Nella lotta

Chapter 5

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--Lo manderò pei fatti suoi....

--Non ti lusinga dunque una gran ricchezza, un bello stemma di nobiltà?...

--E torni sempre a battere lo stesso chiodo. T'ho detto di no.... Mi basta esser _madama_....

--Perchè _madama_?

--Via, _signora_, la _signora_ Arconti. Va bene?

--Oh va tanto bene.

E il colloquio finiva con un bacio scoccato da Roberto sulle floride guancie della sua fanciulla.

Pure l'Arconti aveva i suoi momenti di scoraggiamento. Promesse d'impieghi futuri ne aveva in gran quantità, ma le promesse non si cambiavano in fatti, ed egli, assestate ormai alla meglio le cose domestiche, sentiva di non poter restare in ozio. Avrebbe avuto i suoi libri, i suoi studi; ma era inutile. Guai a lui se cedeva alle lusinghe d'una vita puramente intellettuale!

Un giorno, mentre rovistava alcune carte, il suo sguardo tornò a cadere sopra un biglietto da visita che aveva già attirato la sua attenzione--_Odoardo Selmi, miniera di Valduria, in Romagna._--Aveva scritto a tanta gente; perchè non poteva scrivere anche a questo vecchio condiscepolo che s'era ricordato di lui? Se ci fosse un'occupazione alla miniera?

Non potè a meno di riflettere che sarebbe stata un'occupazione poco allegra, per lui sopratutto, avvezzo alla vita di Milano, ma scacciò subito da sè questa pensiero. O che aveva il diritto di cercare un'occupazione allegra? Qualunque fosse, pur che onesta, doveva esser la benvenuta. Non esitò più e scrisse la nuova lettera. Il suo amico Leoni era insieme a lui quand'egli la gettò in una cassetta postale.--Sai che numero ha questa lettera, a contar dalla prima che ho spedita per raccomandarmi?

--Che numero?

--Centoventitrè. E sai a chi è diretta?

--Come vuoi che lo sappia?

--A Odoardo Selmi.

--Oh diavolo?.... E speri ch'egli possa....

--Trovare un posto per me nella sua miniera.... Sia un posto d'ingegnere, sia un posto nell'amministrazione, fa lo stesso....

--Andresti a seppellirti a Valduria?

--Perchè no?

--E tua madre?

--Resterà qui. Ella non lascerebbe certo Milano....

--Ma dev'essere una gran vita di privazioni la vita di miniera....

--Ho meno bisogni che tu non creda.

Leoni non seppe trattenersi dal guardarlo con una certa maraviglia.

--Oh!--disse Roberto--tu non puoi capacitarti.... Guardi alla mia _toilette_ accurata, alla mia aria da zerbinotto.... È vero, nei primi giorni del mio dolore non pensai a mutar sarto pel mio abbigliamento di lutto; è vero, ho ancora l'apparenza elegante.... Non si può cambiar natura in ventiquattr'ore.... Aspetta un poco, e vedrai.... Intanto non ti sei accorto che non fumo più d'un sigaro al giorno?

--Pazzie!

--Non sono pazzie.... Ne fumavo sei o sette.... È un risparmio da non disprezzarsi.... Se poi fossi nelle miniere, capisci che, per amore o per forza, bisognerebbe romperla con le vecchie abitudini.... È per questo, vedi, che quasi quasi m'innamoro d'un impiego che mi strappi per qualche anno alla vita cittadina.

Leoni chinò il capo in silenzio.

--Del resto--soggiunse Roberto--val proprio la spesa di discorrere della mia partenza per la miniera.... Vedrai che è un'altra lettera sprecata.... C'è una iettatura per me.

VII.

Questa volta Roberto s'ingannava. Prima che passasse la settimana, egli riceveva una lunga lettera da Odoardo Selmi. Era uno scritto in cui si rilevava l'uomo un po' rozzo, ma franco, buono, modesto. Egli cominciava col chiedere scusa al suo condiscepolo di non avergli mandato una riga in occasione della morte del padre, e col lagnarsi che Roberto avesse aspettato tanto a ricorrere a lui. Poi narrava la sua vita da un anno a quella parte. Una fortunata combinazione l'aveva fatto divenire ingegnere capo della miniera di zolfo di Valduria, ed egli viveva abbastanza contento di quell'eremitaggio insieme con sua sorella Maria, ch'era la sola persona di famiglia che gli rimanesse. C'era da lavorar molto, e, in confidenza, egli si sentiva inferiore all'ufficio. Adesso la Direzione che risiedeva in Londra (poichè la miniera apparteneva alla _Sulphur Society_ residente nella metropoli inglese) gli aveva concesso di prendersi un aiutante per le funzioni amministrative. Però a questo nuovo impiegato non gli si permetteva di assegnare che 200 lire al mese. Poteva convenirgli questa posizione? In caso affermativo, era sua. Avrebbe avuto alloggio nel locale stesso abitato dal Selmi e spettante alla miniera. Badasse bene però che il luogo era inospite e non presentava altra attrattiva che quella di qualche punto di vista e d'un'aria eccellente. Società, come poteva credere, non ce n'era affatto. Il meglio che restasse da fare, finito il lavoro, era di bere un buon bicchier di vino e di andarsene a letto. La festa si poteva giocare alle boccie e passeggiar pei monti. Nella miniera la vita era dura e faticosa; nell'amministrazione ci sarebbe stata minor fatica ma più noia, appunto in ragione del maggior numero d'ore di libertà. Per chi era avvezzo alle mille distrazioni cittadine l'abituarsi a questa nuova esistenza era un affar serio. Anche a lui, che pure era stato sempre un uomo selvatico ed era nato da quelle parti, anche a lui i primi mesi di soggiorno lassù eran parsi un supplizio. Pensava agli anni del Politecnico, alle allegre brigate, alle belle donnine di Milano, e aveva giorni d'uno _spleen_ terribile. Ma a poco a poco s'era assuefatto e ora non si lagnava più. Insomma Roberto pesasse il pro e il contro, e gli rispondesse quanto prima gli era possibile. Non aveva bisogno di dirgli che lo avrebbe accolto a braccia aperte.

Roberto non esitò un momento, non consultò nessuno, e rispose accettando con infinita riconoscenza l'offerta, e annunciando che sarebbe partito per Valduria anche subito, se la sua presenza era necessaria. In caso diverso fissava il giorno del suo arrivo al primo di maggio. S'era allora verso la metà di aprile.

Egli era dunque riuscito finalmente. Lo aveva questo impiego tanto desiderato. A ventitrè anni, dopo esser vissuto sino a quel tempo nella persuasione d'esser ricco, egli aveva saputo adattarsi al suo stato e mettersi in grado di non dipender da nessuno. Duemila quattrocento lire all'anno erano pochine assai, specialmente per chi dovesse anche aiutar la madre, ma in ogni modo si trattava di cominciare. L'alloggio, tenendo conto dell'offerta di Odoardo, non gli sarebbe costato nulla; pel vestito se la sarebbe cavata a buon mercato, chè egli non doveva già far la corte alle belle di Valduria; tutto si riduceva quindi a mangiare, e quelli non eran paesi ove si rischiasse di rovinarsi per le delicatezze dei banchetti luculliani.

La prontezza con cui Odoardo Selmi era venuto in suo soccorso lo commoveva. Tanti amici di suo padre, tanti amici intimi suoi non avevano saputo far nulla per lui, e questo condiscepolo dimenticato accoglieva la sua domanda con una sollecitudine piena di fiducia e d'affetto. Ebbene, egli avrebbe saputo mostrarsi degno di questo affetto e di questa fiducia. Avrebbe messo al servizio di Odoardo tutto il suo ingegno, tutte le sue cognizioni. Non sarebbe, no, alla lunga rimasto a far lo scribacchino, avrebbe anch'egli affrontato coraggiosamente i pericoli della vita sotterranea, e avrebbe spiegato tanto coraggio, tanta energia che la sua opera non avrebbe potuto essere inavvertita. E in capo a un paio d'anni, con una posizione certo migliorata, si sarebbe presentato ai Dal Bono, dicendo:--Ormai sono un uomo, eccomi a sposar Lucilla.... Lucilla! Qui c'era un punto nero. Era possibile che Lucilla si adattasse a vivere accanto a una miniera? E se vi si fosse adattata lei, era sperabile avere il consenso della famiglia? A questo pensiero, gli entusiasmi di Roberto si raffreddavano notevolmente, e gli era forza ammettere che l'impiego da lui conseguito non poteva esser che provvisorio, e che se voleva sul serio sposar Lucilla, bisognava che in un termine non troppo lungo egli se ne trovasse un altro. Era la prima volta che il suo matrimonio gli si affacciava sotto forma dubitativa.

Egli non s'era punto illuso sull'effetto che la sua risoluzione produrrebbe su sua madre e sulla ragazza da lui amata. Agli occhi loro non c'era scusa per lui, o, a meglio dire, ce n'era una sola, era divenuto pazzo addirittura. Chi avesse un grano di sale in zucca non consentirebbe mai a principiar la sua carriera sotto sì tristi auspici. C'era proprio sugo ad aver studiato tanti anni, a esser stato fra i primi della scuola per finir poi a tener i conti d'una miniera, o, peggio ancora, a scendere in fondo ai pozzi cogli operai a rovinarsi la salute e a rischiar la pelle! Come se gli mancasse il pane da mettersi alla bocca, come se non potesse aspettare fintantochè offrivano anche a lui la direzione d'una Banca, o una cattedra d'Università. Professore d'Università, _transeat_; ma scribacchino di miniera!

La requisitoria della signora Federica era la più severa e stringente. Per poco ella non si persuadeva che suo figlio era un mostro di perversità. Intanto dalle strettezze a cui l'aveva condannata si capiva benissimo ch'egli aveva il brutto difetto d'essere avaro. Però un avaro pieno di contraddizioni. Perchè aveva sdegnato d'insistere presso la Società _L'Unione_, per un componimento più vantaggioso? Perchè non cercava di propiziarsi il signor Dal Bono e non tentava di farlo aderir subito a un matrimonio che avrebbe rimesso a galla la barca sdrucita? Le signore Arconti e Dal Bono avevano in sociale _una idea_. Con un contegno più modesto, più umile, Roberto avrebbe potuto indurre il signor Benedetto a tenerlo presso di sè per la contabilità dell'amministrazione, per la riscossione degli affitti, ecc., ecc. E allora tutto il rimanente sarebbe venuto da sè. Ma solo a parlarne di lontano a Roberto, la signora Federica aveva provocato una tempesta sul suo capo. Evidentemente, Roberto, oltre che avaro, era orgoglioso. Senonchè qui pure c'era la sua contraddizione. Era orgoglioso e accettava il posto offertogli da quell'insignificantissimo Selmi che la signora Federica si rammentava d'aver visto una sola volta e che l'aveva colpita per la sua goffaggine e la sua ineleganza! Sì, Roberto era un orgoglioso incoerente; pur troppo non aveva logica. Ma c'era di peggio. Egli era un egoista. Fittosi in capo una cosa, la faceva senza preoccuparsi del dispiacere recato agli altri. Lasciava sua madre, lasciava Lucilla, non voleva pensare che a sè. Un egoista, un vero egoista. Roberto non amava nessuno. Prometteva di mandar a casa ogni mese quasi tutto il suo stipendio, ma col danaro non si curano le piaghe morali. Roberto non aveva delicatezza di sentimenti. Gli pareva di essersi sdebitato di tutto dicendo a sua madre: Provvederò io a parte del tuo mantenimento. Roberto era cattivo, era cattivo pur troppo, e che pensiero è più triste di questo per un cuore materno? Quand'era giunta a siffatta conclusione, la signora Federica pigliava l'atteggiamento di Niobe. S'avvicinava il primo di maggio, e Roberto, non lieto ma risoluto, faceva i suoi preparativi per la partenza. Dalla raccolta de' suoi libri, che nella nuova casa stavano a disagio, egli trasceglieva i più cari, i più necessari al suo spirito e li collocava in una piccola cassa che avrebbe portato seco. Erano, per un terzo, volumi scientifici, pegli altri due terzi opere di letteratura, di poesia sopratutto. Oh la poesia egli l'amava tanto! Trovava in essa tanti conforti! E come ne avrebbe avuto bisogno nelle solitudini di Valduria, lì senza una persona con cui discorrer mai d'arte, d'ideale, chè Odoardo Selmi era un cuor d'oro, ma non aveva forse letto due versi in vita sua!

Un altro oggetto prezioso il giovine Arconti aveva messo insieme a' suoi libri prediletti. Era il suo album di fotografie, quell'album ove c'erano i ritratti de' suoi genitori, de' suoi amici, e ove c'era il ritratto di Lucilla, Lucilla nel fiore de' suoi sedici anni, con la testina leggermente piegata da un lato, cogli occhi scintillanti, con un sorriso malizioso sul labbro.

Oh il giorno in cui egli s'accomiatò da lei, essa non lo aveva più il sorriso sul labbro! Era combattuta fra il dolore e il dispetto! Pareva anche a lei che Roberto fosse reo di una colpa ben grave.--Non dovrei nemmeno volerti bene, non dovrei nemmeno salutarti--ella gli disse.--Anzi, non ti voglio bene....

--Oh Lucilla, è una bugia--interruppe Roberto seguendo con lo sguardo una lagrimetta che le colava giù per la guancia.

--Cosa c'è'?... Non è vero, non piango--ella rispose.--Anzi, sì, piango, ma di rabbia.... Va via, sei cattivo.

E intanto altre lagrime più grosse le rigavano il viso.

--Oh Gipsy è molto più buona--continuava la ragazza, carezzando la cagnetta che le scodinzolava vicino e si stropicciava il muso sul suo vestito.

--Guarda--riprese Roberto afferrando la mano di Lucilla.--Tu mi dai un dolore che non ha nome. Credi tu che non significhi nulla per me lo staccarmi da tante cose care? Eppure tu potresti con una parola rinfrancare il mio spirito, farmi lieto quasi....

Lucilla si strinse nelle spalle.

Egli proseguì.--Se tu mi dicessi: «Capisco che quello che fai lo fai per il meglio, capisco che lo fai anche un poco per me, capisco che non puoi agire diversamente,» se tu mi dicessi questo, oh sentirei nel mio animo raddoppiarsi la lena, mi sentirei sicuro di vincere ogni ostacolo.

--Non lo dirò, non lo dirò--proruppe Lucilla battendo i piedi con dispetto infantile.

La signora Giulia, che assisteva al colloquio, interpose una buona parola.--Andiamo, ragazzi, non bisticciatevi adesso. Siete ostinati tutti e due, e già non vi persuadereste.... Per me, non so chi abbia torto e chi abbia ragione.... Speriamo nell'avvenire.

L'ottima signora Dal Bono era una natura un po' inerte, che avrebbe sempre voluto contentar tutti. In fondo, ella subiva il fascino di sua figlia; con suo marito non si metteva mai in contraddizione aperta, ma gli opponeva quella resistenza passiva ch'è l'arma più efficace dei deboli. Per Roberto ell'era, in complesso, una fida alleata; aveva sempre vagheggiato il matrimonio di lui con Lucilla, nè le mutate fortune degli Arconti le avevano fatto cambiar opinione. Desiderava sinceramente la felicità di sua figlia, e le pareva che questa felicità potesse dargliela meglio Roberto che qualche sposo sconosciuto di gran censo e di gran lignaggio. Però la lotta non era il fatto suo. Chiudeva volentieri gli occhi, e, come aveva detto poc'anzi, sperava nell'avvenire.

Nel giorno stesso in cui Roberto disse addio a Lucilla e alla signora Giulia, egli volle prender commiato anche dal signor Benedetto, che avrebbe fatto molto volentieri a meno di questa visita. Il signor Benedetto era nel suo studio, ritto dietro a un banco, cogli occhi sprofondati nelle pagine d'un grosso e polveroso registro. Aveva in testa un berretto di velluto nero col fiocco di seta, indossava una lunga vesta da camera di lana grigia alquanto sgualcita, teneva aperta sul banco alla sua destra la tabacchiera da cui fiutava prese abbondanti che ricadevano in parte sulla pagina 114 del suo libro mastro, e precisamente sulla partita relativa alla casa via Maravigli N. 37. Quantunque facesse abbastanza caldo, tutte le finestre della casa erano ermeticamente chiuse, e pareva d'entrare in una serra.

Convinto che la troppa commozione fa male alla salute, il signor Dal Bono accolse Roberto con un riserbo pieno di decoro.--Sicuro--egli disse--benissimo fatto ad accettare un impiego fuori di Milano.... Speriamo buona fortuna.

Il signor Benedetto evitava i pronomi, perchè non voleva incoraggiar troppo le confidenze di Roberto dandogli del _tu_ come il solito e non sapeva d'altra parte come fare a dargli del _lei_.

Roberto faceva il possibile per essere espansivo, per tirare il discorso sull'avvenire.--Oh lavorerò senza tregua; nessuna fatica mi parrà troppo penosa, nessun pericolo troppo grave.

--Ventisette e sette trentaquattro e porto tre--disse il signor Dal Bono continuando una somma. Poi alzò lentamente il capo.--Già.... anzi....

Temette di esser troppo laconico, e proseguì.

--Per fortuna la mamma non è sprovvista affatto.... e un giovine solo fa presto ad accomodarsi.

Il circospetto signor Dal Bono aveva senza volerlo offerto all'Arconti l'addentellato per mettere in campo un argomento scabroso.

--Oh ma io non intendo di esser sempre un giovine solo.... Intendo farmi una famiglia.

--Male--rispose il signor Benedetto dopo qualche esitazione.--Che le donne si maritino, sta bene, ma che gli uomini prendano moglie....

E si fermò qui, forse perchè stentava anch'egli a capire questa singolare condizione di cose, in cui le donne prenderebbero marito senza che gli uomini prendessero moglie.

Ma Roberto ormai era bene avviato.--Quando si ama ardentemente una fanciulla onesta, signor Benedetto, ciò che si desidera sopra tutte le cose al mondo è di sposarla.

--Amare, amare!--disse il Dal Bono, cacciandosi su pel naso una presa di tabacco.--Sono riscaldi di fantasia, sono fuochi di paglia.

--Oh non creda--proruppe il giovine, che non sapeva più contenersi.--E poi a che servono tutte queste circonlocuzioni? Lei sa benissimo chi amo, chi ho sempre amato, chi amerò sempre.... Amo sua figlia....

Il signor Benedetto, che s'era immerso più che mai nella contemplazione della pagina 114 del suo libro mastro non potè far a meno di scuotersi.--Oh! Ah!... Via, ragazzate.... Son cose da dirsi, son cose da pensarsi in questi momenti, con tanto bisogno di attendere al serio?...

--L'amo--continuò l'Arconti, curandosi poco dell'interruzione--l'amo, ma di quell'amore che può aspettare degli anni perchè è sicuro di sè.... E quando mi ripresenterò a lei e le tornerò a esporre la mia ferma intenzione di sposar Lucilla....

--Ma.... adagio....

--Allora, signor Benedetto, dovrà dire: se l'è meritata.... Stia sano, signor Benedetto, e a rivederci.

--Servitor suo.... Però.... mi pare....

Ma Roberto, che si sentiva scoppiare davanti a quell'uomo subdolo e pauroso, aveva già lasciato la stanza. Dal canto suo, il signor Dal Bono si rassegnò molto facilmente a inghiottire il discorsetto che egli voleva fare al bandanzoso giovinotto. Già quegli Arconti gli avevano suo malgrado inspirato sempre una gran soggezione. Erano nature energiche, trattenute a vero dire nei loro impeti, ma in cui si capiva ad ogni modo che c'era una polveriera disposta ad esplodere.

--Intanto se ne va via--riflettè il signor Benedetto--e questo è l'essenziale.... Il tempo.... la lontananza.... le distrazioni faranno guarir Lucilla.... Il meglio sarebbe maritarla addirittura ad un altro, ma prima di tutto ella non acconsentirebbe, e poi che fretta c'è di tirar fuori la dote?

VIII.

Un vetturale con una timonella a un cavallo attendeva Roberto alla stazione più vicina a Valduria. Odoardo Selmi sarebbe venuto in persona a incontrarlo, ma le sue occupazioni glielo avevano impedito, e se ne scusava con una riga gettata giù in fretta.

Con una miglior disposizione d'animo il giovine Arconti avrebbe potuto ridere dei fianchi prominenti del quadrupede, del naso fenomenale del cocchiere e della costruzione primitiva della carrozza. Invece, con la malinconia ch'egli aveva intorno, quella vista non fece che contristarlo di più. Nè mancarono altre ragioni a crescere la sua noia. Il baule ch'egli aveva portato seco non potè esser collocato a posto che con immensa fatica, e in mezzo alle imprecazioni del cocchiere Andrea, il quale non intendeva come un ingegnere non avesse misurato da Milano la capacità della vettura con cui doveva far l'ultima parte del suo viaggio. In quanto alla cassa di libri bisognava assolutamente lasciarla alla stazione; la si sarebbe ritirata il dì appresso.

La carrozza procedette per tre quarti d'ora lungo la strada postale, sollevando con le ruote nembi di polvere. Indi essa prese una stradicciuola angusta, sassosa, che saliva con leggero pendìo verso il monte. Il cavallo correva un tratto, poi abbassando la testa, andava innanzi al passo, con le redini allentate sul collo. Andrea fumava, e la punta del suo naso monumentale compariva e scompariva a vicenda tra i globi di fumo come la cima d'una montagna circonfusa di nuvole. Ogni momento la vettura, ch'era priva di molle, urtando contro una pietra più grossa, dava un sobbalzo e palleggiava Roberto da una parte all'altra del sedile. Per solito Andrea non s'accorgeva nemmeno di questi scossoni; solo quand'essi prendevano proporzioni eccessive egli metteva una sonora bestemmia. Malgrado l'umore poco mansueto del cocchiere, a Roberto non sarebbe stato difficile di attaccare conversazione se la tristezza profonda ond'era compreso non gli avesse reso impossibile di pronunciare una parola. Pensava al diverso avvenire che aveva sognato, pensava agli altri viaggi che avrebbe dovuto fare. Senza la sventura che lo aveva colpito, egli avrebbe percorso la Francia, l'Inghilterra ed il Belgio affine di compiervi la sua istruzione; poi, reduce a Milano, avrebbe fissato l'epoca del suo matrimonio con Lucilla. Riscaldato dal tepido soffio dell'amore, protetto dalla riputazione e dall'influenza paterna, sarebbe giunto alla meta per un sentiero agevole e piano. E adesso invece che cosa l'aspettava? Se sua madre, se Lucilla, se i suoi amici avessero avuto ragione, se veramente egli avesse obbedito a un impeto irriflessivo, se non avesse potuto durar nemmeno un paio di mesi in una carriera che domandava gusti speciali e speciali attitudini?

La strada si faceva sempre più cattiva e più ardua. Il sole, già volto al tramonto, lambiva le creste dell'Apennino, un venticello leggero accarezzava le foglie dei mandorli e faceva ondeggiar le cime dei pioppi, una fila di nuvolette rosee si svolgeva al lembo dell'orizzonte, allegri gruppi di rondini fendevano l'azzurro del cielo. Felici creature! Volavano a stormi, ora avvicinandosi alla terra, ora perdendosi nelle profondità del firmamento, volavano cantando, e il loro canto era un inno d'amore. Felici creature! Egli era solo, oppresso dai ricordi, angustiato dai timori e dalle incertezze. Chi sa dov'era Lucilla in quel momento? Chi sa a che cosa pensava? Forse pensava a lui; forse era sul terrazzo della sua casa e guardava la strada sottoposta, la strada per la quale egli soleva venire e ch'egli non avrebbe percorso più per un anno, per due anni, chi sa per quanto tempo; forse una lagrima le scendeva dal ciglio. Si portò la mano agli occhi; piangeva anche lui. E, attraverso il velo che si calava sulle sue pupille rivedeva le guglie del Duomo nuotanti negli ultimi raggi del sole, rivedeva i suoi cari, rivedeva tutto il suo passato così gaio, così promettente. Per la strada non s'incontrava quasi nessuno; solo a lunghi intervalli si scorgeva qualche casolare nella campagna, si sentiva qualche voce di contadino reduce dal lavoro. Qua e là, sul dorso delle colline lontane, una bianca villetta andava sfumando via nella luce fuggente del crepuscolo. Di tratto in tratto veniva per l'aria un acre odore di zolfo.

L'Arconti ruppe il silenzio, e chiese al vetturale.--Ci vuol molto ad arrivare?

--Un quarto d'ora---fu la risposta.

--Tanto fa scendere--soggiunse Roberto. E balzò a terra senz'aver bisogno di far arrestar la carrozza, la quale andava a passo di lumaca.

Aveva lo spirito accasciato, le membra intormentite. Sperava che un po' di moto gli facesse bene.

Cominciò col correre innanzi un tratto; poi, giunto a un bivio, si addossò al tronco d'un albero e lasciò di nuovo passar la vettura.

Scendeva la sera, qualche lucciola brillava lungo i margini della via, la carrozza, il cavallo, il cocchiere formavano una massa nera che si staccava confusamente dal fondo grigio. Andrea si stropicciò sui calzoni un fiammifero e accese la pipa che s'era spenta.