Nel paese dei dollari Tre anni a New-York
Part 11
E la letteratura fino a Torquato Tasso fu uno scroscio di risa a questa dottrina, che risuonarono sin entro ai tabernacoli del santuario cattolico; dal Decamerone del Boccaccio alle Novelle di Franco Sacchetti, al Morgante del Pulci, all'Orlando dell'Ariosto, che riassume e sigilla quest'epoca luminosa del Risorgimento; e dopo quelle risa il Cattolicismo non ha più potuto parlare sul serio per gl'intelletti illuminati, imperocchè evidentemente esso aveva compiuta la sua missione sul cammino del progresso universale; e quelle risa prepararono il terreno ed affrettarono l'ora solenne della Riforma; e apostoli primi e primi martiri della Riforma furono cittadini delle gloriose repubbliche italiane: Arnaldo da Brescia, i Catari e i Paterini, e Girolamo Savonarola, che volevano ridurre la Chiesa Romana alle massime dell'Evangelio, e porre in accordo la fede colla ragione; Arnaldo da Brescia sino dai primi anni del secolo undecimo corse la penisola a propagarvi le teorie dell'avvenire che si incarnarono nelle democrazie comunali del medio evo, aiutò Crescenzio a stabilire la repubblica in Roma, dichiarò dal Campidoglio decaduto il papa dal dominio temporale, e fu bruciato vivo dal papa più tardi alla Porta del Popolo: i Catari e i Paterini formavano una grande associazione di repubblicani nel Lombardo-Veneto, e furono scannati in massa dal papa; Gerolamo Savonarola era capo della democrazia pura in Firenze, al letto di morte di Lorenzo il Magnifico gli rifiutò la assoluzione perchè non volle restituire la libertà alla repubblica, ch'egli aveva usurpata, inalberò primo la bandiera «Dio e Popolo,» Savonarola fu fatto gettare sul rogo dal papa.
L'Italia ha fatto conoscere--seguitava l'oratore con un crescendo di eloquenza meraviglioso--che diede all'Europa i primi e più perfetti modelli delle costituzioni politiche; dal meccanismo complicato e sorprendente della Repubblica di San Marco, agli istituti radicali di Firenze, ove si degradava un cittadino malvagio facendolo nobile e si rimunerava il nobile virtuoso iscrivendolo nell'albo dei lanaiuoli e dei tintori, ove fu ideato e praticato il principio di vera giustizia distributiva sociale, cioè a dire la imposta unica e proporzionata sul capitale.
Ha fatto conoscere, che sue sono le massime invenzioni commerciali--la bussola, le banche, i contratti di assicurazioni marittime--e suoi i trovati dei Monti di Pietà; che opera sua furono i grandi e molteplici viaggi e la navigazione; opera sua gli emporî e le corrispondenze commerciali in Europa, in Asia e in Africa, tutte sistemate e protette con trattati e consolati e statuti, i quali costituivano un genere di potenza sconosciuta e che fu estesa per tutto il globo; ha fatto conoscere, che introdusse in Europa, con Leonardo Fibonacci, le cifre arabiche e l'uso dell'algebra, che ha creata la meccanica e ricostrutta dalla base l'astronomia con Galileo, scoperta la circolazione del sangue con Fra Paolo Sarpi, stabilite le fondamenta della matematica sublime con Cavalieri, sciolti i maggiori problemi di algebra con Tartaglia, Cardano, Ferrari, e d'architettura con Brunellesco e Michelangelo, rilevata di pianta l'anatomia con Malpighi, aperte nuove e interminabili regioni alla fisica con la pila d'Alessandro Volta, della quale la telegrafia elettrica non è che una delle numerose applicazioni, ridotta a scienza la legislazione con Accorso, Alciato e Filangieri, spenti i roghi e rotte le funi con Cesare Beccaria, ridotta a scienza l'economia politica con Antonio Genovesi, con Intieri e con Galiani, l'arte militare con Raimondo Montecuccoli e con Napoleone Bonaparte, la politica con Macchiavelli, e la storia con Giambattista Vico, ammonì che tanto importante fu la opera del Vico, e così straordinario prodotto della mente umana, che essa caratterizza le tendenze intellettuali del nostro secolo.
Ha fatto conoscere, che fu maestra solenne nelle arti del disegno e della musica e nominò Ghiberti, Buonarroti, Raffaello, Cellini, Tiziano, Canova, Pergolesi e Rossini, a ciò che ogni uomo s'inginocchi e adori le divine sembianze del genio; ha fatto conoscere, che la filosofia moderna è uscita dalla sua grande scuola filosofica del secolo XVI e XVII, la quale liberò il pensiero umano dall'aristocrazia di Aristotile che lo teneva prigioniero in un circolo vizioso di arzigogoli teologici e lo svigoriva con una ginnastica improduttiva di sillogismi e di entelechie, pasticcio filosofico noto sotto il nome di filosofia scolastica, di cui, com'è naturale, fu patrocinatrice la Chiesa romana; perchè era supremo interesse, era questione di esistenza per la Chiesa romana di perpetuare l'ignoranza, ovvero (che è peggio), non potendo riuscirvi, di evirare lo ingegno con sottigliezze e con metafisicherie, le quali, assurde nella loro base, non possono condurre a nessun risultato pratico, a nessuna utile applicazione.
Sorse Bernardino Telesio, soggiunse, e insegnò che la sola esperienza e il metodo induttivo possono guidare alla conoscenza del vero: Tommaso Campanella sulla traccia di Telesio tentò una ricostruzione enciclopedica delle scienze filosofiche nei loro rapporti cogl'Istituti politici, sociali ed economici; poi in un altro libro segnò le prime linee della società futura, ove sono adombrate alcune idee fondamentali dei socialisti moderni: e quel libro--intitolato «La città del sole»--è la repubblica di Platone presieduta da Cristo.
Il cancelliere Bacone da Verulamio non fu che un continuatore di Celesio, più celebre e più applaudito, ma meno grande di Campanella. Pietro Pomponazzi e Lucilio Vanini si posero intorno ai dogmi, alla dottrina e alla morale del Cattolicismo e assoggettati alla critica della ragione, incominciarono la demolizione scientifica e furono i fondatori di quel metodo che si chiama criticismo filosofico, e i primi maestri di Pietro Bayle, di Voltaire, degli Enciclopedisti francesi. Giordano Bruno nelle sue speculazioni sublimi si distaccò affatto dal sovrannaturalismo, cioè dalla rivelazione immediata divina (onde precorse a Cartesio), e costrusse un sistema di filosofia ove sollevò l'uomo, sino allora depresso, decaduto e maledetto, alle altezze della divinità, fece dell'uomo, di Dio e del mondo un tutto che si manifesta con forme o con rappresentazioni differenti, ma sostanzialmente identiche. L'oratore trovò trasfuso quel panteismo in varia misura nelle opere di Spinosa, di Mallebranche, di Leibnitz, di Hobbes, di Shelling e di Hegel, e conchiuse: quel Panteismo, diventato subbiettivo con Fichte, è il genio della filosofia moderna.
Ha fatto conoscere, che nella giornata di Legnano, fiaccata l'oltracotanza dell'imperatore Barbarossa, guarentì l'esistenza delle due repubbliche; che in Sicilia vendicò l'onta di un'oppressione insolente uccidendo tutti, senza eccezione, i francesi insultatori al suono dei vespri immortali; che la sua Venezia, con una costanza di lotte secolari, ha salvata l'Europa dalla barbarie musulmana; che in Napoli, sotto i piedi della sua plebe, calpestò l'orgoglio di Spagna; che a Genova i suoi popolani (pagina di gloria insuperata) cacciavano ignominiosamente 44 mila austriaci dalle loro mura, e poscia vittoriosamente e per lunghi mesi ne sostennero l'assedio, comechè quegli eterni nemici suoi fossero aiutati dal loro vecchio alleato il re di Piemonte; che combattè con valore antico con le bandiere napoleoniche, e nella disfatta di Russia salvò le reliquie della grande armata francese che, senza gl'italiani, sarebbero tutte cadute sotto la lancia del cosacco; che il suo popolo di Milano sostenne quasi inerme cinque giorni di duello immortale contro 16 mila austriaci e finì col gettarli in isbaraglio talmente, che malconci, disordinati, avviliti, spossati impiegarono la metà di un mese ad arrivare fino a Verona; che in pochi giorni ne cacciò 60 mila dal Lombardo-Veneto e li costrinse fra l'Adige e il Mincio; che il 24 maggio 1848, in Vicenza, 15 mila furono messi in fuga da 8 mila italiani; che nel settembre un pugno di patriotti rompeva più battaglioni di loro in Mestre, faceva centinaia di prigionieri, prendeva sei cannoni, e, quel che più vale, una bandiera giallo nera a viva forza; che un altro pugno di italiani, il 30 aprile 1849, cacciava le baionette nelle reni di francesi fuggitivi.
Alberto Mario continuò:
«Tutto codesto, o Italia, ci facesti conoscere, dicono le genti straniere, e ci ripeti tuttodì, con mille bocche, e tutto codesto è gloria, grandezza, magnanimità, genio; e sta bene. Ma che possiedi ora? Rispondi.
«Dove sono le tue arti? Dove la tua letteratura? Dove le tue scuole filosofiche? Dove i tuoi sapienti che procedano sulle tradizioni di quei grandissimi dianzi rammentati? Dove il frutto delle tue scoperte, delle tue invenzioni, delle tue conquiste? Dove il commercio, le industrie, gli avventurosi veleggiamenti, e le navi temute, e la bandiera formidabile e rispettata?
«Vediamo una bandiera a tre colori sulle fortezze del re Savoiardo, ma quei colori sono impalliditi e guasti da un quarto colore che non è tuo e da uno stemma regio che non è tuo, imperocchè tu non hai altro stemma che la corona di torri, e quella bandiera oggi è fatta cencio e raccolta dietro l'aquila nera dello tsar di Russia, e dietro l'aquila usurpata e infame dello tsar di Parigi. Di'.... Rispondi.... Che sei oggi?
«Schiava invilita tolleri l'onta di un re di Napoli che la storia ricorderà col soprannome di Bomba, il quale flagella i tuoi figli al cavalletto, li tortura con la cuffia del silenzio, e li fa morire di sete nelle carceri, nutrendoli di aringhe salate, per istrappar loro di bocca una rivelazione; l'onta d'un re, che un uomo di Stato inglese, Gladstone, chiamò _negazione di Dio_.
«Tolleri l'onta peggiore di un prete padre della menzogna che siede principe sulle teste di tre milioni d'italiani, insanguinate da quattro armate straniere; di un prete empio che in nome di Dio taglia le ali al pensiero e soffoca le aspirazioni della coscienza.
«Tolleri l'onta di due tirannucci--quel di Modena e quel di Parma--crudeli quanto sono piccini.
«Tolleri l'onta del soldato austriaco che ti rapisce ogni anno 16 mila de' tuoi figliuoli più eletti, divine speranze del tuo avvenire, che ha bastonate a Venezia e a Milano pubblicamente le tue donne quasi ignude e che ti degrada al cospetto del mondo incivilito. Su via, rispondi. Ma che puoi rispondere? O levati di dosso l'ignominia della schiavitù, ovvero soffri e taci.»
Così l'oratore riassumeva il linguaggio degli stranieri sulla patria nostra, linguaggio per verità, egli stesso diceva, troppo severo e in qualche parte non giusto, perchè, disotto all'apparente quiete di sepolcro che pesava sull'Italia, la sua gioventù generosa e devota stava apparecchiando in mezzo al popolo gli elementi della risurrezione, e ogni qual volta quella falange sacra era scemata di qualche caduto nelle mani del vigile tormentatore, e il quale ascendeva il patibolo gridando: «Viva l'Italia», il posto per lui vacante veniva occupato da altro che immediatamente gli succedeva; e quella falange di apostoli e di martiri evangelizzava la parola di salute col discorso e con la stampa; acquistava e distribuiva armi, raccoglieva continuamente i patriotti in isquadre e in reggimenti invisibili all'oppressore, e di tempo in tempo alcuni di loro insorgevano e lo assalivano per mostrare all'Italia il suo dovere e il suo diritto, per additarle la via unica di compierlo e di esercitarlo per significare ai suoi manigoldi che la battaglia non era punto terminata, e al mondo che l'Italia era schiava per la cospirazione del dispotismo europeo, ma schiava fremente e indomata e che oggi o domani, o più tardi, ma infallibilmente, si sarebbe sollevata ad affermare luminosamente la propria personalità nazionale.
E quella sacra falange, non solo si componeva di patriotti che vivevano nella penisola, ma di quanti dannati all'esilio serbavano in cuore intatta la religione della patria e sentivano l'obbligo imperioso di non istarsene spettatori inerti del lavoro, degli sforzi e della virtù cittadina dei loro fratelli, e coi gomiti sulle ginocchia e la faccia tra le mani, di non attendere che la libertà cadesse dal cielo come le quaglie agli ebrei nel deserto, ovvero che venisse regalata dai re e dalla diplomazia, che ne sono gli avversali naturali e perpetui.
Nè quelle audacie, quel martirio e quell'esempio riuscirono infecondi. Il fremito di patria dei pochi magnanimi oggimai si riappalesava nelle moltitudini, e si capiva che non doveva tardar guari a risuonare la campana a martello del popolo.
--Però--continuava Alberto Mario--finchè rimane il fatto che l'Italia è serva, quel fatto ci vieta di rispondere vittoriosamente alle accuse e ai rimproveri degli stranieri; e siamo costretti a mormorare loro come quel patrizio--_avete ragione_. Se non che, è in nostra facoltà di poter soggiungere ciascuno e tutti: _ma lavoriamo acciocchè quel fatto cessi_. E potete voi affermarlo dal canto vostro? Se l'Italia, la santa madre nostra vi domandasse: _O voi presenti, che fate per me?_ Quale risposta potreste darle? Non basta dire: «Laggiù si lavora a quest'uopo»; ognuno di noi è parte d'Italia; e vuolsi che la coscienza di ciascuno di noi ci ripeta: _anche io adempio al mio dovere di cittadino_.
Quindi raccomandava agli italiani residenti a New-York di non pensare alla distanza che li separava dalla patria, di associarsi e di porsi in comunicazione con quanti si affaticavano pel suo riscatto: la sola adesione morale sarebbe una forza aggiunta al cumulo delle forze che si stavano ragunando ed organizzando contro l'oppressione.
--Propagate la dottrina del dovere fra i vostri fratelli--diceva-- ridestateli alla santa carità della patria se mai fosse muta nei loro petti: formatevi in compagnie, in battaglioni, in reggimenti, addestratevi alle armi: date il vostro obolo mensile per acquistarle: qui nel paese più libero del mondo, potete fare apertamente ciò che altrove ai fratelli vostri è interdetto. Provvedete così di trovarvi pronti alla prima chiamata del paese. Colla parola e coll'esempio mostratevi degni della libertà che volete conquistata alla vostra terra materna. Questo libero popolo americano non vedrà più in voi una gente dispersa sulla faccia del mondo senza tenda e senza intento come l'Ebreo errante, ma un sodalizio di confessori di un'idea, di sacerdoti d'una causa sacra e vi avrà in considerazione e rispetto e vi fortificherà della sua adesione morale e forse anche del suo aiuto.
* * *
Nella seconda parte del suo discorso Alberto Mario esaminava la questione di sapere come e sotto quale bandiera l'Italia si sarebbe alzata a combattere la battaglia per l'unità nazionale e la sua indipendenza.
Si accusavano gli italiani di essere discordi; da ogni lato loro si predicava l'unione, perchè, secondo il vecchio proverbio, l'unione costituisce la forza.
--Ma, per avere la forza--diceva l'oratore--vuolsi l'unione di elementi omogenei, se no, in sua vece avremo miscuglio e confusione che generano la debolezza e l'impotenza. Vuolsi una bandiera che rappresenti l'idea nazionale, segni la via che conduce alla meta, e tolga le incertezze, le perplessità e i governi provvisori che partoriscono necessariamente la sconfitta. Si è mai veduta unione più meravigliosa di quella degli italiani nel 1848? Tutti ripetevano ad una voce: «Non si discuta ora di nulla! prima fuori lo straniero, poi c'intenderemo sul da farsi!» e furono veduti re, cortigiani, commissari di polizia, spie, preti, papa e popolo tutti in un mucchio per cacciare lo straniero, e dappertutto governi provvisori e bandiera neutra. E il risultato? L'Italia più schiava di prima. E perchè? perchè quella era un'unione bastarda, un accozzamento assurdo di elementi eterogenei e intrinsecamente nemici.
E qui esaminava codesti elementi e per giudicare il carattere e le tendenze del popolo italiano, ne indagava la vita anteriore. Qual è, domandava, la vita passata del nostro popolo, quale la sua tradizione storica? La risposta si compendia in un motto: la repubblica.
Non andrò, diceva, così lontano da cercarvi le prime radici della tradizione italiana nelle trentasei Lucumonie etrusche, gloriosissima federazione repubblicana che comprendeva oltre due terzi d'Italia, quanto è chiuso tra il Ticino, le Alpi, il Po, l'Arno, il Tevere--da Ercolano e Pompei alla città di Adria:--non nelle repubbliche della magna Grecia e di Sicilia; non nella Repubblica Romana e nell'Impero, degenerazione, o meglio trasformazione della Repubblica Romana, ove l'imperatore era elettivo, nè osò mai chiamarsi re, e imperatore significava comandante di eserciti, e durante l'Impero si è gettata una delle basi del principio repubblicano avvenire--l'uguaglianza sociale.
La Repubblica aveva dichiarata l'uguaglianza fra gli Dei, e aperse il Pantheon a tutti indistintamente.
Stabilito questo principio, doveva derivarne logicamente l'uguaglianza fra gli uomini, perchè la società umana è sempre un raggio riflesso della sua religione. I Cesari, pertanto, furono gli esecutori necessari e forse inconsapevoli del programma religioso della repubblica romana. Studiate Tacito e ravviserete nei Cesari due persone distinte--il mostro e il legislatore.--E voi forse stupirete udendo che Augusto assicura la libertà e la dignità delle donne; Tiberio stabilisce in nome dello Stato il credito fondiario senza interesse; Nerone rende gratuita la giustizia e propone di abolire le imposte, difende la causa degli affrancati contro la nobiltà, e Domiziano ne assicura l'uguaglianza coi cavalieri, e Claudio rende inviolabile la vita degli schiavi; Adriano Commodo e Alessandro proteggono lo schiavo dalla prostituzione, dall'abbandono e persino dall'ingiuria, e Caracalla sorpassa il pensiero dei Gracchi riconoscendo l'uguaglianza sociale in tutto il mondo romano, tanto è grande, nota Edgardo Quinet, la potenza di un nuovo dogma quando comincia a penetrare le istituzioni sociali, che i mostri stessi vi obbediscono! I Cesari, che sembravano altrettante barriere all'innovazione, ne divengono gl'istrumenti servili. Taluno di quei feroci trascina ruggendo il carro dell'umanità. Ma lasciando in disparte queste epoche remotissime, benchè si rapportino alle posteriori e recenti per una catena di nessi, per una sequela di germi sviluppatisi più tardi e che sfuggono agli osservatori superficiali, basta limitare le osservazioni all'età moderna.
Sino dal secolo dodicesimo l'Italia cominciò ad essere popolata di repubbliche da Torino ad Amalfi, tutte d'indole popolare, compresa la stessa Venezia, che serbossi democratica per 700 anni, uscite quasi magicamente di sotto al turbinìo delle trasmigrazioni barbariche, mentre in tutto il resto dell'Europa non ne derivò che il feudalismo--seconda edizione con aggiunte della barbarie.
Dante e Macchiavelli, Enrico Dandolo e Sarpi, Lercaro e Colombo, Giotto e Michelangelo, quanto insomma vi ha di grande negli ingegni, nei monumenti, nei fatti, sino all'età nostra, nacque, crebbe e cessò con le repubbliche.
Ma una cancrena irreparabile erasi infiltrata anticipatamente nel cuore istesso della penisola: e vietò a quelle repubbliche di sentirsi sorelle, figlie d'una madre comune, l'Italia, di stringersi insieme a rendere inaccessibile altrui il mare e le Alpi; _inutili Alpi_, come le disse Carlo Cattaneo malinconicamente e profondamente. E questa cancrena fu il papato.
I papi dominando sui cuori, sugli intelletti e sulle azioni del mondo occidentale con autorità assoluta ed infallibile derivata dallo Spirito Santo dal quale, ad udirli, pigliavano ogni mattina la parola d'ordine per reggere le pecore umane, cosicchè disponevano a loro talento delle corone dei re e delle sorti dei popoli, i papi spiegarono nel modo seguente la dottrina di Cristo.
Cristo ha detto--il mio regno non è di questo mondo: dunque, soggiunsero i papi, questo mondo appartiene al suo vicario. Stabilita la massima pensarono all'applicazione e riuscirono.
Ma la sovranità morale sulla terra, comechè conquista gravissima e preziosa, non soddisfaceva la loro cupidigia. Volevano qualche cosa di reale, di effettivo e che si toccasse con mano, perchè i papi, del resto, benchè vivano in una mistica conversazione col Paracleto, furono sempre uomini pratici.
Volevano uno Stato e una corona, volevano cioè armi, soldati, pubblicani, birri, ergastoli, forche, carnefice e un popolo da mugnere, scorticare e impiccare, e il tutto a maggior gloria di Dio e della sua santissima religione. E se l'ebbero dagli stranieri che per dieci secoli eglino stimolarono senza posa e affannosamente a irrompere sull'Italia ogni qualvolta il loro regno pericolava, e vi chiamarono successivamente Franchi, Sassoni, Inglesi, Angioini, Spagnuoli, Ungheresi, Turchi, Svizzeri, Francesi, Austriaci per essere protetti dalle impertinenze dei sudditi che considerando il _papa-Dio_ un impostore;--e il _papa-re_ un usurpatore e un tiranno, non avrebbero tardato un'ora, senza quegli angeli custodi, a metterlo alla porta e peggio.
Se non che non si accontentarono di flagellare l'Italia con tutti gli stranieri possibili: perchè il giuoco atroce sarebbe stato ben presto interrotto dalla resistenza concorde delle repubbliche; ma--e qui sta il danno maggiore--posero ogni studio nel suscitare, risuscitare e invelenire l'idra della discordia fra quelle repubbliche, spingendole a sbranarsi l'una coll'altra, e impedendo che germogliasse nel loro animo l'idea salvatrice che tutte erano individui di una stessa famiglia, membra d'uno stesso corpo.
E i papi riuscirono, e Dante, Moroni e Macchiavelli che pensarono e patirono per la unità d'Italia, sono morti inascoltati. Laonde venne fatto allo straniero di piantarvisi definitivamente; le repubbliche a una per una perirono, e l'Italia sin dal 1530--dalla caduta di Firenze--rimase immutabilmente rotta in sette od otto principati, retti da dinastie straniere o bastarde di papi, stabilitevi dagli stranieri e loro vassalle obbedientissime.
Dopo lo stabilimento finale delle monarchie, dopo cioè il 1530, l'Italia cessa di essere un popolo e diventa una mera espressione geografica; non più moto, nè vita politica, nè gloria.
Tutto isterilisce e muore al soffio avvelenato della reggia, come gli alberi e i fiori al vento del deserto: il Papato coi suoi 500.000 frati, colla Compagnia di Gesù, allora allora fondata, e col Concilio di Trento, le uccide l'anima e l'intelletto; lo straniero la depaupera colle imposte e le rapine; i principi vassalli suoi manigoldi le uccidono il corpo con le torture e i patiboli.
Abbiamo veduto, per esempio, organizzare un massacro periodico contro i Valdesi, e quando non si impiegava l'esercito ai servigi dell'Austria o di Francia o di Spagna, sfrenarlo a dar la caccia a quei poveri e pacifici valligiani che non credevano all'infallibilità del papa; e ridurre i poveri sudditi a tale stadio d'ignoranza, che nel secolo scorso istituitasi una Università italiana, narra il Denina, storico ultra monarchico, dovettersi cercare tutti i professori nelle altre parti d'Europa.
Dopo lo stabilimento delle monarchie adunque non più arti, nè lettere, nè storia, nè filosofia.
Dante si è trasformato in Metastasio, il poeta che cantò Cola da Rienzi nell'abate Chiari, Macchiavelli in Algarotti, e Michelangelo Buonarroti in Michelangelo da Caravaggio; le lettere, le arti e la filosofia non vivono che sotto le grandi ali della Libertà. E se qualche poeta o storico o filosofo in nome dell'inviolabilità della ragione è sorto apostolo di verità e di progresso, morì martire; Galileo torturato, Paolo Sarpi pugnalato, Pietro Carnesecchi, Giordano Bruno, e altri bruciati vivi dal Papa; Macchiavelli torturato dai Medici, Campanella torturato sette volte e tenuto in carcere ventisette anni dal proconsole spagnuolo in Napoli, Pietro Giannone dannato a prigione perpetua.