Nella lotta

Chapter 8

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E infatti, subito dopo cena, Roberto si ritirò nella sua camera e scrisse a sua madre. Gli era convenuto rinunciare, per qualche tempo almeno, a una corrispondenza diretta con Lucilla, giacchè la signora Giulia aveva subordinato a questa condizione la sua promessa di patrocinar la causa de' due amanti. Del resto, la lettera di Roberto alla signora Federica era, per tre quarti, consacrata a Lucilla. Il nome della giovinetta ricorreva una quindicina di volte nelle sei facciate dell'ingegnere. Se Lucilla avesse veduto lui, l'antico frequentatore dei teatri e dei balli, camuffato da minatore! E poi Roberto descriveva a sua madre (e a Lucilla) la famigliuola che lo aveva accolto con tant'effusione: Odoardo un po' grossolano di gusti, ma tutto cuore, tutto ospitalità, e Maria così buona, così intelligente, così desiderosa d'apprendere. Egli s'era impegnato a insegnarle un po' di francese. Non era però bella, Maria, e quantunque fosse piuttosto alta di statura, aveva ancora l'aspetto d'una fanciulla. Che confronto con Lucilla! Pure c'era qualcheduno a cui questa Maria piaceva moltissimo. E qui Roberto discorreva di Cipriano e della vecchia Gertrude, la quale pareva in sospetto di tutti gli uomini che avvicinavano la ragazza. L'aveva vista anche lui, ed ella gli aveva fatto il viso dell'arme, la buona femmina, come a un possibile rivale di suo figlio. Che ne pensava Lucilla? Sarebbe gelosa? Lucilla, sempre Lucilla, tanto è vero che, se alla lunga la lontananza raffredda gli affetti, in principio li riscalda e li avviva.

In complesso Roberto non si mostrava troppo scontento della sua sorte. Se non fosse stata la separazione dalle persone care, a tutto il resto si poteva adattarsi. A proposito, egli stimava suo dovere di annunziare un gran cambiamento che stava compiendosi nel suo aspetto esteriore. Si lasciava crescer la barba. Non aveva pazienza di radersi da sè, e gli mancava il coraggio di affidarsi all'opera del barbiere e veterinario di Valduria. Il periodo di transizione era scabroso, ma, in meno d'un mese, egli sperava di esser di nuovo _un bel giovine_, anzi più bello di prima.

Roberto chiudeva la sua lettera col pregar sua madre di scrivergli diffusamente, e col prometterle l'invio d'un vaglia postale alla fine del mese, appena avesse incassato il suo stipendio.

Quel giorno stesso, Cipriano tornò a casa cupo e taciturno.

--Cos'hai?--gli chiese sua madre.

--Nulla--egli rispose seccamente.

Ma Gertrude non era donna da smettere così presto.

--Lo so quello che hai--ella soggiunse. Egli si strinse nelle spalle.

--È odioso anche a te lo zerbinotto venuto iersera da Milano a mangiare il pane della miniera. Dev'essere uno sciocco.

Cipriano fece un gesto d'impazienza:--Non è uno sciocco. Ecco il peggio. Quell'uomo lì diventerà il vero direttore della miniera.

Gertrude inarcò le ciglia.--E l'ingegnere l'avrebbe fatto venir qui per questo?.... Oh quel signor Odoardo non ha senso comune.... Se lo tiene in casa, anche, con sua sorella.

La vecchia aveva proprio messo il dito sulla piaga.

A Cipriano salirono le fiamme al viso.--Cosa penseresti, mamma?

--Nulla, nulla, ma sono imprudenze che una persona di giudizio non commette.

--Che l'ingegnere vagheggiasse un matrimonio di sua sorella con questo signore?

--Potrebbe anche darsi, ma s'ingannerebbe a partito. Figurati se quel bellimbusto lì è uomo da sposare una ragazza come Maria.... Sposarla, no....

--E allora?

--Allora? Metti un giovinotto senza scrupoli vicino a una fanciulla senza esperienza....

Cipriano balzò come un leone ferito, tantochè la vecchia Gertrude si pentì delle sue reticenze maligne. Le accadeva spesso con le sue parole imprudenti di andar oltre il segno.

--No, no,--ella riprese--non dar retta a me.... Ho avuto torto.... Maria è una ragazza troppo seria da lasciarsi accalappiare dalle lusinghe d'un damerino.... E poi, anche l'altro, anche quell'ingegnere l'ho accusato a caso....

E Gertrude esortava il figliuolo a mangiare la minestra ch'ella gli aveva scodellata sulla tavola.

--Oh s'egli si provasse a toccar Maria--esclamò Cipriano stringendo il manico d'un coltellaccio che portava sempre con sè.

--Per amor del cielo, Cipriano, non tiriamoci addosso i guai.... Via, la minestra si raffredda.

Cipriano diede una spinta alla zuppiera rovesciandone mezzo il contenuto, e soggiunse:--Anche stamattina era con lei....

--Sì, l'ho visto appunto allora.

--Ed ella prese ugualmente i fiori che le avevo lasciati?....

--Si è schermita un momento....

--Ah.... vedi....

--Ma li ha presi, li ha presi.... e se li è messi nei capelli....

--La mia disgrazia la so ben io qual è--proruppe Cipriano abbandonandosi sulla sedia e prendendosi la testa fra le mani--la mia disgrazia è d'essere un povero minatore.

--Oh.... come s'ella fosse una contessa....

--No, ma è più di me, è sempre una signorina in confronto.... La mia disgrazia è d'essere un ignorante. E sì che qui dentro ci sarebbe qualche cosa....

E si picchiò la fronte con le nocche delle dita.

--Perchè non mandarmi a una buona scuola in qualche grande città?--egli continuò.--Perchè non farmi istruire?

--Oh Cipriano--disse Gertrude, colpita nel cuore da questo rimprovero--come si doveva fare? Siamo sempre stati povera gente.... Tuo padre era un semplice minatore ed è morto a trent'anni; io non avevo nulla di mio.... Si è sempre campato a fatica.... Cipriano, Cipriano, non essere ingiusto.

E la vecchia, così spesso acre e maligna nel giudicare gli altri, trovava nella sua voce una nota profondamente commossa.

Ma egli l'ascoltava appena.--E adesso la differenza tra noi due si fa maggiore, adesso che c'è l'_altro_, il cittadino, con la sua eleganza, con la sua facondia, co' suoi libri. Seppur ella non lo ama, seppur egli non si cura di lei, lo sento, costui è un nuovo ostacolo alla mia felicità.... Come se non ce ne fossero già abbastanza! Ma io perchè l'amo, questa fanciulla?... Quante, più belle di Maria, sarebbero orgogliose s'io rivolgessi loro uno sguardo, un sorriso!

--Oh sì,--esclamò Gertrude, enumerando con materna compiacenza una dozzina di ragazze, che, a sentirla, ambivano la mano del suo figliuolo. E ce n'erano di ricche, di quelle che avevano dei campi al sole, mentre Maria non possedeva un soldo di dote. Fisicamente poi valevano tutte assai meglio di questa creatura esile, dai capelli corti, dalla tinta sbiadita.... Però si capiva che nemmeno Gertrude era persuasa appieno di quanto diceva. Che le ragazze da lei nominate languissero per Cipriano, quest'era naturalissimo; ma esse erano, qual più qual meno, contadine zotiche e rozze, e Cipriano si sarebbe abbassato a curarsi di loro.... Maria invece, a malgrado della sua semplicità, pareva cresciuta in un altro ambiente; volere o non volere, si doveva riconoscere in lei un essere superiore, e perciò appunto Gertrude, ch'era ambiziosa, trovava ch'ella era la sola degna dell'affetto di suo figlio.

Ond'egli non fece che interpretare il pensiero di lei quando rispose:--Che mi importa di loro? Nè io le intendo, nè esse intendono me. Esse vivono contente del loro stato, contente del mondo in cui nacquero; io no.... Ma, le poche volte che io posso avvicinarmi a Maria, mi par di respirare un'altr'aria, l'aria fatta pei miei polmoni.... Ma ella non mi ama.... oh non mi ama!

--Abbi pazienza, e ti amerà--disse Gertrude, ansiosa di calmar la tempesta ch'ella stessa aveva provocata.--Ella conosce il bene che tu le vuoi, e non lo respinge....

--Non lo respinge per compassione--ruggì Cipriano.--Perchè è dolce, perchè è soave, perchè non vorrebbe veder soffrire nessuno.... Oh da questo lato non mi somiglia.... Soffrano pure quelli che non amo.... Soffro tanto anch'io....

E mentre parlava così, nelle contrazioni del volto e di tutta la persona, gli si leggeva un dolore che ignora lo sfogo delle lagrime.

Gertrude, persuasa che, pel momento, a discorrere farebbe peggio, s'era rassegnata a tacere, e non era piccolo sacrifizio per lei. Ella rimetteva a posto in silenzio la zuppiera, e riempiva di vino il bicchiere di Cipriano.

A un tratto fu colta da un eccesso di tosse e dovette sedersi.

Nella fisonomia del giovane si dipinse una cura diversa da quella che l'aveva oscurata fino allora. Egli si alzò e si avvicinò dolcemente alla vecchia che, nello sforzo, s'era tinta la faccia di pavonazzo e dal cui petto usciva un suono cupo e profondo.

--Sempre quella tosse, mamma?

--Non è niente.... Passerà--ella rispose fra un colpo e l'altro.--Ma tu, mettiti a mangiare.... fallo per me.

Cipriano sedette di mala voglia e prese alcune cucchiaiate di minestra. Non aveva fame; pensava al suo povero amore, pensava alla sua povera mamma, e al deserto che gli si sarebbe fatto d'intorno quand'ella fosse morta. Ma nel suo animo altero e iracondo s'agitavano anche altri pensieri. Era invidia, era odio verso quelli che a lui parevano i privilegiati della fortuna e che egli avrebbe voluto schiacciare sotto ai suoi piedi.

XI.

Una lettera da Milano! Una lettera listata di nero, con un acuto odore di _patchouli_ e con la soprascritta in bella calligrafia: _All'egregio signor ingegnere Roberto Arconti.--Miniera di Valduria, in Romagna_.

Il procaccino la consegnò a Roberto una sera mentr'egli insegnava a Maria Selmi a coniugare in francese i verbi ausiliari. La lezione aveva luogo nel salottino terreno alla presenza di Odoardo, il quale se ne stava sibariticamente fumando la sua pipa, ch'egli di tratto in tratto levava di bocca per sorseggiare un bicchiere di vino. E quando deponeva il bicchiere e ripigliava la pipa, non mancava mai di dire:--Ci vuol proprio una vocazione speciale per mettersi a studiare dopo cena!

La vocazione speciale Maria l'aveva. E il suo maestro stava congratulandosi con lei del modo in cui ell'aveva ripetuto il soggiuntivo presente del verbo _essere_ allorchè l'arrivo della posta interruppe la lezione.

«Caro Roberto»--scriveva la signora Federica a suo figlio--«Sai che la tua lettera è _extrémément bourgeoise_? Si direbbe che tu vada in solluchero per codesti luoghi pieni di miseria e di sudiciume! Un giovinotto come te, avvezzo a tutto il _chic_ di Milano, avvezzo a vivere con la _fine fleur_ della società, come mai può adattarsi a un ambiente simile a quello di Valduria? Ci sei voluto andare, non hai voluto attendere un impiego migliore che con un po' di pazienza avresti sicuramente trovato, e capisco che fino a un certo punto oggi tu faccia _bonne mine à mauvais jeu_. Ma via, non bisogna prendere il Purgatorio per il Paradiso, nè dimenticare che costì ci devi rimanere meno che sia possibile. La Giulia Dal Bono, che è la _platitude_ in persona, si sbracciava ieri a provarmi che in fin dei conti è meglio che tu ti trovi bene che male. Niente affatto--saltò a dire Lucilla:--Se si trova bene, finisce col non moversi più.--E Lucilla aveva ragione.

«Santo Iddio! Quando mi figuro mio figlio in mezzo allo zolfo, al carbone, all'unto, al grasso e a tutte le altre porcherie della miniera, domando a me stessa s'è un cattivo sogno quello che faccio. Anche il mio povero Mariano ne sarebbe scandalizzato. E sì che quello lì ha lavorato pei suoi giorni. Ma alla cura della sua persona egli non ci rinunciava per tutto l'oro del mondo, e non mi ricordo d'averlo mai visto con una macchia sul vestito o con la cravatta a sghimbescio.

«E anche la gente con cui ti tocca a vivere, povero Roberto, lasciamelo dire, che supplizio dev'essere! Saranno buone creature, lo ammetto, e non ti nego che questa sia una qualità da tenersi in gran conto. Ma l'educazione, mio caro, l'educazione! Quell'Odoardo Selmi m'è bastato di vederlo una volta anni addietro per capire che zotico egli sia, e sua sorella, di cui vanti l'intelligenza, farà una bella figura in virtù del noto proverbio: Beati i monocoli in terra di ciechi! Ma, in nome del cielo, cosa può essere una ragazza la quale, ai tempi che corrono, non sa una parola di francese?

«S'è riso con Lucilla dell'idea _saugrenue_ che t'è venuta di dirozzare questa mezza selvaggia, e ti auguriamo buona fortuna. Ma vedrai che sarà un pestar l'acqua nel mortaio. Bada piuttosto che il ciclope sentimentale il quale spasima per _mademoiselle_ non ti mangi vivo, e che la sospettosa madre di lui non ti graffi gli occhi.... In quanto a Lucilla, credi pure ch'ella non è gelosa. Ella non fa questo onore alla tua scolara.

«Ma parliamo d'altro. Lucilla la vedo quasi ogni giorno, e sta bene. Ieri la ho accompagnata da _Madame Chaillon_ a ordinarsi un vestito. È il primo ch'ella si fa dalla Chaillon, e non c'è voluto poco a persuadere il signor Benedetto che una ragazza come Lucilla ha diritto d'avere almeno un abito all'anno fatto da una brava sarta. Scelsi io la stoffa ed il taglio sull'ultimo figurino di Parigi.... Immaginati un _piquet_.... oh ma c'è proprio sugo a discorrer con te di questa roba!... La Chaillon mi diceva: E lei, madama Arconti, non comanda nulla? Mi son sentita una stretta al cuore a pensar che una volta commettevo due o tre _toilettes_ ogni stagione e che adesso invece mi tocca prolungare il lutto intero per non aver quattrini da farmi un vestito da mezzo lutto. Caro Roberto, ciò che ti proponi di mandarmi ogni mese è molto se si considera il tuo stipendio, ma come si può tirare avanti così? È necessario, è indispensabile che tu cerchi una posizione migliore. E intanto non far troppo il puritano, e lasciami mangiar la mia dote a porzioni meno omeopatiche. _Il faut bien vivre._

«T'assicuro che anche il tenere una sola persona di servizio alla lunga non va, non va assolutamente. Ho dovuto licenziar la Teresa, che cucinava abbastanza bene, ma non sapeva introdurre con un po' di garbo le visite in salotto. Quella che ho preso ora, invece, il garbo l'ha, ma non riesce a portarmi in tavola un piatto che non sappia di fumo. È una disperazione. A ogni modo capisco che la terrò in virtù _de sa bonne mine_.

«Delle mie relazioni non posso lagnarmi. Anche venerdì ebbi quasi una dozzina di signore, e fra queste la marchesa Trivelli e la contessa Lippi. E tutte queste visite dovrò restituirle a piedi, o in un _fiacre_, che è ancora peggio. È dura, assai dura. Una dama che si rispetta non è possibile che stia in Milano senza carrozza propria. Per me è una mortificazione che mi accorcia la vita... Ma finirà. Mi dirai visionaria, ma ho il presentimento che finirà presto. Al primo del mese venturo c'è l'estrazione della gran lotteria, e scommetterei che sortirà uno dei nostri biglietti. Qualcheduno deve pur vincere; e perchè non possiamo noi esser quelli che vinceranno?

«L'altro ieri fui al cimitero a deporre una ghirlanda di semprevivi sulla tomba del tuo povero babbo. Credimi, Roberto, l'epitaffio che hai fatto incidere sopra la lapide è troppo semplice. Mariano Arconti meritava di meglio. E tu dirai ch'è vanità, ma già io non so rassegnarmi all'idea che non si sia eretto un piccolo monumento all'uomo che abbiamo perduto. Se non si voleva ricorrere al Vela, c'era il Barzaghi, che ha finito testè il busto di Giovanni Romilli commessogli dalla vedova. E quel busto di marmo di Carrara, lo collocheranno a giorni sopra un cippo di _bardiglio_ a poca distanza dalla tomba di Mariano. Giovanni Romilli che guarda d'alto in basso Mariano Arconti! Son cose da far strabiliare.

«Del resto, mi assicurano che all'_Unione_ ci sia _dégringolade_ completa. Ne ho piacere per quella petulante della nuova _direttoressa_, che appena si degna di salutarmi quando m'incontra.

«Milano è un mortorio. Fa già un gran caldo, e non c'è uno spettacolo tollerabile. Parlo _par oui dire_, perchè, come puoi credere, io non andrei a teatro nemmeno se ci fosse la Patti. Per solito, sto la sera a casa, e t'assicuro io che m'annoio. Brigola continua a spedirmi i nuovi romanzi francesi, che rimando tali e quali. È molto se ogni mese ne trattengo uno. Sfido io a prendermi il lusso dei libri con quegli avanzi che ho.

«Per due giorni ebbi la compagnia di un bel pappagallo che m'era stato ceduto a buon prezzo da un signore che va a stabilirsi a Firenze. Son così sola che quella bestia mi sarebbe stata carissima, ma ho dovuto sbarazzarmene rivendendola a metà del costo. Figurati! Aveva imparato a dir tante parolaccie da far arrossire un soldato di cavalleria.

«Oh, ma è tempo di por termine a questa lettera _décousue_. Mille saluti di Lucilla e di sua madre. Mi dimenticavo dirti che una sera alla settimana gioco alle carte col signor Benedetto. È una seccatura messa a frutto.... Sono una buona madre, io.... Gipsy ha imparato a starsene ritta sulle due zampe di dietro, e in compenso di questa sua bravura io le ricamerò un collarino nuovo.

«Addio, addio. Leoni t'ha scritto? A me non venne ancora a far visita! Non si degna forse? Addio.

«_La tua affez. mamma._»

«_P.S._ A proposito, scordavo il meglio. Lucilla ed io disapproviamo assolutamente la tua risoluzione di lasciarti crescer la barba. Ma già codesto soggiorno ti fa diventare un uomo selvaggio».

Allorchè Roberto s'era accinto a leggere la lettera di sua madre, Maria aveva chinato lo sguardo sul suo libro di temi. Però, mentr'egli scorreva rapidamente i foglietti vergati dalla signora Federica, gli occhi della giovinetta s'erano alzati più di una volta dal quaderno e avevano cercato di indovinare nella fisonomia dell'ingegnere l'impressione prodotta in lui da quella lettura. Una lettera della mamma? Pareva a Maria che dovesse di là sprigionarsi tanta dolcezza quanta può venirne da cosa alcuna nel mondo. Una lettera della mamma! Oh se anche a lei fosse dato riceverne! Con che festa l'accoglierebbe! Con che delizia pascerebbe lo sguardo nei rozzi e disadorni caratteri di quella sua diletta!... Ma pur troppo la sua mamma non le avrebbe scritto mai, pur troppo la sua mamma era morta. Invece Roberto, lui felice, aveva la sua mamma viva, ed ella gli scriveva in foglietti profumati di _patchouli_, e la sua calligrafia era elegante come la sua persona, ed ella aveva lasciato correr la penna sulla carta e gli aveva senza dubbio parlato di mille cose interessanti e di quella che lo interessava più di tutte, di Lucilla. O perchè il viso di lui, invece di atteggiarsi alla gioia, si atteggiava allo sconforto, perchè talvolta sulla sua fronte passava una nuvola, come un segno d'impazienza e di dispetto?

--Non ha mica ricevuto qualche cattiva notizia?--chiese Maria appena egli ebbe ripiegata e posta in tasca le lettera.

--No, grazie,--egli rispose.--Tutt'altro.

E compose il labbro a un sorriso, ma era un sorriso così languido, così forzato che metteva in maggior risalto l'espressione di mestizia diffusa in tutto il suo volto. Nello stesso modo il raggio di sole che sbuca furtivo e timido dalle nuvole fa spiccar di più la tristezza d'una giornata d'inverno.

Maria non aveva diritto di chiedere altre confidenze; anche in questa occasione forse ella era stata troppo indiscreta. Era un difetto che non s'era accorta di avere prima della venuta dell'ingegnere Arconti.

Arrossì, e sfogliò con mano distratta il libro che teneva davanti a sè.

Roberto si alzò dalla sedia, e porgendo la mano alla giovinetta,--Non mi tenga il broncio,--le disse,--se oggi interrompo la lezione più presto del solito. Ci rifaremo domani sera... Voglio lavorare ancora un poco... Buona notte... Addio, Odoardo.

--Oh,--borbottò il Selmi che aveva chiuso gli occhi e stava per prendere sonno con la sua pipa in bocca.--Buona notte, Roberto.... È già ora di andare a letto?

--Forse no, ma vado a finire la relazione da spedirsi a Londra.

--Ih! Che furia....

--Cosa fatta capo ha.

Odoardo stirò le braccia, mise un lungo sbadiglio e soggiunse:--Tutti i gusti son gusti.

L'ingegnere Arconti accese una candela ed uscì.

Giunto che fu nello studio, tirò fuori macchinalmente da un cassetto un mucchio di carte e sedette davanti alla scrivania. Per qualche tempo non gli venne fatto di raccapezzare un'idea. Era lì immobile, coi gomiti appoggiati al piano della tavola, col viso nascosto fra le palme. I bei conforti che gli venivano da Milano! I belli incoraggiamenti a proseguir la sua via! Ma non doveva aspettarselo? Sua madre non era stata sempre così? Ebbene, è vero, doveva aspettarselo; tuttavia egli non aveva rinunciato alla speranza che a poco a poco ella fosse andata formandosi un più giusto concetto della situazione, ch'ella avesse finito col render giustizia a suo figlio. Follie! Come se una donna potesse cambiar indole a più di quarant'anni! Ma Lucilla almeno avrebbe dovuto considerar le cose da un altro punto di vista, e invece, pur troppo, era evidente che Lucilla si trovava all'unissono con la signora Federica. Roberto ebbe un momento d'abbandono, di sfiducia tetra e desolata; ma ben presto lo sovvenne la sua consueta energia. No, no, egli non aveva il diritto d'esitare, non aveva il diritto di dubitare di sè, della rettitudine della sua condotta e de' suoi propositi. Quand'anche gli mancasse ogni altro appoggio, quand'anche si sentisse come un naufrago nell'Oceano, la sua tavola di salvamento egli l'aveva. Era il lavoro. S'immerse nelle sue carte, concentrò tutte le forze della mente nella relazione che s'era prefisso di compiere in quella notte; non volle pensar ad altro, e riuscì a non pensar ad altro. Le idee che si eran fatte tanto aspettare accorsero in folla, e la forma si piegò docile ad esprimer le idee. Egli scrisse per più ore di seguito, e, quand'ebbe finito, rimase sorpreso egli stesso dell'opera sua. Gli pareva davvero impossibile d'esser lui l'autore di una memoria, che nel nitido stile acconcio agli affari riassumeva tutti i dati principali della gestione della miniera e dava una guida sicura per non ismarrirsi in un labirinto di cifre. Questa virtù della perspicuità egli l'aveva ereditata dal padre suo, e nel rileggere il suo manoscritto un'intima voce gli diceva che suo padre non avrebbe rifiutato di apporvi la propria firma. Oh, come gli sarebbe stata dolce in quell'istante una parola di suo padre, un sorriso, una lode! Tuttavia la coscienza che se il cavalier Mariano fosse vissuto, quella lode non gli sarebbe mancata, il convincimento ch'egli aveva di meritarla, gli riempiva l'anima d'un'ineffabile dolcezza. Sua madre e Lucilla calunniavano la sua vita dipingendola come gretta e prosaica; agli occhi di lui essa era illuminata dalla forte poesia del dovere, e tutti gli scherni del mondo non potevano bastare a fargliela tenere a vile.

XII.