Nella nebbia

Part 5

Chapter 53,833 wordsPublic domain

Alla Canobbiana la gente non ci badava tanto, e fra le coriste ce n'erano di quelle!... Epperò lo supplicava che non l'abbandonasse. Non sapeva come andare avanti a campare; se l'avessero scritturata per il ballo nuovo, avrebbero fatto un'opera di misericordia!..... Intanto la soccorresse di qualche cosa per quella sera.... Non aveva nulla, nulla!...

Si fermò. Era arrivata. Restò un momento con gli occhi fissi nella corrente luminosa che usciva dal portone. L'idea di mettere il suo profilo miserabile sotto la luce sfacciata la sbigottiva. Ma infine, il coraggio non le mancava. Si slanciò risoluta e presentò la sua lettera al portiere: sarebbe ritornata fra un'ora per la risposta. E scappò via senza badare al sorriso ironico del portiere. La seconda lettera era per una compagna d'arte, una vecchia amica, ora indifferente.

Non le chiedeva che un piccolo prestito. Sperava di essere scritturata e avrebbe fatto subito il suo dovere. Questo scriveva, ma in fondo non sperava di avere del denaro da quella donna, tutt'al più qualche cencio.

Per consegnare le due ultime lettere doveva recarsi sul corso di Porta Venezia e in via Monte Napoleone. Sul Corso stava una sua sorella che spesso la soccorreva, sebbene non vivesse nell'abbondanza nemmeno lei. Se Matilde fosse salita a quell'ora e avesse detto che non aveva desinato, non le sarebbe mancata una scodella di minestra e qualche altra cosa. Ma ella non osava salire quel giorno perchè sapeva di meritarsi dei rimproveri.

Al principio dell'inverno vedendola così nuda, la Rachele le aveva regalato una sottana di flanella quasi nuova e pesante, che era una grazia di Dio. Matilde aveva visto che se l'era levata di dosso in un momento di tenerezza; e: tienla almeno di conto, le aveva detto.

Ora lei non l'aveva già più. La sua miseria era più grande che non potesse dire: tanto grande che cercava sempre di nasconderla un poco. Un giorno che le era ancora balenata la speranza di una scrittura discreta, aveva impegnata quella sottana — l'unico capo buono che possedesse — per mangiare un poco, senza cercare la carità. Poi, la scrittura essendo andata in fumo, aveva venduta la polizza per pochi soldi. — Tornerò a momenti per la risposta — gridò anche qui, senza fermarsi per non essere interrogata dalla portinaia che la conosceva.

Affrettò il passo verso l'ultima meta della sua questua. Era la più penosa: là, in quella casa di un aspetto assai decente, stava suo marito, con due figliuoli di lei e un'altra donna! Era veramente un fatto troppo doloroso, chiedere un pezzo di pane a quell'uomo! Eppure Matilde non era spinta dal solo bisogno a portare in quella casa la sua miseria. Era una specie di vendetta, di persecuzione impotente, e il solo mezzo di accostarsi alle sue creature. Pensare che dopo di averla spogliata di tutto, quell'uomo le aveva portato via anche i bambini, cacciandola ignominiosamente! E lei doveva tacere.

La ragione legale era per lui: poteva farla andare in prigione se voleva. Era così la legge che lei non intendeva e chiamava assassina.

La portinaia stava sull'uscio. Vista Matilde non le lasciò il tempo di entrare dicendole subito: — Quelli che lei cerca, non stanno più qui. Sono andati via.... fuori di Milano.

Matilde restò sbalordita, poi replicò:

— Andati via?... Dove?... Non per sempre certo?...

La portinaia si strinse nelle spalle: non era affare suo: non sapeva: ma avevano portato via ogni cosa ed erano andati alla stazione.

Colpita al cuore Matilde restò senza parole. Non sapeva come staccarsi da quella casa: non poteva persuadersi che la sua disgrazia fosse così completa.

Non contenti di averla cacciata, dunque, si sottraevano perfino ai suoi lagni, alla sua vendetta, alle sue preghiere!

Un singhiozzo le sollevò il petto. Per quanto abbrutita, il dolore poteva in lei ancora più della collera, più della fame. L'assaliva una corrente di tenerezza retrospettiva che la trasportava. Quelle due creature che erano sue, nate da lei, nudrite da lei, e che ora andavano via... lontano... con la ganza di suo marito... Quelle faccine delicate, quei sorrisi ingenui, quei grandi occhi dolci, che tanto l'avevano confortata nei primi anni..., quei tepidi baci... quelle sante carezze... oh! come tornavano alla sua memoria, come la straziavano!... Se avesse potuto rivederle un momento, baciare quelle testine ricciute, esalar l'anima ai loro piedi!

La portinaia le aveva voltate le spalle, ed ella rimaneva là, ritta sul marciapiedi, sotto al becco del gas che metteva in risalto tutta la sua miseria.... In quel momento non pensava a nascondersi — non sentiva il freddo acuto... nulla.

Una guardia, che da qualche tempo la sorvegliava per sorprenderla in delitto flagrante di accattonaggio, visto che non ci riusciva, le intimò bruscamente di andare avanti, chè disturbava la gente.

Matilde non si scosse, non fece alcun gesto di sorpresa nè di protesta, si asciugò gli occhi pieni di lagrime e lentamente, quasi inconsciamente obbedì al comando.

Tornò a camminare, o meglio a scivolare rasentando i muri, come un'ombra. Così rifece la sua penosa _Via Crucis_, per raccogliere le risposte ai suoi tre biglietti, pensando a tutt'altro, o non pensando affatto come una macchina che compie il suo giro.

Tornavano i ricordi ad assalirla e le immagini si cozzavano confuse: le due bimbe con le braccia tese verso di lei; suo marito a braccetto di un'altra donna — lei stessa colpevole, vilipesa, scacciata — poi balestrata di giorno in giorno fino all'ultima miseria: un cencio sudicio adoperato ai più vili mestieri. E in mezzo a queste lugubri fantasie tornava, per tormentarla di più, la prima visione luminosa: una figura di donna raggiante di gioventù e di bellezza, punto di mira a migliaia di sguardi, desiderata, applaudita da una folla di uomini. Quella donna era lei stessa, lei stessa, felice di sentirsi bella e giovine, esaltata da quei trionfi, ma onesta.

Tutti glielo dicevano; era una brava ragazza, non voleva saperne di raggiri: voleva maritarsi: faceva bene. Proprio così: lei era fidanzata a un negoziante del suo paese e non aveva raggiri. E si stimava savia e disprezzava le altre. Chi le avrebbe detto che di là appunto doveva nascere la sua rovina? Chi le avrebbe detto che, dopo smesso di ballare per dedicarsi tutta alla famigliuola, le sarebbe toccato di ricominciare, per far fronte alla miseria, con le gambe rese pesanti dal riposo, le carni floscie, la faccia scarna, i capelli brizzolati? e la crudele memoria numerava ad una ad una le infinite amarezze di quel ricominciamento. Gli antichi ammiratori che affettavano di non riconoscerla; le faccie dure e fredde degli impresari che le facevano la limosina di una miserissima scrittura; le faccie maligne delle rivali atteggiate a beffarda pietà.

Ma si fa il callo a tutto. Ella si era avvezzata a quella vita, come da giovinetta a ballare mezza nuda sotto al fuoco dei cannocchiali. Si consolava che almeno poteva dare un pezzo di pane ai suoi bambini, quando il marito rimaneva lontano le settimane e i mesi senza ricordarsi della famiglia. Così avvenne che la paga non bastando, si lasciò trascinare e fu sorpresa e cacciata da lui che aspettava quel momento per metterla fuori dell'uscio. Quante lagrime, che disperazione! Ma la sera stessa, con quel peso sul cuore, le toccò ben di ballare in un costume di follia, col viso impiastricciato di rossetto e di biacca, la parrucca bionda e gli occhi tinti! Le lagrime che si sforzava a trattenere per non _disfarsi il viso_, le gonfiavano le tempie e le serravano la gola. Le persone ridevano a vederla così goffa e brutta.

Dopo il teatro, uscita nella strada, con un freddo intenso, ella andò errando per le vie, non sapendo dove dormire. A casa, il marito non la voleva e lei non aveva un soldo. Girò tutta la notte, così, mezza pazza, e finalmente accettò l'invito di un suo collega, che in capo di un mese la pregò poi di andarsene.

O che vita! Che miserabile vita era stata la sua da quel giorno!

Quanta fame aveva patita e che freddo atroce nei lunghi inverni!

Fame e freddo, queste due sensazioni sempre più acute in lei, si confondevano coi ricordi e assorbivano a poco a poco tutte le sue facoltà.

La nebbia pesava sulla città come una coltre mortuaria.

Matilde camminava a scatti, sospinta dai brividi.

Arrivata alla porta dell'impresario trovò la sua lettera respinta, con l'ordine espresso di non portarne altre.

Già dall'amica non aveva trovato nulla e da sua sorella, un biglietto scritto col lapis e venti centesimi: tutto il denaro che si trovava in casa in quel momento. L'impresario le dava il colpo di grazia. Un colpo tanto forte che Matilde non potè sostenerlo. Spezzata in tutte le membra, con le ginocchia che le si piegavano, si lasciò cadere e si rannicchiò tutta ridosso al muro. Non ne poteva più.

Le lagrime l'acciecavano, la febbre la faceva sussultare. Così finiva, disprezzata, rejetta. E i suoi figliuoli non sapevano ch'ella moriva come un cane, in fondo a una strada. Chi sa cosa facevano in quel momento?

Le pareva di vederli piangenti, maltrattati.... Oh! la tetra visione!

Un branco di giovinotti, usciti da una vicina osteria videro quella figura di donna accovacciata nell'ombra, e s'avanzarono verso di lei per curiosità.

— È briaca fradicia! — esclamò uno.

— È brutta come il peccato! — ribattè un altro. E si allontanarono sghignazzando.

Più tardi le guardie di città portarono la povera Matilde in Questura; e di là all'Ospedale.

UNA ISTITUTRICE.

Il vasto collegio rimasto vuoto pareva morto. Le alunne erano volate via tutte, quella mattina, come uno stuolo d'uccelletti; la direttrice e le maestre le avevano seguite. Da un momento all'altro, senza transazione, quelle grandi sale erano passate dalla più viva animazione al più profondo silenzio.

Gli ultimi giorni tutto era stato messo sotto sopra per gli esami, per l'accademia finale, per l'esposizione dei lavori. Il bell'ordine, la vantata tranquilità, di cui la direttrice andava superba, erano messi in fuga dal via vai dei professori, delle ripulitrici, dei facchini; più ancora da quell'agitazione nervosa che s'impadronisce verso la fine dell'anno di tutta la scolaresca, ma specialmente delle fanciulle che devono abbandonare il collegio per sempre.

La ressa degli invitati poi era stata enorme per l'accademia. Si sapeva che la Regina avrebbe onorata la festa della sua presenza, e tutte le signore dell'aristocrazia e della borghesia, alta e grassa, volevano assolutamente essere della partita.

La direttrice e la sua prima aiutante, la signora Maggi, fecero miracoli di abilità e di finezza per non offendere nessuno; i più piccoli ritagli di spazio furono utilizzati nella grande aula, e, spalancando tutte le porte, fu possibile collocare un certo numero di sedie anche nelle stanze attigue. Insomma, un avvenimento colossale, che aveva messo la febbre addosso a tutto il collegio, dalla vecchia direttrice alla giovane moglie del portiere; e del quale doveva restar memoria negli annali delle glorie scolastiche.

E le ragazze che da fare davano! C'era da perder la testa a sentirle, specialmente l'ultimo corso. La povera Ernestina Maggi ci rimetteva quel po' di forza.

Le alunne di canto, le musiciste che studiavano il loro pezzo da quattro mesi, man mano che s'avvicinava il momento di farsi sentire in pubblico, lo suonavano peggio: parevano malate. Non mangiavano, avevano dei tremiti, dei capogiri. Senza l'esperienza di tutti gli anni ci sarebbe stato di che disperarsi. Ma quando arrivò il gran giorno, accadde quello che accadeva tutti gli anni: all'ora precisa, si trovarono tutte al loro posto, vispe, gaie, eccitate, con gli occhi lucenti, avide di trionfi, di occhiate; piene di curiosità e di civetteria.

La signora Maggi che prima aveva creduto necessario di incoraggiarle, di spingerle, ora non sapeva come fare a tenerle in freno. Del resto, ne aveva appena il tempo, poichè ogni cosa metteva capo a lei e tutti la chiamavano.

Lei accorreva dappertutto; cercava di bastare all'enorme bisogna: perchè era l'ultimo anno, anche per lei che se ne andava da quel collegio. Ad ogni cosa che le richiedevano, le maestrine sue compagne e la direttrice stessa, non mancavano di farle osservare ch'era l'ultima volta, che tanto lei le abbandonava per sempre e non l'avrebbero più seccata.

Le giovinette sue alunne uscivano tutte per entrare nel mondo, e lei partiva per andare a Napoli, a dirigere la scuola normale.

Le sue compagne la invidiavano. La Margheritina, una brunetta adorabile, che insegnava calligrafia, e aveva in consegna il primo corso, quello delle piccine, diceva arrovesciando leggermente il labbro inferiore: — Eh! lei va a far fortuna! Entra nel mondo come le signorine!

Finalmente anche quel giorno venne a sera; e poi spuntò il giorno ultimo, quello degli addii. Il collegio fu pieno di singhiozzi e di frasi appassionate. Le amiche intime, le indivisibili, forzate alla separazione, si abbracciavano disperatamente. Si serravano petto contro petto, piangendo come Maddalene, mandando gridi strazianti di dolore passeggiero, trovando un piacere nuovo, inebbriante, in quella forte scossa dei nervi.

Anche a lei, alla maestra che se ne andava, toccò la sua porzione di carezze rumorose, di lagrime senza conseguenze. Alcune si lagnarono ch'era fredda e che non rispondeva con espansione ai loro trasporti.

Dopo partite le grandi, gli altri cinque corsi uscirono tutti insieme con le loro maestre e presero posto in tre grandi omnibus, per andare alla stazione e di là col vapore alla Spezia, a fare i bagni di mare.

L'ultimo grido argentino morì sulla soglia dell'antico palazzo, e gli omnibus partirono allegramente.

Ernestina Maggi rimase sola, con la famiglia del portiere e il domestico incaricato di custodire gli appartamenti. Sola sul limitare di un altro periodo scuro della sua vita malinconica. Domani sarebbe partita anche lei; partita alla volta di una nuova scuola, dove altre alunne l'aspettavano, mutabili e obliose come quelle che lasciava.

Avendo dinanzi a sè alcune ore di libertà, ne approfittò per recarsi da una sua parente, presso la quale rimase a pranzo.

Quando ritornò, era già notte. La portinaia le rimise un biglietto scritto col lapis che una delle maestre le aveva mandato dalla stazione. Ernestina lo aprì lentamente; era della Margherita, la maestrina del primo corso, e conteneva una preghiera vivissima per alcuni pizzi dimenticati in fondo a un cassetto, in uno dei dormitorii: ne facesse un pacco postale e glielo mandasse alla Spezia. Poi, con indifferenza, come se la cosa le premesse meno, le diceva di mandarle anche una scatola di fiori fatti seccare nella bambagia, che aveva lasciati nel banco di scuola. Ernestina sorrise, si fece dare un lume, salì, si levò il velo, e cominciò a girare gli appartamenti per vedere se non ci lasciava anche lei qualche cosa.

Lentamente, fermandosi ad ogni istante, pensando ch'era per l'ultima volta, e facendosi suo malgrado sempre più triste, quantunque in fondo non gliene importasse tanto, ella andava su e giù per le sale, attraversava gli anditi, frugava i dormitori. Il lume con cui ella si rischiarava, faceva apparir più vaste le sale abbandonate, più cupi e misteriosi i fondi lontani, gettando sprazzi di luce viva su alcuni punti vicini.

Ella guardava intorno a sè come sorpresa di quel silenzio; posava il candeliere sur una mensola o un cassettone, si chinava a raccattare un nastro polveroso, un fiore gualcito, un foglio caduto da un vecchio libro di scuola, strappato. Poi apriva i cassetti, vi metteva le mani allungandole fino in fondo con un fare astratto, tirandone sempre qualche cencio, qualche gingillo, un brindello di stoffa, qualche brano di lettera; qua e là qualche accenno al principio di un idillio interrotto, di una visione di peccato, che avrebbe potuto interessarla, se in quel momento ella avesse avuto voglia di indagare gli affari delle altre, e se la partenza dal collegio non avesse come sospesa la sua responsabilità. Benefica sospensione, di cui le giovava approfittare completamente per rifarsi le forze.

Quando aveva ben frugato, sicura di non aver dimenticato nulla di ciò che cercava, s'abbandonava un momento con fare stanco e abbattuto, per riposarsi e fantasticare.

Si sentiva come più vicina a sè stessa, al suo passato, alle sue memorie, nella vasta solitudine silenziosa in cui si trovava improvvisamente come in un sogno. Da un pezzo non era stata così completamente padrona di sè. Ne provava un sollievo. Realmente, era sola nel mondo da molti anni. Ma la vita nella comunità ha questo di particolarmente increscioso, che l'anima vi si sente sola, senza la libertà della solitudine, senza il suo benefico raccoglimento.

Ora pensava con più abbandono; riandava sugli avvenimenti del passato; e le immagini l'assalivano a frotte. Le reminiscenze s'ingrossavano, si chiarivano; in quella penombra delle cose presenti, il suo cervello s'illuminava di una luce retrospettiva. Vedeva la sua vita svolgersi lentamente dinanzi ai suoi occhi, come una larga fascia dai toni sbiaditi e uniformi. Era proprio una esistenza monotona la sua, senza tempeste e senza sole; somigliava a un lungo autunno nebbioso.

Suo padre aveva fatto il segretario comunale in una piccola borgata, sua madre la maestra inferiore nella scuola rurale. Riesciti faticosamente a riunire queste due occupazioni nello stesso Comune, non s'erano più mossi, non avevano tentato alcun miglioramento, per timore del peggio. Vivevano rassegnati nella loro miseria; ma senza gioie. Si amavano?... Ella interrogava le sue memorie più lontane, e non sapeva decidere; propendeva per il no. Si tolleravano con una certa tranquillità apatica dalla parte di lui; mentre la donna pareva sostenuta dal sentimento religioso. Forse non avevano mai trovato il buon momento per intendersi più profondamente, trascinati com'erano dalle preoccupazioni materiali!

Comunque fosse, avevano fatto tutti e due sforzi indicibili per darle una educazione che le aprisse una carriera meno meschina della loro.

Ella si rivedeva piccina alla scuola comunale; rivedeva le faccie rosee delle compagne più care, delle maestre che la pigliavano a proteggere; una bambina, la figlia del medico, con dei bei vestitini a colori vivi, che le aveva fatto tanta pena non volendola per amica. Questi particolari prendevano nuovo interesse nella sua memoria. Ci si perdeva a ricostruirli. Ma tutto a un tratto si rammentava di quello che doveva fare e del tempo che perdeva, e s'alzava con premura per rimettersi in cammino. Il suo passo produceva un rumore particolare sui pavimenti lucidi nel silenzio delle stanze vuote; ed essa lo ascoltava involontariamente, seguendo col pensiero le nuove immagini che per analogia si destavano nella sua mente. Erano anticamere fredde, lunghi corridoi di uffici, dove i passi risuonavano appunto in quel dato modo; portieri allampanati e musoni, alti personaggi dall'aria falsamente aristocratica; qua e là qualche rara faccia simpatica di anima buona.

La prima volta, allorchè sua madre la condusse in città per fare il corso superiore, tutta quella fantasmagoria, nuova per lei, di persone e di cose, l'aveva come intontita.

Quelle lunghe gite a piedi per le strade interminabili della grande città; quelle uggiosissime ore di anticamera, cui dovevano sottomettersi tutti i giorni, la eccitavano e la sgominavano volta a volta. La mamma le diceva di portarsi sempre un libro con sè, per ripassare una delle materie su cui dovevano interrogarla agli esami; così il tempo le sarebbe parso meno lungo quando c'era da aspettare.

Lei si sforzava di obbedire, ma non ci riesciva. Era distratta, inquieta.

Aveva allora sedici anni, e il suo cuoricino cominciava a risvegliarsi, come le farfalle che si preparano a uscire dal bozzolo al principio di primavera.

E il suo briciolo di poesia l'aveva letto anche lei!

La vita elegante e lussuosa della città le faceva impressione; i suoi occhietti vispi, lucenti, si fermavano con molto piacere sulle meraviglie delle vetrine e s'imbattevano con altri occhi giovani e avidi di piacere.

Le anticamere fredde, scure, con quella impronta di noia ch'è la caratteristica degli uffici, le mettevano l'uggia addosso. Pensava alle sartine, alle modiste eleganti che vedeva girare liberamente per le vie affollate, entrare nei grandi negozi, scegliere le belle stoffe, i ricchi ornamenti, chiacchierando, ridendo, senza sopraccapi di studi; e le invidiava nel suo segreto. Ma non avrebbe osato palesare quest'invidia alla mamma, che parlava con disprezzo di quella gente.

Una mattina s'erano alzate presto per recarsi dal Direttore della Normale, cui erano specialmente raccomandate, e poter discorrere con lui solo prima che arrivassero i professori, le altre concorrenti con le loro mamme, le maestre, i bidelli, che formavano l'interminabile processione di tutti i giorni.

Rivedeva distintamente la saletta dove il bidello le aveva introdotte perchè aspettassero. Fra le due finestre, una larga tavola nera; lungo le pareti, un fila di sedie fitte fitte; in alto, per ornamento, tanti piccoli quadri dalle cornici nere, coi disegni delle alunne più distinte, e diplomi d'onore ottenuti dalla Scuola stessa nelle esposizioni didattiche nazionali. Molto tempo ella s'era fermata a guardare le rose pavonazze dai contorni duri, le frutta di gesso, le foglie cincischiate, dove l'impazienza e l'incapacità artistica delle allieve e degli insegnanti erano rimaste impresse in una maniera indelebile.

Ma il Direttore tardò tanto che quelle glorie scolastiche finirono col nausearla, e non la fece sorridere nemmeno un certo diploma dove c'era un genietto che minacciava uno schiaffo ad ogni spettatore.

Intanto la saletta si era popolata di altre persone. Una signora grassa, molto espansiva, raccontava ad alta voce che lei aveva avuto l'onore di presentare a S. M. il Re Vittorio Emanuele un lavoro delle sue mani, cioè un ritratto del Re stesso ricamato a punto di litografia sopra gros bianco. Non faceva per vantarsi, ma gl'intelligenti avevano attribuito a quel lavoro un valore di diecimila lire. Sua Maestà le aveva mandato in cambio un piccolo brillante, di cui ella non aveva mai cercato il prezzo: che le importava? era per l'onore!

Nessuno rispondeva a questi discorsi, poichè ciascuno pensava a sè, come accade ordinariamente in simili luoghi. Solo due buone donne della campagna l'ascoltavano a bocca aperta: Ernestina e sua madre. E la madre, forse ancora più ingenua della figliuola, guardava la sua diletta con un sorriso beato, che parea dirle: sii brava, studia, così ti farai onore anche tu, non si sa mai: è dolce poter dire: io ho scambiato un dono con Sua Maestà.

— Povera mamma! — mormorò Ernestina, sorridendo malinconicamente a questo ricordo, mentre i suoi occhi si inumidivano.

Tre anni dopo quando ottenne la patente superiore, con tutti dieci in media, invidiata dalle compagne, festeggiata dai parenti, ella si credeva già molto esperta. Da lungo tempo aveva capito che le ragazze più belle od agiate si davano poco pensiero di studiare, e parlavano con molto più interesse degli amici dei loro fratelli, o dei loro cugini. Alcune raccontavano di essere fidanzate, e che aspettavano di compiere i diciotto anni per maritarsi. Ella non aveva fratelli e quindi neanche amici dei medesimi. I suoi cugini erano uomini maturi con moglie: e mai un giovane aspirante o sospirante s'era presentato nella povera casa di suo padre. Non era bella, ahimè! e le compagne glielo dicevano abbastanza chiaro. Era forse una rappresaglia a cui s'abbandonavano volentieri per umiliarla un poco, quando i professori la lodavano, citandola ad esempio, come un modello di diligenza.

Lei non sapeva vestirsi; lei faceva l'eccentrica; la donna superiore. Queste cose dicevano le ragazze per farla soffrire. E non era punto vero. Ella amava ingenuamente le fanciulle più belle; quelle che sapevano parere in gala con dei cencetti agghindati alla persona, le ispiravano una sincera ammirazione.