Part 4
— I gatti della Cristina.... quella vecchiaccia!...
L'avrò sentita a nominare così venti volte prima di averla veduta.
Non era facile vederla; aveva qualcosa di misterioso. Usciva all'alba per recarsi alla prima messa in San Pietro in Gessate, poi si rinchiudeva nella sua soffitta; altre volte stava fuori tutto il giorno: andava a lavorare — così dicevano — da sarta da uomo in certe case lontane — nessuno sapeva precisamente dove.
Lei proteggeva tutti i gatti in genere, specialmente gli abbandonati; ma due erano i suoi prediletti; uno rosso ed uno nero, grassi, lucidi, insolenti.
Non è a dire quante volte i vicini stanchi, attentassero alla vita di quelle due bestie, col bastone, col laccio e col veleno. Ma avevano finito col crederli invulnerabili, talmente i due furbi sfuggivano a tutti i tranelli. E dopo ogni attentato la Cristina appariva più tragica, più minacciosa.
Un inverno, alcuni anni or sono, essa rimase due giorni e due notti senza rincasare.
Da principio si scherzò.
La Cristina si era fatta l'amante!...
L'avevano rapita al veglione!
No, era il diavolo che se l'era portata via con tutti i suoi gatti!...
Il gatto rosso diffatti non si vedeva, ma il gatto nero saliva la scaletta miagolando spaventosamente.
Si tentò di aprire la camera; era chiusa a chiave.
Una donna insinuò lo sguardo nel buco della serratura e credè di vedere la chiave dalla parte interna.
Dunque la Cristina non era uscita!
Dunque era chiusa dentro insieme al gatto rosso che forse l'aveva strozzata!
Certo era indisposta — forse morta!
Per tutta la sera e la mattina di poi vi fu una processione di esploratori alla serratura di quell'uscio.
E tutti se ne ritornavano col viso sconvolto, affermando che la chiave c'era e che si sentiva un gran puzzo, un puzzo di cadavere!
In quell'occasione, le bocche più timorose si aprirono e le lingue più restie si sciolsero sul conto della Cristina.
Che cos'era veramente?
Ma!... Una poco di buono certo!
Quell'occhio torvo — quel perpetuo silenzio — quella schiena piegata ad arco — quella cupa religiosità e quella sfrenata passione pei gatti, erano brutti indizi!...
Doveva aver commesso qualche nero delitto.
Ammazzato l'amante.... cinquant'anni addietro!...
Strozzato il marito....
Fatto la spia....
Tenuto mano a una associazione di malfattori....
In fondo, non si sapeva nulla, e le immaginazioni si sbrigliavano inutilmente.
Intanto qualcuno andò a chiamare le guardie. Il fatto della morte parve sicuro: l'uscio fu atterrato.
Il gatto rosso spaventato saltò dal letto — un lurido mucchio di cenci; ma la Cristina non apparve nè viva nè morta.
Improvvisamente i monelli che giuocavano nella corte si misero a gridare:
— È qui!... È qui!...
— Arrivaaa!... Arrivaaa!...
Il gatto rosso le corse incontro: il nero l'aspettava come di solito sulla finestrella rotonda in fondo allo scalone.
Ella saliva lentamente, raccolta nello scialle, la testa coperta da un piccolo velo di tulle nero.
Era una figura alta di donna non vecchia ma distrutta dalla malattia e dai patimenti.... la sua schiena curva la faceva apparire schiacciata da immane peso. Erano forse i rimorsi che i vicini le attribuivano....
Allorchè pose il piede sull'ultimo brano della scaletta a chiocciola, e vide la sua camera aperta e la gente curiosa che la guardava, cominciò a tremare, e sulle sue guancie del color della cera apparve un lieve rossore, e nei suoi grandi occhi vuoti si accese un pallido lampo.
— Chi è stato?... — mormorò — Perchè?... Ma un singhiozzo le troncò la parola.
Tornò a chinare la testa — una testa ossuta da uccellaccio spennacchiato — che aveva drizzata un istante, e ricominciò e salire lenta e curva, con evidente fatica.
Come sempre, i due gatti camminavano alle sue calcagna, misurando il passo su quello di lei, fermandosi quand'essa si fermava per pigliar fiato.
Le guardie la interrogarono.
Era stata a lavorare in casa tale, via tale, e perchè pioveva e perchè lei non si sentiva bene, l'avevano trattenuta a dormire.
Le guardie se ne andarono.
Rimasta sola la Cristina si levò il velo e lo scialle, aprì un cartoccio che aveva portato seco, ne trasse un pezzo d'interiora che tagliò in minuzzoli, mentre i due gatti le facevano festa intorno. Poi sedette sul letto con un'aria di sfinimento e stette a guardare le sue bestie che mangiavano ingordamente.
Di tratto in tratto, un lungo tremito la faceva riscuotere e nei suoi occhi morti brillava una lagrima che inavvertita scendeva sulle scarne guancie.
* * *
Quest'inverno, una mattina in cui il freddo imperversava più crudelmente, le persone che andavano alla prima messa trovarono la Cristina esanime sui gradini della chiesa.
Fu portata all'Ospedale Maggiore dove spirò poco dopo.
Alcuni giorni appresso, un uomo con una faccia torva, da inveterato ubbriacone e un puzzo di zozza che appestava, si presentò alla portinaia per portar via la roba lasciata dalla defunta. — Era il marito.
Per risparmiare ogni spesa, disse che avrebbe fatto lo sgombero da sè a poco a poco.
Così le povere masserizie della Cristina furono portate in processione dall'omaccio avido, per sette giorni di fila; oggi un tavolino bucherellato, domani due sedie zoppe, dopodomani il vecchio materasso....
I gatti, pareva che non potessero persuadersi di tale sperpero: fiutavano i vecchi mobili tanto noti, miagolavano, fiutavano l'uomo, inquieti. Ma l'ubbriacone li cacciava a pedate.
Quando ebbe portato via ogni cosa frugò tutti gli angoli della soffitta, alzò alcuni mattoni, visitò le travi....
Inutile! La Cristina non vi aveva nascosto nulla.
Se ne andò bestemmiando e imprecando alla povera morta perchè non gli aveva lasciato altro che degli stracci.
Intanto, non si sa come, la vera storia della morta cominciò a circolare di bocca in bocca. No, non aveva ammazzato l'amante, nè strozzato il marito, nè commessa alcun'altra ribalderia. Era stata semplicemente una vittima, la vittima di quell'uomo.
Si narrava di dieci figliuoli portati da lui alla ruota, senza un segno, senza un indizio, perchè la madre non potesse ritirarli.
Si descrivevano i particolari di scene orrende, di mali trattamenti d'ogni genere.
Nell'ultima gravidanza la sventurata donna si era giurata di salvare la sua creatura; e per essere più sicura andò a rifugiarsi in casa di un'amica.
Ma il marito la trovò e la picchiò tanto che le fece mettere al mondo una bimba morta.
Da quel giorno non si curò più di lei.
Egli stesso confessava di non aver mai più saputo cosa fosse divenuta, fino al giorno in cui sentì dire che una certa Cristina era stata trovata morta davanti alla chiesa di San Pietro in Gessate. Allora gli era venuto in mente di andare a vedere se era veramente «quella fannullona» e se gli aveva lasciato un poco di roba!...
E rideva, cinicamente, crollando il capo.
* * *
Dopo queste relazioni i vicini parlavano molto pietosamente della vecchia Cristina, della Cristina dei gatti; e quelli stessi che le avevano trovata una faccia di birbona, si vantavano ora di averla sempre stimata e indovinata buona, per quel non so che di dolce che aveva nel sorriso, per la pietà verso le povere bestie.
Ma di questo ritorno dell'opinione pubblica, nell'antica villa decaduta, approfittano soltanto il gatto rosso ed il gatto nero.
Quegli stessi uomini e quelle stesse donne che tante volte attentarono alla loro vita, ora si sono messi a nutrirli amorosamente in omaggio alla morta.
Pare però che i due gatti non vogliano più affezionarsi a nessuno e rimanere indipendenti nel loro naturale egoismo.
Non seguono nessuno, non vanno incontro a nessuno. Si vedono quasi sempre allo stesso posto, sulla finestrella rotonda in fondo allo scalone, ritti sulle zampine davanti, quelle di dietro ripiegate sotto il corpo, immobili, col musino sporgente, nella loro posa di bestie monumentali. Forse aspettano sempre la vecchia. Forse filosofeggiano sulla tristezza e la mutabilità delle cose umane.
Sembrano gli dèi lari dell'antica casa.
AL PIANOFORTE.
Si ballava tutti i sabati.
La sala, a terreno, in fondo a una corte, somigliava sempre un poco ad un magazzino, quantunque i soci avessero fatto sforzi incredibili per trasformarla e darle un aspetto elegante e gaio.
Tutti giovani, allegri, smaniosi di divertirsi, i soci del _Se sa minga_; non molto provvisti di denari, ma punto tirati nello spendere.
Avevano fatte le cose per benino; l'impiantito era coperto da un buon tappeto; l'illuminazione, se non sfarzosa, sufficente; e le nude pareti dipinte a calce, nascoste e decorate con stoffe, quadri, specchi, fiori e frondi. La decorazione rivelava la mano e lo spirito di alcuni artisti — pittori e scultori — sparsi tra i soci, i quali nella maggioranza erano impiegati governativi o municipali o ferroviarii, od anche semplici negozianti di stoffe, nastri, colori ed altre cose.
Ma la parte meglio riescita, quella che dava maggiori compiacenze al direttore del _Se sa minga_, — un buon giovinotto che faceva le prime armi nella critica teatrale — era la musica. Un eccellente piano, un _Erard_ dalla voce sonora, pastosa e squillante; e una suonatrice.... oh! una vera artista e una vera signora per di più.... poverina!
L'istrumento era di un socio negoziante di pianoforti, il quale lo dava a nolo — quasi per niente — contando sulla _réclame_ del direttore giornalista.
La suonatrice — chi sa come l'avevano trovata — era capace di stare al piano dalle nove di sera alle cinque del mattino per sole quattro lire!... È vero che i Cirenei non le mancavano per quella croce. Ad ogni tratto un dilettante più o meno abile si offriva a sostituirla, perchè ella potesse riposarsi da quella fatica, e ballare un poco, e divertirsi anche lei, che diamine!
Un pittore giovanissimo dagli occhi fiammeggianti, dalla fisonomia espressiva, avrebbe voluto che la bella Noemi ballasse sempre e lasciasse suonare gli altri.
Ma lei, ligia all'impegno preso, appena fatti alcuni giri, si sottraeva gentilmente alle amabili insistenze dei danzatori e ritornava al suo posto.
Chi era?... Che cosa faceva?... E come mai aveva bisogno di un sì meschino guadagno, con quell'aria così distinta?...
Queste domande circolavano le prime sere. Ma ben presto tutti furono informati: la signora Noemi era la moglie infelice di un vecchio, già impiegato alle strade ferrate, ora infermo da parecchi anni, e ridotto a vivere con una misera pensione, appena di che sfamarsi, se la signora non avesse lavorato accanitamente.
E tutti l'ammiravano, povera donnina sacrificata; e molti avrebbero voluto consolarla. Ma lei sapeva frenare gli audaci, senza pedanterie, col suo calmo sorriso, coi suoi motti arguti.
Quella sera le nove erano suonate da un pezzo, e la pianista sempre così puntuale, non giungeva ancora.
I giovinotti, tutti presenti, formavano in mezzo alla sala un gruppo di teste brune, bionde, castagne e di abiti... non tutti neri... Oh! no, davvero. I soci del _Se sa minga_ si ribellavano alla tirannia dell'abito nero e dei relativi accessori.
Le signore arrivavano alla spicciolata, a gruppi, a frotte. Un padre di famiglia conduceva una mezza dozzina di ballerine nei loro semplici abiti della festa. Un negoziante di chincaglie, magrissimo, accompagnava la moglie, enorme, ma allegra, simpaticona. Alcuni pittori introducevano francamente le loro amanti, belle ragazze dal viso fresco, dagli abiti attillati. E nel medesimo tempo la ex-direttrice di un collegio in voga, la quale ora teneva in pensione alcune future maestrine, arrivava tranquillamente con le sue dozzinanti, buone fanciulle, dai vezzi ingenui, smaniose di ballare.
Tutte entravano allo stesso modo, tra irate e ridenti, gemendo o scherzando coraggiosamente, come chi viene dall'avere attraversato un pericolo; e chi si levava le soprascarpe di gomma, chi cercava di pulirsi in qualche modo gli stivalini.
Gli è che la casa si trovava come in un deserto, in fondo a una via in costruzione, dove le vetture non potevano passare. Quando la pioggia o la neve avevano inumidito il terreno, bisognava camminare sulle pietre sparse in mezzo al fango, facendo salti e sgambetti che non sempre riescivano bene.
Appena in sala, le signorine guardavano il pianoforte ancora muto e la sedia vuota della pianista.
— Non si balla stasera?
— Non è arrivata la signora Gili!
— Oh! Oh! Oh!
E il malumore offuscava i visini.
Un dilettante suonò una polca tanto per farle sgranchire. Finalmente Noemi Gili apparve sulla soglia, e tutti le furono intorno per acclamarla, mentre lei si scusava dolcemente per quel ritardo.
Era una figurina di media altezza, di proporzioni squisite. Il semplice abito di casimir bianco, guernito in velluto nero, l'allungava un po' e dava alle sue forme delicate un rilievo statuario. Nel viso, non perfettamente regolare, e un po' estenuato, brillavano due grandi occhi azzurri, profondi, contornati da lunghe ciglia e da sopracciglia vellutate e abbondanti.
Quella sera, le sue guancie morbide apparivano più pallide del solito; e la sua bocca, un po' larga ma fornita di denti magnifici, era un po' stirata da una interna amarezza.
Arturo Dalpì, il giovine pittore dai vividi occhi, la guardava in silenzio e notava quei segni di sofferenze segrete eroicamente sopportate.
Ella andò diritta al pianoforte e cominciò un valzer come faceva sempre.
Le coppie si slanciarono. Era una gioia ballare quando suonava la signora Gili!
E lei suonava anche quella sera; apparentemente tranquilla. Le mani abili e abituate andavano da sè.
Ma quanto le sarebbe durata quella forza fittizia?
Noemi si rivolgeva con terrore questa domanda; e rabbrividiva accorgendosi che tremava tutta di dentro: che le sue dita, di solito così spedite, s'irrigidivano, che la testa le girava.
Oh! Che cosa aveva fatto!... Dio! Dio!... Che cosa aveva fatto!
Era la morte! la più atroce delle morti che le torceva le viscere a quel modo!...
No!... Passava ancora... Poteva resistere ancora... Voleva resistere! Lottava con tutte le sue forze contro il male che la rodeva. E mentre le sue mani convulse volavano sui tasti, mentre le dolci melodie del valzer si spandevano nella sala, e le coppie giovani e gaie si abbandonavano con voluttà al vertiginoso piacere della danza, la povera pianista rivedeva la scena tetra a cui si era tolta e soffocava i gemiti che le angoscie della vicina morte strappavano al suo petto.
Il veleno serpeggiava nelle sue vene...
Tutto il giorno aveva girato per le lezioni; per raggranellare un po' di danaro; perchè a casa non c'era un soldo e mancava la legna, e mancava il vino vecchio per l'infermo, e bisognava provvedere il desinare coi piatti fini e i dolci ch'egli esigeva... Tutto il giorno a correre da una casa all'altra, da un punto all'altro della città, sotto la pioggia e la neve! Finalmente rientrava recando al marito la bottiglia di _Medoc_, la pernice ch'egli le aveva chiesta fin dal mattino e un cartoccio di dolci. E si consolava pensando che il vecchio sarebbe stato contento e l'avrebbe lasciata tranquilla.
Entrando in cucina vide un gran bagliore, e allora si ricordò che non aveva ordinata la legna...
Ma che cosa bruciava nel caminetto del salottino?...
Suo marito si riscaldava tranquillamente a una bella fiammata... Due sedie ardevano, due buone sedie del salottino...
Ella cacciò un urlo... Il vecchio si voltò ridendo.
— Hai la pernice?... Hai il _Medoc_?.. Brava!...
Meccanicamente ella depose ogni cosa sulla tavola e scoppiò in singhiozzi.
— Perchè... piangi? — balbettò il vecchio levandosi in piedi.
Egli era una grande carcassa di uomo robusto fiaccato dagli acciacchi. Le mascelle larghe sporgenti, le labbra gonfie, le linee dure, rivelavano una di quelle tempre di egoisti tenaci, che nei frangenti della vita pensano sempre alla propria conservazione.
— Ah! Ah! Ah! Piangi perchè ho bruciato le sedie!... Oh bella! se tu non pensi alla legna... io brucio quello che trovo... Non voglio crepar di freddo!...
I mobili!... anche quelli!... Mentre lei lavorava come una martire, per lui, per mantenergli la vita inutile, per accontentargli i vizi, egli le bruciava i mobili, le distruggeva la casa!...
Non bastava averla ingannata, sposandola, quando lui era già malato, rifinito; non bastava maltrattarla, avvilirla, perseguitarla in tutte le sue inclinazioni!...
Così, dal cuore oppresso della infelice erompevano i lamenti insieme ai singhiozzi.
Ma al vecchio quei lamenti e quei singhiozzi urtavano i nervi.
— Taci... — le andava dicendo — taci, maledetta smorfiosa!... i tuoi amanti ti ricompreranno la mobilia nuova... io sono un povero vecchio!... Io ho freddo!...
All'atroce insulto Noemi scattò.
Amanti?... A lui sarebbe forse convenuto, ma a lei no!... Aveva la pazzia dell'onestà, lei!...
Allora il vecchio brandì il bastone sul quale s'appoggiava nel camminare e le menò un colpo sulle spalle.
Noemi restò un momento come impietrita. Una disperazione indicibile la schiacciava. Era giunta al limite della sofferenza umana.
Si scosse. Alzò gli occhi fieri in faccia al marito, gli strappò il bastone e lo gittò a terra, poi si allontanò.
Un'idea disperata era sorta nel suo cervello; morire, finirla!...
Senza riflettere a quello che faceva, senza interrogarsi, sospinta da un impeto invincibile, ella afferrò un'ampolla, piena di un liquido velenoso che serviva all'infermo, se l'appressò alle labbra e la vuotò.
— È fatta! — mormorò con voce roca.
Il vecchio era ricaduto nella poltrona, stanco per lo sforzo insolito.
Noemi uscì dal salotto. Batteva i denti.
Credette morire subito. Rabbrividì pensando che sarebbe morta vicino al suo tormentatore, senza un conforto, una parola affettuosa.
Andò a rifugiarsi nella sua cameretta. Almeno là sarebbe morta in pace...
Ma il male orrendo del momento cominciò a calmarsi. Non le restò che un senso di nausea e di tratto in tratto un principio di vertigine. Allora intuì la morte lenta, angosciosa, terribile.
Ebbe paura.
Sarebbe morta... morta in mezzo ai tormenti... senza avere gustata un'ora di amore!...
Ah! almeno non voleva morire là! Voleva fuggire... Voleva morire fra persone più simpatiche, vedere presso di sè un volto amico... Sentirsi rimpianta, unica speranza ormai della sua fuggente vita.
Sì vestì, con la febbre, scese le scale barcollando, non dimenticando però di pregare la solita buona vicina a prender cura del vecchio durante l'assenza di lei.
— Non ha ancora pranzato. Il brodo è sul fornello.
— Va bene — diceva la donna sorridendo. — Si diverta, signora Noemi! Ci penserò io alla sua casa!...
— Buon divertimento! — ripetevano i bambini della vicina.
In istrada ella fu presa da spasimi così atroci che dovette fermarsi, piegarsi in due...
La nebbia fitta mozzava il respiro.
— Dio! Dio! lasciatemi arrivare fin là!... Perdonatemi, Dio santo! Perdonatemi, e in prova del vostro perdono lasciatemi arrivare fin là!...
Ed ella era arrivata: Dio le aveva perdonato. Lei stessa non avrebbe saputo dire in qual modo ci era riescita. Una forza arcana, che era in lei, nella sua anima, l'aveva sostenuta in mezzo agli spasimi e alle vertigini. Quella forza la sosteneva ancora.
Ma ahimè, presto sarebbe esaurita! La sua testa si perdeva: sentiva il sudore diaccio della morte.
Di tratto in tratto alzava gli occhi e incontrava lo sguardo fisso del giovine pittore. Allora provava una strana sensazione di ritorno alla vita; le sue forze si rianimavano; gli era come se un'ondata nuova di sangue fresco e vigoroso fosse entrato nelle sue vene e ne avesse cacciato il veleno.
Ma dopo brevi istanti, il nemico occulto ritornava all'assalto, e lei era sempre più debole.
Finito! Finito!
La sua vista si annebbiava; per quanto si sforzasse a guardare, ora non li vedeva più quegli occhi neri e amorosi fissi nei suoi: non sentiva più la corrente magnetica di quello sguardo potente, che le ridava la vita.
Finito! La vertigine aveva vinto.
Il valzer fu interrotto. Le mani appesantite e inerti della pianista caddero sui tasti producendo un suono lugubre. Ella si piegò in avanti, e sarebbe caduta se il giovine pittore, che mai aveva cessato di osservarla, non si fosse trovato presso di lei per sostenerla.
Egli l'alzò di peso e la portò sur un divano, che le donne circondarono.
La festa finiva tragicamente, appena cominciata.
Il terrore imbiancava le faccie arrossite dal ballo.
— Muore!...
— Muore!... Madonna santissima!... Signore Iddio!... Muore!... — gridavano le danzatrici spaventate.
Sì, essa moriva. Il volto livido, le occhiaie profonde e nere, gli occhi sbarrati erano segni evidenti di morte.
Alcuni giovani corsero in cerca di un medico alle farmacie più vicine.
Altri tentarono di farle inghiottire dell'acqua calda nella speranza di provocare il vomito; poichè tutti intuivano la possibilità di un avvelenamento. Era tanto infelice la povera Noemi!...
Soltanto il pittore non faceva nulla. Inginocchiato ai piedi della morente, egli la guardava con gli occhi fissi, sbarrati, come quelli di lei e rimaneva immobile, silenzioso. Pareva fulminato.
Improvvisamente Noemi sembrò destarsi dal pesante torpore; girò intorno lo sguardo conscio. Vide il giovine inginocchiato e gli sorrise. L'ultimo sorriso.
La convulsione ritornò più terribile; i dolci occhi si velarono; si smarrirono.
Nello spasimo atroce, con le mani brancicanti, ella afferrò la testa del giovine e la strinse appassionatamente, poi cadde all'indietro, sfinita.
Era morta. E soltanto in quell'estremo istante, l'anima liberata dalla mortale schiavitù aveva rivelato il suo amore.
UNA BALLERINA.
La nebbia empiva le strade e il breve crepuscolo invernale cadeva nella notte. I lampioni quasi appena accesi divenivano foschi per la densità dei vapori. Poca gente, rarissime carrozze; nei quartieri lontani dal centro un silenzio sinistro.
Nelle case invece, una grande vivacità, poichè era l'ora del desinare e giorno di festa. Uno di quei momenti in cui la sensualità soddisfatta assorge quasi a serenità ideale; momenti che spingono gli uomini alle disposizioni benefiche col fumo appetitoso delle vivande, e il profumo eccitante dei vini.
Matilde Sozzi aveva forse calcolato sulla particolare disposizione alla benevolenza che una buona minestra può sviluppare in un cuore umano, scegliendo appunto quell'ora per la sua questua; o piuttosto ella seguiva semplicemente lo stimolo della fame, che diveniva più acuto in lei verso l'ora comune del desinare.
A occhi bassi, senza guardarsi intorno, scivolando quasi lungo la fila delle case, ella procedeva in mezzo alla nebbia. Veniva dal fondo di un sobborgo e si dirigeva al centro della città. Non aveva mangiato dal giorno innanzi, ma in quel momento sentiva più il freddo che la fame. Provava un grande sbalordimento e mille immagini confuse si affollavano nella sua mente. Erano memorie lontane di tempi migliori: una casa agiata; dei visi cari al suo cuore; abiti eleganti e capaci di ripararla dal freddo; una tavola preparata; una allegra famigliuola seduta intorno. Altre immagini, più lontane, più vaghe: una scena sfavillante di colori e di luce, dove lei era ammirata e festeggiata, bellissima tra le belle.
Ma le quattro lettere che teneva strette in mano, sotto allo scialletto lacero e leggiero come un ragnatelo, riconducevano i suoi pensieri all'angoscioso presente. Le rileggeva dentro di sè quelle lettere scritte con tanta pena e ch'ella sapeva a memoria. La prima era per l'impresario. Quest'anno anche lui l'aveva abbandonata. Perchè le aveva rifiutato quel misero posto di figurante dell'ultima fila, che l'anno scorso le aveva impedito di morir di fame? Era brutta, secca... oh! lo sapeva benissimo! glielo dicevano per la strada, fino i monelli.... tuttavia, siccome era svelta ancora, con un po' di rossetto, per «frega scene» le pareva di poter passare.