Nella lotta

Chapter 21

Chapter 213,125 wordsPublic domain

Pur se le fosse stato concesso di vedere ciò che si passava in quel momento nell'animo di Roberto, la realtà non l'avrebbe atterrita, ma le sarebbe anzi parsa più bella dei sogni. Non era, no, una sterile pietà, non era una volgare riconoscenza; era un'ammirazione profonda per la donna che univa a modi così semplici e schietti tanta copia di virtù e d'eroismo, era un acuto rimorso di non averle reso giustizia, era una brama impaziente di riparare ai torti che le aveva fatti. Non sapeva intendere come avesse potuto preferirle Lucilla, come a questa frivola giovinetta avesse potuto dare un impero tale sopra di lui che, anche dopo averle scritta la lettera di congedo, non gli riusciva di evocarne l'immagine senza un turbamento indescrivibile. Cessando di regnare, ella aveva però conservato abbastanza potere da impedir che altri regnasse in sua vece. Ma ora l'idolo era infranto, ora la sua catena era finalmente spezzata. La stessa avvenenza di Lucilla gli pareva fredda e scolorita: era una bellezza di statua, e la statua non aveva più un'anima dacchè egli non le prestava la propria. Noi non sapremo mai per quanta parte l'aspetto delle cose vedute dipenda dagli occhi con cui le vediamo.

Roberto Arconti si riaffacciava libero alla vita, e la libertà gli era tanto più cara quanto migliore era l'uso che poteva farne. A chi offrirla se non alla vereconda fanciulla, il cui amore intenso e discreto aveva vegliato su lui sin dal primo giorno ch'egli era giunto a Valduria? Ed egli aveva creduto di non amarla perchè il suo affetto per essa non era una fiamma divoratrice, non era una febbre dei sensi come la passione che l'aveva acceso per Lucilla? Ma s'ingannava. L'amore veste forme diverse, e il più violento non è sempre il più vero. Così i mari più tempestosi non sono i più profondi.

E l'amore in ciò che ha di più gentile e soave si rivelava a Roberto mentr'egli teneva stretta la mano di Maria e figgeva lo sguardo nel viso di lei, che non osava alzar gli occhi per tema di veder fuggire la sua felicità.

Un raggio di sole entrò nella stanza e andò a posarsi, tremolando, sul soffitto. Maria si scosse e fece atto d'alzarsi.

--Dove va?--chiese Roberto.

--Vado a chiuder meglio le imposte, ella rispose.

--No--ripigliò il giovine, sollevandosi alquanto sui gomiti--non ce n'è bisogno.... Ormai non sono più tanto debole... Posso guardare il sole... e, se ne persuada, posso anche parlare. Rimanga qui. Devo dirle una cosa.

--Una cosa a me?--susurrò Maria con voce strozzata dalla commozione.

In quel punto si aperse l'uscio. Era Odoardo.

--Oh bravo!--egli esclamò, vedendo Roberto a sedere sul letto.--Così mi piace.

E soggiunse ridendo:--Il medico te l'ha permesso?

Maria gli diede sulla voce.--Zitto! Che strepito fai!

--Eccola, la dottoressa. In questi paesi dove i dottori veri non si possono avere quando si vuole, le donne fanno il mestiere di contrabbando. Mia sorella poi...

--Odoardo--disse l'Arconti, troncandogli a mezzo la frase--tua sorella non mi ha ancora spiegato come siate qui voialtri e che parte abbiate preso alla mia salvezza. Ma già me l'immagino senza che nessuno me lo spieghi... Fàtti più vicino, Odoardo, ch'io ti dia un bacio..... Così... Questo bacio val più di tutti i ringraziamenti... E adesso--egli continuò--dobbiamo discorrere d'un'altra faccenda.

--Un momento--replicò Odoardo.--Il procaccino ha portato or ora due lettere per te.

Roberto le prese, e ne guardò la soprascritta. La prima che gli cadde sott'occhio era di sua madre.

--Povera mamma!--egli disse.--Credo che domani sarò in grado di scriverle. Speriamo ch'ella non abbia saputo nulla... A spedirle un telegramma si farebbe peggio...

Mise da parte quella lettera e fermò la sua attenzione sull'altra. Ma appena n'ebbe vista la calligrafia, gli sfuggì un piccolo grido.

--Cosa c'è?--gridarono spaventati Odoardo e Maria.

--Nulla--disse Roberto ricomponendosi subito.--O piuttosto è passato.--Indi ripigliò coi tono serio che s'addice ad un argomento grave:--Prima ch'io apra quella lettera, Odoardo e Maria, amici miei, rispondete a una mia domanda. Tu, Odoardo, mi accordi la mano di tua sorella, e lei, Maria, consente ad esser mia moglie?

--Se ti accordo la mano di mia sorella?--proruppe Odoardo fuor di sè dalla gioja.--E puoi chiederlo? E puoi chiedere a Maria se consente ad esser tua moglie? Ma non sai come ti ama?

--Io so unicamente--osservò con tristezza Roberto--ch'ella non ha ancora risposto alla mia interrogazione.

Infatti Maria si nascondeva con le mani la faccia e piangeva in silenzio.

--Maria, Maria--esclamò Odoardo stupito.

--Perchè taci? Lo amavi tanto! Non lo ami più?

--Se lo amo?--ella disse giungendo le palme e scoprendo il viso inondato di lagrime.--Se lo amo? Chi può amarlo al pari di me? Esser sua sposa sarebbe più che la felicità, sarebbe un paradiso in terra.

--E quand'è così?--interruppe Roberto che pendeva dal labbro della giovinetta.

--Ma egli non mi prenderebbe che per compassione--proseguì Maria rivolgendosi a suo fratello.--Egli ha un'altra donna nel cuore.

--Come puoi dir questo?--gridò Roberto.--Tu sai pure, Maria (vedi, ti do già del _tu_), tu sai che fra me e l'_altra donna_ è finita ogni cosa.

Maria si alzò e gettò le braccia al collo di Odoardo.--Sì, egli le ha scritto restituendole la sua libertà e riprendendo la propria, ma una lettera di lei può cambiar tutto. E quella lettera è là, è arrivata or ora, ed egli vuol essersi impegnato prima di aprirla, perchè dopo potrebbe non sentirsi più la forza di disporre di sè.

--È questa la cagione della tua esitanza?--esclamò Roberto afferrando la lettera, mentre Odoardo doveva confessare a sè stesso che il discorso di Maria gli riusciva piuttosto oscuro, e brontolava fra sè:--Questo è voler tormentarsi apposta. Ma come mai mia sorella ha capito di chi sia quella lettera?

--È vero--continuò l'Arconti.--Questo foglio viene da Lucilla.... Ed è la prima volta ch'essa mi scrive dacchè son qui... Tutt'al più s'era contentata di mandarmi finora qualche riga sotto le lettere di mia madre. Io non so ciò ch'essa mi dirà, e, facendo la mia proposta prima di saperlo, io non credevo che tu interpretassi così male il mio pensiero, o Maria. Non era, no, per tagliarmi la ritirata, per mettermi al coperto da ogni possibile debolezza; era anzi per dimostrarti che la mia risoluzione non dipende da altri che da me, ch'io non agisco sotto l'influenza d'un dispetto, ch'io non ti domando di esser mia moglie unicamente perchè quella che amavo un tempo non può esserlo più... Tu supponi che Lucilla mi scriva per fare ammenda della sua leggerezza. Vedrai che si tratterà invece di ben altra cosa... Ma qualunque sia il contenuto di questa lettera, esso non può mutare l'animo mio. Ormai amo te, amo te sola, e di te sola voglio far la mia donna, la compagna della mia vita... Non ti basta ancora?

--Oh fratello mio, s'egli m'ingannasse, s'egli dovesse pentirsi, io ne morrei--balbettò Maria senza sollevar la testa dalla spalla d'Odoardo.

--In verità--disse questi--non riesco ad intenderti. Roberto non può parlar più chiaro di così... Perchè vuoi che t'inganni? Perchè vuoi che si penta? Non deve parergli vero d'essersi liberato da quella civetta.

--Odoardo!--esclamò Maria in tono di rimprovero.

--Oh lascia un po' che spifferi la mia opinione anch'io. Quella signorina Lucilla è una civetta e chi la sposerà starà fresco.

--Non auguriamo disgrazie a nessuno--gridò Roberto, che in questo intervallo aveva aperto e scorso rapidamente la lettera.--Dopo aver gettato sopra di me la responsabilità della nostra rottura, Lucilla mi annunzia ch'è fidanzata al marchesino Moschi.

Chi fosse disceso in quel momento nel cuore dell'ingegnere Arconti avrebbe forse potuto trovarvi un po' d'amarezza, perchè noi siamo fatti in maniera che una certa dose di vanità non ci lascia mai, e anche quando vogliamo troncar ogni relazione con una persona, ci dispiace che questa persona ci si rassegni troppo facilmente.

Comunque sia, quest'annunzio troncò gli ultimi dubbi di Maria. Scioltasi dall'amplesso di suo fratello, ella si lasciò cadere a' piedi del letto di Roberto, e fissando nel giovine i suoi occhi pieni di tanta luce di pensiero e di tanta fiamma d'affetto, gli disse con accento ineffabile:--Adesso sono contenta. Adesso son proprio _tua_.

Egli si chinò sopra di lei, e le cinse il collo con ambe le braccia.

--O mia salvatrice, o mio angelo, quanto bene ti voglio!

--Sia ringraziato il cielo!--esclamò Odoardo.--Se c'è un matrimonio che debba esser felice, è il vostro. Perchè, dà retta a me, Roberto, una ragazza simile a Maria non la trovi a girar mezzo mondo.

--Lo so, lo so.

--Che sciocchezze dici, Odoardo!

--Adesso ne dico una più grossa ancora. Il mio maggior dispiacere è quello d'esser tuo fratello.

--Oh questo poi.....

--Sì, perchè altrimenti t'avrei sposata io.

--Pazzo che sei!

--Ora che siamo intesi--ripigliò Roberto--mi racconterete un po' come vi sia giunta la notizia della mia disgrazia, e come siate arrivati a salvar questo povero sepolto vivo.

--Mi vien freddo al solo pensarci--rispose Maria.--Parla tu, Odoardo.

Il Selmi cominciò allora un racconto che, in parte, non sarebbe per noi che una ripetizione di cose già dette, in parte, non diletterebbe punto i lettori.

XXXI.

Prima che passassero due mesi, si celebrarono in Valduria le nozze fra Roberto e Maria.

La signora Federica non vi assisteva. Quando suo figlio, rispondendo alla lettera in cui ella gli partecipava con l'animo straziato il matrimonio di Lucilla col marchesino Moschi, le annunziò alla sua volta che aveva deciso di sposar Maria Selmi, la buona donna montò su tutte le furie. Nè valse a calmarla il racconto fattole da Roberto del pericolo corso e della parte che Maria aveva avuto nella sua salvezza. Senza dubbio, pensava la signora Federica, quell'artificiosa ragazza lo fece cadere in una trappola per aver poi il merito di tirarnelo fuori. Sotto quest'impressione la signora Federica scrisse un'epistola di sei facciate, ch'era un miracolo di logica. Ella gli diceva che questo avvenimento era inaudito ed imprevedibile, quantunque pur troppo ell'avrebbe scommesso che l'andava a finir così, visto che Roberto discorreva molto di dignità, ma non ne aveva punto. Una _mésalliance_ simile! Un Arconti, che avrebbe potuto aspirare a una nobile, sposare una _contadina_! Un Arconti, che avrebbe potuto sedere sullo scanno dei ministri, seppellirsi in una zolfatara! E prendere una risoluzione di questa fatta senza consultare la madre! E sì ch'ella aveva un'_idea_, e contava di potergli offrire di giorno in giorno una splendida posizione in Milano, e più tardi forse, chi sa? anche il matrimonio con una ricca ereditiera. A questo punto, la signora Federica passava, con un rapido movimento oratorio, a lamentarsi delle sue miserie, che ormai sarebbero state tali da muovere a compassione le pietre. Se suo figlio, ch'era uno spiantato, si ammogliava con una spiantata, senza dubbio egli le avrebbe soppressa o diminuita la pensione. E in questo caso che le restava? La sua piccolissima dote col cui interesse ella non poteva certo vivere, e del cui capitale ella non poteva disporre a suo talento. Le si lasciasse almeno consumar questa; già ella non aveva da campar molti anni; e poi, alla peggio, non le sarebbe mancato un posto al Pio Luogo Trivulzio, in qualche altro Istituto di Carità, ov'ella sarebbe apparsa a tutti come accusatrice d'un figlio snaturato. Dopo un sì bello squarcio d'eloquenza la signora Federica dava alcuni particolari sulle prodezze del suo pappagallo.

Roberto non mostrò questa lettera a Maria, che ne avrebbe avuto molto dolore; ma si affrettò a calmare le inquietudini di sua madre circa all'_indigenza_ che la minacciava. Egli l'assicurò che pel momento tanto egli quanto Maria avrebbero vissuto benissimo senza diminuire d'un soldo ciò che la signora Federica riceveva ogni mese; che se in futuro fossero cresciute le gravezze, era sperabile che crescessero anche i profitti; che, in ogni modo, la sua mamma poteva venir sempre ad abitar con loro, e poteva esser certa di trovar la più affettuosa, la più cordiale accoglienza. E Maria aveva insistito perchè quest'offerta fosse fatta alla signora Federica anche in nome di lei. In quanto a Roberto, egli era sicuro che sua madre non sarebbe venuta a viver in quei luoghi per tutto l'oro del mondo, e in cuor suo non desiderava che ci venisse, certo com'era che ci si sarebbe trovata male e avrebbe fatto star male anche gli altri.

Comunque sia, nel corso di questa corrispondenza gli spiriti bollenti della signora Federica si calmarono alquanto, ed ella spinse la sua magnanimità fino al punto di manifestare a suo figlio una nuova luminosissima idea. Egli doveva, appena sposato, abbandonare il suo impiego, e trasportarsi con la moglie a Milano, alla ricerca d'un'occupazione degna d'un Arconti. Ella intanto si sarebbe incaricata di dirozzare la nuora, e in tre mesi prometteva di ridurla una signora di garbo, simile a lei.

E poichè Roberto rispose con uno dei suoi soliti rifiuti, la signora Federica si lagnò molto della sua incorreggibile caparbietà, e dichiarò che alle nozze non ci verrebbe assolutamente, tanto più che quelli non eran paesi dove una persona civile potesse passar la notte. Nondimeno volle mandare il suo regalo a Maria, e le spedì infatti alcuni gingilli di qualche valore che non potevano servirle a nulla.

Il banchetto nuziale fu dato all'osteria di Valduria sotto la direzione di Odoardo Selmi, e con l'intervento di tutti i notabili del luogo e di tutti i soprastanti delle due miniere di Valduria e Rignano. All'ora dei brindisi e dopo che l'eloquenza degli altri si fu sfogata appieno, Roberto Arconti si levò anch'egli a ringraziare degli augurî che gli erano rivolti, e pronunziò un bel discorsetto, concludendo all'incirca così:--Qualcheduno di voi mi fece un merito speciale perchè, nato fra gli agi, seppi adattarmi a un'esistenza di fatiche e di privazioni. È vero, pochi anni fa io non m'aspettavo sicuramente di dover finire in una miniera. Ero ricco, ero elegante, amavo tutti i piaceri della società. Però in fondo del cuore, mi risuonava sempre una frase di mio padre, una frase ch'egli, sorto da modeste origini, illustrò con l'esempio: _La vita non ha pregio che nella lotta_. Prima o poi, in una forma o nell'altra, in questa lotta ci sarei entrato. La fortuna, volgendomisi contro, mi costrinse a spiegare più presto il mio spirito battagliero. Non mi dolgo nè della cosa, nè del modo. Affrontar le forze della natura, governarle, raffermar sovr'esse il dominio dell'uomo non esige minore ardimento che slanciarsi nei vortici della speculazione o nelle gare della politica. E l'anima si conserva più incorrotta, e la vittoria non ha rimorsi, e la sconfitta non ha vergogna. Io son dunque lieto d'esser con voi a combattere queste battaglie, a sfidar questi pericoli d'ogni giorno. Nè mi curo della gloria, ch'è facile premio a tante altre specie d'operosità. La mia unica ambizione si è che in queste valli, su questi monti, di cui noi ricerchiamo l'intime viscere, si possa dire un tempo, ricordando il mio nome: Fu coraggioso, fu attivo, fu onesto, e insegnò, praticandola, la religione del lavoro e del dovere.--

Entusiastici applausi accolsero le parole dell'ingegnere. Solo Maria, quand'egli sedette, gli susurrò all'orecchio:--Cattivo, la vita non ha dunque altro di bello che la lotta?

Egli sorrise,--No, Maria, ha di bello anche l'amore... Vuoi che lo dica ad alta voce?

--Oh no, mi basta che tu lo pensi.

Nè ormai Maria può dubitar più che Roberto lo pensi davvero. I due giovani vivono felici in una piccola e linda casetta posta sulla cima d'un colle che domina altri poggi minori e consente di abbracciar con lo sguardo un'ampia distesa di valli. Al di là dei poggi, al di là della pianura, quando l'aria è limpida, l'occhio si spinge fino all'Adriatico e, ajutato dal cannocchiale, discerne le candide vele dei bastimenti e la striscia di fumo che i piroscafi lasciano dietro di sè. Dalla parte opposta, verso Occidente, sorgono erti e severi i monti dell'Appennino.

La miniera ha sempre i suoi rischi e le sue tribolazioni. La natura è spesso ribelle, gli uomini son rozzi e violenti, pronti alle minaccie, pronti alle offese. Ma l'ingegnere Arconti continua a esercitar sulle cose e sugli uomini quell'impero che un forte ingegno, una volontà risoluta, e un rigido senso della giustizia sogliono dare a chi li possiede. Maria è a Rignano quel ch'era a Valduria, l'angiolo tutelare dei deboli e degli afflitti. Quante collere ella riesce a disarmare con la sua parola, su quante piaghe ella sparge un balsamo col suo sorriso!

Quand'è sola, ella ha le sue ore angosciose, in cui la mente le si popola di tristi memorie e di tristi presagi. Però l'arrivo di Roberto basta a dissipare le nuvole che le si sono addensate sulla fronte, e, allorchè nella sera, spicciate l'ultime faccende, egli viene a sedersi vicino a lei nella cameretta ov'ella lavora, ella sente che non cambierebbe il suo stato con una regina.

Di quella cameretta i due sposi hanno fatto un nido tranquillo, ove non giungono le cure della giornata. Prima d'entrarvi, Roberto lascia i suoi vestiti da minatore; se i lavoranti vengono a cercarlo mentr'egli è là, essi devono fermarsi sulla soglia. Tutto il resto della casa tradisce le occupazioni del padrone; quello stanzino potrebbe far credere di trovarsi, in una città, presso qualche famiglia borghese. Maria vi ha collocato le migliori suppellettili, i libri di Roberto, l'album di fotografie, l'elegante servizio da thè che M.^r Black ha spedito da Londra, i gingilli che la signora Federica ha mandato in dono da Milano.

E quasi ogni sera Maria prepara il thè con le sue mani, e Roberto si mette a sfogliare uno dei volumi che gli ricordano la sua prima giovinezza, e legge ad alta voce qualche poesia d'uno o d'altro autore favorito. Passandogli un braccio intorno al collo, Maria sta intenta ad ascoltarlo, e le sue guancie s'imporporano, e i suoi occhi s'illuminano, e l'espressione del suo viso mostra chiaramente che non le sfugge nulla di ciò ch'è bello, di ciò ch'è nobile, di ciò ch'è gentile.

--Come volan via presto queste ore!--ella esclama talvolta. E soggiunge maliziosamente:--Eppure non son ore di lotta!

--No, son ore di pace, rese più care dalle ore tempestose che le han precedute. Credi forse che le gusteremmo così senza le fatiche e le inquietudini della giornata?

--Già, tu vuoi aver sempre ragione--dice Maria, sorridendo. Indi a voce più bassa:--E di _lui_ ci sarà proprio bisogno di farne un minatore?

Chi è _lui_? _Lui_ è un personaggio misterioso, del quale si discorre da qualche tempo con grande interesse come d'un viaggiatore che deve arrivare e che prenderà il nome di Mariano. È vero che _lui_ potrebbe benissimo esser _lei_, e lasciar tutti con un palmo di naso, ma i conti fatti servirebbero per un'altra volta. _Quod differtur non aufertur._

--Non sarà necessario di farne un minatore--risponde con gravità Roberto--ma sarà necessario, a ogni modo, di farne un uomo che affronti coraggiosamente le difficoltà della vita.

--Anche lui nella lotta, dunque?

--Anche lui.

FINE.