Nel mondo dei libri: bizzarrie

Part 9

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Qui il capitolo sui libri fortunati si dovrebbe chiudere. Non ve ne sono altri che hanno meritato il primo premio del pubblico, da questo grande e bizzarro signorone, che sembra indifferente ad ogni produzione letteraria, ma che quando piglia a ben volere un libro, lo riveste di medaglie d'oro e ne arricchisce l'autore.

Però il pubblico, sia per giustizia, sia per... carità cristiana, concede spesso delle menzioni onorevoli. In quest'ultimo ventennio _Guerra e Pace_, ha avuto una menzione onorevole; _Fatalità_, menzione onorevole; _Mio Figlio_, menzione onorevole; _Piccolo mondo antico_, menzione onorevole; _Il Santo_, menzione onorevole. Veramente quest'ultimo fu proprio lì lì per meritare il primo premio. Da principio prese una bella corsa, ma un bel giorno si fermò, quantunque la Sacra Congregazione dell'Indice, segnandolo col suo Bollo l'avesse reso più accetto ai nuovi ghibellini del pensiero.

Il D'Annunzio ne tiene un fascio, ma egli aspira alla medaglia d'oro. Un artista sommo, con quei cavalli di forza, non può accontentarsi di una semplice menzione onorevole, nè di medaglie di bronzo o di argento.

_La Figlia di Jorio_ fu molto applaudita; andò in processione per tutti i teatri d'Italia, ma il pubblico non la credè degna del gran premio.

E la _Nave_, varata all'Argentina di Roma?

I giornali amici come per preparare l'ambiente, incominciano un mese prima a cantarne vita e miracoli, a far sapere che si compone di un prologo e di tre grandi quadri e, come per stuzzicare l'appetito, ne fanno assaggiare un pezzetto. Se volete gustarla tutta, aspettate la “primière.„

Ma che dramma! basta dire che è stato dedicato a Dio! C'è anche la musica, ma la musica deve stare al suo posto: è la parola del vate che deve primeggiare.

Viene il gran giorno. _La Nave_ si vara... felicemente. Il pubblico, affascinato dal mirabile apparecchio scenico, stordito dalle marce trionfali, dai canti liturgici, da quegli urli incessanti, batte le mani. “Fuori l'autore! Vogliamo l'autoreeee!„ Il D'Annunzio, commosso, esce alla ribalta e mentre il pubblico continua ad osannarlo, dice a se stesso: “Finalmente hai meritato il primo premio!„ E sempre più si culla in questa dolce illusione, quando il conte di S. Martino tutto frettoloso lo chiama. “Avanti, Gabriele; il Re ti aspetta nel suo palco!„

Dunque il decreto è già firmato!

Il D'Annunzio, sicuro, sicurissimo di aver scritto un libro fortunato, quella notte ebbe sogni d'oro.

Il pubblico invece appena uscito dal teatro si sentì un po' male. _La Nave_? ma che cosa è questa _Nave_? che cosa vogliono quelle diaconesse, quelle croci, quei cori di catacumeni e di Nàumachi, quelle orgie di eretici e di pagani, quei giudizi di Dio? Il varo è bellissimo, ma varare una nave, significa comporre una tragedia?

L'Argentina continua ogni sera a ripetere la solenne funzione; i critici amici, sapendo per esperienza che bisogna battere il ferro quando è caldo vanno dicendo che l'entusiasmo cresce sempre per questo capolavoro. A sentirli, il dramma sarà rappresentato in tutte le capitali, Parigi, Londra, Berlino, Pietroburgo, Costantinopoli, New York, aspettano la _Totus Mundus_!

Ma che! passati due mesi il termometro scende molto basso. _La Nave_, dopo un giro per i nostri porti, ritorna in cantiere, con una semplice menzione onorevole. Invano i fratelli Treves l'hanno istoriata come una galea, tipo greco. Pochi leggono quei versi, carichi di allitterazioni e di parole di conio raro.

Il D'Annunzio però, siate sicuro, non si arrende; tenace, da abbruzzese vero, tenterà la prova con una nuova opera. _La Nave_ non vi ha storditi? Ebbene, datemi un po' di tempo; fra un paio di anni, ed anche meno, vi presenterò una corazzata in tutta regola.

Ma sento dire che il D'Annunzio _forse che si forse che no_ vuol lasciare il mare. Il mare è infido, il mare è traditore. Anche le corazzate di prima classe possono andar giù.

Lui si è rivolto ai santi. Che si sia rivolto ai santi, sta bene, anzi è un debito di gratitudine. Chi prende nome e cognome da un angelo, di tanto in tanto deve ricordarsi del Cielo. Ma _San Sebastiano_, proprio San Sebastiano, che fu ucciso a colpi di frecce! Attenti: Il pubblico è bizzarro, il pubblico è sanguinario: potrebbe ripetere lo scherzo a colpi di... fischi!

E poi il D'Annunzio non ha pensato che da un momento all'altro possono succedere tante cose? Forse un bel giorno, chi sa da quale parte del mondo ci verrà il primo libro fortunato del secolo XX.

Il D'Annunzio vorrebbe per sè quest'onore, ed è giusto; ma tutta la schiera immensa dei letterati francesi, tedeschi, inglesi, americani non hanno la stessa pretenzione? Lavorano in silenzio costoro, senza colpi di grancassa, senza rinchiudersi in una villa, senza spedire telegrammi a destra e a sinistra, quando terminano un romanzo o un dramma; ma la mira è quella.

E se questo libro ci venisse dal Giappone? Il Giappone si trova nel periodo di gloria. Forse dopo i trionfi in guerra potrebbe averne qualcuno nelle lettere. Il pubblico è ben disposto! Ma non facciamo prognostici; venga pure dalla Groenlandia, sarà sempre ben accetto. Noi fin da questo momento mandiamo un saluto al fortunato autore. Autore? e se sarà una donna? Già, potrebbe essere anche una donna.

Ebbene, all'opera, o figlie di Eva. Fate che la storia possa dire:

“Il primo libro fortunato del secolo XX fu scritto da una donna!„

I libri che si consultano.

Le enciclopedie, i dizionarî storici, letterarî, scientifici se ne stanno a pian terreno nei loro solenni paludamenti, forse un po' corrucciati, perchè noi raramente vi diamo uno sguardo. Essi sono come i vecchi dottori di Salamanca, a cui si ricorre nelle grandi occasioni, per consiglio o per aiuto.

Si parla, ad esempio, di un autore ignoto, di un'opera sconosciuta, voi restate come Don Abbondio dinanzi a questo nuovo Carneade. Ma invece di scartabellare tanti libri, invece di perdere la testa a consultare storie letterarie o manuali scientifici, invece di ricorrere al professore B o al dottore C, aprite l'enciclopedia del Boccardo o del Larousse e sarete subito servito. Qui tutto è sminuzzato e reso facile, basta sapere le lettere dell'alfabeto per diventare un erudito d'occasione. Letteratura, filosofia, musica, medicina, sociologia, astronomia, numismatica, scienze naturali, tutto, tutto è tagliuzzato a piccole fette!

Questi libri sono come quei pianini melodici: basta saper girare il manubrio per gustare un bel pezzo di musica.

Perciò Benedetto XIV, papa colto e faceto, soleva dire che queste enciclopedie ci avvezzano al dolce far niente; e quando il Ferraris gli presentò la sua _Biblioteca Prompta_, quel Pontefice sorridendo esclamò: “È un lavoro coi fiocchi, ma l'avete scritto per i poltroni!„

Il Ferraris, che neppure mancava di spirito, rispose: “Santità, l'ho scritto per i più!„

Non state a sentire nè a Sua Santità, nè a Sua Eccellenza. Hanno torto entrambi. Che poltroni e poltroni d'Egitto! Le enciclopedie sono necessarie come il pane. Anzi sarebbe provvidenziale se tutte le opere voluminose fossero presentate sotto forma di dizionarî.

Gli storici, ad esempio, specie quelli che la sanno un po' lunga, dovrebbero imitare il Cantù, il quale, accortosi che la sua _Storia Universale_ difficilmente sarebbe stata letta da capo a piedi, nell'ultimo volume dice: “Ho messo un indice alfabetico per facilitare ai curiosi il modo di trovare un fatto o un giudizio.„ Ma questi curiosi siamo un po' tutti. Oggi, eccetto pochi, ma pochi davvero, che si gettano anima e corpo in una data materia ed hanno il coraggio di leggere, rileggere le opere più voluminose, tutti gli altri non possono, nè debbono consumare il loro tempo con questi libroni. Ed è giusto. Leggere una storia di trenta, quaranta volumi! Dovreste lasciare tutti i vostri studii, seppellirvi in casa, correre dieci leghe all'ora per compiere la traversata in due o tre mesi. E dopo? dopo ne sapreste meno di prima. È come fare il viaggio del mondo in ottanta giorni: si vince la scommessa, ma di questa corsa vertiginosa, pazzesca non restano che poche impressioni e molta stanchezza.

Alcuni anni fa mi venne la smania di leggere la _Storia Naturale_ del Buffon. La divorai in un mese. Ma lo credereste? Mi lasciò nella mente una confusione indiavolata! La notte sognavo serpi, cammelli, orsi, tigri: non un'idea chiara, non un'esatta cognizione scientifica, anzi avevo dimenticato financo gli elementi di zoologia, imparati al ginnasio! E perchè? Questi lavori colossali sono dei cibi indigesti che bisogna mettere nello stomaco senza avidità e fretta: a volerli ingoiare così alla diavola si corre il rischio di una indigestione.

Ecco perchè questi grossi volumi non si leggono.

Non si leggono, ma si comprano. Alcuni non hanno la _Divina Commedia_, non hanno i _Promessi Sposi_, non hanno le _Poesie_ del Carducci, non hanno il _Vocabolario della lingua italiana_, neppure il _Barbanera_, neppure il _Libro delle dodici trombe_, ma la _Patria_, che costa la miseria di trecento lire, sì; ma gli _Usi e i costumi dei popoli_ che costano quasi il doppio, sì.

E questa debolezza l'abbiamo quasi tutti. Noi siamo restii ad acquistare libri utili, che costano poche lire e poi con la più grande disinvoltura compriamo tante opere che costano un occhio e che servono solo per ornamento.

Bisogna ringraziarne la Casa Vallardi che confeziona questi libri!

Il processo è semplicissimo.

Vuol trattare la vita civile, letteraria, scientifica dell'Italia? ne scrive a una decina di scienziati, divide loro la materia, e dopo cinque o sei mesi l'opera è compiuta.

Così nacque la _Patria_, la _Storia della Letteratura Italiana_, la _Storia delle Grandi Scoperte_, il _Secolo XIX nella vita e nella cultura di tutti i popoli_, ecc, ecc.

La sullodata Ditta vi attira con le rate mensili. Vi dà trenta grossi volumi tutti una volta e si contenta di due lire al mese. Diavolo! due lire non è una gran cosa. Ma poveri voi, se abboccate all'amo! Ogni primo del mese vi vedrete piovere in casa quei signori commessi. Come sono puntuali e furbi costoro! Sanno di riuscire importuni, ma fingono di non accorgersene; vi stringono la mano con ostentata effusione di animo, vi lasciano i nuovi fascicoli, ricevono le poche lirette e via. Ogni mese è questa canzone: complimenti, fascicoli, denari!

Ma dopo due o tre anni questi benedetti fascicoli ingombrano la sala: ne trovate sulle sedie, sulla credenza, sulla scrivania, sul divano, sulla poltrona: sono sparsi un po' dovunque.

Occorre un'altra spesa: bisogna rilegarli, vestirli da gran signori. Con santa pazienza li raccogliete, li mettete in ordine e li mandate alla legatoria. Un dopo pranzo, mentre ve ne fate i chilo leggiucchiando il giornale, siete scosso da un vocione: —

— È permesso?

“Avanti!„

La porta si apre. Entra il legatore, entra un tarchiato giovanotto, con una grande cassa sulle spalle.

— Riverisco, signore. Le riporto i libri. Ho fatto un lavoro a modo, sa': pelle e oro. Del resto l'opera lo meritava. Quelle tavole fuori testo... —

“Bravo, bravo!„

Lui però vi vuol far vedere con gli occhi che quell'oro è fino, che la pelle è lucidissima, che il taglio è accurato. Voi approvate, sorridete e vi congratulate del bel lavoro.

Ma strano, dopo che quel signore è andato via, vi assale una specie di rimorso. Perbacco! quest'opera vi costa quasi trecento franchi. E dire che quest'anno la vostra signora non è andata ai bagni, perchè le finanze...; e se lo sapesse? Ma oramai non c'è più rimedio, il delitto è consumato. Voi tentennando la testa mettete questi libroni luccicanti di oro nello scaffale, esclamando con un sospiro: “Riposate in pace!„ e vorreste aggiungere, se non fosse irriverenza:

— Restate nella vigna a far da pali! —

I decaduti.

Fanno compassione, poveretti! Piegati, laceri, con carta ingiallita dal tempo, stanno là, in un angolo remoto, quasi nascondendosi allo sguardo. Non li avete comprati voi, sono libri di famiglia che ricordano altri tempi e altri gusti. Li avete trovati in casa e li conservate per rispetto ai vostri nonni.

Leggerli? È più il tempo di prendere in mano i romanzi di Madama Radcliffe, del Durange, del Visconte D'Arlincourt?

Eppure questi libri, che vi danno un senso d'ilarità, un giorno furono chiamati gl'_immortali_, gl'_insuperabili_. Cento critici a battere le mani, cento editori a seminarli per il mondo!

Nelle sere d'inverno il nonno leggeva ad alta voce _Celestino_ ovvero gli _Assassini di Ercolano_. Un capitolo, un altro, un altro; si arrivava fino alle undici, fino a mezzanotte e nessuno fiatava. Voi accovacciato sulle ginocchia materne stavate ad ascoltare a bocca aperta. Che paura, che brividi! Quegli sgherri vi stavano sempre davanti minacciosi, pronti a sgozzarvi!

Ed il _Cimitero della Maddalena?_ Quante lagrime non fece versare alla vostra buona nonna? La poveretta ne era innamorata: lo sapeva quasi tutto a memoria ed ogni giorno ne raccontava una scena ai nipotini.

E non solo in casa vostra, ma in tutte le famiglie, c'era tale entusiasmo. Il _Cimitero della Maddalena_ fu tradotto in tutte le lingue e in tre anni, solo a Londra, trenta edizioni.

Oggi, silenzio. Chi legge più il _Solitario_, il _Rinnegato_, il _Melmod, l'uomo fatale_, il _Taddeo di Varsavia_? Quale editore ha vaghezza di tentarne la ristampa? Ieri sugli altari, oggi nella polvere.

Ma non li disprezziamo: su quelle pagine, che a noi sembrano fredde, scipite, ha sospirato, ha pianto un intera generazione. Noi, ricchi di scienza e poveri di fede, abbiamo dato il bando a quella letteratura romantica, troppo ingenuamente sentimentale, che commoveva, senza corrompere, che faceva piangere, senza sconfortare.

Il gusto cambia, ma non sempre migliora!

* * *

Mentre questi poveretti, rassegnati alla propria sorte, vi chiedono la carità di uno sguardo, si fanno avanti i superbi eroi del passato.

Ecco in grandi e ricche edizioni illustrate il _Conte di Montecristo_, i _Tre Moschettieri_, i _Misteri di Parigi_, l'_Ebreo Errante_.

Chi non ricorda l'entusiasmo che suscitarono in Europa questi romanzi strani, fantastici, pieni di avventure curiose? Venivano riprodotti sulle scene fino alla sazietà, e chi non sapeva leggere, o non poteva comprarli, andando con pochi soldi al teatro, ne sapeva quanto voi. I personaggi entravano financo nella moda e non mancarono i cappelli “alla Montecristo„, le salse “alla D'Artagnan„, i liquori “Anna d'Austria„.

Gli eroi di Omero e del Molière cedevano il posto ai Tre Moschettieri e al Padre Rodin.

Specie il Dumas, questo Alessandro Magno del romanzo cavalleresco, ammaliò tutta l'Europa. Si racconta che quando apparve per la prima volta il _Conte di Montecristo_ su un giornale parigino, il popolo francese andò addirittura in delirio per la fantastica e viva creazione. La settima puntata terminava proprio con quelle parole. “Il mare è il cimitero del castello d'If.„

La sera in tutti i ritrovi non si parlava che di Dantes. Come si salverà? Alcuni la notte non potettero dormire, si spinsero fino alla redazione del giornale per leggere il seguito del romanzo; e la mattina la nuova puntata andò a ruba. Un arguto cronista di quel tempo nota, con una forte dote di causticità: “Se in quel giorno il giornale non avesse pubblicato il seguito del romanzo, a Parigi ci sarebbe stata una rivoluzione!„

E il Guerrazzi? Arrivavano di nascosto i suoi romanzi rivoluzionari, ardenti di patriottismo, che sembravano scritti in un campo di battaglia, tra il fumo della polvere e il grido angoscioso dei vinti. Si parlava segretamente di queste torpedini, lanciate alla vigilia della rivoluzione. Non si mangiava, non si dormiva per divorare la _Battaglia di Benevento_, l'_Assedio di Firenze_!

Si parlava pure delle tragedie di un _certo_ G. B. Niccolini: si vociferava che il Le Monnier, un editore toscano, per sfuggire la censura granducale, le aveva fatto stampare a Marsiglia, facendole entrare poi nella dogana di Firenze, dentro balle di zucchero. Che tragedia! Che versi fiammeggianti e incendiari! Specie l'_Arnaldo da Brescia_, una mina: avrebbe mandato per aria il Vaticano!

Ma oggi, rinnovati gusti, costumi, ideali, i libri dei Dumas, del Sue, del Guerrazzi, e di tanti altri non attirano più, nè si leggono con entusiasmo: essi ricordano un tempo lontano lontano, eppure non sono passati che cinquant'anni!

Altri libri invece che al loro apparire furono lapidati a sangue da una critica maligna e pettegola, o accolti fra la comune indifferenza, nulla perdettero del loro pregio, anzi con i secoli acquistarono nuova vitalità!

Vedete: il Shakespeare è più giovane del Sue; il Goethe più moderno del Dumas e del Montepin; Omero ci appartiene più del Guerrazzi! Chi disse che il _Furioso_ fu scritto il 1516? Nossignore. Fu scritto ieri: Orlando è più giovane di D'Artagnan.

Nè vale il dire che il Shakespeare scrisse tragedie e Dumas romanzi. Il tempo, il gran giustiziere, non vuol sapere quale genere letterario voi trattate: romanzi, tragedie, poemi, il tempo premia l'arte e solo ai veri artisti apre le porte dell'immortalità.

In un anno l'_Ebreo Errante_ ebbe cento edizioni e ridotto in dramma fu rappresentato in tutti i teatri grandi e piccoli. È vero, tale entusiasmo non destarono le tragedie del Shakespeare; in un anno non ebbero cento edizioni. Ma oggi, dopo quattro secoli, sapreste dirmi quante edizioni hanno avuto, quante ne avranno? L'_Ebreo_, dopo quell'effimero successo non errò più, nè fu più visto; ma Otello, Amleto, Giulietta e Romeo, vivono, vivranno più di noi, più dei nostri figliuoli!

Guai a chi segue la moda, a chi accontentandosi dell'applauso, trascura l'arte. La moda è capricciosa, bizzarra, traditrice. Oggi vi esalta, vi osanna; domani vi calpesta, come un cencio!

Scrittori moderni, attenti! Se i vostri libri non hanno quell'_aroma, conservatore dei pensieri_, di cui parla il Giordani, il tempo farà la sua giustizia!

I libri con ritratti.

Quest'onore dovrebbe essere riservato ai poeti, ai filosofi, agli storici di prima forza. Solo essi hanno il diritto di mettere innanzi ai loro libri il proprio ritratto, come per dire al lettore: “Io sono qui!„

Ma poichè ognuno si crede — _modestamente_ — una gran cosa, ecco che molti libri portano il ritratto dell'autore.

E non parlo solo de' libri moderni. L'uomo è stato sempre uomo. Fin nelle antiche, antichissime edizioni di storia, di commedie, troviamo la riverita effigie dei Reali Istoriografi e Commediografi, con la enumerazione di tutti i titoli accademici. Però questi ritratti antichi sono bizzarri e spesso ridicoli. Che posa! che atteggiamenti! Sembrano malati che vanno all'ospedale; masnadieri dall'occhio truce, che nascondono, sotto il mantello, la carabina e il pugnale.

Alcuni, con i capelli irti, con un cipiglio sinistro e minacciante, vi fissano maledettamente gli occhi addosso e par che dicano: “Avrai da fare con me!„; altri, con lo sguardo languido, con il volto pallidissimo, con un gran fazzoletto al collo, chiedono pietà e misericordia altri, grossi, paffuti, rubicondi — come canonici, vecchio tipo — con i capelli inanellati, con ricco corsetto, con due orecchini luccicanti, se la ridono saporitamente, come per dire: “Lettore, senti a me: mangia e bevi, e brucia tutti i libri!„

In generale nei ritratti antichi c'è molta posa e poca espressione. È vero che la fotografia era ancora di là da venire; è vero che non tutti potevano, come Dante, trovare un Giotto; ma, farsi dipingere in quell'arnese, è troppo!

Almeno il Valletta, buon'anima, vedendo che la sua effigie, messa come sentinella davanti alla _Iettatura_, poteva scambiarsi per uno spettro, l'accompagnava con quattro versi, che starebbero bene a moltissimi _frontespizî_ dell'uno e dell'altro sesso.

Non è Seneca svenato, Non è Lazzaro risorto; È Valletta in questo stato, Mezzo vivo e mezzo morto.

Ma perchè farsi dipingere in una posa così strana e sgradevole? Se siete poeta, storico o filosofo insigne, sarete giudicati dalle opere e non dall'atteggiamento sinistro, dai lunghi capelli, che vi scendono in due fila, fin su le spalle. I capelli furono necessarî solo a Sansone, e la storia non ci ha mai detto che il genio si misura dalla chioma.

Parrucca o non parrucca, Chi nacque zucca, sarà sempre zucca!

Questa verità cominciò a farsi strada e gli scrittori divennero un po' più ragionevoli, quando _posarono_. Da banda le parrucche, gli orecchini, i fazzoletti banderuole! Lo sguardo più composto, i capelli più ordinati.

Anzi, alcuni poeti ebbero un'idea originale: vollero abbozzare la propria effigie in un sonetto. E che? Non si è sempre detto che il poeta dipinge e colorisce? Dunque se sa dipingere gli altri, non sa dipingere se stesso?

Il primo esempio lo dette l'Alfieri.

Capelli or radi in fronte e rossi pretti Lunga statura e capo a terra prono. Sottil persona in su due stinchi schietti Bianca pelle, occhi azzurri, aspetto buono: Giusto naso, bel labbro e denti eletti Pallido in volto più che un re sul trono.

Seguirono il Foscolo e il Manzoni, e dopo.... la turba. Ma questi ritratti _a penna_ si rassomigliano tutti: la stessa struttura, gli stessi profili. Le due quartine se ne vanno per misurare la fronte, il naso, la bocca, il petto; per farvi sapere il colore dei capelli, degli occhi, del volto; per decantarvi la qualità extra dei denti, per misurarvi la statura. Le terzine vi informano delle doti morali. Sono tutti _ricchi di virtù e di vizî_ i nostri poeti! Tutti _sobrî, schietti, leali; irruenti_, sì, ma non _maligni: alteri_, ma non _superbi: or duri, or pieghevoli, or acerbi, or miti_: ma il cuore! il cuore è _buono_, il cuore è _generoso_, il cuore è _nobile_! Più che un ritratto, è dunque la presentazione che il poeta fa di se stesso. Non dice che è bello, ma lo lascia supporre; non dice che è un genio, ma nell'ultimo verso qualche cosa l'accenna, così di sfuggita.

L'Alfieri domandava a sè stesso:

Uom, se' tu grande, o vil? Muori, e il saprai.

Com'era furbo! Egli lo sapeva prima di morire, anzi lo andava ripetendo a chi non voleva saperlo!

Il Foscolo, termina da pessimista:

Morte sol mi darà fama e riposo;

poi corregge:

E da morte aspettar fama e riposo

ritocca di nuovo:

Forse da morte avrò fama e riposo.

Moralità della favola: voleva la fama, e noi gliel'abbiamo data; speriamo che avesse avuto anche il riposo!

Ma dite la verità: dopo aver letto, riletto queste quartine e terzine, siete forse riuscito a vedervi davanti la figura del poeta? Eh! i ritratti si fanno col pennello. Ognuno al suo mestiere. Non tutti i poeti sono come Michelangelo e Salvator Rosa! Fortunatamente anche questo vezzo è passato di moda. Dopo il Manzoni, nessuno volle rinchiudersi in un sonetto.

Ed oggi i nostri scrittori si fanno dipingere così alla buona, senza sussiego magistrale, senza quell'atteggiamento, pietoso o sinistro.

Vedete: il De Amicis veste come voi, ha i baffi come voi e vi guarda con una grazia amabilissima. Sul volto del Fogazzaro voi leggete tutta la serenità dell'anima sua. Com'è simpatico il Panzacchi, il Graf, il D'Ancona, il D'Ovidio, il Martini! Qua la mano: voi siete amici di casa!

Ma attenti, attenti; non tutti sono disposti a stringervi la mano. Lo Zanichelli, innanzi alle Poesie del Carducci ha messo due ritratti del Poeta. Il Carducci a 30 anni, il Carducci a 70 anni. Il primo sembra un uomo mezzo rimbambito e pare che allora allora voglia domandarvi: “Che cosa è successo?„; il secondo ha tutta l'aria di un domatore, il quale gridi alla belva-pubblico: “Silenzio, io sono il primo poeta!„

Il D'Annunzio invece col capo chino, con gli occhi da asceta, sembra che vada snocciolando Avemarie. Un suo ammiratore, Carlo Villani, dopo avergli cantato il _Te Deum_ sulla _Vita Italiana_, gli diceva: “Tu sei grande, il tuo nome suona dall'uno all'altro mare, alza, alza la fronte!„ No; il D'Annunzio continua a tenere il capo a terra prono, forse... per far meglio osservare il suo cranio lucido, eburneo!