Nella lotta

Chapter 12

Chapter 123,890 wordsPublic domain

Il signor Benedetto Dal Bono era divenuto negli ultimi tempi più apprensivo e fastidioso che mai. Vedeva la sua salute in rovina, la sua fortuna in dissoluzione. Ogni momento gli saltava il ghiribizzo d'esser malato, e si cacciava in letto, o per lo meno rimaneva chiuso in camera, costringendo sua moglie a tenergli compagnia e ad ascoltar le sue paternali. E la signora Giulia, donna di bontà passiva, stava rassegnata a sentirlo, e gli rispondeva con monosillabi. Pel signor Benedetto era prossima una rivoluzione. E il gran problema era quello di mettere al coperto i propri averi pel momento del cataclisma. La maggior parte della sostanza Dal Bono era investita in case, ma il signor Benedetto era convinto che le case de' ricchi sarebbero state abbruciate, e voleva quindi trovare un diverso impiego al suo danaro. Voleva, così per modo di dire, giacchè non sapeva mai risolversi a nulla. Le terre gli sembravano destinate alla devastazione, i fondi pubblici alla riduzione dell'interesse, le azioni industriali al fallimento. Pronosticava in tuono lamentevole che avrebbe finito col dover morire sulla paglia, e lo spaventava l'idea di dover esborsar la dote per Lucilla, una dote che l'opinione pubblica s'ostinava a ritenere di duecentomila lire. Invero Lucilla era la sola persona ch'egli amasse, per quanto l'amare fosse conciliabile col suo temperamento egoista. Ella aveva a ogni modo un'influenza reale sull'animo suo; forse la bellezza di lei lusingava la sua vanità. E la lasciava vestire con una certa eleganza, la lasciava andare a qualche festa da ballo accompagnata da sua madre, il cui abbigliamento era sempre più dimesso e che finiva coll'aver l'aria d'una cameriera. Quest'orgoglio paterno del signor Benedetto gli avrebbe certo fatto desiderare per sua figlia un matrimonio cospicuo; un matrimonio che le avesse dato una corona di contessa, se non fosse stato l'affar della dote. Il signor Dal Bono non era uomo da credere che i conti sposino le borghesi non coperte d'oro. Inoltre egli era un po' scettico rispetto alle condizioni economiche dell'aristocrazia, e non intendeva di sostenere co' suoi scudi qualche impalcatura cadente. Aggiungasi a tutto ciò la disposizione sincera a secondare i gusti di Lucilla in quanto la cosa potesse farsi anche a vantaggio dei propri interessi. Trovare uno sposo che si contentasse di vivere in casa ricevendo un assegno annuo invece del capitale, era un'idea che aveva il suo lato buono, e per questo la signora Federica non aveva tutto il torto di dire che il signor Benedetto porgeva benevolo ascolto ai piani di sua moglie e di lei. Di sua iniziativa, il signor Dal Bono non avrebbe scelto sicuramente per genero Roberto Arconti, ch'era a' suoi occhi un sognatore, un poeta, ma se Lucilla persisteva nella sua preferenza per lui, e s'egli dal canto suo si piegava alle condizioni volute, chi sa? il signor Benedetto avrebbe forse avuto la magnanimità di adattarsi a rispondere di sì. Per arrivare a questo punto la signora Federica aveva dovuto usare un'arte infinita, poichè, a sentirla, la signora Giulia, da sola, non sarebbe venuta a capo di nulla. Ella invece, con le sue moine, aveva a poco a poco mansuefatto quell'orso. Approvava le sue idee politiche e sociali, mostrava di dividere le sue paure d'un cataclisma, faceva eco alle sue censure ai ricchi per il loro sfarzo e ai poveri.... perchè erano poveri; giocava spesso alle carte con lui e perdeva quasi tutte le partite lodando la sua rara abilità. Riparava insomma verso il signor Benedetto Dal Bono i torti del suo Mariano. Poichè Mariano aveva mostrato troppo chiaro di non tener nel menomo conto il signor Dal Bono, e queste sono arroganze da non permettersi mai con persone milionarie.... Già Mariano, malgrado dei suoi meriti, certe cose non le capiva. E non aveva capito nemmeno sua moglie, che per lui era una donna di poco cervello, mentre invece ella spiegava una furberia degna di Bismark. È vero che la signora Federica attribuiva all'amor materno lo svolgimento ammirabile delle sue facoltà. In passato era stata un po' visionaria, aveva avuto una certa esuberanza d'idee; adesso era molto più positiva. Infatti le sue idee s'erano condensate in un'idea sola. Sposar Roberto con Lucilla, far anche lei la mezza padrona in casa Dal Bono e aspettar pazientemente che il signor Benedetto, il quale era cagionevole di salute, passasse a miglior vita e lasciasse la figlia ed il genero eredi di tutto il suo pingue patrimonio. Allora Roberto sarebbe diventato ricco davvero, lo avrebbero fatto deputato, senatore, ministro, ed ella avrebbe potuto scialar da gran signora, tener circolo, esser segnata a dito per le strade!... Possibile che Roberto rifiutasse per sè e per sua madre un avvenire simile? Malgrado della dichiarazione esplicita di suo figlio, la signora Federica non sapeva persuadersene. Doveva essere un impeto del momento, bisognava lasciargli tempo di riflettere, bisognava ch'egli vedesse co' propri occhi che non c'era altro modo di possedere Lucilla, di assicurarsi la felicità. Aveva un progetto anche lui? Un progetto bislacco senza dubbio; nè la signora Federica si curava di conoscerlo. Già le ragioni di lei non lo avrebbero convinto. Ne parlasse pure con Lucilla; ella sì avrebbe sfatato i suoi entusiasmi, ella lo avrebbe ricondotto a più umani consigli. Una sola cosa temeva la savia genitrice; ella temeva, cioè, che Roberto non serbasse col signor Benedetto un contegno tale da affidarlo appieno. Ella lo aveva dipinto al Dal Bono come una specie di convertito. A sentirla, le dure prove della miniera avevano fatto di lui uno spirito positivo, tranquillo. A Valduria egli aveva mostrato ch'era un giovine di grande abilità, e i suoi superiori erano pronti a certificarlo, ma nello stesso tempo s'era persuaso che la soverchia baldanza era un difetto, che non conveniva disprezzar l'appoggio degli uomini d'esperienza, e che, al momento della morte del padre, egli aveva fatto male a non gettarsi addirittura nelle braccia di una persona affezionata alla famiglia, quale era il signor Benedetto. E il signor Benedetto, che non avrebbe fatto nulla per l'Arconti, se questi avesse commesso la corbelleria di rivolgersi a lui, si compiaceva di veder riconosciuta l'autorità del suo giudizio e l'efficacia del suo patrocinio. Adesso poi lo lusingava l'idea di trattare con una tal qual aria di protezione il figlio di quell'orgogliosissimo Mariano, che lo aveva sempre tenuto per un dappoco. E se finalmente si fosse risolto a fare di Roberto suo genero, come avrebbe voluto calcargli i piedi sul collo!

Però, fin dal primo incontro che il signor Dal Bono ebbe con l'ingegnere Arconti, gli fu forza persuadersi che l'impresa non era sì facile come egli credeva, ciò che gli fece tentennare il capo e dire fra sè.--Eh, Lucilla, mia moglie e la signora Federica possono discorrere a loro talento. Se il signorino non cangia tuono, di questo matrimonio non ne faremo nulla.

Non era che il _signorino_ fosse sgarbato; tutt'altro. Egli non voleva mancar di riguardi col padre di Lucilla, ma voleva avere le sue opinioni, e le sue opinioni non erano quelle del signor Benedetto. Non imprecava al progresso, non vedeva imminente un cataclisma sociale, non trovava giusto di non far nulla per la paura di tutto. Magnificava le virtù della lotta in cui lo spirito s'affina e il corpo si ritempra, pareva innamorato della sua miniera, parlava con trasporto dei successi che vi aveva ottenuti, e di quelli che contava ottenervi nell'avvenire; nulla accennava in lui al proposito di mutar carriera.

--Vostro figlio--disse il signor Dal Bono alla signora Federica--è sempre un cervello esaltato. Ed ha poi tanta voglia di venir via da Valduria quanta ne ho io d'andarci.

--Lasciate fare a Lucilla--rispose la signora Federica, ch'era sempre piena di fede.

La signora Giulia non divideva queste rosee speranze, ma non contrastava con la sua amica, tanto più ciarliera e procacciante di lei.

Roberto non potè discorrer di proposito con Lucilla che due giorni dopo il suo arrivo. Egli era stato invitato a desinare dai Dal Bono insieme a sua madre, e, durante il pranzo, aveva avuto il piacere di sentir le dissertazioni del suo ospite sul rincaro dei viveri e sulla necessità di restringer le spese della tavola. Appena preso il caffè il signor Benedetto si ritirò brontolando, le due donne si ammiccarono con l'occhio, e con un pretesto si allontanarono anch'esse.

--Finalmente siam soli--disse Roberto--e spero sentirai tu pure il bisogno che ci parliamo col cuore in mano.... Fammi la grazia di metterti a sedere e di badare a me e non a Gipsy.

--Ih! Che solennità!... Via, mi sederò.... Su, Gipsy.

--Ma lasciala andare.

--No, no, quand'è in grembo mio, Gipsy sta tranquilla.... Non è vero, Gipsy, che non fiaterai nemmeno?....

La cagna saltò sulle ginocchia della giovinetta e si fece in gomitolo, proponendosi di schiacciare un sonnellino.

Roberto frenò un gesto d'impazienza e prese una mano di Lucilla nelle sue. Poi, guardandola, negli occhi bellissimi, le domandò:--Mi vuoi sempre bene?

--Ma sì. Non lo sai?

--È così dolce sentirselo ripetere.... Il tempo, la lontananza non ti hanno mutata?

--E perchè dovrebbero avermi mutata?

--Tanto meglio allora. Tu m'intenderai più facilmente.

--Ma scusa.... A che scopo tutto questo preambolo?.... Tua madre non ti ha comunicato un progetto?....

--Prima ch'io ti risponda su quel progetto, devi ascoltare il mio....

--Saran castelli in aria--interruppe la ragazza stringendosi nelle spalle.

--Non giudicare senza saper di che si tratti...

--Oh!... M'immagino già....

--Senti, Lucilla. Io non ho forse da dire che una parola perchè la mia posizione attuale si cambi radicalmente....

--Nella tua bella Valduria?...

--Non a Valduria, ma lì vicino....

--Sempre in una miniera di zolfo?

--Si, potrei diventar io il direttore di una miniera di zolfo.

--E vorresti condur me in quei paesi?

--Lucilla, Lucilla, lasciami parlare.... Ti condurrei, è vero, in paesi poveri e rozzi, ma dappertutto, credilo, due cuori che s'amano possono trovare la pace e la felicità.... Stammi a sentire.... Non ritirar la tua mano.... Non far quei moti d'impazienza.... Oh fanciulla mia, questo mondo in cui tu vivi non è tutto il mondo.... Ci sono altre gioie oltre a quelle che la tua mente vagheggia.... ci sono anche per la donna altre soddisfazioni oltre a quelle d'andar in carrozza sul Corso, o di far spese in Galleria _Vittorio Emanuele_, o di assistere da un palchetto di seconda fila alla prima rappresentazione d'un'opera nuova alla _Scala_.... Prendere interesse ai lavori dell'uomo a cui vuol bene, godere dei suoi trionfi, aiutarlo nelle sue difficoltà, esser la confidente de' suoi pensieri, la regina del suo cuore e della sua casa.... E tu saresti la mia regina, Lucilla, ed io ti cingerei di tanto amore che un giorno tu dovresti chiedermi perdono di aver esitato un momento a esser mia a questi patti.

Roberto era riuscito a incatenar l'attenzione di Lucilla, che sulle prime pareva volerlo interrompere ad ogni istante. Il suo accento sincero, caloroso, commosso, non poteva a meno di far vibrar qualche corda nell'anima d'una giovinetta diciottenne, per quanto ella fosse aliena dagli entusiasmi. Il volto di lei s'era atteggiato ad una espressione pensosa che ne cresceva la bellezza, già una lagrimetta le spuntava sul ciglio, era vinta forse, quando le si affacciò alla mente la immagine di Roberto in costume da minatore, annerito dal fumo, puzzolente di zolfo, cinto da una turba di operai sudici come lui, vide con la fantasia una casa nuda, disadorna, impregnata di vapori molesti, sentì in anticipazione il tedio delle lunghe giornate solinghe e delle lunghe sere monotone, e si meravigliò, si ribellò all'idea che un tale avvenire potesse essere offerto a lei, cresciuta in tutte le raffinatezze della vita cittadina.

Ebbe un impeto subitaneo, si svincolò da Roberto, che le teneva sempre la mano, e, senza badar nemmeno a Gipsy, si alzò in piedi, lasciando che la cagnetta, sorpresa di modi così fuor del comune, andasse ruzzoloni sul pavimento.

--Caro mio--ella disse--siamo pazzi tutti e due; tu a farmi queste proposizioni, io a star lì a darti retta.

--Oh Lucilla!

--Sì, te lo ripeto, la tua è una vera pazzia. Se tu hai la fissazione di sagrificare la tua gioventù in un paese barbaro e in un mestiere bestiale, io non posso certo secondarti.... Vuol dire che tu metti i tuoi capricci al disopra del tuo amore.

--Le tue parole sono ben crudeli, Lucilla. Anche tu parli de' miei capricci come la mamma. Fu dunque per un capriccio ch'io andai a relegarmi in una miniera di zolfo?... Rimasto povero e orfano, i miei amici, gli amici della mia famiglia, gli amici tuoi non seppero darmi che vane parole.... Solo da Valduria mi venne un aiuto, solo di là mi fu offerto un modo di provvedere dignitosamente a me stesso. Dovevo respingere la mano che m'era tesa? E una volta accettato l'ufficio offertomi con tanta generosità, non dovevo portarci tutto il mio ardor giovanile, tutto il mio ingegno, tutta la mia perseveranza? Mi fai una colpa se sono riuscito, e se, come gli altri uomini, non so odiare, non so disprezzare le cose in cui sono riuscito? Oggi vedo la possibilità di conseguire, in quei paesi che tu chiami barbari e in quel mestiere che tu chiami bestiale, un posto onorifico, largamente rimunerato, tale da assicurarmi, più che l'indipendenza, l'agiatezza, e tu ti sdegni perchè non lo rigetto, e ti chiami offesa perchè ti dico: Vieni con me, sii la mia compagnia, sii la mia sposa... Basterò io a mantenerti... Che m'importa della tua dote?

--Oh insomma, no, no.... Non mi persuaderò mai.... Perchè rifiuti ciò che ti si offre qui?

--Ma lo sai proprio ciò che mi si offre?.... Invece dell'indipendenza, mi si offre la schiavitù; invece della lotta che rinvigorisce le membra e lo spirito, mi si offre un lavoro umiliante: invece d'un'agiatezza dovuta a me stesso, mi si offre un salario dovuto alla mia qualità di marito tuo, di genero di tuo padre.... Ma non senti salirti al viso i rossori per me?... Ma non capisci che l'obbligo più sacro di chi ama, è di voler salva la dignità della persona amata?

--Insomma--replicò infastidita Lucilla--io non capisco niente, io non conosco i miei obblighi. Sono una sciocca.... Le ragazze di garbo si trovano a Valduria.

--Oh Lucilla, quanto sei ingiusta!...

--Ma sì, sono ingiusta, son tutto quello che piace al signorino--proseguì con petulanza la fanciulla.--Bisogna venir di laggiù per aver la sapienza infusa.... Le ragazze di Valduria, quelle sopratutto che studiano il francese....

--Le ragazze di Valduria--interruppe Roberto--studino o non istudino il francese, possono valere di più di certi marchesini azzimati che sento lodar molto da qualche ragazza di Milano....

--Dunque, figliuoli, vi siete intesi!--domandò la signora Federica, entrando all'improvviso nella stanza per informarsi dell'esito del colloquio.

--Oh perfettamente!--esclamarono i due giovani con un tòno che scosse un pochino anche la saldissima fede della signora Arconti.

XVII.

A malgrado di tutto, le due madri cui stava a cuore il trionfo del loro piano, non si diedero per vinte. La pazzia di Roberto, poich'eran concordi nel giudicarla tale, non sarebbe durata a lungo; piuttosto di perder Lucilla, egli si sarebbe assoggettato alla gran disgrazia di diventar ricco. La signora Federica sopratutto si stimava sicura del fatto suo; nè con ciò ella credeva menomamente di metter sotto i piedi ogni sentimento di dignità, per sè e per suo figlio. La dignità, secondo lei, era salva appieno. Se i Dal Bono avevano più quattrini, gli Arconti, mercè il defunto Mariano, avevano goduto d'una posizione più elevata in società, e quindi i conti eran pari. Queste belle cose la signora Federica non si stancava di ripeterle a Roberto, ed ella era così facile ad illudersi che ogni leggero sintomo di resipiscenza da parte di lui bastava a farle credere imminente la vittoria. E invero, benchè egli fosse convinto d'aver ragione, benchè fosse deliberato a tirar diritto sul suo cammino, non si può dire che qualche dubbio non lo assalisse talora.

Avrebbe voluto scacciar dal suo cuore l'immagine di Lucilla, e non gli riusciva. La trovava frivola e calcolatrice ad un tempo, priva di quella sacra fiamma di poesia senza della quale par fredda ogni virtù femminile; ma la trovava anche più bella e più seducente di quando l'aveva lasciata. Le sue parole lo disgustavano spesso, ma a un suo sguardo, a un suo sorriso, al tocco della sua mano, egli sentiva il sangue affluirgli al cervello e turbargli i sensi e lo spirito. Non era così che l'aveva amata una volta, non era così che avrebbe voluto amarla; eppure l'amava così. Vissuto come un anacoreta nella solitudine di Valduria, si risvegliavano adesso nel suo corpo giovine e gagliardo i desiderî tempestosi dell'età sua. La Musa ispiratrice de' suoi primi versi era scomparsa, l'angioletto che la sua fantasia aveva vestito d'ali e cinto d'un nimbo era disceso a terra e s'era mutato in un demone tentatore al cui fascino egli non sapeva sottrarsi. _Non amare una donna soltanto per la sua bellezza_, gli aveva detto suo padre poco tempo avanti di morire; e quelle parole gli sonavano all'orecchio come una verità sacrosanta. Tuttavia egli sentiva, arrossendo, d'amare una donna soltanto perchè era bella.

Ed era geloso. Un giorno, a casa Dal Bono, s'era incontrato col marchesino Moschi, ch'era venuto a fare una visita, e quell'incontro lo aveva stranamente agitato. I due giovani, presentati l'uno all'altro, non s'erano nascosta l'antipatia reciproca che s'inspiravano. Roberto capì che aveva nel Moschi un rivale, e che Lucilla non isdegnava di civettare con lui. S'informò del marchesino e gli dissero ch'era un giovine di assai scarse fortune senz'altro merito che un po' di vernice di società e una bella presenza. Su quest'ultimo punto Roberto aveva un'opinione affatto diversa; egli lo giudicava bruttissimo. Bello o brutto, il marchesino non era secondo a nessuno nel dirigere una quadriglia o un _cotillon_, e ciò lo rendeva gradito alle ragazze. Andava a caccia d'una dote, e quella di Lucilla gli sarebbe venuta molto a proposito, ma il vecchio Dal Bono, guardingo come era, non gliel'avrebbe sborsata sicuramente. Era però da scommettere che il Moschi, ad onta della sua albagia aristocratica, si sarebbe adattato a ricevere solo gl'interessi, e forse per far la sua formale domanda egli non aspettava che una parola favorevole di Lucilla. Ora, Lucilla questa parola non voleva dirla finchè aveva la speranza di vincere le ritrosie di Roberto, che senza dubbio ella preferiva ad ogni altro. Se poi Roberto persisteva ne' suoi orgogliosi propositi, la faccenda poteva bene mutar d'aspetto!

Queste considerazioni, che chiudevano in sè molto di vero, avrebbero dovuto, a fil di logica, piuttosto raffreddare che accendere il cuore di Roberto. Ma la logica, si sa, entra pochissimo nell'amore, e, se c'entra troppo, si può giurare che l'amore non è di quel buono. Avvezzo sin dall'adolescenza a riguardar Lucilla quasi come cosa sua, l'ingegnere Arconti fremeva pensando che un altro potesse esserle accetto, che ella potesse diventar la donna d'un altro. Cedere il campo al marchesino Moschi, ecco un'idea che lo metteva su tutte le furie, ecco lo spauracchio che la signora Federica agitava sovente davanti a lui.

Nè fra' suoi amici mancavano alcuni che gli consigliavano di rimeditare pacatamente la proposta che gli era fatta.--In fin dei conti--essi dicevano--la tua suscettività è eccessiva. Un uomo del tuo merito non sarà mai il servitore di chicchessia. Quando pure tu consentissi a vivere in casa Dal Bono, ad aiutare il signor Benedetto nell'amministrazione delle sue sostanze, in breve tempo il vero padrone non sarebbe lui, saresti tu. E poi, una volta sposata la tua Lucilla, chi potrebbe impedirti di cercare un'occupazione più conforme a' tuoi gusti, ma tale nello stesso tempo da non costringer tua moglie a una vita che non può a meno di ripugnarle? Coll'ingegno e cogli studi che hai, devi tu stesso esercitare la tua attività in un campo più vasto che non sia una miniera di zolfo. Se resti qui, qual'è la cosa a cui tu non possa aspirare? Un giorno disporrai a tuo talento d'una pingue fortuna, e il bene ch'essa ti permetterà di fare, ti compenserà largamente delle piccole noje che avrai dovuto soffrire per ottenerla.

Ragioni fiacche che non persuadevano Roberto, ma contribuivano ad infastidirlo, a crescere le angustie del suo spirito. Era convinto che non gli restasse ormai che un solo partito degno di lui: dire addio per sempre ad una fanciulla che non sapeva comprenderlo, dire addio a sua madre bamboleggiante in vane illusioni, tornar fra la gente semplice e schietta che l'aveva circondato di benevolenza e di stima, scrivere a M.^r Black dichiarandosi pronto ad accettare la direzione della nuova miniera, ripigliare i suoi lavori, seguir la sua stella. Era convinto di ciò, eppure la passione, il puntiglio, la gelosia gl'impedivano di prendere una risoluzione definitiva. Egli, così pronto fino allora a scegliere la sua via, avrebbe avuto bisogno di un consiglio virile che dissipasse i suoi ultimi dubbi. Ma nessuno voleva mettersi ne' suoi panni; i suoi intimi amici, o erano mutati da quelli d'una volta, o non erano più in Milano. Ed egli si pentiva d'una gita che gli procacciava tante disillusioni, che faceva di lui uno spostato nella sua patria e nella sua casa.

Del resto, si può dire in tesi generale che il rivedere il proprio paese dopo una lunga assenza è cosa che reca infinite dolcezze, ma che non è scevra mai di dolori. Se, partendo, si credeva di lasciar in molte anime un vuoto che avrebbe stentato ad essere riempiuto, non si tarda ad accorgersi che nella maggior parte almeno di queste anime il vuoto fu colmato interamente. Lo hanno colmato nuove abitudini e nuove simpatie, e chi ritorna s'avvede che, ripigliando l'antico posto nei crocchi fidati d'un tempo, egli deve disturbar qualcheduno. Gli si lascierà forse la sedia ch'egli soleva occupare prima della sua partenza, ma chi si alza per cedergliela non presta sempre di buon grado questo servizio, e non sempre quelli che gli seggono ai lati sono lieti del cambiamento. Certo, anche chi è lontano e oggi ritorna ha in questo frattempo vissuto in mezzo ad altra gente e ha patito di nostalgia meno di quanto avesse temuto prima; ma per lui l'idea della patria si associa a tutto ciò ch'egli aveva di caro all'istante di lasciarla. Capisce l'esiglio, non capisce la patria diversa da quella ch'egli ha abbandonata. È la ragione per la quale molti che cominciarono ad essere esuli forzati finiscono coll'esser esuli volontari.

Il colloquio tra l'ingegnere Arconti e Lucilla non aveva condotto i due giovani a un'aperta rottura. Non la volevano essi medesimi; l'avrebbe a ogni modo evitata l'interposizione delle rispettive genitrici. Roberto e Lucilla si vedevano ogni giorno, ora discorrendo confidenzialmente, ora punzecchiandosi a vicenda, ma schivando l'argomento capitale che doveva decidere della loro sorte.--Oh farà giudizio--diceva fra sè la giovinetta. E aspettava sempre di veder l'amante a' suoi piedi. Roberto invece non aveva che una debole speranza nel cambiamento di Lucilla. Le visite ch'egli le faceva lo lasciavano triste: a casa sua sentiva le prediche di sua madre che lo accusava d'essere un figlio snaturato, perchè non sapeva sacrificarle il suo orgoglio e le sue ubbie di delicatezza: al passeggio, ai caffè, ai teatri s'annoiava, tanto i suoi gusti s'eran trasformati nel periodo di tredici mesi. Anche in mezzo ai suoi libri (e la maggior parte della sua biblioteca era rimasta a Milano), anche in mezzo ai suoi libri provava un senso di tedio. Essi non bastavano più a riempiere il suo pensiero: la vita contemplativa non era più fatta per lui; aveva bisogno d'azione. Tutto contribuiva a fargli ridesiderare Valduria! oh perchè, perchè Lucilla non voleva seguirlo?