Nella lotta

Chapter 15

Chapter 153,685 wordsPublic domain

Maria, addoloratissima delle confidenze che si era lasciata sfuggire, fece quant'era in lei per indurre Odoardo a conservar la neutralità, ma egli non volle prometterle cosa alcuna. E infatti, quella sera stessa, intimò molto recisamente a Cipriano di non turbar più la pace di sua sorella. Contro l'aspettazione di Odoardo, il fiero giovine non accolse le sue parole nè con uno scoppio di collera, nè con un silenzio minaccioso. Per un istante egli riuscì a domare la sua fierezza, il suo orgoglio, e le sue labbra si piegarono alla preghiera.--Non lo si respingesse così.... Amava tanto Maria che l'avrebbe fatta felice. Per lei sola si sarebbe corretto dei suoi difetti, ella sola poteva essere il suo angiolo salvatore. Lo si mettesse alla prova, un anno, due anni, quanto tempo si voleva.... Egli avrebbe taciuto, avrebbe seppellito dentro di sè il suo segreto.... Ma non gli si togliesse ogni speranza.

Odoardo gli parlò con molta benevolenza; gli disse che apprezzava le sue eccellenti qualità, che non considerava certo una colpa in lui il suo amore per Maria, ma poichè questo amore non poteva condurre a nessun risultato, era assolutamente necessario di soffocarlo.

Le lagrime che inumidivano gli occhi di Cipriano si rasciugarono, la sua fisonomia prese una espressione cupa e dura; egli si morse il labbro inferiore, e si ritirò senza soggiunger nulla.

Per qualche giorno non si avvertì in lui alcun mutamento che il dolore della madre perduta non bastasse a giustificare. Ma egli era in preda a una fiera tempesta. Tutte le malvagie passioni che un affetto nobile e puro aveva sopite nella sua anima si svegliavano più violente e imperiose, come ridomandando il posto ch'era stato loro conteso. Esse gli dicevano con amaro sarcasmo: Che ti valse disciplinar la tua tempra indomita, aprire il tuo cuore agli affetti gentili, armarti di pazienza e di mansuetudine? Quello che varrebbe alla vipera lo spogliarsi del suo veleno. Cessando d'esser temuta, non sarebbe amata. La natura t'aveva dato le qualità onde l'uomo divien formidabile; torna come la natura ti fece. Se non puoi aver le voluttà dell'amore, procurati quelle dell'odio; se non puoi esser tra i felici del mondo, vendicati di loro, fa soffrire quelli che ti fanno soffrire.

Queste voci gli suonavano insistenti all'orecchio nelle profondità della miniera, nelle passeggiate solitarie fra i monti, nel deserto della sua casa, ove nessuno domandava più le sue cure e gli prodigava le proprie, ove nessuna mano gli si posava più sulla fronte, ove nessun saluto amichevole lo accoglieva all'arrivo e lo accompagnava alla partenza.

Pure egli si forzava di resistere ai perfidi impulsi che lo spingevano al male. Chi ha visto zampillare la sorgente cristallina torna riluttante a dissetarsi all'acqua limacciosa, chi porta negli occhi i riflessi d'un cielo azzurro stenta ad avvezzarsi alle tenebre.

E anch'egli aveva, come in un sogno, pregustato le gioie sane della vita. Anch'egli, nella sua fantasia, aveva evocato l'immagine geniale di una cameretta modesta che una donna semplice e vereconda riempiva con le grazie ineffabili del suo sorriso. Da lei egli attingeva il coraggio nell'ore dello sconforto, sul suo seno egli trovava il riposo nell'ore della stanchezza, al suo sguardo limpido e soave egli chiedeva il segreto dell'indulgenza e della bontà.

Questa visione fuggente aveva lasciato dietro a sè come un solco di luce che illuminava l'abisso in cui egli era sul punto di precipitarsi seguendo le suggestioni dell'odio e della vendetta. Se avesse potuto resistervi! Se avesse potuto soffrir con calma serena le ingiustizie della fortuna e degli uomini! Se con la condotta laboriosa, paziente, tranquilla, avesse potuto vincere l'inesorabile fanciulla che lo respingeva da sè!

No, no; eran vane illusioni; erano esitanze codarde. Qualcheduno dovrà pentirsi--egli aveva detto a Maria, e la sua minaccia si sarebbe compiuta. Come? Su chi? Non lo sapeva ancora; sentiva soltanto un prepotente bisogno di nuocere.

E cercava di persuadersi delle mille ragioni che aveva per abborrire il Selmi, per abborrire l'Arconti, per agognar la rovina della miniera. Non lo si era stimato mai al suo vero valore; per più anni egli era rimasto confuso nella folla degli operai; se l'ingegnere Arconti l'aveva distinto dagli altri, era stato per servirsi di lui; se la Società gli aveva reso una tarda giustizia, essa non aveva fatto in suo pro la metà di quello che egli meritava. Lo si condannava sempre ad essere un esecutore degli ordini altrui, ed egli non ammetteva la superiorità intellettuale dei suoi capi. Non teneva in nessun conto il Selmi e non si reputava da meno dell'Arconti, quantunque l'ingegno e la dottrina di quest'ultimo lo avessero colpito in passato. Ma egli aveva particolari ragioni per detestarlo; era lui, era lui sicuramente che gli rapiva il cuor di Maria; era su lui più che su tutti ch'egli doveva sfogare il suo livore. Gli avrebbe aizzato contro il personale della miniera, avrebbe intralciato la riuscita de' suoi lavori, avrebbe fatto il possibile per distruggere la sua riputazione.

Non mancavano a Valduria gli elementi torbidi. Odoardo Selmi aveva fin dal principio additato a Roberto alcuni minatori su cui pesava un delitto di sangue. Erano nature fiere, iraconde, uomini pronti a metter mano al coltello, spregiatori della vita altrui e della propria.--Sono belve addomesticate--diceva Odoardo.--Quando meno si crede, possono digrignare i denti e spiegare gli artigli.--E all'amico che gli domandava se fosse davvero indispensabile di tener nella miniera gente siffatta, egli rispondeva che, in fin dei conti, ormai avevano espiato la loro condanna, che non era giusto metterli al bando della società, che, respinti da tutti, avrebbero finito coi gettarsi alla campagna, mentre invece, posti a lavorare e assicurati d'un pane, potevano forse correggersi. L'essenziale era di mostrar sempre che non si aveva paura di loro.

Invero essi non avevano dato nemmeno a Roberto argomento a serie lagnanze. Avevano preso a rispettarlo subito, e poichè egli era fermo senza esser aspro, lo vedevano di buon occhio.

Cipriano non s'era mai sentito attratto verso costoro. Non vedeva in essi che l'energia brutale, ed egli apprezzava soltanto la forza congiunta all'intelligenza. Nè finchè aveva potuto sperar di conseguire i suoi scopi per le vie regolari, s'era curato di farsene dei docili stromenti. Essi sarebbero stati i primi sui quali egli avrebbe aggravato la sua mano, sui quali avrebbe sfogato la sua libidine di dominio. E neppur essi lo amavano. Per loro, come del resto per tutti gli operai della miniera, egli aveva il gran torto di essersi fatto strada da sè. Uscito dalle file degl'infimi, si era creato a poco a poco, dicevano, una posizione brillante, e l'alterigia gli era cresciuta con lo stipendio. Dalle riforme introdotte a Valduria essi non avevano tratto il menomo vantaggio; egli sì; avevano lavorato, avevano faticato per lui. Così pei livellatori era anche lui un'altezza da spianare, era un naturale nemico.

Ad onta di ciò, allorchè Cipriano fu invaso dal demone della vendetta, egli comprese che doveva rimestare in questi bassi fondi. Uscì dal suo riserbo sdegnoso, e con la scusa che dopo la morte della madre la casa gli era divenuta intollerabile, si cacciò nei crocchi più turbolenti, tentando di scandagliare gli animi. Accolto sulle prime con diffidenza, potè notar tuttavia che il momento era abbastanza propizio per suscitare un'agitazione. Che importava agli operai che la miniera fosse serbata a grandi destini se la retribuzione del loro lavoro rimaneva la stessa? La Direzione aveva pensato ai capi, ma in quanto a loro, s'era limitata a dir belle parole, a far vaghe promesse per l'avvenire. C'erano bensì le sue brave prediche, i soliti eccitamenti al risparmio, a inscriversi alla Società di mutuo soccorso, tutti consigli ipocriti e interessati per metter meglio i piedi sul collo ai poveri proletari.

Le idee e le frasi del socialismo, come si vede, principiavano a infiltrarsi a Valduria, fra quella gente rozza, inquieta, settaria per indole e per tradizioni. Lo spirito positivo di Cipriano non si era mai lasciato abbagliare da dottrine fantastiche, e in massima le disuguaglianze del mondo non gli spiacevano, pur di poter essere fra coloro che stavano in alto. E adesso ci stava infatti, sebbene non ci stesse in proporzione al concetto smisurato che aveva di sè medesimo. Comunque sia, se Cipriano soffiava nel fuoco, non era già perchè si fosse convertito al verbo socialista, ma perchè voleva servirsi di quella materia infiammabile. La passione gli aveva posto una benda agli occhi. Non vedeva che mediante la rovina altrui consumava la propria. O piuttosto lo vedeva, e si gettava spontaneamente nel baratro. Il danno ch'egli sperava di fare lo compensava di quello ch'egli temeva di subire.

--Tu sei fra i gaudenti--gli dicevano.--Parli contro il tuo interesse e non puoi essere in buona fede. Avrai i tuoi secondi fini.

Egli si sbracciava a dimostrare che non era vero; che un salario eguale al suo avrebbero potuto averlo tutti gli altri minatori, quando si fosse risparmiato il danaro che si gettava in tante cose inutili, e quando gli azionisti si fossero contentati di men lauti dividendi. C'erano due direttori de' quali ormai si poteva fare a meno....

--Senza l'ingegnere Arconti però la miniera sarebbe forse liquidata--osservava qualcheduno.

Nè Cipriano lo negava; soltanto sosteneva che adesso non c'era più bisogno di lui, nè di Selmi.

--Vorresti essere il direttore tu;--mormoravano i più maligni.

--No, no--gridavano altri--nessun direttore fisso. I soprastanti, uno dopo l'altro, per turno....

--Che diamine?--urlavano i radicali.--I soprastanti soli? Bel gusto aver tanti padroni! Tutti devono poter dirigere, uno per settimana.

--E la miniera dev'esser nostra--soggiungevano ingrossando ancora più la voce gli arrabbiati della _montagna_.--Siamo noi che ci rischiamo la nostra pelle, siamo noi che ci mettiamo le nostre fatiche. Perchè il frutto del nostro sudore e del nostro sangue deve impinguare quei signori di Londra, i quali non hanno da fare altro che raccogliersi una volta per settimana in un salotto ben riscaldato a dir quattro chiacchiere?....

--E le ore di lavoro devono essere diminuite--interrompeva uno che badava ai risultati positivi e palpabili.

--E la misura del compenso aumentata--diceva un altro.

--Non ci devono esser più nè salari fissi, nè compensi a cottimo.

--Come?

--Naturalmente.... Ci saranno i dividendi.

--Ma se non ci sono?

--Devono esserci.... I capitalisti si son tutti arricchiti coi dividendi. Vuol dir che i dividendi ci sono.

Cipriano s'impensieriva di questo crescendo di bestialità, e prevedeva quanto gli sarebbe stato difficile di dominar l'incendio ch'egli voleva far divampare. Egli cercava nondimeno di calmare gli spiriti. Non era possibile, ripeteva, di ottener tutto in una volta. A mettersi in lotta aperta con la Direzione, si rischiava di tornarsene indietro malconci. Bisognava proceder con cautela e veder intanto di ottenere un aumento nella misura dei compensi. Quanto meglio l'operajo è pagato, tanto meno esso è alla mercede de' suoi padroni, tanto più è in grado di far economie e di dettar legge in avvenire.

Questo suggerimento pareva più pratico degli altri e raccoglieva perciò i maggiori suffragi. Cipriano diceva che a lui non ispettava alcuna iniziativa verso l'ingegnere, che la sua interposizione poteva anzi compromettere il buon successo; che a ogni modo, se fosse stato chiamato a dir la sua opinione, avrebbe appoggiato senza dubbio i suoi compagni. Ove poi non si riuscisse a nulla, egli discuterebbe volentieri con loro i provvedimenti da prendersi.

--Ci lascia in ballo--borbottavano alcuni.

--Vuol stare al coperto.

--Non bisogna fidarsene.

Però il seme gettato fruttava, e l'idea di domandare un aumento di paghe si faceva strada non solo tra gli operai riottosi, ma anche tra i buoni. A loro pure sembrava che la venuta dell'ispettore della Direzione non avrebbe dovuto esser utile soltanto ai capi. Non pensavano che pochi mesi addietro s'era discorso sul serio di sospendere o almeno di ridur considerevolmente i lavori, e quindi il numero delle braccia occupate nella miniera; pensavano soltanto alla disillusione presente. È proprio del cuore umano il dimenticare i mali evitati per ricordarsi soltanto dei beni che non si sono potuti conseguire. I migliori avrebbero voluto attendere il ritorno dell'ingegnere Arconti, ch'era un uomo equo e avrebbe sostenuto validamente la loro causa. Ma le impazienze dei pochi soverchiavano la calma dei molti; anche in questa occasione, come in tante altre, i meno tiravano i più.

Cipriano aveva tutto l'interesse a far sì che la cosa venisse a maturità prima dell'arrivo dell'Arconti, di cui egli sapeva l'influenza sull'animo degli operai. Perciò tenendosi apparentemente in disparte, faceva del suo meglio per organizzare al più presto un movimento ch'egli sperava dovesse rispondere alle sue mire, quale pure ne fosse il risultato. Poichè, o si faceva ragione ai reclami dei minatori, e il suo potere sopra di essi ne sarebbe cresciuto; o le loro domande erano respinte, ed egli avrebbe tratto partito dal malcontento inevitabile che ne sarebbe stato l'effetto.

XXII.

Quella naturale indolenza di spirito che, come sappiamo, faceva riscontro in Odoardo Selmi alla vigoria delle membra e al coraggio nei momenti del pericolo, gl'impedì di sorprendere le machinazioni dei minatori. Non gli sfuggì forse la premura che alcuni d'essi mettevano ad evitarlo, nè gli passarono inosservati i capannelli che si scioglievano al suo avvicinarsi; pure non vi diede importanza. Solo un giorno chiese ridendo ad uno dei lavoranti, che aveva visto più accalorato in un crocchio, se c'era in aria una congiura; ma l'altro ebbe pronta una spiegazione qualunque, e Odoardo non approfondì le sue indagini. Continuava la solita vita; in miniera quel tanto che occorreva, poi a casa davanti al suo fiasco di vino e con la sua pipa in bocca, oppure nella valle dietro a qualche amorazzo.

Invece Maria era piena di ansietà. Non avrebbe voluto pensar male di Cipriano, pure il cuore le diceva che le minacce di lui non erano ciance vane. Spesso domandava timidamente a suo fratello--Cipriano l'hai visto?

--Sicuro che l'ho visto.

--E com'era d'umore?

--Non ci ho badato. Che t'importa? Si direbbe ch'egli ti preme molto, e che sei pentita di non averlo accettato in isposo.

Ella non soggiungeva nulla, ripugnandole il destar sospetti a carico d'una persona già troppo infelice per cagion sua; pur non era tranquilla, e si turbava sopratutto pensando a ciò che poteva accadere al ritorno dell'ingegnere Arconti, così ferocemente odiato da Cipriano. Questo ritorno, da una parte, ella lo avrebbe desiderato con tutte le forze dell'animo; Roberto era una compagnia, una difesa, la casa era tanto vuota senza di lui! Ma se poi lo aspettava un pericolo, se Valduria doveva essergli fatale, s'egli doveva espiare il delitto d'averle ispirato una simpatia di cui forse non s'era nemmeno accorto, alla quale in ogni modo non avrebbe conceduto altro ricambio che una sterile compassione? Del resto, che fare? Dirgli che ritardasse la sua venuta? Dirgli che facesse ciò che non avrebbe fatto sicuramente, ciò che Maria non avrebbe voluto vedergli fare, una viltà?

La ragazza non osava confidar le sue angustie al fratello. Egli avrebbe indovinato il suo segreto, ed ella non voleva scoprirlo a nessuno.

Mentr'era in queste incertezze, la bomba scoppiò.

Una mattina Odoardo tornò dalla sua prima visita alla miniera con aspetto sì frastornato che sua sorella, tutta sgomenta, gliene chiese la cagione. Egli le raccontò subito come una deputazione d'operai gli avesse presentato con gran solennità un _memorandum_, nel quale si chiedeva in primo luogo un aumento nella misura delle retribuzioni, poi la soppressione di alcune discipline di non lieve importanza.

--La faccenda non è liscia--soggiunse il Selmi.--C'è qualche mestatore. Ma se credono di farmi paura, la sbagliano.

--Povera gente!--interpose Maria, che aveva l'animo inclinato alla pietà.--Se vogliono migliorar la loro condizione, bisogna scusarli.... Non ci sarebbe modo di secondare i loro desideri, almeno in parte?

--Ecco le donne!--esclamò Odoardo infastidito.--Anche le più intelligenti, di certe cose non ne capiscono nulla. Gli operai di Valduria sono i meglio pagati di tutta la regione, e per uno di loro che se ne vada, ne capitan cento ad offrirsi.

--Ed hai già risposto di no?

--Per quello che riguarda il regolamento, ho risposto un _no_ chiaro e tondo; pel resto ho telegrafato a Londra.

--E intanto?

--Intanto c'è tregua, e i lavori continuano al solito.

--Chi sa che a Londra non facciano qualche concessione....

--Non ne faranno nessuna, e non devono farne... Quello che preme è che si decida subito perchè non v'è nulla di peggio che lasciar marcire la piaga.... Non perdonerò mai a me stesso d'essermi fatto cogliere alla sprovveduta.... Bisogna sfrattare i caporioni; l'essenziale è di conoscerli... Ad ogni modo scommetterei che c'è la zampa di Cipriano in questo brutto garbuglio.... Si guardi, però.

Maria n'era persuasa anche troppo, e la riprovevole condotta del giovine la giustificava a' suoi propri occhi del non aver dato ascolto alle sue parole d'amore; nondimeno, era una grande afflizione per lei il pensare ch'ella era la prima cagione d'un avvenimento dal quale potevano derivar tanti guai. Fino allora s'era compiaciuta nell'idea che la sua presenza a Valduria potesse essere utile a qualcheduno; adesso ella si disperava pensando che tutto il bene che aveva fatto non equivaleva certo al male che stava per accadere.

Fu una giornata assai triste per lei. Nè contribuì a fargliela finir lietamente la risposta recisa, categorica che giunse da Londra verso sera al telegramma di Odoardo, e ch'egli si affrettò a comunicare a sua sorella.

_Respingete in modo assoluto domande operai. Procedete con energia, informandoci giorno per giorno._

--Almeno questi non tentennano--esclamò il Selmi soddisfatto.

--Bella bravura!--disse Maria.--Son lontani, loro.

--Bah!... Pur di mostrare i denti, la faremo finita presto. Domani una parlatina in regola, e se ci saran riottosi, tanto peggio per loro. Non entreranno più in miniera... Certo che se fosse qui Roberto sarebbe meglio. Egli ha la lingua più spedita di me, e farebbe intender ragione più presto a costoro.... Ma non importa, saprò ben levarmi d'impiccio anch'io.

La mattina seguente, però, egli dovette accorgersi che l'impresa non era così agevole come aveva creduto, giacchè dopo ch'egli ebbe chiamato a sè la deputazione del giorno prima e partecipatole il dispaccio di Londra, corse una parola d'ordine fra gli operai, e pel mezzodì i lavori furono sospesi tanto nell'interno quanto nell'esterno della miniera. Evidentemente il rifiuto era previsto e al rifiuto s'era deliberato di opporre lo sciopero. La solita deputazione venne con grande solennità a darne l'avviso all'ingegnere, soggiungendo in nome proprio e dei propri mandanti che questo sciopero sarebbe durato finchè non fossero state accolte le comuni rimostranze.

Odoardo mise sott'occhio ai delegati le conseguenze d'un passo sì grave, e li prevenne che come oggi non si lasciava intimidire dalle minacce, così più tardi non si sarebbe lasciato commovere dalle preghiere, e avrebbe inesorabilmente ricusato di riammettere nella miniera gl'istigatori di questo movimento. Ci pensassero finch'erano in tempo. Egli accordava loro ventiquattr'ore per venire a resipiscenza.

Poi tentò prendere a parte qualcheduno degli operai ch'egli conosceva per pratica come più alieni da tumulti e da chiassi. Ma essi, o procuravano d'evitarlo, o cercavano di cavarsela con monosillabi. Era chiaro che parecchi non erano entrati spontaneamente in quel brutto impiccio; senonchè, una volta entratici, non sapevano come uscirne. Chi si sentiva vincolato da una specie d'impegno d'onore verso i compagni, chi aveva paura di tirarsi addosso qualche peggior malanno facendo causa da sè.

Cipriano, com'è naturale, non aveva partecipato allo sciopero. Egli era _tra i gaudenti_, come dicevano i minatori, e non poteva chieder nulla per conto suo. Ma reso cieco dalle sue passioni, spingeva gli altri in una via a capo della quale c'era un abisso che avrebbe ingoiato anche lui.

S'era vantato con Maria di non essere ipocrita, e fino allora non era parso mai tale; ma la sua condotta in quest'occasione smentiva le sue parole e i suoi precedenti. Quand'era coll'ingegnere biasimava gli scioperanti, o tutt'al più suggeriva qualche piccola concessione che, secondo lui, avrebbe calmato gli animi; appena poteva recarsi nei ritrovi dei collegati, li confortava a resistere assicurandoli che la notizia dello sciopero avrebbe indotto la Direzione di Londra ad aprir subito le trattative per un componimento amichevole. Odoardo, sebbene non fosse un fino osservatore, non era però tratto in inganno dall'ambiguo contegno del giovine, e si riservava di colpirlo al momento propizio.

Le ventiquattr'ore accordate dal Selmi trascorsero senza che i minatori dessero alcun segno di voler venire a patti. Tuttavia non accadevano ancora disordini. È il solito di queste faccende; il primo stadio è più ch'altro d'allegria e di spensieratezza. Quell'audace sfida contro la fortuna ha in sè qualche cosa d'inebbriante, quel trovarsi raccolti in grandi masse, fermi (almeno si crede) in un solo proposito, dà un concetto esagerato della propria forza; la stessa interruzione dei lavori contribuisce ad eccitar favorevolmente gli spiriti. Non è ancora l'ozio; è una tregua da fatiche incresciose.

Gli operai s'erano agglomerati nelle due osterie di Valduria, ove non s'era spacciato mai tanto vino in un giorno. Gli osti però si rallegravano poco di questa cuccagna, giacchè bisognava vendere a credito con limitate speranze di rimborso, sopratutto se lo sciopero durava un pezzo. D'altra parte, come rifiutarsi di servire questi rispettabili avventori che si presentavano a dozzine e avevano l'aria di essere pronti a spillar le botti da sè?

Mentre in paese c'era tanto chiasso, nel recinto della miniera regnava il silenzio e l'immobilità della morte. I forni che solevano arder sempre s'erano spenti per mancanza di braccia che li alimentassero di nuovo combustibile; la grù e le caldaje a vapore erano inoperose, i carretti pieni di minerale non giravano lungo i binarii, non si vedeva più il fumo del caminone, non si sentiva lo strepito delle pompe e il cupo rimbombo delle mine, segnale della vita sotterranea. Solo nelle officine dei fabbri e dei falegnami, ove la coalizione non aveva trovato proseliti, si attendeva per forza d'inerzia a qualche lavoro già iniziato nei giorni precedenti; ma vi si attendeva con quella malavoglia che deriva dall'incertezza del domani.

In risposta al secondo dispaccio di Odoardo Selmi che annunziava lo sciopero, la Direzione di Londra aveva telegrafato:

_Nessuna concessione. Se gli operai non capitolano, chiamatene altri._

Era ciò appunto che si disponeva a fare il Selmi, ma prevedendo che la cosa non sarebbe passata senza tumulti, ne aveva avvertito la Prefettura da cui dipendeva Valduria, affinchè desse in tempo le disposizioni per la tutela dell'ordine. Un delegato di questura, un brigadiere e pochi carabinieri non potevano certo tenere in freno più centinaia d'operai.