Chapter 2
L'assalivano le piccine. Aveva la mania delle toilettes, delle acconciature, dei gingilli d'ogni specie, e, quand'ella passava per la galleria Vittorio Emanuele, tutti i bottegai sentivano allargarsi il cuore. A casa piovevano i conti, e il signor Mariano aveva sempre pagato con rassegnazione. Adesso però gli pareva che fosse tempo di por argine a questa prodigalità, e si lasciava sfuggir qualche parola in proposito. Egli non era più giovine, non aveva più la lena d'un tempo; gli affari dell'_Unione_ non eran più brillanti come per lo passato; c'era la crisi commerciale; tutte le cose costavano il doppio; bisognava moderarsi nei desideri, non gettar via le proprie entrate fino all'ultimo centesimo; e avanti di questo tono. Ma la signora Federica si stringeva nelle spalle.--Quante volte ho sentito questi discorsi! Sempre la crisi, sempre gli affari che non van bene, e poi tutti gli anni hai dovuto finire per confessarmi che tra le tue competenze e la tua parte di profitto guadagnavi tra le quaranta e le cinquanta mila lire. O che si deve logorarsi la vita per un po' di danaro?--La signora Federica, come si vede, era superiore alla _question d'argent_, o, a meglio dire, l'aveva risolta a suo modo: ci fossero quattrini o no, a lei bastava spendere. Nondimeno, ella aveva la degnazione di concludere che aveva capito e che farebbe volentieri qualche sacrifizio, pur di non turbare la pace domestica. E infatti per una settimana ella si metteva in economia; poi l'acqua tornava a correr giù per la sua china. Roberto s'infastidiva, avrebbe voluto dir la sua opinione anche lui, ma la signora Federica non lo lasciava parlare.--Quel Roberto diventa intollerabile--ella brontolava.--Un ragazzo moralista! Si può dar di peggio?--C'erano momenti in cui il giovane si sentiva salire alle labbra la rivelazione della catastrofe ch'era sospesa sul capo della famiglia, ma ne lo tratteneva la promessa fatta a suo padre. E il signor Mariano, egli pure, aveva strane indulgenze verso sua moglie. In fin dei conti--egli osservava talvolta al figliuolo--ella avrà abbastanza privazioni da imporsi dopo; lasciamo che adesso faccia a suo talento. Il cavaliere Arconti era uno di quegli uomini, e son tanti, che, dotati di una singolare energia di carattere, spiegano tutta questa energia nella loro vita esteriore, e non ne esercitano affatto entro le pareti domestiche.
Questa sua rilassatezza appariva anche nel modo in cui egli cercava impiego a suo figlio. Aveva parlato, aveva scritto, ma in complesso non ci si era posto con quell'impegno che forse sarebbe stato necessario per raggiunger lo scopo. I momenti eran difficili, Roberto era conosciuto per un ottimo studente e nulla più; e così non si riusciva che a ottener buone parole. Tutti dicevano all'Arconti: Fortunato voi che non avete premura! Vostro figlio non ha bisogno di guadagnarsi un pane da un giorno all'altro. E ce ne son tanti che questo bisogno l'hanno! Avrebbe convenuto sradicar questa fallace opinione, ma come farlo senza spiattellar intera la verità?
Passò così qualche mese, e nulla era mutato nell'andamento della famiglia Arconti. Roberto era infinitamente più serio d'una volta, il cavalier Mariano era sempre più giù di cera, e non mancava di prender una mezza dozzina di pillole al giorno, ma le abitudini della casa erano sempre le stesse.
La signora Federica continuava a veder tutto in rosa. Quando suo marito le disse che aveva dimesso il pensiero di far viaggiare Roberto, ella principiò col meravigliarsene assai, ma finì coll'osservare esser già stata sempre la sua opinione che questo viaggio non fosse punto indispensabile a suo figlio, e che Milano fosse una città ove c'era quanto occorreva sì per istudiare che per divertirsi. E quando Mariano le soggiunse che si proponeva di far entrare addirittura Roberto nella vita pratica, la signora Federica tentennò il capo e volle atteggiarsi a donna positiva. Sicuro, Roberto non aveva nessuna urgenza, ma se poteva trovare un'occupazione decorosa, in quanto a lei non ci si sarebbe opposta. È bene che la gioventù cominci presto a lavorare. Anzi ella aveva avuto _un'idea_. Perchè suo marito non prendeva Roberto con sè? All'_Unione_ c'erano impiegati che avevano grossi stipendi e non valevano la metà di quel che valeva Roberto. Era impossibile che non ci fosse un posto anche per lui. E se non c'era, lo si poteva sempre creare. A una Società come l'_Unione_ alcune migliaia di lire sarebbero state una vera bazzecola, e il Consiglio d'amministrazione aveva troppi obblighi verso l'Arconti da potersi opporre a un sì onesto desiderio.
Il fatto si è che l'_idea_ della signora Federica era la meno effettuabile di tutte quante e la più lontana dalla mente del cavalier Mariano. In primo luogo, bisogna dirlo a sua lode, egli era stato sempre alieno dall'esercitare la sua influenza sulla Società per procacciar sinecure agli amici e ai parenti: in ogni caso poi, questa influenza era oggi grandemente scemata. Il Consiglio d'amministrazione e gli azionisti riconoscevano i meriti dell'Arconti; erano disposti ad ammettere che col suo ingegno e con la sua iniziativa egli aveva dato un vigoroso impulso alla gestione, ma soggiungevano ch'egli era troppo poeta, che s'era slanciato in affari non conformi allo Statuto, che non aveva saputo fermarsi a tempo, e che era per buona parte colpa sua se le azioni, dopo esser salite al doppio del pari, non trovavano più compratori nemmeno al valor nominale. L'Arconti, si continuava, vuol far sempre a modo suo; è un piccolo despota; gli avvertimenti dei suoi colleghi del Consiglio e dei censori, gli ordini del giorno dell'Assemblea vanno a frangersi contro la sua resistenza passiva. In tutte queste accuse c'era pure un lato di vero, ed era verissimo poi che l'Arconti, come di ordinario gli uomini i quali sanno d'aver reso eminenti servigi ad un'amministrazione, teneva in poco o nessun conto le opinioni degli altri. Questa corrente ostile che s'era formata tra gli azionisti era secondata da alcuni tra i membri del Consiglio e da parecchi impiegati della Società, creature sue in massima parte, da lui beneficate a più riprese, e che gli si erano voltate contro per basse invidie, e forse in ragione degli stessi benefici ricevuti. È una tra le nostre maggiori infermità morali quella di non saper sopportare il peso della gratitudine. _Pro gratia odium redditur_; lo disse anche Tacito, il grande psicologo di Roma imperiale.
Con queste disposizioni degli animi non era nemmeno da pensare a impiegar Roberto presso l'_Unione_. Aggiungasi che a lui, ingegnere, sarebbe convenuto molto più un ufficio tecnico amministrativo. La signora Federica dovette quindi intascare _la sua idea_ brontolando, e dicendo che a lei non si badava mai, quantunque ella vedesse più in là di molti che la pretendono a gente di garbo. A ogni modo, secondo il suo solito, di lì a quarantott'ore non se ne diede più per intesa.
Presso l'_Unione_ si preparava una giornata tumultuosa, quella cioè dell'assemblea generale, in cui avrebbe dovuto approvarsi il bilancio e si sarebbe rinnovato un terzo del Consiglio d'amministrazione. Si sapeva che il bilancio non era brillante, e nell'opinione di molti azionisti e anche d'una minoranza del Consiglio, ci sarebbero state ulteriori riduzioni da fare pel deprezzamento di parecchi titoli valutati al disopra del reale e per parecchi crediti dubbi. Non era un mistero per nessuno che un grosso partito avrebbe presentato un ordine del giorno per la nomina di una Commissione speciale incaricata della revisione di questo bilancio. Se un tale ordine del giorno era accettato, evidentemente tutto il Consiglio doveva dimettersi, e prima di tutti l'Arconti, che era in pari tempo membro del Consiglio stesso e direttore della Società. Alla rielezione sarebbero stati nominati di nuovo coloro che oggi rappresentavano la minoranza; agli altri si sarebbero sostituite persone d'idee conformi a quelle prevalse nell'assemblea. Nell'ipotesi migliore, quella cioè della rielezione parziale, l'Arconti non sarebbe stato tra gli uscenti di carica, ma era certo che sarebbero entrati trionfalmente in Consiglio alcuni tra gli azionisti più ostili a lui. La sua posizione di consigliere sarebbe diventata difficilissima: e più difficile forse la sua posizione di Direttore, quantunque non necessariamente connessa all'altra. Le benemerenze che in tanti anni egli si era acquistate presso la Società avrebbero senza dubbio costretto a speciali riguardi i suoi avversari; non si sarebbero volute spingere le cose all'estremo; pur vincolando la sua libertà d'azione, non si avrebbe forse voluto rovesciarlo d'ufficio; sarebbe rimasto Direttore, ma Direttore di nome. E per un uomo della sua tempra, questo sarebbe stato il peggiore supplizio.
Invero, non era la prima volta che si erano manifestati degli umori tempestosi in grembo alla Società, e ch'era occorso tutto l'ingegno e tutta l'influenza del cavaliere Mariano per dominarli. Però egli sentiva che ora la corrente era troppo forte e ch'era ben piccola la speranza di opporvisi con buon successo. I colloqui ch'egli aveva avuto coi principali azionisti, con quelli intorno a cui faceva capo l'opposizione, lo avevano scoraggiato. Mentr'egli parlava, sembravano convinti delle sue ragioni; ma quand'egli aveva finito, tornavano a ripetere le cose dette prima, senza entrare a discutere i suoi argomenti. Ed è questo il sintomo più grave per chi voglia tirar dalla sua un contradditore. All'assemblea generale il signor Mariano avrebbe parlato eloquentemente secondo il suo solito, ma egli era troppo esperto di siffatte cose da poter credere che i bei discorsi abbiano la virtù di modificare i voti degli azionisti di una Società anonima. Ognuno va alla seduta col suo voto preparato, ognuno ha impegnato la sua parola, e a discussione chiusa, l'urna dà il medesimo responso che avrebbe dato se la si fosse consultata prima che la discussione fosse aperta.
Queste angustie non potevano a meno d'influire sinistramente sulla salute del signor Mariano. Ormai non c'era che la signora Federica la quale non volesse accorgersi del suo deperimento e insistesse a dire che le erano fisime belle e buone, e che la malattia vera sarebbe venuta più tardi per causa dei rimedi. Il dottor Rebaldi poteva farle a sua posta il viso serio e tentar di preparar l'animo di lei alla realtà delle cose; ella usciva dai gangheri e lo strapazzava senza misericordia.
Sappiamo già che impressione profonda avesse ricevuto Roberto dalle confidenze di suo padre; pur l'animo umano, e l'animo dei giovani soprattutto, è così disposto a lasciarsi ingannare, che vedendo per alcuni mesi la salute del cavaliere Mariano rimaner quasi stazionaria, egli aveva cominciato a riaprire il cuore alla speranza, a credere almeno che il male non fosse avanzato come si temeva. Ma in poche settimane il peggioramento era stato così manifesto che le ultime illusioni avevano dovuto inesorabilmente svanire. Roberto capiva che la catastrofe si avvicinava a gran passi, e pensava con orrore al giorno in cui gli sarebbe mancato l'appoggio più caro e più necessario. Le difficoltà economiche che lo aspettavano sparivano davanti alla gravità morale della sventura; egli non si curava nemmeno più del suo impiego, tant'era assorbito da un'unica preoccupazione.
Tra Roberto e suo padre c'era stata sempre una gran conformità d'idee. Egli ne aveva le qualità, ne aveva in parte i difetti. Sin da piccino egli si faceva una festa ogni volta che poteva star col babbo, uscir col babbo, avere una carezza dal babbo. Il babbo aveva veduto tante cose, sapeva tante cose, e la sua conversazione alimentava l'intelligente curiosità del fanciullo. Con la mamma invece i temi di discorso eran presto esauriti; le passeggiate avevano un unico scopo, quello di far spese. E che aiuto aveva prestato il cavalier Mariano a Roberto durante i suoi studi! Il cavaliere, che non aveva fatto nessun corso regolare, che ancor giovine aveva dovuto entrar nella vita pratica, era un uomo coltissimo e fino all'età matura aveva consacrato i suoi ritagli di tempo a istruirsi. Egli si rimproverava d'imprevidenza, nè forse il rimprovero era infondato; ma almeno egli aveva il conforto che questa imprevidenza non gli aveva diminuito l'affetto di suo figlio; in questo campo dell'affetto egli aveva seminato a larga mano, e la raccolta corrispondeva alle più balde speranze.
III.
Il signor Benedetto Dal Bono era di pessimo umore, e sfogava il suo _spleen_ dando molestia alla diletta consorte.
--Finalmente la ho saputa giusta sulla salute d'Arconti. La signora Federica diceva che non è nulla, tu come un pappagallo ripetevi le sue parole, e Lucilla, anche lei, faceva un terzetto con voi altre due. Oh nulla! Una malattia di cuore! Piccole bazzecole!... Già, con un deperimento di quella fatta, sfido io che non ci fosse sotto qualche cosa di serio.... Si è aperta la finestra.... quella lì.... chiudi.... Sono mezzo sudato, e un malanno si fa così presto a buscarlo.... Sono più giorni che non istò bene.... Chiudi anche l'uscio.
--Ma, babbo, si soffoca--esclamò la Lucilla, ch'era in un angolo del salotto con la sua cagnetta Gipsy.
--Se soffochi, va in un'altra stanza.
Lucilla non se lo fece dire due volte, e sgattaiolò via seguita da Gipsy. La signora Giulia avrebbe fatto lo stesso assai volentieri, ma suo marito la trattenne.
--Ho certe punture qui.... e qui.... non vorrei che ci fosse qualche ingorgo nella circolazione.... Il medico dice di no....
--Ma se non hai nulla....
--Bravissima, nulla!... È la solita parola.... Bell'aiuto che si ha da voi donne.... Intanto Mariano Arconti se ne va col treno direttissimo all'altro mondo.... E in quanto all'età, c'è così poca differenza tra noi.... Siamo nati nello stesso anno, egli in gennaio, io in dicembre; coetanei non ci si può dire, io sono più giovine, ma di undici mesi soltanto.... È vero--continuò il signor Benedetto con piglio più soddisfatto--è vero ch'io mi sono strapazzato meno.... Non feci il volontario, io, nel 48.... Non mutai mestiere tre o quattro volte.... Non ebbi mai i capricci della galanteria, mentre lui.... basta.... aggiusti i conti con la signora Federica, chè per noi non ci si deve entrare.... Dopo tutto, la sua malattia di cuore se l'è voluta.... Me ne dispiace, ma _chi è causa del suo mal pianga sè stesso_.... Però son cose che fanno sempre un gran senso.... Impossibile non pensare che quello che accade agli altri può accadere anche a noi.... Povero Mariano! Lo conosco da tanto tempo....
Il signor Benedetto si soffiò il naso in attestato di simpatia pel suo vecchio amico; poi prese una pastiglia da una scatola che teneva in tasca.
--Che disgrazia per quella famiglia!--esclamò la signora Giulia.
--Disgrazia!... Una rovina addirittura. Ma! spendevano e spandevano come se fossero principi.... Non si è pensato mai all'avvenire.... Solo adesso Mariano voleva fare sulla sua vita una sicurtà, che naturalmente gli fu rifiutata.... Una gran lezione, una gran lezione! Specchiati in questo esempio, tu, che avresti ogni momento qualche nuova spesa da suggerire....
--Io?--proruppe la signora Giulia nella massima maraviglia.
--Già..... non più tardi di ieri sera t'era venuto il ghiribizzo delle tendine nuove in salotto.
--Son tutte sdruscite.
--Si rattoppano.
--Si son già rattoppate due volte....
--E si rattoppano anche la terza....
--Se fossimo poveri, direi....
--E che ne sai tu se siam poveri o no?... La casa in via Principe Umberto spigionata; ad Abbiategrasso una grandine che ha distrutto il frumento; belle allegrie davvero!... Poveri! E chi lo sa se non si diventa tali anche noi?... Gli Arconti intanto....
--Ma gli Arconti erano imprevidenti, lo hai detto tu stesso....
--Una ragione di più per non imitarli.
Si sentì il suono di un pianoforte nella stanza vicina. Era Lucilla che scorreva colle dita sui tasti.
--Mi dispiace anche per quei ragazzi--disse la signora Giulia guardando verso l'uscio.
--Che? Che?--borbottò il signor Benedetto.--Riscaldi di gioventù..... Impegni non ce ne sono.... Grazie a Dio, la promessa formale non ha ancora avuto luogo.... In ogni modo, quando cambiano le circostanze....
--Ma si amano come due colombi....
--Colombi o tortore, chi non ha quattrini non prende moglie.... E sarebbe ora di farla finita con quelle sdolcinature di promessi sposi....
--Si riguardan come tali da parecchi anni....
--Male, malissimo; colpa tua.... Non bisognava permettere....
--S'era tutti d'accordo....
--D'accordo nella massima, forse.... Ma potevano accader tante cose, e infatti sono accadute. E bisogna far intender ragione agli Arconti....
--In questo momento?... Io non ho certo il coraggio.... Parla tu, se credi....
--Io? Io?--proruppe il signor Benedetto mettendo in mostra un'altra faccia del suo carattere, ch'era la vigliaccheria.--Non l'ho mica arruffata io la matassa.... Parlare? Sicuro che parlerò.... a suo tempo.... Quei due Arconti, padre e figlio, son certa gente furiosa.... Piglian fuoco per un nonnulla.... E già m'immagino che Roberto capiterà qui anche stasera....
--È probabile.... Povero giovine! Che si deve fare! Ha tanto bisogno d'un po' di sollievo....
--Bei discorsi questi! Intanto, invece di allentare il nodo, lo si stringe di più.... Oh parlerò, giacchè chi dovrebbe parlare si rifiuta, parlerò io....
--Ma non adesso, Benedetto, te ne prego--soggiunse in tono supplichevole la signora Giulia.--Sarebbe un colpo mortale per quel disgraziato....
--E chi dice adesso?--rispose il Dal Bono, che non vedeva senza apprensione questo colloquio.--Dico che parlerò.... Intanto passerò nella mia camera.... Ahi!... Sempre queste punture.... Se Bruni s'ostina a non voler ordinar nulla, bisognerà chiamare un altro medico.
Mentre il signor Benedetto si alzava dalla poltrona, entrò il servo portando due lettere appena giunte.
Erano due circolari che si riferivano al medesimo argomento. L'una, firmata dalla Presidenza dell'_Unione_, sollecitava i soci a intervenire o a farsi rappresentare nell'Assemblea generale che avrebbe avuto luogo la prima domenica di maggio; l'altra, sottoscritta da _Alcuni azionisti_, invitava a una seduta preparatoria per discutere la linea di condotta da tenersi appunto nell'Assemblea generale nell'interesse della Società.
--Non andrò nè all'Assemblea generale, nè alla seduta preparatoria degli oppositori--disse con magnanimità il signor Dal Bono, gettando via dispettosamente le due lettere.
--È l'Assemblea dell'_Unione_?--chiese la signora Giulia.
--Già, di quella famosissima _Unione_ che, a sentir Arconti, doveva diventar quasi una seconda _Banca Nazionale_, che adesso invece ha le azioni al disotto del pari.... Grazie al cielo, di queste azioni io ne ho poche.... A dar retta a Mariano, avrei dovuto comperarne qualche centinaio....
La signora Giulia domandò timidamente.--Non andrai davvero all'Assemblea?
--Non andrò, non andrò; che c'è?
--Oh.... nulla.... ma Federica sperava che avresti votato per la Presidenza....
--Io non voterò nè pro, nè contro.... Io non andrò in persona, nè darò procura a nessuno; ecco quello che farò.... Mi si vorrebbe mettere in impicci, ma non ci si riuscirà.... Non intendo perder la mia quiete.... Non intendo guadagnarmi una malattia di cuore, io.... Oh su questo punto non transigo.... Già non avrei che due voti.... E due voti di più o di meno non fanno nè caldo, nè freddo.... Io me ne lavo le mani, me ne lavo le mani affatto.
Dopo aver espresso questa idea conforme ai più rigidi precetti della pulizia, il signor Dal Bono prese un'altra pastiglia e uscì dalla stanza, lasciando ordine che non lo si disturbasse per nessuna ragione.
Lucilla non tardò a ricomparire nel salotto. Gipsy le era alle calcagna, secondo il solito.
--Adesso che non c'è' più il babbo, si potrà riaprire.... Sta quieta, Gipsy.... Non salir sulle sedie.
--Senti, Lucilla--cominciò la signora Giulia, che avrebbe pur voluto preparar l'animo della figliuola agli ostacoli che stavano per sorgere sul suo cammino. Ma in quel punto si spalancò l'uscio ed entrò Roberto.
--Dunque, come va?--chiesero le due donne ad una voce.
Roberto tentennò il capo.
--Poco bene sempre.
--Però tu esageri--osservò la ragazza.
--Oh fosse pur vero ch'io esagero--esclamò il giovane tristamente.--Ma non è così, non è così.
Roberto s'era seduto; la cagnetta Gipsy, posandogli le due zampe anteriori sulle ginocchia, tentava di attrarre la sua attenzione.
--Non le hai portato lo zucchero, oggi?--domandò Lucilla.
--Oh! come posso ricordarmi dello zucchero in questi giorni?
--Venga qua, _madamigella Gipsy_--riprese la fanciulla;--il signorino non vuol più saperne di lei.
Roberto alzò la testa e fissò gli occhi malinconici in viso a Lucilla, che non potè a meno di arrossire.
--Ho detto per ischerzo, sai--ella soggiunse in tono carezzevole.
Egli si mise a camminare per la stanza, poi si avvicinò all'adorata giovinetta, e posandole la mano sulla spalla:--Sento che la disgrazia è irreparabile, è vicina--egli disse--e nello stesso tempo non oso fermarvi la mente. O Lucilla, perduto mio padre, che mi rimane? La mamma è buona, mi vuol bene, io ne voglio a lei; ma ella considera le cose sotto un punto di vista tanto diverso dal mio! O Lucilla, mi resti tu.... Mi amerai sempre?
--Sicuro che ti amerò.... Che discorsi!
--Mi amerai molto?
--Molto, s'intende.... Che aria solenne hai!
--Via, ragazzi, smettete--disse un po' imbarazzata la signora Giulia.--Se mio marito fosse qui....
--Il signor Benedetto ha ragione--ripigliò Roberto con qualche amarezza.--Ormai è necessario di trattarsi con sussiego.... non sono più quello d'una volta.... Domani forse sarò povero....
--Un'altra esagerazione!--esclamò Lucilla.
--Oh no.... In casa abbiamo avuto le mani bucate.... Quando non ci sia più mio padre, il cui stipendio ci permette di passarcela da gran signori, bisognerà pur campare con l'interesse della dote della mamma e con quello che guadagnerò io, che ancora non guadagno nulla.
--Ebbene tu mi sposerai, io son ricca.
--Lucilla!--interruppe la signora Giulia, ch'era sempre più sulle spine.
--Non abbia paura; signora Giulia. Non consentirei io stesso a questo matrimonio prima d'avere una posizione.
--Soliti eroismi--osservò Lucilla indispettita.
--Non sono eroismi; è una legge d'onore... Un marito che voglia essere rispettato non deve vivere a spese della moglie.... Io non consentirei a sposarti finchè non fossi in grado di mantener la mia famiglia; ma tu aspetterai fino a quel momento, non è vero? Anche se sarò costretto ad andar lontano di qui, mi aspetterai?... Oh questo, signora Giulia, non può sembrarle indiscreto.... La Lucilla ed io ci si ama fin da fanciulli.
--Figliuoli miei--rispose la signora Dal Bono cedendo suo malgrado all'intima commozione dell'animo--lo sapete se ho visto di buon occhio quest'affetto che è cresciuto con voi. Può dirlo la tua mamma, Roberto, quante volte s'è discorso di farvi marito e moglie.... Io spero che tutto andrà secondo i nostri desideri; ma adesso ci vuol pazienza, ci vuol prudenza.... Mio marito ha le sue idee; non conviene prenderlo di fronte.... Già siete tanto giovani tutti e due.... E tu, Roberto, hai ingegno, hai buon volere; vedrai che il diavolo non sarà così brutto come pare.
--Grazie, signora Giulia--proruppe l'Arconti, stringendo la mano della buona donna.--Avrò dunque una difesa in lei?
--Sì.... ma se cominciassi col chiederti qualche sacrifizio?
--Che sacrifizio?
--Per esempio.... di rallentare un po' le tue visita a Lucilla....
--Oh mamma!--disse la ragazza in tono di rimprovero.
--Adesso dovrei rallentare le mie visite?--esclamò Roberto con l'accento della più viva commozione.--E non ho altro conforto che questo! E ho tanto bisogno di veder chi mi vuol bene!
La signora Giulia chinò il capo in silenzio. Ella sentiva che Roberto aveva ragione.
Il giovine le prese la mano di nuovo: