Nella lotta

Chapter 18

Chapter 183,787 wordsPublic domain

Eccitato da tutte le parti a far una cosa di cui era già persuaso, l'ingegnere Arconti non esitò più. E in pochi giorni gli venne da Londra la notizia che la miniera di Rignano era stata comperata dalla _Sulphur Society_, e ch'egli n'era nominato ingegnere capo per cinque anni con uno stipendio di diecimila lire, aumentabili fino a dodicimila se i risultati del primo biennio fossero favorevoli. La consegna doveva succedere entro il mese con l'intervento di due rappresentanti delle due Società contraenti. Era in facoltà dell'ingegnere Arconti di tenere il personale esistente, o di cambiarlo. In quanto al vecchio direttore, il signor Max Rundberg, non c'era nessun provvedimento da prendere perchè egli si era inteso coi primi proprietari e si ritirava in Baviera. Per tutti i nuovi lavori da farsi, per tutte le riforme da introdursi, l'ingegnere Arconti avrebbe a suo tempo presentato delle proposte concrete alla Direzione Centrale.

L'annunzio della vendita fu accolto con gran favore dagli operai di Rignano, i quali erano convinti da un pezzo che le cose non potevano andare innanzi a quel modo, e che la miniera doveva passare in altre mani, o essere abbandonata. L'ingegnere Arconti vi avrebbe certo infuso una nuova vita come l'aveva infusa a Valduria, e la _Sulphur Society_ come mostrava di saper scegliere i suoi uomini, così aveva mostrato di non lesinare all'occasione i suoi capitali, onde c'era da aspettare in breve la resurrezione di Rignano, già la prima delle zolfatare di quella provincia.

Roberto aveva bruciato i suoi vascelli. Per cinque anni almeno egli non poteva pensare più a tornare in patria o a stabilirsi in altra città. Nè s'illudeva sulle conseguenze di questa risoluzione. Lucilla non sarebbe venuta ad abitare con lui. Lucilla non l'avrebbe aspettato. L'amore ch'ella gli portava non era nè forte abbastanza da farle tollerare il soggiorno d'una miniera, nè abbastanza tenace da resistere alla prova del tempo.

Ma mentr'egli stava per comunicare a sua madre la gran novità, gli giunse da lei un dispaccio che lo fece strabiliare. Ella aveva bisogno urgente di vederlo e di parlargli; veniva quindi in persona, non a Valduria, ma alla città più vicina sulla linea ferroviaria. Sarebbe arrivata con la tal corsa per fermarsi poche ore. Fosse ad aspettarla alla stazione.

Che mai poteva aver indotto una donna così sedentaria e amante dei propri comodi ad alzarsi all'alba e intraprendere questo viaggio precipitoso? Roberto non sapeva proprio che cosa pensare. Che la signora Federica avesse fatto dei debiti? Ma perchè non gliene avrebbe discorso quando s'erano veduti poche settimane prima? E, a ogni modo, perchè non gliene avrebbe scritto? Possibile ch'ella avesse gli uscieri alla porta di casa? O che si trattasse invece del matrimonio?

Pieno di curiosità e d'inquietudine l'ingegnere Arconti si recò alla stazione di... all'ora indicata. Maria s'era offerta di accompagnarlo pel caso che la signora Federica potesse aver bisogno de' suoi servigi, ma Roberto non aveva voluto esporre la buona giovinetta ai superbi disdegni di sua madre. Ed ella non aveva insistito; s'era contentata di mettere a disposizione della signora Arconti la propria camera, se mai ella si fosse risolta a passar qualche giorno a Valduria.

--Mamma, come mai qui?--domandò Roberto con ansietà, aprendo lo sportello d'una carrozza di prima classe, e aiutando la signora Federica a scendere.

--Un momento--ella rispose con solennità, ravviando le pieghe del suo elegante vestito da viaggio e asciugando il sudore con un fazzoletto di batista profumato di muschio.--Capisci che, se son venuta sin qui col caldo che fa, avrò avuto le mie buone ragioni.

--Sicuro. E son queste ragioni che desidero di sapere.... Ci sono disgrazie? Lucilla?

--Lucilla è un fiore.

Roberto respirò.--Vuoi venire a Valduria? C'è una discreta camera per te.

--A Valduria?--esclamò inorridita la signora Federica.--Dio me ne guardi... Qui ci sarà un albergo, m'immagino...

--Diamine. Adesso ci andremo.

E fece salir sua madre in una vettura.

--Bella carrozza, non faccio per dire.... Non c'è di meglio in questi disgraziati paesi?... Figuriamoci poi Valduria.

--Bisogna adattarsi--soggiunse Roberto sorridendo.--E dunque... queste ragioni?

--Son venuta apposta per dirtele, ma lasciami pigliar fiato...

Tentennò la testa in aria patetica e continuò:--In che arnese sei! Pensare che il mio figliuolo potrebbe essere uno dei _lions_ di Milano!... Sarà un'idea mia, ma giurerei che tu puzzi di zolfo.

--Possibile. Però credi pure che non faccio economia d'acqua.

La signora Federica tirò fuori da un _nécessaire_ di bulgaro una boccetta d'acqua di Colonia e l'avvicinò al naso.

L'aspetto del principale albergo del paese produsse nella signora Arconti un effetto analogo a quello prodottole dalla vettura.

--È il migliore?--ella chiese a suo figlio, facendo una smorfia come il fanciullo che deve prendere una medicina.

--Appunto.

Ella trasse un profondo sospiro, ed entrò, inchinata con grande ossequio dal padrone dell'albergo, che non era avvezzo a ricevere viaggiatori così eleganti. Anche il cuoco, in giacchetta e berretto bianco, si affacciò alla soglia della cucina per veder passare la maestosissima forestiera; poi tornò a' suoi fornelli pensando ch'era venuto il momento di farsi valere.

La signora Federica girò tutte le stanze dell'albergo senza trovarne una che le convenisse; finalmente dovette accomodarsi alla meno peggio.

--In mezz'ora sono con te--ella disse al figlio.--Ordina intanto il desinare.

Si chiuse nella camera, ma siccome le mancava ora questa cosa, ora quella, suonò il campanello almeno una dozzina di volte e mise in iscompiglio tutta la servitù. Non ci sono rose senza spine, e il padrone del _Grand Hôtel Royal_ di.... scontò con qualche piccola noja l'insigne onore di alloggiare la signora Arconti.

Ella non comparve nella _salle à manger_ che dopo un'ora e più di _toilette_. Roberto, sui carboni accesi, l'aspettava seduto a tavola, sbocconcellando il pane per ingannar il tempo. Il desinare aveva sofferto dell'indugio ed era freddo; la signora Federica lo trovò pessimo, come pure trovò _shocking_ l'ambiente, indecorose le stoviglie, sudicia la biancheria, orribili le posate. E pensare che tutto doveva esser peggio a Valduria! La signora Federica, dopo aver fatto le sue critiche in lingua francese per darsi più tono e per non esser capita dai camerieri, concluse con un'osservazione filosofica:--Gli uomini sono come le bestie; finiscono a vivere in mezzo alla sporcizia senza accorgersene.

Roberto la lasciò sfogarsi, ma quando gli parve ch'ella avesse vuotato il sacco delle sue querimonie,--Mamma--le disse giungendo le mani in atto supplichevole--toglimi di pena; spiegati...

--Il motivo del mio viaggio?... Eccomi qua...

Basta che tu non m'interrompa.... Hai sempre quel brutto vizio...

--Non t'interromperò... Parla.

--Devi dunque sapere... Ma fa prima portare un lume, perchè è quasi notte.

XXVI.

--Devi dunque sapere--ripigliò la signora Federica dopo che il cameriere ebbe posato sulla tavola un lume a petrolio--che da un paio di settimane il marchesino Moschi stringe un po' i panni addosso a Lucilla.

Roberto si lasciò scappare un--Imbecille!--che veniva dal cuore.

--No--soggiunse la signora Federica con gravità--il marchesino Moschi non è un imbecille. È un giovine per bene, pieno di riguardi anche per me, quantunque non possa ignorare ch'io invigilo tutti i suoi passi e combatto le sue mire.... Ma questo non importa.... Il fatto sì è che, dopo la sera dei quadri viventi, il marchesino s'è messo a frequentar la casa Dal Bono molto più assiduamente di prima e, a quel che mi consta, è entrato abbastanza nelle grazie di quell'orso che è il signor Benedetto.

--E di quella colomba ch'è Lucilla--osservò Roberto con ironia.

--Tu sai--continuò la signora Federica--se quella cara ragazza abbia confidenza in me. Si può dire anzi che se la intende più con me che con sua madre. Anche questa volta mi ha parlato col cuore in mano. Il marchesino Moschi, ella mi disse, è un buon giovine, è un bravo giovine, è nobile e ben veduto in società, è insomma un eccellente partito; ma io non ho alcun entusiasmo per lui, e preferirei sempre Roberto, malgrado della sua stravaganza... (Scusa, ha detto proprio così). C'è però da considerare una cosa, continuò Lucilla (pare impossibile come quella ragazza abbia le idee nette), c'è da considerare che Moschi fa proprio sul serio, e ha già lasciato intendere che verrebbe ad abitare in casa, e per la dote si accomoderebbe alle disposizioni del babbo... Roberto invece ha le sue idee matte, ha la sua superbia, non si degna, e sì che quando si degna un marchese... A questo punto puoi credere che m'è salita un po' la mosca al naso, e ho detto che gli Arconti non la cedono a nessuno, che se non hanno titoli, è perchè non hanno voluto rovistare negli archivi....

--Questo hai detto?

--Già, ho detto questo. E non ho parlato a caso, perchè un professore che pratica dai Dal Bono mi assicurò un giorno che c'erano degli Arconti ai tempi degli Sforza, e ch'erano una gran famiglia... Mariano, senz'alcun dubbio, discendeva da quelli....

--Tira via.

--Tu pur troppo non capisci più nulla delle cose del mondo.

--Sarà, ma veniamo alla conclusione.

--La conclusione è questa. Lucilla mi dichiarò che non può essere la serva umilissima de' tuoi capricci, nè può restar zitella indefinitamente, e che quindi sposerà il marchesino Moschi se tu non ti decidi ad agire da uomo ragionevole...

--Cioè a lasciar questi luoghi e a supplicare il signor Benedetto Dal Bono che mi dia un posticino in casa sua, e mi faccia l'onore di prendermi per genero e per commesso.

--L'onore lo fai tu a lui.....

--Va benissimo--disse Roberto con calma forzata.--E tu cos'hai risposto?

--Ho pensato che non era più tempo da ciarle ma da fatti. Ho detto a me stessa. Per vincere la cocciutaggine di mio figlio non c'è che un modo, andar in persona a parlargli.

--Povera mamma!

--Fu una decisione presa lì per lì, in ventiquattr'ore.... Non avevo nemmeno una _toilette_ da viaggio. Figurati, non m'ero più mossa da Milano dopo la morte del mio povero marito.... Ma la Chaillon ha fatto miracoli.... Dalla mattina alla sera mi ha approntato questo vestito, ch'è un _bijou_.... È inutile, le altre sarte non hanno quel _chic_ che ha lei... Basta; questa mattina mi son levata all'alba, ti ho spedito un telegramma, e mi son messa in viaggio.... Guai se noi altre mamme non si sapesse, nei casi estremi, prendere di queste risoluzioni disperate.

--Povera mamma!--ripetè Roberto commosso all'idea di dover togliere l'ultime illusioni a lei, che credeva in buona fede di avergli reso un servigio inestimabile.

--Adesso tocca a te a parlare--disse la signora Federica.--Vuoi che usciamo all'aperto?... Questa sala mi fa oppressione di respiro.

--Usciremo or ora--osservò l'ingegnere.--Se non ti dispiace, la mia risposta la darei a Lucilla con due righe in iscritto....

--Come? Io non saprò nulla?

--Mi son spiegato male..... Le due righe le scriverò qui sotto i tuoi occhi e le consegnerò a te.

--Ma...

--Credi, mamma, è meglio così.

Roberto scosse il campanello, e ordinò al cameriere qualche foglietto di carta da lettere e qualche sopraccoperta.

Quand'ebbe l'occorrente, egli scrisse l'intestazione: «Cara Lucilla.» La mano gli tremava; si alzò, e fece un pajo di giri per la sala, sperando di calmare un poco l'agitazione de' suoi nervi.

La signora Federica aveva un vago presentimento che le cose non sarebbero andate a seconda de' suoi desideri. Pure la sua insanabile leggerezza le fece fare un'osservazione stupida:--Dev'essere impossibile scrivere su quella carta.

--Il marchesino Moschi ne avrà certo di migliore--rispose Roberto, rimettendosi a sedere. La signora Federica avrebbe voluto soggiungere qualche cosa, ma suo figlio la supplicò di lasciarlo tranquillo mentre scriveva. E scrisse infatti poche righe, interrompendosi ogni momento, come se avesse bisogno di riprender lena.

Alla fine porse in silenzio il foglio a sua madre. La signora Federica lesse:

«Cara Lucilla. L'offerta ch'io t'avevo fatta era una prova di amore e di rispetto, perchè alla donna rispettata ed amata l'uomo non può offrir nulla di più onorevole che di divider con lui la posizione ch'egli ha saputo conquistarsi col suo lavoro. L'offerta che tu mi rinnovi col mezzo di mia madre mi avvilisce e mi umilia. Pur troppo noi intendiamo in modo diverso i sentimenti e i doveri su cui si fonda un'unione destinata a durar tutta la vita. Cresciuti insieme sin dalla prima età, nutriti nella speranza di non dividerci mai, noi ci troviamo invece costretti a una separazione penosa. Addio, Lucilla. Che tu possa esser felice. Io non sarò più tale sulla terra. Da quando è morto mio padre, non ho sofferto mai come oggi. Addio, saluta i tuoi genitori, e specialmente la buona signora Giulia.

«ROBERTO ARCONTI.»

La lettura di questa lettera strappò alla signora Federica una serie di esclamazioni che esprimevano la sorpresa, lo sdegno, il dolore. Giunta alla fine, non seppe più tenersi, e, rossa in viso dalla collera, lacerò il foglio, protestando che non avrebbe certo acconsentito a portare un simil messaggio.

Roberto, spiegando una sovrumana energia per non prorompere, raccolse i frammenti della lettera e disse.--Quand'è così ricopierò il mio scritto e mi servirò della posta.

Ma una tale tranquillità non riusciva che a irritare maggiormente la signora Federica.

--È un'infamia--ella disse.--Tu non hai nè testa, nè cuore. Rovini il tuo avvenire, pianti Lucilla, e getti nella miseria tua madre.

--Povera mamma! Tu fai i conti in una certa maniera.... Credi sul serio che saremmo più ricchi di adesso il giorno in cui fossi in casa Dal Bono a godermi i frutti della dote di Lucilla e il piccolo stipendio che forse mi darebbe il signor Benedetto come suo agente?

--Oh il signor Benedetto non vive molti anni, e allora....

--Via, non facciamo questi calcoli vergognosi.... Sappi invece che, quando mi capitò il tuo dispaccio, io stavo per iscriverti che ero nominato direttore della miniera di Rignano a pochi chilometri da Valduria, e che la mia posizione è mutata in modo da permettermi di portare il tuo assegnamento mensile a cinquecento lire. Aggiungi a questo il frutto della tua dote, e l'altre piccole entrate che ti rimangono.... È la miseria?

In altri tempi questa notizia avrebbe prodotto un gran piacere alla signora Federica, ma infatuata com'era nell'idea del matrimonio, ella si strinse nelle spalle e disse:--L'interesse? Mi curo forse dell'interesse? È il decoro che mi preme.... Un Arconti minatore, mentre potrebbe essere accolto a braccia aperte nella miglior società di Milano come marito d'una ricca ereditiera.... Oh, questo colpo non me l'aspettavo....

--Eppure, cara mamma, ho parlato sempre ad un modo.

--Non lo nego, ma chi poteva immaginarsi un'ostinazione simile? Anche Mariano era ostinato, ma non così, non così.... Già per me è finita.... È come se non avessi più figlio.

--Vuoi venirci a stare con questo figliolo snaturato?

--Io in questi luoghi? Io ridurmi una contadina?

--È vero, qui tu staresti a disagio, e io non insisto. Ma sappi che le braccia e la casa di tuo figlio ti son sempre aperte. Un giorno gli darai forse ragione.

--Mai, mai--rispose la signora Federica. E soggiunse:--Adesso voglio partire al più presto; anche questa notte, se c'è una corsa.

--Non puoi partire che domattina.... Avrai bisogno di riposo.... Va nella tua camera.... Dormirò anch'io in questo albergo, e ti accompagnerò domani alla stazione.... E, a proposito, hai tutto il denaro occorrente pel viaggio?

La signora Federica guardò nella borsa e si accorse di non aver che poche lire. Sulle prime ne fu maravigliata perchè le pareva d'esser uscita di casa col portamonete ben fornito, ma poi si ricordò che alla stazione di Milano aveva avuto la debolezza di comperare un piccolissimo pappagallo offertole per quaranta lire, una miseria. L'aveva consegnato alla cameriera perchè lo mettesse nel salottino; sarebbe stata una compagnia; era così sola! Sperava poi che questo pappagallo non farebbe la riuscita dell'altro che ella aveva avuto in passato; questo era giovine, se lo sarebbe educato lei.

Roberto, malgrado della tristezza che l'opprimeva, non potè a meno di sorridere.

--Ecco, i pappagalli non si possono proprio ritenere una spesa necessaria.... Pazienza.... Domattina comprerò io il biglietto.... E questo vestito da viaggio quanto ti costa?

--Non lo so, non ho fissato il prezzo.

--Quando ricevi il conto, mandalo a me.... T'avrò fatto un piccolo regalo.

--Se speri di ammansarmi con queste moine, t'inganni--rispose la signora Federica, che aveva però rimesso alquanto della sua baldanza dopo la confessione dell'acquisto del pappagallo.

Fatto si è che la mattina seguente ella si alzò molto più calma. Non che si fosse persuasa delle ragioni di suo figlio; tutt'altro. Persisteva sempre a volerlo sposare con Lucilla, ma aveva una nuova idea. Avrebbe parlato con un tale, persona molto influente in paese, raccomandandogli di trovar subito a Milano un posto per Roberto che gli rendesse quanto la direzione della miniera. Allora, per Bacco, non ci sarebbero più obiezioni.

--Ce ne sarebbero due sole--osservò Roberto--la prima ch'io sono impegnato con la _Sulphur Society_ per cinque anni, la seconda che il matrimonio tra Lucilla e me ormai è impossibile. Tu non vuoi portare a Lucilla la mia lettera, e sia pure. Questa lettera la imposterò alla stazione io medesimo.

--Sei un caparbio--disse la signora Federica, arrabbiandosi di nuovo.--Ma io farò che Lucilla non dia retta a quello che tu scrivi, io ti salverò tuo malgrado.

--Povera mamma!--esclamò Roberto, ripetendo ancora una volta una frase che gli era venuta sulle labbra così spesso nello spazio di poche ore.

Prima di salire in vagone, la signora Federica sussurrò all'orecchio di suo figlio:

--E le cinquecento lire cominci a spedirmele il mese venturo?

--Sì, mamma. Bada però di non comperare altri pappagalli.

Il treno si mosse portando seco la signora Arconti, che non poteva certo lodarsi dell'esito del suo viaggio, ma si consolava nella fiducia di esser presa per una gran dama da due inglesi i quali si trovavano nello stesso scompartimento.

Roberto seguì con l'occhio il convoglio che si dileguava, poi s'avviò tristamente in cerca d'una vettura che lo riconducesse a Valduria. Era dunque finito tutto? Con la lettera scritta a Lucilla egli aveva dunque messa la pietra sepolcrale sul suo passato? Addio sogni lungamente accarezzati con la fantasia, addio speranze di chiuder la vita accanto alla donna che, prima, gli aveva svegliato nel petto i palpiti dell'amore! A voltarsi indietro col pensiero, Roberto vedeva sempre Lucilla. La vedeva bambina, vispa, snella, ricciuta, dai labbri di corallo e dai grand'occhi neri, ch'erano un incanto; poi fanciulla capricciosetta e bellissima, più bella di quant'erano le fanciulle della sua età, poi si ricordava d'un periodo assai breve, quattro o cinque mesi forse, in cui quella bellezza s'era alquanto offuscata per rifiorire dopo più splendida, più superba di prima. E si ricordava d'aver protetto la bambina, d'aver diviso i giochi della fanciulla, d'aver detto alla giovinetta tante dolci parole, d'averne tante sentite da lei. Si credevan da un pezzo due promessi sposi; e si prendevan le confidenze di due promessi sposi. Quante volte le loro labbra s'eran toccate, quante volte il braccio di Roberto aveva cinto la svelta e flessuosa persona di Lucilla! Ed egli le aveva aperto tutto il suo cuore; l'aveva messa a parte di tutto ciò che c'era in lui di più geloso e di più segreto.... e adesso, adesso ella era in procinto di diventar moglie d'un altro, e quelle confidenze, ch'egli aveva deposte nella sua anima come in un santuario, stavano per essere profanate da un'intimità nuova. Quest'idea era intollerabile a Roberto, e lo faceva dubitare di ciò che poc'anzi gli appariva limpido e chiaro come la luce del sole. Perchè aveva gettato Lucilla nelle braccia del marchesino Moschi? Perchè le aveva scritto una lettera secca, recisa, che toglieva l'adito a ogni riconciliazione? Perchè non aveva studiato un mezzo termine? E infine, a Milano, perchè non s'era almeno preso il gusto di dare una sciabolata al temerario che aveva osato insidiare il suo bene? Santo Iddio! Queste domande non se le era già fatte un milione di volte? Non vi aveva risposto in modo soddisfacente? Non aveva acquistato la convinzione d'aver seguito l'unica via che un uomo d'onore potesse seguire? E come mai ricadeva ora nelle antiche incertezze?

Egli arrivò così a Valduria col proponimento di scendere nelle gallerie sotterranee appena si fosse cambiato vestito. Odoardo era in giro per la miniera; Maria invece era in casa occupata a rimendare un abito di suo fratello.

Come spesso le accadeva, ella era tranquilla d'aspetto, agitatissima di spirito. La venuta della signora Arconti era parsa anche a lei un fatto così singolare da non poter trovare la sua spiegazione che in qualche avvenimento straordinario. Aveva perciò atteso con impazienza febbrile il ritorno di Roberto; ora che egli era tornato, la paura d'esser indiscreta l'ammutoliva. Pur si fece coraggio, e sentendolo passare nell'andito gli disse:--Signor Roberto, non viene nemmeno a salutarmi? Non ha bisogno di nulla?

--Venivo anche da me, sa--rispose l'ingegnere, sforzandosi di assumere un fare scherzoso, ed entrò nella stanza con la mano tesa verso Maria,--Venivo anche da me, e non perchè avessi bisogno di qualche cosa.

Quand'ella lo vide, il doppio istinto della donna, e della donna che ama, le rivelò subito che, se egli aveva il sorriso sul labbro, aveva la morte nell'anima.--Dio mio--ella esclamò--soffre?

In viso alla giovinetta era dipinta una simpatia così vera, così viva, così profonda che Roberto ne fu scosso in tutte le fibre. Il bisogno di espansione, di confidenza, prevalse in lui ad ogni altro riguardo; si abbandonò sopra una seggiola e disse:--Sì, soffro.

--Una disgrazia?

--Quando giunsi a Valduria--replicò Roberto--le raccontai il principio d'una storia d'amore. Poi tacqui. Quella storia d'amore mi costava tante pene!... Vuol saperne la fine?

Allora Roberto espose in tutti i loro particolari i fatti che già conosciamo. Alla fine estrasse di tasca i frammenti della lettera a Lucilla che sua madre aveva lacerato in un impeto di collera, e li ricompose sotto gli occhi di Maria, dicendole:--legga e poi giudichi.

--Giudicare io?.... No, no--supplicò Maria turbata, commossa, frenando a stento le lagrime. E intanto divorava con gli occhi le poche righe contenute in quel foglio.

--Giudichi lei--ripetè Roberto--lei che ha il cuore così buono e il criterio così giusto. Potevo subire le umiliazioni che mi si offrivano? Potevo continuar ad amare una fanciulla che non voleva fare per me nessun sacrificio e mi imponeva quello della mia dignità?

--Ma, signor Roberto, perchè vuol che pronunzi un giudizio? Sono anch'io una povera donna.... direi uno sproposito....

--Ciò significa che non vuol condannare un'altra donna.... Condanna piuttosto me....

--Ah no!--ella proruppe con un grido sublime d'impeto e di verità.

--Grazie, buona Maria, di questa parola--esclamò l'ingegnere afferrandole la mano.

Ella era trasfigurata da una folla di sentimenti e d'impressioni che non avrebbe saputo definire. Era immensamente felice, e arrossiva, si vergognava pensando che ciò che l'aveva fatta felice era l'annunzio d'una sventura che aveva colpito l'amico suo. Nella confusione in cui si trovava non seppe dire altro che:--Coraggio! l'avvenire la compenserà di quello che soffre oggi.... Merita tanto d'essere amato..

Capì d'aver detto troppo, e si fece del color della porpora.

Ma Roberto non raccolse quest'ultima frase. Lasciò la mano di Maria, e tentennando tristamente la testa, disse a mezza voce:--Oh! l'avvenire....