Chapter 9
Un giorno Cipriano ebbe un'ispirazione ardita. Vincendo la sua antipatia pell'Arconti, gli rivelò il suo amore per la sorella di Odoardo Selmi e i dubbi e i sospetti che gli laceravano l'anima. Roberto accolse con orecchio benevolo quelle confidenze, che non gli apprendevano nulla di nuovo, e dissipò le ombre che offuscavano la mente del giovane minatore. Egli stimava assai le virtù di Maria, ma non aveva per lei se non l'affetto che si può avere per una buona amica. Il suo cuore apparteneva ad un'altra. C'era nelle parole dell'ingegnere Arconti un tale accento di schiettezza che Cipriano ne rimase convinto e fece un passo di più; egli chiese a Roberto di usare in suo vantaggio il grande ascendente ch'egli aveva sull'animo della fanciulla. A ciò Roberto non assentì; egli non aveva nessun titolo per esercitare un'ingerenza di questa specie. Toccava a lui, a Cipriano, farsi amar da Maria; toccava a lui rivolgersi alla sola persona che avesse un'autorità legittima sulla giovinetta, a Odoardo. Cipriano si mostrò più mansueto di quello che il suo carattere violento non lasciasse supporre, e parve arrendersi alle ragioni dell'ingegnere. Se però egli avesse potuto aiutarlo in una cosa! Si sentiva superiore alla sua umile condizione; si sentiva agitato dalle inquietudini del sapere, e non aveva mai agio di scambiare un'idea, non aveva un libro che gli desse modo di colmar le lacune del suo spirito. Oh, non pretendeva di diventare un letterato! Si rassegnava a fare spropositi d'ortografia tutta la vita; la sua curiosità era d'un'indole esclusivamente scientifica; egli aspirava soltanto a coordinare, mercè qualche studio, le varie nozioni che aveva acquistato nella lunga esperienza delle miniere. Così egli avrebbe anche reso a grado a grado minore la distanza che lo separava da Maria, ora sopratutto che Maria aveva trovato chi si occupava della sua educazione. C'era un fondo d'amarezza in queste ultime parole di Cipriano, ma l'Arconti fece le viste di non accorgersene, e mise a disposizione del suo interlocutore le opere tecniche che formavan parte della sua piccola biblioteca.
Da quel momento, tra l'ingegnere Arconti e Cipriano si stabilì una certa intimità. In primo luogo si trovavano sempre in miniera, ove ormai l'ingegnere passava una buona parte della giornata, visto che le sue funzioni amministrative non gli occupavano che poche ore. Inoltre Cipriano, con la scusa dei libri, veniva spesso a casa dell'Arconti, e vi si tratteneva qualche tempo a esporre i suoi dubbi e a sollecitar spiegazioni. Era un fatto che la prontissima intelligenza sopperiva in lui alla mancanza di studi, e gli permetteva di apprendere con una singolare rapidità. Nè Roberto avrebbe voluto assumere verso il giovane soprastante l'ufficio di maestro; nè Cipriano si sarebbe acconciato alla parte umile di discepolo; nondimeno, in quei colloqui, che, se non potevan dirsi lezioni, avevano però un carattere scientifico, Roberto si prestava con vivo interesse a dirozzar la mente del minatore.
Verso Maria, Cipriano aveva mutato tattica affatto. Gentile sempre e ufficioso, non s'atteggiava più in modo così aperto ad innamorato; la vedeva anche più spesso d'una volta, la invigilava, ma sapeva nascondere la sua preoccupazione discorrendole di soggetti indifferenti. Era ormai deciso ad aspettare. E Maria lo trattava meglio quanto meno egli aveva l'aria di un pretendente; era lieta di poter manifestargli la tranquilla, fraterna affezione che ella gli aveva sempre portato. Forse non era persuasa nemmen lei ch'egli avesse dimesso tutte le sue vecchie idee; a ogni modo, godeva il presente e non le pareva vero della buona armonia stabilitasi contro ogni aspettazione fra due uomini ch'ella stimava ambidue.... quantunque in diversa guisa e in diversa misura.
Odoardo Selmi diceva:--L'Arconti fa miracoli. È persino riuscito ad ammansar Cipriano.
In quanto a lui, era contentissimo della crescente influenza che il suo amico andava acquistando nella miniera. La sua attività era tutta fisica; intellettualmente era inerte. Non avrebbe saputo rinunziare alle fatiche del corpo; rinunziava ben volentieri a quelle dello spirito. Era una gran dolcezza per lui, alla fine d'una giornata operosa, poter starsene cheto con la sua pipa in bocca, col suo fiasco di vino davanti senza bisogno di pensare a innovazioni e a miglioramenti. Ci pensava Roberto, e il Selmi gli lasciava libertà piena per le piccole cose, e per quelle di maggior rilievo gli consentiva di scrivere alla Direzione di Londra. Dal canto suo, si limitava a firmare le lettere.
A Londra s'erano accorti che una mano più vigorosa, una mente più ricca d'iniziativa aveva impresso un maggior movimento dell'usato a Valduria, e nelle lettere particolari che spedivano all'ingegnere Selmi si congratulavano con lui del nuovo impiegato. Una lode speciale era toccata all'Arconti in seguito alla relazione trasmessa a Londra; ove le sue proposte tecniche (e dico _sue_ perchè realmente appartenevano a lui e perchè Odoardo non ne dissimulava punto l'origine), sebbene non accettate tutte, avevano fatto crescer la stima ch'egli aveva saputo inspirare. Per due cose principali egli era riuscito ad ottener l'adesione della Società; per l'apertura d'una nuova galleria e per gli studi e per gli esperimenti necessari all'applicazione di un sistema da lui immaginato affine di risparmiar combustibile nel riscaldamento dei forni. Egli vi si era accinto col fervore proprio della sua tempra e della sua età, e non lo turbava punto lo scetticismo che gli spirava intorno. Si risovveniva d'un detto di suo padre: Guai a chi nei momenti critici della vita non crede in sè stesso. Sarà come un fuscello palleggiato dal vento.
Del resto, solo affatto non era. Cipriano divideva tutte le sue idee, Maria divideva la sua fede nel buon esito de' suoi tentativi. Quando Odoardo Selmi tentennava il capo e borbottava fra i denti:--Ho paura che si finirà col gettar danaro per nulla--sua sorella gli dava sulla voce:--Lascialo fare. La sa più lunga di te.--E l'ottimo Selmi assentiva:--Questo è vero.--Tutt'al più soggiungeva un _però_, come principio d'una nuova proposizione che stimava meglio di non continuare.
In pochi mesi Roberto aveva preso il _color locale_ al di là di ogni ragionevole aspettazione. Gli restava sempre una cert'aria cittadinesca, una certa nativa eleganza, ma l'antico _dandy_ era scomparso. Indossava con disinvoltura il rozzo sajo del minatore, aveva il volto abbronzito, le mani callose, e la folta barba lo faceva parer men giovine di alcuni anni. Cosa singolare, egli non rimpiangeva mai la sua vita d'un tempo, nè tradiva un soverchio disdegno verso la società di Valduria che nella domenica e nelle altre feste di precetto sfoggiava le sue grazie all'ora di messa e veniva a far visita alla sorella del signor ingegnere in capo. Il sindaco, signor Ludovici, possidentuccio sulla cinquantina, uomo timido e vano, lodava nell'ingegnere Arconti la pratica delle cose amministrative, e diceva che un giorno o l'altro lo si sarebbe potuto nominar consigliere del Comune e poi assessore. La maestra comunale, ch'era la _lionne_ del luogo, lo trovava proprio un _cavaliere_ a modo, e consacrava a lui in segreto quella parte del suo cuore ch'era lasciata disponibile dal grosso brigadiere dei carabinieri. Piccola, magra, giallognola, la signora Stella non aveva in sè nulla di luminoso, ma gli scarsi suoi pregi fisici non impedivano al brigadiere, ch'era un leone in armi e un coniglio in amore, di farle delle dichiarazioni sotto forma di sciarade. Questo esercizio erotico-letterario, a cui egli si dedicava sopratutto nella domenica, gli aveva fruttato una riputazione di poeta, della quale egli si pavoneggiava assai, quantunque dicesse modestamente di non meritarla. Era celebre a Valduria fra gli altri suoi componimenti quello sulla parola _galanteria_:
Non osservando in ver Le leggi dell'_intier_, _Seconda_ io ti dirò Se non dai retta a me Che son _primier_ con te.
Sciarada, come ognun vede, stupenda, ma un po' contraria alla realtà delle cose, perchè la signora Stella dava retta benissimo all'ottimo brigadiere; solo avrebbe preferito che le sue dichiarazioni invece di essere in versi enigmatici fossero in prosa paesana, e si traducessero in una semplice domanda di matrimonio. Questa però non era l'opinione del brigadiere, ostinatamente deciso a rimaner celibe.
Un personaggio che compariva immancabilmente la domenica a casa Selmi, e vi si tratteneva spesso a desinare, era il signor Max Rundberg, bavarese, ma domiciliato da più di trenta anni in Romagna, ove dirigeva un'altra miniera di zolfo, appartenente essa pure a una Società inglese e situata a Rignano, villaggio a sette chilometri da Valduria. Il signor Max non era uno scienziato, ma un uomo pratico sul taglio di Odoardo, rotto alla fatica e impavido davanti ai pericoli. Godeva la riputazione di gran bevitore, e quand'egli onorava la mensa dei Selmi, Maria doveva triplicare la razione di vino. Si calcolava che la quantità di liquido da lui giudicata necessaria per inaffiare il pranzo non fosse inferiore ai quattro litri. Per buona ventura, tutto questo vino trangugiato non alterava la serenità del suo animo; contribuiva soltanto a sciogliergli lo scilinguagnolo. E allora egli narrava certe storie arrischiate delle _Bierhalle_ di Monaco e vantava gli occhi, i capelli e i vari pregi palesi ed occulti delle _Kellnerinnen_ de' suoi tempi, intercalando il racconto di vivaci esclamazioni in lingua tedesca. A poco a poco il tedesco prendeva un deciso sopravvento, e il signor Max finiva col parlare interamente nel suo idioma nativo. Prima dell'arrivo di Roberto, non lo intendeva nessuno; adesso l'ingegnere Arconti era in grado di gustare quegli squarci d'eloquenza, che però non credeva opportuno di tradurre in lingua volgare. Il signor Max chiudeva le sue arringhe col vantare le dolcezze dello stato di vedovanza, nel quale per sua fortuna, _glücklicherweise_, egli vivea da quattro lustri. Dopo di ciò, egli lasciava cader la testa sul petto, intrecciava le mani sul ventre e si addormentava, russando con lo strepito d'una stufa appena accesa. Desto a capo d'un'ora circa, calcava in testa il suo _gibus_ (poich'era per lui un uso impreteribile di adoperar la domenica un vecchio _gibus_ sgangherato) e s'avviava a piedi alla sua miniera.
Queste _macchiette_ offrivano a Roberto il modo d'infiorar di schizzi gustosi le lettere ch'egli scriveva a Milano, e con le quali si proponeva di divertir sua madre e Lucilla, Lucilla sopratutto. Nella più candida affezione che l'uomo porta a una donna c'è sempre una dose di vanità; noi non vogliamo soltanto persuadere quella donna che l'amiamo, vogliamo persuaderla altresì che siamo persone di spirito e d'ingegno. In questo caso però le compiacenze d'autore erano, pel nostro Roberto, assai scarse. La signora Federica, che rispondeva per sè e per Lucilla (soltanto un pajo di volte Lucilla aveva aggiunto una riga di suo pugno), mostrava di pregiar mediocremente le descrizioni che le faceva suo figlio; o non le rilevava nemmeno, e riempiva tutti i suoi fogli di piagnistei, o, rilevandole, ne esagerava la portata, e metteva in ridicolo anche le persone che a lui non parevan punto ridicole, come per esempio Odoardo e Maria. Come va il francese di _Mademoiselle_? gli si chiedeva. Ha ella imparato a dire: _Oui, Monsieur_? Spesso la signora Federica, dopo aver canzonato la società di Valduria, si diffondeva a discorrere della vita di Milano di cui pur troppo ella non poteva approfittare, e perchè era ancora in lutto, e perchè, a ogni modo, non avrebbe avuto quattrini da far _toilette_. Le Dal Bono, invece, erano andate in tre o quattro famiglie, e Lucilla aveva sempre riportato la palma su tutte le altre ragazze. Era così bella, così graziosa, ballava così bene!
I trionfi della fanciulla ch'egli voleva far sua lusingavano da un lato l'amor proprio di Roberto, ma non potevano a meno di destargli qualche apprensione. Chi lo assicurava che Lucilla, se si metteva davvero a frequentare le conversazioni ed i balli, non finisse coll'appassionarsi troppo per una vita ch'egli non avrebbe potuto offrirle mai? Chi lo assicurava che di tante galanterie che le sarebbero suonate all'orecchio, nessuna avrebbe trovato la via del suo cuore? Ed egli non era lì per difendersi, egli non poteva nemmeno scriverle direttamente! Chi sa come sua madre riferiva a Lucilla le parole di lui, e a lui le parole di Lucilla? Pure da questo medesimo pensiero, che soleva essere un gran dolore per lui, gli veniva talvolta un raggio di conforto. Era certo la signora Federica che faceva apparir Lucilla un po' frivola; se avesse scritto ella stessa, sarebbe stato ben altra cosa.
In ogni modo, quando la mente del nostro giovinotto correva a Milano, essa ne tornava indietro piena di gravi preoccupazioni. La buona e savia Maria se ne accorgeva, e s'accorgeva sopratutto che le lettere che gli venivano da casa non lo colmavano di allegrezza. Avrebbe voluto esser la sua confidente, si ricordava ch'egli le aveva detto un giorno che avrebbero parlato insieme di Lucilla, ma non osava intavolare il discorso. Dal canto suo, egli sfuggiva quest'argomento; c'è un pudore naturale che ci fa riluttanti a esprimere i nostri dubbi sulle persone che amiamo.
Non sarebbe stato difficile all'ingegnere Arconti di ottenere un congedo d'una diecina di giorni e approfittarne per fare una corsa a Milano; ma egli sentiva che non gli era lecito abbandonar Valduria finchè rimanevano sospesi gli esperimenti da lui iniziati. Da essi dipendeva l'avvenire della miniera, ed essi non potevano riuscire che per opera sua, perchè, fuori di lui, di Cipriano e di Maria, nessuno credeva che sarebbero riusciti. Ora, non si vince quando non si crede nella vittoria. D'altra parte, lasciare, fosse pur per poco, la sopraintendenza dei lavori a Cipriano non era nè conveniente nè opportuno. Cipriano era dotato di molto ingegno, ma gli mancavano parecchie cognizioni indispensabili; inoltre, malgrado la deferenza che da qualche tempo egli mostrava verso Roberto, c'era nel suo carattere qualche cosa che impediva di fidarsene appieno.
XIII.
La battaglia in cui Roberto s'era impegnato non era di quelle che durano un giorno. Essa era cominciata già da più mesi, e l'Arconti aveva bisogno di tutta la sua energia per non abbandonar la partita. A ogni piè sospinto, sorgevano nuove difficoltà che esigevano nuovi studi, nuovi espedienti, e... nuovi quattrini. Pei quattrini era forza ricorrere a Londra, e la _Sulphur Society_, assai ben disposta sulle prime, andava a poco a poco mostrandosi più restia. Non era lontano il momento in cui alla domanda d'ulteriori rimesse si sarebbe risposto con un bel no, e quel momento non poteva non coincidere con una crisi dolorosa, per lo meno col licenziamento degli operai che s'erano arruolati in virtù dei cresciuti lavori. C'era già una vaga inquietudine nel personale. Gli ultimi venuti presentivano la loro sorte, gli altri si turbavano al pensiero d'una possibile diminuzione di guadagni in seguito alla concorrenza, che sarebbe stata fatta loro dai licenziati. Si sparlava di Roberto che, senza nessuna esperienza, aveva voluto metter sossopra la miniera, si biasimava Cipriano che, pur non potendolo soffrire, s'era lasciato prender all'amo dalle sue parolone, e finalmente si dava del babbeo al direttore, il quale si contentava d'esser capo soltanto di nome.
Nella visita ch'ella faceva a parecchie famiglie di minatori, Maria era messa a parte di queste lagnanze e di queste apprensioni e s'adoperava del suo meglio a calmarle.--Vedrete, si riuscirà; l'Arconti è un bravo giovine e non agisce alla leggera.
Una tra le più arrabbiate oppositrici era la vecchia Gertrude, la quale detestava Roberto e non perdonava a suo figlio d'avergli dato retta.--Quello lì--ella diceva a Maria--ci rovinerà tutti. Quello li è il cattivo genio di Valduria.... Va là, Mariuccia, che anche tuo fratello ha un gran rimorso sulla coscienza. Le cose non andavan bene quando il vero e solo direttore era lui? E se gli occorreva proprio un aiutante, non lo aveva pronto? Non c'era Cipriano? Il Cipriano d'una volta, veh! non quello d'adesso.... Dacchè si sciupa gli occhi e la testa coi libri, dacchè crede alle fanfaluche di quel bellimbusto, è diventato un altr'uomo.... Oh se un anno fa avessero chiamato lui, avresti visto se Cipriano si sarebbe fatto onore.... E allora anche la tua superbietta.... oh basta.... so quel che mi voglio dire.
La fede di Maria in Roberto non diminuiva, ma la sua anima era amareggiata da questi discorsi e glielo si leggeva sul viso.
--Comincia anch'ella, Maria, a non creder più in me?--le domandava tristamente l'Arconti.
Ed ella gli rispondeva pronta:--No, mai, mai, glielo assicuro.... Ma che posso far io, povera fanciulla?....
--Oh può far tanto!.... Se non altro può tener vivo il mio coraggio.
Ella arrossiva, ma queste parole le versavano in cuore una dolcezza infinita.
Chi non ha qualche volta dubitato di sè? Allorchè la meta sperata s'allontana inopinatamente, allorchè tutti ci gridano: _Avete sbagliato strada_; chi non prova un gran turbamento nell'animo, chi non prova il bisogno di ripiegarsi su sè medesimo e di chiedersi: Ho ragione io, oppure hanno ragione gli altri? Ebbene; quando l'impresa a cui ci siamo accinti è frutto d'una convinzione profonda e matura, noi trionferemo delle nostre incertezze, noi proseguiremo a ogni modo la nostra via, ma come più facile ci sarà la vittoria se un sorriso, se una parola verrà a rinfrancare il nostro spirito avvilito dallo scherno e dal biasimo della folla, se fra tanti spettatori lieti di vederci presso al naufragio uno almeno ci tenderà la mano dal lido! E che gratitudine serberemo a quest'uno!
L'animo nobile ed elevato di Roberto apprezzava Maria più ch'egli non lo dicesse a lei, più che non lo confessasse a sè stesso. I due giovani non avevano agio di far lunghe conversazioni; le lezioni di francese erano divenute assai rare, perchè i lavori della miniera assorbivano quasi tutto il tempo dell'Arconti e lo costringevano sovente anche a passar la notte fuori di casa; nondimeno, a qualunque ora egli tornasse per prendere un po' di riposo, trovava Maria che gli veniva incontro, e più con lo sguardo che con la voce gli domandava che cosa vi fosse di nuovo. E se un barlume di speranza gli balenava negli occhi, anche il viso di lei si rischiarava d'una subita luce, e se la sua fisonomia era abbattuta, ella seria, ma composta e tranquilla, gli diceva.--Coraggio, sarà per domani.--Oh perchè Lucilla non gli faceva dire altrettanto? perchè da Milano non sapevano presagirgli che disinganni e amarezze, non sapevano ripetergli che la solita antifona:--Vieni via da quella bolgia. Cercati un mestiere più da galantuomo?
Un giorno in cui Roberto prima di scendere nel sotterraneo accompagnava Maria sulla strada di Valduria ov'ella si recava per alcune spesuccie, apparve loro da lungi Cipriano.
--Non mi lasci ora--disse Maria all'ingegnere.--Mi conduca a casa. Andrò a Valduria più tardi.
E così dicendo, si fece rossa rossa.
--Come desidera,--rispose Roberto. E i due giovani ritornarono sui loro passi in silenzio.
Cipriano non li seguì, ma, prendendo una scorciatoia, giunse in due minuti alle falde della collina che Maria doveva risalire per tornare alla propria abitazione. Senza dubbio egli credeva di trovarla sola. Allorchè vide che l'Arconti era sempre con lei, aggrottò le ciglia, fece un segno d'impazienza e si dileguò di nuovo rapidamente.
Roberto, che aveva taciuto fino allora, toccò per la prima volta un soggetto delicatissimo. Si ricordava delle parole dettegli da Cipriano, si ricordava della preghiera che questi gli aveva fatto di perorar la sua causa. Egli se n'era schermito, ma se l'occasione favorevole si presentava, perchè lasciarla sfuggire? Non aveva simpatia per Cipriano, ma non poteva dissimularsene il valore, non poteva negar lode al suo contegno negli ultimi tempi.
--È cattiva con Cipriano--egli disse alla ragazza.
Ella, ch'era già rossa, divenne scarlatta e balbettò.--Io?... Perchè?
--Egli la cerca ed ella lo sfugge....
Maria non rispose.
--Eppure vi fu un tempo in cui credevo....--ripigliò Roberto.
--Che cosa credeva?--interruppe vivamente Maria.
--Scusi, sa, non dovrei entrarci....
--Ma parli, parli.
--Credevo che ci fosse un po' di simpatia fra di loro....
--Oh, signor ingegnere, perchè mi tormenta?....
--Smettiamo, se le dispiace....
--Adesso che ha incominciato!... Io sono per Cipriano quella d'una volta.... È colpa sua se lo sfuggo.... Perchè non si contenta che gli voglia bene come una sorella?
--Perchè le vuol bene più che come un fratello, ecco la ragione,--rispose Roberto.
--E allora non c'intenderemo mai--replicò la ragazza, mentre i suoi occhi s'inumidivano di pianto.--Sconsigliato Cipriano! Perchè ha voluto guastar la nostra amicizia? Non era bella? Non era santa? Non era piena di confidenza e d'abbandono?
--Eppure, cara Maria,--riprese l'Arconti--è nell'ordine naturale delle cose che un uomo desideri di sposar la donna che ama, e che la donna, anche lei, miri ad avere una famiglia sua, ad avere dei figli.
--Ma io non intendo sposarmi.
--E perchè? Sarebbe una così buona moglie, una così buona mamma....
--No, no, non mi sposerò.
--Cose che si dicono.
--Vedrà.
--O che vuol farsi monaca?
--Monaca io? mi farebbe ridere senza voglia.... Chiudermi fra quattro muri, io che amo tanto l'aria, la luce, il moto, la libertà dei campi?... Che idea!... Come se ci fosse bisogno di farsi monache quando non ci si marita.... Una famiglia propria, dice.... O non l'ho una famiglia? Non ho Odoardo, che ha tanto affetto per me e a cui devo tanto?... Per ora non si sposa nemmen lui.... Se si sposerà, sarò una buona cognata, una buona zia.... Mi parla di bambini? Si figuri se non li amo.... Ce ne son tanti in questa valle che mi fanno una festa.... Se li vedesse quando entro nelle loro case, come mi si aggrappano alle sottane, come mi si arrampicano fin sulle spalle!... E se son malati, mi vogliono al loro letto.... Me ne ricordo uno, poverino, ch'è morto, e fino all'ultimo momento voleva che gli tenessi la mano sulla fronte....
--Ha le lagrime agli occhi per quel bimbo che non le apparteneva, e dice che non vuole esser madre....
--No, no....
--Via, senta ancora una parola--proseguì Roberto infervorandosi nella sua parte d'avvocato.--Non sa che il giovine ch'ella respinge anela a una migliore posizione per amor suo, studia per essere degno di lei....?
--Oh, degno di me!--interruppe Maria.--È anzi degno di molto meglio.... Ci son tante belle ragazze nelle vicinanze.... E saran superbe d'esser corteggiate da Cipriano.... Ma mi lasci stare.... Non si ostini a una cosa impossibile....
--Nientemeno!--esclamò l'Arconti.
--Non insista, signor Roberto,--disse la giovinetta, e le lagrime, non più rattenute, le colavan giù per le guancie.--Che male le ho fatto perchè mi esponga a questa tortura?
--Male, povera Maria? del bene mi ha fatto, e tanto bene.... Ed io non posso desiderare che la sua felicità.
--Grazie di queste parole--rispose Maria con voce commossa.--Quand'è così, se ne avessi bisogno, mi difenderebbe, non è vero?
--Oh sì, con tutta l'anima.