita fiera della sua vita coraggiosa e solitaria, soddisfatta di essere sola e sterile, piuttosto che causa di dolore ad altri; e sospirò profondamente, coprendosi il viso con le mani convulse.
Le valigie erano pronte. Sorgeva l'alba. Dalla finestra aperta entrava l'aria fresca e umida del giardino.
L'istitutrice, che si era finalmente assopita nella sua poltrona, dove stava rannicchiata, coi ginocchi alzati, i gomiti appoggiati sui ginocchi, e tutto l'alto del corpo abbandonato sopra le braccia in un accasciamento supremo, sentì il saluto frizzante dell'aurora e si svegliò con un brivido.
Si alzò a fatica: le pareva di avere tutte le ossa rotte. Guardò l'orologio. Erano le quattro e mezzo.
Il giardino, uscito dall'ombra della notte, pareva come velato da una nebbiolina sottile e diafana.
Ella finì di svegliarsi, e provando un gran bisogno di movimento, chiuse le sue valigie, poi cominciò a trascinarle, una a una, fuori della camera, lungo il corridoio e fin giù a piè della scala di servizio che metteva direttamente in porteria.
Qui tutto dormiva ancora. Il gattone nero, svegliato in sussulto, distese le membra intorpidite, allungando le zampette davanti e appuntandole sul pavimento, rientrando la testina e abbassando il collo, mentre le reni inarcate si spingevano indietro, si gonfiavano graziosamente, con una morbidezza voluttuosa, che mostrava tutto il dispiacere del bel micio, per quella interruzione del suo dolcissimo sonno.
Ernestina risalì e ridiscese parecchie volte, finchè tutte le sue valigie si trovarono riunite nell'atrio; intanto che il gatto la guardava con una cert'aria di stupore.
Questa ginnastica la rinvigorì. Il rossore della fatica cancellò dal suo viso le traccie del pianto e della veglia. Quando il portiere e sua moglie furono alzati, si congratularono con lei del suo buon aspetto. Aveva almeno dormito bene per l'ultima notte?
Suonava la prima messa alla chiesa vicina, quando il domestico arrivò insieme alla vettura.
Ernestina infilò il suo _ulster_ grigio, s'allacciò il cappellino di paglia, salutò un'ultima volta il portiere e la sua famiglia, compreso il micio, poi montò nella vettura.
Ma in quel momento arrivava don Antonio, il curato della parrocchia, cappellano e confessore del collegio, che andava a dire la sua messa.
Era un uomo alto e forte, che camminava col busto diritto, curvando la testa di tratto in tratto come sotto a un gran peso. Il suo viso scarno, pallido, con la fronte devastata, aveva una espressione penosa, gradevolmente modificata però dal suo buon sorriso, dagli occhi dolci e dai capelli bianchi finissimi, che gli s'inanellavano intorno alle tempie.
Egli andò diritto a lei e la salutò. Ernestina gli porse la mano. Erano buoni amici, quantunque nessuna maestra del collegio fosse meno devota di lei. Ma tutti e due s'erano incontrati nel sentimento di una grande rettitudine e di una profonda infelicità. E questa specie di gente finisce sempre con l'intendersi per quanto grande sia la diversità delle opinioni da cui sono divisi.
Il vecchio prete e la povera istitutrice ancora giovane, ma già invecchiata, scambiarono poche parole, pochi augurii; l'augurio più gradito, quello di esser presto liberati dalla loro catena, non avevano bisogno di esprimerlo, se lo leggevano negli occhi.
— Addio, — disse il prete quando la campana finì di suonare. — Si mantenga sempre così coraggiosa.
— E lei pure! — rispose Ernestina sommessamente. — Addio!
Il prete scomparve dietro la porta nera della sua chiesa; il vetturino frustò la sua bestia, che per cominciar bene la giornata si slanciò di gran trotto.
Ernestina Maggi incrociò le braccia sul suo abito grigio, e volse gli occhi incontro al sole, che appariva in quel momento in fondo alla lunga strada diritta, come un gran disco di fuoco.
DUE CASE.
Quando penso alla campagna dove passavo gli autunni e le primavere della mia fanciullezza, mi pare che tutte le altre abbino qualche cosa di falso, di artefatto, che siano, dirò così, un po' teatrali.
Quando penso ai tre vecchi presso ai quali vivevo allora, mi pare che i vecchi di adesso siano dei giovani andati a male e che de' veri vecchi non se ne trovino più.
Già se in quel tempo qualcuno mi avesse interrogato sull'età dei miei tre prozii — io li chiamavo zii, naturalmente — avrei risposto che li credevo nati col mondo, o almeno con la casa, chè la differenza tra il mondo e la casa, in quanto a vecchiezza, sembrava a me di poco momento.
La possessione del marchese Giorgio Cravenna si stendeva sopra una lingua di terra sporgente nell'Adriatico, ultimo lembo di un versante alpino. Non era molto vasta e rendeva poco. Il terreno serbava la sua natura alpestre, poca terra arida frammischiata a una enorme quantità di sassi, sopra un fondo di roccia.
Un proverbio locale dice: Seminate frumento per raccogliere sassi. Oltre a ciò il flagello dei venti marini che bruciavano tutto; la scarsezza della pioggia e la frequenza della grandine.
Quante notti di temporale passate ai piedi della Madonna dei sette dolori, facendo bruciare l'olivo benedetto, ho nelle mie memorie infantili! E quante imprecazioni contro il cielo implacabile e il mare maledetto ho sentito fin dalla culla!
Ma che piovesse o grandinasse, che i gelidi venti di tramontana, o quelli molli del sud — ai quali la squallida punta era ugualmente esposta — ci dilaniassero; o che il sole splendesse ferocemente nel cielo di un cupo azzurro; il paese era sempre bello, di una bellezza pittoresca che io bambina inconsciamente sentivo e ammiravo: bello per quel suo carattere variabile, ora aspro e selvaggio, ora dolce e esuberante; grandioso sempre, per l'ampia distesa dell'acqua, solcata da navi, barche e battelli; per l'azzurra catena dei monti lontani; per le grandi foreste di roveri intercalate da spazi erbosi e da roccie; e sempre ricco di colore nel bello come nell'orrido.
Per miglia e miglia non s'incontrava un villaggio: appena un gruppo di sei o sette casupole, con una unica bottega, nel punto più centrale della costa. Del resto, niente altro che piccole case coloniche confinate in fondo ai poderi; soltanto di tratto in tratto una casa padronale, abitata nei pochi mesi della villeggiatura. Per tutto questo popolo sparso un'unica chiesetta sorgeva solitaria all'estremità di una frazione della punta, a destra del piccolo porto. A sinistra sulla punta maggiore, dove le secche erano più pericolose per la sicurezza de' naviganti, si drizzava la grossa torre della lanterna. E che divertimento per noi ragazzi, salire in cima al faro, penetrare nell'immenso fanale e stare a vedere come il vecchio Giacomo — un marinaio più nero e più ruvido di un tronco d'olivo — accendeva tutti quei lumi ad olio, il cui puzzo di moccolaia mi dà ora, al solo pensarvi, un senso di mal di mare!...
La casa dei miei prozii era una delle migliori, e la meno lontana dalla chiesa, non più di due o tre chilometri.
Era un edifizio solido, senza pretese architettoniche e si stendeva tutta in larghezza, da levante a ponente, con una profondità di appena due stanze medie, per cui, realmente, aveva l'aspetto di un'ala di casa più che di una casa completa. Difatti il progetto antico era stato assai più grandioso; ma i denari erano mancati all'esecuzione. Forse questo contribuiva a darle quell'aria di vecchia casa decaduta; mentre, osservandola bene, si capiva che doveva essere una costruzione del principio del secolo.
Sopra il piano terreno, occupato quasi interamente da un grande vestibolo, sproporzionato, s'innalzavano due soli piani: il primo destinato all'abitazione della famiglia; il secondo fatto per uso di granaio, con l'aggiunta di due o tre camerette per la servitù.
Il piano destinato alla famiglia si componeva di otto o dieci camere, tutte infilate, di una sala, di uno studiolo, di un _tinello_ e di una grande cucina con terrazza.