Nella lotta

Chapter 16

Chapter 163,715 wordsPublic domain

Ma sia che Odoardo non sapesse presentare al vivo lo stato delle cose, sia che la Prefettura non ne intendesse tutta la gravità, fatto si è che i rinforzi spediti furono assolutamente insufficienti, tali da esacerbare gli animi, non da impedire ogni violenza. Cosicchè, quando al terzo giorno dello sciopero, comparve a Valduria la prima squadra di lavoranti (una trentina circa) che il Selmi era riuscito con molta fatica a raccozzare nelle vicinanze, lo sciopero si mutò in vero ammutinamento, e i collegati, messi già sull'avviso, assunsero un contegno tanto minaccioso verso i nuovi venuti, che questi, temendo di rimetterci la pelle, abbandonarono subito la partita. Le poche guardie che s'erano provate a far qualche arresto tra i più turbolenti furono anch'esse costrette a rinunciare all'impresa, e dovettero limitarsi a difender la miniera dai colpi di mano dei sediziosi. Correvano già sinistri propositi; s'eran sentite grida di _morte_: si diceva che qualcheduno avesse in animo di far saltare il deposito della polvere; che altri volessero dar fuoco alla casa dell'ingegnere e rubare il denaro che doveva esserci in cassa, altri distruggere i forni, e così via, Era, come si dice, un darsi la zappa sui piedi, perchè, se gli operai mandavano in rovina la miniera, di che avrebbero poscia vissuto? Ma chi non sa che, nello scoppio delle selvaggie passioni, le moltitudini smarriscono affatto il criterio del loro utile e il male diventa scopo a sè stesso?

Se l'ingegnere Selmi aveva mancato di previdenza, non si poteva certo accusarlo di mancar di coraggio. Egli si mostrava dovunque c'era un pericolo, e raccogliendo intorno a sè i pochi addetti alla miniera che non avevano partecipato al movimento, si preparava, se fosse stato necessario, a far pagar cara la propria vita. I carabinieri si lasciavan dirigere da lui, come da persona che conosceva i siti ed era in grado di disporre opportunamente le difese.

La situazione di Cipriano diventava intanto sempre più delicata. Odoardo non gli nascondeva la sua diffidenza, e deciso di non trovarsi un nemico in casa, l'aveva allontanato con un pretesto.

Gli operai lo accusavano di doppiezza, e gl'intimavano di gettar giù la maschera e di fare apertamente causa comune con loro. I più tranquilli, quelli che s'eran lasciati rimorchiare dagli altri, non gli perdonavano di averli cullati nell'illusione che quest'impiccio si sarebbe risolto in modo conforme ai loro desideri. Invece dove si andava a finire? Con che mezzi si sarebbe prolungata la resistenza?

Cipriano era ormai in grado di misurare l'enormità dello sproposito commesso. Egli aveva procurato, è vero, delle molestie agli altri, ma quanti maggiori guai tirava addosso a sè medesimo! Non era un aumento di credito ch'egli avrebbe trovato alla fine del conto, era la perdita di una posizione che aveva conquistato a palmo a palmo a forza di lavoro e d'ingegno, era il disprezzo, era l'odio di quelli ch'egli aveva ingannati, era l'odio, il disprezzo di Maria.... E quest'ultimo pensiero gli era il più penoso di tutti.... Maria egli l'amava sempre.... Talora nell'animo esacerbato egli si raffigurava la voluttà di una suprema vendetta. Portar la devastazione e la morte nella miniera, sottraendo al disastro la sola Maria. Presentarsi a lei come un salvatore e come un padrone: difenderla contro tutti, ma volerla per sè.

Follie! L'intelligenza di Cipriano non era tanto offuscata da non capire ciò che vi fosse di assurdo in questi propositi di mente inferma. Quand'anche il resto gli fosse riuscito, Maria non avrebbe mai accondisceso a esser sua. Bensì promovendo, secondando gl'istinti brutali che si manifestavano nella schiuma dei collegati, egli avrebbe potuto far di lei una creatura derelitta ed infelicissima. Combattuto così da affetti diversi, spesso tentava di moderare quelli che aveva aizzati, e sentiva l'aura della popolarità ritirarsi rapidamente da lui e il terreno vacillare sotto i suoi piedi.

Comunque sia, il contegno risoluto di Odoardo Selmi impose rispetto ai minatori, e nella notte successiva all'ammutinamento nessun colpo di mano fu tentato contro la miniera. I peggiori soggetti (una quarantina circa) costrinsero gli osti a tener aperte le bettole e a dar loro vino senza risparmio. Pagherebbe, dicevano, la Direzione di Londra.

Col sorger del giorno finì la baldoria. Le notizie dei nuovi disordini avevano commosso le autorità del capoluogo, e alla mattina i pacifici abitanti di Valduria furono rinfrancati dall'arrivo di uno squadrone di cavalleria. Più tardi giunsero il Procuratore del Re e il giudice istruttore, e procedettero ad alcuni arresti dopo aver sentito l'ingegnere Selmi e il segretario comunale. Il sindaco Ludovici non c'era. Non volendo uscire da una savia neutralità, egli s'era recato altrove fin dal primo manifestarsi dello sciopero.--A trovarsi in mezzo a queste cose non ci si guadagna mai--egli osservava prudentemente. Fu detto da un bell'umore che il conte Ugolino mangiasse i figli per conservar loro un padre; così il signor Ludovici lasciava nelle male peste i suoi amministrati per conservar loro un Sindaco.

Se la neutralità era sì cara al signor Ludovici, lo star con le mani alla cintola durante questo scompiglio riusciva invece intollerabile a Maria. Odoardo aveva dovuto usare poco men che la forza per indurla a rimanersene in casa mentr'egli s'esponeva al pericolo. Nella notte ella non aveva mai chiuso occhio, pronta sempre ad accorrere ove avesse visto o sentito un segno d'allarme. Alla mattina poi, quando l'arrivo della truppa l'ebbe assicurata che suo fratello non correva pel momento alcun rischio, il suo cuore gentile fu commosso dall'idea d'altri dolori. Pensò alle povere famiglie che questa crisi avrebbe piombate nella miseria, alle donne e ai bambini che avrebbero pagato il fio delle colpe dei mariti e dei padri. Che squallore in quelle capanne ov'ella, visitatrice pietosa, aveva portato tante volte il conforto d'un sorriso e d'una parola di simpatia!

Ubbidì agl'impulsi dell'animo, e senza dir nulla a Odoardo intraprese un pellegrinaggio per la valle. Chi sa ch'ella non avesse potuto esercitare un apostolato di pace e di carità! A lei forse avrebbero dato retta. Avrebbero capito ch'ella non parlava che per desiderio del bene.

E infatti quasi dappertutto ella fu accolta con affetto e con deferenza. In qualche famiglia la si aspettava, s'era avvezzi a vederla nei giorni del dolore. Nella maggior parte delle abitazioni non c'erano soltanto le donne, i vecchi, i fanciulli; c'era anche l'elemento vigoroso della casa, l'uomo che per solito lavorava, guadagnava, sostentava gli altri. Torvo o accasciato, con le braccia ciondoloni e con la testa china sul petto, egli non aveva più la baldanza dei primi giorni di battaglia; soffriva delle sofferenze dei suoi cari, o imprecava al destino che l'aveva condannato a servire. Maria cercava di persuadere uomini e donne a non ostinarsi in una contesa inutile; quei signori di Londra erano ricchi e potevano attendere; invece, loro, poveri operai, che avrebbero fatto se fossero stati licenziati definitivamente? La sua voce non si perdeva nel deserto; quand'anche non le si dava ragione, quand'anche si voleva sostenere il diritto dei minatori a un maggior salario, si riconosceva d'aver agito con precipitazione, di essersi lasciati abbindolare da quelli che pescan nel torbido. In quanto a capitolare, alcuni ci sarebbero stati disposti, ma come si faceva? C'era un vincolo coi compagni: bisognava che fosse una cosa fatta d'accordo fra tutti.

Maria usciva da queste visite con uno stringimento al cuore. Dopo aver visto quelle cucine senza pentola al fuoco, quegli uomini sparuti, quelle donne avvizzite, quei bimbi macilenti, che pur si sforzavan di sorriderle in mezzo alle lagrime, ella avrebbe voluto arrivar d'un balzo a Londra, penetrare nei palazzi degli azionisti della miniera e dir loro: Siate generosi, siate misericordiosi, sacrificate una parte del vostro lusso per dare un pane di più alla povera gente. Maria non s'era mai curata di far la diagnosi delle società anonime; ella credeva in buona fede che gli azionisti fossero gli esseri più felici del mondo, e non si preoccupava punto del rapporto tra i salari e il costo di produzione.

Un nome aveva suonato spesso all'orecchio della giovinetta nel suo pellegrinaggio, un nome pronunciato per lo più con accento d'ira e di sprezzo: quello di Cipriano. Dov'era costui? Perchè, dopo aver sobillato gli altri, si nascondeva? Tra gli arrestati ce n'erano di meno colpevoli. A loro non si sarebbe badato; si sapeva che erano cervelli malati e spiriti guasti; ma quando si sparse la voce che un uomo come Cipriano prometteva il suo appoggio e assicurava il buon successo, allora fu cosa diversa.... Invece Cipriano li aveva abbandonati, li aveva traditi.... oh ma ne pagherebbe il fio!

Non c'era più dubbio! Era veramente da Cipriano ch'era partita la prima scintilla destinata a far divampar tanto incendio. Nè Maria poteva ignorare le cagioni che avevano travolto in tal guisa la sua intelligenza. Così allo sdegno ch'ella provava si mesceva un senso d'infinita pietà. Com'egli doveva essere infelice!

Una forza maggiore di lei la indusse, nel ritorno, ad avviarsi dalla parte ove abitava il giovine soprastante. Era forse desiderio d'incontrarlo? E che gli avrebbe detto? E s'egli, ormai alla disperazione, le avesse fatto ingiuria?

Ella non si dissimulava il suo sgomento, eppure non si ritraeva dal suo cammino. Già nell'ombra del crepuscolo biancheggiava la casa ov'ella era andata tante volte a visitare la vecchia Gertrude; il pioppo alto e sottile che cresceva lì vicino dondolava gravemente il capo con un lieve stormire di fronde. Maria si avvicinò trattenendo il respiro. L'uscio dell'abitazione era chiuso, eran chiuse le imposte. Maria chiamò timidamente--Cipriano!--Nessuno rispose. Non c'era nessuno.

XXIII.

In quel giorno medesimo, Odoardo Selmi spediva all'ingegnere Arconti il dispaccio che i lettori conoscono. Non lo aveva chiamato nel momento del maggiore pericolo, ma adesso sentiva di non poter far a meno del suo aiuto e del suo consiglio. La presenza dello squadrone di cavalleria a Valduria sino a cose finite era una guarentigia contro il ripetersi dei disordini; non bastava però a far cessare lo sciopero. Gli operai non potevano esser ricondotti per forza nella miniera. Bisognava rappacificare gli animi, e inoltre c'erano parecchie quistioni da risolvere. Chi si doveva riammettere, chi escludere; come si dovevano colmare i vuoti? Certo l'Arconti era molto più adatto del Selmi a sciogliere tutte queste difficoltà, e Odoardo operava saviamente invitandolo ad affrettare la sua venuta.

Roberto, noi lo sappiamo, non aveva esitato un istante. Egli era partito da Milano poche ore dopo ricevuto il dispaccio, e nel partire ne aveva dato avviso telegrafico all'amico.

Quando Maria seppe che Roberto era in viaggio per Valduria, il suo primo movimento fu di gioia schietta e vivissima. Ma alla gioia successe il terrore. Cipriano odiava Roberto com'egli sapeva odiare, e non aveva certo dimesso l'idea di rifarsi sopra di lui dei mali che aveva attirati sul proprio capo. Scomparso momentaneamente perchè si sentiva inviso a tutti e non era ben sicuro di non esser tratto in arresto se si mostrava, egli avrebbe ben trovato il modo d'uscire dal suo nascondiglio per compiere o per tentare una vendetta.

Maria rivelò le sue angustie al fratello, che ne rimase alquanto impensierito, ma alla fine si strinse nelle spalle e disse:--Che vuoi farci? Staremo in guardia. Ad ogni modo, un uomo ne vale un altro, e Arconti non ha paura di nessuno.

Con queste inquietudini nell'anima, la giovinetta s'accinse a preparar la camera dell'ingegnere. Non aveva però soltanto queste inquietudini. Altri pensieri non lieti le passavano pel capo.

--Egli torna--ella diceva fra sè.--Per dividere i nostri pericoli lascia più presto la sua splendida Milano, lascia sua madre, la sua fidanzata. Ma per quanto tempo starà con noi? Adesso che ha riveduta la sua città natale, adesso che ha riveduta la sua Lucilla, gli parrà mille volte più squallido e triste questo soggiorno.... Aver negli occhi una cara immagine, aver l'anima piena di sogni d'amore, e venir qui in questo tugurio, in mezzo alle malinconie d'uno sciopero.... Che prepotente bisogno sentirà d'andarsene!

--Si sposeranno presto--continuava Maria.--Roberto troverà una bella posizione in qualche città... dev'essergli tanto facile di ottener ciò che vuole..... E se invece persuadesse la sua sposa a venir qui?... Lei, avvezza a tutti gli agi, a tutte l'eleganze di una capitale? Come potrebbe adattarvisi?... A ogni modo, se ci venisse?

Questa idea faceva spuntar le lagrime agli occhi di Maria. Si vedeva mortificata, avvilita da quell'altera bellezza cittadinesca che le avrebbe tolto persino l'amicizia di Roberto. Apriva istintivamente l'album di fotografie ch'era sul tavolino dell'ingegnere, e contemplava il ritratto di Lucilla. Oh sì, ell'era bella, assai bella, e Roberto aveva ragione d'amarla.... Però quest'amore lo rendeva felice davvero? Perchè, dopo essersi ripromesso di parlarne sovente con lei, non gliene aveva parlato più? Perchè aveva pronunziato così di rado il nome di Lucilla? Aveva forse indovinato, aveva forse compreso?...

Un vivo rossore copriva le guancie di Maria. No: egli non poteva aver nulla indovinato, nulla compreso. Che concetto si sarebbe fatto di lei se avesse compreso, se avesse indovinato? Come l'avrebbe trovata temeraria, come l'avrebbe trovata ridicola!... No, s'egli non parlava di Lucilla, era soltanto perchè non poteva dirne tutto il bene che avrebbe voluto.... Forse Lucilla non lo amava abbastanza, non lo amava com'egli meritava... Ed egli meritava tanto amore, ed egli meritava tanta felicità...

Mentre Maria seguiva il corso di questi pensieri, Roberto Arconti viaggiava verso Valduria nello stato d'animo che ci è facile immaginare. Ormai non lo legava che un ben tenue filo al passato; la speranza, ahi debole tanto, che Lucilla si pentisse del contegno serbato con lui a Milano e ne facesse ampia ammenda per lettera. Oh se ell'avesse trovato quelle frasi appassionate che vengon dal cuore, egli le avrebbe perdonato tutto! S'ella gli avesse parlato quel linguaggio che non lascia dubbio sulla sincerità dell'affetto, le avrebbe perdonato anche di non voler venire a Valduria! Non avrebbe accettato certo la posizione subalterna che gli si offriva in casa Dal Bono; avrebbe detto: aspettiamo ancora; e fiducioso nell'avvenire si sarebbe posto in traccia di un altro impiego. Più assai che il rifiuto di Lucilla di abitare nelle solitudini inospitali d'una miniera, lo aveva afflitto, lo aveva offeso la sua frivolezza. E pur troppo questa frivolezza gli faceva presentire che il male era senza rimedio. Si correggono le opinioni, non si mutano i sentimenti e gli istinti.

Ma la persuasione che una rottura con Lucilla era inevitabile non era fatta per consolar Roberto. Quando per tanti anni s'è vissuti in un pensiero, quando non s'è compresa la vita che confusa nella vita d'un'altra persona, il bel gusto a dover dire: m'ero sbagliato; quella persona non è adatta per me!

In questo triste ritorno a Valduria la prospettiva più lieta per l'ingegnere Arconti era quella delle difficoltà che l'aspettavano. La febbre della lotta e del pericolo poteva solo fargli dimenticare le mille angustie che gli travagliavano lo spirito.

Così, quando alla stazione più vicina a Valduria, gli dissero che i tumulti erano già cessati, egli n'ebbe più noia che soddisfazione. Nondimeno, giunto alla miniera, gli si allargò il cuore all'accoglienza di Odoardo e di Maria. Maria era profondamente commossa, la sua mano tremava nello stringere la mano di Roberto, un vivo incarnato s'era diffuso sulle sue guancie pallide, e in tutto il suo aspetto splendeva quella bellezza che la natura concede anche ai volti meno regolari nei momenti in cui l'anima s'affaccia agli occhi. Del resto, Maria s'era cambiata in modo notevole da quando l'ingegnere Arconti l'aveva vista la prima volta. I suoi capelli corti eran cresciuti, e ricadendole a ricciolini sulle tempie incorniciavano leggiadramente la sua fronte candida; le sue spalle esili, le sue braccia sottili s'erano un po' arrotondate; all'aria di bontà e d'intelligenza, che l'aveva sempre resa simpatica, s'era aggiunta un'espressione di dolce malinconia, che le dava un'attrattiva tanto maggiore quanto meno in quella malinconia si poteva sospettare l'artifizio.

--Ci perdonerai d'aver troncato prima del termine stabilito le tue beate vacanze di Milano?--disse Odoardo all'amico.

--Non parliamo di ciò--rispose Roberto, rannuvolandosi e mostrando una fretta di sfuggire questo argomento, che non passò inosservata a Maria.--Raccontami piuttosto per filo e per segno tutto ciò ch'è successo.

Il Selmi espose i fatti che già conosciamo, soffermandosi particolarmente sopra la condotta di Cipriano, la cui disparizione era, del resto, la miglior conferma delle accuse che gli si movevano.

--Oh si guardi, si guardi--disse in tono supplichevole Maria all'Arconti.--Cipriano odia lei più di tutti gli altri, ed è capace di tutto.

--E perchè mi odia tanto?

Maria arrossì e non rispose.

--T'odia--rispose Odoardo--perchè s'è sognato di veder in te un ostacolo al suo matrimonio con mia sorella.... Sciocchezze! Se Maria l'ha respinto, non fu pei suggerimenti d'alcuno, ma perchè ha capito che Cipriano non era sposo per lei.... E aveva ragioni da vendere.

Roberto avrebbe potuto soggiungere che, per un momento, egli aveva piuttosto patrocinato che osteggiato presso Maria la causa del giovine minatore, ma non voleva aver l'aria di persona che cerca d'attenuare la sua responsabilità.

--Checchè egli pensi sul conto mio--disse fieramente l'ingegnere Arconti--e checchè egli mediti a mio danno, io non ho paura di lui.

--Oh per carità, per carità--esclamò Maria, giungendo le mani--non faccia imprudenze. Se le accadesse una disgrazia non me lo perdonerei più per tutta la vita.

--Buona Maria--rispose Roberto--non si accori così. Vedrà che non succede nulla.... Se tutte le minaccie avessero effetto! pensiamo piuttosto al resto.

Entro la giornata si concertarono tra i due amici i provvedimenti da prendersi.

E infatti nella mattina successiva venne affisso a Valduria un manifesto, in cui si annunciava che sarebbero riammessi nella miniera alle condizioni di prima quelli fra gli operai che si presentassero nel termine di ventiquattr'ore, trascorso il quale non si farebbe più grazia a nessuno.

Da questa specie d'amnistia erano esclusi però dodici fra i più noti caporioni del movimento, e i loro nomi figuravano appiedi del manifesto.

Di Cipriano non era fatta menzione. Selmi e Arconti avevano deciso di licenziar lui pure, ma non credevano di poterlo fare senza preavvisarne la Direzione di Londra, dalla quale recentemente il Regoli era stato encomiato e promosso. Si stabilì quindi di trasmettere a Londra la formale proposta del congedo in base al contegno ambiguo di Cipriano nei primi giorni dello sciopero, alla voce pubblica che lo chiamava colpevole, e alla sua misteriosa disparizione.

La baldanza dei collegati era svanita da un pezzo. Nessuno sciopero era mai stato iniziato così all'impazzata, senza un fondo di riserva, senza una probabilità al mondo di trovar lavoro nei paesi vicini. S'era calcolato d'intimorire la Direzione, non riflettendo che la violenza ben di rado assicura agli operai la vittoria nella questione dei salari. Per vincere bisogna essere in grado di opporre a lungo la resistenza passiva dell'inazione, e per oppor questa resistenza bisogna aver quattrini da parte, o trovar chi ne somministri. Ora, ai minatori di Valduria mancava l'una e l'altra cosa.

È facile argomentare da ciò che, quando comparve il manifesto, moltissimi avevano già una gran voglia di cedere; di maniera che, prima che spirassero le ventiquattr'ore, tre quarti e più degli scioperanti s'erano ripresentati a far atto di sommissione. Le lacune furono colmate scegliendo i migliori fra i molti ch'erano venuti od offrir l'opera loro, guarentiti ormai contro ogni molestia dalla presenza d'uno squadrone di cavalleria.

Alla mattina del quarto giorno dopo l'arrivo di Roberto, le cose erano pienamente assestate. Prima però che ricominciassero i lavori, l'ingegnere Arconti raccolse tutti i minatori sulla spianata davanti all'apertura del sotterraneo, e tenne loro un discorso pieno di belle parole e di savi pensieri. «C'è corso un equivoco fra noi--egli concluse;--dimentichiamolo. Riprendiamo d'accordo il nostro combattimento d'ogni giorno e d'ogni ora contro le forze della natura, e nel bene della miniera cerchiamo il bene di tutti noi altri quanti siamo, grandi e piccini, a cominciare dal più ricco fra gli azionisti per andar fino all'infimo degli operai. Se l'azionista, questo avaro azionista che sinora ha perduto sempre, principierà a guadagnar qualche cosa, sarà sperabile anche al lavorante di migliorare la sua sorte. In caso diverso, la miniera sarà piantata e non so che utile ne avrà chi ci vive sopra. Eh, cari amici, la buona armonia fra il capitale e il lavoro sarà spesso un sogno e non basterà a dare il segreto della felicità; ma si può esser certi che tutte l'altre teorie che si predicano con tanto fracasso e che si risolvono nell'aizzare il lavoro contro il capitale, sono assai più sbagliate e creano molte più miserie intorno a sè.

Che la bontà di questi argomenti apparisse con uguale evidenza a tutti gli ascoltatori, non oseremo affermarlo, quantunque l'Arconti credesse aver letto nella fisonomia degli adunati un esplicito assenso alle sue idee. Ma si sa che la prima persuasione di ogni oratore è quella di aver persuaso il suo uditorio.

Mischiandosi nella folla, l'Arconti avrebbe sentito qualcheduno borbottare a mezza voce:--Tutti i salmi finiscono in gloria: State cheti, state buoni; non avete ragione di lagnarvi.--Oppure:--Il sugo del discorso è questo: Voi siete deboli e avete torto.--O finalmente:--Non la deve mica andar sempre così.... Basta, s'è pagato il maestro, e la lezione non sarà perduta.

Il fatto si è che queste osservazioni parziali non esprimevano che il pensiero di una piccolissima minoranza. I più applaudivano senza riserva il simpatico ingegnere, e parecchi dicevano:--Se ci fosse stato lui nei giorni passati, non sarebbe accaduto nulla di quel ch'è accaduto.

XXIV.

La miniera di Valduria aveva ripreso il solito aspetto. La campana annunziava regolarmente il principio e la fine del lavoro e il cambio delle squadre, i forni ardevano senza interruzione, le caldaie a vapore mettevano in movimento le pompe e la grù, un denso fumo usciva dai caminoni e si svolgeva in spire capricciose nell'aria, i carretti carichi di minerale correvano lungo i binari, lo scoppio delle mine rimbombava nel sotterraneo; e su e giù per la _discenderia_, e lungo le gallerie, era un andirivieni continuo d'operai e un agitarsi di fiammelle fantastiche.

Insomma tutto s'era rimesso al suo posto, ma non era tornato Cipriano, sia che gli fossero giunte all'orecchio le minacce dei lavoranti, i quali si credevano traditi da lui, sia che meditasse un nuovo colpo, come temeva Maria. Si sapeva che, lasciata la miniera uno dei primi giorni dopo lo sciopero, era andato a casa, vi si era trattenuto pochissimo e n'era uscito per non rientrarvi più. Qualcheduno lo aveva visto nei dintorni, ma egli aveva schivato ogni incontro e non aveva discorso con anima viva. Intanto, coll'assenso della Direzione di Londra, era stato pubblicato un avviso che lo sfrattava dalla miniera.