Nel mondo dei libri: bizzarrie

Part 8

Chapter 83,610 wordsPublic domain

Il Morandi incomincia a muovere la quistione della lingua, risponde il D'Ovidio, replica il Morandi. Il Boni, più pratico, pubblica una grammatica italiana con gli esempi ricavati dai _Promessi Sposi_ e par che dica: “Se vuoi scrivere come il Manzoni, eccoti la guida!„ Allora il Morandi lascia il D'Ovidio, ricorre ad un Cappuccini e così a quattro mani preparano una nuova grammatica manzoniana fin nelle ossa.

Ma dunque tutto è Manzoni, Manzoni, Manzoni! Il pubblico cominciò a seccarsi e stava proprio sul punto di dire: “finitela una buona volta!„, quando il Venturi, un altro manzoniano puro sangue, prepara un nuovo libro. Ancora? Ma che cosa avrà da dire questo egregio professore? Il romanzo è stato commentato, analizzato da capo a piedi e anche di traverso. Dunque? Il Venturi prende diversi pezzetti del libro, li liga con sottilissimi fili di prosa sua e dice al pubblico: “Io vi presento il _Fior dei Promessi Sposi_.„ Il fiore? ma come si chiama questo fiore? È una rosa, un giglio, un giacinto, una viola?

Il Venturi non è botanico, vi ha dato un fiore e basta: fatelo voi esaminare! Del resto il libro piacque. Entrò nelle scuole e per molti e molti anni, maestri e scolari si deliziarono di quell'odore.

Eppure fra tanti signori che scrissero ad onore e gloria del fortunato romanzo, nessuno ebbe un'idea più geniale di un traduttore francese, il quale si permise di farne un'edizione _espurgata ad uso della gioventù_. Non ho potuto, malgrado le mie continue ricerche, avere questo curioso estratto, ma a quanto mi si assicura non conta più di dugento pagine. E le altre dugento? via. Poveri _Promessi Sposi_, mutilati così barbaramente in nome del buon costume!

Ma non sa questo signore che Renzo e Lucia possono entrare anche nei monasteri? Il Manzoni, proprio alla vigilia di metterli al mondo, facendosi vincere dai suoi scrupoli religiosi, disse paternamente ai due protagonisti ufficiali: “Senza smorfie, sa'! I fidanzati in pubblico debbono essere serî. Certe paroline si dicono a quattr'occhi; mi raccomando a te, Renzo.„

E il povero Renzo, da buon figliuolo, qual'era, ubbidì. Neppure una espressione amorosa, neppure una stretta di mano alla sua bella!

Vi ricordate quando è costretto a lasciare le due donne e a prendere la via di Milano? “Rattenne a stento le lacrime e stringendo _fortissimamente_ la mano ad Agnese, disse con voce soffocata: _a rivederci_, e partì.„

Qualche lettore malizioso potrebbe andar fantasticando su quel _fortissimamente_ e su quell'a rivederci.

Ma, santo Iddio, anche Renzo è un giovanotto e pare che gli si possa almeno concedere il diritto di far capire ad Agnese, la quale lo capì benissimo, che quella stretta era per la figliuola. Imitassero Renzo i nostri giovani! Da che il mondo è mondo; sono tanto pochi i fidanzati che ricorrono alla madre della sposa! In amore si ama il telegrafo senza fili e non piacciono gl'intermedî. Nè credo che quel traduttore nei suoi verdi anni abbia compiuto un eroismo maggiore.

E Lucia? Lucia più che una sposa potrebbe chiamarsi una monachella. Il Settembrini in pubblica scuola domandava ai suoi allievi: “Come sono gli occhi di Lucia? non si sa: ella li tiene quasi sempre chinati a terra per pudore!„

E Don Rodrigo, il Conte Attilio, l'Innominato, la Monaca di Monza? Saranno dei pessimi arnesi, ma sulla scena rispettano il pubblico, ubbidiscono al direttore d'orchestra.

Strano! Da noi molti critici si lamentarono che il Manzoni aveva quasi messo una museruola ai suoi attori principali; in Francia invece, nella beata repubblica, sempre realista più del re assente, ci fu chi lo accusò in nome della moralità! Lasciate stare, o fratelli d'oltre Alpi, gli autori italiani: divertitevi piuttosto a espurgare i vostri romanzieri! Avete la Senna; approfittatene per lavare i panni sporchi!

Noi intanto conchiudiamo. Quanti quattrini guadagnò il Manzoni con i _Promessi Sposi_? Eh! pochi, molto pochi. “Appena cinque mila lire„ dice Federico De Müller.

Dopo la prima edizione, il suo editore lo pregava di una ristampa, ma il Manzoni, vizio suo, non sapeva decidersi: voleva rifare, correggere, ripulire; intanto in Italia e all'estero si pubblicavano edizioni su edizioni. In diciotto mesi, nove ristampe in Italia, sei in Francia, due in Germania, una in Inghilterra. Il Manzoni ebbe cinque mila lire, ma molti editori fecero fortuna!

E la manna continua. L'Hoepli, quantunque arrivato un po' tardi in mezzo a noi, ne sa qualche cosa. Sei o sette anni fa bandì un concorso: dieci mila lire a quel pittore che gli avesse favorito una trentina di tavole per illustrare il romanzo. Dieci mila lire? È troppo! Ma il signor Hoepli non canta la messa senza il morto.

Il furbo seminò per raccogliere, e il raccolto fu miracoloso.

Un altro giorno lo Sforza, erede universale di tutti i manoscritti manzoniani, gli disse: “Sai, ho trovato dei capitoli inediti sui _Promessi_?„

“Davvero?„

“Davvero!„

“Ebbene, non perdiamo tempo. Scrivi due parole di prefazione e mandami subito quelle sacre reliquie: ne farò un bel volume, anzi due!„

Bisogna dire la verità: anche i _Brani Inediti dei Promessi Sposi_ sono alla terza ristampa!

* * *

_Le Mie Prigioni!_ Ecco un altro libro fortunato.

Il Pellico nel 1830 se ne usciva dallo Spielberg, dov'era stato a scontare dieci anni di carcere duro. L'abate Giordano, a cui egli “raccontava per minuto tutto quello che aveva sofferto, lo consigliò a scriverne la narrazione e a pubblicarla.„ Così nacquero le _Mie Prigioni_!

Il libro andò a ruba e divenne popolarissimo.

“Il buon successo — sono parole dello stesso autore — crebbe rapidamente nella Penisola. A Parigi il De Latour lo tradusse nella sua lingua, le edizioni e le traduzioni si moltiplicarono ben oltre il merito...„

Ma invece di andar numerando quante edizioni se ne fecero in Italia e fuori, vediamo piuttosto, perchè quel libro, così modesto, così piamente religioso, abbia avuto tanta fortuna.

In quel tempo non si parlava d'altro che di patria. Patria! patria! Era la parola d'ordine dei poeti, degli storici, dei filosofi. L'Italia doveva una buona volta essere libera.

Il Niccolini con le sue tragedie imprecava contro il tiranno, pigliando a prestito i fulmini di Giove; il Guerrazzi, con i suoi strani romanzi, tutt'altro che storici, ribatteva il chiodo, gridando come energumeno: “Se non liberiamo la Patria io divento pazzo!„

Il Pellico, al contrario, non si adira, non impreca contro gli oppressori, ma narra, senza apparato di forma, che cosa ha sofferto per la Patria. “Simile ad un amante maltrattato dalla sua bella e dignitosamente risoluto di tenerle il broncio, lascio la politica ov'ella sta e parlo d'altro.„ E parla delle sue infermità, dei maltrattamenti subiti. Lo facevano morir di fame e una volta fu proprio sul punto di chiedere un po' di pane al giovane barbiere! Per portare gli occhiali c'era bisogno di un permesso speciale dell'Imperatore. Solo, segregato dai suoi compagni di sventura, vorrebbe almeno passare il suo tempo poetando, ma gli è negata perfino la carta, e il poveretto deve ricorrere “all'innocente artificio di levicare con un pezzo di vetro un rozzo tavolino e lì scrivere, con i polsi fasciati, affinchè le zanzare non entrassero nelle maniche.„ Dopo aver letto e riletto raschia “ogni cosa col vetro, per avere atta quella superficie a ricevere nuovi pensieri„. L'unico suo conforto è una lettera della famiglia, una parola della sua buona mamma. Ma che! “Quelle lettere passano per la trafila della Commissione e vengono rigorosamente mutilate con cassature di nerissimo inchiostro. Un giorno invece di cassare alcune frasi, tirarono l'orribile riga su tutta quanta la lettera, eccettuata la parola _Carissimo Silvio_ e il saluto che era in fine: _t'abbracciamo tutti di cuore_. Proruppi in urla e maledissi non so chi.„

Ecco perchè quel libro commosse. Sembrò ad ognuno di essere stato nello Spielberg e di aver sofferto quelle pene, quegl'insulti, quelle sevizie. Nelle _Mie Prigioni_ la figura del Pellico quasi dispare; no, non è il Pellico, sono tutti gl'Italiani che gemono nel terribile carcere, perchè amano la Patria e la libertà!

L'abate Giordani, da buon confessore, gli diceva: “Mostrate quanto il Deismo e la filosofia siano impotenti a fronte della Religione Cattolica. Molti giovani, letto il vostro libro, scuoteranno il giogo dell'incredulità.„ Ma le _Mie Prigioni_ ci fanno pensare a un altro giogo: al giogo della schiavitù! Il Pellico, con la dolcezza, con la rassegnazione, fece fremere i nostri animi più del Niccolini, dei Guerrazzi e di tanti altri, che si servirono della penna come di una dinamite. Ben disse Cesare Balbo: “Questo libro è per l'Austria più che una battaglia perduta!„ Le madri che prepararono i figliuoli per le guerre della nostra Indipendenza avevano letto le _Mie Prigioni_, non la _Battaglia di Benevento_, o l'_Arnaldo da Brescia_!

Ricordo che anche noi fanciulli ci sentivamo ferir l'animo quando il professore ci leggeva in classe, l'_arrivo allo Spielberg_, il _mutolino_, _la morte dell'Oroboni_.

“Che cosa, signor maestro, aveva commesso il Pellico, per meritare questa pena?

— Eh! figliuoli miei, aveva amato la patria. —

“E perciò fu imprigionato?„

— Già, in quel tempo chi amava la patria era punito col carcere. —

“Da chi?„

— Dall'Austria. —

Ma lasciamo stare questi ricordi, lasciamo stare l'Austria. Adesso siamo amicissimi: il nostro Di San Giuliano va e viene dall'Abbazia e fa la sua partita con il collega! Però, sia detto fra noi, se l'Imperatore d'Austria avesse potuto sospettare il brutto tiro del Pellico, non si sarebbe lasciato vincere dalle preghiere della sua augusta consorte! Le lacrime della contessa Gonfalonieri sarebbero state vane. Quell'Imperatore, buono alla scorza, che “non voleva vedere le faccie sparute dei prigionieri per non rattristarsi„, a firmare condanne capitali ci provava gusto e al Pellico gliel'avrebbe fatta a misura!

Il Pellico dunque deve alla contessa Gonfalonieri la vita e... la fama. Se oggi si trova a fianco del Foscolo, del Monti, del Giusti è per le _Mie Prigioni_. Togliete questo libro, che gli resta? Un bagaglio di tragedie, di cantiche, di poesiole, che si stampano per contorno alle _Mie Prigioni_, ma che nessuno legge. La _Francesca da Rimini_ ebbe un po' di successo, poi andò a tener compagnia alle altre sorelle!

Il Pellico era convinto di ciò, e dopo la pubblicazione del libro fortunato voleva chiudere bottega. Ma eccoti di nuovo quel benedetto abate Giordano, che gli va ripetendo: “Dovreste giovarvi del favore che il pubblico vi dimostra per dargli un trattatello morale.„ Il Pellico ripulì i ferri del mestiere, si mise all'opera e ci regalò _I doveri degli uomini_. “Questo libro — sono sue parole — ebbe un successo simile alle _Mie Prigioni_.„

_Simile!_ Ma lasciamo correre. Sono tenerezze paterne. Oh non sapete che i padri sono gli eterni panegeristi dei propri figli?

_I doveri degli uomini_ ebbero un successo effimero e dopo cinque o sei anni nessuno ne parlò più.

A proposito, il Pellico ebbe imitatori?

No. Per scrivere qualche libriccino su quel metro occorreva la prova del fuoco: bisognava passare sei o sette anni in gabbia!

Il Settembrini dettò le _Ricordanze_, il Pallavicino le _Memorie_, ma non si può dire che abbiano avuto intenzione di imitare il Pellico. Ed oggi, nell'anno di grazia 1911, si potrebbe avere un libro sulla falsa riga delle _Mie Prigioni_?

Per l'amor di Dio, non lo dite neppure! Chi è quel disgraziato che vorrebbe far ritornare il tempo della tirannide per scrivere un libro fortunato?

* * *

Il _Cuore_ del De Amicis è stato tradotto in lingua giapponese e pubblicato in due volumi su carta di seta e con copertina elegantissima. Curiose le illustrazioni! I piccoli protagonisti italiani sono trasformati in ragazzi giapponesi, con gli occhietti a mandorla e con il naso schiacciato.

Ecco che cosa succede ai libri fortunati! E il _Cuore_, bisogna dirlo, è un libro fortunatissimo.

Sei anni fa, essendo arrivato alla 300ª edizione, si celebrarono a Torino le Nozze di Oro con un banchetto _cordiale_. Si mangiò e si bevve alla salute, e anche a spese, dei trecento mila lettori. Immaginate che sentimentalismo! _Cuore, Cuore, Cuore!_ I brindisi piovvero. I trentanove convitati: critici, musici, poeti, scultori, commediografi, divennero teneri come agnellini! L'ultimo fu il Giacosa, il quale vedendo che il termometro della cordialità segnava 39 all'ombra, se ne uscì con pochi versi alla Giusti, ringraziando il De Amicis di averlo invitato a quel banchetto

dei trecento mila cuori Che il tuo cuor si soggiogò.

A festa finita, i commensali ebbero un opuscolo elegantissimo, contenente i fac-simili fotografici dei frontespizî delle 22 traduzioni di _Cuore_.

Che? c'è stato mai un libro che ha avuto questi trionfi?

Ma, siatene certi, questo libro fortunato non si accontenta delle nozze d'oro. Dopo un paio di lustri, verranno le nozze di brillanti, poi quelle di radium, e così di nozze in nozze se ne starà sempre nella luna di miele.

Dico _sempre_, perchè il _Cuore_ appena diede il primo palpito, innamorò tutti.

I fratelli Treves (e allora erano davvero due!) non facevano a tempo a sfornare. Da ogni parte d'Italia si chiedeva un _Cuore_; tanto che i signori Treves, fingendo di perdere la pazienza, alle continue richieste, rispondevano: “Ma, santo Iddio! non abbiamo mica cento braccia noi!„ Intanto l'entusiasmo cresceva, cresceva: ognuno ne decantava i pregi. Che libro! che tesoro! Come erano commoventi quei racconti mensili! e quelle letterine, e quei ricordi storici e quei bozzetti di scuola!

Il Mantegazza, senti oggi, senti domani, lasciò di manipolare _fisiologie_ e scrisse _Testa_: il De Castro dettò _Forza_. Ma che! come a farlo apposta, il _Cuore_ continuava la sua marcia trionfale e la povera _Testa_ del Mantegazza se ne restava molto addietro, senza parlare della _Forza_ che appena dava un passo!

Il De Amicis, quando vide che ai suoi cortesi concorrenti mancava la lena, se la rise sotto i baffi e, scuotendo la sua chioma, generosamente leonina, esclamò: “Amici, l'avete fatta tardi!„

* * *

E chi può parlare del trionfo che questo libro ebbe nelle scuole elementari del Regno?

I maestri ne erano innamorati cotti, ed avevano ragione. In quel tempo i poveri precettori erano trattati un po' male dal Governo, nè alcun Deputato aveva alzato la voce a prò di queste vittime, che lavorano molto e riscuotono poco. Il De Amicis, non potendo dar quattrini, ne fa il panegirico, e ad ogni maestro mette in testa una corona di alloro. Non ne dimentica uno! _Il nuovo maestro, il maestro di terza, la mia maestra di prima superiore, il maestro di mio fratello, la mia antica maestra, il maestro di mio padre, il maestro supplente, il maestro serale, il maestro ammalato, la maestra morta_. Requie all'anima sua!

E sono tutti martiri, tutti eroi, tutti santi! Che angeli di bontà! Non fanno altro che baciare ed abbracciare i loro figliuoli adottivi; baci sulla fronte, baci sulle guance; baci, sempre baci!

Ma zitto! noi non possiamo discutere del merito di questo libro, che gode prerogative reali e che potrà essere giudicato solo da l'Alta Corte di Giustizia.

Abbiamo detto che il Manzoni dopo i Promessi Sposi, volle riposarsi, seguendo, da buon cattolico, l'esempio del Signore, che dopo i sei giorni della creazione, si compiacque dell'opera sua e si riposò. Il De Amicis la pensa diversamente. Il Cuore gli mette l'argento vivo addosso. Riposarsi, e perchè? Il pubblico m'applaude, mi chiama al palcoscenico ed io mi ritiro? Sarebbe una scortesia. E così per non essere chiamato scortese, continuò a mettere fuori: _Fra scuola e casa, La maestrina degli operai, Ricordi d'infanzia, L'idioma gentile_, ecc.

_Cuore_ andava avanti e questi fratelli dietro. Per un riguardo personale al _Cuore_, i versi del De Amicis furono chiamati poesie, e sempre per quel benedetto _Cuore_ si fece buon viso al _Romanzo di un maestro_, ad una certa _Carrozza per tutti_, ecc.

Ecco che cosa significa dare alla luce un libro fortunato!

Veramente oggi il _Cuore_, dopo aver fatto soffrire di cardiopalmo un'intera generazione, ha rallentato un po' i suoi palpiti; ma resta sempre il libro prediletto per i ragazzi.

Spesso ritirandovi la sera a casa, trovate i vostri figliuoli, che pendono tutti dalle labbra del più grandicello, il quale legge commosso il _Sangue Romagnolo_ o _dagli Appennini alle Ande_.

L'entusiasmo di una volta è cessato, ma fino a che avrete nel petto un cuore, ne avrete un altro nella libreria!

Veniamo adesso alla solita conclusione.

Quante migliaia di quattrini fruttò questo libro? Eh! Chi volete che ce lo dica? Sono furbi i fratelli Treves e fanno bene. In Italia non si può parlare troppo chiaro. L'agente delle Imposte colpisce subito a nome della legge. Però posso assicurare che Emilio Treves, parlando una sera della fortuna di questo libro, esclamò: “Se avessi altri dieci _cuori_!„

Che grande umanitario!

* * *

Siate sincero: forse nella vostra libreria manca la _Divina Commedia_ o il _Vocabolario della Lingua Italiana_, ma non il _Quo vadis_, — un altro libro miracolo! —

Federico Verdinois traduce un romanzo dal Polacco col titolo il _Quo vadis_ e lo pubblica a pezzetti sul “Corriere di Napoli„ di felice memoria.

Le puntate si seguono fra l'indifferenza generale. Chi volete che tenga dietro a tutti questi romanzi da appendice, così strani, così morbosamente fantastici e di minimo valore artistico!

Ricordo che spesso, prendendo il giornale e posando l'occhio su quel titolo così bisbetico, dicevo annoiato: “Ancora!„ Immaginavo un romanzo sulla falsa riga di _Tito Veio_ o giù di lì.

Ma un bel giorno si incomincia a parlare con entusiasmo del _Quo vadis_. Che capolavoro!

L'entusiasmo cresce, diventa febbre, delirio.

A coro tutte le riviste, i periodici letterarî incominciano a cantarne mirabilia. Il romanzo cristiano è il _Quo vadis_ — il Cristianesimo è il _Quo vadis_ — la Lucia dei _Promessi Sposi_ e la Licia del _Quo vadis_ — l'elemento storico nel _Quo vadis_. I giornali politici mandano a far benedire ministri e deputati e dedicano un'intera pagina — sei massicce colonne — al _Quo vadis_. _Reporters_ corrono a scavezzacollo in Polonia, vanno a scovare il fortunato autore e vogliono sapere quando scrisse il _Quo vadis_, perchè lo scrisse, come lo scrisse, dove lo scrisse ecc. Intanto le edizioni arrivano all'ennesima potenza. Il _Quo vadis illustrato_, il _Quo vadis con pianta topografica_, il _Quo vadis per la gioventù, per gli adulti, per i vecchi_, e forse qualcuno pensò pure ai poveri infermi e ai moribondi!

Evviva, evviva il _Quo vadis_! Evviva Licia, Vinicio, Petronio! Evviva Ursus!

Tutti comprarono questo libro, tutti lo lessero, o almeno finsero di averlo letto. Magari bisognava mentire per non essere chiamato... chi sa che cosa!

Qui mi permetto di ricordare un aneddoto. Proprio in quei giorni di plenilunio mi trovavo a Napoli. Sapendo che di fresco si erano pubblicati gli _Scritti inediti del Settembrini_, mi recai da _Detken et Rocholl_ per acquistare quel volume. Entro, e vedo una catasta di _Quo vadis_.

Un giovanotto mi fa un grazioso inchino e mi dice: “Tradotto dal Verdinois?„

— Che cosa? — gli domando maravigliato.

“Lei non vuole il _Quo vadis_?„

— No. —

“No, e allora..?„ e mi guarda di traverso come per dire: si vede che non hai gusto!

In verità questo complimento, quantunque non espresso, mi garba poco e perciò, botta e risposta, aggiungo subito:

— Il _Quo vadis_ l'ho comprato due mesi fa a Roma —

Dissi una bugia, ma salvai... l'onore!

* * *

Qualche critico, non so se in buona o mala fede, volle dire che quel romanzo non era poi una gran cosa! Non l'avesse mai fatto: restò solo e fu chiamato maligno. Il pubblico aveva battuto le mani e il pubblico comanda in teatro e fuori.

Ma s'incominciò a dire: questo signor Sienkiewicz (che bel nome, sembra uno starnuto!) non ha scritto altri romanzi? Eh! il Sienkiewicz è un romanziere provetto e fecondo, ne ha pubblicato una ventina. Davvero? Davvero!

I nostri editori, vedendo che il pubblico è ben disposto, fanno subito tradurre quei romanzi, quelle novelle; e dopo un mese, in tutte le vetrine dei librai, si vedono già in bella veste i fratellini del _Quo vadis; Per il pane, Seguiamolo, I Crociati, Col ferro e col fuoco. Il diluvio, La famiglia Polaniesoski, San Michele Volodioshe_ ecc.

I lettori non mancarono e un po' di popolarità l'ebbero questi emigrati!

Ma non basta. C'è ancora altro. Bisogna sapere che i signori editori, stando a contatto con i poeti, coi romanzieri, ecc., hanno imparato a giuocar d'astuzia, e pur di far quattrini, burlano il pubblico. Alcuni, vedendo che il _Quo vadis_ attirava come una calamita, lo fecero entrare, a proposito o a sproposito, nei titoli di molti romanzi, come ad esempio:

A. DUMAS

_Orgie e delitti di Nerone romanzo che precede il Quo vadis_

E. BULWER

_Gli ultimi giorni di Pompei racconto della prima era cristiana che fa seguito al Quo vadis._

E così col _precede_ e col _segue_ si cercava smaltire la merce, un po' fuori uso.

Molti gonzi abboccarono all'amo, comprarono questi volumi, lessero, lessero, credendo di trovare i nonni o i figli di Licio: alla fine si accorsero del tranello, ma troppo tardi!

Del resto una vera burla non vi fu. Anche le _Orgie di Nerone_ e gli _Ultimi giorni di Pompei_ meritano di essere letti! Oh, vi credete davvero che il _Quo vadis_ sia un capolavoro! Oggi la festa in onore di questo santo polacco è finita. Il pubblico, avendo per un bel pezzo gridato a squarciagola: _Evviva il Quo vadis! Evviva Sienkiewicz!_ ha chiuso bocca, come per cedere la parola alla critica. E la critica, dopo aver sviscerato quel libro, dopo averlo sottomesso a minute analisi, ha sentenziato: “Il _Quo vadis_ è un romanzo come tutti gli altri. Il suo straordinario successo non appartiene alla letteratura, ma ad uno stato morboso dello spirito contemporaneo.„ E questa volta la critica ha colto nel segno. Il secolo decimonono, nei suoi ultimi anni, sentiva quasi un disgusto dei suoi dubbi e delle sue negazioni. La letteratura e l'arte, invasa dalla scienza sperimentale e positiva, dava un tanfo di scetticismo anemico! Perfino il romanzo, nato per dilettare, si era coverto di uno strato scientifico, che, paralizzando l'azione drammatica, lo rendeva pesante e noioso. Ma a chi ricorrere? Zola, dittatore in Francia, dopo averci deliziato con la lunga serie dei _Rongon Marquart_, preparava _I quattro Evangeli_ e agli evangeli bisogna credere! Il D'Annunzio teneva l'_interim_ della presidenza in Italia e si ostinava a regalarci romanzi, privi di invenzione, ma carichi di suoni, di simboli, di paradossi. Sempre quelle situazioni raccapriccianti, sempre quelle analisi psicologiche!

Il pubblico non aveva il coraggio di ribellarsi, ma lasciava capire che di quella roba ne era stufo. Intanto i nostri romanzieri continuavano a fare il proprio comodo.

“O bella — avrà esclamato il d'Annunzio — dobbiamo stare a servizio dei lettori? Oggi il romanzo si deve scrivere così. Chi non è contento ricorra alle stravaganze fantastiche del Dumas o ai dolciumi dello Scott!„

Fu proprio allora che il Sig. Scienkiewicz dalla lontana Polonia disse al pubblico: “I tuoi romanzieri ti annoiano? Ebbene, io ho lavorato dieci anni per te. Leggi questo libro!„ e mise fuori il _Quo vadis_. Il pubblico lesse, si innamorò di Licia ed applaudì freneticamente.

Se questo libro fosse apparso venti anni prima avrebbe avuto il _crucifige_. Venti anni dopo ebbe _l'hosanna!_

Beato chi conosce l'ora sua!

* * *