Nella nebbia

Part 3

Chapter 33,823 wordsPublic domain

Qualche volta, la donna cercava di risparmiargli pena, tenendo lei gli occhi fissi al punto donde doveva spuntare il tram di ritorno.

— Mangia! non c'è niente!

Ma lui, non si fidava. Un grave timore vegliava su quel formidabile appetito di lavoratore digiuno: il timore di essere colto in flagrante ritardo di mezzo minuto....

Ad ogni cucchiaiata, lo sguardo scrutatore andava, sicuro e pronto, come una palla di fucile, laggiù in fondo alla strada; e involontariamente, inconsciamente forse, la manovra dell'ingozzamento si affrettava sempre più, affannosa come un supplizio.

L'uomo aveva il viso rosso, il collo rosso; di tratto in tratto, per un gesto automatico si asciugava il sudore col rovescio della mano; di tratto in tratto, come i suoi cavalli batteva un piede in terra, e la suola grossissima dello stivale produceva un rumore secco, forte, come lo zoccolo del cavallo.

La donna aveva dei piccoli scatti d'inquietudine repressa.

Con la testina alzata, gli occhioni spalancati, intenti, le manine attaccate ai lembi del pastrano, il fanciullo non parlava, non si moveva; guardava il padre mangiare.

Qualche volta l'uomo chinava gli occhi sul bimbo e tentava sorridergli con le labbra intorpidite, mentre la mano esperta empiva il cucchiaio senza bisogno di essere sorvegliata.

Allora, il visottolo grasso del piccino s'illuminava di gioia, e tutto il corpicciuolo si portava in su con uno slancio di tenerezza, invocando un abbraccio; ma improvvisamente ei si ricordava, girava cautamente gli occhi verso la madre come per interrogarla e tornava tranquillo.

Il tram intanto si era quasi empito. Il conduttore stava al suo posto sulla piattaforma posteriore.

Qualcuno brontolava per la lunga sosta.

— Sempre così su questa linea! — esclamava un omone con un paniere di arancie sulle ginocchia.

— O cocchiere! Sbrighiamoci!

Il cocchiere, la donna e il fanciullo scrollavano le spalle, gli occhi fissi al fondo della strada.

Tre o quattro cucchiaiate, più colme delle altre se è possibile, furono buttate giù alla svelta.

Ora mi pareva che la grande fame dell'uomo fosse ammansata, che si affrettasse più che altro per abitudine, per terminare la sua porzione e munirsi bene contro il freddo della serata. Inghiottiva con fatica, gonfiando il collo.

La moglie gli parlava fitto, e il bimbo si permetteva di cinguettare.

— È qui! — esclamò la donna improvvisamente.

Il cocchiere pronunciò alcune parole con voce strozzata

— Prendimi in braccio, mamma! Prendimi in braccio!

Quando si trovò alzato al livello del petto paterno, il bimbo allungò le manine verso il fischietto e fece l'atto di soffiarvi dentro, con una grazia d'amorino.

Ma il cocchiere non aveva tempo d'intenerirsi.

Finì di raspare il fondo della calderina, poi la consegnò alla donna, e salì al suo posto battendo forte le suole per sgranchirsi; mentre il bimbo guardava intento, gli occhioni pieni di ammirazione e di una vaga tristezza.

Al momento di allontanarsi l'uomo fu preso come da un rimorso: si voltò, allungò la mano e abbozzò una carezza sulla guancia del suo figliuolo; poi afferrò le redini, e i cavalli si mossero.

— _Ciao!_

— _Ciao papà!_

La donna e il bimbo restarono un momento, poi si voltarono e sparirono nella nebbia che veniva giù con la notte.

Il carrozzone cominciò a scivolare rapidamente sulle rotaie, e i vetri dei finestrini intonarono la solita solfa.

— L'unico divertimento per società! — gridava l'uomo dal topo meccanico.

— L'unico regalo per ragazzi! — rispondeva quello dagli orologi a cinque centesimi.

La folla passava ridendo.

NELLA BUONA SOCIETÀ.

Elegantissimo il salotto.

La signora, sempre bella, sempre festeggiata, non temeva il confronto di una figliuola ventenne. La natura le aveva accordato il favore di conservare la grazia e la sveltezza giovanile nella lussureggiante maturità.

Era l'ora delle ultime visite, delle più care.

L'ombra del crepuscolo si allungava nel salotto.

La signora sedeva presso alla finestra, in mezzo a un circolo di amiche e di cavalieri.

Inutile dire quale fosse il tema della conversazione. Si sfioravano naturalmente tutti i soggetti; ma uno tornava sempre a galla, eterno soggetto di ogni conversazione elegante o volgare: la maldicenza.

Il crocchio intimo passava in rivista le dame e i cavalieri che erano apparsi in quel medesimo salotto la vigilia.

— Quella povera contessa non si è più riavuta dopo la terribile scossa — diceva un signore alto, secco, dal viso maligno.

— Gli è perchè sa oramai con certezza che un dolore simile non le capiterà mai più! — ribattè una biondina delicata che pareva impastata d'etere e di gelsomini.

Fu una risata. La contessa a cui si alludeva era una donna di cinquantadue anni, il cui ultimo amante aveva preso moglie. Si parlava a frasi velate, senza far nomi. Ciò nonostante la padrona di casa, stava sempre un po' perplessa, volgendo lunghe e frequenti occhiate verso l'angolo opposto del salotto. E se un imprudente si lasciava sfuggire una frase troppo trasparente, era pronta a chiamarlo all'ordine con un cenno rapido e risoluto.

Nell'angolo opposto stava il crocchio gaio, rumoroso, sempre in moto delle fanciulle: da qui i timori della signora.

Claudina una brunetta secchina, dal naso ricurvo e dalla bocca affondata, riceveva là, sotto la sorveglianza materna, le sue giovani amiche.

Ma se nel crocchio degli adulti discorrevano a frasi velate, Claudina aveva iniziato nel suo una specie di gergo, nel quale raccontava le storielle più difficili, illustrando con qualche gesto o commento le allusioni oscure; i passaggi scabrosi.

L'ultimo visitatore arrivò. Era un omino asciutto sui cinquant'anni, dagli occhietti vivi, dal riso ironico.

— Il dottor Cassinoni! — esclamò Claudina.

Tutti lo chiamarono come uno che si aspetta da lungo tempo.

— Dottore! finalmente si lascia vedere!

— Dottore!... Dottore!...

— Come ha l'aria triste, non pare lei!

Le fanciulle lo circondarono.

— Che notizie della nostra amica?

— Come sta Bianca?...

— Spera di salvarla, vero?...

— Dica, dottore, parli!...

Così insistevano le fanciulle e nelle loro voci era un fremito di ansietà contenuta.

Il dottore si fece serio, guardò le madri, poi guardò le fanciulle. Il sorriso ironico si estinse sulle sue labbra; e con una emozione affatto insolita in lui, disse:

— Morta!... È morta da un'ora!

— Morta?!... Morta?!... gridarono le fanciulle dopo il primo momento di paralizzante stupore.

— Morta!... sospirarono le signore.

— Povera, povera Bianca!

Un silenzio regnò nel salotto semibuio.

— Perdio! — esclamò un signore grasso: — quell'uomo può dirsi rovinato per tutta la vita!

— Se fossi in lui mi suiciderei — mormorò un giovine serio — sarebbe il solo mezzo di farsi perdonare.

Le signore abbassarono gli occhi.

Le fanciulle ascoltavano con gli occhi intenti, pallide e ammutolite.

I domestici portarono i lumi.

— Quello non si suiciderà — disse il medico con voce quasi solenne. — Sapete invece cosa farà? Da qui a un anno poco più, forse meno, prenderà una seconda moglie.

Egli fu interrotto da un coro di oh! oh! indignati.

— Scommettiamo?...

— Bisognerà, se mai, che vada molto lontano a cercarsi la sposa! — esclamò una bella signora che passava per molto ardita.

La padrona di casa le gettò un'occhiata cattiva e mormorò con la sua vicina.

— Che sfacciata! Non pensa nemmeno che quelle bambine ascoltano.

E la prudente madre fece un cenno al dottore perchè troncasse quell'argomento.

Ma questi non vide o fece le viste di non vedere. Aveva pronto un discorsetto crudino, tagliente, e non era uomo da sacrificarlo; si accontentò di abbassare la voce.

— Perchè dovrebbe andar lontano? Che necessità ci vede lei? Tutti gli uomini, specialmente gli ammogliati sanno per esperienza che Morandini non è peggiore degli altri.... È stato imprudente, tanto più si può credere che sarà prudente un'altra volta. Le signore poi, le madri sanno benissimo tutto quello che sanno gli uomini, e più ancora sanno che i buoni partiti sono rari, sempre più rari.... E Morandini è un buon partito!

— Basta, dottore! — ordinò la padrona di casa. — Basta! — supplicò con più dolcezza — le bambine taciono!...

— Non taciono — osservò il dottore, — ma io obbedisco egualmente. Del resto, non abbiano alcuna pena, signore mie, anche se mi hanno inteso, non mi avranno capito: sono tanto candide!

— Questo dottore è un gran cinico — mormorò il giovine serio che aveva parlato di suicidio. — Non capisco perchè la signora Margherita gli sia amica.

— Sarà forse per riconoscenza.... È da molti anni che si conoscono!... sospirò con adorabile ingenuità la delicata biondina.

— Che vipera! — pensò il giovine, e la guardò fisso in aria interrogativa; ma ella serbava nel viso, come nella voce, la più innocente espressione.

Intanto le fanciulle strette in un gruppo discorrevano fra di loro sommessamente.

Il dottore aveva ragione, non ascoltavano i «grandi»: non ve n'era bisogno. Claudina conosceva la storia della povera Bianca e la raccontava.

Avevano la stessa età; erano state in collegio assieme e avevano fatto il loro ingresso in società l'anno precedente, tutte e due la stessa sera, vestite uguali come due sorelle.

— Ma Bianca era una bellezza — notò Claudina senza rancore — e aveva una dote di mezzo milione: perciò fece furore, mentre io passai inosservata. Camillo Morandini incominciò subito a farle la corte ed ella fu subito presa. Andando a casa mi disse: o lui, o nessuno. Era così impetuosa, così ardente.

«Povera Bianca! tutto andò come sapete. Ma noi ci si era fatta una promessa fin dal collegio: quella che prendeva marito prima, avrebbe raccontate tutte le sue impressioni all'altra.

«Queste promesse si fanno spesso, ma raramente si mantengono. Quando la povera Bianca tornò dal suo brevissimo viaggio di nozze, malata a quel modo, io andai subito a trovarla di nascosto della mamma che non voleva.

— E che ti disse?... — domandò una bambina di quindici anni che ascoltava con le orecchie rosse.

— Sta zitta! — impose una giovinotta seria e calma che non mostrava alcuna curiosità.

— Mi si buttò fra le braccia e si mise a piangere — continuò a raccontare Claudina. Io piangevo con lei. Finalmente, mi disse che era avvelenata e che sarebbe morta.

— Avvelenata! — esclamò quasi ad alta voce la quindicenne. — Dunque fu un assassinio!

La sua vicina le diede uno spintone perchè tacesse: alcune risero.

— «Un assassinio.... involontario, — completò Claudina.

«Vi ricordate che si è parlato molto, sebbene molto sommessamente davanti a noi, di una gran cena di addio offerta da Morandini ai suoi amici, come suggello della sua vita di scapolo.

Quasi tutte se ne ricordavano.

— Si disse che vi fossero invitate anche delle donne.... di quelle — vi ricordate?...

Due o tre accennarono di sì.

— Qualche giornale ne parlò: Bianca seppe qualche cosa; si procurò uno di quei giornali e lo si lesse insieme. L'articolo pareva scritto da un nemico di Camillo; e lui deve essersi giustificato con poca fatica. La stessa sera ella bruciò il giornale e l'indomani fu sposa.

«Ebbene! era tutto vero!

«— Ma lui non ci ha colpa — diceva la povera Bianca piangendo sulla mia spalla: — lo hanno ubbriacato per fargli una burla.... e poi.... — ripigliava asciugandosi gli occhi — fanno tutti così, sai! —»

Le ragazze più grandi tacevano atterrite.

— Non capisco bene — disse la bimba quindicenne alla sua vicina.

— Non importa; ci hai tempo!

* * *

Le signore si alzarono per andarsene: era tardi.

E dame e cavalieri cominciarono i saluti con un chiacchierio affettuoso e gaio; il doloroso episodio era dimenticato.

Anche le fanciulle si levarono, ma senza rumore, senza gaiezza per quella sera, pallide e pensose.

Una delle meno acerbe, una ragazza di ventiquattr'anni che si forzava a parerne diciotto, disse a Claudina baciandola:

— Meglio non maritarsi... ti pare?...

Ma Claudina scrollò il capo e rispose:

— No, cara! Bisogna maritarsi in qualunque modo. Le maritate almeno, nel peggior caso, quando non hanno altri compensi, sono compiante: le ragazze che invecchiano nella soggezione, fantasticando e desiderando, non sono che ridicole nella nostra società!...

— È vero!... È vero!... mormorarono le amiche, mentre si abbracciavano, sospirando sommessamente.

IL PRIMO INCONTRO COL MOSTRO.

La mamma aveva spento il lume da una mezz'ora con la solita intimazione:

— E ora, basta ciarlare! — fatta a me e a Lina.

Lina si era subito voltata dall'altra parte; io non riescivo a pigliar sonno. Nella camera buia, i miei occhi spalancati guardavano l'oscurità e vedevano un mondo d'immagini e di fantasmi. Marino era stato con noi tutta la sera e la mamma gli aveva dato a leggere la lettera del babbo che acconsentiva alla sua domanda e fissava il nostro matrimonio per quest'autunno, quando lui sarebbe tornato a Milano. Era stata una serata allegra per tutti. Lina aveva suonato benissimo il suo Beethowen e Marino aveva cantato la romanza del _Trovatore_.

La mamma, che non rideva quasi mai dacchè il babbo aveva dovuto allontanarsi dalla casa, si era messa di buon umore all'idea del vicino ritorno di lui, e della mia felicità assicurata. Io sola ero come oppressa dalla mia gioia: sentivo il bisogno di raccogliermi e di assaporare tutta la dolcezza di quel momento. Mi pareva che quello fosse il punto più luminoso, più alto della felicità mia; oltre il quale non si poteva salire, perchè la via s'allargava in un vasto piano inondato di sole, sparso d'alberi e di fiori, e tanto vasto che io non potevo vederne la fine, e mi faceva provare un senso di sacro terrore. Amavo Marino da quasi due anni, e ne avevo diciotto: vale a dire che mi pareva di averlo amato sempre.

Da principio il babbo si era opposto, perchè Marino aveva solo tre anni più di me, e a lui parevano pochini. Ma poi, vedendolo così buono e costante e studioso, si era lasciato convincere. Io non avevo mai dubitato che questo dovesse avvenire; eppure, dacchè il mio sogno prendeva forma di cosa vera, mi pareva inaspettato, insperato: meno vero di prima. Ripensavo al passato così vicino, vivevo come in riepilogo le ore d'incertezza e di scoramento vissute lentamente: mi pareva che la mia felicità fosse stata sospesa ad un filo e soffrivo con l'immaginazione tutto il male che avrei sofferto, se quel filo si fosse rotto, se Marino non si fosse messo a posto così presto e bene: se il babbo avesse continuato a credere che non era un marito per me. Che cosa avrei fatto?... Che ne sarebbe stato della mia vita?

Con questi pensieri continuavo a voltarmi e rivoltarmi nel letto, mentre Lina dormiva profondamente. Mi ero appena un po' quietata, allorchè una grande scampanellata mi fece balzare in aria, con un grido disperato che non potei frenare. Anche Lina si svegliò subito. Ma la mamma che forse non aveva dormito, al pari di me, ci disse dalla sua camera, di star tranquille, che probabilmente era uno sbaglio. Intanto però, a buon conto, ella scese dal letto ed accese il lume. Il campanello tornò ad agitarsi e mandò uno squillo recisamente imperioso. Mi sentii gelare. Lina si strinse al mio braccio. La mamma si era fatta all'uscio di casa, e, prima di aprire voleva sapere chi era, e cosa volevano a quell'ora.

Un telegramma!

Io presi la carta presentatami dal fattorino e firmai la ricevuta quasi come in un sogno. Guardavo il misterioso dispaccio senza romperne il suggello, trattenuta da quella paura dell'ignoto che assale ogni cuore di donna dinanzi ad un telegramma non aspettato. Gli uomini ci sono avvezzi, loro: hanno tutti più o meno affari; ma per noi donne il dispaccio telegrafico è quasi sempre un visitatore temuto, al quale si legano impressioni penose, ricordi lugubri.

Finalmente la mamma aprì la busta e lesse le due o tre linee di stampato.

Ah! il cuore non mi aveva ingannata!

Veniva da Torino quel dispaccio, ma non era del babbo. Un amico di lui ci annunciava, in quello stile oscuro e brutale ad un tempo, che il babbo era ammalato, e ci pregava di recarci subito presso di lui.

Ammalato?... Se ci aveva scritto il giorno avanti, se stava bene!

Era possibile?...

Istintivamente ci si stropicciò gli occhi e si tornò a rileggere. Diceva proprio sempre a quel modo! Bisognava partire subito.... Subito?... Quando subito?... Era suonata la mezza dopo le dodici.

— A che ora parte la prima corsa? — domandò la mamma che pareva smemorata.

Lina si ricordò di aver letto che per comodo dei viaggiatori era stata fissata una corsa nuova, alle tre del mattino. Vestendoci subito si aveva tutto il tempo. E si cominciò a vestirsi, tremando di freddo, nella casa piena di ombra; perdendo tempo a cercare gli oggetti più famigliari, urtandoci l'una con l'altra.

La mamma non riesciva ad agganciare le molle del busto causa il tremito delle sue mani. Lina si era vestita tutta dimenticandosi d'infilare le calze. E ogni tanto una di noi si fermava domandando con voce rauca:

— Ma che cosa sarà successo?...

— Che cosa pensate voi altre?

— Tu, Laura, che ti dice il cuore?

— Tu, Lina, che sei la più giovane, dì, bimba mia, non sarà mica morto il babbo?...

— Morto! — esclamò singhiozzando la bimba che non ci aveva pensato ancora: — Morto! oh! il mio babbo!

Questo grido dell'anima rimbombò come una martellata nelle nostre teste indolenzite, nel silenzio della notte.

Ci si buttò a piangere, tutte e tre insieme abbracciate. I nostri nervi si calmarono un poco. Era il tocco e mezzo. Si fecero con più discernimento gli ultimi preparativi.

Morto, no, non poteva essere! Avrebbero scritto. Forse era caduto; si era fatto male; voleva vederci. Forse, l'amico esagerava. Finalmente fummo pronte. Si chiuse la casa. Io depositai un biglietto sul finestrino della «portineria» per avvertire la donna di servizio. A Marino avremmo scritto poi, con più pace. La mamma aveva detto che non era il caso di spaventarlo anche lui che doveva lavorare. La notte era fredda e piovigginava. Si andò alla prima stazione di vetture e ci si fece portare alla «Centrale».

Arrivammo più di quaranta minuti prima della partenza, e poichè quello era il primo treno del mattino, e l'ultimo era partito intorno alla mezzanotte, la stazione era chiusa; il gran faro della luce elettrica, spento.

Il vetturino ci lasciò sole nella immensa piazza deserta e buia, piena di nebbia.

In quel silenzio, che i rumori lontani e confusi rendevano più opprimente: in quella notte profonda; con l'anima aperta a tutte le impressioni tristi, a tutte le immagini desolanti, mi pareva di essere in un deserto, lontanissimo dai miei simili — quasi nel mondo fantastico delle ombre. Un cupo terrore s'impadroniva del mio spirito. Ma non pensavo al babbo in quel momento. Pensavo a Marino che mi credeva a casa tranquilla nel mio letto, mentre io ero là in quell'angoscia. Mi pungeva che non si fosse potuto avvertirlo. Se fosse stato là, vicino a noi, quanto avrei sofferto meno!

Lina, stanca, assonnata, si mise a sedere sugli scalini e si appisolò, con la testina sulle ginocchia.

Vedendola così, raggomitolata, piccina, tutta tremante di freddo, la mamma ebbe un nuovo scoppio di pianto.

— Povera bimba! — mormorava di tratto in tratto: — povera bimba!...

Finalmente alla stazione si rifecero vivi. Si sentirono delle voci confuse, dei passi rimbombanti nella sala vuota.

Giù, in fondo, tra gli alberi, apparvero due occhi gialli; poi altri due; poi una fila. La porta della stazione si spalancò con fracasso: il gran faro tornò a brillare. Poco dopo cominciò la distribuzione dei biglietti; e la mamma diede a me i denari per andare a prenderli.

Quando il treno si mise in movimento, Lina ricadde nel suo sonno. La mamma mi prese le mani e me le strinse forte, accostando la faccia per vedermi bene negli occhi, al fioco lume della lampada.

— Laura! — mormorò senza articolare: — Laura!... ho paura!...

Volevo dirle che non c'era ragione; ma non trovai parole.

Rimanemmo alcuni istanti così, guardandoci irrigidite, scrutandoci nel fondo dell'anima.

Eravamo sole nello scompartimento.

A poso a poco la mamma si rianimò, parlandomi di suo marito in un modo affatto nuovo per me, come avrebbe fatto con un'amica.

Lo aveva amato, lo amava ancora tanto, tanto, di un amore rinchiuso, forte. S'era sposata giovanissima, prima di avere provata la più piccola simpatia di fanciulla: un matrimonio combinato dai parenti. Ma vivendo con lui, imparò a conoscerlo, ad apprezzarlo, e lo amò; meglio: se ne innamorò pazzamente. Non avrebbe voluto separarsi da lui un solo istante. Quando pensava alla morte s'augurava sempre di morire prima lei, per non provare il dolore di perderlo; e lui la rimproverava dolcemente di essere troppo egoista. Avanzando negli anni e avendo me già grande, ella aveva cercato di dare al suo affetto una forma più calma e severa, per rispetto al suo carattere di madre; per questo aveva condisceso alla partenza di lui, a quel tentativo di migliorare le condizioni della famiglia: aveva considerato questa cosa quale un dovere verso di noi figliuole; ma quanto a lei sarebbe morta piuttosto....

Albeggiava. Le ombre sparivano. Il treno usciva trionfante dalle tenebre della notte e correva allegramente nella luce argentina.

Io mi sentivo rinascere.

Lina si svegliò: ci guardò: guardò il sole; e sorrise.

— Il babbo sta meglio, eh? — domandò ingenuamente.

— Speriamo! — sospirò la mamma.

La speranza era in noi.

Alla stazione di Torino nessuno ci aspettava. Parve un buon segno. Erano intorno a lui gli amici! Si prese un legno chiuso. Ci si fece condurre alla casa dov'egli abitava.

Ah! la prima persona in cui c'imbattemmo — uno scultore nostro amico — troncò con uno sguardo tutte le nostre speranze.

Gli fummo addosso affannate. Che cosa era successo? Stava meglio, vero? Dicesse qualche cosa!

Rimase muto: era tanto commosso che non poteva parlare.

La mamma non pronunziò la parola terribile che errava sulle sue labbra, e schizzava dai suoi occhi. Indovinai che taceva per una sorte di terrore superstizioso.

A un tratto ci voltò le spalle e si gettò correndo dentro la casa, nelle stanze a terreno che il babbo occupava. Prima che la raggiungessimo un urlo disperato ci agghiacciò.

Ah! quell'urlo! Non lo dimenticherò finchè vivo.

LA CRISTINA.

L'ambiente nel quale l'ho vista era perfettamente intonato con questa vecchia. La via, una delle più antipatiche di Milano, in vicinanza della esecrata Rotonda, focolare di miasmi, contava tra i suoi edifici un ospedale di alienati ed un ricovero per le fanciulle pericolanti. La casa, una decadenza. In origine — nel secolo scorso — doveva essere stata una villa abbastanza imponente. Ne facevano fede parecchi avanzi di antica grandezza: un portico ad archi rotondi: le incorniciature ancora evidenti dei finestroni murati dell'antica sala da ballo: lo scalone ampio, maestoso, decorato da una bellissima rampa in ferro a ricchi disegni.

Ma l'unico lato ancora esistente del portico faceva sfondo a una corte lurida, dai muri scrostati, trasudanti l'umidità, una corte nella quale il puzzo di stalla e di spazzatura si alternava alle esalazioni delle verdure andate a male nella bottega dell'inquilino erbivendolo e a quelle del cattivo petrolio adoperato dal padrone di casa per rischiarare il superbo scalone e la schifosa portineria. Ma la sala da ballo era stata divisa in due piani e in piccole camerette. Ma sotto il portico erano tante piccole tane umide, basse, alcune rischiarate a mala pena da certe finestrine rotonde formanti parte del vecchio insieme architettonico. Ma lo stesso scalone, eternamente umido, tanto che serviva da barometro agli inquilini, si mutava dopo il primo piano in una scaletta a chiocciola, vero precipizio.

La Cristina abitava appunto in cima alla scaletta in una soffitta ridotta a tana per bestie umane.

Essa era come la casa, una decadenza. Un poeta avrebbe potuto fantasticare che erano nate insieme e che insieme deperivano.

Sulla scaletta il tanfo generale mutava carattere.

E se qualcuno ne chiedeva l'origine, le vicine in coro gridavano: