# Nel paese dei dollari Tre anni a New-York

## Part 9

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--Noi pensiamo--diceva il sindaco di Meffilld--che la maniera con cui il nostro rappresentante eseguirà il suo mandato, sarà subordinata al suo grado d'intelligenza, alla sua abilità, alla sua capacità; non possiamo su tutte le questioni tracciargli la linea di condotta: ma c'è un punto sul quale siamo in diritto di pretendere che non transiga sotto pena di non rappresentarci più; egli deve restare fedele al partito dei suoi elettori. Che se nel corso della legislatura le sue opinioni cambiassero su qualche punto importante, egli dovrebbe dimettersi, poichè non fu inviato al Congresso per fare la sua educazione politica o per eseguire delle variazioni di coscienza, ma bensì per rappresentare un dato numero di concittadini dei quali ha accettato il programma.

--Giustissimo.

--Voi vedete--seguita a dire il buon sindaco--che da una macchina incosciente per votare, all'onesto uomo il quale resta fedele al programma politico che ha giurato ai suoi elettori di difendere, c'è una bella differenza. Invece di accettare un candidato che domanda la deputazione, respingetelo, concludeva, per questo solo che egli si presenta da sè (non può essere che un ambizioso volgare); scegliete voi stessi il vostro rappresentante fra i galantuomini che avranno accettato il vostro programma, e allora non esporrete più il vostro paese a cadere sotto il giogo demoralizzatore di un parlamento il quale non tiene conto alcuno della volontà nazionale e di cui tre quarti dei membri hanno la pretesa di non rappresentare che «la propria coscienza.»

Dopo una breve pausa, la mia studiosa amica continuò:

--Negli Stati Uniti abbiamo poi l'istruzione veramente estesa a tutti, ricchi e poveri, in un modo più pratico che non si faccia in Europa, senza greco e senza latino. Noi non ammettiamo che, vivendo in società, un padre possa fare di suo figlio un essere nocivo o inutile coll'ignoranza. A questo proposito il vecchio di Meffilld diceva a Jacolliot: «Fate dell'ordine con molta libertà ed una istruzione solida ed eguale per tutti. Invece di concentrare la vita pubblica in poche città che custodite con molti soldati, date a tutti i comuni la loro completa autonomia amministrativa, non occupatevi dei loro affari come non vi occupate di quelli di un privato, e vedrete che finiranno le rivoluzioni. Ma sopratutto non separate la libertà dall'istruzione: l'una non può esistere senza l'altra. La scuola deve essere lo stabilimento più importante del comune: fate passare il vostro suffragio universale dalla scuola ed esso si dirigerà da sè.» Ecco tutta la scienza sociale...

--Non dico di no, ma...

--Non c'è ma che tenga. Jackson Davis, un nostro noto pubblicista, ricordava a questo proposito al signor Jacolliot l'esempio di ciò che è successo in Francia dopo i disastri del 1870, nella Francia che manca sempre di uomini politici e che è governata da politicanti volgari, da ambiziosi senza carattere e senza principi. Caduto l'impero e proclamata la repubblica, si aspettava qui ansiosamente di sentir annunziato dal telegrafo il vigoroso proclama d'un governo provvisorio qualunque, che chiamasse la Francia intiera prima alle urne e poi alle armi. E immensa fu la sorpresa negli Stati Uniti quando si sentì che i capi della Sinistra avevano formato un governo che non sottoponevano neppure all'accettazione della Francia. Essi si impadronirono di quel potere che nessuno ha il diritto di esercitare senza una delegazione diretta, regolare, espressa della nazione.

--Il nemico aveva invaso il paese, e tutti avevano perduto la testa: erano momenti eccezionali.

--Jackson Davis dice appunto che sarebbe uscito qualche cosa di grande da un'assemblea di sette od ottocento membri, nominati davanti al nemico, e che avrebbe tenuto le sue sedute tutta fremente, al chiarore degli incendi di Bazeilles e Châteadun. La Francia aveva bisogno di uomini energici e in quell'assemblea se ne sarebbero rivelati. E poi sarebbe stato il paese che avrebbe decretato, agito, combattuto, e non già una dozzina di individualità senza mandato. Jackson Davis crede che Gambetta, col suo ardente patriottismo e colla sua energia, avrebbe salvato la Francia senza il tradimento di Bazaine; ma crede altresì che Bazaine avrebbe esitato a tradire, se la Francia fosse stata governata da una assemblea uscita dal suffragio popolare.

--È probabile.

--Non dimenticatelo! esclamava Davis: tutte le avventure che capiteranno ancora alla Francia e ai paesi che le somigliano saranno dovute ai politicastri, che spingono il popolo nella via delle rivoluzioni senza averlo preparato alla pratica della libertà e senza conoscere essi stessi, come hanno dimostrato, le istituzioni che formano la grandezza e la forza dei paesi liberi. I vecchi paesi d'Europa non hanno che un mezzo per rialzarsi: fare la crociata dell'istruzione, fondare delle scuole, combattere senza posa l'ignoranza, allevare una generazione di cittadini, nella quale non vi sia uno solo che non conosca la storia politica, sociale, industriale e scientifica dell'umanità. Poi devono predicare l'indipendenza intiera, completa, dei comuni, fare dei costumi repubblicani, e allora avranno fondato per sempre la libertà.

--Siamo d'accordo: solamente....

--Solamente bisogna ricordarsi che la libertà si acquista e non si conquista, che un progresso è sempre il corollario di un altro progresso realizzato e che coi colpi di mano e con le rivoluzioni non si arriva che al dispotismo. Al principio stesso della rivoluzione del 1789 tutti i grandi uomini di Stato americani, Hamilton, Morris, Jefferson, Madison, John Adams non credettero ad un successo definitivo perchè era cominciata col disordine e coll'anarchia. Il giorno 8 ottobre 1789, quando Luigi XVI possedeva ancora una parvenza di autorità, Washington rivolgeva queste parole profetiche al rappresentante degli Stati Uniti in Francia: «Desidero di ingannarmi, ma se ho ben compreso il carattere della nazione francese, io temo che vi sarà molto spargimento di sangue e un dispotismo più rude di quello che essa si lusinga di aver distrutto.»

--Washington sapeva che fu più difficile sbarazzare gli Stati Uniti dal disordine e dai politicanti ambiziosi, che dalle truppe inglesi.

--Non fu già cacciando gli inglesi e versando il proprio sangue per l'indipendenza dell'America, che Washington e i suoi amici hanno reso i maggiori servigi al loro paese: fu dandogli una costituzione. E non era una cosa facile il mettere d'accordo, dopo la vittoria, non solo i vari Stati unitisi per sottrarsi all'autorità dell'Inghilterra, ma anche gli uomini che con la penna o con la spada si erano distinti durante quella guerra. A sentire certi politicanti europei, nell'America del Nord il terreno era pronto, qui non c'erano nè un passato monarchico, nè partiti, nè divisioni, nè odii, e la Repubblica si fondò senza sforzi, come un semplice risultato della situazione.

--Se non avevano degli uomini come Washington e compagni, stavano freschi anche qui!

--Oh! meno male. Chi ha studiato un po' la nostra storia, sa che, all'indomani della pace, esercito e Congresso entrarono in lotta: vincitore dello straniero, l'esercito aveva la velleità di rappresentare una parte all'interno; lo spirito pretoriano s'infiltrava nei ranghi dei soldati, gli ufficiali volevano conservare e gradi e paghe, e vivere sul bilancio; essi mantenevano l'agitazione mentre il Congresso, il quale aveva imparato dalla Storia come si svegliano le nazioni che s'addormentano fra le braccia dei militari, voleva licenziare l'esercito. Due volte l'esercito si ammutinò, rifiutando di riconoscere l'autorità del Congresso. E due volte Giorgio Washington, suo capo supremo, approfittando della sua influenza e del culto fanatico che l'ultimo dei soldati professava per lui, lo fece tornare al dovere.

--Se non c'era lui!

--Un giorno un proclama anonimo chiama l'esercito a un _meeting_ e lo invita a offrire la dittatura al suo capo; Giorgio Washington accorre e rivolgendosi ai suoi soldati, grida: «Non crediate che io acconsenta ad accendere la discordia e la guerra fra l'esercito e l'autorità civile. L'Europa ha ammirato il vostro coraggio e il vostro patriottismo; distruggerete voi in un istante una riputazione acquistata con tanta fatica? In nome della vostra patria comune, in nome dell'onore vostro che deve esservi sacro, in nome dell'umanità, se ne rispettate i diritti, in nome dell'onore nazionale e militare dell'America, esprimete l'orrore che deve ispirarvi l'uomo, il quale con speciosi pretesti tentasse di distruggere i fondamenti della nostra libertà, di suscitare la guerra civile e di annegare nel sangue un impero appena nato.» Fu in questi termini che Washington rispose all'offerta di un trono appoggiato sull'esercito.

--Se egli fosse stato un avventuriero, un ambizioso, addio libertà nord-americana!

--L'istituzione della repubblica negli Stati Uniti si deve realmente in gran parte all'onestà di un uomo. Passato quel pericolo, si dovette lottare cogli interessi differenti e spesso contrari degli Stati e con le varie teorie degli uomini politici. Dal 1783 al 1789 l'America del Nord visse schiacciata dai debiti, senza unità all'interno e senza prestigio all'estero. Invitato da Henry Lee ad accorrere per salvare la patria, Washington rispondeva invariabilmente che bisognava fare una costituzione, la quale conservando l'indipendenza degli Stati, creasse l'unità dei popoli nord-americani, la forza federale. E fu solo quando si diede retta a Washington e gli Stati nominarono un Congresso incaricato di redigere quella costituzione, che l'America trovò la pace. Non si venga a dire, dunque, che la repubblica degli Stati Uniti si è fatta facilmente e senza disordini, quando per venti volte corse pericolo di fallire.

--Negli Stati Uniti il federalismo ha costituito l'unità del paese, e in Europa c'è un partito numeroso che lo respinge come pericoloso per l'unità nazionale!

--È l'osservazione precisa fatta da Jacolliot a Jackson Davis, il quale gli rispose che questo partito è quello che tenta continuamente di far l'avvenire con l'aiuto della leggenda del passato, e che, erede delle dottrine dei giacobini, sogna una repubblica autoritaria con un presidente dai poteri estesi. Ora è stato precisamente questo partito che coi suoi eccessi ha ucciso il movimento pacifico delle idee dell'ottantanove: è questo partito, che, con la sua ignoranza, con la mancanza di spirito politico e col sangue sparso inutilmente e stupidamente, raggruppò la Francia intiera e l'esercito intorno a Cesare. Fu ancora questo partito che perdette la Francia nel giugno 1848, il 4 settembre 1870 e il 18 marzo 1871. Esso non respinge il federalismo (il quale creando l'indipendenza e l'autonomia completa dello Stato-Provincia e del Comune per tutte le questioni d'amministrazione interna, distruggerebbe per sempre l'idea monarchica) se non che per governare a sua volta il paese, imponendogli le sue idee.

--Ma chi le insegna al popolo queste cose?

--Eh! pur troppo, son pochi gli onesti e i disinteressati che vogliano presso voi farsene banditori. Jackson Davis dice che c'è una storia da rifare in Europa per il popolo ed è quella della rivoluzione dell'89. La massa, nel suo insieme, ignora il lavoro di preparazione di tutti i grandi spiriti del secolo decimottavo; essa non sa a che punto le idee di eguaglianza e di libertà avevano fatto strada nel mondo, e che la maggior parte dei troni erano occupati da principi molto più liberali della maggior parte dei loro sudditi; essa non sa che il lavoro delle riforme era finito il 4 settembre 1791 e che la Convenzione, innalzando la forca sulle pubbliche piazze e terrorizzando, uccise la libertà. Ebbene, se il popolo ignora queste cose, se è sempre pronto a imitare gli eccessi della Convenzione, se la Comune fucila e incendia, se migliaia di poveri diavoli sono morti sotto la mitraglia nelle giornate di giugno come in quelle di maggio, di chi la colpa, se non di quegli uomini che per quindici o vent'anni hanno lusingato la folla per farsene un piedestallo, parlandole continuamente della sua sovranità, dei suoi diritti imprescrittibili, dei principî della immortale rivoluzione, senza farle conoscere che tutti questi diritti hanno come corollario altrettanti doveri e che nulla si acquista nè si conserva senza la saggezza e la moderazione?

--Ah! i demagoghi: ha ragione Dario Papa che li odia tanto.

--Jackson Davis diceva a Jacolliot che lasciando l'America del Nord avrebbe portato con sè una provvista di odio vigoroso contro gli ambiziosi che insanguinano periodicamente la Francia. E tornava a battere quel chiodo, che in Europa non avete degli uomini politici, ma degli agitatori, i quali quando hanno rovesciato un governo, credono d'aver fatto tutto inalberando sui muri le insegne della repubblica, invece di preoccuparsi, sopratutto e innanzi tutto, di cambiare le istituzioni. Le riforme verranno un po' alla volta, essi dicono; bisogna tener conto dei pregiudizi e degli interessi; e, mentre distribuiscono i portafogli e mandano i loro amici nelle prefetture, tutti gli ingranaggi monarchici che essi non hanno osato di spezzare, si muovono....

--E continua a funzionare la macchina di prima!

--Come americano, conchiudeva Jackson Davis, io non sono partigiano delle rivoluzioni; credo che il progresso si possa conquistare con le lotte intelligenti e pacifiche, e che non vi sia governo, il quale non sia obbligato di seguire il movimento delle idee. Noto che in Europa i popoli i quali non fanno rivoluzioni a mano armata, l'Inghilterra, il Belgio, la Danimarca, la Svezia, l'Olanda, la Svizzera, sono i più liberi.

A questo punto la signorina Mary, che con tanta foga e convinzione mi aveva riassunto le sue lezioni ed esposte le idee e le osservazioni di Jacolliot e di Jackson Davis, s'interruppe e mi guardò.

--Ma io mi accorgo--mi disse di lì a un momento--che voi ascoltate senza manifestarmi il vostro intimo pensiero. Mostrate di approvare, sì, ma con qualche restrizione.--Che cos'è che avete ancora da dire a carico degli Stati Uniti dove io sono nata, contro la mia patria?

Stavo finalmente per rispondere ed esporre ciò che mi veniva con insistenza alla mente durante gli istruttivi discorsi della mia brava amica, quando il treno dell'_Elevated_, che ci trasportava a casa dalla passeggiata, si fermò alla stazione vicino all'abitazione di Mary. Dovemmo scendere in fretta.

--A dopo domani, dunque--mi disse Mary mentre io la salutavo.--Le mie lezioni sono finite e voglio assolutamente sentire quello che finora mi avete taciuto.

XII.

Dario Papa in America.

Nel capitolo precedente si è nominato Dario Papa, il valoroso direttore dell'_Italia del Popolo_, uno dei più forti scrittori che onorino il giornalismo italiano.

Vi sarebbe uno studio psicologico interessantissimo da fare sul giro compiuto negli Stati Uniti da Dario Papa mentre io mi trovavo a redigere il _Progresso Italo-Americano_ di New-York e sul suo nuovo indirizzo politico dopo quel viaggio, indirizzo che sorprese solamente coloro che non conoscevano Papa da vicino e che parve invece logico e naturale a chi era testimonio dei suoi scatti nervosi di ribelle, dei suoi sfoghi tanto contro i ciarlatani della democrazia come contro i bigotti della monarchia.

Quando Ferdinando Fontana me lo presentò una sera nel Restaurant Riccadonna in Union Square poco dopo il loro arrivo a New-York, io lo guardai con una specie di ingenua diffidenza, sapendo che era uno dei più reputati redattori del _Corriere della Sera_ e che combatteva cioè per un partito, per il quale, a parte gli uomini, io non avevo molta simpatia.

--Che sia--pensavo--uno di quei giornalisti che pretendono di studiare e di conoscere una nazione in quindici giorni, e che sia venuto qui per mettersi, dopo poche osservazioni superficiali, a scriver male delle istituzioni repubblicane degli Stati Uniti?

Io allora mi trovavo in America da qualche anno; ero reduce da un lungo viaggio nel _Far-West_ e sulle Montagne Rocciose; vedevo che più mi fermavo nel paese e più imparavo a stimarne il carattere degli abitanti e l'organismo politico e amministrativo; e mi irritava la sola idea che un campione del partito moderato italiano si fosse prefisso di fare una rapida escursione nella repubblica nord-americana per non occuparsi che dei suoi difetti e per metterli in ridicolo, esagerandoli, alla scopo di trarne profitto e dire che in fin dei conti è meglio tenersi cara la tale monarchia.

Sapevo già che nei giornali conservatori si ricorreva a questo ritornello, a ogni _gaffe_ dei repubblicani francesi, i quali certamente, avendo conservato tutto l'accentramento delle monarchie e degli imperi, si prestano alle critiche più giustificate, ma che, non fosse altro, si sono liberati da quell'avanzo dei tempi di Bertoldo che è il cosidetto diritto divino.

Ma mi bastò mezz'ora di conversazione per capire che Dario Papa non era uno di coloro che si rinchiudono nella botte dei loro dogmi, rifiutando di vedere e di sentire. Era invece un Diogene uscito precisamente dall'ambiente in cui le combinazioni della vita lo avevano fatto crescere, che viaggiava deliberatamente con la sua brava lanterna per esaminare e studiare il paese famoso della libertà.

E che avesse intenzione di studiare sul serio e profondamente lo mostrò appena arrivato: invece di prendere alloggio in un albergo italiano, incominciò coll'andar ad abitare in un _boarding-house_ americano e a vivere esclusivamente fra gli americani, parlando continuamente inglese, lingua che conosceva imperfettamente e che gli diventò ben presto famigliare.

Poco tempo dopo il suo arrivo s'accorse che New-York non è l'America del Nord e che anzi, per l'affluenza di gente di tutte le razze, è un porto di mare cosmopolita più che una città schiettamente americana. Si persuase che per conoscere bene il paese bisognava spingersi nell'interno, attraversare il vasto continente dall'Atlantico al Pacifico, fermarsi negli Stati centrali, visitare quel curiosissimo territorio che è l'Utah dei Mormoni, oltrepassare la catena delle Montagne Rocciose, arrivare fino a San Francisco, in California.

Per compiere una simile escursione ci vogliono molti mezzi e quelli di cui disponeva Dario Papa come giornalista italiano in vacanza erano piuttosto scarsi, per non dire assolutamente insufficienti. Un altro avrebbe rinunziato al lungo viaggio: egli partì egualmente, sottoponendosi a mille privazioni, pur di vedere e di studiare. Ci vuole una bella dose di energia per intraprendere simili studi!

Quando tornò dopo qualche mese da quel suo viaggio d'istruzione molto dura e spartana, ricordo che era dimagrato e abbronzato dal sole delle grandi praterie, ma contento come una Pasqua, sebbene tormentato di tanto in tanto dalla tosse.

Sceso dalla stazione ferroviaria, prese il _tramway_ della Terza Avenue e venne a trovarmi nell'ufficio del giornale in Centre Street per esprimermi tutta la sua gioia di aver percorso per lungo e per largo il vastissimo paese e per dirmi che solo a quel modo aveva potuto conoscerne tutta la grandezza e vederlo da vicino nella sua agricoltura, nelle sue industrie, nelle sue immense estensioni di terre da coltivare, nei villaggi nascenti e sopratutto nell'esercizio continuo e pacifico della libertà.

Quello che dimenticava di dirmi erano i sacrifici che la lunga peregrinazione gli era costata.

Contenti ambedue di rivederci dopo tanto tempo, andiamo quella mattina a far colazione insieme in un albergo: mentre si mangia allegramente discorrendo dell'interno degli Stati Uniti, sentite un po' che cosa succede. Un pappagallo dell'albergatore si arrampica pian piano sull'attaccapanni, e, senza che alcuno se n'accorga, comincia a lavorare col becco e fa un gran buco proprio nel cappello di Dario Papa, un cappello rotondo di feltro, piuttosto in cattiva condizione.

--Ah! anche questa mi mancava!--esclama Papa, appena se n'accorge.--Non m'era rimasto che un cappello solo ed eccolo rovinato! Dovrò cambiare l'ultimo napoleone d'oro che m'è rimasto...

I napoleoni mi ricordano un altro curioso aneddoto. Prima di partire per l'America, Papa aveva sentito dire che in viaggio era facile essere derubati e che i denari bisognava metterli in una cintura da tenersi sulla pelle. Egli seguì il consiglio alla lettera.

Una sera ci trovavamo a pranzare insieme con altri amici in un _restaurant_ e volle pagar lui il conto. Ma quando questo gli fu presentato dal cameriere, egli s'accorse che aveva dimenticato di preparare il denaro e, senza dir nulla, si ritirò misteriosamente in un camerino attiguo alla sala: era andato a cavare un luigi dalla famosa cintura che teneva sotto la camicia!

Era in certe cose ingenuo e schietto come un bambino. Rimasto orfano da ragazzo e allevato da una zia con cure materne, egli nutriva per quella sua parente un sentimento di vera adorazione, le scriveva continuamente, ne parlava sempre con profonda tenerezza.

Quando si occupava di politica, invece, diventava un altro uomo, irrequieto, nervosissimo, qualche volta violento e intrattabile. Prima di scrivere certi articoli di polemica, passeggiava in su e in giù per l'ufficio, sbuffando tutto indignato, buttando via i fasci dei giornali, apostrofando a voce alta i suoi avversari, chiamandoli pezzi d'asini, bellissimo nella sua irrequietezza e in quegli impeti d'ira. E quando aveva trovato qualche idea felice, qualche frase tagliente, si fregava rapidissimamente le mani sempre camminando, curvo e sorridente.

Pensato l'articolo in quei suoi giri per la stanza, lo buttava poi giù sulla carta in pochi minuti, scrivendo con grande velocità, in preda sempre a una specie di orgasmo. Finito l'articolo, appariva come sollevato da un gran peso, tornava mite e mansueto e cercava con interesse la compagnia di alcune signore newyorkesi molto istruite, con le quali aveva stretto relazione, e imparava non solo a conoscere sempre meglio la società americana, ma anche l'inglese.

Per conoscere da vicino anche il giornalismo, dopo il suo viaggio nell'interno si fermò sette od otto mesi a New-York, collaborando nel _Progresso italo-americano_ e fu in quel periodo che lo vidi lavorare. Egli non si era ancora liberato da certi pregiudizi europei di educazione, di vita pubblica, e in lui aveva luogo una lotta continua fra ciò che aveva creduto fino allora nel mondo vecchio, e ciò che vedeva in pratica coi propri occhi in quello nuovo. Era un lavorìo incessante nella sua mente, che gli dava molta pena e che lo rendeva più nervoso che mai.

Un giorno lo vidi arrabbiarsi al punto da gettar per aria tutti i libri e tutti i calamai dell'ufficio: pareva che stesse per impazzire.

Un'altra volta, era d'estate, stanco di quella battaglia con sè stesso e col suo passato, che lo spossava e lo rendeva come uno straccio, decise di rifugiarsi per un paio di mesi in campagna, e cercò un asilo tranquillo a Bradford, nella Pensilvania.

Ma anche là era la stessa storia; aveva sotto gli occhi l'esempio di un piccolo comune completamente autonomo, che si amministrava in tutto e per tutto da sè, senza bisogno di permessi, di visti, di autorizzazioni prefettizie o ministeriali; vedeva in azione il suffragio universale e il mandato imperativo; notava che il miglior edifizio del paese era quello delle scuole comunali; che i maestri erano pagati molto bene e rispettati come i primi funzionari; che dovunque mancava la burocrazia; che tutte le cose si facevano alla buona, alla spiccia, nel modo più semplice e pratico del mondo.

E anche da Bradford, dimenticando che s'era ripromesso di riposare, mandava di tanto in tanto al _Progresso_ dei lunghi articoli in cui riassumeva lealmente i suoi studi e le sue impressioni.

