Part 2
— Peccato che sono sordi e che non intendono i versi! — diceva il marionettista all'amico suo più intimo nei momenti di suprema confidenza. — Quanto al talento dell'artista lo sanno apprezzare meglio di tanti!...
— Hanno voglia di ridere — rispondeva l'amico sottolineando la frase con sottile ironia.
Finita la rappresentazione, mentre la maggioranza dei vecchi in buona salute recitava il rosario, o l'ufficio dei morti, se vi era un morto nel deposito; i due amici passeggiavano insieme o sedevano l'uno accanto all'altro, discorrendo delle cose passate, dei rancori passati, non dimenticati mai.
Il caustico Alessandro parlava quasi sempre lui; e rinvangando le ingiustizie, le vigliaccherie, ritornava con accanimento sui fatti più dolorosi della sua dolorosa esistenza.
Egli stesso non sapeva dire come fosse vissuto negli ultimi anni prima di entrare nell'ospizio.
Dopo la morte del suo figliuolo, caduto in uno degli ultimi scontri del quarantanove, aveva cercato di andare in Piemonte, ma non gli era mai riescito. Aveva passati vent'anni, non sapeva come; sicuro soltanto che erano stati anni di angoscie e di tormento, di fame e di malattie. Tre volte era stato all'ospedale, una volta in punto di morte — e se non si confessava non gli davano da mangiare, e lui aveva detto al prete: «Sa, mi confesso per questo, ma io non credo niente!»
— Quattro volte in prigione, senza che si potesse capire perchè!....
Poi era venuto finalmente il gran giorno, il giorno della redenzione, e lui era partito un'altra volta coi volontari, e la sua gioia era stata così grande che per poco non diventava spiritualista — sì, perchè gli pareva impossibile, ovvero gli faceva troppo male a pensare che il suo povero figliuolo, morto per la patria, a diciott'anni, un amore di figliuolo, non dovesse saper nulla, non dovesse goder nulla di quel trionfo, di quella gioia suprema!...
Più tardi, si era dato del pazzo, dell'asino. Si era accorto che i preti comandavano sempre, che quelli che erano stati amici degli austriaci venivano accarezzati, trattati con riguardo, mentre i poveri diavoli come lui, che avevano dato il proprio sangue per la libertà, erano dimenticati, anche disprezzati, come lui!...
Quando Alessandro Fantini si lasciava trascinare a questo punto, dai suoi ricordi, finiva sempre col levare dall'interno dell'abito, dove lo teneva posato sul cuore, un lembo di giacchetta forato da una palla austriaca.
E lo baciava e i suoi occhi si empivano di lagrime. La vecchia madre piangeva, e le altre donne presenti domandavano il permesso di baciare anch'esse quella reliquia — la reliquia del libero pensatore.
Ma Sandro s'inteneriva di rado; il suo carattere lo portava a ribellarsi contro ogni manifestazione di debolezza. Di solito imprecava agli ipocriti, ai vili e faceva la propaganda delle sue idee, con l'impeto e l'energia di un giovane apostolo.
Nemmeno a quell'ultima tappa — come egli chiamava il pio albergo — il suo spirito voleva darsi vinto.
I compagni burloni lo chiamavano l'Anticristo, ma gli volevano bene.
Chi non gli voleva bene certo era il rettore — in quegli anni c'era ancora un rettore spirituale nella vecchia casa di ricovero — e questo rettore — dicono le cronache — era prete un po' ficcanaso e non molto rispettabile, ma molto portato a fare il tiranno. I vecchi in massa non lo vedevano di buon occhio e spesso si intrattenevano delle marachelle di don Tinazza; ma in tali occasioni abbassavano la voce e i sordi erano esclusi dalla conversazione.
Il solo Alessandro osava gridare e proclamare la sua opinione — si sarebbe vergognato di fare come gli altri.
Quand'egli si metteva in mezzo a un crocchio, con la sua figura da ispirato, la testa circondata da un'aureola di capelli bianchi, gli occhi neri, ancora vivi, lampeggianti, la voce penetrante e sonora, pareva veramente un apostolo dei nuovi tempi.
La folla dei sordi, dei rimbambiti, dei burloni, degl'indifferenti, lo guardava con piacere. Essi lo ascoltavano con inconscia ammirazione, i più senza intendere o senza rendersi conto di quello ch'ei diceva.
Scandalezzate, palpitanti, per quella misteriosa e dolce paura che le donne più semplici hanno cara come una carezza d'amore, le vecchie se lo mangiavano con gli occhi e lo amavano.
Ma se la sottana di don Tinazza sventolava in lontano, l'oratore rivoluzionario perdeva immantinente tutto il suo uditorio. Chi non poteva allontanarsi abbastanza presto, fingeva di dormire.
* * *
Nell'autunno Alessandro cadde malato, e la moglie gli si mise al fianco da una parte, «Gerolamo» dall'altra.
Addio gaie recite sotto agli alberi verdi! Addio buone chiacchierate al sole!
Già coi primi freddi di ottobre molti dei più vecchi se ne erano andati. Nuovi ospiti arrivavano, nuovi balestrati dall'esistenza, in cerca di un ultimo rifugio.
«Gerolamo» non si allontanava mai dal letto dell'amico infermo e l'infermeria era piena di malati spediti, moribondi.
Tossivano, gemevano, rantolavano, infine partivano ad uno ad uno.
I preti stazionavano ora a un letto ora all'altro. E da mattina a sera si sentiva un continuo biascicamento di preghiere latine fatte da bocche senza denti.
— Lo sai, io non voglio il prete — disse un giorno Alessandro all'amico suo.
— Non temere: ci sono io.
La vecchietta che sedeva dall'altra parte tutta tremante, indovinò più che non intese, e non potè frenarsi.
— Sandro! Sandro! per carità!...
Il morente, per uno sforzo energico della sua volontà sollevò la testa e ficcò gli occhi ardenti di febbre in quelli della moglie.
— Sono un uomo io! Un soldato!... Sono libero....
Ricadde spossato.
E il povero viso, sempre più scarno, sempre più affilato, sempre più caprino della infelice vecchia, inondato di lagrime, fu coperto dalle mani tremanti, ingranchite.
Dovette uscire un momento per singhiozzare liberamente.
Quando ritornò, il marito la guardò sorridendo con dolcezza.
— Ti raccomando la nostra reliquia! Quando vedi che dò di volta, prendila tu.... E quando verrà il tuo giorno, e sentirai che non puoi stare in piedi, prima di metterti a letto, bruciala, o falla bruciare, da «Gerolamo»... Ma se lui non ci fosse più non ti fidare di altri.... Potrebbero avere il capriccio di tenerla.... e io non.... voglio che profanino....
Ella promise piangendo....
Poco dopo si presentò il prete.
— Non voglio — disse il malato con voce ferma.
Il prete fece un grand'atto di meraviglia e di collera.
— Delira?... — domandò volgendosi verso il marionettista.
— No, non delira: non vuole il prete, e noi siamo qui perchè la sua volontà sia rispettata.
Il prete guardò la donna.
— E voi che ne dite?...
— È la verità — rispose la misera compiendo l'atto più coraggioso della sua vita.
Il libero pensatore morì tranquillo, pensando al suo figliuolo così giovane, così bello, che lo aveva preceduto da tanti anni.
La moglie e l'amico lavarono il cadavere, e lo accompagnarono nel deposito — uno stanzone sotto il portico, con un gran tavolato appoggiato al muro, pendente in declivio, su cui giganteggiava un gran Crocifisso di legno con la barba di lana, brutto lavoro del Seicento.
Altri cinque vecchioni erano morti nella giornata, e giacevano nudi sul tavolato, coperti a mala pena da vecchie coltri.
L'apostolo ateo fu collocato nel miglior posto.
— Oh! Dio mio! povero il mio Sandro! — esclamò la vecchietta singhiozzando, vinta da superstizioso terrore.
I becchini prepararono le sei casse, strettissime, di rozzo legno....
* * *
La domenica seguente, alla solita predica dopo l'evangelo, nell'aria fredda e grigia della fine di novembre, mentre i poveri vecchioni stavano tutti intirizziti nei banchi dell'oratorio, mezzi sbalorditi dalle continue morti, dai continui funerali di quella settimana, Don Tinazza si mise a inveire tutto a un tratto, con voce tonante, contro gl'irreligiosi, contro i miscredenti, contro il garibaldino che non aveva voluto saperne de' suoi sermoni.
Da principio nessuno capiva.
La folla dei sordi che nulla sapeva, che nulla intendeva, si guardava intorno sbigottita, interrogando i volti dei vicini.... Gli ebeti sorridevano beatamente divertiti da quel gridìo, da quei gesti concitati come quando «Gerolamo» recitava la _Francesca da Rimini_, o l'apostolo ateo imprecava alla ingiustizia e alla ipocrisia.
Ma a poco a poco senza sapere, tutti furono vinti da un vago terrore, da un'inquietudine tormentosa. E la vedova sconsolata piangeva, e il suo corpo consunto tremava come tremavano le foglie secche al vento autunnale.
Seduto presso alla porta, guardando fuori nel vuoto, con gli occhi arsi, il marionettista invaso dalla collera stringeva i denti per non scattare.
INTUIZIONI OSCURE.
La carica di maestro di cappella che il Ponchielli aveva nella chiesa di Santa Maria Maggiore a Bergamo, lo chiamava abbastanza spesso in quella città, ed anche, tratto tratto, nei paeselli della provincia. Vi era un organo da collaudare? Un concorso da decidere? Il comune invocava subito l'aiuto del celebre maestro.
Ritornando da quelle gite, egli aveva sempre qualche cosa da raccontare.
Una volta fra l'altre, essendo stato in Albino, credo per giudicare di un organo nuovo messo nella chiesa parrocchiale, egli restò molto impressionato da un suo incontro con quattro donne velate. Era nello studio di un fabbriciere. Le quattro donne sedevano su quattro sedie addossate al muro; mute, immobili, vestite di nero, il capo coperto da fitti veli neri che celavano in parte il viso e scendevano in ricche pieghe lungo la persona.
Ponchielli entrò, fu fatto sedere presso al fabbriciere e la conversazione cominciò, abbastanza animata e diffusa. Durò circa un'ora.
Per tutto quel tempo le quattro donne non si mossero, non alzarono gli occhi, non pronunciarono sillaba; nè mai il fabbriciere si occupò di loro, nè le guardò. Parevano quattro cariatidi; così indifferenti, così morte al mondo, che non valesse la pena di prenderle in considerazione.
Chi erano? Che cosa aspettavano?
Mistero; buio profondo, come i loro abiti, come i loro veli, come i loro visi.
Il maestro non osò interrogare, convinto che nessuno gli avrebbe risposto. E partì, non senza avere ben frugato con gli occhi penetranti quelle quattro sfingi, e portando seco l'immagine incancellabile di quella scena.
Un anno più tardi, poco prima della sua morte, arrivando a Bergamo secondo il solito per una grande solennità religiosa, il maestro seppe che l'amico presso cui albergava in quelle occasioni era casualmente fuori di città.
Egli si preparava a recarsi all'albergo, allorchè un cospicuo fabbriciere di Santa Maria Maggiore gli offrì cortesemente la propria casa, pregandolo di accettare.
Il fabbriciere abitava in Bergamo alta, dalle parti di via Salvecchio, una di quelle antiche case dall'aspetto medioevale, che serrano il cuore al solo vederle.
Era la vigilia della festa.
Fatte alcune visite in Bergamo bassa, due o tre giri sul Sentierone, il maestro salì, verso il tramonto, alla casa del suo ospite.
Ma, fosse l'ora, fossero i nervi, od altre cause fisiologiche o psicologiche, Ponchielli fu impressionato come in nessuna altra occasione, dalla tristezza e dalla desolazione dell'antica città.
Egli saliva malinconicamente quelle vie deserte, ascoltando il rumore dei propri passi, rimbombanti nel silenzio; saliva, avviluppato da quella tetraggine medioevale che gli penetrava le viscere. Le rare persone che incontrava gli parevano ombre vagolanti piene di mistero: ombre di creature scampate miracolosamente alla fiera pestilenza che doveva aver distrutto quel popolo, deserte quelle case.
Di tratto in tratto egli si fermava a guardare l'erba cresciuta tra pietra e pietra, in certe piazzette, in certi cortili umidi, freddi; e gli usci chiusi, le finestre sbarrate.
Qua e là, una bottega sepolta nel sonno e nell'ombra, aspettava invano un compratore.
E a lui veniva voglia di essere quell'aspettato, di entrare e chiedere un abito completo del tempo della prima crociata. Dovevano averne di genuini, ed egli si figurava di girare per Bergamo, in quell'abito medioevale, assai più intonato con l'ambiente.
Nella casa del fabbriciere, casa vasta, antica e rimbombante, il pranzo fu succolento grave e lungo. I convitati, due preti ed un altro fabbriciere, collega del padrone di casa, mangiavano con raccoglimento e bevevano sodo, da buoni bergamaschi. Di tratto in tratto qualche frizzo pesante come le vivande, sollevava le grasse risate.
Finalmente, arrivata l'ora di ritirarsi, l'ospite accompagnò il maestro in una ampia camera, dov'era un letto immenso, e pochi mobili severi.
L'ombra era interrotta da quattro candele di cera, alte, da catafalco, con effetto funereo.
Inconsciamente il maestro rabbrividì. Si vide morto in quel letto; ebbe il senso aspro della fine suprema; una intuizione profonda del nulla.
Presto però il suo spirito arguto riprese il sopravento, ribellandosi alle tetre immagini. Sorrise, pensando come avrebbe raccontata quella scena agli amici; e, trovato un pezzo di candela stearica dimenticata, accese quel lume più umano, spegnendo i quattro ceri suscitatori di incubi.
Poco dopo si coricò con la speranza di riposare e dimenticare le fastidiose impressioni.
Ma la sua speranza fu vana.
Appena in letto cominciò a voltarsi e rivoltarsi.
Quel letto enorme, quell'aria di camera disabitata, e i colpi di tosse straziante che venivano dalla casa vicina, non lo lasciavano neppure appisolare o appena appisolato lo risvegliavano.
Quella tosse era di donna che non ha speranza!
Il maestro l'ascoltava tristamente, pensando a quella esistenza desolata di donna ignota, che passava nella fantasia di lui quale un fantasma di dolore e di morte.
Come doveva essere triste di trovarsi inchiodati in un letto, coi polmoni logorati, intendendo tutto, avendo la piena coscienza del proprio stato!
Riaccese il lume.
Era inquieto, nervoso. Gli pareva di trovarsi in un monastero e di non poterne più uscire.
Sepolto vivo!....
Il mozzicone di candela era agli sgoccioli; il lucignolo languiva in fondo al candelliere, mandando fiochi bagliori.
Ponchielli chiudeva gli occhi, cacciava tutte le immagini, implorava il sonno; ma un momento dopo li riapriva in sussulto e balzava a sedere sul letto.
Ora non gli restava altra alternativa che le tenebre o le candele mortuarie.
Tutto a un tratto gli parve di non essere più solo.
Le quattro donne di Albino erano entrate nella camera coi lunghi abiti neri, i veli fitti sui visi arcigni.
Egli le vedeva distintamente, sedute ai quattro angoli del letto enorme.
Lo guardavano fisso traverso ai complicati ricami dei loro veli, mute, immobili, sinistre. Egli li sentiva nelle proprie carni quegli sguardi ardenti; e il pallore di quelle faccie consumate dall'ascetismo gli faceva provare un senso d'ignoto terrore.
Invano chiudeva, per la centesima volta gli stanchi occhi; le vedeva lo stesso traverso le palpebre chiuse; sentiva la loro letale presenza, nelle folte tenebre.
Avrebbe voluto interrogarle, spinto da un'ardente curiosità; ma non osava, come quel giorno in Albino. E rimaneva immobile, soggiogato, ipnotizzato.
A poco a poco, la visione, o sogno, o fantasia, mutò forma.
Le quattro donne cominciarono a ingrandire. Su... su... salivano vertiginosamente; diventavano gigantesche, immense, indefinite. E gli ampi veli dalle pieghe pesanti si agitavano intorno ad esse come grandi ali nere.
Finalmente, le misteriose figure parevano disciogliersi, confondersi col tenebrore universale, e il maestro aveva la strana sensazione di essere portato via, avvolto in quei veli, sempre più lontano, sempre più in alto.
Tutto ciò durò un tempo che a lui sembrò lunghissimo.
Improvvisamente i fantasmi si dileguarono; le grandi ali nere non lo sostennero più; abbandonato in mezzo allo spazio infinito, egli si sentì precipitare da un'altezza vertiginosa in un baratro senza fondo.
Svegliatosi di soprassalto, balzò dal letto, si vestì in fretta e andò a passeggiare sulle mura deserte.
UN DESINARE.
Era la vigilia di Natale; Milano pareva trasformata in un vasto, enorme mercato. Mai come in questo giorno mi è sembrata vera l'osservazione, che l'umanità si divide in due grandi schiere, di compratori e di venditori, le quali s'intrecciano, si confondono, tornano a separarsi formando sempre nuovi gruppi, come le figure di un caleidoscopio.
Le strade erano piene di gente d'ogni risma: gente allegra — preoccupata — nervosa.... I bambini passavano cinguettando, con quella loro aria di beatitudine e d'inquietudine vaga, gli occhi pieni di sogni e di speranze.
Ci si pigiava davanti alle grandi vetrine e alle piccole mostre, per entrare nelle botteghe, per arrivare ai banchi, disputando, contrattando, scegliendo il meglio possibile, ciascuno nel limite delle proprie forze.... finanziarie — limite sempre ristretto relativamente ai desideri.
Come di ragione, i migliori affari erano riservati ai venditori di cose mangereccie — dal macellaio al pasticciere — ed ai venditori di giocattoli; poichè, Natale è, come si sa, una festa di famiglia, nella quale si fanno gli onori al ventre e ai figliuoli.
Il tempo essendo discreto, la passeggiata era piacevolissima per l'osservatore. Sul corso si potevano incontrare le signore eleganti, a piedi, tutte chiuse nelle loro pelliccie o nei grandi mantelli, ringiovanite dal piacere di comperare, di spendere, di preparare i doni gentili, le sorprese, il piacere degli altri che è il grande piacere femminile.
In via Santa Margherita si potevano vedere i gastronomi più raffinati, ma non egualmente ricchi, fermi davanti alle vetrine del Testa e del Rainoldi, studiando l'esposizione sapiente, fantasticando su i nomi e le forme di certi manicaretti, aspirando gli effluvi eccitanti ogniqualvolta un ghiottone più fortunato, sicuro di potersi pagare tutti i capricci, entrava in una di quelle botteghe, o ne usciva, gli occhi lucidi, il viso contento.
Non è poco interessante, per chi studia le passioni umane, lo spettacolo di un vero ghiottone nel momento in cui si prepara le sue voluttà. Ho visto una volta un famoso musicista dall'ampia circonferenza, scegliere certi salumi, aspirare l'effluvio di certi formaggi e di certe salse esotiche; e mi ritorna ancora nella memoria l'espressione singolare della sua fisonomia, di solito arguta. Bisognava vedere che importanza, che minuziosa attenzione, che serietà!
La mondana più raffinata non mette maggior passione nè studio, nella scelta delle stoffe, dei fiori, dei gioielli incaricati di far risaltare la bellezza del suo corpo.
* * *
La folla più densa, mista e screziata, la trovai al Verziere, ai mercati di piazza Santo Stefano, dove, in uno spazio relativamente piccolo, erano esposti i pollami in quantità strabocchevole, le selvaggine, il pesce, le verdure primaticcie, gli agrumi.
I rivenditori gridavano la loro merce, invitavano i passanti a comprare, insistendo, bisticciandosi, lanciando epiteti.
E sempre aumentava il frastuono. Pareva che la ressa non dovesse cessar mai. Frotte di compratori andavano via carichi; a vederli si sarebbe detto che botteghe e mercati fossero vuoti finalmente; invece, erano sempre pieni, e nuovi compratori arrivavano, più pressati, più insistenti.
I gridatori, esausti, non avevano più voce, e gridavano disperatamente con la voce strozzata.
Sulle cantonate, un uomo ritto in piedi, con la sua merce in spalla, gesticolando, dimenandosi, lanciava sempre, a regolari intervalli, il medesimo grido:
— L'unico regalo per fanciulli, signori!... l'unico regalo! Costa due soldi!...
E agli occhi ammirati dei fanciulli appariva un orologio minuscolo, le cui lancette si movevano.
Altri uomini misteriosi offrivano altri prodigi a un buon mercato veramente straordinario: il topo meccanico, il fattorino, la portatrice di pane....
Il sole tramontava, lontano, dietro alle nuvole dense; il freddo diveniva più acuto.
Tornavo a casa, la testa intronata dal rumore, sbalordito per le mille immagini diverse, entrate nel mio cervello, traverso ai miei occhi.
Pensavo involontariamente ad una città che si prepara a sostenere un assedio e teme la carestia. L'enorme quantità di provviste non poteva avere altro scopo. Il pranzo di Natale, le cene, i regali.... Pretesti, grosse burle, per ingannare il nemico!....
Quale nemico?
Chi sa!...
Ma la gente che mi passava daccanto dissipava subito il mio sogno.
Gruppi di donne venivano parlando dei regali, dei piatti che preparavano, degli invitati....
Dei rivenditori tornavano a casa, avendo esaurita la merce, le mani vuote, il portamonete pieno; comunicandosi i buoni colpi fatti, sparlando dei compratori difficili abilmente canzonati.
Altri cantavano a squarciagola, avendo anticipato sulle libazioni della festa.
In mezzo alla calca qualche figura corretta di gentiluomo affrettava il passo, apriva nervosamente la porta vetrata di un gioielliere, di un pasticciere, di un fioraio, di un negoziante di mode, e spariva.
Si accendeva il gaz. Più in alto, sulle nostre teste si imbiancavano i globi fantastici della luce elettrica, come tante lune staccatesi dal cielo.
Una nuova allegrezza, una nuova sontuosità, si spandevano. La folla impediva il passaggio su i marciapiedi.
Il tram di Porta Vittoria stazionava nel solito angolo della piazza, impudente di grettezza, ai piedi del colosso di marmo, dalle innumerabili guglie — il colosso che pare più superbo, più fantastico e maraviglioso, dacchè la parte moderna della piazza, borghesemente pretenziosa, stona di più col carattere trascendentale della illuminazione.
Entrai nel carrozzone, ancora completamente vuoto, rassegnato ad aspettare.
Le redini erano legate, la frusta riposava; forse i cavalli stiacciavano un sonnellino.
Cercai con gli occhi il cocchiere. Era giù, presso ai cavalli, piantato sui suoi stivaloni, ampi, rigidi, come due cassette di legno.
Sotto al pastrano si disegnava un corpo di atleta, dalla nuca turgida, dalla testa forte; un po' tozzo.
Una donna e un fanciullo erano arrivati presso di lui in quel momento, correndo, leggermente ansanti.
Il fanciullo si attaccò al pastrano paterno sghignazzando; allungò una manina ardita verso la pancia del cavallo.
La donna aveva tolto una calderina di latta di sotto allo scialetto, e la porgeva al marito.
— Speriamo sia calda! —
L'uomo non rispose subito tutto occupato a scoprire la calderina.
— Fuma!
Tutti e due sorrisero di compiacenza.
Il cocchiere cominciò a rimestare col cucchiaio una minestra di riso e verdura, densissima, calcata.
— Ho molta fame! — mormorò — non ho avuto tempo neppure di mangiare una mezza micca.
— Mangia presto, dunque; che non ti tocchi come l'altro giorno!
Egli scrollò il capo, e cominciò il suo desinare, in piedi, vicino ai suoi cavalli, in mezzo al rumore e al via vai della gente.
Aveva un modo singolare di empire il cucchiaio e di empirsi la bocca. Certamente doveva essere il risultato di una lunga abitudine e di uno studio particolare.
Con meravigliosa sveltezza faceva girare il cucchiaio nella calderina in modo da raccogliere la maggior quantità possibile di minestra; poi, invece di portarlo alla bocca come facciamo tutti — il che gli sarebbe stato impossibile senza impiastricciarsi il naso — appoggiava delicatamente le labbra sul mucchio della minestra, e alzava il cucchiaio, girandolo rapidamente, eseguendo insomma una curiosa manovra, in virtù della quale, a me pareva, non che egli mangiasse, ma empisse di malta e ghiaia una buca profonda e stretta, con la preoccupazione di far molto presto e di non imbrattarne gli orli.
A manovra compita, prima di prepararsi una seconda cucchiaiata, egli alzava la testa e spingeva lo sguardo scrutatore fino in fondo alla strada, che va diritta da piazza del Duomo a piazza Fontana.
Niente! Un sospiro di sollievo, e un'altra cucchiaiata colma come la precedente.